1964 Omelie di Paolo VI - Mercoledì delle Ceneri, 12 febbraio 1964



CELEBRAZIONE DELLA PASQUA «TRANSITUS DOMINI» NELLA PARROCCHIA DI SAN PIO X

Domenica, 16 febbraio 1964

Dato un paterno saluto al Signor Cardinale, ai Vescovi e Prelati, ai Sacerdoti ed al popolo, il Sommo Pontefice si dice lietissimo di poter conoscere la nuova magnifica chiesa, dedicata a S. Pio X; e di essere stato accolto con tanta effusione di filiale letizia, divenendo così, come era suo desiderio, partecipe, con i fedeli, della comune preghiera ed implorazione al Signore, e della generale speranza che Iddio ci abbia a benedire ed assistere.

Come primo pensiero da lasciare, quasi a ricordo dell’incontro, Sua Santità vorrebbe porre in evidenza - è cosa nota, ma sarà molto utile averla sempre presente - i criteri che hanno indotto il Papa a presiedere queste cerimonie e, a Dio piacendo, quelle che seguiranno nelle prossime domeniche.


IL MINISTERO PASTORALE DISPOSTO DALLA PROVVIDENZA

Il primo criterio è pastorale. Che cosa vuol dire pastorale? Lo sappiamo: il termine significa il rapporto intercedente fra chi è incaricato da Dio di distribuire la sua parola, i carismi, i misteri, i Sacramenti, la Grazia, e chi, dal Battesimo, è chiamato a ricevere così alti doni e a farli fruttificare. Occorre, cioè, mettere in evidenza la realtà di un sistema per diffondere la Grazia di Dio, chiamato appunto il Sacerdozio; il che è quanto dire la Chiesa nell’esercizio del suo ministero. Realtà ben conosciuta, ma non mai abbastanza rilevata nella sua mirabile provvidenzialità, nel suo mistero di amore, se consideriamo da Chi parte questo disegno. Dal Signore: il quale vuole servirsi degli uomini per salvare gli uomini. È il Signore che associa a Sé dei Ministri perché diventino idonei ad esercitare verso i fratelli la carità da Lui effusa per ogni anima.

Questo sistema, - lo si potrebbe definire quasi congegno, meccanismo umano -, con cui si partecipa la carità di Dio mediante la carità dei fratelli, costituisce un dono che merita immensamente la nostra riflessione e richiede, soprattutto oggi, nel nostro tempo, che ne abbiamo coscienza e rispetto, sino a polarizzare intorno a così sublime disegno i nostri pensieri, le nostre opere; e vedere quale è il risultato di un’aderenza al ministero in tal modo disposto dalla Provvidenza.

Siamo di fronte alla Chiesa: la società degli eletti; l’umanità che avanza nelle vie della salvezza. È l’impeto della carità divina, che si propaga attraverso lo sforzo dell’apostolato umano per rendere gli uomini figli di Dio e fratelli tra di loro: in una parola, quanto v’è di più bello, grande, significativo nella storia e nella vita.


I PARROCI DEL VESCOVO DI ROMA

Adunque: proposito del Sommo Pontefice è richiamare l’attenta devozione di tutti sopra questo piano voluto dalla misericordia di Dio per salvare gli uomini. Ora, il lato che può essere notevole, singolare, è il seguente. Di solito il Papa non compiva atti e riti come quello odierno. Varie le ragioni: ad esempio, in tempi più vicini a noi, il Papa non poteva uscire dal Vaticano; e, prima ancora, egli era oberato anche dalle cure del potere temporale. Va, inoltre, ricordato che i bisogni dei tempi cambiano e che ogni periodo della storia ha le sue particolari effusioni del ministero pontificio, oltreché di quello sacerdotale.

A Sua Santità è sembrato, adesso, utile per la carissima Roma, farle vedere quanto il Papa le appartiene e come l’ama, manifestando tale affetto, proprio con questi incontri diretti e colloqui, che, pur se brevi, sono atti a far riflettere sul punto essenziale: quello interiore, della preghiera intima, del conferimento, in ogni anima, della grazia dei Sacramenti. Il Santo Padre intende dimostrare come ciascuno: grandi, piccoli; uomini, donne; buoni, non buoni; lontani, vicini; ciascuno ha diritto di parlare con il Papa; così come Egli ha il dovere di prender cura di ognuno. È un rapporto che supera ogni dimensione di possibilità; ma esiste. E appunto in queste manifestazioni collettive richiama la generale attenzione, dapprima interiore, per poi rivelarsi anche all’esterno.


Due gli aspetti precipui di tanta verità.

Recandosi in una parrocchia nuova, - bella, grande, vitale come questa - il Successore di Pietro desidera, innanzitutto, onorare, confortare, benedire il ministero che qui si esercita; vale a dire l’attività del Parroco, degli altri Sacerdoti e di tutti quei Ministri di Dio che qui vengono per dare loro cooperazione nell’ufficio di assistenza spirituale.


