
Udienze 2008 - Mercoledì, 18 giugno 2008
Je suis heureux d’accueillir ce matin les pèlerins de langue française. Je salue particulièrement les étudiants de l’Institut de philosophie comparée, de Paris, la paroisse de Rodez, et tous les jeunes. Je vous invite à faire dans votre vie l’unité entre la contemplation de Dieu et le service de vos frères. Avec ma Bénédiction apostolique.
I am pleased to welcome the Missionary Sisters of Our Lady of Apostles gathered in Rome for their General Chapter, and the participants in the Rome Seminar of the Association of Catholic Colleges and Universities. I also warmly greet a group of survivors of the Holocaust who are present at today’s Audience. Upon all the English-speaking pilgrims, especially those from England, South Africa, Australia, Vietnam and the United States, I cordially invoke God’s blessings of joy and peace.
Mit Freude begrüße ich die deutschsprachigen Pilger und Besucher hier auf dem Petersplatz. Einen besonderen Gruß richte ich an die Wallfahrer der Suchthilfeeinrichtungen des Deutschen Ordens und natürlich auch an die Marianische Kongregation aus Köln. Achten auch wir darauf, dem Gebet und der Stille einen festen Platz in unserem Tagesablauf einzuräumen, damit unsere zahlreichen Aufgaben einen tiefen Sinn, eine Mitte erhalten und zu einem Ausdruck der Hingabe an Gott und unsere Mitmenschen werden. Der Herr segne euch und eure Familien.
Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular, a las Religiosas Esclavas del Sagrado Corazón y a los fieles procedentes de España, Portugal, México y de otros países latinoamericanos. Que el ejemplo de San Isidoro de Sevilla os ayude a dar testimonio de Cristo al comienzo de este milenio. Muchas gracias.
A todos os amados ouvintes de língua portuguesa, com cordiais saudações, desejo felicidades, graça e paz no Senhor Jesus Cristo. Saúdo em particular os peregrinos portugueses da Diocese de Viana do Castelo: que a Virgem de Fátima vos acompanhe e ampare sempre na caminhada da fé e no crescimento do amor pelo próximo, e consiga todo o bem para os que vos são queridos. Com a minha Bênção Apostólica.
Saluto in lingua polacca:
Pozdrawiam pielgrzymów polskich. Mówiac o Ojcach i Doktorach Kosciola trzeba pamietac, ze byli oni ludzmi modlitwy. Ich aktywnosc, twórcza inwencja, podejmowane dziela plynely z ducha kontemplacji. Przykladem tego jest swiety Izydor z Sewilli. Niech takze nasze codzienne zadania, troska o czlowieka wyrastaja z ducha modlitwy. Niech bedzie pochwalony Jezus Chrystus.
Traduzione italiana:
Saluto i pellegrini Polacchi. Parlando dei Padri e dei Dottori della Chiesa, bisogna ricordare che erano uomini di preghiera. La loro attività, la loro creatività e le opere da loro realizzate derivavano dal loro spirito di contemplazione: un esempio edificante ne è sant’Isidoro di Siviglia. Che anche i nostri impegni quotidiani come la nostra attenzione ai bisogni dell’uomo si ispirino dalla nostra preghiera. Sia lodato Gesù Cristo.
Saluto in lingua ungherese:
Szeretettel köszöntöm a magyar híveket, különösen is a Tamási Áron Gimnázium tanulóit Székelyudvarhelyrol.
Ez a római út az apostolok sírjaihoz erosítsen meg benneteket hitben, reményben és szeretetben. Szívesen adom kedves mindnyájatokra apostoli áldásomat.
Dicsértessék a Jézus Krisztus!
Traduzione italiana:
Saluto con affetto i fedeli di lingua ungherese, specialmente gli studenti del Liceo Áron Tamási di Székelyudvarhely.
Questa visita romana alle tombe degli Apostoli sia per voi un tempo di rinnovamento della fede, spe e carità. Volentieri imparto a tutti voi la Benedizione Apostolica.
Sia lodato Gesù Cristo!
Saluto in lingua slovacca:
S láskou vítam pútnikov zo Slovenska: študentov a pedagógov Gymnázia svätého Mikuláša v Starej Lubovni a Piaristického gymnázia Františka Hanáka w Prievidzi.
Milí mladí, dakujem vám za modlitby, ktorými sprevádzate moju službu Nástupcu svätého Petra a zo srdca žehnám vás i vašich drahých.
