Udienze generali 1999 - Mercoledì, 17 febbraio 1999

Mercoledì, 3 marzo 1999

L'esperienza del Padre in Gesù di Nazaret


1. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Ep 1,3). Queste parole di Paolo ben ci introducono nella grande novità della conoscenza del Padre quale emerge dal Nuovo Testamento. Qui Dio appare nel suo volto trinitario. La sua paternità non si limita più ad indicare il rapporto con le creature, ma esprime la relazione fondamentale che caratterizza la sua vita intima; non è più un tratto generico di Dio, ma proprietà della prima Persona in Dio. Nel suo mistero trinitario, infatti, Dio è padre per essenza, padre da sempre, in quanto dall’eterno genera il Verbo a lui consustanziale e a lui unito nello Spirito Santo “che procede dal Padre e dal Figlio”. Con la sua incarnazione redentrice, il Verbo si fa solidale con noi proprio per introdurci a questa vita filiale che egli possiede dall’eternità. “A quanti l’hanno accolto - dice l’evangelista Giovanni - ha dato potere di diventare figli di Dio” (Jn 1,12).

2. Alla base di questa specifica rivelazione del Padre c’è l’esperienza di Gesù. Dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti traspare che Egli sperimenta il rapporto col Padre in una maniera del tutto singolare. Nei Vangeli possiamo constatare come Gesù abbia differenziato “la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai ‘Padre nostro’ tranne che per comandar loro: ‘Voi dunque pregate così: Padre nostro’ (Mt 6,9); e ha sottolineato tale distinzione: ‘Padre mio e Padre vostro’ (Jn 20,17)” (CEC 443).

Fin da piccolo, a Maria e a Giuseppe che lo stavano cercando con angoscia, risponde: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,48). Ai Giudei che continuavano a perseguitarlo perché aveva operato di sabato una guarigione miracolosa, egli risponde: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Jn 5,17). Sulla croce invoca il Padre perché perdoni i suoi carnefici e accolga il suo spirito (Jn 23,34 Jn 23,46). La distinzione tra il modo con cui Gesù percepisce la paternità di Dio nei suoi confronti e quella che riguarda tutti gli altri esseri umani, è radicata nella sua coscienza e viene da lui ribadita con le parole che rivolge a Maria di Magdala dopo la risurrezione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Jn 20,17).

3. Il rapporto di Gesù con il Padre è unico. Egli sa di essere esaudito sempre, sa che il Padre manifesta attraverso di Lui la sua gloria, anche quando gli uomini possono dubitarne ed hanno bisogno di esserne da Lui stesso convinti. Constatiamo tutto questo nell'episodio della risurrezione di Lazzaro: “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato'” (Jn 11,41). In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità, com'egli sottolinea nell'inno di giubilo: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27) (cfr CEC 240). Da parte sua, il Padre manifesta questo rapporto singolare che il Figlio intrattiene con Lui chiamandolo il suo “prediletto”: così al battesimo nel Giordano (cfr Mc 1,11) e nella Trasfigurazione (cfr Mc 9,7). Gesù è anche adombrato come figlio in senso speciale nella parabola dei cattivi vignaioli che maltrattano prima i due servi e poi il “figlio prediletto” del padrone, inviati a riscuotere i frutti della vigna (cfr Mc 12, 1-11, spec. v. 6).

4. Il Vangelo di Marco ci ha conservato il termine aramaico “Abbà” (cfr Mc 14,36), con cui Gesù, nell’ora dolorosa del Getsemani, ha invocato il Padre, pregandolo di allontanare da lui il calice della passione. Il Vangelo di Matteo ce ne ha riportato nello stesso episodio la traduzione “Padre mio” (cfr Mt 26,39 cfr Mt 26,42) mentre Luca ha semplicemente “Padre” (cfr Lc 22,42). Il termine aramaico, che potremmo tradurre nelle lingue moderne con “papà”, “babbo caro”, esprime la tenerezza affettuosa di un figlio. Gesù lo usa in maniera originale per rivolgersi a Dio e per indicare, nella piena maturità della sua vita che sta per concludersi sulla croce, lo stretto rapporto che anche in quell’ora drammatica lo lega al Padre suo. “Abbà” indica la straordinaria vicinanza tra Gesù e Dio Padre, un’intimità senza precedenti nel contesto religioso biblico o extra-biblico. In forza della morte e risurrezione di Gesù, Figlio unico di questo Padre, anche noi, al dire di san Paolo, siamo elevati alla dignità di figli e possediamo lo Spirito Santo che ci spinge a gridare “Abbà, Padre!” (cfr Rm 8,15 Ga 4,6). Questa semplice espressione del linguaggio infantile, in uso quotidiano nell'ambiente di Gesù e presso tutti i popoli, ha assunto così un significato dottrinale di profonda rilevanza, per esprimere la singolare paternità divina nei riguardi di Gesù e dei suoi discepoli.