RESPONSABILITÀ DI TUTTE LE ANIME

Intende, poi, onorare il Sacerdozio, teso, dato e consumato al servizio dei fratelli. Vorrebbe che fosse bene avvertita la differenza fra un sacerdote impegnato nel ministero pastorale e chi non lo è. Essa è ovvia. Sul Parroco incombe una responsabilità altissima. Grava sopra di lui ogni bisogno della società che lo circonda, della sua parrocchia. Deve rispondere, dinanzi a Dio, di tutte le anime, una ad una, che gli sono affidate. Per di più, chiunque può comprendere che tale responsabilità diviene una angustia, un tormento, un martirio per chi la sente e la vive. Perciò il Papa che, attraverso l’opera del venerato Cardinale Vicario, ha il mandato di affidare ad un sacerdote responsabilità di tale peso ed importanza, si sente solidale con i parroci tutti; ed oggi vuol ricordarlo al pastore della parrocchia di S. Pio X.

Gli dichiara che non lo lascia solo, che, perciò, vuole confortare e sorreggere; condividere con lui la croce di tanto peso ed importanza. Vorrebbe anzi salutare uno ad uno tutti i sacerdoti: conosce il loro stato di servizio; era a Pietralata il Parroco prima di venire alla Balduina; conosce Don Nicola e Don Giorgio, i Vice parroci e così gli altri. Pertanto anche ragioni cordiali e personali di stima rafforzano il gradito dovere di benedirli, consolarli; e dire ai parrocchiani quanto questi sacerdoti Gli sono cari e quanto perciò, anche per questo titolo, cari devono essere ai fedeli.

DOVERI DELLE COMUNITÀ DI FEDELI

L’altro pensiero è il seguente: il Santo Padre vuole pure onorare la comunità. Anche qui c’è un divario, e notevole. Fra la chiesa piena di gente, che compone una parrocchia e la chiesa piena di gente che non vi appartiene, c’è differenza. In mezzo alla folla di gente che si chiama fedele, e che costituisce la comunità parrocchiale esiste un vincolo particolare, una solidarietà propria, che la rende unita, ne forma una famiglia, molto diversa da una moltitudine priva degli specifici legami. Il Papa è venuto a ricordare che tutti sono figli, fratelli; che devono volersi bene, e avvivare una specie di società di mutuo soccorso spirituale; che devono essere tutti una sola vita, ed avere essi stessi la coscienza che appunto così si realizza la Chiesa. Per mezzo delle loro parrocchie essi formano un gruppo attivo, una cellula vivente dell’immensa famiglia che è la Chiesa Cattolica. È quindi nella carità, nella professione della medesima fede, nella preghiera, nell’impegno del vicendevole buon esempio, nell’associarsi nelle varie forme che tengono insieme i diversi nuclei parrocchiali, essi vengono costruendo - Cristo è con loro - la Ecclesiam meam.

Oggi Pietro viene a infervorare questo spirito unitario e a dire ai parrocchiani della «S. Pio X»: siate contenti e fieri di appartenere a tale comunità. Ognuno di voi le dia forza e consistenza; e badate che se poc’anzi si parlava della responsabilità del Parroco su cui tutto incombe, si può dire qualche cosa di simile di ogni membro della parrocchia, su cui, in certo senso, tutto ricade per la solidarietà di fini, doveri, mezzi, che deve compaginare e reggere insieme la comunità parrocchiale.

In altri termini, ciascun fedele senta imperioso e possente l’obbligo di amare, servire, sostenere, completare, santificare la propria Parrocchia.

Il secondo aspetto che caratterizza questi riti, stabiliti per le parrocchie romane, è il richiamo al criterio quaresimale. Tutti vogliamo dare a questo sacro periodo di tempo il significato della tradizione, e, per quanto possibile, la sua pienezza spirituale, il suo vigore morale, il suo significato collettivo e anche, si direbbe, mistico, secondo gli intenti della Chiesa quando lo istituì e lo arricchì di tante preghiere, e moniti, di tanti insegnamenti.

Tutti noi intendiamo celebrare bene la Santa Quaresima. I motivi sono numerosi. Basterebbe soffermarsi alla liturgia di questa prima Domenica, che si apre come fiume maestoso e quale sinfonia perfetta ad offrire benefici di ristoratrice irrigazione e soavità di concenti. Tra i molti temi da meditare uno si può scegliere quale nota dominante.


TEMPO PROPIZIO PER LA CONVERSIONE

«Tempus acceptabile». Questo è il tempo propizio. Il Santo Padre propone agli ascoltatori la semplice, ma grandissima e bellissima parola che si legge nell’Epistola odierna. Se profondamente compresa, essa diviene oltremodo operante per il profitto dello spirito. Ricordiamo tutti che questa stagione, questa primavera, non solo della natura, ma di preghiera e riflessione sacra, è tempo propizio. È un tempo che noi dobbiamo bene utilizzare.