Pochválený bud Ježiš Kristus!
Traduzione italiana:
Con affetto do il benvenuto ai pellegrini provenienti dalla Slovacchia: agli studenti ed agli insegnanti del Ginnasio “S. Nicola” di Stará Lubovna e del Ginnasio “František Hanák“ dei Padri Scolopi di Prievidza.
Cari giovani, vi ringrazio per le preghiere con le quali accompagnate il mio servizio di Successore di San Pietro e cordialmente benedico voi ed i vostri cari.
Sia lodato Gesù Cristo!
Saluto in lingua croata:
Poseban pozdrav upucujem hrvatskim hodocasnicima, a osobito vjernicima župe Svetoga Ivana Apostola iz Zagreba. O skoroj petoj obljetnici proglašenja Ivana Merza blaženim, poticem vas da i vi svoju vjeru svakodnevno potvrdujete pobožnošcu i djelima ljubavi. Hvaljen Isus i Marija!
Traduzione italiana:
Rivolgo ai pellegrini croati uno speciale saluto, particolarmente ai fedeli della parrocchia di San Giovanni Apostolo di Zagabria. Nell’imminente quinto anniversario della beatificazione di Ivan Merz, vi esorto che anche voi confermiate quotidianamente la vostra fede con la devozione e con le opere di carità. Siano lodati Gesù e Maria!
Saluto in lingua slovena:
Lepo pozdravljam romarje iz dekanije Jarenina v Sloweniji! Nai vam bosta to vase romanje in srecanje s Petrovim naslednikom u spodbudo, da boste cedalje bolj napredovali v duhovnem veselju in v zvestobi Kristusovemu nauku. Naj vas vedno spremlja moj blagoslov!
Traduzione italiana:
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini del Vicariato Foraneo di Jarenina in Slovenia! Questo vostro pellegrinaggio e l’incontro con il Successore di Pietro vi siano di incoraggiamento affinché progrediate sempre di più nella letizia spirituale e nella fedeltà agli insegnamenti di Cristo. Vi accompagni la mia Benedizione!
* * *
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai sacerdoti novelli della diocesi di Brescia. Carissimi, mentre prego il Signore affinché vi sostenga nel vostro ministero, vi invito a diffondere intorno a voi quella gioia che nasce dalla generosa e fedele corrispondenza alla divina chiamata. Saluto poi voi, cari fedeli della parrocchia di San Pietro, in San Martino in Pensilis, ed auspico che questo incontro susciti in ciascuno un rinnovato slancio apostolico, per testimoniare ovunque Cristo e il Vangelo.
Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Siamo alle soglie del periodo estivo, tempo di turismo e di pellegrinaggi, di ferie e di riposo. Cari giovani, mentre penso ai vostri coetanei che stanno ancora affrontando gli esami, auguro a voi già in vacanza di profittare dell’estate per utili esperienze sociali e religiose. Auguro a voi, cari malati, di trovare conforto e sollievo nella vicinanza dei vostri familiari. E a voi, cari sposi novelli, rivolgo l’invito ad utilizzare questo periodo estivo per approfondire sempre più il valore della missione nella Chiesa e nella società.
Il mio pensiero va ora ai partecipanti al Congresso Eucaristico Internazionale, che si sta svolgendo in questi giorni nella città di Québec in Canada, sul tema “L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”. Mi rendo spiritualmente presente in così solenne incontro ecclesiale, ed auspico che esso sia per le comunità cristiane canadesi e per la Chiesa universale un tempo forte di preghiera, di riflessione e di contemplazione del mistero della santa Eucaristia. Sia pure occasione propizia per riaffermare la fede della Chiesa nella presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento dell’Altare. Preghiamo inoltre perché questo Congresso Eucaristico Internazionale ravvivi nei credenti, non solo del Canada ma di tante altre Nazioni nel mondo, la consapevolezza di quei valori evangelici e spirituali che hanno forgiato la loro identità lungo il corso della storia.
Piazza San Pietro San Massimo il Confessore
Cari fratelli e sorelle,
vorrei presentare oggi la figura di uno dei grandi Padri della Chiesa di Oriente del tempo tardivo. Si tratta di un monaco, san Massimo, che meritò dalla Tradizione cristiana il titolo di Confessore per l’intrepido coraggio con cui seppe testimoniare – “confessare” – anche con la sofferenza l’integrità della sua fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, Salvatore del mondo. Massimo Nacque in Palestina, la terra del Signore, intorno al 580. Fin da ragazzo fu avviato alla vita monastica e allo studio delle Scritture, anche attraverso le opere di Origene, il grande maestro che già nel terzo secolo era giunto a “fissare” la tradizione esegetica alessandrina.
