1969-AUDIENZE






UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 15 gennaio 1969



Diletti Figli e Figlie!

L'anno civile ora cominciato rimette sulle Nostre labbra l’antico augurio: anno nuovo, vita nuova; augurio questo che interpreta una delle più generali e caratteristiche aspirazioni dell’uomo moderno e non meno del cristiano. La novità è la veste della vita contemporanea. Come dopo l’inverno la vegetazione naturale sembra rinascere e tutta si rinnova nella fresca e fiorente esplosione primaverile, così l’età nostra segna una stagione storica di grandi cambiamenti e di profondo rinnovamento, che toccano ogni forma di vita: il pensiero, il costume, la cultura, le leggi, il tenore economico e domestico, i rapporti umani, la coscienza individuale e collettiva, la società intera. Ci siamo abituati a questo grande fenomeno di trasformazione, che investe ogni cosa, ogni strumento, ogni persona, ogni istituzione; ed in maniera così rapida e universale, che tutti si ha l’impressione d’essere trascinati e travolti da una corrente irresistibile, come da un fiume che ci investe e ci porta via. È anzi da notare che la presente generazione è come inebriata da questa mutazione; la chiama progresso e vi partecipa, anzi vi collabora con forza e con entusiasmo, e spesso senza alcuna riserva: il passato è dimenticato, la tradizione interrotta, le abitudini abbandonate. Anzi si notano segni di impazienza e di intolleranza, là dove una qualche stabilità, una qualche lentezza tende ad evitare o a frenare in qualche settore la trasformazione, che si vuole generale, e che si crede in ogni caso necessaria, benefica, liberatrice. Così si parla sempre di rivoluzione, così si solleva oggi in ogni campo la «contestazione», senza spesso che ne sia giustificato né il motivo, né lo scopo. Novità, novità; tutto è messo in questione, tutto dev’essere in crisi. E siccome tante cose hanno bisogno reale di correzione, di riforma, di rinnovamento, e siccome oggi l’uomo ha acquistato la coscienza sia delle deficienze in cui si svolge la sua vita, sia delle possibilità prodigiose con cui si possono produrre mezzi e forme nuove di esistenza, egli non sta più tranquillo; una frenesia lo prende, una vertigine lo esalta, e talora una follia lo invade per tutto rovesciare (ecco la contestazione globale) nella cieca fiducia che un ordine nuovo (parola vecchia), un mondo nuovo, una palingenesi ancora non bene prevedibile sta per sorgere fatalmente.

È questo un tema di pensiero che si è fatto sentimento comune, opinione pubblica, legge storica. Cosi oggi è la vita.


IL SENSO DELL'«AGGIORNAMENTO»

Non saremo Noi a contestare del tutto questa contestazione, questo bisogno di rinnovamento, che per tante ragioni ed in certe forme è legittimo e doveroso. Certo: est modus in rebus: una misura s’impone. Ma il bisogno è reale. Anzi vi ricordiamo, Figli carissimi, che una seconda spinta, oltre quella del nostro momento storico-culturale-sociale, accresce in noi e giustifica, con nuovi motivi, l’aspirazione alla vita nuova; ed è la spinta data alla coscienza dell’uomo moderno, e specialmente dell’uomo di Chiesa, dal recente Concilio. Che il Concilio abbia avuto ed abbia tuttora come suo fine generale un rinnovamento di tutta la Chiesa (cfr. Optatam totius, intr. e concl.; Lumen Gentium LG 4,15 Unitatis redintegratio UR 6 Unitatis redintegratio, n. 6; ecc. ) e di tutta l’attività umana, anche nella sfera profana (Gaudium et Spes GS 43), è verità che traspare da ogni documento e dal fatto stesso del Concilio medesimo; ed appunto opportuna la domanda se noi abbiamo bene riflettuto su questo scopo principale del grande avvenimento. Anch’esso s’iscrive nella grande linea del movimento trasformatore moderno, del dinamismo proprio del nostro periodo storico. Anch’esso tende a produrre un rinnovamento. Ma quale rinnovamento?

VOCAZIONE ALL'AUTENTICITÀ CRISTIANA

La risposta è complessa, perché molti sono i settori ai quali il rinnovamento vorrebbe applicarsi; e questa molteplicità ha dato pretesto anche ad arbitrarie intenzioni, le quali si vorrebbero attribuire al Concilio, come l’assimilazione della vita cristiana al costume profano e mondano, l’orientamento, così detto orizzontale, della religione rivolta non più al primo e sommo amore e culto di Dio, ma all’amore e al culto dell’uomo, la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale, la promozione d’una presunta e inconcepibile «repubblica conciliare»; e così via. Cosi ha dato occasione a tentativi di «aggiornamento» su vari punti della vita cattolica, circa i quali è tuttora aperta la discussione e in via d’esperimento l’applicazione; specialmente s’è parlato e si parla delle «strutture» della Chiesa, con intenzioni non sempre consapevoli delle ragioni che le giustificano e dei pericoli che deriverebbero dalla loro alterazione o dalla loro demolizione. È da notare che l’interesse per il rinnovamento è stato da molti rivolto alla trasformazione esteriore e impersonale dell’edificio ecclesiastico, e all’accettazione delle forme e dello spirito della Riforma protestante, piuttosto che a quel rinnovamento primo e principale che il Concilio voleva, quello morale, quello personale, quello interiore; quello cioè che deve ringiovanire la Chiesa nella coscienza del suo mistero, della sua adesione a Cristo, della sua animazione per virtù dello Spirito Santo, della sua compagine fraterna e gerarchica, della sua missione nel mondo, della sua ultraterrena finalità che la rende pellegrina, povera e buona nel suo passaggio nel corso del tempo. «Ogni rinnovamento della Chiesa - dice sapientemente il Decreto conciliare sull’ecumenismo (n. 6) - consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione». E, passando dalla considerazione comunitaria a quella di ogni singola persona, aggiunge: «Non vi è vero ecumenismo senza conversione interiore» (n. 7).

