1966 Omelie di Paolo VI - LA POLONIA È VIVA . . . LA POLONIA È CATTOLICA


TRIPLICE PROSPETTIVA DI EPOCHE E VICENDE CONSIDERATE NELLA LUCE DI DIO

È bello, è doveroso ascoltare la voce dei secoli, quando essa è messaggio che si trasmette fedelmente da una all’altra generazione. Vogliamo dire, Figli carissimi, che la celebrazione del vostro millennio cristiano è un fatto molto importante. Avete fatto bene a prepararne la ricorrenza con tanta cura; per nove anni avete meditato e pregato per essere veramente consapevoli del suo valore storico e morale. E avete fatto bene a celebrare la grande data con religiosa e popolare solennità. La sua importanza si desume in ordine ad una triplice prospettiva storica; la prospettiva del passato: il ricordo del tempo trascorso è una scuola nobile e sapiente; la coscienza storica giova assai alla pedagogia d’un Popolo; gli dà il senso della sua dignità, la passione della sua libertà e della sua unità, l’entusiasmo per la sua coerente e ordinata evoluzione; anzi, in un Popolo come il vostro lo sguardo sintetico sul proprio passato aiuta a scoprire il suo genio etnico, la sua vocazione civile ed anche la sua missione spirituale; può anche svelare, da certi segni particolari, un disegno divino: Dio guida i Popoli buoni; e nelle ore difficili e oscure tale sguardo pensoso può essere fonte di luce, di conforto e di speranza.

Poi vi è la prospettiva del presente. Essa riguarda molti problemi, molto gravi e complessi, quelli cioè della vita moderna, i quali come tutti sappiamo, sotto ogni aspetto presentano tante difficoltà e insieme tante possibilità di felici soluzioni. Il problema principale, in questa occasione, è certamente quello del posto e della funzione da riconoscere alla vita religiosa, che alla celebrazione del millennio offre la sua vera motivazione, nella odierna società.

Noi crediamo che la celebrazione millenaria del carattere cristiano del Popolo polacco non possa sospettarsi né antinazionale, né rivendicativa di privilegi teocratici, o di arcaiche forme politiche e sociali; ma debba valutarsi come espressione e come aspirazione d’un Popolo credente ad una autentica libertà religiosa e civile, dovuta, oltre che per naturale diritto, per la sua caratteristica, secolare e onorevolissima tradizione; e perciò pensiamo che la celebrazione stessa non sia affatto contraria al benessere e al progresso d’una moderna società, ma piuttosto sia da giudicarsi in suo onore e in suo vantaggio.



AMORE PIÙ VIVO NONOSTANTE IL MANCATO INCONTRO A CZESTOCHOWA

In questa prospettiva, come è stato largamente pubblicato, Noi avremmo voluto recare di persona, accogliendo l’invito del Signor Cardinale Wyszynski, Primate di Polonia e Arcivescovo di Varsavia, unitamente a tutto l’Episcopato Polacco, non che quello di tanti Nostri figli di quella cara Nazione, il Nostro paterno saluto al Popolo Polacco e il Nostro omaggio devoto alla Madonna santissima, onorata a Czestochowa, per celebrare con tutta la popolazione, dimorante in patria, o accorsa da tutte le parti del mondo, la faustissima data. Ma questo pellegrinaggio non Ci è stato consentito, sebbene Noi ne avessimo manifestato riguardosamente il proposito, e avessimo assicurato non avere il Nostro brevissimo viaggio altro carattere che quello religioso, né altra intenzione che quella celebrativa della singolare ricorrenza millenaria. Ne abbiamo naturalmente provato vivo dispiacere, anche per la personale affezione che nutriamo per la Polonia. Siamo convinti che i motivi opposti alla attuazione del Nostro pellegrinaggio, e addebitati ad atti e ad atteggiamenti del veneratissimo Cardinale Wyszynski, non sono giustificati e non possiamo credere che siano suffragati dal sentimento comune d’una Nazione così nobile e alla Chiesa così deferente, qual è la Polonia.

Ma diciamo subito: non per questo Noi la ameremo meno, la diletta Polonia. Così certamente farete voi pure, carissimi Figli qui presenti, e così faranno i fedeli Polacchi residenti in Patria, e sparsi per il mondo.