A questo punto sarebbe assai opportuno soffermarsi sulla filosofia del tempo. La Chiesa ce lo ricorda tante volte e oggi in modo singolare. Ci vuol rammentare che noi cristiani dobbiamo considerare questo nostro pellegrinaggio nel mondo non come una serie di momenti staccati, che non abbiano l’uno con l’altro riferimenti e solidarietà. Siamo, invece tenuti a riguardarli come una sola cosa, quasi un nastro che ha coerenza dentro di sé. Ivi, infatti, è un continuato disegno. I momenti che si succedono sono collegati da un vincolo interiore, o di passaggio di grazia o del susseguirsi di responsabilità, sì che un momento influisce sull’altro. Oggi siamo alla scelta per il domani, al mattino lo siamo per la sera, e così via. Si troverà nella preghiera la base e il collegamento che unisce a catena gli anelli delle diverse ore. Questa che stiamo trascorrendo, della Quaresima, è, sotto un certo aspetto, decisiva per il resto della nostra vita, poiché caratterizzata da un’altra disciplina, - ed essa, a sua volta, meriterebbe ampio studio - che si chiama la conversione. Noi dobbiamo, in questa ora propizia della nostra vita, convertirci.

Che cosa vuol dire convertirsi? Significa dirigere la propria esistenza a Dio; cercare di compiere ciò che fanno i piloti delle navi, che, a un certo punto, controllano se la loro rotta realmente è rivolta al porto, o se, al contrario, le onde della burrasca incombente non hanno fatto deviare il percorso. Dobbiamo rettificare il nostro cammino chiedendoci: Si avanza veramente secondo la volontà di Dio? Non ho forse bisogno di convertirmi, cioè di dirigermi sul disegno che il Signore prefigge al mio passaggio sulla terra? Interpreto bene le disposizioni di Dio? Sono davvero un seguace dei suoi comandamenti? Non perdo forse tempo prezioso?


IL PASSAGGIO DEL SIGNORE

Ed ecco: proprio il recuperare il tempo, redimere tempus, noi vogliamo attuare seguendo la indicazione magistrale della Santa Chiesa. Anche perché la grande Madre ci avverte che, mentre il nastro della nostra vita si svolge con successione di giorni, di atti, di stati d’animo, responsabilità, meriti ecc., e acquista il suo valore, noi scopriamo - la Quaresima ce lo ripresenta siccome un mistero incombente sopra di noi - che un altro nastro ci segue. Qual è?

È quello della grazia di Dio; è quello che accompagna invisibile, ma da vicino, la nostra vita. La Pasqua che cosa vuol dire? Transitus Domini. È il Signore che passa. E qui torna alla memoria la parola stupenda e quasi paurosa di S. Agostino allorché esclama: «Timeo transeuntem Deum». Io temo Iddio che passa. Lo temo, giacché la sua presenza, che aleggia su di me, mi dà una coscienza nuova di risposta e dialogo. E poi temo che Egli passi senza che io me ne accorga; passi mentre io sfuggo il colloquio che Egli vuole intessere con me.

«Timeo transeuntem Deum». Noi dobbiamo avvertire che in questa Quaresima il Signore passa sopra di noi precisamente attraverso la generosità della Chiesa nel dispensarci la parola di Dio. La Chiesa sr pone a nostra disposizione per i Sacramenti, ci invita in mille maniere a non lasciar trascorrere la Pasqua senza avvicinarsi alle fonti della vita; misura le diverse ore, osservando che questa è oltremodo favorevole. Se tale ora dilegua, saremo forse sicuri che altra simile tornerà? La vita diventa drammatica sotto questo punto di vista; ed è bene che lo sia.


OGNI COSA SI ASSOMMA IN BENE PER CHI AMA DIO

Il santo timore di Dio entra nelle nostre anime; e con il timore di Dio anche la dolcezza e la gioia del venire a colloquio con il Signore in dati appuntamenti, in determinate circostanze che Egli concede a ciascuna per ineffabili contatti di Grazia.

Seguendo ancora il brano dell’odierna Epistola, ci si può convincere che anche le ore penose e difficili della nostra vita possono tramutarsi, per questa elevata economia di salvezza, in ore opportune, serene, feconde. Chi è infermo può dirsi felice, sotto un certo aspetto; poiché se guarda al merito che può acquistare, deve dire: anche la sventura può essere benefica, propizia. Lo stesso può dirsi a proposito di tutte le sofferenze, privazioni, rinunzie, avversità.

Uno scrittore moderno, assai noto, conclude un suo libro affermando: tutto è grazia.

Ma di chi è questa frase? Non del ricordato scrittore, perché anch’egli l’ha attinta - e lo dice - da altra sorgente. È di Santa Teresa del Bambino Gesù. L’ha posta in una pagina dei suoi diari: «Tout est grâce» . Tutto può risolversi in grazia. Del resto anche la Santa carmelitana non faceva che riecheggiare una splendida parola di S. Paolo: «Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum». Tutta la nostra vita può risolversi in bene, se amiamo il Signore. Ed è ciò che il Pastore Supremo augura a quanti Lo ascoltano dando, quale pegno di paterno affetto, la Benedizione Apostolica.



SANTA MESSA NELLA PARROCCHIA DI NOSTRA SIGNORA DI LOURDES

Domenica, 23 febbraio 1964

Il Santo Padre, nel dare un primo saluto ai cari figlioli, pensa che alcuni di essi potrebbero domandarsi il perché della sua visita. Una prima buona ragione sarebbe quella di vedere una chiesa nuova, ampia e molto bene ubicata - e già per questo il Papa si compiace con il Vicariato di Roma, con l’Opera della Preservazione della fede e per la provvista di nuove chiese, e con quanti hanno dato offerte, opere e ingegno per una costruzione così provvida ed opportuna -; ma vi sono anche altri motivi.

