1964-AUDIENZE





UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 8 gennaio 1964

Questa Udienza avviene dopo il Nostro pellegrinaggio in Terra santa, ed è la prima Udienza generale dopo il Nostro ritorno. Veramente il Nostro ritorno è stato di per sé un’Udienza generale al popolo di Roma e a tutte le sue Autorità, un’Udienza non mai prima avvenuta in simili forme e in tale ampiezza; essa costituisce da sé sola un avvenimento d’importanza eccezionale; non mai il Papa ha avuto simile accoglienza e tali acclamazioni dalla cittadinanza romana, non mai il Successore di San Pietro ha sperimentato il vincolo misterioso e felice che lo unisce a Roma, la sua diocesi, la sua città. Non mai Roma s’è mostrata così aperta, così idonea, così spontaneamente cosciente a ricevere e ad assimilare l’umile apostolo, messaggero del Vangelo di Cristo. Non mai il rapporto fra Gerusalemme e Roma è apparso più diretto e più collegato con le sorti spirituali della Chiesa cattolica e della sua missione fra gli uomini.

E dovremmo dire che anche i Nostri incontri con le Autorità e con le popolazioni dei Luoghi Santi non potevano essere più cordiali e più clamorose: con Nostra immensa gioia e immensa meraviglia ci siamo sentiti circondati da così generale, così entusiasta accoglienza, in ogni luogo e in ogni momento della Nostra peregrinazione da dover ascrivere tali effetti a cause superiori a quelle normali; veramente motivi nuovi, estranei e superiori, hanno influito nel felice successo del Nostro viaggio: esso è stato come un colpo d’aratro, che ha smosso un terreno ormai indurito ed inerte, e ha sollevato la coscienza di pensieri e di disegni divini che erano stati sepolti, ma non spenti da una secolare esperienza storica, che ora sembra aprirsi a voci profetiche: forse non mai il passato - quello della S. Scrittura specialmente - è sembrato così presente, nella memoria e nel rispecchiamento di certi semplici, ma splendidi particolari, e così pieno di presagi, così teso verso un avvenire, ignoto ancora, ma intuito come pieno di cose buone e grandi. Anche di questo dobbiamo essere grati al Signore, e riconoscenti pure a coloro che hanno concorso alla buona riuscita del Nostro pellegrinaggio.

E diciamo a voi queste cose, perché siete i primi, a cui Ci è dato aprire il Nostro animo; ed anche perché vorremmo che la riflessione su questo fatto continuasse, e non solamente in Noi, che ne sentiamo il dovere e il bisogno, ma nei buoni fedeli altresì, negli spiriti intelligenti e pensosi che sanno cercare e decifrare «i segni dei tempi», come dice Gesù (Mt 16,4).

Questa riflessione può essere lunga, e per chi ne conosce i termini, assai feconda e profonda. A voi, in questo familiare incontro, diremo semplicemente quanto sia doveroso e quanto sia benefico, per chi voglia essere veramente cristiano, andare alle sorgenti della propria fede, della propria religione; il ritorno al Vangelo dev’essere un Nostro continuo esercizio di pensiero, di fervore spirituale, di rinnovamento morale, di sensibilità religiosa ed umana. Questo ritorno non esige un viaggio vero e proprio nei luoghi santificati dalla vita del Signore; esige però una sempre premurosa e affettuosa conoscenza della sua «epifania», della sua manifestazione al mondo; esige che diventiamo sempre più discepoli fedeli, attenti e pronti a seguire gli insegnamenti vitali che il Maestro ci ha dati.

E non comporta questo ritorno alle fonti del Vangelo, sia ben chiaro, una sconfessione di quanto la Chiesa ha derivato da Cristo, ma uno sforzo sempre più intenso di avvicinamento della nostra professione cristiana alla sua concezione originaria, ma ricerca di maggiore fedeltà essenziale al pensiero del Signore e di animazione spirituale di quanto lo sviluppo autentico della tradizione ci ha recato, la quale ha prolungato fino a noi il disegno di Dio, che facendosi uomo, si è degnato di rendere possibile la qualificazione cristiana delle più varie manifestazioni umane, purché buone, cioè veramente umane.