TESORI DI VERITÀ, FORTEZZA, SANTITÀ

Ed è questa la prospettiva sull’avvenire, che la celebrazione del millenario Ci apre davanti: dovremo amare ancor più che nel passato questa cara, tribolata, sempre viva e sempre fedele Nazione. Ci piace rilevare che la celebrazione del millenario si traduca in una grande professione di fede cattolica; Noi siamo sicuri che questa professione, lungi dal vincolare al passato e dal soffocare l’anima della Nazione, la corrobori e la apra ad ogni vera e salutare conquista della vita moderna: sulle vie del pensiero e della scienza; sulle vie della libertà civile e del progresso sociale; sulle vie della collaborazione, della concordia e della pace nell’ordine internazionale; sulle vie della generosità, della bontà, della gentilezza, della santità e d’ogni umana perfezione. Perché la Fede è la verità, la Fede è la fortezza, la Fede è la vita, la Fede è la salvezza. E Ci piace infine notare che questo atto di fede millenaria si esprime praticamente in due atti, che la contengono, la manifestano e la confermano: la filiale adesione alla Cattedra di San Pietro e l’omaggio di religiosa pietà a Maria Santissima, Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra.

Ringraziamo Iddio, Figli carissimi, del grande e insostituibile dono della Fede, concesso alla Polonia cattolica; rinnoviamo l’impegno di conservare la Fede, sempre forte e sempre sincera, negli anni, nei secoli venturi; e, edotti dal Vangelo, che in questa domenica la Chiesa propone alla nostra meditazione, preghiamo, preghiamo, nel nome di Cristo, affinché Iddio conservi sempre alla Polonia la sua protezione e la sua benedizione.

Nasza mysl wybiega w tej chwili ku Kardynalowi Wyszynskiemu, ku wszystkim Biskupom Polskim, ku Kaplanom, Zakonnikom i Zakonnikom, ku Rodzinom katolickim, ku mlodziezy, ku pracujacym, ku cierpiacym.

Wybiega takze, bo tak nakazuje czynic obowiazek chrzescianski, do wszystkich Wladz swieckich, proszac Boga by je wspomagal w zapewnieniu Narodowi prawdziwego i calkowitego wspolnego dobra.

Wybiega nadewszystko Nasza mysl ku Pani Naszej Czestochowskiej, aby otaczala nieustajaca opieka ziemie, Kosciol i Narod Polski.

Nous voulons que les Polonais de langue française soient eux aussi salués par Nous et assurés de Notre bienveillance et de Notre Bénédiction.

To the English-speaking visitors of Polish birth or descent, We also offer Our greetings, and We assure them of Our benevolente and Our paternal Blessing.

Diamo una nostra traduzione del saluto finale in lingua polacca detto dal Sommo Pontefice:

Il Nostro pensiero va ora al Card. Wyszynski, a tutti i Vescovi Polacchi, ai sacerdoti, ai religiosi e religiose, alle famiglie cattoliche, ai giovani, ai lavoratori, ai sofferenti.

Va anche, come il Nostro dovere cristiano Ci impone, a tutte le Autorità civili, con la preghiera a Dio affinché le assista ad assicurare alla Nazione il vero ed integro bene comune.

Va soprattutto alla Madonna di Czestochowa perché protegga incessantemente la terra, la Chiesa e la Nazione polacche.






CELEBRAZIONE DEL LXXV ANNIVERSARIO DELLA «RERUM NOVARUM»



Domenica, 22 maggio 1966

A Voi, Lavoratori, il Nostro saluto! A voi, che Ci rappresentate i vostri fratelli di fede e di lavoro di tutto il mondo, la Nostra affettuosa accoglienza! Siate i benvenuti! Siate fiduciosi di essere qui ricevuti come figli cari e fedeli! Come Lavoratori ben degni di portare le divise delle vostre fatiche e l’espressione delle vostre speranze al Papa, al Vicario visibile del Redentore del mondo, del vostro Divino Collega, il figlio del fabbro, Nostro Signore Gesù Cristo!

LE PREDILEZIONI DEL DIVINO COLLEGA

Perché siete venuti così numerosi da tanti diversi Paesi? Perché voi avete buona memoria; una memoria che si è trasmessa da alcune generazioni e che ricorda il 75° anniversario d’una grande parola, qui pronunciata, una parola magistrale, direttiva, liberatrice e profetica, del Nostro Predecessore d’immortale grandezza, Papa Leone XIII, circa la vostra sorte, circa la «questione degli operai», come allora si diceva, la questione sociale nascente dalle nuove ideologie e dalle nuove forme della produzione industriale e dell’economia moderna. Voi la ricordate quella parola; anzi tanto ne sapete valutare l’importanza, che col passare degli anni la sentite più forte e più vostra, veramente decisiva e orientatrice, e volentieri riconoscete che essa è stata una sorgente meravigliosa di pensiero e di azione; una sorgente, che ha generato una tradizione di dottrina, non solo nel mondo, ma qui, qui stesso, dando origine ad una serie di documenti pontifici di altissimo valore, quali l’Enciclica di Papa Pio XI «Quadragesimo anno», i Messaggi sociali di Papa Pio XII, l’Enciclica «Mater et Magistra» di Papa Giovanni XXIII. Voi comprendete benissimo che per camminare occorre la luce, per promuovere un progresso sociale occorre una dottrina - un’ideologia, come oggi si dice -; è il pensiero che guida la vita; e se il pensiero riflette la verità - la verità sull’uomo, sul mondo, sulla storia, su le cose - allora il cammino può procedere franco e spedito; se no, il cammino si fa o lento, o incerto, o duro, o aberrante. E comprendete che qui, da questa scuola, ch’è la Chiesa cattolica, da questa cattedra, ch’è il Magistero pontificio, viene la verità, che serve e salva l’uomo. Qui il Maestro della umanità, Cristo Signore, ci fa prima discepoli, e poi uomini sicuri e liberi, capaci di marciare sulle vie del vero progresso.