Figli carissimi ! Noi vorremmo invitarvi tutti a meditare questa fondamentale intenzione del Concilio: quella della nostra riforma interiore e morale. Siamo convinti che la voce del Concilio è passata sopra le nostre anime come un vento parlante, come una chiamata personale? Ad essere veramente cristiani, veramente cattolici, veramente membra vive ed operanti del Corpo mistico del Signore, ch’è la Chiesa? Abbiamo avvertito che il Concilio è una vocazione per ciascuno di noi all’autenticità cristiana, alla coerenza tra la fede e la vita, alla professione reale, nel cuore e nelle opere, della carità? Abbiamo meditato quella sublime e pur tanto ovvia parola del Concilio che vuole perfetto e santo ogni seguace di Cristo, in qualsiasi condizione di vita egli si trovi (cfr. Lumen Gentium LG 40)? San Paolo ce lo ripete: «In novitate vitae ambulemus»: «dobbiamo camminare in novità di vita» (Rom. 6, 4 - 12, 2). Ecco dunque il senso del consueto e sereno augurio per l’anno nuovo: quello d’una vita nuova, più cristiana, più buona. Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Nell'udienza alla vedova di Martin Luther King

We thank you, Mrs King, for this kind visit, which gives Us the opportunity of expressing once more Our admiration for your husband, the late Reverend Martin Luther King, and for his untiring and self-sacrificing struggle in favour of the Rights of Man. That the recognition and establishment everywhere of these rights constitute a principal road to Peace, was the theme of the World Day of Peace celebrated on the first day of this year. Renewing to you in person Our heartfelt sympathy on your tragic loss, We recall Our prayer on April the seventh of last year, “that it should inspire a new common resolution of pardon, of peace and reconciliation, in the equality of free and just rights”, and Our hope in “the desire and proposal to draw there from . . . laws and ways of community life more in conformity with modern civilization and Christian brotherhood. Weeping and hoping, We pray that it may be so”. For the noble soul of your husband, We invoke eternal rest and perpetual light; upon you and your family, We call down God’s choicest blessings of consolation and comfort.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI Mercoledì, 22 gennaio 1969

Diletti Figli e Figlie!

In questi giorni stiamo celebrando la Settimana in favore dell’unione di tutti i Cristiani nell’unica fede e nell’unica Chiesa, secondo il supremo desiderio di Cristo (Io. 10, 16; 17, 11, 21, 23), ed in conformità ai voti del recente Concilio ecumenico, il quale dichiarò apertamente che «il ristabilimento dell’unità fra tutti i Cristiani è uno dei principali intenti» del Concilio stesso (Decr. UR 1). Non possiamo, non dobbiamo tralasciare di farne memoria in questa Udienza generale, che trae dall’attualità della vita della Chiesa i temi della sua pienezza spirituale.

Dobbiamo innanzi tutto ringraziare il Signore che una questione di tanta importanza sia ormai presente nella coscienza della cristianità, e lo sia con particolare interesse di riflessione teologica e di carità operativa in seno alla nostra santa Chiesa cattolica, la quale ritiene come una delle grazie più grandi che il Signore, fedele alle sue promesse evangeliche, le ha fatto d’aver conservato il dono ed il senso dell’unità nella fede e nella carità, ed ora gode, trepida e spera osservando come la ricerca di questa medesima unità, che possiamo dire proprietà misteriosa (cfr. Io. 17, ib.) e costituzionale (cfr. Mt 16,18) della vera Chiesa sia nelle aspirazioni profonde e nobilissime di quelle Chiese e comunità cristiane, che un giorno credettero poter prescindere da tale unità, e che tuttora non sono nella piena comunione della Chiesa unica e universale. Questione viva, questione immensa, questione difficile, questione influente sulle condizioni non solo del cristianesimo, ma altresì della religione, anzi del progresso spirituale e della pace nel mondo.