5. Nonostante si sentisse unito al Padre in modo così intimo, Gesù ha dichiarato di ignorare l'ora dell'avvento finale e decisivo del Regno: “Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24,36). Questo aspetto ci mostra Gesù nella condizione di abbassamento propria dell'Incarnazione, che nasconde alla sua umanità il termine escatologico del mondo. In tal modo Gesù disillude i calcoli umani per invitarci alla vigilanza e alla fiducia nel provvido intervento del Padre. D’altra parte, nella prospettiva dei vangeli, l'intimità e l’assolutezza del suo essere “figlio” non vengono minimamente pregiudicate da questa non conoscenza. Al contrario, proprio l'essersi fatto tanto solidale con noi, lo rende decisivo per noi davanti al Padre: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,32).

Riconoscere Gesù davanti agli uomini è indispensabile per poter essere riconosciuti da lui davanti al Padre. In altri termini, la nostra relazione filiale con il Padre celeste dipende dalla nostra coraggiosa fedeltà verso Gesù, Figlio prediletto.

Je salue cordialement les pèlerins francophones présents ce matin, particulièrement les Petites Soeurs de Jésus du Père de Foucauld en année de renouveau, ainsi que les séminaristes du Puy. Je leur souhaite de se préparer avec une ardeur renouvelée aux célébrations des fêtes pascales. À tous, je donne de grand coeur la Bénédiction apostolique.


Traduzione italiana del saluto in lingua croata

Saluto cordialmente i fedeli della Parrocchia della Santissima Trinità in Precko a Zagreb. Benvenuti!

Carissimi, con l’auspicio che la fede, che vi ha portati qui, cresca e porti abbondanti frutti, imparto la Benedizione Apostolica a ciascuno di voi, alle vostre famiglie e all’intera Comunità parrocchiale.

Siano lodati Gesù e Maria!

Traduzione italiana del saluto in lingua ceca

Un cordiale benvenuto ai ragazzi del Coro della Parrocchia di Zidlochovice.

Domenica scorsa ci sono state proposte le parole del Vangelo di Matteo: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!” (Mt 17,1-9). Obbedendo a Gesù diveniamo partecipi della vera Trasfigurazione, quella eterna.

Vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Sia lodato Gesù Cristo!
* * *


Rivolgo ora un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, ai fedeli dell'Arcidiocesi di Bari-Bitonto, guidati dall'Arcivescovo Monsignor Andrea Mariano Magrassi, qui convenuti per ricordare il quindicesimo anniversario della mia visita alla loro Comunità diocesana. Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza così numerosa e vi assicuro la mia preghiera perché si rafforzi in voi il fermo desiderio di annunciare a tutti Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo.

Saluto, inoltre, il pellegrinaggio dell'Azione Cattolica della Diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, con il Vescovo Monsignor Luca Brandolini. Cari fratelli e sorelle, mentre vi esprimo apprezzamento per questa iniziativa in preparazione al Grande Giubileo dell'Anno Duemila, auspico di cuore che essa valga a rafforzare il vostro impegno di testimonianza cristiana nella società.

Saluto, poi, il personale del Centro Alti Studi della Difesa, gli ingegneri e gli architetti dei Vigili del fuoco, i membri dell'Associazione Cuochi Baresi e quelli dell'Associazione Memoria, come pure il Consiglio Nazionale della Federazione Maestri del Lavoro d'Italia.

Rivolgo, altresì, un affettuoso pensiero ai bambini della Regione di Chernobyl, ospiti a Forlimpopoli, e domando al Signore di proteggere voi, cari ragazzi, e quanti generosamente vi ospitano.

Cordiale come sempre, infine, è il mio saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. In particolare, ai numerosi gruppi di studenti e di ragazzi, molti fra i quali sono venuti a Roma per fare la loro professione di fede in Cristo, in occasione della prima comunione o della cresima.

Cari ragazzi e ragazze, preparatevi ad affrontare le importanti tappe della vita con impegno spirituale, edificando ogni vostro progetto sulle solide basi della fedeltà a Dio in tutte le circostanze.

Cari malati, siate sempre consapevoli che contribuite in modo misterioso alla costruzione del Regno di Dio, offrendo generosamente le vostre sofferenze al Padre celeste in unione a quelle di Cristo.

