
Udienze generali 1997 - Introduzione al Giubileo
(Jn 1,1-3)
1. La celebrazione del Giubileo ci fa contemplare Gesù Cristo come punto di arrivo del tempo che lo precede e punto di partenza di quello che lo segue. Egli ha infatti inaugurato una storia nuova non solo per quanti credono in Lui, ma per l'intera comunità umana, perché la salvezza da Lui operata è offerta ad ogni uomo. Ormai in tutta la storia si diffondono misteriosamente i frutti della sua opera salvatrice. Con Cristo l'eternità ha fatto il suo ingresso nel tempo!
"In principio era il Verbo" (Jn 1,1). Con queste parole Giovanni comincia il suo Vangelo facendoci risalire al di là dell'inizio del nostro tempo, fino all'eternità divina. A differenza di Matteo e di Luca che si soffermano soprattutto sulle circostanze della nascita umana del Figlio di Dio, Giovanni punta lo sguardo sul mistero della sua preesistenza divina.
In questa frase, "in principio" significa l'inizio assoluto, inizio senza inizio, l'eternità appunto. L'espressione fa eco a quella presente nel racconto della creazione: "In principio Dio creò il cielo e la terra" (Gn 1,1). Ma nella creazione si trattava dell'inizio del tempo, mentre qui, ove si parla del Verbo, si tratta dell'eternità.
Tra i due principi, la distanza è infinita. E' la distanza tra il tempo e l'eternità, tra le creature e Dio.
2. Possedendo, come Verbo, un'esistenza eterna, Cristo ha un'origine che risale ben al di là della sua nascita nel tempo.
Questa affermazione di Giovanni si fonda su di una precisa parola di Gesù stesso. Ai giudei che gli rimproverano la pretesa di aver visto Abramo pur non avendo ancora cinquanta anni, Gesù replica: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo venisse all'esistenza, Io Sono" (Jn 8,58). L'affermazione sottolinea il contrasto fra il divenire di Abramo e l'essere di Gesù. Il verbo "genésthai" usato nel testo greco per Abramo significa infatti "divenire" o "venire all'esistenza": è il verbo adatto a designare il modo di esistere proprio delle creature. Al contrario solo Gesù può dire: "Io Sono", indicando con tale espressione la pienezza dell'essere che rimane al di sopra di ogni divenire. Egli esprime così la coscienza di possedere un essere personale eterno.
3. Applicando a sé l'espressione "Io Sono", Gesù fa suo il nome di Dio, rivelato a Mosè nell'Esodo. Dopo avergli dato la missione di liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, Jahvè, il Signore gli assicura assistenza e vicinanza, e quasi come pegno della sua fedeltà gli svela il mistero del suo nome: "Io sono colui che sono" (Ex 3,14). Mosè potrà dunque dire agli Israeliti: "Io-Sono mi ha mandato a voi" (Ibid.). Questo nome esprime la presenza salvifica di Dio a favore del suo popolo, ma anche il suo mistero inaccessibile.
Gesù fa suo questo nome divino. Nel Vangelo di Giovanni questa espressione appare più volte sulle sue labbra (cfr Jn 8,24 Jn 8,28 Jn 8,58 Jn 13,19). Con essa Gesù mostra efficacemente che l'eternità, nella sua persona, non solo precede il tempo, ma entra nel tempo.
Pur condividendo la condizione umana, Gesù ha coscienza del suo essere eterno che conferisce un valore superiore a tutta la sua attività. Egli stesso ha sottolineato questo valore eterno: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mc 13,31). Le sue parole, come anche le sue azioni, hanno un valore unico, definitivo, e continueranno ad interpellare l'umanità sino alla fine dei tempi.
4. L'opera di Gesù comporta due aspetti strettamente uniti: è un'azione salvatrice, che libera l'umanità dal potere del male, ed è una nuova creazione, che procura agli uomini la partecipazione alla vita divina.