GRATITUDINE E FIDUCIA

La vostra venuta pertanto assume ai Nostri occhi il duplice significato d’un atto di riconoscenza e di una tacita interrogazione. Voi venite per ringraziare quel Papa ormai lontano, ma sempre ricordato e benefico; e professate fede, e convinzione, e impegno, e speranza in quella sua parola; e qui, donde essa partì, voi gli dite che quella parola, la «Rerum novarum», era vera e buona, ed è ancora viva ed operante; il tempo non l’ha esaurita, ma collaudata, tanto che voi la sentite ancora così attuale e feconda da derivarne coraggio per quei nuovi sviluppi dell’ordine sociale, a cui il mondo del lavoro è interessato. Di codesto atto di gratitudine e di fiducia, degno di uomini intelligenti e di figli fedeli, Noi vi ringraziamo, carissimi Lavoratori.

E poi Ci pare di sorprendere in fondo ai vostri animi una discreta domanda, quasi il bisogno di verificare quale eco abbia in questa sede quella parola di settantacinque anni fa. Risuona ancora? Ha tuttora lo stesso accento d’autorità, di profezia e d’amicizia? Sì, Lavoratori carissimi; se voi tendete l’orecchio, cioè fate attenzione a quanto oggi la Chiesa insegna, e fa per la vostra causa, sentirete che l’eco è fedele, anzi si è fatta voce più esplicita e più varia di motivi e di applicazioni. Tutto è stato detto e scritto in proposito; questa stessa celebrazione ha avuto ed avrà testimonianze autorevoli d’ogni genere circa la persistenza e lo sviluppo degli insegnamenti pontifici, provenienti dalla Enciclica leoniana; non solo una letteratura in proposito è scaturita e continua a produrre pagine meritevoli di considerazione e di divulgazione, ma si è formato un corpo di dottrine, interessanti l’economia, la sociologia, il diritto, l’etica, la storia, tutta la cultura in una parola, degne di prendere il nome di scuola sociale cristiana.

Se volessimo ridurre, a titolo di esempio e a ricordo di quest’ora significativa, in alcune proposizioni elementari l’eco della celebre Enciclica, Noi potremmo enunciare, fra gli altri, questi semplici, ma fondamentali assiomi:



CIÒ CHE LA CHIESA RITIENE UN DOVERE

- Primo. La Chiesa si è interessata a fondo della questione sociale. Nessuno la può rimproverare di assenza, di timidezza, di superficialità, d’incostanza. Essa ha sentito il grido di dolore del proletariato operaio, non solo, lo ha fatto proprio, non come fomite di odio e di vendetta, ma come esigenza di amore e di giustizia; e ancora prima di occuparsi degli altrui bisogni e degli altrui diritti, ha francamente riconosciuto il proprio nuovo dovere, che la storia delle vicende umane le poneva davanti: curarsi del mondo operaio, mettersi a fianco degli indifesi, e cercare con loro e per loro migliori condizioni di vita.

IL POPOLO: LA SUA COSCIENZA E LIBERTÀ

- Secondo. La Chiesa ha proclamato la dignità del lavoro, qualunque fosse, purché onesto, e vi ha tessuto meravigliosi ragionamenti. S’è parlato perfino d’una «teologia del lavoro» (cfr. Chenu), tanto nel pensiero della Chiesa l’attività umana, anche manuale ed esecutiva, è stata riconosciuta nelle sue più umane e più misteriose implicazioni. E del Lavoratore, della sua persona, della sua singola e numerica unità sperduta nella folla (che la Chiesa non chiama «massa», ma popolo), della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi inalienabili e sacrosanti diritti al pane, alla famiglia, all’educazione, alla speranza spirituale, alla professione religiosa, che cosa non ha detto e proclamato la Chiesa? Chi più di essa ha avuto stima, rispetto, cura, amore della vostra personalità, Lavoratori che Ci ascoltate?