E voi, cari sposi novelli, sappiate quotidianamente edificare la vostra famiglia nell'ascolto di Dio, nel fedele reciproco amore e nell'accoglienza dei più bisognosi, seguendo l'esempio della Santa Famiglia di Nazaret.

A tutti la mia affettuosa benedizione.




Mercoledì, 10 marzo 1999

Il rapporto di Gesù col Padre, rivelazione del mistero trinitario


1. Come abbiamo visto nella precedente catechesi, con le sue parole e le sue opere Gesù intrattiene con “suo” Padre un rapporto del tutto speciale. Il vangelo di Giovanni sottolinea che quanto egli comunica agli uomini è frutto di questa unione intima e singolare: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Jn 10,30). E ancora: “Tutto quello che il Padre possiede è mio” (Jn 16,15). Esiste una reciprocità tra il Padre e il Figlio, in quello che conoscono di se stessi (cfr Jn 10,15), in quello che sono (cfr Jn 14,10), in quello che fanno (cfr Jn 5,19 Jn 10,38) e in quello che possiedono: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Jn 17,10). È uno scambio reciproco che trova la sua espressione piena nella gloria che Gesù consegue dal Padre nel mistero supremo della morte e della risurrezione, dopo averla egli stesso procurata al Padre durante la vita terrena: “Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te . . . Io ti ho glorificato sopra la terra . . . E ora, Padre, glorificami davanti a te” (Jn 17,1 Jn 17, ).

Questa unione essenziale con il Padre non solo accompagna l’attività di Gesù, ma qualifica tutto il suo essere. “L’Incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consustanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio” (CEC 262). L'evangelista Giovanni mette in evidenza che proprio a questa pretesa divina reagiscono i capi religiosi del popolo, non tollerando che egli chiami Dio suo Padre e si faccia quindi uguale a Dio (Jn 5,18 cfr Jn 10,33 Jn 19,7).

2. In forza di questa consonanza nell’essere e nell’agire, sia con le parole che con le opere Gesù rivela il Padre: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Jn 1,18). La “predilezione” di cui Cristo gode è proclamata nel suo battesimo secondo la narrazione dei Vangeli sinottici (cfr Mc 1,11 Mt 3,17 Lc 3,22). Essa è ricondotta dall’evangelista Giovanni alla sua radice trinitaria, ossia alla misteriosa esistenza del Verbo “presso” il Padre (Jn 1,1), che nell’eternità lo ha generato.

Partendo dal Figlio, la riflessione del Nuovo Testamento, e poi la teologia in essa radicata, hanno approfondito il mistero della “paternità” di Dio. Il Padre è colui che nella vita trinitaria costituisce il principio assoluto, colui che non ha origine e dal quale scaturisce la vita divina. L’unità delle tre persone è condivisione dell’unica essenza divina, ma nel dinamismo di reciproche relazioni che hanno nel Padre la sorgente e il fondamento. “È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede” (Concilio Lateranense IV: DS 804).

3. Di questo mistero che sorpassa infinitamente la nostra intelligenza, l’apostolo Giovanni ci offre una chiave, quando nella prima lettera proclama: “Dio è amore” (1Jn 4,8). Questo vertice della rivelazione indica che Dio è agape, ossia dono gratuito e totale di sé, di cui Cristo ci ha dato testimonianza specialmente con la sua morte in croce. Nel sacrificio di Cristo, si rivela l’infinito amore del Padre per il mondo (cfr Jn 3,16 Rm 5,8). La capacità di amare infinitamente, donandosi senza riserve e senza misura, è propria di Dio. In forza di questo suo essere Amore, Egli, prima ancora della libera creazione del mondo, è Padre nella stessa vita divina: Padre amante che genera il Figlio amato e dà origine con lui allo Spirito Santo, la Persona-Amore, reciproco vincolo di comunione.

Su questa base la fede cristiana comprende l'uguaglianza delle tre persone divine: il Figlio e lo Spirito sono uguali al Padre non come principi autonomi, quasi fossero tre dèi, ma in quanto ricevono dal Padre tutta la vita divina, distinguendosi da lui e reciprocamente solo nella diversità delle relazioni (cfr CEC 254).

Mistero grande, mistero di amore, mistero ineffabile, di fronte al quale la parola deve lasciare il posto al silenzio dello stupore e dell’adorazione. Mistero divino che ci interpella e ci coinvolge, perché la partecipazione alla vita trinitaria ci è stata offerta per grazia, attraverso l’incarnazione redentrice del Verbo e il dono dello Spirito Santo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Jn 14,23).

