Agostino Qu. Heptateuco 4065


LIBRO QUINTO

QUESTIONI SUL DEUTERONOMIO

Dio aiuta gli uomini in modo che anch'essi facciano qualcosa.

5001
(
Dt 1,29-30) Ecco quanto Mosè ricorda di aver detto al popolo, il quale aveva paura dei nemici dimoranti nel paese, nel quale doveva essere introdotto, e cioè: Non spaventatevi e non abbiate paura di loro; il Signore vostro Dio, che marcia innanzi a voi, sarà lui stesso a combatterli insieme con voi. Queste parole dimostrano chiaramente che Dio aiuta gli uomini in modo che anch'essi facciano qualcosa.

Permesso da Dio l'indurimento del cuore.

5002
(
Dt 2,30) Ma Seon, re di Esebon, non volle lasciarci passare attraverso il suo territorio poiché il Signore nostro Dio aveva indurito il suo spirito e irrigidito il suo cuore perché fosse consegnato nelle tue mani come in questo giorno. Mosè dicendo ciò, mentre rivolge la parola al popolo, ricorda un'espressione simile, riferita nell'Esodo: Io ho indurito il cuore del Faraone 1, e quella che si legge nei Salmi: Cambiò il loro cuore perché odiassero il suo popolo 2. Neppure qui è taciuto il motivo di questo indurimento poiché si dice: affinché fosse consegnato nelle tue mani come in questo giorno, cioè: affinché fosse vinto da te. Ciò non sarebbe successo se (il re) non si fosse opposto; ma non si sarebbe opposto se non avesse avuto il cuore indurito. Se volessimo cercare la giustizia di questo fatto (dovremmo ricordare che) impenetrabili sono le decisioni di Dio 3; ma in Dio non c'è ingiustizia 4. Si deve però osservare che può dirsi che il cuore si irrigidisce anche nel male.

Og l'ultimo dei giganti.

5003
(
Dt 3,11) Ma tuttavia tra i Rafain non era rimasto che Og, re di Basan. Col nome di Rafain sono denotati in ebraico i " giganti ", come dicono coloro che conoscono quella lingua 5. Perciò la lezione che hanno la maggior parte dei manoscritti: fu lasciato solo dai Rafain si esprime più chiaramente dicendo: sopravviveva soltanto, vale a dire: di loro era rimasto solo lui, del quale anche nel seguito immediato del testo viene ricordata la lunghezza e la larghezza del letto di ferro per farne risaltare la corporatura gigantesca.

Differenza fra similitudine e somiglianza.

5004
(
Dt 4,16-17) Non commettete (alcuna) iniquità e non fatevi per voi una somiglianza scolpita né qualunque specie d'immagine. Si è soliti chiedersi che differenza ci sia tra somiglianza e immagine 6. Qui però io non vedo quale differenza la Scrittura abbia voluto indicare, salvo che con queste due parole abbia indicato o una identica cosa oppure chiami somiglianza per esempio una statua o un'immagine che abbia l'effigie di un uomo qualunque, ma che tuttavia non riproduca le fattezze d'una persona in particolare o come fanno i pittori e gli scultori avendo avanti agli occhi le persone che dipingono o modellano; nessuno oserebbe dire che una tale raffigurazione non è un'immagine. Secondo questa distinzione ogni immagine è anche una somiglianza ma non ogni somiglianza è anche un'immagine. Se, perciò, i gemelli, sono simili tra loro, la somiglianza di uno qualunque dei due rispetto all'altro può chiamarsi rassomiglianza, non però immagine. Se invece il figlio è simile al padre, si può dire giustamente che è anche la sua immagine, essendo il padre il prototipo, dal quale appare essere stata derivata quell'immagine. Di queste immagini alcune sono della stessa sostanza, come il figlio, altre no, come un ritratto. Per questo motivo le parole della Scrittura contenute nella Genesi: Dio fece l'uomo a immagine di Dio 7 non significano, evidentemente, che l'immagine fatta da Dio sia della medesima sostanza di Dio. Se infatti fosse della medesima sostanza, la Scrittura non direbbe che " fu fatta ", ma " fu generata ". Ma poiché (in questa affermazione) la Scrittura non aggiunge l'espressione " e a somiglianza ", mentre poco prima aveva detto: Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza 8 alcuni hanno creduto che la somiglianza è qualcosa di più dell'immagine 9 perché sarebbe stata poi riservata per restituire l'uomo alla sua condizione originale mediante la grazia di Cristo. Io però sarei sorpreso che questo motivo avesse determinato l'agiografo a parlare della sola immagine per il fatto che dove è un'immagine vi è senz'altro anche una somiglianza. Ecco perché anche qui Mosè vieta di fare somiglianze e immagini forse per la ragione che abbiamo detto. Nel decalogo invece si dice in maniera generica che non deve farsi alcuna somiglianza 10 e non si menziona l'immagine, poiché quando non si riproduce alcuna somiglianza, senza dubbio non si produce alcuna immagine, per il fatto che se è un'immagine è naturalmente anche una somiglianza; se invece si produce una somiglianza, non si produce senz'altro un'immagine. Se tuttavia non c'è alcuna somiglianza, ne segue che non c'è alcuna immagine. Allorché dunque Dio ha proibito di fare una somiglianza o un'immagine ha voluto farci intendere quella dell'uomo, potendosi fare tanto la somiglianza non di questo o di quest'altro uomo, ma dell'uomo in generale, quanto l'immagine di tale o di tal altro uomo in particolare; quando al contrario si parla delle bestie e degli animali privi di ragione egli menziona solo la somiglianza. Chi infatti può trovarsi che metta davanti a sé un cane o un altro animale simile, guardando il quale ne faccia una pittura o una scultura? Cosa questa che invece è assai comune trattandosi di uomini.

Significati di terra.

5005
(
Dt 4,18) Che cosa vuol dire l'espressione: Somiglianza di qualsiasi specie di pesci che sono nelle acque sotto la terra? Col nome terra la Scrittura ha voluto forse farci intendere anche l'acqua a causa della sua natura fisica che si può toccare e, conforme all'espressione della Scrittura: Dio fece il cielo e la terra 11, (nella " terra ") dobbiamo comprendere anche le acque. La Scrittura infatti, ripetutamente ricordando queste due parti vuol fare intendere tutto l'universo, secondo l'espressione: Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra 12 e innumerevoli altre espressioni di tal genere. Oppure è detto: sotto terra per il fatto che la terra, se non fosse al di sopra delle acque, non potrebbe, certamente, essere abitata dagli uomini né avere animali terrestri.

Gli esseri del cielo adorati dai gentili.

5006
(
Dt 4,19) E quando alzi gli occhi al cielo e vedi il sole, la luna, le stelle e tutto l'ornamento del cielo, bada di adorare e rendere loro culto a quelle cose che il Signore tuo Dio ha dato in sorte a tutti (gli altri) popoli che sono sotto il cielo. La Scrittura non dice così, come se Dio avesse ordinato che a quelle cose fosse reso il culto dai gentili, e invece non fosse reso culto solo dal proprio popolo, ma dice così perché aveva previsto che i gentili avrebbero prestato culto a questi esseri del cielo e tuttavia li creò pur prevedendo ciò e aveva presagito che al contrario il suo popolo non avrebbe prestato culto ad essi, oppure la Scrittura dice distribuì per fare intendere l'utilità (di tali esseri) dichiarata nella Genesi: Affinché siano come segnali per tempi, giorni ed anni 13, dei quali segnali ha bisogno il popolo di Dio con tutti gli altri popoli, ma non presta loro il culto che loro prestano gli altri popoli.

La parola somiglianza in senso generale.

5007
(
Dt 4,23) Non dimenticate l'alleanza del Signore vostro Dio che ha stretto con voi e non fatevi per voi stessi alcuna somiglianza scolpita di qualunque cosa che il Signore tuo Dio ti ha proibito. La Scrittura parlando qui certamente in un senso generale usa la parola somiglianza sottintendendo però " immagine ", poiché se non v'è somiglianza, senza dubbio non c'è neppure immagine, per il fatto che quando c'è un'immagine c'è senz'altro somiglianza, sebbene quando c'è una somiglianza non c'è senz'altro un'immagine.

Il senso: da un'estremità a l'altra del cielo.

5008
(
Dt 4,32-33) Dobbiamo chiederci in che senso la Scrittura dice: Interrogate i giorni anteriori che erano prima di te, dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra, da un'estremità all'altra del cielo; è sottinteso infatti " interrogate ". Qui poi sembra che sia indicato tutto il mondo. Però non è facile riconoscere perché si dica da un'estremità all'altra del cielo, e non " da un'estremità all'altra della terra ". Una espressione di tale genere si trova anche nel Vangelo, quando il Signore dice che gli eletti verranno radunati da un'estremità all'altra del cielo 14. Salvoché forse qui la Scrittura voglia fare intendere che né dagli uomini né dagli angeli fu udito ciò che Dio ha fatto di straordinario riguardo al suo popolo e ch'essa mette in rilievo. Il testo infatti continua dicendo: Se è avvenuta una cosa simile a questa gran cosa, se è stato udito qualcosa di simile. Se una nazione ha inteso la voce del Dio vivente parlare di mezzo al fuoco, come hai udito tu e sei rimasto vivo. Se la cosa sta così, che cioè la Scrittura dice che questo fatto non fu udito né dagli uomini né dagli angeli, che significa allora quanto afferma il Vangelo: da un'estremità all'altra del cielo, dal momento che senza dubbio il Signore dice così parlando dell'ultima riunione dei suoi eletti?

A chi si estende l'alleanza del Signore.

5009
(
Dt 5,2-4) Che significano le seguenti parole della Scrittura: Il Signore vostro Dio ha stabilito con voi un'alleanza sull'Horeb; questa alleanza il Signore non l'ha conclusa con i vostri padri, ma con tutti voi, con voi che oggi siete qui tutti vivi; il Signore vi ha parlato faccia a faccia sulla montagna in mezzo al fuoco? Forse che coloro i quali non erano entrati nella terra promessa - erano infatti morti tutti coloro che erano usciti dall'Egitto - e dei quali Mosè aveva fatto il censimento contando tutti coloro che erano in grado di andare alla guerra 15, dall'età di venti anni in su fino all'età di cinquant'anni non hanno parte a quell'alleanza? In qual senso dunque il Signore ha parlato a coloro che vivevano fino a quel giorno? Forse perché allora potevano esserci molti dai vent'anni in giù che ricordavano bene quell'evento e non dovevano subire il castigo d'essere esclusi dall'entrare nella terra promessa, stabilito da Dio per coloro che erano stati contati allora? In effetti Dio si rivolge a coloro che, benché non avessero dai vent'anni in su quando Dio parlava loro dalla montagna e perciò non potessero essere contati allora, tuttavia potevano avere diciannove anni o meno, fino all'età puerile capaci non solo di vedere ma anche di udire e tenere a mente le cose che erano avvenute e le parole ch'erano state pronunciate.

9. 2. Ma che vuol dire la frase: Dio ha parlato con voi faccia a faccia, mentre prima si era preso cura soprattutto di avvertirli che non avevano visto alcuna immagine ma avevano udito solo la sua voce 16? O forse la Scrittura usa quelle espressioni a causa dell'evidenza di quei fatti e della divinità apparsa in un certo qual modo chiaramente presente, della quale nessuno avrebbe potuto dubitare? Se le cose stanno così, che cosa c'impedisce d'intendere ciò dello stesso Mosè, riguardo a quanto dice di lui la Scrittura, che cioè il Signore parlò con lui faccia a faccia 17, di modo che nemmeno lui vide con gli occhi nulla fuorché il fuoco? Oppure si può forse pensare che Mosè vide qualcosa di più, poiché sta scritto che egli entrò nel mezzo della nube o del nembo ov'era Dio 18? Ma anche nell'ipotesi che egli avesse visto qualcosa più di quelli, a causa delle parole con cui si rivolse a Dio: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, móstrati a me, che io ti veda in modo da conoscerti 19, non si può tuttavia pensare che egli avesse visto la natura di Dio, con i suoi occhi mortali. Ad ogni modo non si deve pensare che questo popolo, al quale Mosè parlava, avesse visto Dio così, faccia a faccia, allorquando parlava sulla montagna di mezzo al fuoco, come dice l'Apostolo che noi lo vedremo alla fine (della vita) nel passo ove dice: Ora vediamo come in uno specchio in maniera confusa, allora invece vedremo faccia a faccia. Che cosa poi e quanto grande cosa è questo lo spiega in seguito dicendo: Ora conosco solo imperfettamente, ma allora conoscerò faccia a faccia, come sono conosciuto anch'io 20. Ma anche questa affermazione occorre intenderla con cautela perché non si pensi che l'uomo potrà conoscere Dio nella misura con la quale ora Dio conosce l'uomo, ma che nei limiti della sua capacità avrà una conoscenza tanto perfetta che non dovrà aspettarsi nient'altro che le venga aggiunto. Poiché quanto perfettamente Dio conosce adesso l'uomo - ma tuttavia nel modo come lo conosce Dio - altrettanto perfettamente lo conoscerà l'uomo ma tuttavia nella misura con cui l'uomo può conoscere Dio. È vero che la Scrittura dice: Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste 21, ma non per questo dobbiamo sperare l'uguaglianza che il Verbo unigenito ha con il Padre; sebbene non siano mancati alcuni i quali hanno pensato che si avvererà questo fatto, salvo che per caso non comprendiamo bene che cosa dicano.