Da Gerusalemme, Massimo si trasferì a Costantinopoli, e da lì, a causa delle invasioni barbariche, si rifugiò in Africa. Qui si distinse con estremo coraggio nella difesa dell’ortodossia. Massimo non accettava alcuna riduzione dell’umanità di Cristo. Era nata la teoria secondo cui in Cristo vi sarebbe solo una volontà, quella divina. Per difendere l’unicità della sua persona, negavano in Lui una vera e propria volontà umana. E, a prima vista, potrebbe apparire anche una cosa buona che in Cristo ci sia una sola volontà. Ma san Massimo capì subito che ciò avrebbe distrutto il mistero della salvezza, perché una umanità senza volontà, un uomo senza volontà non è un vero uomo, è un uomo amputato. Quindi l’uomo Gesù Cristo non sarebbe stato un vero uomo, non avrebbe vissuto il dramma dell’essere umano, che consiste proprio nella difficoltà di conformare la volontà nostra con la verità dell’essere. E così san Massimo afferma con grande decisione: la Sacra Scrittura non ci mostra un uomo amputato, senza volontà, ma un vero uomo completo: Dio, in Gesù Cristo, ha realmente assunto la totalità dell’essere umano – ovviamente, eccetto il peccato – quindi anche una volontà umana. E la cosa, detta così, appare chiara: Cristo o è uomo o non lo è. Se è uomo, ha anche una volontà umana. Ma nasce il problema: non si finisce così in una sorta di dualismo? Non si arriva ad affermare due personalità complete: ragione, volontà, sentimento? Come superare il dualismo, conservare la completezza dell’essere umano e tuttavia tutelare l’unità della persona di Cristo, che certo schizofrenico non era? E san Massimo dimostra che l’uomo trova la sua unità, l’integrazione di se stesso, la sua totalità, non chiudendosi in se stesso, ma superando se stesso, uscendo da se stesso. Così, anche in Cristo, uscendo da se stessa, l’umanità trova in Dio, nel Figlio di Dio, se stessa. Non si deve amputare l’uomo per spiegare l’Incarnazione; occorre solo capire il dinamismo dell’essere umano che si realizza solo uscendo da se stesso; solo in Dio troviamo noi stessi, la nostra totalità e completezza. Così si vede che non l’uomo che si chiude in sé è uomo completo, ma l’uomo che si apre, che esce da se stesso, diventa completo e trova se stesso, proprio nel Figlio di Dio trova la sua vera umanità. Per san Massimo questa visione non rimane una speculazione filosofica; egli la vede realizzata nella vita concreta di Gesù, soprattutto nel dramma del Getsemani. In questo dramma dell’agonia di Gesù, dell’angoscia della morte, della opposizione tra la volontà umana di non morire e la volontà divina che si offre alla morte, in questo dramma del Getsemani si realizza tutto il dramma umano, il dramma della nostra redenzione. San Massimo ci dice, e noi sappiamo che questo è vero: Adamo (e Adamo siamo noi stessi) pensava che il “no” fosse l’apice della libertà. Solo chi può dire “no” sarebbe realmente libero; per realizzare realmente la sua libertà, l’uomo deve dire “no” a Dio; solo così pensa di essere finalmente se stesso, di essere arrivato al culmine della libertà. Questa tendenza la portava in se stessa anche la natura umana di Cristo, ma l’ha superata, perché Gesù ha visto che non il “no” è il massimo della libertà. Il massimo della libertà è il “sì”, la conformità con la volontà di Dio. Solo nel “sì” l’uomo diventa realmente se stesso; solo nella grande apertura del “sì”, nella unificazione della sua volontà con la volontà divina, l’uomo diventa immensamente aperto, diventa “divino”. Essere come Dio era il desiderio di Adamo, cioè essere completamente libero. Ma non è divino, non è completamente libero l’uomo che si chiude in sé stesso; lo è uscendo da sé, è nel “sì” che diventa libero; e questo è il dramma del Getsemani: non la mia volontà, ma la tua. Trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, è così che siamo redenti. Questo, in brevi parole, è il punto fondamentale di quanto voleva dire san Massimo, e vediamo che qui è veramente in questione tutto l’essere umano; sta qui l’intera questione della nostra vita. San Massimo aveva già problemi in Africa difendendo questa visione dell’uomo e di Dio; poi fu chiamato a Roma. Nel 649 prese parte attiva al Concilio Lateranense, indetto dal Papa Martino I a difesa delle due volontà di Cristo, contro l’editto dell’imperatore, che – pro bono pacis – proibiva di discutere tale questione. Il Papa Martino dovette pagare caro il suo coraggio: benché malandato in salute, venne arrestato e tradotto a Costantinopoli. Processato e condannato a morte, ottenne la commutazione della pena nel definitivo esilio in Crimea, dove morì il 16 settembre 655, dopo due lunghi anni di umiliazioni e di tormenti.
