
1968 Omelie di Paolo VI - CRISTO NEI SUOI SEGUACI PIÙ GENEROSI E FEDELI
E allora pare a Noi di riudire la voce del Signore fare l’apologia dei suoi eletti; ed ora di questa sua fedelissima Beata; la voce, diciamo, di Lui, rimpicciolito perfino sotto il nostro livello (cfr. Phil. Ph 2,7-8), di Lui, fattosi povero quand’era la ricchezza stessa (cfr. 2 Cor. 2Co 8,9), diventato fratello a tutti noi per essersi definito «il Figlio dell’uomo» () e ritenuto socialmente il «Figlio del fabbro» (Mt 13,55); di Lui, che effondendo al Padre l’amarezza e la dolcezza insieme del suo cuore, posto a contatto con gli uomini ribelli e con quelli fedeli, svela il piano segreto della sua rivelazione: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così Ti è piaciuto!» (Mt 11,25-26).
E dove Ci conduce la Nostra ricerca di Cristo nella Beata di cui appunto stiamo celebrando la somiglianza con Cristo, sulla quale la Chiesa fonda la sua certezza di dichiararla cittadina del Cielo? Oh! se Noi abbiamo avuto una prima impressione di piccolezza, adesso, ravvisando nell’umile sua figura, nella breve sua vita, nella silenziosa sua opera i tratti del volto evangelico del Signore, un’impressione di ‘meraviglia e di letizia in Noi, un’impressione di bellezza e un’impressione di grandezza invece a lei relative inonderebbero il Nostro animo, se volessimo soffermarci ad uno studio così delicato e così attraente, cioè se volessimo tessere l’elogio della Beata o narrarne la biografia. Altri, e primo fra questi un’alta figura di Pastore, il Cardinale Gusmini, Arcivescovo di Bologna, dal 1914 al 1921, lo hanno fatto, e voi che Ci ascoltate tutto sapete in proposito; né più vi diremo, se non per confidarvi, correndo, ciò che al Nostro spirito ha recato maggiore edificazione, e più benefico incanto, mentre, in ordine a questa beatificazione, C’informavamo della Serva di Dio da dichiarare Beata.
Piacque specialmente a Noi l’innocenza di questa singolare creatura, quella purità che lascia trasparire nel volto e negli atti il candore interiore; il candore, che suppone ed alimenta un continuo, quasi connaturato colloquio con quel Dio meglio conosciuto per via d’amore, che di ansiosa speculazione; Ci pareva d’ascoltare S. Agostino ragionare della verginità: «in carne corruptibili incorruptionis perpetua meditatio» (De sancta Virg., c. 13; P. L. 40, 401), una meditazione continua della Purezza incorrotta in un essere tuttora corruttibile. E da così limpida bellezza Ci pareva ovvio di vedere sgorgare una bontà semplice, affettuosa, attraente; quella che quasi spontaneamente dapprima, e poi urgentemente cercò di farsi indotta e sapiente maestra comunicativa del proprio interiore tesoro di amorosa verità e di sperimentare, fino alla dedizione materna, incantevole in una così giovane vita, l’ansia di servire la propria Parrocchia, di educare gli altri, di formarsi un cerchio di sorelle e di amiche, con cui pregare e lavorare, e poi costituirsi in «ritiro», in cenacolo religioso qualificato all’orazione e al servizio dei poveri e dei sofferenti, come appunto fanno le figlie di Clelia Barbieri, le ottime Suore Minime dell’Addolorata.
Godiamone tutti. Voi, sì, per prime, Suore pie e gentili, che traducete in opere di carità lo spirito della Beata; voi, che date testimonianza di ciò che può in una comunità ecclesiale l’esempio, l’ardore, l’azione della gioventù femminile affascinata dal volto di Cristo, trasportata dalla sua grazia e compresa di quanti bisogni soffrono i fratelli e di quanto bene essi siano capaci rincorrendo, lo slancio giovanile della purezza apostolica; voi, che offrendo al Signore la vostra vita tutto perdete e tutto guadagnate nell’esercizio assiduo ed eroico della carità.