GIUSTIZIA SOCIALE E UMANA CONVIVENZA

- Terzo assioma. La Chiesa ha fatto proprio, non solo nella dottrina speculativa (come sempre fu, da quando risuonò il messaggio evangelico, che proclamò beati coloro che hanno fame e sete di giustizia), ma anche nell’insegnamento pratico il principio del progresso della giustizia sociale (cfr. Summa Theol. II-IIae, 58, 5) e cioè della necessità di promuovere l’attuazione del bene comune, riformando la norma legale vigente, quando essa non tenga conto sufficientemente dell’equa distribuzione dei vantaggi e dei pesi del vivere sociale (cfr. Jarlot, Doctrine pontificale et histoire, p. 178). Oltre il concetto di giustizia statica, sancita dal diritto positivo, e tutrice d’un dato ordine legale, un altro concetto di giustizia dinamica, derivato dalle esigenze del diritto naturale, il concetto di giustizia sociale è reso operante nello sviluppo dell’umana convivenza.



DISPENSATRICE E MINISTRA DI CARITÀ

- Quarto. La Chiesa non ha temuto di scendere dalla sfera religiosa sua propria a quella delle condizioni concrete della vita sociale. Come il Samaritano della parabola evangelica, la Chiesa scese dalla sua cavalcatura, cioè dall’ambito puramente cultuale, e si fece ministra di carità, non pur individuale, ma sociale. Si è curvata sul campo economico; ha parlato dei rapporti fra capitale e lavoro, si è pronunciata sul contratto di lavoro, sul salario, sull’assistenza, sul diritto familiare, sulla proprietà privata, sul risparmio, su cento questioni pratiche essenzialmente collegate con le oneste e legittime necessità della vita. La sua carità si è armata di esigenze progressive, che chiamò umane e cristiane, e perciò giuste. Vagliò aspirazioni e interessi delle classi meno abbienti, e non esitò a cavarne, con sapienza e con prudenza, ma altresì con coraggio antiveggente, nuovi diritti da soddisfare; ispirò ed ispira tuttora una legislazione contraria al privilegio e all’egoismo, e protettiva dei deboli, degli umili, dei diseredati. Anzi: intimò allo Stato d’intervenire, non per assorbire diritti e funzioni, che spettano in una libera società ai cittadini, sia singoli che associati, ma per proteggere la libertà e l’eguaglianza dei cittadini stessi, e per assumere in proprio l’esercizio di quelle attività che solo l’autorità pubblica può svolgere con migliore garanzia del bene comune.

IL DIRITTO DELL’ASSOCIAZIONE OPERAIA

- E quinto. La Chiesa riconobbe il diritto di associazione sindacale, lo difese, lo promosse, superando una certa preferenza teorica e storica per le forme corporative e per le associazioni miste; intravide non solo la forza del numero, che il fatto associativo doveva portare in una società orientata verso la democrazia, ma altresì la fecondità dell’ordine nuovo, che poteva scaturire dall’organizzazione operaia: la coscienza del lavoratore, della sua dignità e della sua posizione nel concerto sociale, il senso di disciplina e di solidarietà, lo stimolo al perfezionamento professionale e culturale, la capacità di partecipare al ciclo produttivo, non più come semplice strumento esecutivo, ma per qualche grado anche come elemento corresponsabile e cointeressato, e così via.

IL MARXISMO NEGA LA PACE SOCIALE

- E poi un sesto assioma, quello più discusso e difficile. La Chiesa non aderì e non può aderire ai movimenti sociali, ideologici e politici, che, traendo la loro origine e la loro forza dal marxismo, ne hanno conservato i principî e i metodi negativi, per la concezione incompleta, propria del marxismo radicale, e perciò falsa, dell’uomo, della storia, del mondo. L’ateismo, ch’esso professa e promuove, non è in favore della concezione scientifica del cosmo e della civiltà, ma è una cecità, che l’uomo e la società alla fine scontano con le conseguenze più gravi. Il materialismo, che ne deriva, espone l’uomo ad esperienze e a tentazioni sommamente nocive; spegne la sua autentica spiritualità e la sua trascendente speranza. La lotta di classe, eretta a sistema, vulnera e impedisce la pace sociale; e sbocca fatalmente nella violenza e nella sopraffazione, portando all’abolizione della libertà, e conduce poi all’instaurazione d’un sistema pesantemente autoritario e tendenzialmente totalitario. Con questo la Chiesa non lascia cadere nessuna delle istanze vòlte alla giustizia e al progresso della classe lavoratrice; e sia ancora affermato che la Chiesa, rettificando questi errori e queste deviazioni, non esclude dal suo amore qualsiasi uomo e qualsiasi lavoratore.

Cose note, dunque, anche per una esperienza storica in atto, che non consente illusioni; ma cose dolorose, per la pressione ideologica e pratica, ch’esse esercitano proprio nel mondo del lavoro, di cui pretendono interpretare le aspirazioni e promuovere le rivendicazioni, generando così grandi difficoltà e grandi divisioni. Non ne vogliamo ora discutere, se non per ricordare che quella stessa parola, alla quale voi, Lavoratori Cristiani, oggi rendete testimonianza di onore e di riconoscenza, è quella che ci ammonisce a non mettere la nostra fiducia in ideologie errate e pericolose, e che ci invita piuttosto ad un’altra considerazione, che Noi poniamo alla fine di queste sintetiche osservazioni.