4. La reciprocità tra il Padre e il Figlio, diventa così per noi credenti principio di vita nuova, che ci consente di partecipare alla stessa pienezza della vita divina: “Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio” (1Jn 4,15). Il dinamismo della vita trinitaria viene vissuto dalle creature, in modo tale che tutto converge verso il Padre, mediante Gesù Cristo, nello Spirito Santo. È quanto sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Tutta la vita cristiana è comunione con ognuna delle Persone divine, senza in alcun modo separarle. Chi rende gloria al Padre lo fa per il Figlio nello Spirito Santo” (n. 259).

Il Figlio è divenuto “primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29); attraverso la sua morte il Padre ci ha rigenerati (1P 1,3 cfr Rm 8,32 Ep 1,3), sicché nello Spirito Santo possiamo invocarlo con lo stesso termine usato da Gesù: Abbà (Rm 8,15 Ga 4,6). San Paolo illustra ulteriormente questo mistero, dicendo che “il Padre ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto” (Col 1,12-13). E l’Apocalisse così descrive la sorte escatologica di colui che lotta e vince con Cristo la potenza del male: “Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono” (Ap 3,21). Questa promessa di Cristo ci apre una prospettiva meravigliosa di partecipazione alla sua intimità celeste con il Padre.


Traduzione italiana del saluto in lingua croata

Saluto di cuore i vari gruppi di pellegrini croati provenienti da Zagabria e da altre località.

Carissimi, il vostro pellegrinaggio a Roma nel contesto di questo tempo di Quaresima vi aiuti a riscoprire quell’ “intimo e vitale legame dell’uomo con Dio” (Gaudium et spes GS 19), che ci ha creati e ci ha redenti in Cristo per amore.

Imparto volentieri la Benedizione Apostolica a voi ed ai vostri familiari.

Siano lodati Gesù e Maria!
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Nel rivolgere ora un saluto ai pellegrini di lingua italiana, desidero anzitutto ricordare i bambini rumeni ospiti dell'"Associazione con i Fatebenefratelli per i malati lontani" e la delegazione del Comitato promotore della Seconda Giornata Nazionale della donazione e del trapianto di organi.

Saluto anche i pellegrini del Collegio Rotondi di Gorla Minore, venuti per ricordare il loro quarto centenario di fondazione; gli allievi della Scuola delle Trasmissioni e del Quarantaquattresimo Reggimento di Sostegno Telecomunicazioni dell'Esercito Italiano, come pure quelli della Scuola di Sanità e Veterinaria Militare di Roma.

Saluto, poi, i membri della Società sportiva Pool Industrie di Civita Castellana, quelli del Centro Lombardo per l'incremento della Floro Orto Frutticoltura di Vertemate con Minorpio ed il gruppo del Centro Anziani di Campagnano di Roma, che ricordano il loro ventesimo anniversario di fondazione. Tutti ringrazio per la visita ed invoco volentieri su ciascuno copiosi doni della benevolenza divina.

Il mio più cordiale saluto, infine, va ai giovani, agli ammalati ed agli sposi novelli.

Cari giovani, anche oggi così numerosi, il cammino quaresimale che stiamo percorrendo sia occasione di autentica conversione che vi conduca alla maturità della fede in Cristo.

Cari ammalati, partecipando con amore alla stessa sofferenza del Figlio di Dio incarnato, possiate condividere fin d'ora la gloria e la gioia della sua risurrezione.

E voi, cari sposi novelli, trovate nell'alleanza che, a prezzo del suo sangue, Cristo ha stretto con la sua Chiesa, il sostegno del vostro patto coniugale e della vostra missione al servizio del Vangelo. A tutti di cuore imparto la Benedizione Apostolica.




Mercoledì, 17 marzo 1999

"Conoscere" il Padre


1. Nell’ora drammatica in cui si appresta ad affrontare la morte, Gesù conclude il suo grande discorso di addio (cfr Jn 13) rivolgendo una stupenda preghiera al Padre. Essa può considerarsi un testamento spirituale in cui Gesù rimette nelle mani del Padre il mandato ricevuto: far conoscere il suo amore al mondo, attraverso il dono della vita eterna (cfr Jn 17,2). La vita che egli offre è significativamente spiegata come un dono di conoscenza. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato” (Jn 17,3).