UNO SPIRITO NUOVO

E dobbiamo far nostra la questione stessa, perché impone anche a noi Cattolici di modificare la nostra mentalità, e perciò anche il nostro atteggiamento pratico in ordine ai rapporti con quanti si dicono e sono Cristiani al di fuori dei confini visibili del cattolicesimo. I drammi strazianti delle separazioni avvenute nei tempi passati, le polemiche e gli errori dottrinali che marcarono tali separazioni, i conflitti politici e gli interessi divergenti che ne seguirono, il dovere ed il bisogno di difendere una rettitudine dottrinale e di conservare la compagine ecclesiale, gli ammonimenti dell’autorità e della legge canonica hanno prodotto nel nostro campo uno stato d’animo difensivo e diffidente verso i Cristiani separati, verso i quali dobbiamo ora guardare con nuovo spirito. Qual è questo nuovo spirito? È uno spirito, innanzi tutto, di rimpianto e di desiderio, di umiltà, di carità e di speranza. Non possiamo più rassegnarci alle situazioni storiche della separazione. Non possiamo più accontentarci d’un semplice e chiuso atteggiamento di difesa. Dobbiamo almeno soffrire delle lacerazioni avvenute nel corpo mistico e visibile di Cristo, che è la Chiesa una ed unica. Dobbiamo umilmente riconoscere la parte di colpa morale che i cattolici possano avere avuto in tali rovine. Dobbiamo apprezzare ciò che di buono si è conservato e coltivato del patrimonio cristiano presso i Fratelli separati. Dobbiamo pregare, e pregare a lungo e cordialmente per meritare la loro riparazione. Dobbiamo riprendere, ben s’intende, con la dignità e la prudenza proprie delle questioni gravi e difficili, contatti cortesi ed amichevoli con i Fratelli da noi tuttora divisi.

CARITÀ E PRUDENZA

La Chiesa cattolica ha pubblicato (26-5-1967) una prima parte del «Direttorio per l’applicazione delle deliberazioni del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo»: faremo bene a conoscerlo e a seguirne fedelmente le norme. Dobbiamo, in una parola, diventare apostoli della ricomposizione di tutti i Cristiani nell’unica Chiesa di Cristo. Il numero quattro del Decreto conciliare sull’ecumenismo merita d’essere da tutti letto e meditato.

E questa idea ecumenica è sembrata, poi, ai nostri giorni, così logica e così felice, che, si può dire, trova dappertutto ammiratori e fautori. Facciamo attenzione, Figli carissimi, di non compromettere il cammino e l’esito d’una causa di somma importanza, qual è quella dell’autentico ecumenismo, con procedimenti superficiali, frettolosi e controproducenti. Si notano infatti fenomeni pericolosi e dannosi in questo improvviso entusiasmo di riconciliazione fra cattolici e cristiani da noi separati. Alcuni aspetti di questa incauta precipitazione ecumenica devono essere tenuti presenti affinché tanti buoni desideri e tante fortunate possibilità non abbiano a perdersi nell’equi- . voto, nell’indifferenza, nel falso irenismo. Quelli, ad esempio, che vedono tutto bello nel campo dei Fratelli .separati, e tutto pesante e censurabile nel campo cattolico non sono più in grado di promuovere efficacemente ed utilmente la causa dell’unione. «Come osservava con tristezza ironica uno dei migliori ecumenisti contemporanei, protestante costui: - il più grande pericolo per l’ecumenismo è che i cattolici non vengano ad entusiasmarsi per tutto ciò di cui noi abbiamo riconosciuto la nocevolezza, mentre essi abbandonano tutto ciò di cui noi abbiamo riscoperto l’importanza» (cfr. BOUYER). È questo un atteggiamento servile né vantaggioso, né decoroso. Così potremmo dire di quell’altro atteggiamento, oggi anche più diffuso, che pretende ristabilire l’unità a scapito della verità dottrinale. Quel credo, che ci fa e che ci definisce cristiani e cattolici, sembra, in tale modo, diventare l’ostacolo insuperabile alla restaurazione dell’unità stessa; esso pone certamente delle esigenze molto severe e molto gravi; ma la soluzione delle difficoltà che ne derivano non può consistere, pena l’incomprensione della realtà delle cose, pena il tradimento della causa, nel sacrificare la fede, nell’illusoria fiducia che a ricomporre l’unità basti la carità; basti cioè la pratica empirica, spoglia da scrupoli dogmatici e da norme disciplinari (cfr. Decr. citato, n. 11). Gli episodi della così detta «intercomunione», registrati in questi ultimi mesi, si iscrivono in questa linea, che non è la buona e che dobbiamo lealmente riprovare. Ricordiamo il Concilio, il quale «esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che possano nuocere al vero progresso dell’unità» (UR 24).


UNA VISIONE IMMENSA

Questo non vuol dire che la discussione circa i dogmi della fede sia preclusa fra cattolici e cristiani da noi separati, ché anzi è da un comune esame teologico obiettivo e sereno della verità rivelata, e vissuta fedelmente dalla tradizione genuina dell’insegnamento ecclesiastico, che può risultare quale sia l’essenziale patrimonio dottrinale cristiano, quanto sia di esso enunciabile autenticamente ed insieme in termini differenti sostanzialmente eguali o complementari, e come sia possibile e alla fine per tutti vittoriosa la scoperta di quell’identità della fede, della libertà e nella varietà delle sue espressioni, dalla quale l’unione possa felicemente essere celebrata con cuore unico ed anima unica (cfr. Act. 4, 32).