CRISTO VI ATTENDE, VI ACCOGLIE, VI UNISCE

- E sia il Nostro settimo assioma, quale risulta a gran voce dall’Enciclica «Rerum novarum» e da quelle che la seguirono. Ed è l’indispensabile funzione che la religione ha nella promozione del progresso sociale e nella soluzione della famosa e ricorrente questione sociale. Non è funzione puramente strumentale, ma, diremmo, trasfiguratrice per i principi, le energie, i conforti, le speranze, che la religione - diciamo quella vera, quella fortunatamente nostra, quella cristiana - infonde in tutto il mondo del lavoro. Cristo, voi lo sapete, induce un’esperienza di Sé, della vita, della società, delle cose, del tempo, della giustizia e dell’amore, che non ha paragone, non ha definizione, se non quella della beatitudine da lui annunciata ai poveri, ai piangenti, ai perseguitati, agli onesti, agli affamati di giustizia e di amore.

Ebbene, Lavoratori carissimi, a Cristo Noi vi affidiamo. A Cristo Noi vi esortiamo, come a luce della vostra coscienza individuale e come a centro del movimento di Lavoratori Cristiani, al quale voi volete oggi dare dimensioni mondiali, e di cui Noi siamo lieti e fieri di salutare l’istituzione e di dare il Nostro paterno e fiducioso incoraggiamento. E affinché non vi manchi la sicurezza che Cristo vi attende, che Cristo vi accoglie, che Cristo vi unisce, che Cristo vi fortifica e vi santifica, sia su di voi dell’umile suo Vicario la Benedizione Apostolica.



SANTA MESSA NEL QUARTIERE DELLE VALLI A MONTE SACRO

Solennità del «Corpus Domini»

Giovedì, 9 giugno 1966

Siamo fra Voi, siamo con voi per compiere insieme il grande atto di culto verso il Sacramento della presenza e del sacrificio di Cristo, che la festa odierna del «Corpus Domini» propone ai fedeli, ai più fedeli della comunità ecclesiale; a voi oggi, fedeli di Monte Sacro, e a voi, concittadini dell’Urbe, che siete venuti per associarvi a questo solenne rito celebrativo.

Voi comprendete l’intenzione pastorale, che ha fatto scegliere quest’anno il vostro quartiere per svolgervi la bella processione eucaristica: è un’intenzione onorifica, che vuole rendere omaggio a questa parte nuova e periferica della città: qui pure è Roma, la Roma nuova che non dev’essere meno dell’antica degna di tanto nome, e deve perciò essere integrata, non solo sotto l’aspetto urbanistico, ma altresì sotto quello morale, sociale, spirituale al Popolo romano; è un’intenzione fraterna e paterna perciò che qua Ci conduce, e che Ci consente, anche in questo momento estremamente sacro, di rivolgere a voi tutti, abitanti di questo quartiere, il saluto della Nostra carità; è una intenzione spirituale, che vorrebbe con questa celebrazione confortare i vostri sentimenti religiosi, risvegliare in voi la coscienza della vostra appartenenza al Popolo di Dio alla famiglia di Cristo, che è la Chiesa, e stringere con la vostra Parrocchia e fra di voi vincoli di maggiore comunione nella fede, nella preghiera, nell’esercizio del bene e nella professione cristiana. Sì, Figli carissimi, davanti al misterioso e prodigioso Sacramento, che ci fa riconoscere e esaltare Cristo vivo fra noi, non è profano questo Nostro umano e affettuoso saluto per tutti e per ciascuno di voi, ma è pio, è liturgico, è compreso dell’azione religiosissima, che stiamo celebrando, quando tale saluto scaturisce appunto dall’azione medesima, e suona, come nella Messa: che il Signore sia con voi, Dominus vobiscum!; che la pace sia con voi, pax vobis!; proprio come il Signore stesso ha detto e ripetuto, presentandosi risorto ai suoi discepoli. Che il Signore sia con voi, sì, Figli carissimi; che la sua pace sia con voi. Il Nostro saluto va ad ognuna delle vostre persone, ai vostri bambini, ai vostri figli, ai vostri malati, e specialmente a voi, genitori cristiani, a voi, famiglie di queste case, a voi tutti che qui abitate, lavorate, vivete: il Signore sia con voi, e la sua pace con voi!