PATERNO SALUTO ALL'INTERA POPOLAZIONE

Egli è venuto per pregare con i diletti figli, per santificare con loro il tempo di Quaresima, per convincere tutti che dobbiamo, in questa stagione preparatoria alla Pasqua, dare alla nostra anima più intenso fervore, quasi delle ali per elevarsi e assurgere degnamente alla celebrazione dei misteri della nostra Redenzione.

Inoltre Sua Santità è venuto anche per conoscere il loro parroco e per salutarlo, benedirlo, incoraggiarlo, ringraziarlo; e per dire a tutti di volergli bene, di aiutarlo, di essere con lui, di sostenerlo, di fare una cosa sola col proprio pastore che è parroco in Roma, quindi nella Diocesi del Papa, e perciò devesi a lui solidarietà e pubblico attestato di stima e di compiacimento.

Insieme con il parroco è dato il saluto a chi ne condivide le fatiche pastorali: i coadiutori, gli altri sacerdoti che vengono ad aiutarlo nel ministero in un quartiere così nuovo e così vasto, e dove certo il lavoro non manca. Tutti coloro che vi esercitano il sacro ministero sappiano che il Papa li ringrazia di questa fatica pastorale, li benedice ed è loro cordialmente e paternamente vicino.

Ed ecco il saluto ai parrocchiani e specialmente alle associazioni cattoliche con le molte bandiere, simbolo di organizzazione, di alte idealità, propositi ed impegno. A quanti, di ogni età, si dedicano all’apostolato, il Papa vuol ripetere il suo grato encomio e benedizione speciale, fiducioso che questi gruppi associati intorno al pastore possano dare una più accentuata fisionomia spirituale alla popolazione, all’intera parrocchia.

Un saluto alle Suore, presenti, molto numerose, e poi ai due Istituti moderni, rinnovati, ma antichi, della Roma cattolica; ai diletti figli dell’Istituto dei ciechi di Sant’Alessio un ricordo particolare e una grande benedizione; e così pure ai giovani del S. Michele, glorioso centro di beneficenza iscritto nella storia della carità di Roma e la cui sede il Papa sa essere rinnovata, e in espressioni moderne molto belle e promettenti. Pure alle altre comunità, e famiglie spirituali e religiose, a tutta la popolazione un saluto del Vescovo di Roma, felice di vedere una cospicua parte del mistico gregge della santa Città.

Ma la ragione più profonda, che ha determinato la presenza del Papa, è quella di rivolgere agli ascoltatori una esortazione e un invito. Il Santo Padre è venuto, potrebbe dire in linguaggio metaforico, a svegliarli. Come la mamma desta il suo bambino, e gli dice: sorgi, affrettati; così il Papa dice loro: svegliatevi, venite, perché c’è bisogno di operare, di agire. La chiamata sarà salutare per qualcuno, il quale deve scuotersi dal sonno, anzi dal letargo, frutto di pigrizia e trascuratezza. È ora di risvegliare la coscienza cristiana.


RISPONDERE ALLA VOCAZIONE CRISTIANA

Vero è che i diletti figli potrebbero rispondere: già la nostra presenza qui è segno che siamo desti, cristiani praticanti, buoni parrocchiani. Ebbene il Papa è venuto proprio per incoraggiare, nel loro intimo, tale proposito e rispondenza alla vocazione cristiana. Essi sanno che tutto il Vangelo, l’intera economia divina che viene in nostro soccorso, in nostra salvezza, si delinea nelle parole della Sacra Scrittura come una vocazione, un appello, una chiamata, un risveglio: «Videte . . . vocationem vestram, fratres», dirà S. Paolo; e lo ripete in tante sue Lettere. Sì, ogni cristiano deve comprendere che dal cielo discende un appello, un grido, per ripeterci che dobbiamo scuoterci, che il nostro destino non è soltanto sulla terra. Il Signore ama ricordare che ci chiama ad un altro senso della vita, ad un altro destino, ad un’altra maniera di considerare i nostri giorni; in una parola ad essere veramente cristiani, ad avere la nozione esatta delle proprie responsabilità.

Bisogna guardare in faccia la realtà. Roma, cento anni or sono, aveva duecentomila abitanti: ora ne ha assai più di due milioni, e venuti da tutte le parti. Non si può pretendere che siano completamente nutriti della tradizione, della storia, del singolare retaggio di Roma. L’ambiente ha grande influsso nel determinare i nostri pensieri e le nostre azioni. Il Santo Padre ha potuto rendersene conto a Milano, ove lo stesso fenomeno si verifica del pari in proporzioni imponenti. Quanta gente ottima giunge nelle grandi città, specialmente dalle terre meridionali! Quanti bravi lavoratori, ligi alle tradizioni religiose dei loro paesi, devoti, buoni, fedeli!