E goda Bologna di questa sua Figlia, che la Chiesa celebra nell’ineffabile gloria del misterioso mondo celeste, e solleva davanti a quello terrestre come degna di ammirazione, d’imitazione, di fiducia. Noi sentiamo il dovere di congratularci con Lei, caro e venerato Signor Cardinale Lercaro, che per il compimento dei voti rivolti a questa gloriosa giornata ha prodigato le sue cure sagge ed assidue, e che può ben allietarsi di vedere oggi coronato col suo il desiderio dell’amatissima Arcidiocesi Bolognese. E sentiamo il bisogno di condividere con Bologna e con il suo presente e degno Arcivescovo Monsignor Poma la gioia di vedere questo nuovo fiore di fede e di santità testimoniare la perenne e moderna vitalità d’una secolare tradizione cattolica, che in Clelia Barbieri attesta le antiche virtù d’un popolo forte e cristiano, e dice al mondo come ancor oggi il Vangelo, ed oggi più che mai, si manifesta non solo sensibile e comprensivo degli umani bisogni, ma là, dove la giustizia, dove la fratellanza, dove l’indigenza reclamano chi li soccorra e li serva con pieno e silenzioso sacrificio di sé, esso, il Vangelo, ha pronto un suo dono generoso e misterioso di vite consacrate ed immolate.
Ed il Nostro invito a godere dell’avvenimento, che oggi è stato celebrato, vuol essere espresso a quanti sono qua accorsi per essere non solo spettatori, ma partecipi: tali sono certo le Autorità civili e politiche di Bologna e della terra emiliana e romagnola, alle quali siamo lieti, nel nome di Clelia Barbieri, di porgere il Nostro deferente saluto ed il Nostro voto augurale di prosperità e di pace.
Così salutiamo le personalità ecclesiastiche del Clero Bolognese, Mons. Vicario Generale, i Reverendi Canonici e i Parroci della Città e dell’Arcidiocesi, fra questi quelli specialmente delle Budrie, e di San Giovanni in Persiceto, i rappresentanti del Laicato cattolico, i parenti ed i congiunti della nuova Beata e quelli che hanno goduto della sua miracolosa intercessione; e poi tutti i pellegrini e i visitatori e i fedeli presenti d’ogni provenienza, affinché abbiano tutti nella Nostra riconoscente e paterna benedizione il pegno della protezione della nuova celeste cittadina e sentano tutti, con l’impegno ch’ella ci affida a seguirne gli esempi e a tenerne desto lo spirito, l’impulso gioioso degli interiori carismi capace di rendere possibile e facile e felice la moderna militante sequela di Cristo.
Ma non possiamo congedarci da questa entusiasmante assemblea senza rivolgere un pensiero specialissimo ai gruppi di Alunni, con i loro Superiori e Maestri, dei vari Seminari, che abbiamo la fortuna di vedere d’intorno a Noi, specialmente quelli del Seminario Regionale «Benedetto XV» delle Diocesi di Bologna, Ravenna, Bertinoro, Cesena, Comacchio, Forlì, Sarsina, Rimini e Montefeltro, le quali così salutiamo nei pegni più preziosi delle loro spirituali speranze; poi quelli del Seminario arcivescovile di Bologna; quelli dell’«Onarmo»; quelli del Pre-seminario di Borgo Capanne; e quanti altri nelle rispettive Diocesi, nella Nostra di Roma ovviamente, ovvero nelle loro Famiglie religiose, maschili e femminili, si preparano a far dono a Cristo e alla sua Chiesa, della loro freschissima vita. A voi, giovani, l’augurio che possiate pienamente godere della presente glorificazione dell’umile virtù; a voi, l’esortazione che abbiate l’intuito sapiente di ciò che oggi più occorre alla Chiesa e alla moderna società, il fatto esistenziale cioè della santità.