Voi comprendete allora come alla Nostra intenzione pastorale si deve aggiungere, com’è proprio del Nostro ministero, un’altra intenzione, quella propriamente dottrinale e religiosa: siamo qui per un duplice fine, religioso l’uno e l’altro, immenso e sublime il primo, immenso ed umano il secondo. Vogliamo dire: siamo qui per fare un grande atto di fede nella mistica realtà dell’Eucaristia; e siamo qui per raccogliere una grande lezione di bontà e di amore, che dall’Eucaristia, per chi pone attenzione e devozione, si irradia dolcemente e magnificamente. Non sarebbe perfetta, non sarebbe coronata dalla sua più alta e più autentica espressione spirituale questa nostra solenne cerimonia, se non culminasse, da parte di tutta questa moltitudine, come da parte di ogni cuore, di ogni voce, in una professione di fede, franca, ferma e cordiale: «Tu solo, o Signore, hai parole di vita eterna! Noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Cristo Figlio di Dio» (Io. 6, 69-70). E detto questo, compiuto quest’atto di fede, una quantità di meravigliosi insegnamenti piove sulle anime assetate della conversazione divina. Una conversazione singolare, che si esprime in silenzio, ma che intesse un dialogo spirituale e morale interessantissimo; è il dialogo che fa proprio il linguaggio sacramentale, quello delle cose rese segni, fatte parole, del pensiero e dell’azione di Cristo, che di tale linguaggio, solo, nella sua profonda, «esistenziale» verità, accessibile al credente, si riveste, e così viene a colloquio con i suoi fedeli. La nostra avidità di conoscere, di capire, e anche, in qualche modo, di sentire, incalza con infantili, ma legittime domande: perché, Signore, ti sei rivestito delle apparenze di pane? Per insegnarti, ci risponde Cristo usando appunto il linguaggio sacramentale, che «Io sono il pane di vita» (Io. 6, 48), cioè l’alimento, il principio interiore, rinnovatore, beatificante, della tua caduca e effimera esistenza terrena. E perché, Signore, anche delle specie di vino Ti sei rivestito? chiede la nostra filiale curiosità; per soddisfare e inebriare la nostra sete di felicità? Sì, risponde il Signore; ma ancor più per farti pensare e partecipare alla separazione del mio corpo dal mio sangue, cioè alla mia passione, al mio sacrificio; l’Eucaristia è il memoriale della morte redentrice di Cristo.

E quant’altri insegnamenti possiamo derivare da questa sintesi del dogma cattolico, ch’è l’Eucaristia! Non è il momento di prolungare questo discorso; ma il momento è propizio per esortarvi tutti a diventare contemplativi del grande e così popolare mistero dell’Eucaristia. Tutti, diciamo, pensando a quale generazione voi appartenete, uomini del nostro tempo, gente moderna, figli del secolo ventesimo. Diremo un paradosso: voi, alunni tutti della mentalità contemporanea, siete in condizioni migliori, per maturità mentale e per necessità spirituale, che non fossero le generazioni passate, di apprezzare il Sacramento dell’Eucaristia, non fosse altro per l’impensabile scoperta che tutti - in certa misura anche quelli che non hanno la fortuna di credere - tutti possiamo fare con maggiore soddisfazione dell’intenzione - come dire? - sociale, universale, a tutti accessibile, per tutti e ciascuno concepita, propriamente espressa in questo Sacramento, che moltiplica fino alle dimensioni della fame, della recettività umana, l’offerta che Cristo fa di se stesso a chiunque voglia incontrarlo e vivere con Lui e di Lui. Nell’Eucaristia è contenuta e palese questa intenzione: il dono di Cristo per tutti, per ciascuno, per Noi, per voi. Lo ha detto Lui con indicazione chiarissima: «Questo è il mio Corpo, dato per voi; questo è il mio Sangue, sparso per voi. Fate questo in memoria di me».

Come proceda l’esplorazione del meraviglioso mistero eucaristico ora Noi non vi diciamo; ma solo concluderemo esortandovi ancora (per questo celebriamo qui il «Corpus Domini») a tentarla da voi stessi tale esplorazione. Chi bene la inizia, non torna più indietro, ma resta preso dall’incanto della rivelazione, e non più solo del pensiero di Cristo: ma dell’umanissimo, del divinissimo, dell’implacabile amore suo: «Dilexit me»; Egli mi ha amato (Ga 2,20). Comprendete questa parola? Ebbene, ricordate che per entrare nella sfera misteriosa ed avvolgente della Realtà eucaristica non servono i sensi, se non per introdurci nel linguaggio dei sacri segni; non basta l’intelligenza, che deve offrire tutto il suo umile sforzo, ma rimane impari alla comprensione della verità nascosta; si dovrà dire, come noi ora cantiamo: «sola fides suficit», basta la fede? Sì, se la fede non è sola; se cioè la carità la vivifica. Nel regno eucaristico comprende chi crede e chi ama. L’amore diventa coefficiente di intelligenza, perché è finalmente possesso. Nella conquista delle cose divine più serve l’amore, che non ogni altra nostra spirituale facoltà.