Dio intero dappertutto, non è circoscritto da alcun luogo.

5010
(
Dt 5,5-6 Dt 24) Che significa la frase: Io stavo tra il Signore e voi in quel tempo per riferirvi le parole del Signore, come se il Signore si trovasse in un luogo, cioè sul monte (Sinai) donde essi lo udivano? Ciò non deve intendersi nel senso che in base a questo testo possiamo supporre che la natura di Dio, che è intero dappertutto senza avvicinarsi o allontanarsi attraverso spazi di luoghi, si trovi in alcun luogo fisico; ma le manifestazioni di Dio non si mostrano ai sensi umani diversamente per mezzo delle creature che non sono ciò che è Lui. Il Signore perciò, volendo allontanare la nostra mente da simili immaginazioni con le quali si pensa che Dio sia circoscritto da qualche luogo, verrà - dice - un tempo quando non adorerete il Padre né su questo monte né in Gerusalemme. Voi adorate quel che non conoscete, noi invece adoriamo quello che conosciamo, poiché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il tempo, ed è il presente, quando i veri adoratori adoreranno il Padre animati dallo Spirito e dalla verità, il Padre infatti cerca coloro che lo adorino a questo modo. Dio è spirito e coloro che lo adorano devono adorarlo animati dallo Spirito e dalla verità 22. Mosè disse dunque di essere un intermediario non tra la natura di Dio e il popolo attraverso uno spazio fisico, ma perché il popolo preferì ascoltare tutte le altre parole di Dio, dopo essere rimasto fortemente spaventato nell'udire la voce del Signore che da dentro il fuoco proclamava il Decalogo della Legge 23.

10. 2. A buon diritto però si pone il quesito in qual senso devono intendersi le parole di Mosè riferite dal Deuteronomio: Poiché voi avevate paura di fronte al fuoco e non eravate saliti sul monte, io stavo tra il Signore e voi in quel momento per annunciarvi le parole del Signore in questi termini: Io sono il Signore Dio tuo, etc., le quali sono già parole del Signore che contengono il decalogo. Che significa allora l'aggiunta: in questi termini (dicens)? Poiché, se penseremo che si tratti di un iperbato e che l'ordine delle parole sia: In quel momento io stavo tra il Signore e voi per annunciarvi le parole dicendo: Io sono il Signore Dio tuo, non sarà vero. In realtà il popolo non udì queste parole per mezzo di Mosè ma le udì provenienti da dentro il fuoco; poiché il popolo non poteva sopportare ciò, dopo aver udito il Decalogo chiese di udire il resto per mezzo di Mosè. Non ci resta quindi che intendere l'espressione: in questi termini (dicens), come usata qui nel senso: quando diceva. Di modo che il senso (della frase) è questo: In quel momento io stavo tra il Signore e voi per annunciarvi le parole del Signore, poiché avevate paura di fronte al fuoco e non saliste sul monte mentre diceva: Io sono il Signore Dio tuo, sottintendendosi " quando naturalmente diceva il Signore ". Mentre il Signore diceva queste parole, ricordate tutte successivamente, il popolo ebbe paura di fronte al fuoco e non salì sul monte e pregò di udire le parole del Signore piuttosto dalla bocca di Mosè 24.

10. 3. Mosè ricorda nel Deuteronomio queste parole dettegli dal popolo quando non volle sentire più la voce di Dio, ma gli chiesero di sentire da lui le parole che diceva Dio, cioè: Ecco, il Signore nostro Dio ci ha mostrato la sua gloria e abbiamo udito la sua voce di mezzo al fuoco etc. Non si leggono esattamente le medesime cose nell'Esodo, ove si raccontano per la prima volta le cose che vengono ripetute qui adesso 25. Perciò, come ho già ricordato qualche altra volta, dobbiamo concludere che non si deve ritenere una bugia se il medesimo significato viene espresso con qualsivoglia altri termini, e ciò anche riguardo alle osservazioni degli Evangelisti che sono censurate da individui ignoranti e critici maliziosi come contraddittorie. Non era infatti difficile a Mosè porre attenzione alle cose che aveva scritto nell'Esodo e ripeterle con le stesse parole, se non fosse cómpito dei santi nostri maestri (della fede) insegnare ai discepoli proprio questo concetto, che cioè non devono cercare nelle parole di coloro che parlano nient'altro che il significato per indicare il quale sono state adottate le parole.

Dono della grazia la giustizia fondata sulla fede.

5011
(
Dt 5,29) Che significano le parole che Mosè dice di essergli state rivolte dal Signore riguardo al popolo ebraico: Chi dirà ch'essi abbiano un cuore tale da temermi e osservare i miei comandamenti? Vuole forse il Signore far intendere di già che si deve alla sua grazia se si riceve questo beneficio che cioè la giustizia di Dio negli uomini è quella fondata sulla fede e non quella considerata un bene personale come se derivasse dalla legge 26? Dio indica questo concetto anche per mezzo del Profeta quando dice: Toglierò da loro un cuore di pietra e darò loro un cuore di carne 27; ciò è detto a motivo del senso che ha il termine carne e non ha il termine pietra usato certamente in senso traslato. Questo medesimo proposito (di Dio) è enunciato in un altro passo (della Scrittura): Ecco, verranno giorni - dice il Signore - nei quali concluderò con la casa d'Israele e con la casa di Giuda un'alleanza nuova, non come l'alleanza che conclusi con i loro padri il giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese dell'Egitto. Poiché questa sarà un'alleanza che stringerò con loro dopo quei giorni, dando le mie leggi nel loro cuore e le scriverò nel loro spirito e non mi ricorderò più delle loro iniquità e dei loro peccati 28. Qui la nuova alleanza viene distinta dall'antica, poiché nell'antica la legge fu data su tavole di pietra, nella nuova alleanza invece è data nei cuori, per effetto della grazia. Ecco perché anche l'Apostolo dice: Non su tavole di pietra, ma su tavole che sono i vostri cuori di carne, e (poco dopo) in un altro passo dice: Ci ha resi idonei a essere ministri della nuova alleanza, non di quella della lettera ma di quella dello Spirito 29.

Chi non giura affatto vive lontano dallo spergiuro.

5012
(
Dt 6,13) Ciò che (la legge) dice riferito al Signore: E giurerai nel suo nome, non si deve intendere come se facesse obbligo di giurare, ma nel senso che proibisce di giurare nel nome di un'altra divinità. È meglio però non giurare, come dice il Vangelo 30, non perché sia un male giurare la verità, ma per non cadere nello spergiuro per la facilità con cui si giura. Poiché quando uno presta giuramento può giurare non solo la verità ma anche il falso; chi invece non giura affatto vive lontano dallo spergiuro.

Ove l'agiografo dice più chiaramente ciò che è oscuro.

5013
(
Dt 8,2) E ti ricorderai di tutta la strada per la quale ti condusse il Signore Dio tuo nel deserto per affliggerti e metterti alla prova e far conoscere ciò che c'è nel tuo cuore, se osserverai o no i suoi comandamenti. Qui l'agiografo dice più chiaramente ciò che è oscuro a causa del genere d'espressione idiomatica mediante la quale in un altro passo è detto: Il Signore vostro Dio vi mette alla prova per vedere se lo amate 31. Si capisce infatti che qui si dice per sapere (ut sciat) invece di " per far sapere ". Questo senso è espresso chiaramente poco dopo (con la frase): per metterti alla prova e così farti conoscere che cosa c'è nel tuo cuore; infatti non dice: " per conoscere ", poiché, se avesse detto così, si sarebbe dovuto intendere nel senso di " per far conoscere ".

Le persone di dura cervice.

5014
(
Dt 9,6-8) E tu saprai oggi che non già grazie ai tuoi meriti il Signore tuo Dio ti dà in eredità questa terra fertile, poiché sei un popolo di dura cervice. Questi tali sono certamente coloro che non sanno distinguere tra la destra e la sinistra e perciò non meritarono di perire nel deserto 32. Ma poi certamente si parla delle persone di dura cervice. Si deve quindi riconoscere che quella frase esprime un mistero, non che siano proclamati importanti i meriti di costoro. Infatti perché nessuno pensi che costoro siano diventati vituperevoli all'improvviso, mentre prima erano stati lodati giustamente, poco dopo si dice loro: Ricórdati, non dimenticare quanto esasperasti il Signore tuo Dio nel deserto; dal giorno che usciste dal paese d'Egitto fino a quando arrivaste in questo luogo non cessaste di essere increduli riguardo al Signore. Se poi alcuni di essi erano tali e alcuni, al contrario, fedeli e buoni, neppure in questa ipotesi viene concessa, comunque, la terra promessa a coloro che non sanno distinguere la destra dalla sinistra, intendendo ciò presso a poco nel senso che non offesero Dio. Poiché anche i loro padri, ch'erano morti e ai quali non era stato permesso di vivere nella medesima terra si trova scritto che tra essi ce n'erano alcuni anche buoni. Per questo l'Apostolo dice che non tutti caddero ma solo alcuni di essi, a proposito dei quali ricorda i loro peccati 33. Con maggiore evidenza anche questo libro del Deuteronomio mostra che costoro furono simili ai loro padri, poiché subito dopo aggiunge e dice: E nell'Horeb esasperaste il Signore. Lo esasperarono lì certamente coloro che per le medesime loro cattive azioni non furono fatti entrare nella terra promessa.

Il decalogo dato da Dio, scritto da Mosè.

5015
(
Dt 10,1-4) In quell'occasione il Signore mi disse: " Tàgliati due tavole di pietra come le prime e sali da me sul monte; e ti costruirai un'arca di legno. E scriverò sulle tavole le parole che si trovavano sulle tavole che tu hai spezzato; e le introdurrai nell'arca ". E io costruii un'arca di legno imputrescibile e tagliai due tavole di pietra come le prime e salii sul monte con le due tavole nelle due mie mani. Ed egli scrisse sulle tavole conforme alla prima scrittura le dieci parole che il Signore vi rivolse sul monte di mezzo al fuoco: ed il Signore me le diede. A buon diritto si pone il quesito come mai questi fatti vengono riferiti nel Deuteronomio in cui li ricorda e li ripete Mosè, mentre nell'Esodo, dove sono raccontati la prima volta come detti ed accaduti, si trovano scritti così: E il Signore disse a Mosè: " Scrivi per te queste parole, poiché secondo queste parole io ho stabilito un'alleanza per te e per Israele ". E Mosè stava lì al cospetto del Signore quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane e non bevve acqua, e scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole 34. Se dunque nell'Esodo si narra che Mosè scrisse le dieci parole della legge, come mai qui nel Deuteronomio viene ricordato che a scrivere le medesime parole sulle tavole fu Dio?

15. 2. E inoltre, esponendo di sfuggita quel passo dell'Esodo e ponendo per iscritto ciò che mi pareva giusto a proposito di quella discrepanza 35, spiegando perché l'agiografo riferisce che le prime tavole spezzate (poi da Mosè) furono scritte dal dito di Dio, mentre delle seconde, che dovevano restare tanto a lungo nell'arca e sulla tenda-santuario, si dice che furono scritte proprio da Mosè; dissi allora che mediante quella discrepanza erano stati simboleggiati i due Testamenti, cosicché nell'Antico Testamento la legge ci viene presentata solo come opera di Dio senza che l'uomo facesse nulla in quanto la legge non poteva essere adempiuta mediante il timore, poiché quando si compie davvero la legge, la si compie mediante l'amore, che è la grazia del Nuovo Testamento 36. Leggiamo invece che fu l'uomo a scrivere le parole di Dio sulle seconde tavole, poiché l'uomo può compiere l'opera della legge per mezzo dell'amore della giustizia, ma non lo può mediante il timore del castigo.