La conoscenza, nel linguaggio biblico dell'Antico e del Nuovo Testamento, non interessa solo la sfera intellettuale, ma implica normalmente un’esperienza vitale che chiama in causa la persona umana nella sua globalità e quindi anche nella sua capacità d’amare. È una conoscenza che fa “incontrare” Dio, ponendosi all’interno di quel processo che la tradizione teologica orientale ama chiamare “divinizzazione” e che si compie per l'azione interiore e trasformante dello Spirito di Dio (cfr san Gregorio di Nissa, Oratio catech., 37: , 98B). Abbiamo già toccato tali temi nella catechesi per l’anno dello Spirito Santo. Tornando ora sulla citata frase di Gesù, vogliamo approfondire che cosa significa conoscere vitalmente Dio Padre.

2. Si può conoscere Dio come padre a diversi livelli, secondo la prospettiva da cui si guarda, e l’aspetto del mistero che si considera. C’è una conoscenza naturale di Dio a partire dalla creazione: essa conduce a riconoscere in Lui l’origine e la causa trascendente del mondo e dell'uomo e in questo senso a intuirne la paternità. Questa conoscenza si approfondisce alla luce progressiva della Rivelazione, cioè sulla base delle parole e degli interventi storico-salvifici di Dio (cfr CEC 287).

Nell’Antico Testamento conoscere Dio come padre significa risalire alle origini del popolo dell'alleanza: “Non è lui il Padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?” (Dt 32,6). Il riferimento a Dio in quanto padre garantisce e conserva l’unità dei membri di una stessa famiglia: “Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio?” (Ml 2,10). Si riconosce Dio come padre anche nel momento in cui redarguisce il figlio per il suo bene: “Il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3,12). E ovviamente un padre può essere sempre invocato nell’ora dello sconforto: “Esclamai: Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell'angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione” (Si 51,10). In tutte queste forme vengono applicate a Dio per eccellenza quei valori che si sperimentano nella paternità umana. Si intuisce tuttavia che non è possibile conoscere a fondo il contenuto di una tale paternità divina, se non nella misura in cui Dio stesso la manifesta.

3. Negli eventi della storia della salvezza si rivela sempre più l’iniziativa del Padre, che con la sua azione interiore apre il cuore dei credenti ad accogliere il Figlio incarnato. Conoscendo Gesù essi potranno conoscere anche Lui, il Padre. È quanto insegna Gesù stesso rispondendo a Tommaso: “Se conoscete me, conoscerete anche il Padre” (Jn 14,7 cfr Jn 14,7-10).

Bisogna dunque credere in Gesù e guardare a lui, luce del mondo, per non rimanere nelle tenebre dell’ignoranza (cfr Jn 12,44-46) e per conoscere che la sua dottrina viene da Dio (cfr Jn 7,17). A questa condizione è possibile conoscere il Padre, diventando capaci di adorarlo “in spirito e verità” (Jn 4,23). Questa conoscenza viva è inseparabile dall’amore. Viene comunicata da Gesù, come egli ha detto nella sua preghiera sacerdotale: “Padre giusto, … io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi” (Jn 17,25-26).

“Quando preghiamo il Padre, siamo in comunione con lui e con il Figlio suo Gesù Cristo. È allora che lo conosciamo e lo riconosciamo in uno stupore sempre nuovo” (CEC 2781). Conoscere il Padre significa, dunque, trovare in lui la fonte del nostro essere e della nostra unità, in quanto membri di un’unica famiglia, ma significa anche essere immersi in una vita, “soprannaturale”, la vita stessa di Dio.

4. L’annuncio del Figlio rimane dunque la via maestra per conoscere e far conoscere il Padre; infatti, come ricorda una suggestiva espressione di sant’Ireneo, “la conoscenza del Padre è il Figlio” (Adv. haer., 4,6,7: ,990B). È la possibilità offerta a Israele, ma anche alle genti, come Paolo sottolinea nella Lettera ai Romani: “Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! Poiché non c’è che un solo Dio, il quale giustificherà per la fede i circoncisi, e per mezzo della fede anche i non circoncisi” (Rm 3,29). Dio è unico, ed è Padre di tutti, desideroso di offrire a tutti la salvezza operata per mezzo del suo Figlio: è quello che il vangelo di Giovanni chiama il dono della vita eterna. Questo dono ha bisogno di essere accolto e comunicato, sull'onda di quella riconoscenza che faceva dire a Paolo, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi: “Noi però dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità” (2Th 2,13).


Traduzione italiana del saluto in lingua neerlandese

Vorrei porgere il benvenuto a tutti i pellegrini belgi e neerlandesi.

Vi auguro che il vostro pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli rafforzi la vostra fede in Cristo, unico Salvatore del mondo, e dia un nuovo slancio all’evangelizzazione nelle vostre parrocchie.