Nondimeno l’urbanesimo esercita su di loro un’azione deleteria; diluisce il loro fervore, al punto che essi divengono quasi indifferenti, non frequentano la Chiesa, non ascoltano più la Messa, ed è tanto - alle volte - se fanno battezzare i loro bambini.


LE MOLTEPLICI INSIDIE ALLA FEDE

Sovente, anzi, non solo abbandonano le loro abitudini religiose, ma, peggio ancora, si professano areligiosi o anche antireligiosi; non hanno più ritegno nemmeno a vituperare quel patrimonio spirituale che prima formava la loro dignità e la ricchezza della loro anima. Purtroppo è così: basta cambiare ambiente e si diventa diversi. Anche quando si ritiene di essere liberi, indipendenti, moltissimo si assorbe dal nuovo tenore di vita che non ha né le abitudini, né le forme, né le istituzioni ispirate alla tradizione e alle esigenze educative del popolo. Peggio ancora: il patrimonio religioso, spirituale è il primo a soffrirne, poiché molti lo dimenticano, lo lasciano come depositarsi in fondo all’anima, e alla trasformazione urbanistica un’altra ne succede che potrebbe dirsi sociale. Prima si era rurali, adesso si è operai; prima si era autonomi, adesso si diventa impiegati, prima gente tranquilla, ora gente affannata.

È tutto un mutamento, una trasformazione; ma in siffatto evolvere, di per sé buona cosa, che resta della coscienza cristiana, del rapporto con Dio?

Non di rado questo rapporto è come travolto, reso labile, dubbioso, stanco, incerto, saltuario; sopravviene quel tale letargo da cui bisogna essere scossi, perché si giunga ad un risveglio, ad una coscienza rinnovata.

Altre volte un fatto nuovo viene a soffocare le antiche convinzioni religiose: una vernice culturale derivante da letture di giornali, da quanto si vede o si ascolta alla radio, alla televisione, al cinematografo. Sono ondate, vere tempeste che soverchiano gli antichi convincimenti; e allora avvengono nelle coscienze degli uomini moderni, dei giovani in modo particolare, mutamenti profondi, che talvolta si dimostrano irrimediabili. Quanti infatti pensano oggi: io sono sufficiente a me stesso, non ho bisogno di nessuno; a che servono la Chiesa, la preghiera, la fede, la religione? Io ho solo bisogno del mio mestiere, della professione, dello stipendio, dell’automobile, del mio giornale, del mio divertimento.


IDDIO UNICO MAESTRO DELLA UMANITÀ

Ora, se questa mentalità si diffonde, specie tra le nuove generazioni, è sacro obbligo per chi, dal Signore, ha avuto il mandato di vegliare sul bene delle anime, dedicarsi con amore a convincere i distratti perché riflettano, ricordino la propria origine e l’ultimo fine; e tengano presente che proprio il Signore ha insegnato ciò che è bene e quel che è male; e vuole che ogni facoltà del nostro spirito sia orientata e modellata sulle sue parole, i dieci Comandamenti, il Vangelo.

Iddio solo è il Maestro della umanità; Egli ha fissato il codice della vita. Il Vangelo è la fonte prima della nostra luce: tutto il resto potrà essere utile, ma per l’anima può essere anche peso, ostacolo, inganno. Inoltre quella cultura che esteriorizza l’uomo, costringendolo alla tecnica, all’intensa vita esclusivamente economica, intenta, si direbbe, a rubare l’anima, provoca e produce un vuoto che appunto porta alla insensibilità, e allo stato della deplorata incoscienza e incertezza.

Eppure la salvezza non è lontana, non è irraggiungibile. Il Signore Gesù chiama tutti e singoli gli uomini, e per ognuno ha la sua parola di vita, il suo Vangelo. In nome di Cristo il Papa intende oggi rivolgersi a uno ad uno di quanti Lo ascoltano, preparando le anime al necessario incontro con Cristo. È un incontro quant’altri mai amichevole e nello stesso tempo di grande importanza e gravità. Deve avvenire: se dovesse mancare, tutti sarebbero di ciò responsabili.

Bisogna rispondere con generosa fortezza e decisione al dono della fede cristiana. Non c’è chi non sia persuaso che a Roma il Cristianesimo non può essere vissuto in qualche maniera; o lo si vive in pienezza o lo si tradisce. Dobbiamo dunque accoglierlo interamente, con una fedeltà che, se occorre, sia pronta al sacrificio. Questa è la vocazione di Roma e questa deve essere la caratteristica dei cittadini romani.

Roma cristiana non può appagarsi di mediocri, di mente torpida e non coraggiosa, che vive di compromessi o di ripieghi utilitari. Richiede gente salda, retta, cosciente, ben decisa a rispondere ad un impegno così alto, esplicito, obbligante.


OGNI ANIMA SIA ATTENTA ALL’ANNUNCIO DI CRISTO

Il Santo Padre è l’interprete, l’araldo del divino invito e monito. Egli non esprime pensieri suoi personali, né agisce come a conclusione di propri studi o indagini. È l’eco genuina della voce di Dio; e con la stessa autorità del Signore, proclama: Rispondete, credete al Vangelo: la buona novella, l’annuncio di vita che promana da Dio.