15. 3. Adesso dunque, quando nel Deuteronomio si legge delle seconde tavole, si trova detto così: E tagliai le due tavole di pietra come le prime e salii sul monte, le due tavole nelle due mie mani. E scrisse sulle tavole secondo la prima scrittura le dieci parole, non dice: " e scrissi ", ma scrisse, s'intende Dio, come poco prima aveva detto le parole che Dio gli aveva rivolte: Taglia due tavole di pietra come le prime e sali da me sul monte, e ti costruirai un'arca di legno; e io scriverò sulle tavole le parole che erano sulle prime tavole. Sorge quindi un quesito da esaminare attentamente, poiché qui si legge che a scrivere ambedue le (paia di) tavole, cioè le prime e le seconde, fu Dio e non l'uomo. Ora, se anche nello stesso libro dell'Esodo noi leggeremo le parole di Dio con cui ordina a Mosè di tagliare le medesime tavole, non si trova nient'altro se non che lo stesso Dio promise che le medesime le avrebbe scritte lui, poiché sta scritto così: E il Signore disse a Mosè: " Tàgliati due tavole di pietra come le prime e sali da me sul monte. E io scriverò le parole che erano (incise) sulle prime tavole, che tu hai spezzato " 37. Pertanto, senza parlare del libro del Deuteronomio, solo l'Esodo contiene anche questo problema, cioè come mai Dio disse: E io scriverò sulle tavole le parole che si trovavano sulle prime tavole, mentre poco dopo si legge: Scrivi per te queste parole, poiché secondo queste parole ho stabilito un'alleanza per te e per Israele. E Mosè rimase lì al cospetto del Signore quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane e non bevve acqua e scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole. Se infatti ciò che è detto prima: Scrivi per te queste parole, poiché secondo queste parole ho stabilito un'alleanza per te e per Israele si riferisce alle disposizioni date precedentemente a Mosè da Dio, con l'ordine di non scriverle sulle due tavole, ma nel libro della legge, ove erano scritte molte disposizioni, possiamo affermare con certezza che il passo che segue: E Mosè stette lì, al cospetto del Signore, quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane e non bevve acqua e scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole 38, mostra assai bene che fu lo stesso Mosè a scrivere sulle tavole quelle dieci parole e non Dio, salvo che, quando si dice: e scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole, fossimo costretti a intendere in un modo violento, ma spinti da una certa necessità, a sottintendere non Mosè ma il Signore - poiché prima si dice: e Mosè stette lì al cospetto del Signore - e per conseguenza dovremmo pensare che queste dieci parole furono scritte sulle tavole, come aveva promesso prima, dal Signore al cui cospetto Mosè stette quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane e senza bere acqua.

15. 4. Se la questione sta così, la discordanza che ci è parsa esistere tra i due Testamenti non può affermarsi a proposito di queste parole, dal momento che non l'uomo ma Dio scrisse tanto le prime che le seconde tavole, è vero. Tuttavia quella discordanza non comporta certamente alcun dubbio che fu Dio non solo a fare ma anche a scrivere le prime tavole. In quell'occasione infatti a Mosè non fu detto:" taglia per te due tavole ", ma si legge piuttosto quanto segue: E Mosè si volse e discese dal monte con le due tavole dell'alleanza nelle sue mani; tavole di pietra scritte su entrambi i lati; erano scritte da una parte e dall'altra, le tavole erano opera di Dio e la scrittura era scrittura di Dio, incisa sulle tavole 39. Già in precedenza l'agiografo aveva detto che le medesime tavole erano state scritte dal dito di Dio esprimendosi così: Appena ebbe finito di parlare con lui sul monte Sinai, diede a Mosè le due tavole dell'alleanza, tavole in pietra, scritte dal dito di Dio 40. In quell'occasione dunque non solo le tavole erano opera di Dio ma anche la scrittura era stata incisa da Dio. Quanto invece alle due seconde tavole è proprio Mosè che riceve l'ordine di tagliarle per fare intendere naturalmente che furono tagliate per opera dell'uomo, sebbene le scrivesse Dio in persona, come aveva promesso quando ordinò di tagliarle. Se però riflettiamo più attentamente per quanto riguarda le seconde tavole, ecco il motivo di questi due fatti menzionati a proposito delle seconde tavole: non solo Dio mediante la sua grazia compie l'opera della legge nell'uomo ma anche l'uomo mediante la propria fede riceve la grazia di Dio venendo così a far parte della nuova alleanza e diventando cooperatore di Dio che lo aiuta, e perciò quando si tratta delle prime tavole è menzionata solo l'opera di Dio perché la legge è spirituale e la legge è santa, come santo, giusto e buono è il comandamento 41, mentre riguardo alle medesime tavole non è menzionata alcuna opera dell'uomo, poiché coloro che non hanno fede non sono adatti a ricevere l'aiuto della grazia, ma poiché ignorano la giustizia di Dio e vogliono far sussistere la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio 42. Per questo, riguardo a loro, la legge ha la forza di condannarli, cosa questa simboleggiata dall'atto di spezzare le tavole. Grazie a queste considerazioni non siamo evidentemente costretti a sottintendere, con una interpretazione forzata, che fu Dio a scrivere, quando l'agiografo dice: E Mosè stette lì alla presenza del Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane e bere acqua, e scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza 43, testo in cui si fa intendere molto chiaramente che fu Mosè a scrivere. In precedenza 44 però Dio aveva promesso di scrivere lui, e nel Deuteronomio si narra che non solo l'aveva promesso, ma anche che le scrisse proprio lui, per simboleggiare ciò che dice l'Apostolo: È Dio che per la sua benevolenza suscita in voi il volere e l'agire 45, cioè in coloro che per mezzo della fede ricevono la grazia e non vogliono stabilire una propria giustizia personale, ma sono sottomessi alla giustizia di Dio 46, affinché siano in Cristo giustizia di Dio 47. Ora l'Apostolo anche in quel passo afferma tutt'e due le cose, che cioè ad agire non è solo Dio ma anche gli uomini. Poiché se essi non compivano le opere, come avrebbe potuto dire loro: Adoperatevi per la vostra salvezza con timore e tremore 48? Opera dunque Dio, noi cooperiamo, poiché egli non ci toglie ma aiuta la libera decisione della buona volontà.

La tribù di Levi nel suo significato.

5016
(
Dt 10,8-9) In quel tempo il Signore separò la tribù di Levi perché portasse l'arca dell'alleanza del Signore, stesse davanti al Signore, esercitasse il servizio e pregasse nel suo nome fino a questo giorno. Per questo motivo i leviti non hanno né parte né eredità con i fratelli; il Signore stesso è la sua parte d'eredità, come gli aveva detto lui. Se per mezzo di questa tribù non fosse stato prefigurato il sacerdozio regale di tutti i fedeli, che riguarda il Nuovo Testamento, un personaggio che non era della medesima tribù (di Levi) non avrebbe osato assolutamente dire: La mia parte d'eredità è il Signore 49, e in un altro Salmo: Il Signore è la parte della mia eredità 50.

Un ordine impossibile da osservarsi.

5017
(
Dt 11,20) Che significa l'ordine dato da Mosè il quale, riferendosi ai comandamenti del Signore, dice: E li scriverete sugli stipiti delle vostre case e delle vostre porte, dal momento che né si ricorda né si legge che alcuno degli Israeliti facesse ciò alla lettera, perché non può farlo nessuno, salvo che distribuisca quelle parole per molte parti della propria casa? Si tratta forse d'un ordine iperbolico come se ne dicono molti altri 51?.

L'ordine di mangiare le decime solo in città.

5018
(
Dt 12,11) Si deve ricercare come mai la Scrittura comanda che le decime di tutti i frutti e i primogeniti del bestiame si mangino solo in città ove sarà un tempio, dal momento che nella legge era prescritto che fossero dati ai leviti.

Le prove di Dio per farci sapere.

5019
(
Dt 13,1-3) Se sorge in mezzo a voi un profeta o un uomo che fa dei sogni e che ti mostri un segno o un prodigio e accada il segno o il prodigio di cui ti aveva parlato dicendo: " Andiamo e rendiamo un culto ad altri dèi che voi non conoscete ", non date ascolto alle parole di quel profeta né all'uomo che ha fatto quel sogno, poiché il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il vostro cuore e con tutta l'anima vostra. Alcuni traduttori latini non impiegarono l'espressione: scire an diligatis (per sapere se voi l'amate), ma: ut sciat an diligatis (affinché sappia se voi l'amate). Sebbene sembri che il senso sia lo stesso, tuttavia l'espressione scire si riferisce più facilmente agli Israeliti; in tal modo l'espressione: tentat vos scire la intendiamo come se si dicesse: " mettendovi alla prova fa sapere ". Con ciò naturalmente Mosè vuol fare intendere che anche se si avverassero le predizioni fatte dagli indovini e non conformi alla mente di Dio, non si dovrebbe prenderle nel senso che si debba fare ciò che è ordinato da loro o debbano adorarsi gli dèi adorati da essi. Dio poi mostra anche che non senza l'intervento della sua potenza succedono tali prodigi, e come se gli si chiedesse perché li permette, espone che il motivo di questa prova è quello di conoscere il loro amore, se cioè hanno amore verso il loro Dio, o piuttosto che sia conosciuto da loro, anziché da Dio che sa tutto prima che avvenga.

La decima da conservare per coloro che non possedevano nulla.

5020
(
Dt 14,28-29 Dt 15,1) Dopo tre anni porterai la decima di ogni tuo prodotto; quell'anno la depositerai nelle tue città e verrà il levita, che non ha né parte né eredità con te, il forestiero, l'orfano e la vedova che si trova nelle tue città; ne mangeranno e si sazieranno, affinché il Signore tuo Dio ti benedica in tutte le opere che farai. Non si dice che da questa decima mangi lui con i suoi, e perciò il Signore comanda che venga destinata ai leviti, ai forestieri, agli orfani e alle vedove. Il testo però non si esprime chiaramente, poiché questa decima non è distinta da quella che la legge comanda di mangiare con i leviti nel luogo che il Signore avesse scelto per il suo tempio 52. Ma nella traduzione fatta dal testo ebraico troviamo ciò espresso più chiaramente, poiché dice: Al terzo anno separerai un'altra decima di tutti i prodotti che ti nasceranno in quel tempo e la riporrai dentro le tue porte; e verrà il levita, che non ha alcun'altra parte né una proprietà con te, il pellegrino, l'orfano e la vedova che si trovano entro le tue porte, ne mangeranno e si sazieranno, affinché il Signore tuo Dio ti benedica in tutte le opere delle tue mani che farai. In primo luogo è più chiara l'espressione: al terzo anno, poiché vuol dire che c'è l'intervallo di un anno, mentre al contrario la versione dei Settanta: dopo tre anni è equivoca e non precisa se quei tre anni sono intermediari in modo che la riserva di tale decima si debba fare ogni quattro anni. In secondo luogo quando dice: separerai un'altra decima mostra assai bene che non si tratta della decima che - secondo l'ordine del Signore - l'offerente doveva mangiare con i suoi e con i leviti nel luogo che il Signore avrebbe scelto; poiché la legge comanda di porre in serbo quest'altra decima e nell'interno delle proprie porte, non di portarla nel luogo ove il Signore ha voluto essere invocato. E verrà - è detto - il levita, che non ha parte né proprietà insieme con te, il forestiero, l'orfano e la vedova che si trovano dentro le tue porte e ne mangeranno. Da questo testo risulta senza dubbio e chiaramente vero che Dio non volle che questa decima fosse un bene a disposizione tanto dell'offerente quanto di coloro per i quali dev'essere usato, ma comandò che fosse distribuita solo a coloro che non possedevano nulla, tra i quali mise soprattutto i leviti. Dopo sette anni farai il condono. In questo testo appare chiaramente in qual senso Mosè anche prima aveva detto: dopo tre anni. In effetti il Signore non volle che neppure questi sette anni fossero intermedi: egli comandò che si facesse il condono ogni anno come se si trattasse dell'osservanza di un Sabato d'anni.

L'anno della remissione.

5021
(
Dt 15,9) Bada a te stesso che nel tuo cuore non ci sia una parola occulta, un'iniquità, dicendo: "È vicino il settimo anno, l'anno del condono", e il tuo occhio non mostri della cattiveria verso tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; ed egli griderà contro di te verso il Signore, e sarà in te un gran peccato. L'agiografo usa qui l'espressione: parola segreta, ottimamente appropriata, poiché non osa esporre a parole un siffatto proposito nessuno che avrà potuto pensare di non aver l'obbligo di dare un prestito a un indigente per il fatto che si avvicina l'anno del condono, quando Dio, per far esercitare la misericordia, ha comandato ambedue le cose: sia di dare un prestito a chi ne ha bisogno, che di condonarlo nell'anno della remissione. In qual modo perciò potrà uno condonare, animato dalla misericordia, nell'anno in cui si deve dare il condono, se crudelmente pensa di non dare nulla nel tempo in cui si deve dare qualcosa?

La liberazione dello schiavo nel settimo anno.

5022
(
Dt 15,12) Se però ti è stato venduto un tuo fratello ebreo, uomo o donna, sarà tuo schiavo per sei anni e il settimo anno lo rimanderai libero da casa tua. Il Signore non ha voluto che fossero lasciati liberi questi schiavi comprati nell'anno del condono, che da tutti doveva essere osservato ogni sette anni ma nel settimo anno dopo la sua compera quale che fosse il tempo in cui cadeva quel settimo anno.

Quali sono i primogeniti da offrire.