Accenniamo a questi pensieri, perché associati al ricordo di questa Udienza, siano per voi fermento d’interiore interesse per la migliore conoscenza di Cristo e per la sua imitazione, sempre nella più fiduciosa fedeltà alla santa Chiesa, ch’è la lunga fronda nata da Cristo, la vera vite, e che nutrita sempre della linfa saliente dalla divina radice è ancor oggi la Chiesa viva, la Chiesa vera.

E lieti di sapere che voi di questa mistica pianta siete non solo rami e foglie, ma fiori e frutti, col voto che sempre, e sempre più, così sia, di cuore vi benediciamo.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 15 gennaio 1964

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita Ci trova ancora pensosi del Nostro recente pellegrinaggio in Terra Santa; e Noi crediamo che la vostra filiale curiosità voglia leggere nel Nostro animo qualche impressione di quel viaggio memorabile: oggi il Successore di S. Pietro è guardato da voi, come del resto è guardato dal mondo, sotto questo aspetto del pellegrino che ha visitato i Luoghi Santi, dell’apostolo che è ritornato là, donde circa venti secoli fa era partito. Pare il ripetersi della favola di colui che si addormenta in un dato luogo e in dato momento del racconto, e si desta cento anni dopo, e crede trovare il mondo che lo circonda come lo aveva lasciato quando il sonno lo prese, e vede invece che tutto è cambiato, e nessuno egli conosce e nessuno conosce lui che si risveglia.

Ebbene, vi diremo, fra le tante, una delle impressioni di questo Nostro risveglio nella terra di Gesù, dalla quale il Papa, il Vicario di Cristo, era assente da oltre diciannove secoli; e ve la diremo perché a Noi pare che vi possa servire a bene profittare di questa Udienza.

Ma prima dobbiamo notare una cosa stranissima, una cosa che costituisce una delle meraviglie di questo Nostro viaggio singolarissimo; e la meraviglia è questa: d’esserci svegliati in un mondo incomprensibile, e, invece d’essere forestieri e sconosciuti - pensate, dopo tanto tempo trascorso e dopo tanti avvenimenti radicalmente trasformatori -, Noi eravamo colà perfettamente conosciuti; e non solo come il Papa di Roma, ma proprio come Successori di Simone, figlio di Giona, il pescatore di Bethsaida, fratello di Andrea, chiamato Pietro dal Messia Gesù, Capo di quella società religiosa, che si chiama la Chiesa. Si direbbe che Pietro fosse partito di là poco prima, e che fosse aspettato al suo paese per fargli festa a causa della sua acquisita celebrità, e ancor più a causa delle tante ragioni che sempre lo legano a quei luoghi benedetti; e, per colmo di stupore, l’accoglienza a lui fatta, quasi improvvisata, non era promossa soltanto dai fratelli di fede di Pietro, ma anche dai fratelli da secoli da lui separati; e per di più, da musulmani, ed ebrei, tutti gentilissimi e desiderosi di acclamare a quel suo inatteso, ma gradito e naturalissimo ritorno. Sarebbe questo uno degli aspetti del Nostro viaggio ben degno di riflessione, e sarebbe riflessione lunga e complessa; ma non riguarderebbe quell’impressione Nostra, di cui ora vi vogliamo far cenno.

Dunque: Noi andiamo là, nei posti del Vangelo; e subito il Vangelo Ci si presenta spiritualmente d’intorno, come se Gesù ancora fosse lì, davanti a Noi: bambino a Betlemme, adolescente e operaio a Nazareth, maestro e profeta in Galilea, poi a Gerusalemme, come sapete, per il grande dramma della sua Passione e del suo trionfo. Ebbene, qual è l’impressione spontanea, che a tale rievocazione nasce nel cuore? È una specie di confronto: tra Lui, il Maestro divino, e Noi; un bisogno di stabilire, di verificare il rapporto che esiste fra Gesù e il Nostro essere; una domanda, che nasce nell’anima, silenziosa, ma tormentosa: siamo noi dei veri cristiani? si identifica la nostra vita con la Sua, com’era per S. Paolo, che poteva dire di sé: «per me vivere è Cristo» (Ph 1,21)? si differenzia, e come? si distacca, e perché?

Come potete comprendere, un tale quesito mette nello spirito un interesse vivissimo, anche se solleva qualche inquietudine.