Nondimeno va ricordato che tale annuncio, il quale può anche assumere la forza di un turbine sopra di noi, ci lascia liberi. Ciascuna anima può scegliere; può dire sì o no; rispondere: voglio o non voglio; desidero essere cristiano o no.

Adunque non vi è posto per instabilità o tiepidezza: non ci si può fermare a metà né abbandonarsi ad opportunistici o vili compromessi. Bisogna decidere; libertà si, ma responsabilità.

Né deve ritenersi che un così rilevante appello sia diretto soltanto ad anime che hanno la speciale vocazione del Sacerdozio o della vita religiosa. La chiamata alla vita cristiana è universale, ed in proposito il Papa vorrebbe avere maggior tempo per dire qualche parola, dolce e grave, agli anziani prima di tutto, i quali, per aver conosciuto uomini ed eventi, hanno maggiore esperienza.

Vorrebbe ricordare loro che, ben al di sopra di tanti volubili e falsi insegnamenti, di tanti idoli e delle affannose astuzie di presunta saggezza, solo Cristo vive, sola permane la sua verità. Ciò vogliano tener presente soprattutto gli uomini di studio, i maestri, le maestre, coloro che hanno le delicate funzioni di insegnare, dirigere, consigliare.

Così vorrebbe il Papa parlare ai Genitori, alle singole Famiglie.

Passa il Cristo tra noi; sale ad ogni casa per lasciarvi una parola di benedizione e per dire a tutte le famiglie che devono essere specchio della Chiesa, dell’amore che intercede fra Dio e l’umanità; sì da divenire come piccoli templi; debbono sapere a quali vertici di bellezza, di dignità, di amore, di felicità le chiama il Signore, e ricordare d’essere chiamate a collaborare al disegno di Dio, trasformandosi in veri cenacoli di carità e di grazia.


APPELLO AI GIOVANI E AI LAVORATORI

Il discorso diviene, quindi, ancor più paterno, se possibile, per i giovani, di cui il Santo Padre vede un buon gruppo dinanzi a sé. L’ora presente appartiene ai giovani: giammai forse, come in questo periodo della storia e della vita sociale, la gioventù ha avuto più decisiva missione da compiere. Se i giovani sono buoni, ardimentosi, la società sarà degna, sacra e santa; ed anche prospera e felice.

I giovani sono chiamati dalla Chiesa, che vuol infondere larga fiducia: essa ha un compito da proporre alla loro operosità, e, nello stesso tempo, può valorizzare le loro doti, nobilitando ciò che pensano e attuano. Si fidino del parroco, che è il loro maestro, si lascino entusiasmare dalle verità che propone: sentiranno crescere la forza interiore, e la gioia di essere giovani e di essere cristiani.

Analogo pensiero per i fanciulli, i prediletti del Redentore. Nel saluto, nella benedizione, nell’abbraccio del Padre c’è la gratitudine a Dio per l’inestimabile dono dell’innocenza e l’augurio fervente che, proprio all’ombra della parrocchia, le piccole schiere avvertano l’onore e il gaudio di conservare la purezza e la fede per l’intera durata della loro esistenza.

C’è poi il vasto mondo del lavoro. Tutti siamo lavoratori, ma il Sommo Pontefice vorrebbe salutare specialmente i lavoratori del braccio, quelli che svolgono un’attività più faticosa, quelli che, inseriti nella società, si trovano in uno stato disagevole nei confronti degli altri, quasi i meno considerati, i meno sicuri, i meno retribuiti. Sappiano i cari lavoratori che la Chiesa li ama, che il cristianesimo li eleva, li difende, vuol accendere e trarre dalle loro anime una sensibilità spirituale che altri cercano invece di soffocare e vilipendere. Facendo proprie le sofferenze e le attese di ognuno, la Chiesa ripete e dimostra di essere con loro.

Ai lavoratori il Vicario del Signore Gesù apre le braccia ed il cuore per accoglierli e riecheggiare l’invito stesso del Divino Maestro: venite a me, tutti voi che siete affaticati e tribolati; io ho il segreto del ristoro, ho una parola di conforto. La medesima parola di Dio spiega che cosa è la vita, con il dolore che purifica e l’amore che eleva; che cosa è la fatica umana. Cristo - soggiunge il Papa - ha il segreto di salvezza e di pace: dono del Signore, che ha affidato alle mani del suo Vicario in terra il Vangelo. Gesù ha una risposta per ogni aspirazione; e non è fallibile. Venite tutti, Egli dice ed io vi consolerò.