Di santi ha bisogno la Chiesa, di santi il mondo. Di santi, diciamo, dei quali l’imitazione di Cristo e la tradizione ecclesiastica c’insegnano le vie aspre e soavi; di santi, che nel tumulto delle esperienze moderne, delle ideologie correnti, delle contestazioni di moda, sanno essere, ad un tempo, personali e sociali, liberi cioè dal mimetismo collettivo, e spontaneamente, fermamente consacrati al servizio di Dio e dei fratelli. Fate, carissimi figli, della vostra vita un esperimento totale di santità; non fermatevi a metà, non contentatevi di compromessi mediocri, non lasciatevi suggestionare dalle formidabili fatuità di cui è piena la nostra atmosfera; siate veramente discepoli del Maestro, veramente membra vive ed operanti della Chiesa di Dio, veramente esaltati ed umili della vostra scelta, fra tutte la più difficile e fra tutte la più dolce, fra tutte l’ottima per la vita presente e quella futura, la scelta della santità. Così vi parli nel cuore la nuova Beata; così vi attragga e vi avvalori quel Cristo nostro Signore di cui oggi, celebrando la festa della sua regalità, la Chiesa ci ricorda essere Lui l’unico a orientare le nostre speranze, l’unico a unire i nostri cuori, l’unico a salvare i nostri destini.
Solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Figli carissimi.
Sono tre i pensieri che occupano il Nostro spirito in questo momento: la celebrazione della festa di Maria Immacolata, la commemorazione del centenario dell’Azione Cattolica in Italia, e la ricorrenza del terzo anno dalla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II; e ciascuno di questi temi offre quadri immensi di meditazione; immensi e diversi, ma non così eterogenei da impedire che la nostra attenzione li contempli insieme, come se l’uno fosse sovrapposto all’altro in differente distanza ed in unica prospettiva. La breve memoria, che ora ne facciamo, serva alla nostra presente liturgia della parola, per risvegliare in ciascuno di noi quelle disposizioni di animi le quali diano espressione lirica e vivissima alla nostra preghiera, offrano apertura di cuori all’impressione mistica che il rito eucaristico del sacrificio della Messa deve oggi più che mai solcare nella nostra intima profondità, e risveglino le energie spirituali, che un’ora come questa, quasi fosse ora di partenza per un nuovo e arduo cammino, intende in noi suscitare.
La Madonna, la Madonna Immacolata, domina dall’alto la scena. Che cosa diremo che sia meno indegno d’una tale visione? Fermeremo il discorso ad una sola considerazione, quando cento idee, come scintille da un unico fuoco, vorrebbero doverosa memoria e felice menzione. La considerazione che ora scegliamo è quella dell’esemplarità di Maria. Un’esemplarità che si riflette su tutta la Chiesa e ne costituisce il modello perfetto. Sì, la bellezza della Chiesa quale Cristo l’ha concepita e l’Apostolo la descrive, come quella di splendida Sposa, gloriosa, intatta, santa e immacolata (Ep 5,27), ha in Maria la sua espressione sublime; in Maria, che il Concilio, facendo propria la parola di Sant’Ambrogio, chiama «Ecclesiae typus», disegno tipico della Chiesa, e ciò principalmente nell’ordine delle virtù teologali, di quelle misteriose disposizioni soprannaturali dell’anima, che la abilitano alla comunione con Dio (cfr. Lumen gentium, LG 63); così che noi, i quali oggi abbiamo tanto vivo e stimolante «il senso della Chiesa», e sempre riferiamo alla Chiesa i nostri pensieri di rinnovamento cristiano, siamo più che mai invitati a guardare a Maria, la quale, come dice Sant’Agostino, «rispecchia in sé la fiducia della Santa Chiesa» (De Symbolo ad catech. 1; P.L. 40, 661): Maria squisitamente perfetta, la Chiesa in faticosa via di perfezione.
Non è senza importanza pratica il fatto, voluto ben più dal piano divino del Vangelo che dalla nostra fantasiosa devozione, d’aver davanti a noi un’immagine, insieme reale e ideale, d’umanità di tanta perfezione, di tanta bellezza, di tanta innocenza, di tanta armonia interiore, e di tanta, grande e umile, maestà esteriore. Non indarno la liturgia mette sulle nostre labbra accenti di entusiasmo lirico e di incomparabile poesia: Tota pulchra es, Maria; è il grido di questa festività. Esso corregge e sorregge il nostro pessimismo, in noi inoculato da troppe esperienze della vita moderna, sulla possibilità d’una vera purezza umana, d’una vera innocenza di cuore e di membra, della quale innocenza il bambino ci dà un incantevole profilo naturale, ma che egli stesso, diventando uomo, non lascia più trasparire; Maria ci offre la dolce luce d’una integrità vittoriosa, «sempre vergine». Tota pulchra: Maria ci fa vedere come la bellezza e la bontà, l’avvenenza e la virtù, tanto spesso disgiunte nelle persone presentate all’ammirazione pubblica, sono invece in lei riunite con armonia unica, in lei mai punto turbata. Tota pulchra: in lei i termini più sacri e anche più contaminati della nostra vita umana: l’amore, la donna, la vergine, la madre, il gaudio, il dolore, il silenzio della interiorità, la voce del pio e libero canto . . . riprendono il loro autentico e primigenio significato; tutto è nuovo, tutto è santo in questa creatura, la cui perfezione sembra allontanarla senza confronto da noi, e la cui missione invece avvicina a noi come sorella, come madre, come speranza a tutti accessibile.