La liberazione dal male era stata prefigurata nell'Antica Alleanza, ma solo Cristo la può pienamente realizzare. Solo Lui, come Figlio, dispone di un potere eterno sulla storia umana: "Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero" (Jn 8,36). La Lettera agli Ebrei sottolinea fortemente questa verità, mostrando come l'unico sacrificio del Figlio ci abbia ottenuto una "redenzione eterna" (He 9,12), superando di gran lunga il valore dei sacrifici dell'Antica Alleanza.
La nuova creazione può essere realizzata soltanto da Colui che è onnipotente, poiché implica la comunicazione della vita divina all'esistenza umana.
5. La prospettiva dell'origine eterna del Verbo, particolarmente sottolineata dal Vangelo di Giovanni, ci stimola a penetrare nella profondità del mistero di Cristo.
Andiamo, dunque, verso il Giubileo professando sempre più fortemente la nostra fede in Cristo, "Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero". Queste espressioni del Credo ci aprono la via al mistero, sono un invito ad accostarlo. Gesù continua a testimoniare alla nostra generazione, come duemila anni fa ai suoi discepoli ed ascoltatori, la consapevolezza della sua identità divina: il mistero dell'Io Sono.
Per questo mistero la storia umana non è più abbandonata alla caducità, ma ha un senso ed una direzione: è stata come fecondata dall'eternità. Per tutti risuona consolante la promessa che Cristo ha fatto ai suoi discepoli: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).
Traduzione italiana del saluto in lingua ceca
Un cordiale saluto ai pellegrini di Blatná.
Domenica scorsa abbiamo celebrato la solennità di Cristo Re. Dal Padre, Egli è costituito Signore e Giudice dell'universo.
Cari fratelli e sorelle, viviamo in modo da adempiere in noi le parole del Vangelo: "Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo . . .(Mt 25,34).
La Benedizione di Dio vi accompagni!
Sia lodato Gesù Cristo!
Traduzione italiana del saluto in lingua slovacca
Un cordiale saluto ai pellegrini slovacchi venuti da Vel'ký ur.
Cari fratelli e sorelle, l'altra domenica, con la festa di Cristo Re, abbiamo concluso il primo anno di preparazione al Grande Giubileo del Duemila. Che il Cristo Re rimanga per sempre il personaggio centrale della vostra vita. In questo vostro pellegrinaggio a Roma chiedete la forza dello Spirito santo affinchè anche voi, come San Pietro, possiate con fiducia ogni giorno ripetere a Gesù Cristo: "Tu hai parole di vita eterna". Vi sia in ciò di aiuto la Vergine Maria e la mia Benedizione Apostolica.
Sia lodato Gesù Cristo!
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Nel salutare i pellegrini italiani qui presenti, rivolgo un cordiale benvenuto ai delegati del "Sinodo dei giovani" di Catania, accompagnati dal loro Arcivescovo, Mons. Luigi Bommarito. Carissimi, esprimo vivo apprezzamento per la vostra interessante iniziativa pastorale, che vi vede impegnati a ricercare nuove vie di testimonianza a Cristo, Redentore dell'uomo. A sostegno di questo vostro itinerario di fede, ho voluto indirizzarvi uno speciale Messaggio, che consegnerò al vostro Pastore. Con esso, desidero invitarvi a proseguire sempre con coraggio e con gioia sulle vie del Vangelo, perché "camminando insieme con Gesù si cresce come uomini e come cristiani".
Saluto, poi, gli organizzatori ed i partecipanti al secondo Concorso "Il Volontario in erba", promosso dal Centro Studi Meridionali, come pure, il gruppo di pellegrini provenienti dall'Umbria e dalle Marche, recentemente colpiti dalla calamità del terremoto e qui accompagnati dalla Congregazione delle Ancelle dell'Amore Misericordioso. Mentre vi ringrazio per la vostra presenza, auspico che tali iniziative accrescano la reciproca conoscenza, lo spirito di fraternità e di solidarietà.
Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domenica prossima, prima domenica di Avvento, inizia il secondo anno di preparazione al Giubileo del Duemila, dedicato in particolare alla riflessione sullo Spirito Santo. Esorto voi, giovani, a vivere questo "tempo forte" con vigile preghiera e ardente azione apostolica. Incoraggio voi, malati, a sostenere con l'offerta delle vostre sofferenze il cammino di preparazione al nuovo Millennio cristiano. Auguro a voi, sposi novelli, di essere testimoni dello Spirito d'amore che anima e sostiene l'intera Famiglia di Dio.
A tutti la mia Benedizione.
Dicembre 1997 (Is 42,1-4)
1. "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Jn 1,14).
Con questa affermazione forte e concisa l'evangelista Giovanni esprime l'evento dell'Incarnazione. Egli ha parlato del Verbo anche poco prima, contemplandone l'esistenza eterna e descrivendola con le ben note parole: "In principio era il Verbo" (Jn 1,1). In questa prospettiva giovannea, che lega l'eternità al tempo, si iscrive il misterioso cammino compiuto da Cristo anche nella storia che lo ha preceduto.
La sua presenza nel nostro mondo ha cominciato ad annunziarsi molto prima dell'Incarnazione. Il Verbo è stato in qualche modo presente nella storia dell'umanità fin dall'inizio. Per mezzo dello Spirito, Egli ha preparato la sua venuta di Salvatore, orientando segretamente i cuori a coltivare l'attesa nella speranza. Tracce di una speranza di liberazione si incontrano nelle diverse culture e tradizioni religiose.
2. Ma Cristo è presente in modo particolare nella storia del popolo d'Israele, il popolo dell'Alleanza. Questa storia è specificamente caratterizzata dall'attesa di un Messia, un re ideale, consacrato da Dio, che avrebbe realizzato pienamente le promesse del Signore. A mano a mano che questo orientamento si veniva delineando, Cristo rivelava progressivamente il proprio volto di Messia promesso ed atteso, lasciandone intravedere anche tratti di acuta sofferenza sullo sfondo di una morte violenta (cfr Is 53,8). Di fatto, l'avveramento storico delle profezie con lo scandalo della croce mise radicalmente in crisi una certa immagine messianica, consolidata in una parte del popolo ebraico, che aspettava un liberatore piuttosto politico, apportatore di autonomia nazionale e di benessere materiale.
3. Nella sua vita terrena Gesù manifesta chiaramente la coscienza di essere punto di riferimento per la storia del suo popolo. A chi gli rimproverava di sentirsi più grande di Abramo per aver promesso il superamento della morte a quanti osservano la sua parola (cfr Jn 8,51), Egli risponde: "Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò" (Jn 8,56). Abramo era dunque orientato verso la venuta di Cristo. Secondo il disegno divino, la gioia di Abramo per la nascita di Isacco e per la sua rinascita dopo il sacrificio era una gioia messianica: annunciava e prefigurava la gioia definitiva che sarebbe stata offerta dal Salvatore.
4. Altre figure eminenti del popolo ebraico risplendono alla luce di Cristo nel loro pieno valore. E' il caso di Giacobbe, quale emerge dal racconto evangelico dell'incontro di Gesù con la Samaritana.
Il pozzo che l'antico patriarca aveva lasciato ai suoi figli diventa, nelle parole di Cristo, prefigurazione dell'acqua che Egli avrebbe dato, l'acqua dello Spirito Santo, acqua che zampilla per la vita eterna (cfr Jn 4,14).
Anche Mosè annuncia alcuni tratti fondamentali della missione di Cristo. Come liberatore del popolo dalla schiavitù dell'Egitto, egli anticipa nel segno il vero esodo della Nuova Alleanza, costituito dal mistero pasquale. Come legislatore dell'Antica Alleanza, egli prefigura Gesù che promulga le beatitudini evangeliche e guida i credenti con la legge interiore dello Spirito. La stessa manna che Mosè dà al popolo affamato è una prima figura del definitivo dono di Dio: "In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero: il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo" (Jn 6,32-33). L'Eucaristia realizza il significato nascosto nel dono della manna. Cristo si presenta così come il vero e perfetto compimento di quanto era stato preannunciato in figura nell'Antica Alleanza.