Di cuore imparto la Benedizione Apostolica.

Sia lodato Gesù Cristo!

Traduzione italiana del saluto in lingua croata

Cari universitari di Zagabria, vi saluto cordialmente. Benvenuti!

Il dono della fede in Cristo, che avete ricevuto, vi aiuti a scoprire il senso e il fine della vostra vita, ed a rendere testimonianza all’amore infinito di Dio. Affido voi e il vostro futuro all’intercessione della Santissima Madre di Dio e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Siano lodati Gesù e Maria!

Traduzione italiana del saluto in lingua ceca

Un cordiale benvenuto agli “Amici Salesiani di Don Bosco”, di Praga.

Carissimi, la Solennità di dopodomani ci presenterà San Giuseppe, quale uomo di Dio che ha vissuto acacnto a Gesù e a Maria con sempre pronta disponibilità e generosa attenzione. Imitiamolo!

Vi benedico tutti di cuore!

Sia lodato Gesù Cristo!

Traduzione italiana del saluto in lingua ungherese

Saluto cordialmente i pellegrini giunti dall’Ungheria, da Budapest e da Tiszaújváros. Carissimim auspico di cuore che questo odierno incontro presso la tomba di san Pietro apostolo confermi in ciascuno di voi lo spirito della comunione con la Chiesa Universale.

Con tali sentimenti, imparto la mia Benedizione Apostolica a voi e alla vostra Patria.

Sia lodato Gesù Cristo!
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Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti i pellegrini di lingua italiana. In particolare, alla delegazione della Consulta degli studenti della Provincia di Grosseto, preoccupati della formazione corretta e completa di ogni cittadino, ed agli adolescenti del Decanato di Vimercate, dell'Arcidiocesi di Milano, venuti per la loro professione di fede.

Saluto, poi, Monsignor Riccardo Fontana, Arcivescovo di Norcia-Spoleto e gli Abati Ordinari di Subiaco e Montecassino, e con loro la delegazione nazionale reduce dalla Macedonia ove è stata accesa la "Fiaccola Benedettina" della pace. Possa tale impresa, animata dal motto "pro Europa una", contribuire alla formazione di una coscienza attenta alla solidarietà ed alla cultura della pace, seguendo l'esempio di San Benedetto, apostolo infaticabile tra i popoli dell'Europa.

Saluto la delegazione dell'Associazione "Italia Marathon Club", accompagnata dai Rappresentanti dell'Amministrazione comunale di Roma e dai Responsabili della Federazione Italiana di Atletica Leggera, ed auguro che la Maratona di Roma, in programma domenica prossima, contribuisca a promuovere gli autentici valori dello sport.

Saluto, ancora, il gruppo delle Edizioni Paoline e della Sony Classical che, in collaborazione con la Radio Vaticana, hanno edito il CD "Abba Pater", ed invoco per ciascuno di loro copiosi doni celesti, perché continuino con generoso slancio nel loro impegno culturale.

Ed ora il mio saluto va ai giovani qui presenti. Cari giovani, incontrarvi è sempre per me motivo di consolazione e di speranza, perché la vostra età è la primavera della vita. Siate sempre fedeli all'amore che Dio ha per voi.

Rivolgo ora un pensiero affettuoso a voi, cari ammalati. Quando si soffre, tutta la realtà in noi e attorno a noi sembra rabbuiarsi, ma, nell'intimo del nostro cuore, questo non deve spegnere la luce consolante della fede. Cristo con la sua croce ci sostiene nella prova.

E voi, cari sposi novelli, che saluto cordialmente, siate grati a Dio per il dono della famiglia. Contando sempre sul suo aiuto, fate della vostra esistenza una missione di amore fedele e generoso.

Il Signore vi accompagni e sempre vi protegga.



Mercoledì, 24 marzo 1999


1. Proseguendo nella nostra meditazione su Dio Padre, oggi vogliamo soffermarci sul suo amore generoso e provvidente. “La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata; essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia” (CEC 303). Possiamo prendere le mosse da un testo del Libro della Sapienza, in cui la Provvidenza divina è contemplata in azione a favore d’una barca in mezzo al mare: “La tua provvidenza, o Padre, la guida, perché tu hai predisposto una strada anche nel mare, un sentiero sicuro anche fra le onde, mostrando che puoi salvare da tutto, sì che uno possa imbarcarsi anche senza esperienza” (Sg 14,3-4).