5023
(
Dt 15,19) Ogni primogenito che nascerà nelle tue vacche e nelle tue pecore, se è maschio, lo consacrerai al Signore tuo Dio. Si deve cercare se gli esseri che in greco sono chiamati ma in latino si potevano chiamare solo primogenita (primogeniti), sono da intendersi soltanto quelli che nascono dalle madri, per il fatto che essi, piuttosto che essere generati, vengono partoriti. Poiché il significato proprio di è " partorire " che è un'azione della femmina - per questo si dice - mentre generare si dice in greco , e perciò il termine in senso proprio corrispondente latino è " primogenito ". Si offrivano dunque a Dio i primi nati dalle femmine, non i primi generati dai loro mariti se per caso li generassero da vedove che avevano già partorito prima. Poiché altrimenti non sarebbero stati i figli che avrebbero aperto il seno materno, caratteristica propria dei figli che dovevano essere consacrati al Signore secondo la volontà della legge. Se dunque in queste parole c'è una vera distinzione non senza una ragione si dice che il Signore non è (unico nato) del Padre, ma - cioè unigenito, vale a dire unico - però in latino, è vero, si dice che il primogenito (di quelli che risuscitano) dai morti 53, poiché in latino non si poteva formare una parola composta in quel modo secondo il nostro consueto modo di parlare; in greco invece si dice (il primo nato) non (il generato per primo; primogenito) come se il Padre avesse generato il figlio uguale a lui stesso, una creatura invece avrebbe partorito. D'altra parte, anche l'espressione: il primogenito d'ogni creatura 54, la parola greca che anche lì si legge, può intendersi nel senso di " nuova creatura ", di cui l'Apostolo dice: Se pertanto uno è in Cristo è una nuova creazione 55; di questa nuova creazione il primo è Cristo, poiché fu il primo a risorgere in modo che non dovrà più morire e la morte non potrà più avere dominio su di lui 56, come viene promesso che avverrà alla fine per la nuova creazione che è unita a lui. Una tale distinzione però non dev'essere affermata senza riflessione ma dev'essere esaminata più attentamente. Poiché si rimane imbarazzati come mai nel libro dei Proverbi si è potuto dire: Primogenito, lo dico a te, figlio 57; si rimane cioè perplessi in nome di chi si deve intendere che ciò sia stato detto. Poiché se l'espressione è rivolta a Cristo dalla persona di Dio Padre - ma è molto difficile affermare se ciò che segue si accorda a questa spiegazione - la Scrittura chiama (Cristo) Primogenito e anche Unigenito: primogenito per il fatto che anche noi siamo figli di Dio 58, unigenito, al contrario, poiché solo lui è della natura del Padre, uguale al Padre e coeterno con Lui. Sarebbe però strano se la Sacra Scrittura distinguesse con argomenti assai chiari tra " partorire " e "generare ".

L'offerta dei buoi nel senso figurato.

5024
(
Dt 16,2) E come vittima della pasqua immolerai al Signore tuo Dio pecore e buoi. Che significa il fatto che qui l'agiografo aggiunge buoi, mentre, trattando del sacrificio della pasqua, aveva parlato solo di un capo di bestiame minuto da prendere di tra le pecore e i capretti o di tra le capre? Ciò deve intendersi in senso figurato riguardo a Cristo, la cui origine carnale deriva da giusti e da peccatori. Poiché l'agiografo non dice: " dalle pecore o dalle capre ", sebbene in senso proprio non possa intendersi una pecora di tra le capre; ma affinché i Giudei non dicessero per caso che si doveva sottintendere un capro, se si fosse detto: " o di tra i capri ", si disse: di tra gli agnelli e i capretti 59. Che cosa significano allora qui i buoi? Sono forse menzionati a causa di altri sacrifici che dovevano offrirsi negli stessi giorni degli azimi?

La festa di pentecoste.

5025
(
Dt 16,9-11) Si deve ricercare il motivo per il quale fu comandato di osservare quanto è detto nel seguente passo: Conterai per te stesso sette settimane intere; quando comincerai a portare la falce per la messe comincerai a contare sette settimane. E celebrerai la festa delle Settimane in onore del Signore tuo Dio secondo la forza della tua mano, tutto ciò che egli ti avrà dato, nella proporzione in cui ti benedirà il Signore tuo Dio; e ti rallegrerai al cospetto del Signore tuo Dio. Se fu comandato che questa festa della pentecoste fosse osservata da tutto il popolo, dobbiamo forse credere che fu comandato a tutti di mettersi a falciare la messe lo stesso giorno? Se invece ognuno osserva questa quinquagesima per proprio conto, contando le settimane dal giorno in cui comincia a mietere, la (ricorrenza della) quinquagesima non è la stessa per tutto il popolo; è invece la stessa (per tutti) la festa che viene computata a partire dal sacrificio della vittima pasquale fino al giorno in cui fu data la legge sul monte Sinai.

La richiesta di un re non fu conforme alla volontà di Dio.

5026
(
Dt 17,14-15) Se entrerai nella terra che il Signore tuo Dio ti dà come parte d'eredità e ne avrai preso possesso e l'abiterai, e dirai: Voglio costituire sopra di me un re come tutte le nazioni che mi stanno intorno, dovrai costituire sopra di te come re colui che il Signore tuo Dio avrà scelto. Costituirai sopra di te come re uno dei tuoi fratelli; non potrai costituire su di te uno straniero che non sia tuo fratello. Possiamo domandarci perché al Signore dispiacque il popolo quando desiderò di avere un re 60, dal momento che qui si trova scritto che gli era stato promesso. Ma da questo passo si deve piuttosto intendere con ragione che la richiesta non fu conforme alla volontà di Dio, poiché egli non comandò che ciò avvenisse, ma lo permise solo perché lo avevano desiderato. Dio ordinò tuttavia che non fosse costituito come capo un estraneo, ma un fratello, cioè un originario dello stesso popolo. Quanto poi all'espressione: non potrai, si deve intendere nel senso di " non dovrai ".

Avere un gran numero di mogli era proibito senza distinzioni.

5027
(
Dt 17,17) Parlando del re l'agiografo dice: Non dovrà moltiplicare le sue donne per evitare che il suo cuore si allontani (dal Signore); e l'argento e l'oro non dovrà moltiplicarli eccessivamente. Stando a questo passo ci domandiamo se Davide non agì contro questo precetto, poiché non ebbe una sola moglie 61. D'altra parte nel caso di Salomone è evidente che egli trasgredì questo precetto non solo riguardo alle donne ma anche riguardo all'oro e all'argento. Da qui si desume piuttosto che fu permesso al re di avere più di una moglie, poiché fu proibito loro di averne molte. Questa proibizione non fu trasgredita se un re non ne aveva molte come quelle che ebbe Davide, ma non dovevano essere molte come quelle di Salomone. Tuttavia, quando l'agiografo aggiunge: affinché il suo cuore non si allontani (dal Signore), pare piuttosto che il Signore ordinasse al re di non avere molte mogli per non arrivare ad avere mogli straniere per mezzo delle quali, nel caso di Salomone, avvenne che il suo cuore si allontanasse da Dio 62. Tuttavia l'avere un gran numero di mogli era proibito senza distinzioni, in modo che, anche se un re avesse avuto un gran numero di mogli prese solo tra le ebree, con ragione sarebbe potuto essere incolpato di aver trasgredito questo precetto.

Quanto è dovuto al levita come diritto della famiglia.

5028
(
Dt 18,6-8) Se poi sopraggiungerà un levita da una delle tue città, una (qualsiasi) di tutti i figli d'Israele, dove egli risiede, (se viene) come desidera la sua anima nel luogo che il Signore avrà scelto - cioè se desiderò recarsi nel luogo dove è invocato il Signore - allora presterà servizio al nome del Signore suo Dio come tutti i suoi fratelli leviti che stanno lì davanti al Signore; egli mangerà la porzione distribuita ad eccezione del (provento) della vendita dei suoi beni di famiglia. Non è chiaro di quale vendita si parli: forse si tratta delle decime e delle primizie che ai leviti abitanti lontano (da Gerusalemme) era comandato di vendere per non essere costretti a portare molte cose nel luogo ove s'invoca il Signore, o a condurre là il bestiame per poi ricomprarlo allo stesso prezzo; il Signore aveva ordinato che avesse lì la parte corrispondente il levita il quale restava in quella città da cui gli erano dovute le decime e le primizie. Ecco perché l'agiografo dice che ciò è dovuto al levita come diritto della famiglia poiché, in forza del diritto di successione ai beni di suo padre, si doveva mettere in serbo per lui ciò che si soleva dare ai suoi genitori.

Ci chiediamo come discernere i prodigi.

5029
(
Dt 18,10-11) Poiché Dio proibisce che tra il suo popolo ci siano degli individui che osservano e interpretano i prodigi ci chiediamo come discernere i prodigi, che egli proibisce di osservare, da quelli che hanno impronte talmente divine che se ne deve ricercare il significato; tali sono tutti i miracoli riferiti nelle Scritture: essi significano qualcosa d'importante relativo alla regola della fede, come spieghiamo che cosa significava il vello rimasto asciutto sull'aia che invece era bagnata di rugiada, oppure era bagnato di rugiada nell'aia ch'era asciutta 63, oppure il bastone di Aronne che fiorì e produsse delle mandorle 64, ed altri simili prodigi. Poiché, allo stesso modo che si distinguono le divinazioni proibite nel seguito del testo sacro dalle predizioni e dai messaggi dei Profeti, così le osservazioni dei prodigi si devono distinguere dai significati dei miracoli divini.

Cooperiamo con Dio che ci aiuta.

5030
(
Dt 20,4) Poiché il Signore, vostro Dio, che avanza davanti a voi, è a fianco di voi per combattere per voi insieme a voi i vostri nemici al fine di salvarvi. Ecco qui come anche quando si tratta di lotte spirituali si deve sperare e invocare l'aiuto di Dio, non affinché noi non facciamo nulla, ma ma cooperiamo con lui che ci aiuta. Poiché l'agiografo dice così: combatterà con voi, per mostrare che anch'essi dovevano fare ciò che si doveva fare.

Le disposizioni degli uomini chiamati alle armi.

5031
(
Dt 20,5-7) Allora gli scribi parleranno al popolo in questi termini: Chi è l'uomo che ha costruito una casa e non l'ha inaugurata? Se ne vada e torni a casa sua, perché non muoia in guerra e la inauguri un altro. E chi è l'uomo che ha zappato per piantare una vigna e non ha goduto dei suoi frutti? Se ne torni a casa sua, perché non muoia in guerra e non ne goda dei frutti un altro. E chi è l'uomo che si è fidanzato con una donna e non l'ha presa ancora con sé in moglie? Se ne vada e torni a casa sua, perché non muoia in guerra e non la prenda in moglie un altro. Queste disposizioni potrebbero creare imbarazzo quasi a dire che potrebbero morire in guerra con uno stato d'animo migliore coloro che hanno inaugurato la loro casa e goduto i frutti delle vigne piantate di recente, dopo aver preso con sé la sposa novella, invece di quelli che ancora non hanno gustato tali godimenti. Ma poiché il cuore dell'uomo si lascia prendere da siffatti godimenti che sono assai stimati dagli uomini, si deve intendere che queste disposizioni vengono date a persone che vanno in guerra; in tal modo appariva di essere fortemente attaccato a quei piaceri chi tornava indietro al fine di non combattere meno valorosamente per il timore di morire prima di inaugurare la sua casa, o prima di aver bevuto il vino della vigna piantata di recente o di aver preso in moglie la fidanzata. Poiché d'altronde, per quanto riguarda la donna è meglio per lei sposarsi vergine anziché vedova con un altro uomo; ma - come ho detto - queste disposizioni avevano lo scopo di provare i sentimenti degli uomini chiamati alle armi.

Gli indumenti maschili vietati alle donne.

5032
(
Dt 22,5) Una donna non dovrà indossare indumenti maschili; l'espressione indumenti maschili vuol dire " strumenti bellici ", cioè le armi, come hanno tradotto anche alcuni altri autori.

La legge volle che le mogli fossero sottomesse ai mariti.

5033
(
Dt 22,13-21) Se uno avrà preso moglie e sarà vissuto con lei e poi la prenderà in odio e lancerà false accuse contro di lei e farà cadere su di lei una cattiva reputazione e dirà: Ho preso in moglie questa donna e mi sono accostato a lei ma non ho trovato i segni della sua verginità; allora il padre della ragazza e la madre di lei prenderanno le prove della sua verginità e le porteranno al consiglio degli anziani alla porta (della città) e il padre della ragazza dirà agli anziani: Io ho dato questa mia figlia in moglie a quest'uomo e adesso, avendola presa in odio, lancia contro di essa false accuse in questi termini: Io non ho trovato i segni della verginità di tua figlia. Essi allora spiegheranno la coperta davanti agli anziani della città e gli anziani di quella città prenderanno quell'uomo, lo castigheranno e gli infliggeranno una multa di cento sicli d'argento, e li daranno al padre della giovane, poiché egli ha prodotto una cattiva reputazione riguardo ad una giovane israelita. Essa rimarrà sua moglie ed egli non potrà ripudiarla mai più durante il tempo avvenire. Se invece l'accusa risulterà fondata e non verranno trovate le prove della verginità della ragazza, allora (gli anziani) condurranno la giovane alla porta della casa di suo padre e gli uomini della sua città la lapideranno a colpi di pietra e così morirà poiché ha commesso un atto insensato tra i figli d'Israele prostituendo la casa di suo padre; così estirperai il male ch'è tra di voi. Da questo passo si vede assai chiaramente come la legge volle che le mogli fossero delle donne sottomesse ai mariti e proprio loro serve; poiché, mentre la donna veniva lapidata se fosse stato dimostrato ch'era vera la testimonianza resa dal marito contro sua moglie, egli tuttavia non veniva lapidato qualora fosse stato dimostrato che la sua testimonianza era falsa, ma veniva solo castigato e multato e veniva obbligato a rimanere per tutta la vita con la moglie, da cui avrebbe voluto separarsi. Negli altri casi invece la legge ordinava che fosse ucciso il falso testimone il quale recasse danno a qualcuno accusandolo di un delitto che, una volta provato portava con sé la pena che sarebbe dovuta essere inflitta a colui che egli accusava se l'accusa fosse risultata fondata.