Un altro gesto di Mosè include un valore profetico: per estinguere la sete del popolo nel deserto, egli fa scaturire l'acqua dalla roccia. Nella "festa dei tabernacoli" Gesù promette di estinguere la sete spirituale dell'umanità: "Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno" (Jn 7,37-38). L'abbondante effusione dello Spirito Santo, annunciata da Gesù con l'immagine dei fiumi di acqua viva, è prefigurata nell'acqua data da Mosè. Anche san Paolo riferendosi a questo evento messianico, ne sottolinea il misterioso riferimento a Cristo: "Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo" (1Co 10,4).
Accanto ad Abramo, a Giacobbe, a Mosè, anche Davide rimanda a Cristo. Egli è consapevole che il Messia sarà un suo discendente e ne descrive la figura ideale. Cristo realizza a un livello trascendente questa figura, affermando che lo stesso Davide misteriosamente allude alla sua autorità, quando nel Salmo 110 chiama il Messia "suo Signore" (cfr Mt 22,45).
Dalla storia dell'Antico Testamento emergono alcuni tratti caratteristici del volto di Cristo, un volto in qualche modo "abbozzato" nei lineamenti di personaggi che lo prefigurano.
5. Oltre che nelle prefigurazioni, Cristo è presente nei testi profetici dell'Antico Testamento che descrivono la sua venuta e la sua opera di salvezza.
In modo particolare è annunciato nella figura del misterioso "discendente", di cui parla la Genesi nel racconto del peccato originale, sottolineandone la vittoria nella lotta contro il nemico dell'umanità. All'uomo trascinato sulla via del male l'oracolo divino promette la venuta di un altro uomo, discendente dalla donna, il quale schiaccerà la testa del serpente (Gn 3,15).
I poemi profetici del servo del Signore (Is 42,1-4 Is 49,1-6 Is 50,4-9 Is 52,13-53,12) pongono sotto i nostri occhi un liberatore che comincia a rivelare, nella sua perfezione morale, il volto di Cristo. E' il volto di un uomo che manifesta la dignità messianica nell'umile condizione di servo. Egli offre se stesso in sacrificio per liberare l'umanità dall'oppressione del peccato. Si comporta in modo esemplare nelle sofferenze fisiche e soprattutto morali, sopportando generosamente le ingiustizie. Come frutto del suo sacrificio, riceve una nuova vita ed ottiene la salvezza universale.
La sua sublime condotta si ritroverà in Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, la cui umiltà raggiunge nel mistero della Croce un vertice insuperabile.
***
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare al gruppo della Società ADEMCO, alla delegazione NASA, unitamente agli astronauti della recente missione spaziale con i loro congiunti, invitati in Italia da alcune personalità aretine e dall'Istituto "Margaritone" di Arezzo e qui accompagnati dal Vescovo diocesano, Monsignor Flavio Roberto Carraro.
Saluto la delegazione di Ferrara e di Modena, accompagnata dagli Arcivescovi delle rispettive diocesi, venuta per presentare la riproduzione della famosa Bibbia di Borso d'Este, prodotta a Ferrara e custodita presso la Biblioteca Estense di Modena. Auspico di cuore che tale importante iniziativa contribuisca ad accrescere la conoscenza del Testo Sacro.
Saluto anche il gruppo di dirigenti nazionali, regionali e provinciali della Confederazione Italiana Agricoltori, come pure i membri dell'Associazione "Cantare Suonando" di Trento, i ragazzi ed i genitori del Centro di Formazione Culturale e Sportiva Calasanzio dei Padri Scolopi di Monteboro-Empoli.
Carissimi, ringrazio tutti per la vostra presenza e formulo voti perché il Signore, in questo tempo di Avvento, vivifichi con la sua grazia le aspirazioni e i propositi di ciascuno.
Mi è gradito, poi, rivolgere un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.