MESSA PER I DIPENDENTI DELL'AZIENDA STATALE DEI TELEFONI

Seconda domenica di Quaresima, 23 febbraio 1964

Siamo molto lieti di accogliere gli appartenenti alla Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, qua guidati dal loro Sindacato Italiano dei Lavoratori Telefonici di Stato, e diamo il Nostro rispettoso saluto al Signor Direttore Generale, che sappiamo gentilmente partecipe a questo incontro, come pure agli altri Dirigenti e Tecnici della grande Azienda, ai promotori di questa Udienza ed in particolare al Signor Segretario Generale del vostro Sindacato Italiano dei Lavoratori Telefonici di Stato, a voi tutti, figli carissimi, addetti a codesti importantissimi e modernissimi servizi, a voi qui presenti, che Ci è caro abbracciare col Nostro sguardo, ammirato per la vostra assistenza a questa sacra cerimonia, per il vostro numero tanto consolante e tanto significativo, e per i sentimenti buoni, filiali, religiosi, che con codesta visita Ci manifestate e trasfondete nel Nostro cuore, affinché ne facciamo a vostro nome offerta al Signore, come professione di fede e di vigore morale, e li esprimiamo noi stessi in preghiera per voi, per le vostre persone singole, per le vostre famiglie, per i vostri colleghi, per tutta la vostra comunità di lavoro, per tutta la società alla quale voi prestate opera assai utile e assai delicata.

Sì, lasciate che tutti vi salutiamo. Lasciate che, ancora prima di aprirvi il Nostro animo con le parole religiose, proprie di questa domenica. Noi vi assicuriamo, tutti ed ognuno, della Nostra paterna affezione, della Nostra stima, del Nostro desiderio del vostro bene. Lasciate che Noi stessi Ci inseriamo nel circuito delle vostre ordinarie occupazioni, e, invece di trasmettervi una comunicazione che, come sempre a voi capita, dev’essere passata ad altri, lasciate che indirizziamo a voi, proprio a voi, operatori e operatrici dei servizi telefonici, il Nostro messaggio; voi, questa volta, siete gli interlocutori terminali, voi siete coloro a cui la comunicazione è rivolta, e vuole arrivare a fermarsi: ai vostri spiriti, alle vostre persone!

Vorremmo cioè onorare il vostro lavoro non già nel suo aspetto tecnico, che è pure meraviglioso, ma riduce quasi a prestazione strumentale, meccanica, il vostro servizio, ma nel suo aspetto personale e vivo, che vi impegna come esseri spirituali, intelligenti, liberi e responsabili, e domanda a voi una prestazione, che l’impianto tecnico non può sostituire e non può dare: l’opera umana. Vi salutiamo, vi onoriamo, vi benediciamo non come esseri anonimi, come numeri insignificanti d’un grande complesso, ma come anime singole e viventi, ciascuna con la sua inconfondibile personalità, con la sua civile prestanza, con la sua storia interiore, con il suo superiore destino, con la sua cristiana dignità.

Vorremmo anzi che ciascuno di voi comprendesse come questa elevazione di ogni individuo umano alla dignità sacra ed inviolabile di persona rivestita della vocazione e dello splendore della figliolanza divina e della fratellanza cristiana costituisce proprio la missione della nostra religione, che conserva e difende in ogni essere umano la sua statura di nobiltà e di grandezza, anzi la solleva al grado superiore della vita soprannaturale.

Meravigliosa cosa, figli e figlie carissimi, che solo la religione cristiana sa operare, e che non solo si compie lasciando ai fenomeni sociali del mondo moderno, i quali producono complessi organizzativi, dove l’ individuo è come assorbito e quasi annientato, che si svolgano secondo le leggi razionali del progresso, ma li penetra, tali fenomeni, li richiama ai principi inalienabili del rispetto alla personalità umana, li nobilita, li umanizza, e perfino li santifica.

Ricordiamo questa funzione della vita religiosa, diffusa nella vita economica, professionale e sociale, affinché ne sappiate valutare l’importanza, la necessità anzi: e non abbiate a cadere nella illusione, pur troppo diffusa nell’opinione pubblica contemporanea, che il progresso tecnico e meccanico basti alla nostra vita e sostituisca tutto quanto un tempo si attribuiva alla Provvidenza e alla vita spirituale, alla fede religiosa. Sarebbe invece atto di buona intelligenza quello che confermasse in voi la persuasione che quanto più siamo tecnicamente progrediti tanto più abbiamo dovere e bisogno d’essere religiosamente fedeli; quanto più la civiltà strumentale e di massa soffoca, nell’atto stesso che la serve, la vita dell’uomo, tanto più dobbiamo alimentare il respiro dell’anima, che solo la preghiera e la fede possono, in sommo grado e in modo non fallace, vivificare.

Vi diremo anzi che questo è uno dei compiti maggiori e, per tanti problemi, risolutivo della vita odierna: come la religione possa e debba diffondersi in un mondo tutto proteso e impegnato nelle sue febbrili e interessantissime attività temporali, come possa essere considerata utile, anzi indispensabile, come possa essere compresa e praticata, non tanto come un giogo pesante e molesto, ma come un diritto alla verità, alla bontà, alla felicità.