Quando il ripudio non è lecito.

5034
(
Dt 22,28-29 Dt 19) Se uno però trova una ragazza vergine, che non è fidanzata, e violentandola giace con lei e viene scoperto, l'uomo che ha peccato con lei dovrà dare al padre della ragazza cinquanta didramme d'argento, e la ragazza sarà sua moglie, poiché l'ha umiliata; non potrà ripudiarla durante tutto il tempo avvenire. Con ragione possiamo chiederci se sia un castigo quello per cui uno non possa ripudiare durante tutta la vita colei che violò contravvenendo alla legge di Dio e perciò illecitamente. Se infatti vorremo intendere che essa non può, cioè non deve essere ripudiata per tutta la vita per il motivo che è diventata la moglie ci viene in mente il fatto che Mosè permise di dare la lettera di ripudio e abbandonare la moglie 65. Riguardo però a coloro che deflorano illecitamente una vergine, il legislatore non volle che il ripudio fosse lecito affinché non sembrasse che l'uomo lo avesse fatto per prendersi gioco della donna e avesse fatto finta di prenderla in moglie anziché sposarla con un vero contratto matrimoniale. Questa norma fu stabilita anche nel caso di una donna che il marito avesse accusato falsamente di non aver trovato in lei i segni della verginità.

Rut entrata nell'assemblea del Signore.

5035
(
Dt 23,3-4) Non entrerà nell'assemblea del Signore né l'Ammanita, né il Moabita; e non entrerà nell'assemblea del Signore né fino alla decima generazione né giammai. Qui si pone il quesito come mai vi entrò Rut, la quale era Moabita 66, dalla quale ha origine anche la natura umana assunta dal Signore 67. Ma forse la frase: fino alla decima generazione è da prendere nel senso allegorico d'una profezia che essa sarebbe entrata. Poiché le generazioni si contano a partire da Abramo quando viveva anche Lot, che fu il progenitore dei Moabiti e degli Ammaniti mediante le figlie 68, e contando lo stesso Abramo si trova la somma di dieci generazioni fino a Salmon che generò Booz, il quale fu il secondo marito di Rut. Ecco le generazioni: Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuda, Fures, Esrom, Aram, Naasson, Salmon. Salmon a sua volta generò Booz 69, il quale sposò la vedova Rut; e per questo si vede che dopo la decima generazione Rut fece nascere discendenti nell'assemblea del Signore con il partorire figli per l'appunto a Booz. Uno però può ancora chiedersi con ragione perché l'agiografo aggiunge: né giammai. Forse perché in seguito nell'assemblea del popolo ebraico non entrò nessun'altra persona degli Ammaniti e Moabiti dopo che con questa decima generazione si era compiuta la profezia. O forse piuttosto l'agiografo dice: fino alla decima generazione per volere farci intendere, precisamente per mezzo della totalità raffigurata nel numero dieci, che non sarebbero entrati assolutamente mai, di modo che fece capire ciò aggiungendo l'espressione giammai in eterno? Se la cosa sta così, sembra che Rut sia stata ammessa (nell'assemblea del popolo ebraico) contro il precetto che lo vietava. Oppure era vietato di ammettervi gli Ammaniti, non le Ammanite, cioè gli uomini, non le donne di quel popolo? E ciò si può supporre soprattutto per il fatto che, avendo gli Israeliti sconfitto quel popolo, ebbero l'ordine di uccidere tutti i maschi, ma non le donne, eccetto quelle che avevano avuto rapporti sessuali con gli uomini 70, poiché erano state loro ad allettare il popolo alla fornicazione, ma vollero risparmiare le vergini non imputando loro la colpa per la quale quel popolo meritò la sconfitta, ricordata anche qui come se l'agiografo si chiedesse per quale motivo Dio non volle che fossero ammessi nell'assemblea del Signore i Moabiti e gli Ammaniti. L'agiografo infatti soggiunge: Poiché non vi sono venuti incontro con il pane e con l'acqua sulla via quando uscivate dall'Egitto e perché contro di te assoldarono Balaam, figlio di Beor dalla Mesopotamia, affinché vi maledicesse. Queste colpe non le imputarono alle donne, che essi preferirono conservare in vita, neppure allorquando quel popolo fu sconfitto.

Vietato restituire lo schiavo fuggitivo.

5036
(
Dt 23,15-16) Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che si sarà messo presso di te (fuggendo) dal suo padrone; il senso di questo passo non è che il padrone abbia consegnato, abbia cioè affidato lo schiavo - poiché l'agiografo avrebbe detto piuttosto depositum (affidato) - ma dice appositum (messo accanto) dal suo padrone, cioè messo presso di colui, dopo che si era allontanato da lui; la legge dunque proibisce non di accogliere ma piuttosto di restituire gli schiavi fuggitivi. Si potrebbe senza dubbio pensare così ma solo se intendiamo che questi precetti sono stabiliti per la nazione e per il popolo, non per una sola persona. Era pertanto proibito di restituire l'uomo proveniente da un altro popolo, fuggitivo dal suo padrone, cioè dal suo re, in cerca di rifugio presso la nazione degli Israeliti. A questa norma si attenne anche lo straniero Achis, re di Fat, quando si rifugiò da lui Davide fuggendo dal suo padrone, cioè dal re Saul 71. L'agiografo infatti spiega ciò assai chiaramente quando, a proposito del fuggitivo, dice: Avrà il suo domicilio in mezzo a voi, in qualsiasi luogo gli piacerà.

Proibito espressamente di fornicare tanto agli uomini che alle donne.

5037
(
Dt 23,17) Non ci sarà alcuna prostituta tra le figlie d'Israele, né alcun prostituto tra i figli d'Israele. Ecco, in questo passo è proibito espressamente di fornicare tanto agli uomini che alle donne anche con persone che non siano coniugi e fa vedere chiaramente che è peccato l'unione sessuale con chi non è il proprio coniuge, dal momento che è proibito non solo che vi siano delle meretrici ma anche di accostarsi alle donne che fanno pubblico mercato del proprio corpo. Non sembra però che nel decalogo questo peccato sia proibito esplicitamente con il termine moechia, con il quale comunemente s'intende solo l'adulterio. Il nostro pensiero su questo punto l'abbiamo esposto nel passo relativo 72.

Abominio il guadagno di una meretrice e il prezzo di un cane.

5038
(
Dt 23,18 Dt 17) Non offrirai il denaro guadagnato da una meretrice né il prezzo di scambio di un cane nella casa del Signore tuo Dio per qualunque voto, poiché l'una e l'altra sono cose abominevoli per il Signore tuo Dio. Ciò si deve intendere nel senso che abominevole al Signore Dio tuo non è solo una di queste cose ma tutte e due. Riguardo al cane è proibito farne la permuta per i primogeniti che Dio comanda sia fatta mediante altri animali immondi, cioè cavalli, asini e altri simili animali che aiutano gli uomini e in latino sono chiamati iumenta (giumenti), nome derivato dal fatto che lo aiutano (iuvando): non fu però permesso di fare lo scambio con il cane; forse anche lo scambio con il porco? Si deve ricercare perché non era permesso di fare tale scambio e, se non fu permesso di farlo con siffatti animali, per qual motivo in questo passo è eccettuato il solo cane. Il motivo per cui si parla del prezzo da pagare alla prostituta sembra essere perché prima nel testo c'è la proibizione che ci fossero prostitute tra le figlie d'Israele o che nessuno dei figli d'Israele avesse relazioni sessuali con una prostituta. Inoltre, affinché non si pensasse che questo peccato potesse espiarsi offrendo nel tempio qualcosa del ricavato da quel mercinomio si dové dire che esso è una cosa abominevole per il Signore.

L'uomo deve scacciare dal suo intimo l'uomo malvagio.

5039
(
Dt 24,7) Quel rapinatore, cioè colui che ha derubato un uomo, sarà messo a morte e toglierete di mezzo a voi stessi il malvagio. Così dice spesso la Scrittura 73 quando ordina di uccidere i malvagi. Anche l'Apostolo usa questa espressione quando dice: Perché vorrei io giudicare quelli che sono fuori (della Chiesa)? Non siete forse voi quelli che giudicate coloro che sono dentro? Togliete di mezzo a voi stessi il malvagio 74. Il greco infatti ha (il malvagio), come si trova scritto anche in questo passo, poiché questo termine comunemente è inteso nel senso di " malvagio " piuttosto che di " male ". L'agiografo non dice: , cioè " il male ", ma , cioè " il malvagio ". Di qui appare chiaro che l'Apostolo voleva intendere che merita la scomunica chi commette una colpa siffatta. Adesso infatti la scomunica produce nella Chiesa l'effetto che produceva allora la pena di morte. Sennonché la massima dell'Apostolo si potrebbe intendere anche in un altro senso, che cioè ad ognuno è comandato di scacciare da se stesso il male o il maligno. Questo senso sarebbe più ammissibile se nel greco si trovasse " il male, la malvagità " non " il malvagio ", ma è più probabile che l'espressione si riferisca alla persona anziché al vizio, sebbene si possa intendere con esattezza anche nel senso che l'uomo deve scacciare dal suo intimo l'uomo malvagio, allo stesso modo che la Scrittura dice: Spogliatevi dell'uomo vecchio e, spiegando di che si tratta, dice: chi rubava ora non rubi più 75.

Differenza fra sacerdote e levita.

5040
(
Dt 24,8) (Dovrai agire) secondo tutta la legge che vi giureranno i sacerdoti leviti

. In questo passo è chiaro che ogni sacerdote era levita, quantunque non ogni levita fosse sacerdote.

Debitore, creditore e pegno.

5041
(
Dt 24,10-13) Se in casa di un tuo prossimo ci sarà un debito, qualunque esso sia, non entrerai in casa sua per prendere il pegno; resterai di fuori e la persona che ha in casa sua il tuo debito ti porterà fuori il pegno. Se però quella persona ne ha bisogno, non dovrai dormire con il suo pegno. Tu dovrai rendergli il suo vestito all'avvicinarsi del tramonto del sole e così potrà dormire con il suo vestito e ti benedirà e ciò sarà per te una misericordia presso il Signore tuo Dio. Non senza ragione si vede che rientra nelle opere di misericordia la condotta di un creditore padrone di un pegno, il quale non entra in casa del debitore per non arrecargli turbamento. Ma con ciò viene anche avvertito il debitore di recar fuori il pegno al creditore. Giustamente, al contrario, è causa d'imbarazzo il comando di restituire lo stesso giorno il pegno all'indigente, affinché se ne copra durante la notte chi non possiede di che coprirsi la notte; di conseguenza ci chiediamo per quale motivo non è fatto piuttosto obbligo al creditore di non portare via il pegno che deve restituire lo stesso giorno. Se invece la disposizione di legge d'agire così ha lo scopo di far pressione sul debitore, affinché paghi il debito, in qual modo si affretterà a rendere il pegno sapendo che ne rientrerà in possesso lo stesso giorno? Ma forse il legislatore ha stabilito che si agisca in quel modo per ricordare al debitore di non dimenticarsi di restituire ed evitargli di restituire quando realmente non ha il pegno? E ciò soprattutto perché il debitore è vincolato dalla compassione usatagli dal suo creditore, verso il quale non dev'essere ingrato, visto che ha ricevuto il pegno con il quale può coprirsi la notte; nello stesso tempo anche il creditore, quando il debitore non lo avrà restituito, deve credere che non lo ha colui che ha anche bisogno di quest'opera di misericordia, che cioè gli sia restituito il pegno in quanto non ha nient'altro per coprirsi quando riposa la notte.

Ciascuno sarà responsabile della propria colpa.