Cari giovani, vi invito a riscoprire, nel clima spirituale dell'Avvento, l'intimità con Cristo alla scuola della Vergine Maria. Raccomando a voi, cari ammalati, di trascorrere questo periodo di attesa e di preghiera incessante, offrendo al Signore che viene le vostre prove quotidiane per la salvezza del mondo.
Esorto, infine, voi, cari sposi novelli, ad essere costruttori di autentiche famiglie cristiane, ispirandovi al modello della Santa Famiglia di Nazaret, che contempliamo particolarmente in questo tempo di preparazione al Natale.
A tutti una speciale Benedizione.
(Jn 1,14-17)
1. Invitandoci a commemorare i duemila anni del cristianesimo, il Giubileo ci fa risalire all'evento che apre l'era cristiana: la nascita di Gesù. Di questo evento singolare il Vangelo di Luca ci dà notizia con parole semplici e commoventi: Maria "diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo" (Lc 2,7).
La nascita di Gesù rende visibile il mistero dell'Incarnazione, realizzatosi già nel grembo della Vergine al momento dell'Annunciazione. Viene infatti alla luce il bimbo che ella, strumento docile e responsabile del disegno divino, ha concepito per opera dello Spirito Santo. Attraverso l'umanità assunta nel grembo di Maria, il Figlio eterno di Dio comincia a vivere da bambino e cresce "in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Lc 2,52). Egli si manifesta così come vero uomo.
2. Questa verità viene sottolineata da Giovanni nel prologo del suo Vangelo, quando dice: "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Jn 1,14). Dicendo "si fece carne", l'evangelista intende alludere alla natura umana non solo nella sua condizione mortale, ma anche nella sua interezza. Tutto ciò che è umano, eccetto il peccato, è stato assunto dal Figlio di Dio. L'Incarnazione è frutto di un amore immenso, che ha spinto Dio a voler condividere pienamente la nostra condizione umana.
Il farsi uomo del Verbo di Dio ha prodotto un cambiamento fondamentale nella condizione stessa del tempo. Possiamo dire che, in Cristo, il tempo umano si è riempito d'eternità.
E' una trasformazione che tocca il destino di tutta l'umanità, giacché "con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo" (Gaudium et spes GS 22). Egli è venuto per offrire a tutti la partecipazione alla sua vita divina. Il dono di questa vita comporta una condivisione della sua eternità. Gesù l'ha affermato specialmente a proposito dell'Eucaristia: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" (Jn 6,54). L'effetto del banchetto eucaristico è il possesso già fin d'ora di tale vita. Altrove Gesù ha additato la stessa prospettiva attraverso il simbolo di un'acqua viva capace di estinguere la sete, l'acqua viva del suo Spirito donata in vista della vita eterna (cfr Jn 4,14). La vita della grazia rivela così una dimensione di eternità che eleva l'esistenza terrena e la orienta, in una linea di vera continuità, all'ingresso nella vita celeste.
3. La comunicazione della vita eterna di Cristo significa anche una partecipazione al suo atteggiamento di amore filiale verso il Padre.
Nell'eternità "il Verbo era presso Dio" (Jn 1,1), cioè in perfetto vincolo di comunione col Padre. Quando si fece carne, questo vincolo cominciò ad esprimersi in tutto il comportamento umano di Gesù. Sulla terra il Figlio viveva in costante comunione col Padre, in un atteggiamento di perfetta obbedienza d'amore.
L'entrata dell'eternità nel tempo è l'ingresso, nella vita terrena di Gesù, dell'amore eterno che unisce il Figlio al Padre. A questo allude la Lettera agli Ebrei quando parla delle disposizioni intime di Cristo, nel momento stesso della sua entrata nel mondo: "Ecco io vengo . . . per fare, o Dio, la tua volontà" (He 10,7). L'immenso "salto" dalla vita celeste del Figlio di Dio all'abisso dell'esistenza umana è animato dalla volontà di compiere il disegno del Padre, in una dedizione totale.