Ma questo esame coinvolge la responsabilità di teologi e studiosi qualificati dapprima, del magistero ecclesiastico poi: e non può facilmente risultare dal dibattito di opinioni ad ogni livello. Vi piacerà sapere che tale esame, su diversi fronti dell’ecumenismo, è già in corso; e non è da meravigliarsi se richieda cautela, tempo, gradualità: è l’ecumenismo in cammino, al quale la grande, pia ed eletta figura del compianto Cardinale Agostino Bea ha ‘avviato i passi del Nostro Segretariato per la unione fra tutti i Cristiani. Rendiamo omaggio alla sua memoria, conservandoci fedeli al suo metodo, insieme coraggioso e prudente.

È, questa dell’ecumenismo, una visione immensa che attrae la nostra attenzione e impegna la nostra preghiera (cfr. n. 8). Noi profittiamo di questa occasione per mandare, ancora una volta, a tutti i Cristiani del mondo il Nostro umile e cordiale saluto, nel nome del Signore Gesù. E voi, Figli carissimi, più che mai siate con Noi, siate uniti, siate fiduciosi, siate forti nella fede e nella carità; e a tanto vi conforti la Nostra Benedizione Apostolica.


NECESSARIE DOTI PER LE GUIDE TURISTICHE

Siamo lieti di ricevervi! Ogni incontro con Visitatori, che non mai avremmo occasione forse di conoscere, né di avvicinare, se essi stessi non Ce ne offrissero l’opportunità, è per Noi motivo di soddisfazione, di consolazione, di riflessione, e - ciò che più conta - è occasione d’esercitare, anche solo per un istante, quel ministero pontificio, che di natura sua vuole essere a tutti aperto, a tutti offerto, espressione, com’è, anche se tanto inadeguata, della carità pastorale, di cui il Signore ha voluto farci ministri. Siate dunque i benvenuti! E vogliate comprendere come la brevità e la semplicità di questa Udienza, da voi desiderata, non offra la migliore accoglienza che voi meritereste, e che Noi vorremmo, potendolo, accordarvi.

Ma sappiate che apprezziamo nel suo giusto ed malto valore la vostra presenza, sia per il merito delle vostre persone, e sia, in particolar modo, per l’attività alla quale siete dedicati: il turismo.

Il turismo sarebbe anche per Noi tema fecondo di ampie e lunghe considerazioni, proprio per l’importanza ch’esso assume nella vita moderna, fino a diventare uno dei fenomeni che caratterizzano il nostro tempo. Il turismo è collegato con la grande trasformazione sociale portata dalla moltiplicazione, dalla diffusione, dalla rapidità, dalla efficienza dei mezzi di trasporto. Il viaggio, da individuale, o riservato a piccoli gruppi, è diventato un fenomeno collettivo, quasi di massa; e, da necessario ed utilitario che era, è diventato anche ricreativo, cioè motivato da scopi diversi che non il dovere e l’interesse economico come sono gli scopi dello svago, del desiderio di vedere e conoscere luoghi e uomini di paesi diversi dal proprio, e perciò con grandi vantaggi per la cultura, per i rapporti fra i popoli, per l’unificazione del mondo, e perciò anche per la pace e per la diffusione d’una comune civiltà e per una diffusione di più ampio benessere. Aspetti questi che interessano direttamente i vostri studi e la vostra professione, e che obbligano anche Noi, dal Nostro osservatorio sul mondo umano, morale, pedagogico e spirituale, alla più attenta osservazione.

Ma vi è un aspetto nel turismo che Ci interessa direttamente; ed è l’aspetto religioso, che esso assume, in varie forme e in grandi proporzioni. Lo scopo religioso è stato sempre un grande incentivo a viaggiare, anche in tempi nei quali il viaggio rappresentava difficoltà enormi e rischi assai pericolosi. Chi facesse la storia del turismo dovrebbe registrare che i viaggi a scopo religioso sono stati, anche in età ed in luoghi assai poco propizi al transito di persone da luogo a luogo, i più numerosi, i più frequenti, i più avventurosi, i più fecondi di risultati culturali e sociali. Basta ricordare le mete classiche dei viaggi medievali, come quelli ai Luoghi Santi, al Santuario di San Giacomo di Compostella, e quello alle tombe romane degli Apostoli Pietro e Paolo, per rendersi conto del turismo religioso lungo la storia; vi sono Santi, come Santa Brigida, che hanno fatto viaggi instancabili e penosissimi, e sempre mossi da finalità spirituali solo conseguibili mediante la visita a dati santuari e date località qualificate da memorie religiose particolari.

Ora, il turismo religioso ha assunto proporzioni immense; sono quelle dei Pellegrinaggi, che ormai muovono moltitudini innumerevoli di persone e che interessano vivamente il ministero religioso, pedagogico e spirituale della Chiesa. Specialmente, per Noi, qui a Roma: voi lo sapete.