In un salmo si ritrova ancora l'immagine del mare, solcato dalle navi e nel quale guizzano animali piccoli e grandi, per ricordare il nutrimento che Dio fornisce a tutti gli esseri viventi: “Tutti da te aspettano che tu dia loro cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni” (Ps 104,27-28).

2. L’immagine della barca in mezzo al mare, raffigura bene la nostra situazione di fronte al Padre provvidente. Egli - come dice Gesù - “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Tuttavia, di fronte a questo messaggio dell'amore provvidente del Padre, viene spontaneo chiedersi come si possa spiegare il dolore. E occorre riconoscere che il problema del dolore costituisce un enigma davanti al quale la ragione umana si smarrisce. La divina Rivelazione ci aiuta a comprendere che esso non è voluto da Dio, essendo entrato nel mondo a causa del peccato dell'uomo (cfr Gn 3,16-19). Dio lo permette per la salvezza stessa dell'uomo, traendo il bene dal male. “Dio onnipotente . . . , essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono, da trarre dal male stesso il bene” (Sant’Agostino, Enchiridion de fide, spe et caritate, 11,3: PL 40, 236). Significative, a tal proposito, le parole rassicuranti, rivolte da Giuseppe ai suoi fratelli, che l'avevano venduto ed ora dipendevano dal suo potere: “Non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio . . . Se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi s’avvera: far vivere un popolo numeroso” (Gn 45,8 Gn 50,20).

I progetti di Dio non coincidono con quelli dell’uomo; sono infinitamente migliori, ma spesso restano incomprensibili alla mente umana. Dice il Libro dei Proverbi: “Dal Signore sono diretti i passi dell’uomo e come può l’uomo comprendere la propria via?” (Pr 20,24). Nel Nuovo Testamento Paolo enuncerà questo consolante principio: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).

3. Quale deve essere il nostro atteggiamento di fronte a questa provvida e lungimirante azione divina? Non dobbiamo certo attendere passivamente ciò che Egli ci manda, bensì collaborare con Lui, affinché porti a compimento quanto ha iniziato ad operare in noi. Dobbiamo essere solleciti soprattutto nella ricerca dei beni celesti. Questi devono stare al primo posto, come lo richiede Gesù: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33). Gli altri beni non devono essere oggetto di preoccupazioni eccessive, perché il nostro Padre celeste conosce quali sono le nostre necessità; ce l’insegna Gesù quando esorta i suoi discepoli ad “un abbandono filiale alla Provvidenza del Padre celeste, il quale si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli” (CEC 305): “Non cercate che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno” (Lc 12,29).

Noi siamo dunque chiamati a collaborare con Dio, in atteggiamento di grande fiducia. Gesù ci insegna a chiedere al Padre celeste il pane quotidiano (cfr Mt 6,11 Lc 11,3). Se lo riceviamo con riconoscenza, verrà anche spontaneo ricordare che nulla ci appartiene, e dobbiamo essere pronti a donarlo: “Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo” (Lc 6,30).

4. La certezza dell'amore di Dio ci fa confidare nella sua provvidenza paterna anche nei momenti più difficili dell'esistenza. Questa piena fiducia in Dio Padre provvidente, anche in mezzo alle avversità, è mirabilmente espressa da santa Teresa di Gesù: “Niente ti turbi, niente ti spaventi. Tutto passa, Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla. Dio solo basta” (Poesie, 30).

La Scrittura ci offre un esempio eloquente di totale affidamento a Dio quando racconta che Abramo aveva maturato la decisione di sacrificare il figlio Isacco. In realtà Dio non voleva la morte del figlio, ma la fede del padre. E Abramo la dimostra pienamente, poiché quando Isacco gli chiede dove sia l’agnello dell’olocausto, osa rispondergli che “Dio provvederà” (Gn 22,8). E subito dopo sperimenterà appunto la benevola provvidenza di Dio, che salva il giovanetto e premia la sua fede, colmandolo di benedizione.

Occorre dunque interpretare simili testi alla luce dell'intera rivelazione che raggiunge la sua pienezza in Gesù Cristo. Egli ci insegna a riporre in Dio un'immensa fiducia anche nei momenti più difficili: inchiodato sulla Croce, Gesù si abbandona totalmente al Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Con questo atteggiamento Egli eleva a un livello sublime quanto Giobbe aveva sintetizzato nelle note parole: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Jb 1,21). Anche ciò che umanamente è una sventura, può rientrare in quel grande progetto di amore infinito col quale il Padre provvede alla nostra salvezza.

Traduzione italiana del saluto in lingua neerlandese

Adesso mi rivolgo a tutti i pellegrini neerlandesi e belgi.