Noi siamo chiamati ad assumere lo stesso atteggiamento, camminando sulla via aperta dal Figlio di Dio fatto uomo, per condividere così il suo cammino verso il Padre. L'eternità che entra in noi è un sovrano potere d'amore che vuole guidare tutta la nostra vita fino al suo ultimo scopo, nascosto nel mistero del Padre. Gesù stesso ha legato in modo indissolubile i due movimenti, discendente ed ascendente, che definiscono l'Incarnazione: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre" (Jn 16,28).
L'eternità è entrata nella vita umana. Ora la vita umana è chiamata a fare con Cristo il viaggio dal tempo all'eternità.
4. Se in Cristo il tempo viene elevato a un livello superiore, ricevendo accesso all'eternità, ciò implica che anche il millennio che si avvicina non deve essere considerato semplicemente come un passo successivo nel corso del tempo, ma come una tappa del cammino dell'umanità verso il suo destino definitivo.
L'anno 2000 non è soltanto la porta di un altro millennio; esso è la porta dell'eternità che, in Cristo, continua ad aprirsi sul tempo per conferirgli la sua vera direzione e il suo autentico significato.
Ciò dischiude al nostro spirito e al nostro cuore una prospettiva molto più ampia per la considerazione del futuro. Spesso il tempo è poco stimato. Esso sembra deludere l'uomo con la sua precarietà, con il suo rapido fluire, che rende vane tutte le cose. Ma se l'eternità è entrata nel tempo, allora il tempo stesso deve essere riconosciuto come ricco di valore. Il suo inarrestabile flusso non è un viaggio verso il nulla, ma un cammino verso l'eternità.
Il vero pericolo non è il passare del tempo, ma lo spenderlo male, rifiutando la vita eterna offerta da Cristo. Il desiderio della vita e della felicità eterna deve essere incessantemente risvegliato nel cuore umano. La celebrazione del Giubileo vuole appunto far crescere questo desiderio, aiutando i credenti e gli uomini del nostro tempo a dilatare il cuore ad una vita senza confini.
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Traduzione italiana del saluto in lingua lituana
Saluto cordialmente il gruppo giunto dalla Lituania: le allieve della scuola di balletto dell'Opera nazionale di Vilnius e i loro accompagnatori.
Carissimi, siamo entrati nell'Avvento, tempo di attesa e di gioia che c'invita a rivolgere il nostro sguardo verso il Cristo che viene rinnovando e rafforzando la nostra speranza. Accoglietelo con il vivo desiderio di crescere "in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Cfr Lc 2,52).
Con questo augurio benedico voi, i vostri cari e tutti gli abitanti della Lituania, soprattutto i bambini, gli ammalati e coloro che soffrono. Sia lodato Gesù Cristo!
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Rivolgendosi ai fedeli di lingua italiana, il Papa ha detto:
Si celebra quest'oggi la Giornata Internazionale a ricordo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Prende il via, inoltre, oggi la Campagna 1998 per commemorare i cinquant'anni di questo storico evento. In tale contesto, ha luogo un'imponente manifestazione nazionale con l'adesione e la partecipazione di istituzioni pubbliche ed organizzazioni private.
Mentre mi unisco a queste iniziative, auspico di cuore che siano sempre più rispettati e promossi, da parte di tutti, i diritti di ogni uomo a salvaguardia dell'umana dignità e per favorire lo sviluppo autentico dell'intera umanità.
* * *
Rivolgo ora un saluto affettuoso a tutti i pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei che, in occasione del centenario di fondazione dell'Istituto, hanno voluto, con questa loro visita, rinnovare al Successore di Pietro i loro sentimenti di affetto e di profonda comunione.
Sono lieto, poi, di accogliere il gruppo del SERMIG-Fraternità della Speranza, guidato dal fondatore, il Signor Ernesto Olivero. Mentre benedico le loro molteplici iniziative in favore della solidarietà e della pace, auguro di cuore che la loro opera costituisca per molti un segno del Regno che è già in mezzo a noi, e di cui siamo chiamati ad affrettare la piena attuazione.