E sapete come Noi crediamo Nostro dovere accogliere, con quanta migliore premura Ci è dato, i Pellegrini, che muovono i loro passi (ormai con strumentazione prodigiosa!) verso questa nostra eterna Città.

Ed ecco allora una serie di problemi che Ci riguardano in modo speciale. Uno di questi problemi è quello vostro, quello delle guide locali ai Pellegrini: l’ufficio di queste guide è, in un certo senso, decisivo per il buon risultato del Pellegrinaggio, che deve essere aiutato a visitare, a osservare, a ritrarre dai posti visitati le impressioni caratteristiche e migliori. Di qui la vostra funzione, cari Signori, che può venire in aiuto alla Nostra: quella di bene assistere il Pellegrino, con cortesia, con intelligenza, con indicazione selettiva di ciò che merita d’essere veduto e rilevato.

E di qui allora la Nostra raccomandazione e il Nostro voto: che il vostro servizio turistico di guide sia collimante con le esigenze spirituali del Pellegrinaggio, sia per la conoscenza dei luoghi e della loro storia, del loro significato religioso, sia per il modo, non venale, non superficiale, non volgare, ma fine, discreto, riverente, con cui l’arte vostra deve essere esercitata. Alla raccomandazione si uniscono i Nostri voti e la Nostra Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 29 gennaio 1969

Diletti Figli e Figlie!

La vostra presenza pone a Noi il problema della parola. Una Udienza generale, come quella che ogni mercoledì è offerta al Nostro animo e al Nostro ministero (un incontro sempre nuovo, sempre caro, sempre vario, sempre unico), solleva una prima domanda nel Nostro spirito; a chi parliamo? La parola dovrebbe essere proporzionata al genere delle persone che ascoltano; e, come di solito, il Nostro uditorio è composito, eterogeneo; gruppi di persone molto diverse d’età, di formazione, di provenienza, di lingua, sono per un’ora tutti insieme d’intorno a Noi, tutti qua arrivati con intenti differenti: chi per semplice visita, chi per qualche particolare motivo spirituale, chi per devozione... Come trovare un elemento uniforme che renda facile il Nostro discorso? Lo troviamo così: considerando in voi quel denominatore comune, ch’è proprio del Popolo cristiano; voi siete fedeli, siete perciò fratelli e figli, i quali tutti Ci portano un’offerta preziosa, e a Noi carissima, quella della loro buona volontà, Non è così? Non siete tutti e ciascuno desiderosi di ascoltare dal Papa una parola, che tenga conto di codesta eccellente disposizione ? Non venite forse a questo appuntamento per sentirvi confortati .e un po’ illuminati a camminare sulla via della vita cristiana? Non siete forse pronti a dare qualche peso a ciò che qui ascoltate, e a dare alle Nostre esortazioni qualche seria applicazione ? Voi non siete qui con la pretesa di ascoltare una conferenza o una lezione; Noi lo sappiamo: vi accontentate d’una semplice parola. Voi non siete qui in attitudine critica, o diffidente, ma serena e fiduciosa, come ad un colloquio di famiglia; forse voi siete venuti qua portando in fondo al cuore la speranza di uscire da un certo stato d’animo d’incertezza e di perplessità, ch’è abbastanza diffuso in alcuni ambienti ecclesiali, ed ancor più in larghi strati dell’opinione pubblica.


LE NECESSITÀ DEL NOSTRO TEMPO

Se è così, come crediamo, la Nostra parola trova subito il suo stile ed il suo tema. Ci riferiamo infatti alla vostra buona volontà. Noi la supponiamo cosciente e sincera, e quindi pronta a impegnarsi in quella causa e in quella forma del bene, a cui sia bello e sia degno far dono di sé. La causa è quella di Cristo, la quale si presenta a noi in coincidenza con quella della Chiesa, che di Cristo è la continuazione, è il piano misterioso e visibile, è il regno, è il segno e lo strumento, come con esuberanza di immagini rivelatrici ci ha insegnato il Concilio (cfr. LG 1 LG 2 LG 3 LG 4 LG 5 etc.); e la forma è il Concilio stesso, nel suo testo e nel suo spirito, come il Popolo di Dio intravede ed esprime, e come il magistero e il ministero della Chiesa, i quali hanno carisma e responsabilità di farlo, vengono autorevolmente proponendo e attuando.

In altre parole, il Concilio è la risposta alla buona volontà di quanti auspicano vivere e far vivere Cristo nel nostro tempo. Esso non è soltanto un grande insegnamento dottrinale; è anche un grande impulso morale. Offre al pensiero uno splendido quadro delle verità della fede, sebbene non pretenda di esporne una sintesi organica e completa, perché in moltissime parti si riferisce alle fonti scritturali e alle autentiche tradizioni; ma in altre parti le spiega e le sviluppa; ed insieme, ed è ciò che ora a Noi preme notare, costituisce un energico impulso operativo. Esso è dottrina ed è per l’azione. È dogmatico, ed è morale; è per la luce delle anime, ed è per il rinnovamento della loro attività pratica, sia personale, che comunitaria.