Poco tempo più tardi, nel 662, fu la volta di Massimo, che – opponendosi anche lui all’imperatore – continuava a ripetere: “E’ impossibile affermare in Cristo una sola volontà!” (cfr , PG 91, cc. 268-269). Così, insieme a due suoi discepoli, entrambi chiamati Anastasio, Massimo fu sottoposto a un estenuante processo, benché avesse ormai superato gli ottant’anni di età. Il tribunale dell’imperatore lo condannò, con l’accusa di eresia, alla crudele mutilazione della lingua e della mano destra – i due organi mediante i quali, attraverso le parole e gli scritti, Massimo aveva combattuto l’errata dottrina dell’unica volontà di Cristo. Infine il santo monaco, così mutilato, venne esiliato nella Colchide, sul Mar Nero, dove morì, sfinito per le sofferenze subite, all’età di 82 anni, il 13 agosto dello stesso anno 662.
Parlando della vita di Massimo, abbiamo accennato alla sua opera letteraria in difesa dell’ortodossia. Mi riferisco in particolare alla Disputa con Pirro, già patriarca di Costantinopoli: in essa egli riuscì a persuadere l’avversario dei suoi errori. Con molta onestà, infatti, Pirro concludeva così la Disputa: “Chiedo scusa per me e per quelli che mi hanno preceduto: per ignoranza siamo giunti a questi assurdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancellare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato” (, PG 91, c. 352). Ci sono poi giunte alcune decine di opere importanti, tra le quali spicca la Mistagoghía, uno degli scritti più significativi di san Massimo, che raccoglie in sintesi ben strutturata il suo pensiero teologico.
Quello di san Massimo non è mai un pensiero solo teologico, speculativo, ripiegato su se stesso, perché ha sempre come punto di approdo la concreta realtà del mondo e della sua salvezza. In questo contesto, nel quale ha dovuto soffrire, non poteva evadere in affermazioni filosofiche solo teoriche; doveva cercare il senso del vivere, chiedendosi: chi sono io, che cosa è il mondo? All’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, Dio ha affidato la missione di unificare il cosmo. E come Cristo ha unificato in se stesso l’essere umano, nell’uomo il Creatore ha unificato il cosmo. Egli ci ha mostrato come unificare nella comunione di Cristo il cosmo e così arrivare realmente a un mondo redento. A questa potente visione salvifica fa riferimento uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo, Hans Urs von Balthasar, che – “rilanciando” la figura di Massimo – definisce il suo pensiero con l’icastica espressione di Kosmische Liturgie, “liturgia cosmica”. Al centro di questa solenne “liturgia” rimane sempre Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. L’efficacia della sua azione salvifica, che ha definitivamente unificato il cosmo, è garantita dal fatto che egli, pur essendo Dio in tutto, è anche integralmente uomo – compresa anche l’“energia” e la volontà dell’uomo.