Un cordiale saluto ai dirigenti, ai medici, ai docenti, agli alunni della Scuola infermieri professionali ed ai malati dell'Ospedale Civile di Barletta, venuti per far benedire la prima pietra della nuova sede ospedaliera dedicata al Servo di Dio Monsignor Raffaele Dimiccoli, esprimendo vivo compiacimento per l'iniziativa, insieme con l'augurio che la nuova struttura sanitaria possa essere all'avanguardia per l'efficienza e per l'afflato umano e cristiano.
Ringrazio, altresì, gli Ufficiali ed i Sottufficiali, con le rispettive famiglie, del Corpo d'Amministrazione dell'Esercito per la loro presenza ed auguro a ciascuno ogni bene nel Signore. Desidero, infine, indirizzare il mio pensiero ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli.
In questo tempo d'Avvento Maria, che ci accompagna nel nostro itinerario verso il santo Natale, sia di modello per voi, cari giovani, nella crescita della fede; sia per voi, cari ammalati, segno di certa speranza e di consolazione nella prova della sofferenza, e per voi, cari sposi novelli, sia tenera Madre presso la quale potete trovare sempre consiglio e soccorso.
(Jn 14,8-11)
1. L'ingresso dell'eternità nel tempo attraverso il mistero dell'Incarnazione rende l'intera vita di Cristo sulla terra un periodo eccezionale. L'arco di questa vita costituisce un tempo unico, tempo della pienezza della Rivelazione, in cui il Dio eterno ci parla nel suo Verbo incarnato attraverso il velo della sua esistenza umana.
E' il tempo che rimarrà per sempre come punto di riferimento normativo: il tempo del Vangelo. Tutti i cristiani lo riconoscono come il tempo dal quale prende avvio la loro fede.
E' il tempo di una vita umana che ha cambiato tutte le vite umane. Una vita, quella di Cristo, piuttosto breve; ma l'intensità e il valore di questa vita sono incomparabili. Siamo di fronte alla più grande ricchezza per la storia dell'umanità.
Ricchezza inesauribile, perché è la ricchezza dell'eternità e della divinità.
2. Particolarmente fortunati furono quanti, vivendo al tempo di Gesù, ebbero la gioia di stargli accanto, di vederlo, di ascoltarlo. Gesù stesso li chiama beati: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono" (Lc 10,23-24).
La formula "vi dico" fa capire che l'affermazione va al di là d'una semplice constatazione del fatto storico. Quella che Gesù pronuncia è una parola di rivelazione, che illumina il senso profondo della storia. Nel passato che lo precede Gesù non vede soltanto gli avvenimenti esterni che preparano la sua venuta; Egli guarda alle aspirazioni profonde dei cuori, che sottostanno a quegli avvenimenti e ne precorrono l'esito finale.
I contemporanei di Gesù, in gran parte, non si rendono conto del loro privilegio. Vedono e sentono il Messia senza riconoscerlo come il Salvatore sperato. Si rivolgono a lui senza sapere di parlare con l'Unto di Dio annunciato dai profeti.
Dicendo: "ciò che voi vedete", "ciò che voi udite", Gesù li invita a cogliere il mistero, andando oltre il velo dei sensi. In questa penetrazione Egli aiuta soprattutto i suoi discepoli: "A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio" (Mc 4,11).
In questo cammino dei discepoli alla scoperta del mistero si radica la nostra fede, fondata appunto sulla loro testimonianza. Noi non abbiamo il privilegio di vedere e di sentire Gesù come era possibile nei giorni della sua vita terrena, ma con la fede riceviamo la grazia incommensurabile di entrare nel mistero di Cristo e del suo Regno.
3. Il tempo del Vangelo apre la porta ad una profonda conoscenza della persona di Cristo. Possiamo a tal proposito ricordare le parole di accorato rimprovero rivolte da Gesù a Filippo: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?" (Jn 14,9). Gesù si aspettava una conoscenza penetrante e piena di amore da colui che, essendo apostolo, viveva in un rapporto molto stretto con il Maestro e, proprio in forza di questa intimità, avrebbe dovuto capire che in lui si manifestava il volto del Padre. "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Ibid.). Con lo sguardo di fede, il discepolo è chiamato a scoprire nel volto di Cristo quello invisibile del Padre.