Così è nelle intenzioni della Chiesa conciliare; ma è poi in tutti e dappertutto nella realtà? Che cosa osserviamo? È soddisfatta la vostra buona volontà, e quella della grande comunità ecclesiale? Ecco una grave domanda.

Notiamo due risposte negative. La prima è quella dell’impazienza, che vorrebbe subito effettuato ciò che il Concilio ha auspicato. L’impazienza si esprime talora in insofferenza, quando ritiene che occorra ricorrere ad applicazioni immediate, più rivoluzionarie che riformatrici, senza riguardo alla coerenza storica e logica delle innovazioni da introdurre nella vita cattolica: e questo atteggiamento arriva talvolta all’imprudenza, alla superficialità, alla smania della novità per la novità, al mimetismo di moda della contestazione e all’arbitrio dèlla disobbedienza. Bisogna ,a questo proposito ripensare all’economia cronologica del Vangelo, la quale non è quella folgorante e, in fondo, comoda del fuoco dal cielo (cfr. Luc Lc 9,54), che annienta ogni resistenza, ma è quella del seme che produce frutto «in patientia» (Lc 8,15 cfr. Marc Mc 4,27-28 Mt 13,29); e che spesso nella gradualità del suo svolgimento nasconde il rispetto alla libertà, il metodo della carità e la fiducia, non fatalistica, ma saggia e lungimirante nell’azione di Dio combinata con quella umana.


GIAMMAI RESTARE INERTI E PASSIVI

L’altra risposta negativa è parimente complessa, ed esigerebbe un’analisi psicologica accurata ed interessante. Perché, sotto certi aspetti, la Chiesa dopo il Concilio non si trova in condizioni migliori di prima? Perché tante insubordinazioni, tanto decadimento della norma canonica, tanti tentativi di secolarizzazione, tanta audacia nell’ipotizzare trasformazioni di strutture ecclesiali, tanta voglia di assimilare la vita cattolica a quella profana, tanto credito alle considerazioni sociologiche in luogo di quelle teologiche e spirituali? Crisi di crescenza, si dice da molti; e sia. Ma non è anche crisi di fede? Crisi di fiducia di alcuni figli della Chiesa nella Chiesa stessa? Vi è chi, scrutando questo allarmante fenomeno, parla d’uno stato d’animo di dubbio sistematico e debilitante in mezzo alle file del Clero e dei Fedeli; e chi parla di impreparazione, di timidezza, di pigrizia; e chi addirittura accusa di paura sia l'autorità ecclesiastica, che la comunità dei buoni, quando l’una e l’altra lasciano prevalere, senza ammonire, senza rettificare, senza reagire, certe correnti di manifesto disordine nel campo nostro, e cedono, quasi per un complesso d’inferiorità, al dominio affermato nell’opinione pubblica, mediante poderosi mezzi di comunicazione sociale, di tesi discutibili, e spesso punto conformi allo spirito del Concilio stesso, per timore del peggio, si dice; o per non apparire abbastanza moderni e pronti all’auspicato aggiornamento.

Ma Noi sappiamo che si tratta di fenomeni limitati, anche se reali e non irrilevanti. Sappiamo che la Chiesa, nel suo insieme, mostra oggi una vitalità straordinaria, che colloca l’epoca presente in quelle più feconde della sua storia. Non c’è dubbio che in questa nostra Chiesa, tanto «contestata» dal di fuori e travagliata all’interno, c’è un’immensa riserva di buona volontà e un’immensa riserva di amore, di cui Ci piace ravvisare in voi, carissimi Figli, dei valorosi esponenti. Voi siete volonterosi e fedeli; voi non volete rimanere inerti e passivi nell’azione che la Chiesa post-conciliare ha intrapreso per rinnovarsi nella migliore adesione alla sua origine evangelica e alla sua ispirazione dottrinale, e per meglio rispondere alle esigenze della sua missione nel mondo contemporaneo. Voi volete crescere, fino alla tensione del fervore e della generosità, la buona volontà che portate nel cuore, ed avete fiducia che chi guida la Chiesa, ad ogni livello, non deluderà la vostra silenziosa e preziosa disponibilità. Il Signore sia con voi!

E mentre Noi gustiamo il conforto di cotesto autentico spirito ecclesiale, lo incoraggiamo con la Nostra promessa (il Signore la custodisca!) di riconoscerlo, di assecondarlo, di servirlo, e lo offriamo all’effusione dello Spirito Santo con la Nostra Apostolica Benedizione.


GLI ALUNNI DELLA SCUOLA PONTIFICIA «PIO IX»

Un gruppo richiama stamane la Nostra particolare attenzione: è quello de l g i alunni della Scuola Pontificia Pio IX, guidati dai Fratelli di Nostra Signora della Misericordia, fra i quali salutiamo con gioia il Superiore Generale, il caro e venerato Fratel Giacomo De Winter.