5042
(
Dt 24,16) I padri non morranno per le colpe dei figli, né i figli morranno per le colpe dei padri; ciascuno morrà per il proprio peccato. Questa affermazione non è solo dei Profeti 76 ma anche della Legge, la quale dice che ciascuno dovrà essere tolto di mezzo a causa della propria colpa, non per quella di suo padre o di suo figlio. Che significa allora ciò che è detto in un altro passo: Dio punisce i peccati dei genitori sui figli sino alla terza e quarta generazione? Quest'ultima affermazione va forse intesa riguardo ai figli non ancora nati a proposito del peccato originale, che il genere umano contrae per eredità da Adamo; quell'altra frase invece fa distinzione riguardo ai figli già nati di guisa che ciascuno muore a causa del proprio peccato? Poiché non contrae nulla per eredità dal padre chi era già nato quando suo padre peccò. Ma poiché anche vi si dice: per coloro che mi odiano 77, è chiaro che quella condizione si può revocare se i figli non imiteranno le azioni dei loro genitori. Poiché anche il peccato derivante da Adamo viene imputato per questa vita, poiché tutti muoiono a causa di esso, ma non viene imputato in eterno a coloro che saranno stati rigenerati spiritualmente mediante la grazia e avranno perseverato in essa sino alla fine. Se non che, se vengono imputati i peccati dei padri sui figli per coloro che odiano Dio, fino alla terza e alla quarta generazione, per qual motivo - possiamo domandarci con ragione - non si dice nulla della prima e della seconda o non vengono imputati alle altre generazioni nel caso che i bambini continuassero a imitare l'empietà e la cattiva condotta dei loro padri? Con questo numero ha forse voluto l'agiografo indicare la totalità, per il fatto che si sottintende il sette: e non scrisse piuttosto precisamente " sette ", dicendo " fino alla settima generazione ", e così sarebbe intesa la totalità, poiché in questo modo risalta meglio la causa per la quale ha la sua perfezione questo numero? Esso infatti è considerato perfetto poiché consta di questi due numeri, cioè del tre, che è il primo numero dispari intero, e del quattro, che è il primo numero pari intero. Da questo fatto io credo che derivi l'espressione del Profeta, ripetuta più di una volta: Per tre e per quattro empietà non mi rimoverò (dalla mia decisione) 78, con la quale volle indicare tutte le scelleratezze piuttosto che soltanto tre o quattro.

È raccomandato di rendere giustizia a tutti, specie alle vedove.

5043
(
Dt 24,17) Non farai deviare la giustizia dovuta all'immigrato, all'orfano e alla vedova, non prenderai in pegno il vestito della vedova. Perché Mosè non dice: e non prenderai in pegno il loro vestito?. Per qual motivo è proibito di violare il diritto di queste tre classi di persone, mentre è proibito di prendere in pegno il vestito della sola vedova e non anche il vestito di quelli, se non per il motivo che è raccomandato di rendere giustizia a tutti, poiché non hanno alcuno che li difenda né il forestiero per il fatto di trovarsi in un paese straniero, né l'orfano, cioè il pupillo poiché non ha i genitori, né la vedova perché non ha marito? Quando, al contrario, è proibito di prendere in pegno il vestito di una vedova, io penso che ciò sia un insegnamento assai ingegnoso, nel senso che si devono chiamare veramente vedove quelle che sono anche povere. La stessa cosa lascia intendere chiaramente anche l'Apostolo allorché dice: Se invece una vedova ha dei figli o dei nipoti, impari in primo luogo a governare la propria casa con lo spirito di fede e amore e a rendere il contraccambio ai genitori, poiché ciò è gradito a Dio. La donna poi che è veramente vedova ed è rimasta assolutamente sola, ha riposto la speranza nel Signore e continua con costanza a pregare giorno e notte 79. Chiama vedova davvero quella che non ha alcuno che l'aiuti, poiché non solo è senza marito ma anche senza discendenti e priva di ogni sorta di risorse; naturalmente non chiamerebbe assolutamente sola una che è ricca. Alla vedova povera non si deve perciò portare via il vestito che si ha in pegno, poiché per il fatto stesso che il legislatore proibisca di portarle via il vestito, si dimostra che è povera. Il creditore infatti le porterebbe via piuttosto il denaro o qualsiasi altra cosa, anziché il vestito. D'altra parte può presentarsi alla mente la seguente obiezione: Ma se avesse molti vestiti non necessari ma superflui, in qual modo si potrebbe credere che sia veramente vedova, vale a dire non solo completamente sola ma anche che non trascorre la vita nei piaceri? Parlando di una certa vedova l'Apostolo soggiunge: Quella però, la quale passa la vita nei piaceri, anche se vive, è già morta 80. L'Apostolo contrappone questa vedova a una vera vedova, come se una siffatta vedova non fosse una vera vedova. Nelle vedove ricche - quali che siano - che non hanno voluto rimaritarsi si loda la continenza, non se ne sottolinea l'essere assolutamente sole, poiché sono rimaste prive solo dei mariti ma non delle altre cose.

Ciò che si abbandona nei campi sia dei poveri.

5044
(
Dt 24,19) Quanto al testo della Scrittura in cui si ordina che, nella mietitura, nessuno raccolga un mannello (di spighe) lasciato per dimenticanza né l'oliva o l'uva abbandonata e nessuno torni indietro a raccogliere con più attenzione quanto è rimasto abbandonato per negligenza e dice che si devono lasciare ai poveri, al pensiero si presenta forse un'obiezione: Che dire se i frutti dei campi lasciati dai padroni li raccoglieranno i furbi e non i poveri? Si deve però considerare in primo luogo che la persona che lascia queste cose lo fa mosso da misericordia con l'intenzione che sia dei poveri ciò che abbandona. In secondo luogo quando si danno al popolo tali precetti, nello stesso tempo a coloro che non ne hanno bisogno si raccomanda di non andare in cerca di ciò che viene lasciato (nei campi). Se però ne andranno in cerca, che dobbiamo pensare di loro se non che s'impadroniscono di beni altrui e, quel che è più grave, di beni dei poveri? Da questi precetti vengono menzionati dunque le due classi di persone: non solo i padroni dei campi, affinché lascino per spirito di misericordia quelle cose, ma anche coloro che non sono poveri, affinché si astengano (dal raccoglierle) dal momento che ambedue queste cose vengono dette: sia da chi devono essere lasciate, sia per chi devono essere lasciate.

Distinzione fra empietà lieve ed empietà grave.

5045
(
Dt 25,1-3) Quando ci sarà una lite fra uomini e questi si presenteranno al tribunale e giudicheranno e giustificheranno il giusto. Si deve pensare che sono i giudici a dover giudicare, non coloro che - a detta dell'agiografo - hanno una lite tra loro. Il testo prosegue dicendo: e condanneranno l'empio e avverrà che se l'empio sarà degno di battitura, lo porrai davanti ai giudici che lo faranno flagellare davanti a loro in proporzione alla loro empietà. Lo faranno flagellare con quaranta frustate senza aggiungerne di più, poiché, se continueranno a farlo flagellare con un numero maggiore di colpi, tuo fratello resterà umiliato davanti a te. Occorre fare molta attenzione. Sebbene la Scrittura comandi di castigare con frustate i peccati che non meritano di essere puniti con la pena di morte, e con tanto poche battiture, chiama tuttavia empio oppure " individuo che agisce empiamente " chi viene sottoposto alla flagellazione, per farci sapere che le Scritture non parlano come parlano tante e tante persone. Noi le leggiamo con troppo poca attenzione, se pensiamo che non sia un'empietà l'adulterio in quanto sembra che chi lo commette lo commetta solo contro una persona umana, sebbene la legge ordini di punire quel peccato con la pena di morte 81, e noi diciamo che le empietà sono più gravi di tali peccati, poiché alcune di esse vengono punite solo con quaranta colpi di frusta. C'è dunque un'empietà lieve che merita solo la flagellazione e c'è un'empietà grave che merita la pena di morte. Parimenti anche dei peccati che sembrano essere commessi non contro Dio ma contro una persona umana, alcuni meritano la pena di morte, altri invece meritano solo una correzione data o con la flagellazione o con un perdono più facile. È noto a tutti che i traduttori (detti) i Settanta hanno esposto lo stesso concetto poiché anch'essi hanno denotato come empietà il peccato di colui che merita la flagellazione.

Su l'obbligo di sposare le moglie del fratello defunto.

5046
(
Dt 25,5-6) Se dei fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza avere discendenti, la moglie del defunto non apparterrà a un uomo di fuori, che non sia un parente; il fratello di suo marito andrà da lei e la prenderà in moglie e abiterà insieme con lei. E avverrà che, quale che sia il figlio che nascerà, sarà riconosciuto come discendente legale con il nome del defunto e così il suo nome non sarà cancellato da Israele. Sembra che l'obbligo, imposto dalla legge agli Israeliti, di sposare la moglie di un fratello, avesse l'unico scopo di procurare la discendenza al fratello defunto senza figli. Quanto poi alla frase: Sarà costituito discendente mediante il nome del defunto e così il suo nome non sarà cancellato da Israele, cioè il nome del defunto, sembra voglia indicare che il bambino, che nascerà, viene ad essere in certo qual modo suo discendente prendendo il nome che portava il defunto. Ecco perché ho ritenuto più plausibile risolvere, conforme al costume dell'adozione, il problema che si trova nel Vangelo circa i due padri di Giuseppe 82, uno menzionato da Matteo 83, cioè quello che generò Giuseppe, l'altro menzionato da Luca 84, quello di cui Giuseppe era figlio, poiché Giuseppe non aveva ricevuto il nome di nessuno di essi. Può darsi tuttavia che la frase: sarà costituito erede legale come discendente, grazie al nome del defunto, significhi non che riceve il nome di lui, ma che il bambino è stabilito erede legale grazie al nome di lui, cioè come figlio non di colui dal cui seme è stato generato, ma del defunto per il quale è stata procurata la discendenza. Quanto alla frase con la quale il testo prosegue: e così non sarà cancellato da Israele il suo nome, può intendersi non già nel senso che il bambino prenderebbe il nome di lui, ma nel senso che questo non sarà considerato come uno morto senza lasciare figli e perciò il suo nome, vale a dire il suo ricordo, rimarrà a lungo. In realtà, anche se il figlio lo avesse generato lui, non gli avrebbe imposto il proprio nome per far sì che il suo nome non fosse cancellato da Israele; ma in realtà il proprio nome non sarebbe stato cancellato proprio perché sarebbe partito da questa vita lasciando dei figli. E al fratello si fa obbligo di compiere con la moglie di lui ciò che non fu in grado di fare quello. Ora, anche se non avesse avuto un fratello, un altro parente sposava la moglie di colui che fosse morto senza figli, per procurare discendenti a suo fratello, come fece Booz prendendo in moglie Rut, per dare un discendente al suo parente di cui essa era stata moglie ma dal quale non aveva avuto figli. Cionondimeno il figlio nato da lei fu costituito erede legale del defunto in virtù del nome poiché fu chiamato suo figlio - e così avvenne che il nome del defunto non fu cancellato da Israele -, senza che tuttavia il bambino si chiamasse con il nome di lui 85.

Il problema che si trova nel Vangelo circa i due padri di Giuseppe.

46. 2. Stando così le cose, la questione che si presenta nel Vangelo si può risolvere con un'altra fondata ipotesi: potrebbe cioè darsi che uno dei due ascendenti menzionati come persone distinte da Matteo e da Luca 86, sarebbe stato parente dell'altro per sposarne la moglie avendo potuto avere parenti e antenati anche in linea ascendente diversi da quelli dell'altro. Poiché, se fossero stati figli di fratelli, avrebbero avuto uno stesso nonno. Ma non è così, poiché secondo Matteo il nonno di Giuseppe è Matan, secondo Luca invece non è Matan ma Matat. E se uno pensasse che si tratti solo della somiglianza del nome che i copisti lo trascrissero sbagliando soltanto l'ultima lettera e così la differenza risulta tanto piccola e quasi di nessun peso, che dirà dei padri di questi due?. Poiché, secondo Luca, Matat era figlio di Levi, secondo Matteo invece Matan risulta figlio di Eleazar; e così ripercorrendo la genealogia in linea ascendente risultano differenti i padri e i nonni e in seguito gli antenati fino a Zorobabel che secondo Luca è, a un dipresso, il ventesimo in linea ascendente a partire da Giuseppe, mentre secondo Matteo è l'undicesimo. Si crede che egli sia il medesimo per il fatto che in ambedue gli Evangelisti si trova suo padre essere Salatiel. Sarebbe tuttavia possibile che esistesse un'altra persona dello stesso nome avente un padre chiamato con lo stesso nome del padre dell'altra. In effetti anche a partire da lui in linea ascendente gli antenati sono diversi in quanto, secondo Luca, Zorobabel ha un nonno chiamato Neri, secondo Matteo invece ne ha un altro chiamato Ieconia, e da qui in su non c'è mai accordo fino a quando non si arriva a Davide, attraverso Salomone secondo Matteo e attraverso Natan secondo Luca. Sembra però assai difficile supporre che, per sposare la moglie di suo fratello, non ci fosse un parente più prossimo di un parente da parte di Davide in un grado così lontano che non aveva con il marito defunto alcun altro legame di parentela, essendo Davide, secondo Luca, a un di presso il quarantesimo antenato di Giuseppe, secondo Matteo invece all'incirca il ventisettesimo. Tuttavia, se a sposare le vedove dei loro fratelli si cercavano anche i congiunti da parte delle donne, poté accadere che uno, il quale avesse una parentela tanto vicina, generasse Giuseppe unendosi con la moglie di un suo stretto congiunto morto senza figli e così avrebbe avuto due padri, uno naturale e l'altro legale, senza che nel seguito della genealogia appaia alcuna traccia di parentela nei padri, nei nonni e negli antenati più lontani per il fatto che la loro parentela era non da parte degli uomini, ma delle donne. Tuttavia, se la cosa stesse così, allora non si risalirebbe a Davide come al capostipite comune. Oppure, se si sostiene che le donne poterono essere registrate invece dei mariti nella genealogia, dove le registrerò io quando la Scrittura non ha questa abitudine, come nessun Evangelista le inserì (nella genealogia di Cristo)? Quando infatti vengono citate le madri, non vengono menzionate senza nominare anche i loro padri. E perciò o non c'era un parente più prossimo per unirsi con la moglie del defunto in modo da risalire all'origine della parentela di Davide oppure l'adozione fece sì che Giuseppe avesse un altro padre.