Fratelli e Figli ! Non è senza importanza, ripetiamo, che la figura della Madonna Immacolata sovrasti il sentiero di cercatori, quali noi siamo, del regno di Dio: ella lo illumina, ella sostiene i nostri passi, ella ci insegna, con la realtà del suo esempio, che anche noi, mediante l’aiuto del Signore, abbiamo la capacità d’essere cristiani veri e santi; ella ci conforta a osare, a sperare; non solo ne abbiamo il dovere, ne abbiamo la possibilità. Il nostro idealismo cristiano acquista una forza realizzatrice nella misura che il fascino del culto mariano ci attira all’imitazione e alla grazia di Cristo.
Questo è il primo pensiero, che ci introduce nel secondo, la commemorazione centenaria dell’Azione Cattolica in Italia. Noi non guarderemo, in questo momento, al passato. Altri egregiamente hanno rievocato questa visione retrospettiva. Noi guardiamo al presente e all’avvenire.
Dal passato trarremo soltanto il conforto della sostanziale e rettilinea coerenza, la quale lo fa rivivere nella definizione terminale che l’Azione Cattolica si è guadagnata e che il Concilio ha in un certo senso canonizzata e inserita ormai nel disegno costituzionale e nel programma operativo della Chiesa. L’Azione Cattolica è un’attività, è un organismo di Laici. Salute a voi, Laici cattolici, che nella Chiesa di Dio assumete un posto di particolare evidenza, e una funzione di particolare efficienza! Dotati e coscienti della personalità soprannaturale propria dei fedeli componenti il Popolo di Dio, a voi non è bastato essere insigniti dell’incomparabile e comune dignità cristiana e della inestimabile fortuna d’appartenere alla Chiesa cattolica; voi avete voluto essere membra vive ed operanti. In mezzo alla folla di fratelli indifferenti, apatici, distratti, pieni di occupazioni temporali, forse timorosi di apparire bigotti o fanatici, o attestati su posizioni critiche e polemiche, assenti insomma dal campo organizzato della spirituale milizia cattolica, voi avete sentito l’obbligo di affermare innanzi tutto il vostro carattere di credenti, avete cercato di rendervi conto dei bisogni interni della comunità ecclesiale, avete avvertito le penose condizioni religiose, morali e sociali della società circostante, e vi siete chiesto a voi stessi se spettava anche a voi fare qualche cosa per la causa di Cristo e per l’edificazione non mai terminata della Chiesa; e allora con una risposta, che nasceva dentro come un imperioso dovere, come una rivelatrice vocazione, avete detto: sì; un cattolico non può essere inerte, insensibile, passivo e codardo; e avete fatto dell’azione, dell’azione cattolica una vostra divisa. Laici eravate, e laici siete rimasti.
Chi vi ha chiamato? Nessuno. Esortazioni ne sono poi venute molte, e quanto autorevoli! Ma il movimento fu spontaneo all’inizio e tale rimase. Il che vuol dire che è movimento composto di uomini liberi. Se un ordine gli dà disciplina e consistenza, ciò non cambia il carattere libero e volontario dei suoi membri. L’Azione Cattolica è un’attività facoltativa. Questo, se è uno dei suoi limiti, uno dei suoi segni e uno dei suoi pregi, è soprattutto uno dei suoi meriti, quello della gratuità, cioè dell’amore alla radice delle sue prestazioni.