Vi siamo grati di questa visita, e cogliamo volentieri l’occasione per aprirvi il Nostro animo e farvi sentire tutto l’affetto e la stima che portiamo verso una Scuola, che per la serietà degli studi e l’efficacia dei suoi metodi educativi si è affermata tra le istituzioni cattoliche più apprezzate e benefiche della Nostra Roma. Non possiamo rievocare tanto bene seminato fra le anime giovanili da questo Istituto, senza pensare con ammirazione all’opera che ivi svolgono da più di un secolo i benemeriti Fratelli di Nostra Signora della Misericordia. La loro generosa dedizione degnamente continua l’eredità preziosa di educatori insigni, la cui memoria è tuttora in benedizione nella nostra città. Ci basterà menzionare la figura incomparabile di Fratel Damaso Cerquetti, che fu l’animatore intelligente e instancabile di tante iniziative artistiche, ricreative, sportive, affiancate alla Scuola, e come la Scuola dirette alla formazione spirituale della Gioventù. Chi non ricorda le memorabili affermazioni della squadra «Fortitudo»? A questi fedeli servitori della Chiesa e della società Noi esprimiamo la Nostra riconoscenza e il Nostro plauso più sincero.

Noi confidiamo che i primi a comprendere l’eccellenza di questa Scuola siano gli alunni stessi che hanno la fortuna di frequentarla.

Sì, figli carissimi, abbiatene grande stima e fiducia, e guardate ad essa come ad una palestra di vita, dove l’istruzione, la disciplina, la preghiera, la letizia, l’amicizia si fondono insieme per fare di voi giovani puri, sani, forti, cristiani convinti e responsabili. Mai forse come in questo tempo la gioventù studentesca ha avuto un ruolo così importante per la costruzione di una società migliore. Noi vi auguriamo che, sotto la illuminata guida dei vostri educatori, sentiate tutto il fascino di questi grandi ideali, e possiate così essere non soltanto fieri della vostra Roma, ma anche degni di questo insigne privilegio.

In questo vi accompagna la Nostra Apostolica Benedizione, che di cuore estendiamo ai vostri educatori, ai genitori, ai familiari e a tutto il vostro Istituto.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 5 febbraio 1969

Diletti Figli e Figlie!

Si fa oggi, come tutti sanno, molto parlare di libertà. È questo un nome che risuona dovunque si discuta dell’uomo, della sua natura, della sua storia, della sua attività, del suo diritto, del suo sviluppo. L’uomo è un essere in crescita, in movimento, in divenire; la libertà gli è necessaria. Guardando più addentro nell’essere umano, si vede che l’uomo, nell’uso delle sue facoltà spirituali, mentre è determinato dalla tendenza al bene in generale, non è determinato da alcun bene particolare; è lui stesso che si autodetermina; e chiamiamo libertà il potere che la volontà dell’uomo ha di agire senza essere costretta, né internamente, né esteriormente. E si è visto che questo libero arbitrio è così proprio dell’uomo da costituire la sua nota specificante, da fondare il titolo primo della sua dignità personale, e da conferirgli l’impronta caratteristica della sua somiglianza con Dio.


UNA DIFESA COSTANTE

Nonostante la negazione filosofica, che ha voluto trovare un invincibile determinismo nell’azione dell’uomo, l’evidenza di questa prerogativa dell’uomo s’è così imposta praticamente ai nostri giorni, che si assocerà da tutti l’idea dei diritti dell’uomo a quella della libertà, e si parlerà comunemente di libertà dovunque si presenti una capacità umana di operare: libertà di pensiero, libertà di azione, libertà di parola, libertà di scelta, ecc., ricercandone le radici interiori: libertà psicologica e libertà morale, e descrivendone le specificazioni esteriori: libertà giuridica, libertà economica, libertà politica, libertà religiosa, libertà artistica, e così via.

La libertà polarizza d’intorno a sé una tale quantità di questioni, che la prima cosa da farsi a suo riguardo sarà quella di cercare qualche nozione più esatta, meno approssimativa e meno confusa di quella che nel frastuono della discussione ambientale ciascuno ne può avere. A tema di così grande importanza e di così complessa vastità Noi non vogliamo qui portare alcun chiarimento dottrinale. Desiderosi come siamo di richiamare l’attenzione vostra sulle grandi idee, che il Concilio ha riaffermato e sviluppato, Ci limitiamo, in una conversazione tanto elementare come questa, a ricordarvi che la Chiesa cattolica ha sempre sostenuto la dottrina della libertà umana e vi ha costruito il suo grande edificio sia morale, che religioso: impossibile essere veri cattolici senza ammettere questa somma prerogativa dell’uomo. Sia la caduta originale, che ha prodotto certamente grandi disfunzioni nell’esercizio delle facoltà umane, sia l’esercizio del pensiero che scoprendo la verità vi rimane vincolato, sia l’intervento di quell’ausilio misterioso nell’operare nostro che si chiama la Grazia, sia l’azione divina nel mondo naturale, che chiamiamo Provvidenza, non annullano la libertà dell’uomo. Non saremo mai grati abbastanza alla sapienza tradizionale della Chiesa cattolica che ha difeso nell’uomo in ogni modo questo regale dono della libertà, anche se compromesso, se complicato, se pericoloso. Finché all’uomo si riconosce la capacità di ragionare (cfr. S. TH.I-II 17,1, ad 2 : ratio . . . causa libertatis) e di volere, finché lo si considera cittadino del regno di Cristo, dobbiamo non solo ammettere, ma difendere in lui la prerogativa della libertà.