Ebbene: pensate alla Nostra gioia, alla Nostra umiltà nel sentire nascere dentro una prima, trionfante risposta: si, noi siamo cristiani, veramente; dopo tanti secoli, e tanta trasformatrice esperienza storica, siamo ancora come Lui ci fece e ci volle, siamo, per grazia sua, suoi autentici discepoli, anzi noi siamo suoi autentici apostoli, suoi autentici rappresentanti. Non c’è dubbio! Quale prodigio! quale gaudio! quale bellezza! E ciò che, sprofondati nella gratitudine e nell’abbandono, possiamo dire di Noi, ogni cattolico, ognuno di voi, lo potrebbe dire analogamente di sé; sì, questa benedetta madre, ch’è la Chiesa di Cristo, ci genera proprio simili a Lui, suoi fratelli, suoi seguaci, suoi prediletti amici, di Lui viventi, e per Lui! La fede, la grazia, la inserzione nel suo Corpo mistico, realizzano questo portento; e ciascuno di noi può dire, ancora con S. Paolo: «io vivo, ma non più io; vive in me Cristo» (Ga 2,20).

Ringraziamo il Signore di questa realtà. Occorrerebbero qui i pianti di gioia di Pascal per esprimere qualche cosa della impressione che tale ineffabile realtà deve suscitare dentro di noi,

Ma, ahimè!, il confronto non è completo: è vero che fra noi e il Signore esiste una parentela, anzi quasi una mistica identità; siamo: alter Christus; ma questo basta? Non sorge da questa coincidenza mistica con Cristo tanto più forte, - e per fortuna, tanto più facile -, l’obbligo d’una coincidenza morale? cioè d’una imitazione di Cristo nei pensieri, nelle azioni, nei fini della vita, quale Egli ci insegnò? Qui la nostra impressione non può essere soddisfatta e felice, ma è turbata dall’osservazione della nostra difformità dal modello divino, su cui dobbiamo ricalcare la forma della nostra vita. Noi ne sentiamo, al tempo stesso, confusione e fiducia; perché, se è vero che tanto rimane in noi e nella Chiesa ed in ogni anima, anche cristiana, da correggere e da perfezionare per accostarci a quel tipo perfetto di umanità santificata dalla Grazia, che è Gesù Cristo, ne abbiamo almeno il desiderio, il proposito, la preghiera. Non è stato, a questo riguardo, il Nostro viaggio un umile, ma coraggioso atto di buona volontà? E non è il Concilio ecumenico, che stiamo celebrando, uno sforzo per dare a noi, alla Chiesa, al mondo, qualche migliore somiglianza con Gesù benedetto?

Questo discorso, diletti Figli e Figlie, potrebbe continuare a lungo; ma Noi lo fermiamo qui, con una domanda eguale a quella che Noi abbiamo sentito sorgere nel Nostro animo laggiù, nella patria di Gesù e di Pietro; e la domanda nasce anch’essa da un’impressione locale. Voi siete nella casa del Papa, in questo momento. Non sentite dentro di voi spuntare questo interrogativo: Noi, sì, siamo cattolici, siamo cristiani (e avete ben ragione di dirlo, e di ringraziarne il Signore). Potete anche rispondere: siamo dei buoni e fedeli cattolici, siamo dei veri cristiani?

Ciascuno di voi, Noi pensiamo, avvertirà il bisogno di rispondere a se stesso: bisogna ch’io sia migliore cattolico, più fedele, più virtuoso, più coraggioso; bisogna ch’io sia più vero cristiano!

Ed è per confortare questi nuovi sentimenti e questi nuovi propositi, che l'Udienza del Papa genera nei vostri cuori, che vi diamo volentieri la Nostra Benedizione Apostolica.





UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì, 22 gennaio 1964

Diletti Figli e Figlie!

L 'udienza del Papa pone quasi tema obbligatorio di pensiero e di parola quello della Chiesa; e non può essere altrimenti, se veramente voi vedete nel Papa il successore dell’ apostolo Pietro, su cui Cristo ha fondato e sta tuttora costruendo il suo grande edificio dell’ umanità redenta, la sua Chiesa. La visita al Papa richiama, per forza di cose, il ricordo di Cristo e l’ immagine della Chiesa; e questi tre termini: Cristo, Pietro, Chiesa, vengono quasi a sovrapporsi nell’ animo del fedele, che assiste all’ udienza, e a formare una sola entità, il «Christus totus», il Cristo integrale di S. Agostino, il quale sembra ripensare la celebre parola del suo maestro, S. Ambrogio: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia», dove è Pietro, ivi è la Chiesa.