Carissimi fratelli e sorelle, auguro che il vostro pellegrinaggio in questo periodo di Quaresima rafforzi il vostro amore ed il vostro impegno per la Chiesa. Siate solidali con tutti coloro che soffrono, e pregate per loro.

Di cuore imparto la Benedizione Apostolica.

Sia lodato Gesù Cristo!

Traduzione italiana del saluto in lingua lituana

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini giunti dalla Lituania.

Carissimi, siamo alla fine dell'itinerario penitenziale della Quaresima - il tempo della misericordia divina e dell'autentico rinnovamento interiore e comunitario. Possano questi giorni di grazia confermare ciascuno di voi nell'amore di Cristo che si è immolato per la salvezza del mondo!

Con affetto imparto a tutti la mia Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo.

Traduzione italiana del saluto in lingua ungherese

Saluto cordialmente i pellegrini dall’Ungheria, da Sátoraljaújhely. Nella catechesi odierna abbiamo meditato su Dio Padre provvidente. Carissimi, auspico di cuore che la Provvidenza di Dio vi accompagni sempre.

Con tali sentimenti, imparto la mia Benedizione Apostolica a voi e alla vostra Patria.

Sia lodato Gesù Cristo.

Traduzione italiana del saluto in lingua croata

Saluto cordialmente il gruppo dei Professori e degli Studenti del Collegio e del Liceo Classico di Pazin, come pure i gruppi di fedeli di Split e dei dintorni e dei pensionati di Podsused in Zagreb.

Carissimi, «la parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente» (Col 3,16) e vi aiuti a collaborare attivamente con lo Spirito Santo a perfezionare continuamente la vostra fede, per mezzo dei Suoi molteplici doni (cfr Dei verbum DV 5). In tal modo, porterete abbondanti frutti di carità e di santità e contribuirete efficacemente alla crescita e allo sviluppo della società umana.

Vi accompagni sempre la benedizione di Dio.

Siano lodati Gesù e Maria!
* * *


Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana e, in modo speciale, ai fedeli del Santuario di Nostra Signora della Guardia, dell'Arcidiocesi di Genova, accompagnati dall'Arcivescovo, il Cardinale Dionigi Tettamanzi. Cari Fratelli e Sorelle, auspico di cuore che questa visita rinsaldi in voi la fedeltà al Vangelo e l'autentica devozione alla Madre di Dio.

Saluto, inoltre, i cresimandi della Diocesi di Brescia e quelli della Diocesi di Ascoli Piceno, guidati dal Vescovo Monsignor Silvano Montevecchi, come pure i giovani del movimento "Missionari casertani", presenti con il loro Pastore diocesano, Monsignor Raffaele Nogaro. Carissimi, siete venuti molto numerosi a farmi visita. Vi ringrazio di cuore e, mentre esprimo apprezzamento per tale iniziativa in preparazione al Grande Giubileo dell'Anno Duemila, assicuro la mia preghiera, perché quest'incontro contribuisca a rafforzarvi nella generosità per annunciare a tutti Gesù Cristo, Salvatore del mondo.

Saluto, poi, il gruppo del Periodico cattolico "Il Movimento", di Forlì, i membri dell'Associazione Direttori d'Albergo e la delegazione dell'Associazione Internazionale "Amici della Terra Santa", particolarmente impegnati nel lavoro preparatorio al Grande Giubileo dell'Anno Duemila.

Tutti ringrazio per la visita ed invoco su ciascuno copiosi doni della benevolenza divina.

Rivolgo ora un caro saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli.

La Solennità dell'Annunciazione, che domani celebreremo, sia per tutti un invito a seguire l'esempio di Maria Santissima: per voi, cari giovani, si traduca in pronta disponibilità alla chiamata del Padre, perché possiate essere fermento evangelico nella società; per voi, fratelli sofferenti, sia sprone a rinnovare l'accettazione serena e confidente della Croce, mezzo di redenzione dell'intera umanità; per voi, cari sposi novelli, il sì di Maria sia di costante incitamento nell'impegno di costruire una famiglia fondata sul reciproco e fedele amore, ispirato ai perenni valori cristiani.

Al termine dell’Udienza Generale, prima del canto del Pater Noster, il Santo Padre ha invitato i presenti a pregare in particolare per il Kosovo:

Vogliamo adesso elevare una speciale preghiera al Padre della Misericordia perché conceda il dono della pace di cui soprattutto il Kosovo e l'Europa hanno tanto bisogno oggi.





Udienze generali 1999 - Mercoledì, 17 febbraio 1999