La vita e il pensiero di Massimo restano potentemente illuminati da un immenso coraggio nel testimoniare l’integrale realtà di Cristo, senza alcuna riduzione o compromesso. E così appare chi è veramente l’uomo, come dobbiamo vivere per rispondere alla nostra vocazione. Dobbiamo vivere uniti a Dio, per essere così uniti a noi stessi e al cosmo, dando al cosmo stesso e all’umanità la giusta forma. L’universale “sì” di Cristo, ci mostra anche con chiarezza come dare il collocamento giusto a tutti gli altri valori. Pensiamo a valori oggi giustamente difesi quali la tolleranza, la libertà, il dialogo. Ma una tolleranza che non sapesse più distinguere tra bene e male diventerebbe caotica e autodistruttiva. Così pure: una libertà che non rispettasse la libertà degli altri e non trovasse la comune misura delle nostre rispettive libertà, diventerebbe anarchia e distruggerebbe l’autorità. Il dialogo che non sa più su che cosa dialogare diventa una chiacchiera vuota. Tutti questi valori sono grandi e fondamentali, ma possono rimanere veri valori soltanto se hanno il punto di riferimento che li unisce e dà loro la vera autenticità. Questo punto di riferimento è la sintesi tra Dio e cosmo, è la figura di Cristo nella quale impariamo la verità di noi stessi e impariamo così dove collocare tutti gli altri valori, perché scopriamo il loro autentico significato. Gesù Cristo è il punto di riferimento che dà luce a tutti gli altri valori. Questa è il punto di arrivo della testimonianza di questo grande Confessore. E così, alla fine, Cristo ci indica che il cosmo deve divenire liturgia, gloria di Dio e che la adorazione è l’inizio della vera trasformazione, del vero rinnovamento del mondo.
Perciò vorrei concludere con un brano fondamentale delle opere di san Massimo: “Noi adoriamo un solo Figlio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, come prima dei tempi, così anche ora, e per tutti i tempi, e per i tempi dopo i tempi. Amen!” (, PG 91, c. 269).
Saluti:
Je salue cordialement les pèlerins francophones présents à cette audience, en particulier ceux de l’archidiocèse de Besançon et de la paroisse de Font-Romeu. Puissiez-vous méditer l’Ecriture à l’exemple de saint Maxime le Confesseur, pour en témoigner par votre vie. Avec ma Bénédiction apostolique.
I offer a warm welcome, together with the assurance of my closeness in prayer, to the group of pilgrims from the International Foundation for the Service of Deaf Persons. Upon all the English-speaking pilgrims, especially those from England, Scotland, the Netherlands, Iceland, Sweden, Pakistan and the United States of America, I cordially invoke God’s blessings of joy and peace.
Von Herzen grüße ich die Pilger und Besucher deutscher Sprache.
Der heilige Maximus Confessor sagt uns, daß jeder Mensch von seiner Natur her zum Guten und zur Liebe zu Gott berufen ist. Wir wollen dies durch unser Leben sichtbar machen, unser tatkräftiges Wohlwollen allen Menschen zuwenden und Gott für seine immerwährende Güte danken. Euch allen wünsche ich eine gesegnete Zeit in Rom.
Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos venidos de diversos lugares de España, así como a los fieles procedentes de México, Paraguay y otros países de Latinoamérica. Que la intercesión de San Máximo el Confesor os ayude a seguir las huellas de Jesucristo con fe firme. Muchas gracias.
Saúdo agora os fiéis de língua portuguesa da Missão católica de Sion (na Suíça) e da comunidade que vive à sombra do benemérito Convento franciscano do Varatojo (no Patriarcado de Lisboa), e todos os peregrinos vindos do Brasil e demais países lusófonos. Viestes a Roma, junto do túmulo dos Apóstolos, revigorar a vossa fé cristã e os vínculos de amor e de obediência à Igreja, que Jesus quis fundar sobre Pedro. Que os vossos corações, fortes na fé, possam estar sempre ao serviço do amor de Deus, e que as suas bênçãos desçam abundantes sobre vós e sobre as vossas famílias!
Saluto in lingua polacca:
Witam pielgrzymów z Polski. W sobote podczas nieszporów rozpoczniemy rok jubileuszowy sw. Pawla Apostola. Jego misyjny trud, biblijna madrosc i meczenska smierc staly sie zasiewem wiary wsród wielu narodów. Niech nawiedzenie jego grobu bedzie dla was czasem laski i zacheta do poznawania jego zycia i nauczania. Niech bedzie pochwalony Jezus Chrystus.
Traduzione italiana:
Do il benvenuto ai pellegrini provenienti dalla Polonia. Sabato, durante i vespri, inizieremo l’anno giubilare di S. Paolo Apostolo. Il suo lavoro apostolico, la biblica saggezza e la morte di martire sono diventati la semente della fede per molti popoli. La visita alla sua tomba sia per voi tempo di grazia e stimolo alla conoscenza della sua vita e dell’insegnamento. Sia lodato Gesù Cristo.