LA SOLUZIONE DI UN’ANTITESI

Aggiungiamo tuttavia un’osservazione fondamentale: l’uso della libertà non è facile. Questa osservazione non contraddice, sì bene rispetta l’affermazione della libertà. Essa ha bisogno d’un’educazione, d’una formazione. E questo bisogno è così profondo per lo sviluppo autentico dello spirito e dell’operare umano, ed è così importante per la convivenza sociale, che la storia ci documenta quanto sia stato fatto, a torto o a ragione, per contenere, per reprimere, per negare l’uso della libertà. Ne è nato un celebre e, si può dire, perenne conflitto fra l’uso della libertà e l’esercizio dell’autorità. Libertà e autorità sono tanto spesso apparsi termini antitetici. Anche ai nostri giorni la soluzione di questa antitesi pone problemi gravi, sia nel campo pedagogico, che domestico, o sociale e politico; ed anche in quello ecclesiastico. Oggi non ne parleremo qui. Noteremo invece come dobbiamo educarci all’uso sempre più umano e cristiano della libertà. Non potremo progredire nella vita cristiana, né in quella ecclesiale, se non avremo progredito nell’autentico e legittimo uso della libertà.

Dovremo togliere dalla nostra mente certi pseudoconcetti della libertà. Ad esempio: quello che la confonde con l’indifferenza, con la pigrizia, con l’inerzia dello spirito; con la libertà di non far nulla; con il letargo egoistico delle energie della vita e con l’oblio dell’imperativo fondamentale che le dà senso e valore, il dovere. La libertà ci è concessa per compiere con virtù propria il nostro dovere. Altro concetto errato, e purtroppo assai diffuso, è quello che confonde la libertà guidata dalla ragione e consistente nell’autodeterminazione della volontà con l’acquiescenza agli istinti sentimentali, o animali che pur sono nell’uomo. Correnti modernissime di pensiero rivoluzionario sostengono e divulgano questa falsa concezione, che seduce l’uomo a perdere la propria vera libertà per diventare schiavo delle proprie passioni e delle proprie debolezze morali: ce lo insegna il Signore: «Chi commette il peccato è schiavo del peccato» (Io. 8, 34). È un fenomeno classico e sempre attuale, ed oggi più che mai, nella emancipazione moderna dalla legge esteriore e dalla legge morale.


SAPER SCEGLIERE

Altra deformazione anch’essa di moda della libertà è quella che la fa consistere nell’assumere di proposito, a priori, una posizione di contrasto con l’ordine esistente, ovvero con l’opinione degli altri. La libertà troverebbe la sua vera espressione nella contestazione, sia questa ragionevole, o no. È questa una via, e pur troppo abbastanza breve, per perdere la libertà, sia per l’irrazionalità che introduce come elemento sistematico nella logica dello spirito, sia per le reazioni ambientali ch’essa può facilmente provocare: le controcontestazioni.

E di più dobbiamo guardarci dalla follia che reputa libertà propria l’offesa a quella degli altri. Lotte d’ogni genere sono sorte e sorgono ogni giorno per il cattivo genio di questa sfrenata libertà: la chiameremo piuttosto licenza, prepotenza, mala educazione, inciviltà, non libertà. La quale, proprio perché emanazione d’un lume divino sul volto umano (cfr. Ps Ps 4,7), e perché derivante dalla ragione e residente nella regale facoltà umana, ch’è la volontà, ha il senso delle sue autentiche espressioni, cioè dei suoi limiti, i quali poi le aprono e le custodiscono il campo delle sue affermazioni: la verità per prima, come ancora c’insegna Cristo: «La verità vi libererà» (Io. 8, 32), dal peccato, dall’errore, dall’ignoranza, dal pregiudizio. Il bene, poi e soprattutto. La legge, quella giusta, s’intende. L’Autorità, quella specialmente che si definisce «Madre e Maestra». Lo Stato, anche, concepito come istituzione organizzata, garante e tutrice dei diritti della persona umana, e integratrice del loro esercizio nell’armonia del bene comune, non come fonte unica e sintesi totalitaria e arbitraria della convivenza sociale.

Meditiamo, con lume cristiano, le parole correnti, relative alla libertà: autonomia, volontarietà, scelta, rivoluzione, dispotismo, ecc. e procuriamo di darvi il senso che le deriva dal pensiero cristiano, a noi ricordato dal Concilio, con tanti richiami. Ecco, ad esempio: «Non mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociale e psichica... Il mondo si presenta oggi potente e debole ad un tempo, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù» (Gaudium et Spes GS 4,9). È il bivio antico e presente. Sappiamo scegliere; e Cristo c’insegni come. Con la Nostra Apostolica Benedizione.


1969-AUDIENZE