Le feste parentalia.

5047
(
Dt 26,14) Che significa il fatto che tra le altre cose che Mosè ordina siano dette dall'uomo a cui era ordinato di dare o spendere qualunque cosa nel dare la decima e allo stesso che aveva eseguito tutti quei comandamenti ordina di dichiarare anche quanto segue elogiando ed esaltando se stesso: Nulla di ciò ho offerto in onore di un morto? Sono forse proibite con ciò le feste dette parentalia che sogliono essere celebrate dai pagani?

Come si può intendere andare a destra.

5048
(
Dt 28,13-14) Non devierai da nessuna delle parole che oggi io ti comando, andando a destra o a sinistra, per seguire altri dèi e rendere loro culto. Ci si può chiedere come mai può intendersi che vada verso la destra chi va dietro altri dèi per rendere loro culto quando della destra si parla per indicare un pregio, mentre l'adorazione degli dèi non potrebbe essere mai un'azione lodevole poiché anche quanto al fatto che viene biasimato chi nella via della vita si scosta verso la destra, non viene però biasimato anche ciò che è alla destra, ma colui che si volge a destra, chi cioè si arroga ciò che è di Dio. Ecco perché nei Proverbi si dice: Non piegare né a destra né a sinistra, poiché le vie che sono a destra le conosce il Signore, ma quelle che sono a sinistra sono vie perverse 87. Sono quindi buone le vie di destra che il Signore conosce, poiché il Signore conosce le vie dei giusti 88, come si legge nel Salmo. Il motivo per cui è detto: non piegare a destra, viene spiegato dalla frase aggiunta di seguito: poiché sarà lui a rendere diritte le tue vie. Noi però non pensiamo affatto che non siano rette le vie di destra conosciute dal Signore, ma - come ho detto - piegare verso le vie di destra non è l'effetto della grazia del Signore, ma è volere arrogarsi ciò che è retto. Alla fine - come ho detto - l'agiografo continua e dice: Lui stesso infatti renderà diritte le tue vie e i tuoi viaggi guiderà in pace 89.

48. 2. Perciò quello che si dice in questo passo del Deuteronomio, di cui trattiamo: Non ti scosterai da nessuna delle parole che oggi ti comando, andando a destra o a sinistra per seguire altri dèi e rendere culto ad essi, non è detto nel senso che altri dèi possano essere considerati come di destra; ma o vengono indicati luoghi della terra, poiché a destra o a sinistra (delle vie) i pagani che adoravano altri dèi avevano luoghi destinati ai sacrifici per gli dèi, oppure ciò si deve intendere separatamente di altri dèi, di modo che la frase può essere intesa in due sensi, di cui l'uno sarebbe: non ti scosterai da nessuno dei comandamenti che oggi ti prescrivo andando a destra o a sinistra, ossia secondo il senso da me spiegato più sopra; l'altro senso invece sarebbe: andando dietro altri dèi per rendere culto ad essi, sottintendendosi anche qui: non ti scosterai da nessuno dei comandamenti che oggi ti do. Se volessimo esprimere questo senso completo della frase dovremmo ripetere le parole precedenti, che sono comuni ad ambedue i sensi, in modo che allo stesso modo che nel primo caso è detto: non ti scosterai da nessuno dei comandamenti che ti do oggi andando a destra o a sinistra, così nell'altro caso si dovrebbe ripetere: non ti scosterai da nessuno dei comandamenti che ti prescrivo oggi andando dietro dèi stranieri per rendere culto ad essi. In effetti allontanandosi uno dai comandamenti prescritti gli avviene anche che trasgredisca il comandamento di non seguire altri dèi. Certo questo non è l'unico comandamento, o è solo del comandamento di non seguire altri dèi che Dio non vuole che ci si dimentichi, ma è di tutti i comandamenti; tuttavia volle sottolineare soprattutto questo comandamento di guisa che, dopo aver enunciato genericamente il precetto con il quale ordinò di non allontanarsi da nessuno dei suoi comandamenti, lo volle prescrivere anche in modo particolare.

48. 3. Pertanto l'espressione: a destra o a sinistra si potrebbe intendere anche nel senso che Dio comandò di non seguire altri dèi né a motivo di ciò che si brama per avere la felicità, né di ciò che si sfugge per evitare l'infelicità, cioè che, né per ciò che si ama né contro ciò che si odia, non si deve chiedere aiuto ad altri dèi, o almeno non in modo da cattivarsene il favore perché porgano aiuto o da renderli benevoli perché non arrechino danno, poiché anche di certuni sta scritto nel Salmo: La loro bocca dice menzogne e la loro destra è una destra di iniquità, poiché credono che uno diventi felice mediante le cose che possono essere possedute sia dai buoni che dai cattivi; e perciò la loro è una destra di iniquità, poiché sono iniqui coloro i quali credono che sia essa la destra; non è infatti la vera destra, ma la destra di coloro la cui bocca dice menzogne; chiamarono felice il popolo che possiede queste cose, quando al contrario - come l'agiografo subito dopo aggiunge e insegna - felice è il popolo di cui Dio è il Signore 90. È questa la vera destra della giustizia, non dell'iniquità. Non si devono dunque seguire dèi diversi né a destra in modo che l'uomo creda di diventare felice grazie ad essi, né a sinistra di modo che, credendo che qualora gli fossero avversi, diverrebbe infelice, li adori per tener lontano da sé una tale sciagura. O almeno, se pensiamo che la destra sono i beni eterni, la sinistra invece quelli temporali, si deve credere che la sacra Scrittura in questo passo ammonisca di non adorare gli dèi stranieri né per quei beni né per questi.

Il Deuteronomio è chiamato seconda legge.

5049
(
Dt 29,1) Queste sono le parole dell'alleanza che il Signore ordinò a Mosè di stabilire con i figli di Israele nella terra di Moab, oltre l'alleanza che aveva concluso con essi sull'Oreb. Questo passo mostra perché questo libro si chiama Deuteronomio, per così dire " la seconda legge "; in esso c'è piuttosto la ripetizione della prima legge che non qualcos'altro di diverso; poiché sono poche le cose che non si trovano in quella che fu data la prima volta. Tuttavia questi non sono chiamati due Testamenti, sebbene sembri che suonino così queste parole; in realtà l'una e l'altra alleanza è una sola, che nella Chiesa viene chiamata " Antico Testamento ". Se infatti, a causa dell'espressione del passo ora esaminato, si dovesse parlare di due " Testamenti " non sarebbero più due ma molti di più, senza contare il Nuovo Testamento. Poiché la Scrittura parla di alleanza in molti passi, come quella fatta con Abramo relativa alla circoncisione 91, oppure quell'altra più antica fatta con Noè 92.

Ci sono anche occhi detti occhi del cuore.

5050
(
Dt 29,2-4) Voi avete visto tutto ciò che il Signore vostro Dio fece sotto i vostri occhi nella terra d'Egitto contro il Faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese, le grandi prove che hanno visto i tuoi occhi, quei segni e prodigi grandiosi e la sua mano potente. Ma fino ad oggi il Signore vostro Dio non vi ha dato un cuore per conoscere né occhi per vedere né orecchie per udire. In qual modo allora prima è detto: Voi avete visto le grandi prove che hanno visto i tuoi occhi, se il Signore non aveva dato loro occhi per vedere e orecchie per udire, se non perché videro con i sensi del corpo, ma non con quelli del cuore? Poiché ci sono anche occhi detti occhi del cuore. Ecco perché Mosè prese a dire così: Ma il Signore Dio non vi diede il cuore per conoscere. In relazione con questo asserto sono le due affermazioni successive: (non diede) né occhi per vedere né orecchi per udire, cioè per capire e ubbidire. Quanto invece si dice nella frase: ma il Signore Dio non vi diede, Mosè non l'avrebbe detto affatto rimproverando e accusando, se non avesse voluto che s'intendesse che si riferiva anche alla loro colpa, affinché nessuno si reputasse scusabile per quel fatto. Poiché allo stesso tempo dimostra che essi senza l'aiuto del Signore Iddio non potevano comprendere né ubbidire né con gli occhi né con gli orecchi del cuore. E tuttavia, qualora mancasse l'aiuto di Dio, non per questo è scusabile il peccato dell'uomo poiché i giudizi di Dio, quantunque segreti, sono giusti 93.

Gli Israeliti in fuga dall'Egitto portarono con sé il vino.

5051
(
Dt 29,5-6) E vi ha condotti per quarant'anni nel deserto; i vostri vestiti non si sono invecchiati e le vostre calzature non si sono logorate ai vostri piedi; non avete mangiato pane, non avete bevuto né vino né sicera, affinché sappiate che è lui il Signore vostro Dio. Da ciò si vede che gli Israeliti quando uscirono dall'Egitto poterono portare nel loro bagaglio tanto vino quanto ne potevano consumare presto. Poiché, se non ne avessero portato con loro assolutamente nulla, come sarebbe potuto avvenire il fatto narrato così nella Scrittura: Il popolo si sedette a mangiare e bere e poi si alzarono per divertirsi 94? Ciò infatti non potrebbe dirsi dell'acqua, poiché le parole di Mosè ci fanno capire assai chiaramente che quelle voci non erano grida di guerra ma di persone ubriache 95.

In che senso tutte le maledizioni possono incogliere un solo individuo.

5052
(
Dt 29,18 Dt 21) C'è forse tra voi, uomo o donna, famiglia o tribù, il cui pensiero si allontani dal Signore vostro Dio per andare a rendere culto agli dèi di quelle nazioni? C'è forse tra voi qualche radice il cui germoglio produca veleno e amarezza? E avverrà che quando ascolterà le parole di questa maledizione e in cuor suo concepirà una buona opinione di se stesso dicendo: Mi succedano cose sante, poiché cammino nel traviamento del mio cuore, affinché il peccatore non mandi in rovina allo stesso tempo chi è senza peccato. Dio non gli accorderà il perdono, ma allora l'ira del Signore e la sua gelosia s'infiammerà contro quell'uomo e aderiranno a lui tutte le imprecazioni di questa alleanza scritte nel libro di questa legge. Il testo dice: Vi è tra voi forse qualcuno? per farci intendere la frase come se fosse detta da uno che fa una domanda cercando di sapere se per caso ci fosse qualcuno. Poiché se ce ne fosse stato qualcuno, sarebbe stato colpito da un gran terrore, perché nessuno all'udire quelle imprecazioni dicesse in cuor suo: siano per me sante, cioè siano per me sante quelle imprecazioni, poiché io cammino nel traviamento del mio cuore, seguendo così gli dèi dei pagani e rendendo loro il culto, come se ciò avvenisse impunemente. Ma non sarà così - risponde il Signore - il peccatore non mandi in rovina chi è senza peccato; come se dicesse: " badate bene che colui, il quale la pensa così, non persuada nessuno di voi a fare tali cose ". Dio non accorderà il perdono né a chi la pensa così né a chi ne resterà persuaso, come pensava quell'empio dicendo: Mi succedano cose sante, e per così dire distogliendo da sé l'efficacia di quella maledizione. Ma allora s'infiammerà l'ira e la gelosia del Signore contro quell'individuo. Dal momento che crederà di distoglierla da lui dicendo quell'espressione in cuor suo. E gli resteranno aderenti addosso tutte le maledizioni di questa alleanza scritte nel libro di questa legge. Per la verità non tutte le maledizioni possono incogliere un solo individuo, poiché un solo individuo non può nemmeno morire tante volte quante sono le specie di morte qui menzionate, ma il testo dice tutte per " qualsiasi maledizione ", in modo che non rimarrà immune da tutte colui sul quale si abbatteranno alcuni dei malanni a causa dei quali dovrà morire. Quanto all'espressione: E nello stesso tempo il peccatore mandi in rovina chi è senza peccato - ciò nel testo greco è detto - non dev'essere inteso come se l'agiografo con il termine volesse indicare uno del tutto puro ed immune da ogni peccato, ma colui che era senza il peccato di cui si parlava. Allo stesso modo nel Vangelo il Signore dice: Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero il peccato 96; ora non si tratta qui di ogni sorta di peccati in generale, ma di quello che avevano commesso rifiutandosi di credere in lui. Anche Dio, a proposito di Sara, moglie di Abramo, dice di Abimelech: So che hai fatto ciò con cuore puro 97; ora naturalmente Dio non voleva fare intendere che il cuore di quel re fosse simile a quello di coloro dei quali è detto: Beati i puri di cuore, poiché vedranno Dio 98, ma aveva il cuore puro rispetto al peccato di cui si trattava, poiché, per quanto dipendeva da lui, non aveva desiderato la moglie altrui.