Questo ordine di pensieri è molto importante e molto fecondo; farete bene a collegarvi il ricordo di questo vostro incontro col Papa; e farà a voi sperimentare un effetto spirituale particolare, che potremmo dire caratteristico della psicologia cattolica, la sicurezza, cioè l’ esperienza interiore d’ essere nella verità, d’ essere fondati sulla parola del Signore, cioè sulla roccia, che non teme alluvioni e frane, e che anche nelle ore di tempesta sostiene la casa, cioè l’ edificio della vita, che vi è stato costruito sopra, «non cecidit fundata enim erat supra petram», non crollò, perché era basata sulla pietra (Mt 7,25).

Questo senso di sicurezza lo potrete applicare e gustare nella celebrazione dell’ottavario dell’Unità, che stiamo celebrando in questi giorni. Se voi avete l’ intelligenza di questo grande problema della ricomposizione dei cristiani nell’ unità voluta da Cristo, se avete la percezione della sua importanza e della sua maturazione storica, sentirete salire dal fondo della vostra anima una meravigliosa e precisa testimonianza di quella sicurezza cattolica, che vi dirà interiormente: io sono già nell’ unità voluta da Cristo, sono già dentro il suo ovile, perché sono cattolico, perché sono con Pietro. È una grande fortuna, è una grande consolazione; cattolici, sappiate goderla. Fedeli, abbiate coscienza di codesta privilegiata posizione, dovuta certamente, non al merito di alcuno, ma alla bontà di Dio, che a sorte tanto felice ci ha chiamati.

La sicurezza nel possesso dell’unità, già reale, già storicamente e spiritualmente in atto, già nostra, per grazia di Dio, deve tuttavia integrarsi con alcuni altri sentimenti, che i buoni cattolici devono coltivare, e proprio alla scuola di Pietro, alla quale voi in questo momento assistete. E il primo sentimento sembra smentire quello della sicurezza, di cui dicevamo; perché è un sentimento di insicurezza, fondato questo sulla nostra fragilità. Pietro è stabile, quando si fonda su Cristo, cioè sulla fede, di cui è depositario e testimonio; è debole quando si fonda su se stesso, sulla propria natura umana, suscettibile anch’essa delle flessioni proprie «della carne e del sangue» cioè della infermità dell’uomo, in quanto figlio di Adamo. E perciò : un grande senso di umiltà e un grande spirito di fede devono fondersi nell’animo del cattolico credente, il quale, mentre sarà grato al Signore della sua fortunata condizione, non ne menerà vanto giammai, come di merito proprio, o come di fortuna ch’egli non possa, per propria colpa, compromettere. Umiltà e gratitudine, non orgoglio, della sicurezza cattolica.

Ed altro sentimento s’aggiungerà al primo: quello di fraterno interesse per quanti non hanno ancora la nostra fortuna. E voi sapete quanto sia complesso tale interesse, e come sia venuto il tempo di sentirne la spinta interiore: interesse ,per quanto di vero, di buono, di cristiano, di santo posseggono i nostri fratelli cristiani separati; interesse per conoscere il loro modo di pensare e di sentire, e per usare loro ogni possibile riguardo; interesse per chiarire e risolvere le divergenze tuttora esistenti nel campo cristiano circa la ricomposizione dell’unità e per cercarne con umiltà, con pazienza, con fiducia le soluzioni leali, ma buone e punto disonoranti, anzi per tutti onorifiche, se per tutti devono essere conformi al pensiero di Cristo; interesse infine per associare la nostra preghiera a quella di quanti chiedono al Signore il grande dono della fraternità e della pace nell’unità dei cristiani, da Lui tanto solennemente voluta.