Libertà di offerta, ma serietà d’impegno. Non è stata e non è l’Azione Cattolica un effimero entusiasmo, un’impresa di dilettanti: è stata ed è tuttora un dono vero, un sacrificio serio, un servizio permanente. Di qui è emerso un altro carattere, quello dell’organizzazione. Carattere maturato appunto dalla relativa stabilità dell’impegno, dal moltiplicarsi degli aderenti, dalla necessità d’un programma ordinato ed efficiente, da una metodologia sociologica, non certo fine a se stessa, né irrigidita in quadri e forme immutabili, ma indispensabile per i compiti formativi, come per quelli apostolici, che il movimento si propone: azione ed unione è il binomio che definisce questo movimento di Laici a questo punto, che non è l’ultimo.
Un nuovo punto succede, ed è quello che maggiormente qualifica l’Azione Cattolica: il suo rapporto con la comunità ecclesiale; rapporto che si è gradualmente espresso nella collaborazione con la Gerarchia della Chiesa, cioè con l’autorità pastorale, a cui è affidata la promozione, la guida, la santificazione della comunità stessa. L’Azione Cattolica ha fatto di questo rapporto di collaborazione qualificata con i Pastori della Chiesa la sua nota distintiva, la sua ragion d’essere. Non vanto, non prestigio, non vantaggio; ma servizio. Non servitù, ma corresponsabilità. Non clericalismo, ma apostolato. Non invadenza, ma obbedienza. Non burocrazia, ma carità; carità vissuta nella forma ecclesiale più alta, più autentica, più disinteressata, più efficace, e ancora: più meritoria.
Fra le tante forme encomiabili in cui può svolgersi il gemo associativo, formativo e operativo dei cattolici in seno alla Chiesa e intorno ad essa, questa dell’Azione Cattolica ha aspirato a quella più vincolata e più disponibile alla Gerarchia, non per avere il primo posto, ma si potrebbe dire per non averne alcuno proprio, ma per accettare con filiale prontezza quello che, da un lato, la Gerarchia stessa, nel quadro dell’utilità generale del ministero pastorale, giudica più conveniente, e, d’altro lato, quello che la necessità dei tempi e degli ambienti dimostra essere scoperto, attraente o ingrato che sia.
Oh! com’è bella, Figli carissimi, quest’analisi della realtà che voi siete, e che Ci porta a rilevare un’ultima nota della vostra grande associazione, la nota d’un’intenzionale e completa solidarietà con la Chiesa, la nota del fine generale a cui intendete offrire l’opera vostra, la nota del fine totale, il fine globale, come ora si dice. Voi accettate a vostro carico le necessità della Chiesa, senza scelta, quali sono; le sue responsabilità, senza distinguere da esse la vostra; la sua impopolarità e le sue avversità (se necessario), senza mettervi al riparo di pur giuste ragioni di disimpegno. Voi siete cos? il tessuto connettivo più resistente della comunità ecclesiale, voi realizzate il grado più pieno e più intenso di comunione, al quale sia dato a Laici fedeli di accedere; voi siete i più vicini alla sua preghiera, i più impegnati nell’azione apostolica, i più associati al sacrificio, che l’avvento del regno di Dio sempre comporta.
Sono venute alle Nostre labbra le tre celebri parole - preghiera, azione, sacrificio -, in cui si è sintetizzato lungo il secolo scorso lo spirito e il programma ascetico dell’Azione Cattolica giovanile, donde poi gli altri rami sono germogliati; e la loro venerata anzianità solleva nel Nostro animo, come certo nel vostro, una domanda: non sono forse parole vecchie, forme sorpassate, formule spente, quelle di cui andiamo discorrendo? Non v’è forse bisogno oggi d’un rinnovamento radicale, che sciolga le file della secolare organizzazione, lasciando che forme nuove di vita comunitaria sorgano da sé? La domanda è grave, e richiederebbe lunga risposta, estranea alla celebrazione che stiamo compiendo; e non vogliamo ora pregiudicare con affrettati giudizi fenomeni nuovi e vari di vita cattolica, a cui pure guardiamo con rispettoso e paterno interesse.
Ci basta invece ricordare, nella ricorrenza annuale della fine del Concilio, ciò ch’esso suggerisce alla nostra presente riflessione; ed è questo il terzo pensiero, che vi presentiamo, e che più degli altri riguarda il futuro dell’Azione Cattolica.