4. L'arco della vita terrena di Cristo è presentato nel Vangelo come tempo di nozze. E' un tempo fatto per diffondere la gioia. "Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare" (Mc 2,19). Gesù adopera qui un'immagine semplice e suggestiva. E' lui lo sposo che indice la festa delle sue nozze, nozze dell'amore fra Dio e l'umanità. E' Lui lo sposo che vuole comunicare la sua gioia. Gli amici dello sposo sono invitati a condividerla partecipando al banchetto.
Tuttavia, proprio nel medesimo contesto nuziale, Gesù annuncia il momento in cui la sua presenza verrà meno: "Verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno" (Mc 2,20): è la chiara allusione al suo sacrificio. Gesù sa che alla gioia succederà la tristezza. I discepoli allora "digiuneranno", ossia soffriranno partecipando alla sua passione.
La venuta di Cristo sulla terra, con tutta la gioia che comporta per l'umanità, è indissolubilmente legata alla sofferenza. La festa nuziale è segnata dal dramma della Croce, ma culminerà nella letizia pasquale.
5. Questo dramma è il frutto dell'inevitabile scontro di Cristo con la potenza del male: "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" (Jn 1,5). I peccati di tutti gli uomini svolgono una parte essenziale in questo dramma. Ma particolarmente doloroso fu per Cristo il mancato riconoscimento da parte di una certa fascia del suo popolo. Rivolgendosi alla città di Gerusalemme, la rimprovera: "Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata" (Lc 19,44).
Il tempo della presenza terrena di Cristo era il tempo della visita di Dio. Certo, non mancarono coloro che diedero una risposta positiva, la risposta della fede. Prima di riportare il pianto di Gesù sulla città ribelle (cfr Lc 19,41-44), Luca ci descrive il suo ingresso "regale", "messianico" a Gerusalemme, quando "tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli" (Lc 19,37-38). Ma questo entusiasmo non poteva nascondere, agli occhi di Gesù, l'amara evidenza di essere respinto dai capi del proprio popolo e dalla folla da essi sobillata.
Del resto, prima dell'entrata trionfale a Gerusalemme, Gesù aveva annunciato il suo sacrificio: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45 Mt 20,28).
Il tempo della vita terrena di Cristo si qualifica così per la sua offerta redentrice. E' il tempo del mistero pasquale di morte e risurrezione, da cui scaturisce la salvezza degli uomini.
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Traduzione italiana del saluto in lingua bulgara
Rivolgo un cordiale benvenuto al gruppo di pellegrini provenienti dalla diocesi di Plovdiv in Bulgaria.
Carissimi, il pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo e dei Martiri romani vi sia di stimolo per un sempre più generoso impegno di testimonianza cristiana nella vostra Patria.
Mentre invoco su di voi la materna intercessione della Madre di Dio, di cuore vi benedico.
Traduzione italiana del saluto in lingua slovacca
Saluto con affetto i rappresentanti del Slovenský orol e il coro Melódia da Bratislava. Che il vostro canto sia l'espressione della vostra gioia del fatto che il Signore Gesù è il nostro Redentore.
Un particolare benvenuto al gruppo dei "Messaggeri della luce di Betlemme". Annunziate dappertutto che la luce di Betlemme è la luce della speranza. Perché la venuta di Cristo nel mondo significhi una nuova e decisiva tappa nella storia dell'umanità, l'inizio della sua spirituale rinascita. Cari fratelli e sorelle, il sincero ritorno a Cristo e al suo Vangelo può portare il sospirato rinnovamento anche della vostra comunità nazionale. Cristo viene e vuole rimanere con voi. ApriteGli i vostri cuori.
Questo è il mio augurio natalizio a Voi e a tutti gli Slovacchi. Con questi pensieri di cuore vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo.
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Udienze generali 1997 - Introduzione al Giubileo