Così, diletti Figli e Figlie, dobbiamo sentire, pensare, operare, oggi specialmente quando, come sapete, è piaciuto al Signore darci un presagio, un principio, una promessa di tanto dono; oggi, mentre quanti sono cristiani pregano perché a tutti sia concessa la grazia di vivere nell’unità della Chiesa di Cristo; oggi, ora anzi, che voi avete voluto venire a portare al Papa il vostro omaggio filiale e a ricevere la sua Benedizione.

* * *

Sabemos que hay en el grupo Sacerdotes pertenecientes a diversas nacionalidades, y principalmente de habla espanola: en el Centro Internacional «Pío XII», durante varios meses estudiáis los problemas que se refieren a vuestra formacion ascética y al influjo que ésta ha de tener en la vida de la Comunidad cristiana. Hoy mas que nunca talvez los tiempos piden espíritu de solidaridad, de mutua comprension y ayuda, de coordinacion de fuerzas. Vuestra reunion es ya un ejemplo, un estímulo, un impulso. Sea la palabra del Apóstol Pablo la que os aliente y guíe: «Deus autem patientiae et solatii det vobis idipsum sapere in alterutrum secundum Iesum Christum, ut unanimes, uno ore honorificetis Deum» (Rom. 15, 6).

Gli alunni dell'Istituto Commerciale «Maffeo Pantaleoni» di Roma

Il fervente entusiasmo dei giovani - che si manifesta in vivaci, sentite acclamazioni - l’Augusto Pontefice risponde con affabile bontà. Da apposito podio Egli conversa per alcuni istanti con l’imponente e significativo gruppo.

Per molti, forse, di quei cari studenti si tratta della prima visita - ed Egli sa che è stata molto bene preparata - al Vaticano. Certo, molto qui c’è da ammirare negli immortali capolavori dell’arte. Basta fissare lo sguardo in quel medesimo ambiente, con i grandi affreschi rievocanti storiche pagine della Chiesa; basta pensare alle vicine Cappelle Paolina e Sistina, che racchiudono quanto di più alto il genio umano ha potuto attingere nella pittura. Ma ciò non sarà se non un percorso, un mezzo per giungere a realtà ben più alta e sublime: la Chiesa, la Religione, Iddio.

La Religione è appunto il vincolo misterioso, ma vivo e vero, che tutti ci unisce al Creatore e Signore dell’universo.

Illuminando lo spirito di ciò che tale altissima realtà ci dimostra e ci insegna, applicando appieno, come si conviene per così eccelso argomento, la intelligenza, dono dello Spirito Santo, si comprende bene che cosa è la Chiesa, chi è il Papa, quali i doveri di fronte alla Redenzione compiuta dal Figlio di Dio, Gesù Signor Nostro; e gli obblighi per ciascun cattolico, nei vari stati di vita e nelle diverse attività a cui è chiamato.

Da così salda e luminosa premessa muove l’augurio del Santo Padre per i giovani ascoltatori. Egli auspica per ognuno un degno coronamento agli studi, una attività professionale, civica, sociale sempre munita e corroborata dall’osservanza dei precetti del Signore; e quindi la vera prosperità.

A tale scopo, come a ricambiare il filiale gesto della visita, Egli terrà presenti tutti e singoli gli alunni di oggi, ottimi cittadini domani, nella sua preghiera, invocando per essi dall’Onnipotente ogni grazia ed aiuto. E di ciò sia pegno la particolare Benedizione Apostolica.





UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI

Mercoledì, 29 gennaio 1964

Diletti Figli e Figlie!

Vogliamo credere che questa udienza, questo vostro incontro col Papa susciti nei vostri animi un pensiero caratteristico, tanto comune ma tanto bello, circa il rapporto fra il Papa stesso e la Chiesa, tutta la Chiesa, il famoso pensiero, spesso ripetuto, di S. Ambrogio: Ubi Petrus, ibi Ecclesia, dove è Pietro, ivi è la Chiesa. Voi infatti, fedeli quali siete di Gesù Cristo, che su Pietro ha fondato la sua Chiesa, incontrandovi col Papa pensate alla Chiesa che è in lui concentrata, e vi sentite in questo momento più che mai in comunione con tutti i fratelli di fede, con tutta la comunità universale dei credenti, anzi, per un certo senso con tutto l’umanità. Sì, qui è il centro, qui è il cuore, qui è l’unità della cattolicità.