Vivrà, sopravvivrà l’Azione Cattolica? Ha essa un avvenire davanti? È chiuso il ciclo della sua funzione?
Dicevamo: voi avete, in cento anni di vita, maturato la vostra essenziale definizione; voi siete ora muniti d’un mandato ecclesiale, che sarebbe viltà rassegnare; voi siete ricchi di esempi, di tradizioni, di esperienze, che non sono già un carico da portare, ma un motore che vi porta; voi avete una presentazione anche nel mondo nazionale circostante, che dovrebbe aprirvi sempre le vie della stima e della simpatia; citiamo una frase del Nostro venerato Predecessore Pio XII, desunta dalla promulgazione dei vostri Statuti: «Noi vorremmo . . . - Egli scriveva - che il popolo intero avesse a ravvisare nell’Azione Cattolica, non già una chiusa cerchia di persone iniziate ad esclusivi ideali, ovvero uno strumento di sterile lotta, o di ambiziosa conquista, ma piuttosto un’amica schiera di cittadini, che hanno fatto propria la materna intenzione della Chiesa di tutti redimere e di garantire alla società l’insostituibile fermento della vera civiltà». E infine, e per di più, voi avete i testi conciliari, che vi conferiscono un riconoscimento non più occasionale e marginale nell’apostolato della Chiesa, ma in esso direttamente inserito e organicamente funzionale. Come potrebbe un Laicato cattolico, cosciente della promozione attribuitagli dal recente Concilio, considerarsi esonerato dal suo qualificato impegno di apostolato, quando una più esplicita pienezza dei suoi titoli ecclesiali è per lui codificata nei documenti del Concilio medesimo? Potrà la Chiesa in Italia rimanere priva d’un Laicato organizzato a complemento ed a servizio della sua missione apostolica? Chi meglio di voi potrà aiutare ogni altra buona iniziativa intesa a diffondere e a difendere i principii cristiani? È ormai la nostra società così penetrata da questi principii da non aver più bisogno del vostro intelligente attivismo, ovvero così refrattaria alla loro esplicita e coerente affermazione da imporre l’abbandono della vostra franca e metodica testimonianza?
La vostra presenza, Figli carissimi, già risponde che voi siete convinti della necessità del vostro apostolato compaginato nella comunità ecclesiale e che siete pronti a riprendere il cammino verso il nuovo servizio che la Chiesa vi affida e che le condizioni del nostro tempo, lungi dal dimostrarlo superato e superfluo, sembrano ancora più urgentemente invocare. Occorrerà certamente, anche nelle vostre strutture organizzative, un qualche opportuno «aggiornamento»; rimarrà certo in esse l’impronta fondamentale della fedeltà e del servizio, sarà loro accordata una maggiore autonomia nell’esercizio delle responsabilità che la fiducia può consentire ad un Laicato oggi maturo, e potrà essere al tempo stesso meglio qualificata la collaborazione con la Gerarchia nelle funzioni proprie del Laico. L’Azione Cattolica ritornerà giovane, e tale si conserverà superando con l’evolversi dei tempi quelle forme cristallizzate della sua organizzazione e della sua attività, le quali mancassero della genialità e dell’efficacia che il carattere sperimentale, proprio dell’apostolato, reclama.
Ma ricordate sempre l’autenticità religiosa e spirituale del vostro movimento. Non allontanatevi mai dalla sorgente dell’Azione Cattolica, da una vita cioè profondamente imbevuta della parola e della grazia di Cristo; ritornate continuamente ai principii interiori che vi assicurano una lucida e forte coscienza della vostra personalità cattolica, e rettificate continuamente la vostra direzione di marcia, che ha da essere costante e diritta sui sentieri della Chiesa a servizio del prossimo, che dentro e fuori di essa ha bisogno della verità cristiana e del pane benedetto per ogni legittima fame dell’uomo fratello. Così vi pensa, così vi vuole, così vi benedice, sulla tomba di Pietro, l’umile suo Successore, nel nome di Cristo, e oggi, nella candida luce di Maria Immacolata.