Dio promette di fare lui ciò che suole comandare che si faccia.

5053
(
Dt 30,6) Il Signore purificherà il tuo cuore e il cuore dei tuoi discendenti affinché possiate amare il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua perché tu viva. Questa è un'evidente promessa della grazia, poiché Dio promette di fare lui ciò che suole comandare che si faccia.

Anche le opere devono essere accolte nel cuore ove si trova la fede che agisce mediante l'amore.

5054
(
Dt 30,11-14) Poiché questo comandamento che ti ordino oggi non è di un peso eccessivo per te e non è lontano da te; non è in cielo dicendo - cioè perché tu dica - Chi salirà per noi fino in cielo e ce lo prenderà e ascoltandolo lo metteremo in pratica? E neppure è di là dal mare dicendo - cioè perché tu dica - Chi attraverserà per noi il mare e ce lo prenderà e ascoltandolo lo metteremo in pratica? Vicina a te è questa parola, assai vicina, nella tua bocca e nel tuo cuore e nelle tue mani perché tu la metta in pratica. L'Apostolo afferma che questa è la parola della fede 99 che è propria del Nuovo Testamento. Possiamo però chiederci perché chiama comandamenti le precedenti prescrizioni scritte nel libro di questa legge 100. Le chiama così perché, se vengono comprese nel senso giusto, sono tutte prefigurative di realtà spirituali proprie del Nuovo Testamento. Possiamo chiederci ugualmente perché l'espressione usata in questo testo: E non è neppure di là dal mare perché tu debba dire: Chi attraverserà il mare per noi e ce lo prenderà? è citata dall'Apostolo come segue: o chi scenderà nell'abisso? ed esponendo questa frase aggiunge: cioè per far risalire il Cristo di tra i morti 101. Ora Paolo dà il nome di mare a tutta la vita di quaggiù che si finisce di traversare con la morte così che in certo qual modo si arriva all'estremità del mare di là dal quale s'incontra la morte, come di là da questa vita che qui è paragonata al mare. L'Apostolo inoltre non riporta l'espressione che segue nel testo: e nelle tue mani, ma solo: nella tua bocca e nel tuo cuore 102, e prosegue poi fino alla fine dicendo: poiché con il cuore si crede per conseguire la giustizia e con la bocca si fa la professione (della fede) per ottenere la salvezza 103. A ragione la versione dall'ebraico - per quanto ho potuto vedere - non ha l'inciso: nelle tue mani. Io tuttavia non credo che i Settanta l'abbiano aggiunto senza una ragione, poiché vollero farci intendere che anche le mani, che simboleggiano le opere, devono essere accolte nel cuore ove si trova la fede che agisce mediante l'amore 104. Poiché se ciò che Dio comanda è compiuto con le mani esteriori e non viene compiuto nel cuore, nessuno è tanto sciocco da pensare che i comandamenti si adempiono così. Tuttavia, se la carità, che è il pieno compimento della legge 105, abiterà nel cuore dell'uomo, quand'anche le mani del corpo fossero ridotte ad un'assoluta impotenza di agire, si possiede ugualmente la pace con le persone di buona volontà 106.

Chi pecca non nuoce a Dio, ma a se stesso.

5055
(
Dt 32,5) Essi peccarono, non per lui, figli biasimevoli. L'espressione che in greco suona alcuni l'hanno tradotta con figli biasimevoli, come l'ho citata io qui, altri come figli impuri, altri come figli viziosi. Da ciò non sorge un gran problema, anzi nessun problema. Se però l'espressione è detta in senso generale: Peccarono non per lui - poiché chi pecca non pecca contro Dio, cioè non nuoce a Dio, ma a se stesso - allora quell'espressione ci muove giustamente a chiederci in qual senso si deve intendere la frase che si legge nel Salmo: Contro te solo ho peccato 107 e in Geremia: Abbiamo peccato contro di te, speranza d'Israele, o Signore 108, e di nuovo in un altro Salmo si dice: Guarisci l'anima mia, poiché ho peccato contro di te 109; cerchiamo inoltre di sapere se peccare Deo è lo stesso che peccare in Deum. A questo proposito il sacerdote Eli dice: Se uno peccherà contro Dio, chi pregherà per lui? 110 Per il momento dunque dirò ciò che frattanto mi pare giusto. Comprenderanno forse un po' meglio coloro che di queste cose s'intendono meglio, o anch'io stesso in un altro momento nella misura in cui mi aiuterà il Signore. Peccare in Deum (peccare contro Dio) è peccare in ciò che riguarda il culto di Dio. Infatti l'espressione da me ricordata non indica null'altro di diverso poiché in questo modo peccavano i figli di Eli, ai quali disse ciò il loro padre. In tal modo si deve pensare che si pecca anche contro le persone che appartengono a Dio. Leggiamo infatti che Dio disse ciò ad Abimelech a proposito di Sara: Per questo ti ho preservato dal peccare contro di me 111. D'altronde peccare al Signore, o meglio aver peccato al Signore - salvo che per caso si trovi in qualche passo della Scrittura qualcosa che sia contrario a questo senso - mi pare sia detto giustamente di coloro che non fanno con spirito di fede penitenza dei loro peccati al fine di dar gloria al Signore che li perdona. Ecco perché Davide, indicando il motivo per cui aveva detto: Per te solo ho peccato e ho fatto male al tuo cospetto, soggiunge le seguenti parole: così sarai riconosciuto giusto quando parli e trionferai quando sarai chiamato in giudizio 112; sia quando Dio dice: Giudicate tra me e la mia vigna 113, sia che ciò s'intenda di Gesù Cristo nostro Signore, l'unico il quale poté dire con assoluta verità: Viene infatti il principe del mondo ma contro di me non ha nulla - cioè nessun peccato meritevole di morte - affinché però il mondo capisca che io amo il Padre e che faccio quello che mi ha comandato il Padre; alzatevi e andiamo via di qui 114, come se dicesse: Anche se il principe del mondo perseguita con il castigo della morte i peccati più lievi, contro di me non ha nulla, ma: alzatevi, andiamo via da qui, cioè perché io vada a soffrire la passione poiché con il soffrire io compio la volontà del Padre mio, non sconto la pena del mio peccato; e l'espressione di Geremia: Per te abbiamo peccato, o speranza d'Israele, è senza dubbio una supplica rivolta al Signore quando uno si pente con la speranza della salvezza derivante dal perdono. Anche la frase: Guarisci l'anima mia, poiché ho peccato per te il fine che si propone è lo stesso, che Dio sia glorificato per il suo perdono, poiché grande è la sua misericordia verso coloro che confessano i loro peccati e tornano a lui che dice di non volere la morte del peccatore, ma che si converta e viva 115. Ecco perché anche Davide, non solo nel Salmo ma anche allorquando Dio lo rimproverò per mezzo del Profeta, non senza la speranza del perdono da parte del Signore, rispose: Ho peccato contro il Signore 116. Poiché la persona che si mette sotto la mano di un medico per essere guarita è vista dal medico sotto l'aspetto di un ferito perché si produca in essa tutto l'effetto della medicina. Ora in questo cantico il Profeta prevedeva che ci sarebbero stati alcuni che avrebbero peccato offendendo Dio con le loro iniquità sì gravi, che non avrebbero voluto neppure far penitenza e tornare a Dio per essere guariti. Di costoro anche in un altro passo è detto: Poiché sono carne, un soffio che passa e non ritorna 117. La frase: peccarono non per lui si può intendere anche nel senso che con il loro peccato non recarono danno a lui ma a se stessi.

La benedizione con cui Mosè benedisse i figli di Israele.

5056
(
Dt 33,1-5) Ed ecco la benedizione con cui Mosè, uomo di Dio, benedisse i figli di Israele prima della sua morte. Ed egli disse: Dio è venuto dal Sinai e rifulse per noi da Seir; e si è affrettato da Paran con molte migliaia di Cades, alla sua destra degli angeli con lui. Ed ebbe pietà del suo popolo e tutti i consacrati sono sotto le sue mani e tutti questi sono sotto di te. E ricevette dalle sue parole la legge che Mosè ci diede come comandamento, eredità per le assemblee di Giacobbe. E ci sarà presso il beneamato un capo, una volta riuniti i capi dei popoli con le tribù d'Israele. Non bisogna passare sopra con indifferenza a questa profezia, poiché questa benedizione riguarda il popolo nuovo, santificato da Cristo nostro Signore in persona del quale queste cose sono dette da Mosè, ma non nella persona dello stesso Mosè, come appare evidente da quanto si dice in seguito. Se infatti è detto: Il Signore è venuto dal Sinai per il fatto che la legge fu data sul monte Sinai, che cosa vuol dire ciò che segue: e risplendette a noi da Seir essendo un monte dell'Idumea, ove era stato re Esaù? D'altra parte, siccome con queste parole Mosè benedice i figli d'Israele, come la Scrittura aveva predetto, come mai lo stesso Mosè dice: e ricevette dalle sue parole la legge che Mosè ci ha dato in comandamento? Si tratta dunque senza dubbio - come abbiamo detto - di una profezia, che prediceva il popolo nuovo santificato dalla grazia denotato con il nome di " figli d'Israele ", poiché esso è discendente di Abramo, sono cioè figli della promessa 118 e significa: (Lo spirito) " che vede Dio " 119. Di conseguenza come Signore, che venne dal Sinai, dobbiamo intendere Cristo, poiché Sinai vuol dire " prova " 120. Cristo venne dalla prova della Passione, della Croce e della morte e rifulse per noi da Seir. Seir significa " villoso " 121, che simboleggia il peccatore; così infatti era nato Esaù 122, l'" odiato " 123. Ma poiché a coloro che abitavano nelle tenebre e nell'ombra della morte sorse un grande splendore 124, perciò rifulse da Seir. Allo stesso tempo non è irragionevole intendere anche che fu predetto che la grazia di Cristo sarebbe venuta al popolo israelitico dai pagani che sono simboleggiati nel nome Seir, poiché è un monte appartenente a Esaù. L'Apostolo perciò dice: Così anch'essi adesso sono increduli per la misericordia usata (da Dio) verso di voi affinché ottengano misericordia anch'essi 125. Essi dunque dicono: (Il Signore) ci è apparso nel suo fulgore da Seir. E si è affrettato dal monte Faran - cioè dal monte abbondante di frutti, poiché questo è il significato di Faran, che è il simbolo della Chiesa - con molte migliaia di Cades. Cades poi significa: " mutata " e " santità ". Molte migliaia di persone si sono quindi cambiate e si sono santificate mediante la grazia: con esse venne Cristo per riunire poi gli Israeliti. Il testo continua dicendo: alla sua destra gli angeli con lui; questa espressione non ha bisogno d'essere spiegata. E concesse il perdono al suo popolo, dice la Scrittura, accordandogli la remissione dei peccati. Il testo sacro rivolge quindi la parola al popolo e dice: E tutti i santificati sono sotto le tue mani e sono sotto di te, naturalmente senza montare in superbia e senza volere stabilire una loro propria giustizia, ma riconoscendo la grazia per sottomettersi alla giustizia di Dio 126. E dalle sue parole - dice il testo sacro - ricevette la legge; la ricevette naturalmente il popolo, del quale la Scrittura dice: e concesse il perdono al suo popolo. Dalle sue parole ricevette dunque la legge, che - dice il testo - Mosè ci ordinò (di osservare); vale a dire: il suo popolo ricevette dalle sue parole la legge in quanto dal suo insegnamento intese la legge che Mosè ci prescrisse. Poiché lo stesso Cristo disse nel Vangelo: Se credereste a Mosè credereste anche a me, poiché egli scrisse di me 127. Il popolo ebraico non ricevette una legge che non capì, ma la ricevette quando, rimosso (dal loro cuore) il velo antico e convertitosi al Signore, la intese dalle parole di Cristo. La Scrittura dice che questa legge è l'eredità per le assemblee di Giacobbe e deve intendersi come legge non terrena, ma celeste, non temporanea, ma eterna. E presso il beneamato ci sarà - dice il testo sacro - un capo; naturalmente il capo che sarà nel popolo amato è Gesù, nostro Signore, una volta che saranno riuniti i capi dei popoli - cioè dei pagani - insieme con le tribù d'Israele, affinché si adempia ciò che più sopra la Scrittura dice: Rallegratevi, o pagani insieme con il suo popolo, poiché una parte d'Israele è avvolta nella sua cecità fino a quando non sarà entrato (nella salvezza) tutto il resto dei pagani e così tutto Israele sarà salvato 128.

La benedizione di Giuseppe.

5057
(
Dt 33,17) Mosè nel benedire Giuseppe, tra l'altro disse: primogenito del toro la sua bellezza. Questa espressione non si deve leggere come se fosse detto: primogenito del toro, ma: essendo il primogenito la sua bellezza è quella del toro; l'espressione, a causa dei due corni della croce, va intesa come una prefigurazione del Signore.




Agostino Qu. Heptateuco 4065