È cotesto un tema di meditazione molto grande e molto fecondo, il quale vi apre davanti allo spirito il panorama del mondo, visto da questo punto prospettico, fissato dal Signore, per capire il disegno di salvezza di Dio su gli uomini, per capire la storia e la civiltà, per capire l’amore e la pace sulla terra. Potrete ricordare questo impressionante momento per prolungare poi una così inebriante meditazione anche in seguito, fuori di qui.

Ma la vostra filiale devozione, da un lato, e la Nostra paterna affezione, dall’altro, arricchiscono questo momento d’una visione, non diversa dalla prima, ma più interiore, più personale; e cioè voi ora guardate all’umile Nostra persona quasi per leggervi dentro, quasi per scoprirvi i suoi sentimenti e i suoi pensieri, quasi per trovare lì, nel cuore del Papa, tutta la Chiesa e, con la Chiesa, voi stessi. Sì, carissimi figli, codesta non è una pretesa indiscreta, ma è un’aspirazione legittima dei figlioli di casa, di famiglia, all’apertura dell’animo del Padre comune, alla confidenza e alla comunicazione spirituale, propria di una società religiosa, fondata sull’identità di fede e sulla circolazione di carità, quale è la Chiesa cattolica.

Ebbene, che cosa potete voi scorgere nel cuore del Papa? Se avete qualche conoscenza dei discorsi pontifici, avrete notato che assai sovente i Papi, aprendosi a colloquio con i loro fidati interlocutori, rivelano due sentimenti dominanti e ricorrenti: uno di gioia, l’altro di dolore. È questa una duplice nota, che potremmo trovare nel Vangelo stesso, nel cuore del Signore, nelle profondità dei discorsi dell’ultima cena, ad esempio; e poi spesso nelle parole degli Apostoli. Gioia e dolore sono i due poli principali della sensibilità umana ed anche, a livello superiore, dell’esperienza spirituale.

Vi diremo dunque, carissimi Figli, che anche Noi abbiamo riflessa nel cuore la vita della Chiesa in tali sentimenti riassuntivi: quanto gaudio viene a Noi dalla vita della Chiesa di questo periodo! dai grandi avvenimenti, che la fanno così intensa, così importante, così misteriosa, ai Nostri occhi stessi: il Concilio, ad esempio, i movimenti religiosi rivolti verso l’unificazione dei cristiani, l’ardore missionario, il fervore del pensiero e dell’azione cattolica, e aggiungiamo, a vostra lode e a vostro incoraggiamento: la bontà delle anime in grazia di Dio, lo zelo per la sua gloria, la pazienza santificata, e così via, il regno dei cieli, in una parola, che ogni cristiano, ogni uomo di buona volontà racchiude nel cuore; ecco: la Nostra gioia, Noi possiamo dire a voi ciò che S. Paolo scriveva ai suoi carissimi fedeli di Filippi: «Voi siete il nostro gaudio e la nostra corona» (Ph 4,1). Vi ringraziamo e vi benediciamo per questa consolazione, che la vostra fedeltà cristiana Ci procura.

Ma poi il cuore del Papa, voi potete bene immaginare, è pieno di dolore. Quante amarezze, Figli carissimi, vengono a Noi, ogni giorno, da tutte le parti; e voi potete pensare quali siano, se osservate quante debolezze, quante infedeltà, quante apostasie, quante corruzioni, quante cattiverie siano sempre nel mondo!

Vedete: si potrebbe paragonare questo centro della cattolicità, che chiamiamo il Vaticano, ad uno di quegli apparecchi che registrano le oscillazioni, le scosse, le rovine d’un dato complesso territoriale o meccanico, posto sotto osservazione. A questo manometro centrale, quante tristi segnalazioni giungono ad ogni ora! Sì, pensate al cuore del Papa! Se davvero egli è Padre universale, come può essere indifferente alle tante penose notizie, che la cronaca quotidiana reca con sé? come può sapere delle bestemmie al nome di Dio, delle avversioni alla religione, delle minacce alla pace, delle offese alla giustizia, delle sofferenze dei malati, degli scandali ai bambini, e così via, senza sentirsi colpito da tanti malanni? I dolori dei figli sono i dolori del Padre!