Figli! Fratelli! Amici! Uomini sconosciuti e già da Noi amati come reciprocamente legati - voi a Noi, Noi a voi - da una parentela superiore a quella del sangue, del territorio, della cultura; una parentela, ch’è una solidarietà di destini, una comunione di fede, esistente o da suscitare, una unità misteriosa, quella che ci fa cristiani, una sola cosa in Cristo!
Tutte le distanze sono superate, le differenze cadono, le diffidenze e le riserve si sciolgono; siamo insieme, come se non fossimo forestieri gli uni e gli altri; e questo specialmente con Noi, proprio perché siamo vostri, come lo è il Papa per tutti, per i cattolici, quali voi siete, specialmente: Padre, Pastore, Maestro, Fratello, Amico! Per ciascuno, per tutti.
Così adesso pensateci! Così ascoltateci!
Siamo qua venuti per voi, Lavoratori! Per voi Lavoratori di questo nuovo e colossale centro siderurgico; ed anche per gli altri delle officine e dei cantieri di questa Città e di questa Regione; e diciamo pure per tutti i Lavoratori dell’immenso e formidabile settore dell’Industria moderna (e non dimentichiamo neppure i Lavoratori dei campi, i Pescatori, gli Addetti ai cantieri navali, i Marinai, e quelli d’ogni altro campo dell’attività umana: voi ora tutti li rappresentate al Nostro sguardo).
Per voi, Lavoratori!
Ma prima che Noi vi parliamo, lasciateci essere cortesi e riconoscenti con tutti coloro che qui Ci hanno accolto e permesso di entrare. Noi Ci sentiamo obbligati a ringraziare le Autorità civili e militari, i Promotori e i Dirigenti di questa gigantesca impresa; così l’Arcivescovo e quanti spiritualmente e socialmente vi assistono; le vostre Rappresentanze; ed anche le vostre Famiglie, i vostri Figli, tutta la Popolazione di questa Città e di questa Regione. A tutti il Nostro saluto, il Nostro augurio ed anche la Nostra Benedizione. Il Natale riempie il cuore di voti buoni e felici per tutti.
Ma ora a voi, Lavoratori, che cosa diremo nel breve momento concesso a questo nostro rapido incontro?
Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa! Vi dicevamo, salutandovi, che siamo fratelli ed amici: ma è poi vero in realtà? Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte. Una volta non era così. (Anni fa Noi parlammo di questo fenomeno a Torino). Ma questa separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere. Non è questo il momento di spiegarvi perché. Ma per ora vi basti il fatto che Noi, proprio come Papa della Chiesa cattolica, come misero, ma autentico rappresentante di quel Cristo, della cui Natività noi questa notte celebriamo la memoria, anzi Ia spirituale rinnovazione, siamo venuti qua fra voi per dirvi che questa separazione fra il vostro mondo del lavoro e quello religioso, quello cristiano, non esiste, o meglio non deve esistere. Ripeteremo ancora una volta da questo centro siderurgico, che consideriamo ora espressione tipica del lavoro moderno, portato alle sue più alte manifestazioni industriali, d’ingegno, di scienza, di tecnica, di dimensioni economiche, di finalità sociali, che il messaggio cristiano non gli è estraneo, non gli è rifiutato; anzi diremo che quanto più l’opera umana qui si afferma nelle sue dimensioni di progresso scientifico, di potenza, di forza, di organizzazione, di utilità, di meraviglia - di modernità insomma - tanto più merita e reclama che Gesù, l’operaio profeta, il maestro e l’amico dell’umanità, il Salvatore del mondo, il Verbo di Dio, che si incarna nella nostra umana natura, l’Uomo del dolore e dell’amore, il Messia misterioso e arbitro della storia, annunci qui, e di qui al mondo, il suo messaggio di rinnovazione e di speranza.
Lavoratori, che Ci ascoltate: Gesù, il Cristo, è per voi!
Ricordate e meditate: il Cristo del Vangelo, quello che la Chiesa cattolica vi presenta e vi offre, è per voi! Questa notte è con voi!