E questo accenniamo per ricordarvi che questa via dell’amore è aperta a tutti. È la via facile e consueta che vi invita alla Messa festiva; la quale, come sapete, è una celebrazione della carità fraterna in ordine al culto e alla conquista della carità divina.

Ecco; Noi vi lasceremo questa sola e somma raccomandazione: siate assidui, siate partecipi, siate amorosi della vostra Messa festiva e comunitaria; fate attenzione a Cristo, che si rende presente per rinnovare a vostra salute il suo sacrificio e il suo convito di ineffabile amicizia; fateCi in cuor vostro questa promessa: che darete importanza, darete interesse, affezione, fedeltà alla celebrazione della santa Messa; e Noi saremo felici; e Noi saremo sicuri di non avere indarno celebrato con voi la festa del «Corpus Domini»; e con tutto il cuore Noi ora pregheremo Cristo Signore di darvi la sua Benedizione.






SACRA ORDINAZIONE DI SETTANTA SACERDOTI



Domenica, 3 luglio 1966

Venerati Fratelli!

Diletti Figli!

Impossibile isolare il momento di riflessione sulla parola del Signore, che la Liturgia concede, anzi prescrive a questo punto della santa Messa, dalla considerazione delle circostanze in cui questo grande rito si compie. Esse non sostituiscono e non soffocano la Parola del Signore, che, in fondo, sola merita la nostra attenzione; sembra infatti a Noi che le circostanze, in cui ci troviamo, aiutino a pensare e a comprendere ciò che il Signore vuol dirci, oggi; esprimano, a chi sa cogliere il significato delle cose e delle ore, qualche cosa del suo divino discorso, e servano di commento ai misteri che stiamo celebrando.



AL CENTRO DONDE PARTE OGNI CAMMINO DEL REGNO DI DIO

La prima circostanza è quella del luogo nel quale ci troviamo. Nessuno può sottrarsi all’inesauribile fascino di grandezza, di bellezza, di sacralità dell’edificio che ci ospita; veramente l’antica epigrafe, che dava una definizione della basilica, in cui ci troviamo, ripete nelle nostre menti il suo elogio: iustitiae sedes, fidei domus, aula pudoris; ma non Ci trattiene dalla spontanea ricerca del punto focale di questa folgorante visione; e subito lo spirito si raccoglie, quasi dimenticando tutto il resto, intorno a questo altare e ne cerca il segreto: perché qui? perché qui questo monumento; perché qui questa affluenza della pietà religiosa, quasi ad uno dei suoi centri più attraenti, più sacri e più ispiratori? Qui è Pietro: il luogo del suo martirio e del suo sepolcro; qui è il Principe degli Apostoli, colui ch’ebbe da Cristo promesse fatidiche; non si possono dimenticare: il fondamento, che non cede e non invecchia, il fondamento su cui riposa tutto l’edificio che Cristo costruisce con ogni materiale umano e attraverso i secoli, è qui; qui le chiavi, le potestà del governo della salute, che in terra si compie ed in cielo si celebra. E noi siamo qui, come viandanti alla stele, dove giunge e donde parte ogni cammino del regno di Dio, come pellegrini sparsi che al primo arrivo si scoprono fratelli fra di loro e figli di questa casa, come alunni pensosi, che vogliono carpire una parola almeno da questa cattedra, per farne seme di meditazione per tutta la vita. Non dobbiamo trascurare l’avvertenza a questa circostanza, che l’umile Nostra presenza e la paterna accoglienza, quali miseri, ma veri successori di quel Pietro famoso, può rendere più suggestiva, più dolce, più memorabile.

«AMERICA LATINA, . . . UN NUOVO GIORNO ILLUMINA LA TUA STORIA»