In questi giorni una sofferenza particolare Ci rende tristi e pensosi, causata dalla notizia di atti di terrore, che si stanno compiendo in un giovane e grande paese, a Noi carissimo, il Congo (avente per capitale Léopoldville), disordini e terrori eccitati contro persone e opere, di origine missionaria e non soltanto cattoliche in quella terra, che alle missioni deve quanto di più generoso, di più progredito, di più umano essa possiede: la sua recente e magnifica ascesa alla civiltà moderna e alla libertà nazionale.

È questo per Noi dolore grave, che speriamo presto superato, per l’onore di quella stessa diletta nazione, per la fiducia che non deve venir meno nell’apparato internazionale promotore e garante dell’indipendenza e dello sviluppo dei nuovi Stati, e per il carattere inviolabile, che gli ideali di pace, di libertà, di rispetto ai supremi diritti umani devono rivestire per tutti.

A voi, carissimi Figli, confidiamo in modo particolare questa pena e questa speranza, affinché vogliate onorare la memoria di coloro che sono stati trucidati in questa triste vicenda, consolare con la vostra solidarietà ai Nostri missionari le loro prove e le loro sofferenze, e pregare in modo che l’ordine, la concordia e la pace abbiano a ritornare nel Congo, e a regnare in ogni angolo della terra.

E con questi sentimenti, tutti vi salutiamo e vi benediciamo.


AUDIENCE GÉNÉRALE DE PAUL VI Mercredi 5 février 1964


Nous sommes très heureux de souhaiter la bienvenue ce matin, parmi les nombreux pèlerins venus à cette audience, à un groupe important de Missionnaires d’Afrique.

Chers Pères Blancs, comme on a coutume de vous appeler, chers Pères Blancs, il Nous est bien agréable d’exprimer ce matin publiquement Notre admiration pour l’oeuvre que vous accomplissez an Afrique avec intelligence, malgré les difficultés et les bouleversements que connaît cet immense continent.

Sachez que la gratitude de l’Eglise vous est due pour votre labeur intrépide et pour la constante générosité avec laquelle vous vous consacrez à votre tâche d’évangélisation. Par votre ministère, la parole de Dieu est annoncée et l’Eglise manifeste son visage catholique, tout en recevant l’irremplaçable apport de nouvelles et jeunes chrétientés. Aussi sentons-nous le devoir, pour Nous très doux, de vous féliciter, de vous encourager, et de bénir vos travaux apostoliques.

Nous voulons aussi, en ces jours qui Nous apportent de douloureuses nouvelles d’Afrique, élever Notre prière vers le Prince de la paix pour le supplier d’écouter le cri de nos coeurs.

Puissent toutes les âmes de bonne volonté s’unir à Nos supplications pour que cesse la violence et que se rétablisse promptement une juste paix dans le continent africain.

Telles sont, chers fils, les intention que Nous proposons à votre prière. Et c’est dans ces sentiments que Nous vous donnerons à tous dans un instant Notre paternelle Bénédiction Apostolique.

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Nous accueillons aussi avec plaisir les participants du Congrès international qui étudie les aspects scientifiques et techniques des problèmes de documentation. Nous sommes heureux de saluer ici les personnes qui, répondant à l’invitation du Comitato Nazionale della Produttività, sont venus de nombreux Pays, d’une part, pour confronter les diverses méthodes employées par les Centres de documentation répandus dans le monde, et d’autre part, pour développer les collaborations possibles entre ces différents Centres.

Vos recherches, chers Messieurs, se sont développées singuliè-rement au tours des récentes années, et présentent un grand intérêt en ce que leur objet consiste à amplifier en quelque sorte la mémoire humaine par la conjonction des moyens les plus traditionnels avec les techniques les plus récentes de la science électronique.

Nous vous félicitons donc de vos activités et Nous souhaitons à votre Congrès de féconds résultats. En poursuivant ainsi avec générosité vos travaux, dans un esprit de coopération fraternelle, vous contribuez en effet à une meilleure emprise de l’humanité sur la création, qui s’inscrit dans le plan providentiel et contribue à une plus haute et plus totale louange des hommes vers leur Créateur. C’est dans ces sentiments que Nous accordons, chers Messieurs, à vous-memes et à vos familles, une paternelle Bénédiction Apostolique .

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Diletti Figli e Figlie!