Non abbiate timore che questa presenza, questa alleanza, vissuta nella fede e nel costume, voglia mutare l’aspetto, la finalità, l’ordinamento d’un’impresa come questa, e d’altre simili; voglia cioè, come volgarmente si dice, clericalizzare il lavoro moderno dell’uomo, ovvero frenare la sua espansione, opporre la finalità religiosa della vita allo sviluppo dell’attività umana, il Vangelo al progresso scientifico, tecnico, economico e sociale.
Voi avete certamente sentito parlare del recente Concilio, nel quale la Chiesa ha espresso e precisato il suo pensiero a riguardo dei suoi rapporti col mondo contemporaneo. Ecco che cosa dice il Concilio: «I cristiani . . . non solo non pensano di contrapporre le conquiste dell’ingegno e dell’abilità dell’uomo alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore; ma, al contrario, essi - i cristiani - sono piuttosto persuasi che le conquiste dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto d’un suo ineffabile disegno. E quanto più cresce la potenza degli uomini, tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità individuale e collettiva» (Gaudium et spes, GS 34).
Questo vale per chi pone a confronto il cristianesimo con l’umanesimo del lavoro moderno; e vale specialmente per chi infonde in questo lavoro le risorse della scienza, della tecnica, dell’organizzazione industriale, e produce opere ciclopiche e perfette come quella in cui ci troviamo, ovvero domina in tal modo le leggi e le forze della natura da aprire agli ardimenti dell’uomo imprese impensabili e meravigliose, come quella che proprio durante questa notte porta tre uomini a girare nello spazio celeste intorno alla Luna. Onore ai pionieri dell’espansione dell’intelligenza e dell’attività dell’uomo! E gloria a Dio che sul volto dell’uomo irradia la sua luce e imprime alle facoltà umane la regale potestà di dominare le creature che lo circondano (cfr. Gen. 1, 20 ss.; cfr. S. IRENEO, Gloria Dei vivens homo).
È questo un pensiero, un principio, che dovrà sempre più diventare sorgente di meditazione per l’uomo moderno, e suscitare in lui non l’orgoglio e la tragedia di Prometeo, ma quel sentimento primordiale e dinamico di simpatia e di fiducia verso la natura, di cui siamo parte e in cui siamo esploratori (cfr. EINSTEIN, Cosmic Religion, New York, 1931, 52-53); sentimento che si chiama meraviglia - sentimento di gioventù e d’intelligenza -, e che passando dall’osservazione incantata delle cose alla ricerca suprema della loro origine diventa scoperta del mistero, diventa adorazione, diventa preghiera.
Cari Lavoratori! sono parole difficili? No; sono parole consolanti, e proprio per voi, che vivete in questo quadro, che sembra a prima vista un enigma formidabile, un intreccio di macchine e di energie incomprensibile, un regno della materia che dispiega certi suoi segreti, che voi trasformate con una lotta tremenda e abilissima in elemento utile ad altri lavori, perché sia poi utile al servizio e al bisogno dell’uomo. Voi avete davanti una visione estremamente realista, ma non materialista. Voi sapete come trattare la materia, che sembra ingrata e refrattaria ad ogni tentativo dell’arte umana; sapete trattarla e dominarla, perché, da un lato, siete diventati così intelligenti, voi e chi vi dirige, da scoprire le leggi nuove del mestiere umano, cioè dell’arte di dominare le cose, e, d’altro lato, avete scoperto, voi e i vostri maestri, le leggi nascoste nelle cose stesse: le leggi? Che cosa sono le leggi, se non pensieri? Pensieri nascosti nelle cose, pensieri imperativi che non solo le definiscono con i nostri nomi comuni, ferro, fuoco, o altro, ma che danno ad esse un loro essere particolare, un essere che da sé, è evidente, le cose non sanno darsi, un essere ricevuto, un essere che diciamo creato. Voi incontrate ad ogni fase del vostro immane lavoro questo essere creato, che VUOI dire pensato. Pensato da Chi? Voi, senza accorgervi, estraete dalle cose una risposta, una parola, una legge, un pensiero, ch’è dentro le cose; un pensiero che, a ben riflettere, ci porta a rintracciare la mano, la potenza, che diciamo?, la presenza, immanente e trascendente, cioè li dentro e li sopra, d’uno Spirito Pensante e Onnipotente, al quale siamo abituati a dare il nome, che ora Ci trema sulle labbra, il nome misterioso di Dio.
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