Naturalmente questo processo di comprensione e di rivalutazione della religione, come elemento magnifico e necessario di vita, non è sempre facile; impegna la Chiesa a rivedere i suoi metodi pratici nella presentazione del messaggio di Cristo; ed impegna i fedeli, anzi impegna ogni persona intelligente e responsabile, ad assecondare questo sforzo di «aggiornamento», come ora si suol dire. Ma Noi stessi comprendiamo quante e quali difficoltà esso possa presentare a chi, specialmente, non ha né modo né tempo di fare sull’argomento studi speciali. Ma vorremmo confortare la vostra buona volontà a non disperare, a non cedere alla tentazione della superficialità, a non privare voi stessi della gioia di scoprire come quel cristianesimo che sembrava, a chi è preso dall’esperienza del vivere moderno, cosa vecchia e superflua, estranea e difficile, arbitraria ed esigente, è invece vivissimo e bellissimo, fatto apposta, si direbbe, per il nostro secolo e per i problemi reali del nostro spirito.

È possibile?

Ecco: a questo punto Noi vi leggeremo semplicemente il testo evangelico della santa Messa che stiamo celebrando. È una delle pagine più misteriose, più meravigliose e più istruttive del Vangelo. Non vorremmo mai più staccarci dalla sua lettura, dalla visione, dalla rivelazione, che essa ci presenta.

Dice così:

«. . . Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse in disparte sopra un alto monte e si trasfigurò innanzi a loro: il suo viso risplendeva come il sole e le sue vesti erano candide come la neve. E apparvero a loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. E Pietro, prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, è bene per noi stare qui. Se Tu vuoi, io farò qui tre capanne, una per Te, una per Mosè ed una per Elia. Parlava ancora quando una nube luminosa li avvolse; ed ecco una voce partire dalla nube e dire: Questi è il mio Figlio diletto, in cui Io mi sono compiaciuto; ascoltatelo. E sentendo ciò i discepoli caddero prostrati per terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e toccandoli disse: alzatevi e non temete. E levando gli occhi non videro nessun altro, se non il solo Gesù. Il quale, nello scendere dal monte, diede loro, questo ordine: Non parlate ad alcuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo sia risuscitato dai morti» (Mt 17, l-9).

Qui dovremmo fermarci. Quante cose dovremmo meditare, quale impressione dovremmo stampare nelle nostre menti circa questa scena sublime! San Pietro, scrivendo da Roma la sua seconda lettera, ricorderà il fatto prodigioso, con una testimonianza che ce ne conferma la miracolosa realtà e ce ne mostra la efficacia probativa del messaggio evangelico.

A noi basterà ricordare come il volto umano di Cristo nasconda e riveli ad un tempo il suo volto divino; come Gesù, e con lui il cristianesimo che ne deriva, si presenti a noi con sembianze, che spesso, a prima vista, non mostrano nulla di straordinario, nulla di originale, nulla di profondo. Anzi, alcune volte, la faccia di Cristo è quella d’un sofferente, d’un condannato, d’un morto; ascolteremo presto, nelle rievocazioni della Liturgia quaresimale, le parole strazianti di Isaia, che si riferiscono al Cristo crocifisso: «. . . egli non ha bellezza alcuna, né splendore: noi lo abbiamo visto, e non aveva alcuna apparenza che attirasse i nostri sguardi. Era abbietto, l’ultimo degli uomini, l’uomo dei dolori, che conosce la sofferenza . . .» (53, 2-3).

La faccia di Cristo e quella della sua religione ci appare talvolta misera e miserabile, lo specchio dell’infermità e della deformità umana. Ci sembra macchiata, profanata, inetta a irradiare ciò che piace tanto al gusto della gente di oggi: la bellezza sensibile, l’espressione formale, l’apparenza gioiosa. Ci sembra, da un lato, priva di luce sua, non più bella e splendente delle luci artificiali della bravura umana che incantano e abbagliano gli occhi della nostra più giovane generazione; dall’altro, ci sembra privata della luce sua da chi dovrebbe farla risplendere e tenerla alta e consolatrice sulla scena umana. Cioè Cristo e la sua Chiesa sembrano non aver alcuna attrattiva per noi, alcun segreto con cui affascinarci e salvarci.

Ebbene, bisogna ripensare al prodigio della Trasfigurazione; bisogna accogliere il monito che riempie il cielo di Cristo e ci invita ad ascoltarlo. Fu un’ora unica e prodigiosa quella che i discepoli fedeli trascorsero quella notte sul Tabor; ma sarà un’ora continuata e consueta per noi, se sapremo tenere l’occhio fisso sul viso di Cristo e su quello, che storicamente lo riproduce, della sua Chiesa: una trasparenza singolare ci lascerà dapprima intravedere, poi scorgere, poi ammirare la faccia nascosta, la faccia vera, la faccia interiore del Signore e del suo mistico Corpo; e la nostra meraviglia, la nostra letizia non avranno più né misura né smentita.

Bisogna riscoprire il volto trasfigurato di Gesù, per sentire ch’Egli è ancora, e proprio per noi, la nostra luce. Quella che illumina ogni anima che lo cerca e che lo accoglie, che rischiara ogni scena umana, ogni fatica, e le dà colore e risalto, merito e destino, speranza e felicità.

Figli carissimi, lasciate dunque che oggi il lume soave e folgorante di Cristo di qui vi rischiari e vi illumini, e con la Nostra benedizione accompagni il vostro terreno cammino alla visione dell’ eterna luce.


1964 Omelie di Paolo VI - Mercoledì delle Ceneri, 12 febbraio 1964