Poi l’altra circostanza, che Ci obbliga a sostare in gratissimo e meravigliato pensiero, siete voi, carissimi figli, che abbiamo testé investiti del sacerdozio eterno di Cristo. Voi che venite dai Seminari della Obra de Cooperación Sacerdotal Hispano-Americana, dal Collegium di Lovanio, dagli Stati Uniti, dai Collegi Pio-Latino e Pio-Brasiliano dell’Urbe, da differenti Comunità religiose; Voi che venite da quel Seminario di Nostra Signora di Guadalupe, che il cuore magnanimo del Nostro venerato Fratello, il Vescovo di Verona ideò e attuò, che il concorso di questa Sede apostolica e dell’Episcopato Italiano, con altri benemeriti sostenitori, promosse e sostenne, e che l’Italia cattolica, quasi dimentica dei suoi gravi bisogni e amorosamente prodiga dei suoi gelosi tesori, destina ai Paesi fratelli dell’America Latina. L’America Latina! eccola davanti a Noi, in questo momento. Questi novelli Sacerdoti, che le sono destinati - molti dei quali già le appartengono, qua venuti per prepararsi e pronti a subito ritornarvi come ministri del Vangelo - ce ne fanno intravedere l’immensità; i Familiari dei neo-ordinati Ci stimolano a ricordare le molte Nazioni, a cui questi nuovi apostoli saranno mandati; e i Rappresentanti ufficiali di quelle medesime Nazioni, i quali hanno voluto assistere a questo rito solenne, Ci offrono il quadro stupendo dei loro rispettivi Paesi. Tanta è l’importanza di quanto stiamo compiendo, tanto il sentimento che riempie di commozione e di letizia questa cerimonia, che un vaticinio di amore e di speranza vorrebbe salire dal cuore alle labbra: America Latina, questa è l’ora tua. Erede fedele del patrimonio di fede e di civiltà, che l’antica, non vecchia Europa ti ha consegnato nel giorno della tua indipendenza, e che la Chiesa, madre e maestra, custodi con amore superiore talora alle sue forze realizzatrici, adesso un nuovo giorno illumina la tua storia: quello della vita moderna, con tutti i suoi impetuosi e portentosi problemi; vita non già paganamente profana, non già ignara dei destini spirituali e trascendenti dell’uomo, ma vita cosciente della tua originale vocazione a comporre in sintesi nuova e geniale l’antico e il moderno, lo spirituale e il temporale, il dono altrui e la tua propria originalità; vita non incerta, non debole, non lenta; ma giusta, ma forte, ma libera, ma cattolica: un immenso continente è tuo; il mondo intero attende la tua testimonianza di energia, di sapienza, di rinnovamento sociale, di concordia e di pace; testimonianza novissima di cristiana civiltà.

IMMENSA FIDUCIA NEGLI APOSTOLI DEL SIGNORE, LUCE DEL MONDO

Fratelli e Figli, che Ci ascoltate: come possiamo Noi osare simile linguaggio? Noi potremmo esporre le ragioni naturali, che a ciò Ci confortano. Conosciamo quanto basta la gente di quelle terre per essere pieni di stima e di fiducia. Voi che vi predicherete il Vangelo farete l’esperienza della bontà di quelle popolazioni e della loro predisposizione all’accoglienza delle verità superiori, quelle che idealizzano l’attività umana e quelle religiose che la ispirano, la guidano e la santificano. Non diciamo di più, in questo momento. Ma vogliamo invece dire una parola sulla ragione soprannaturale, che quasi a ciò Ci invita: la ragione soprannaturale è il vostro sacerdozio, cari Candidati al ministero sacro nell’America Latina.

Siamo infatti convinti che codesto sacerdozio (e parliamo di tutti i Sacerdoti, dei Vescovi specialmente, che del Sacerdozio hanno la pienezza), codesto sacerdozio possiede il tesoro di luce e di forza, che può dare a quelle popolazioni la capacità di rinnovamento, di sviluppo, di ordine morale e civile, che si attende da loro. Voi siete la luce del mondo, vi diremo con la parola di Nostro Signore. Voi siete il sale della terra. Voi siete il fermento. Voi siete i dispensatori della parola e della grazia. Voi siete i pastori e i maestri spirituali del popolo. Voi siete l’amicizia, la letizia, la forza, la speranza delle anime. Voi il conforto, il collega, il sostegno di chi soffre, di chi attende giustizia, di chi ha bisogno di pentimento e di resipiscenza. Voi, ancora, gli esponenti di quel principio attivo in seno alla comunità dei fedeli e alla società circostante, ch’è la gerarchia, il sacerdozio ministeriale, concepito da Cristo al tempo stesso come servizio e come autorità; tutto dedito, fino al sacrificio, per il bene altrui, e tutto trasfigurato da carismi e da funzioni, che solo dall’alto derivano, e che da tutti meritano ossequio e docilità.

Noi abbiamo fiducia, lo ripetiamo, immensa fiducia che il ministero sacerdotale sia sorgente di salvezza per il mondo; così il Signore ha stabilito; e confidiamo che lo sia, in modo particolare, per i diletti Paesi dell’America Latina. Per tale motivo è compiuto lo sforzo di cui voi, neo-ordinati, siete espressione, lo sforzo di collaborazione pastorale. Esso vuol rendere onore all’Episcopato e al Clero, che con tanta dedizione già apostolicamente lavorano in quelle terre benedette; vuol compiere atto di solidarietà, aumentando colà il numero dei Sacerdoti e offrendo il saggio di qualche utile esperienza ecclesiale, verso quelle buone e promettenti comunità cattoliche; e vuol dimostrare che i voti del Concilio ecumenico circa l’aiuto reciproco, che i membri della Chiesa cattolica devono prestarsi l’un l’altro, non sono parole vane, ma sono vive ed operanti e cominciano a portare i loro frutti.



1966 Omelie di Paolo VI - LA POLONIA È VIVA . . . LA POLONIA È CATTOLICA