Saluto in lingua slovacca:
Zo srdca vítam pútnikov z Tvrdošína, Tešmaku, Spišskej Novej Vsi a Bratislavy.
Bratia a sestry, budúcu nedelu budeme slávit sviatok svätých Petra a Pavla. Nech návšteva ich hrobov upevní vašu lásku ku Kristovej Cirkvi, ktorá je postavená na apoštoloch.
Rád vás žehnám.
Pochválený bud Ježiš Kristus!
Traduzione italiana:
Do un cordiale benvenuto ai pellegrini provenienti da Tvrdošín, Tešmak, Spišská Nová Ves e Bratislava.
Fratelli e sorelle, domenica prossima celebreremo la festa dei santi Pietro e Paolo. La visita delle loro tombe approfondisca il vostro amore per la Chiesa di Cristo, fondata sugli apostoli.
Volentieri vi benedico.
Sia lodato Gesù Cristo!
Saluto in lingua croata:
Pozdravljam i blagoslivljam drage hrvatske hodocasnike, a posebno vjernike iz Slavonskoga Broda. Neka vaš kršcanski život bude prepoznatljiv po dobrim plodovima, ponajprije po istinskom svjedocanstvu vjere u Boga i po djelotvornoj ljubavi za bližnje. Hvaljen Isus i Marija!
Traduzione italiana:
Saluto e benedico i cari pellegrini croati, specialmente i fedeli di Slavonski Brod. La vostra vita cristiana sia riconoscibile dai buoni frutti, innanzitutto dalla testimonianza autentica della fede in Dio e dall’amore operoso per il prossimo. Siano lodati Gesù e Maria!
* * *
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto il gruppo della Piccola Missione per i Sordomuti e quello del Complesso Penitenziario di Solliciano. Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e invoco su ciascuno di voi la continua assistenza divina per un fecondo itinerario di fedeltà al Vangelo. Con grande affetto saluto ora il folto gruppo della Famiglia Orionina, gioiosamente radunata attorno al Vicario di Cristo per celebrare la festa del Papa. L’inaugurazione della statua del vostro Fondatore costituisca, per tutti i suoi figli spirituali, un rinnovato stimolo a proseguire sul cammino tracciato da san Luigi Orione specialmente per portare al Successore di Pietro – come diceva lui stesso – “i piccoli, le classi umili, i poveri operai e i reietti della vita che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo”.
Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Celebreremo domenica la solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. L’esempio e la costante protezione di queste colonne della Chiesa sostengano voi, cari giovani, nello sforzo di seguire Cristo; aiutino voi, cari malati, nel vivere con pazienza e serenità la vostra situazione; spingano voi, cari sposi novelli, a testimoniare nella vostra famiglia e nella società l'adesione coraggiosa agli insegnamenti evangelici.
Aula Paolo VI
Cari fratelli e sorelle,
vorrei oggi iniziare un nuovo ciclo di Catechesi, dedicato al grande apostolo san Paolo. A lui, come sapete, è consacrato questo anno che va dalla festa liturgica dei Santi Pietro e Paolo del 29 giugno 2008 fino alla stessa festa del 2009. L'apostolo Paolo, figura eccelsa e pressoché inimitabile, ma comunque stimolante, sta davanti a noi come esempio di totale dedizione al Signore e alla sua Chiesa, oltre che di grande apertura all'umanità e alle sue culture. È giusto dunque che gli riserviamo un posto particolare, non solo nella nostra venerazione, ma anche nello sforzo di comprendere ciò che egli ha da dire anche a noi, cristiani di oggi. In questo nostro primo incontro vogliamo soffermarci a considerare l'ambiente nel quale egli si trovò a vivere e a operare. Un tema del genere sembrerebbe portarci lontano dal nostro tempo, visto che dobbiamo inserirci nel mondo di duemila anni fa. E tuttavia ciò è vero solo apparentemente e comunque solo in parte, poiché potremo constatare che, sotto vari aspetti, il contesto socio-culturale di oggi non differisce poi molto da quello di allora.