Il saluto, che precede la Nostra Benedizione, è pieno di affettuose intenzioni, per voi, per la vostra santificazione e per la vostra felicità, e per il compimento di ogni vostro buon desiderio, per ogni vostra migliore consolazione. Il Signore sa che queste Nostre intenzioni salgono a lui come preghiere, per trovare efficacia nella sua misericordiosa bontà.

Ma una di queste intenzioni merita da Noi particolare menzione; e riguarda il desiderio che Noi abbiamo di lasciare nei vostri animi un’impressione felice di questa breve, ma grande e bella Udienza. Non che a Noi importi di fissare la vostra mente e il vostro ricordo sulla Nostra piccola persona; no questo. Ci preme piuttosto che voi riportiate un concetto esatto e luminoso del vostro incontro col Papa.

E allora ritorna al Nostro spirito la domanda, ,che certamente, in questo momento, è nei vostri pensieri; chi è il Papa? Noi crediamo che voi state formulando interiormente una risposta, che è meno semplice e meno facile di quanto può sembrare a prima vista. Chi è il Papa? Vi preghiamo, come dicevamo, di non fermare la vostra risposta al Nostro nome e cognome originario, che non vi darebbe alcun concetto adeguato, ma di rivolgere il vostro pensiero a quello del Signore, che ha voluto Lui stesso definire la persona di colui che Egli sceglieva come primo dei suoi discepoli, dalla funzione, dalla missione, che il Signore stesso gli conferiva: non si sarebbe più chiamato Simone, figlio di Jona, suo nome nativo, ma Pietro, suo nome d’ufficio; dove è evidente che Gesù dava al suo eletto una virtù particolare, e un ufficio particolare, raffigurati l’una e l’altro nell’immagine della pietra, del sasso, della roccia; e cioè la virtù della fermezza, della stabilità, della solidità, dell’immobilità, dell’indefettibilità, sia nel tempo, che nelle traversie della vita; e l’ufficio di fungere da fondamento, da caposaldo, da sostegno, come Gesù stesso disse, all’ultima cena, a Pietro medesimo: «Conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Pietro doveva essere la base sulla quale tutta la Chiesa del Signore è costruita. Il pensiero del Signore è chiarissimo; ed è ciò che forma la singolarità e la meraviglia del Papato. Per chi ha qualche cognizione, o qualche esperienza della fragilità delle cose umane la parola di Gesù a Pietro appare così nella sua audacia divina, che vince la debolezza umana e sfida la caducità delle costruzioni fondate sulla sabbia del tempo. Un miracolo di equilibrio, di resistenza, di vitalità, che trova la sua spiegazione nella presenza di Cristo nella persona di Pietro!

Questo, Figli carissimi, è ciò che l’incontro del Papa vi deve lasciare nell’anima: l'impressione, anzi lo stupore e la gioia di un incontro con il Vicario di Cristo.

È da ricordare che nella Sacra Scrittura questa figura della pietra è dapprima riferita a Dio, come spesso s’incontra nell’antico Testamento; poi è riferita al Messia, a Gesù medesimo, la pietra d’angolo (Mt 21,42). S. Pietro stesso lo ricorda nella sua prima lettera, chiamando Cristo pietra viva e angolare (2, 4-6), ma poi da Gesù la figura della pietra è attribuita al primo degli apostoli. S. Leone Magno dice bene: Gesù volle che Pietro portasse il nome che definiva Lui stesso, Gesù: id quod Ipse erat voluit (Petrum) nominari (Ep. X, 1; P.L. 54, 629).

Cioè una meditazione sul disegno di Dio, sul pensiero di Cristo, sulla funzione del suo Vicario deve nascere dell’udienza del Papa, per comprendere e confermare la nostra comune vocazione di cattolici, di figli della Chiesa, di uomini che conoscono e vivono il grande piano di salvezza, offerto al mondo dalla divina bontà.

Ed è ciò che Noi desideriamo per il vostro bene spirituale in questo momento, non certo, dicevamo, per far l’apologia di Noi stessi, a cui si conviene anche un altro nome, quello di «servo dei servi di Dio»; ma per far l’apologia dei disegni divini e per auspicare che essi siano luce e salvezza per voi.

Con questi voti di cuore diamo a tutti la Nostra Benedizione Apostolica.


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