Un fattore primario e fondamentale da tenere presente è costituito dal rapporto tra l’ambiente in cui Paolo nasce e si sviluppa e il contesto globale in cui successivamente si inserisce. Egli viene da una cultura ben precisa e circoscritta, certamente minoritaria, che è quella del popolo di Israele e della sua tradizione. Nel mondo antico e segnatamente all'interno dell'impero romano, come ci insegnano gli studiosi della materia, gli ebrei dovevano aggirarsi attorno al 10% della popolazione totale; qui a Roma, poi, il loro numero verso la metà del I° secolo era in un rapporto ancora minore, raggiungendo al massimo il 3% degli abitanti della città. Le loro credenze e il loro stile di vita, come succede ancora oggi, li distinguevano nettamente dall'ambiente circostante; e questo poteva avere due risultati: o la derisione, che poteva portare all'intolleranza, oppure l'ammirazione, che si esprimeva in forme varie di simpatia come nel caso dei “timorati di Dio” o dei “proseliti”, pagani che si associavano alla Sinagoga e condividevano la fede nel Dio di Israele. Come esempi concreti di questo doppio atteggiamento possiamo citare, da una parte, il giudizio tagliente di un oratore quale fu Cicerone, che disprezzava la loro religione e persino la città di Gerusalemme (cfr Pro Flacco, 66-69), e, dall’altra, l’atteggiamento della moglie di Nerone, Poppea, che viene ricordata da Flavio Giuseppe come “simpatizzante” dei Giudei (cfr Antichità giudaiche 20,195.252; Vita 16), per non dire che già Giulio Cesare aveva ufficialmente riconosciuto loro dei diritti particolari che ci sono tramandati dal menzionato storico ebreo Flavio Giuseppe (cfr ibid. 14,200-216). Certo è che il numero degli ebrei, come del resto avviene ancora oggi, era molto maggiore fuori della terra d'Israele, cioè nella diaspora, che non nel territorio che gli altri chiamavano Palestina.
Non meraviglia, quindi, che Paolo stesso sia stato oggetto della doppia, contrastante valutazione, di cui ho parlato. Una cosa è sicura: il particolarismo della cultura e della religione giudaica trovava tranquillamente posto all'interno di un’istituzione così onnipervadente quale era l'impero romano. Più difficile e sofferta sarà la posizione del gruppo di coloro, ebrei o gentili, che aderiranno con fede alla persona di Gesù di Nazaret, nella misura in cui essi si distingueranno sia dal giudaismo sia dal paganesimo imperante. In ogni caso, due fattori favorirono l'impegno di Paolo. Il primo fu la cultura greca o meglio ellenistica, che dopo Alessandro Magno era diventata patrimonio comune almeno del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente, sia pure integrando in sé molti elementi delle culture di popoli tradizionalmente giudicati barbari. Uno scrittore del tempo afferma, al riguardo, che Alessandro “ordinò che tutti ritenessero come patria l'intera ecumene ... e che il Greco e il Barbaro non si distinguessero più” (Plutarco, De Alexandri Magni fortuna aut virtute, §§ 6.8). Il secondo fattore fu la struttura politico-amministrativa dell'impero romano, che garantiva pace e stabilità dalla Britannia fino all'Egitto meridionale, unificando un territorio dalle dimensioni mai viste prima. In questo spazio ci si poteva muovere con sufficiente libertà e sicurezza, usufruendo tra l'altro di un sistema stradale straordinario, e trovando in ogni punto di arrivo caratteristiche culturali di base che, senza andare a scapito dei valori locali, rappresentavano comunque un tessuto comune di unificazione super partes, tanto che il filosofo ebreo Filone Alessandrino, contemporaneo dello stesso Paolo, loda l’imperatore Augusto perché “ha composto in armonia tutti i popoli selvaggi ... facendosi guardiano della pace" (Legatio ad Caium, §§ 146-147).
La visione universalistica tipica della personalità di san Paolo, almeno del Paolo cristiano successivo all'evento della strada di Damasco, deve certamente il suo impulso di base alla fede in Gesù Cristo, in quanto la figura del Risorto si pone ormai al di là di ogni ristrettezza particolaristica; infatti, per l'Apostolo “non c'è più Giudeo né Greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più maschio né femmina, ma tutti siete uno solo in Cristo Gesù” (Ga 3,28). Tuttavia, anche la situazione storico-culturale del suo tempo e del suo ambiente non può non aver avuto un influsso sulle sue scelte e sul suo impegno. Qualcuno ha definito Paolo “uomo di tre culture”, tenendo conto della sua matrice giudaica, della sua lingua greca, e della sua prerogativa di “civis romanus”, come attesta anche il nome di origine latina. Va ricordata in specie la filosofia stoica, che era dominante al tempo di Paolo e che influì, se pur in misura marginale, anche sul cristianesimo. A questo proposito, non possiamo tacere alcuni nomi di filosofi stoici come gli iniziatori Zenone e Cleante, e poi quelli cronologicamente più vicini a Paolo come Seneca, Musonio ed Epitteto: in essi si trovano valori altissimi di umanità e di sapienza, che saranno naturalmente recepiti nel cristianesimo. Come scrive ottimamente uno studioso della materia, “la Stoa... annunciò un nuovo ideale, che imponeva sì all’uomo dei doveri verso i suoi simili, ma nello stesso tempo lo liberava da tutti i legami fisici e nazionali e ne faceva un essere puramente spirituale” (M. Pohlenz, La Stoa, I, Firenze 2 1978, pagg. 565s). Si pensi, per esempio, alla dottrina dell'universo inteso come un unico grande corpo armonioso, e conseguentemente alla dottrina dell'uguaglianza tra tutti gli uomini senza distinzioni sociali, all'equiparazione almeno di principio tra l'uomo e la donna, e poi all'ideale della frugalità, della giusta misura e del dominio di sé per evitare ogni eccesso. Quando Paolo scrive ai Filippesi: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Ph 4,8), non fa che riprendere una concezione prettamente umanistica propria di quella sapienza filosofica.
Al tempo di san Paolo era in atto anche una crisi della religione tradizionale, almeno nei suoi aspetti mitologici e anche civici. Dopo che Lucrezio, già un secolo prima, aveva polemicamente sentenziato che “la religione ha condotto a tanti misfatti” (De rerum natura, 1,101), un filosofo come Seneca, andando bel al di là di ogni ritualismo esterioristico, insegnava che “Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te” (Lettere a Lucilio, 41,1). Analogamente, quando Paolo si rivolge a un uditorio di filosofi epicurei e stoici nell'Areopago di Atene, dice testualmente che “Dio non dimora in templi costruiti da mani d'uomo ... ma in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Ac 17,24 Ac 17,28). Con ciò egli riecheggia certamente la fede giudaica in un Dio non rappresentabile in termini antropomorfici, ma si pone anche su di una lunghezza d'onda religiosa che i suoi uditori conoscevano bene. Dobbiamo inoltre tenere conto del fatto che molti culti pagani prescindevano dai templi ufficiali della città, e si svolgevano in luoghi privati che favorivano l'iniziazione degli adepti. Non costituiva perciò motivo di meraviglia che anche le riunioni cristiane (le ekklesíai), come ci attestano soprattutto le Lettere paoline, avvenissero in case private. Al momento, del resto, non esisteva ancora alcun edificio pubblico. Pertanto i raduni dei cristiani dovevano apparire ai contemporanei come una semplice variante di questa loro prassi religiosa più intima. Comunque, le differenze tra i culti pagani e il culto cristiano non sono di poco conto e riguardano tanto la coscienza identitaria dei partecipanti quanto la partecipazione in comune di uomini e donne, la celebrazione della “cena del Signore” e la lettura delle Scritture.
In conclusione, da questa rapida carrellata sull’ambiente culturale del primo secolo dell’era cristiana appare chiaro che non è possibile comprendere adeguatamente san Paolo senza collocarlo sullo sfondo, tanto giudaico quanto pagano, del suo tempo. In questo modo la sua figura acquista in spessore storico e ideale, rivelando insieme condivisione e originalità nei confronti dell’ambiente. Ma ciò vale analogamente anche per il cristianesimo in generale, di cui appunto l’apostolo Paolo è un paradigma di prim’ordine, dal quale tutti noi abbiamo ancora sempre molto da imparare. E’ questo lo scopo dell’Anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo, imparare infine la strada della retta vita.
Saluti:
Je salue cordialement les pèlerins francophones présents à cette audience, en particulier ceux de l’École Notre Dame de Lourdes de Paris et du Collège Saint François de Sales de Dijon, et les membres de l’Association Charles de Foucauld de la Principauté de Monaco. Avec ma Bénédiction apostolique.
I offer a warm welcome to all the English-speaking visitors present today, including the Pallottine Missionary Sisters, the Columban Missionaries and the Soweto Catholic Church Choir. I also greet the various groups coming from England, Ireland, Norway, The Bahamas, Canada and the United States. May your visit to Rome be a time of deep spiritual renewal. Upon all of you I invoke God’s blessings of joy and peace.
Udienze 2008 - Mercoledì, 18 giugno 2008