
1968 Omelie di Paolo VI - Giovedì Santo, 11 aprile 1968
Sembra chiaro a Noi che questo punto focale è l’amore.
E non pronunciamo con facilità questa troppo facile parola, dai molti, ambigui significati, nei quali le più varie e contraddittorie espressioni del sentimento e del volere sono stranamente accomunate, dalle più basse e depravate della passione e del vizio alle più alte e sublimi dell’eroismo e della carità, a quelle trascendenti perfino dell’infinita bontà effusiva di Dio con l’identico nome di amore. Ma questo incontro della parola, anzi della realtà dell’amore in questa celebrazione del Giovedì Santo è per noi una fortuna, una scuola; quella di saper distinguere fra le tante equivoche o imperfette forme dell’amore quella più vera, più autentica, più degna di tanto nome.
Ascoltiamo l’Evangelista Giovanni, colui che in quella sera benedetta, valendosi dell’atmosfera spirituale e mistica che s’era prodotta durante quella cena desideratissima (cfr. Luc. Lc 22,15), dal Maestro, ancor più che della posizione conviviale a lui toccata, meritò di posare la testa sul petto di Gesù. Egli apre il suo racconto con parole studiate: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre, poiché egli aveva amato i suoi ch’erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Io. 13, 1). Fino alla fine, che cosa significa? Fino alla fine della vita temporale? Ciò indica che siamo in una veglia cosciente, precedente la tragedia della Passione, cioè in quell’ora testamentaria, in cui tutto si conclude con accenti e con gesti di suprema sincerità, e il cuore rivela le sue più profonde riserve nella semplice solennità delle estreme confidenze? Ovvero significa: fino alla fine d’ogni concepibile misura, fino all’eccesso, fino all’inverosimile limite, a cui solo il Cuore di Cristo poteva arrivare? Fino a dare se stesso con la totalità che il vero amore esige, e con l’effusione che solo un amore divino può concepire e può attuare? Qualunque sia l’interpretazione che daremo a quella superlativa espressione, ricorderemo ch’essa pone in chiave dell’ultima veglia di Cristo l’amore, che nelle stesse parole di Lui sale alla vetta della sua misura: «Nessuno ha un amore più grande di questo, di uno che dia la vita per i suoi amici» (Io. 15, 13). Amare vuol dire dare; dare significa amare. Dare tutto, dare la vita. Ecco la linea vera dell’amore, ecco il suo termine.
Pensiamo allora al misterioso avvenimento che concluse quella cena pasquale. Scrive San Paolo, il primo a sigillarlo nella storia biblica: «Il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese il pane, e rese le grazie, lo spezzò e disse: prendete e mangiate, questo è il mio Corpo, che sarà dato per voi; questo fate in memoria di me. E similmente il calice... dicendo: Questo calice è il nuovo testamento nel mio sangue. Questo fate, ogni volta che ne berrete, in memoria di me» (1 Cor. 1Co 11,23-25). Il dono cruento che-Cristo stava per offrire all’umanità nel suo imminente sacrificio della croce è riprodotto, è moltiplicato, è perpetuato nel dono, identico ma incruento, del Sacrificio eucaristico. Impossibile capire se non si pensa all’amore, che in quella sera inventò questa straordinaria maniera di comunicarsi. È per noi impossibile accogliere come si conviene questa immolata presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, che stiamo per celebrare, se non entriamo in quella proiezione d’amore, che Egli a noi rivolge; ancora San Paolo, che esclama: «Egli mi amò, e diede se stesso per me» (Ga 2,20).
Siamo inseguiti da questo ineffabile, irrefrenabile amore. Siamo così conosciuti, ricordati, assediati da questo potente e silenzioso amore, che non ci dà tregua, che vuole a noi comunicarsi, che vuole da noi essere compreso, ricevuto, ricambiato. Tutto il cristianesimo è qui. Il cristianesimo è comunione della vita divina, in Cristo, con la nostra. Il cristianesimo è appropriazione di Dio; e Dio è carità, è amore.
La rivelazione, sebbene sempre velata da un sistema di parole e di segni, il sistema sacramentale, per lasciare, anche in questa pienezza d’incontro intatta la nostra libertà, diventa folgorante. Se crediamo in questo «mysterium fidei», se entriamo nel cono di luce e di amore ch’essa lancia su di noi, come rimanere impassibili, come inerti, come distratti, come indifferenti? L’amore vuole amore: «amor ch’a nullo amato amar perdona»... (Dante, 1, 5, 103). È fuoco: come non sentirne il calore? come non cercare, in qualche modo, di corrispondervi ?
Anche a questo ha provveduto il Signore da quella sera benedetta. Per capire ciò che Egli ha detto a questo proposito, dopo la sconcertante lezione d’amore e d’umiltà data ai suoi con la lavanda dei loro piedi, dobbiamo figurarci di avere Lui, Gesù Cristo, qui fra noi, in questa sua Chiesa romana, che ne custodisce le parole, i poteri, gli esempi, la perenne promessa; e dobbiamo chiedere a noi stessi: che cosa Egli ci direbbe? quale raccomandazione ci farebbe? quale lezione collegherebbe al suo mistero pasquale, che stiamo celebrando? Tacciano un istante, interiormente, i nostri animi, ed ascoltiamo: «Io vi do il comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri, come Io ho amato voi . . .» (Io. 13, 34). Ancora si parla di amore. Ma questa volta l’amore deve partire da noi. All’amore ricevuto da Cristo deve seguire il nostro per i nostri simili, per la comunità che ci trova uniti d’intorno a Lui, la presenza fisica, occasionale, esteriore, deve farsi unione spirituale, perpetua, interiore; così si forma la Chiesa, così si compagina il suo Corpo mistico. Una nuova circolazione di carità ci deve rendere da nemici amici, da estranei fratelli. Con questo paradossale impegno: dobbiamo amare come Lui ci ha amati.
Quel come dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio. Ci avverte che il precetto della carità contiene in sé sviluppi potenziali, che nessuna filantropia, che nessuna sociologia potrà mai eguagliare. La carità è ancora contratta e racchiusa entro confini di costumi, d’interessi, di egoismi, che dovranno, Noi crediamo, essere dilatati. Dilatentur spatia caritatis, esclama Sant’Agostino (Sermo 10 de verbis D.ni). E a nostro stimolo, e forse a nostro rimprovero, dalle labbra soavi e tremende di Cristo piovono quest’altre indimenticabili parole, sempre sull’amore: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente» (Io. 13, 35). L’amore dunque è il distintivo dell’autenticità cristiana.
Oh! quale lezione! quale programma! quale rinnovamento, quale «aggiornamento» è sempre proposto alla nostra. fedeltà a Cristo Signore! Piaccia a noi che tali divine parole, degne del Giovedì Santo, risuonino in quest’aula, in questa assemblea, in questa Chiesa romana, per trovarvi il loro umile, felice e volonteroso compimento; e piaccia al nostro Maestro e Salvatore Gesù concedere a noi questa grazia pasquale di saperle ricordare, vivere e rivivere sempre.
Sua Santità, dopo aver annunciato che, al termine del Divin Sacrificio, Egli saluterà i vari pellegrinaggi, intende adesso proporre una speciale riflessione.
Lasciamo - Egli dice - che la nostra anima si raccolga sulle parole del Vangelo ora ascoltate, e che tutto il nostro spirito si apra per coglierne un aspetto, che possa essere per noi di spirituale nutrimento durante la celebrazione dei santi Misteri.
Il Vangelo della seconda domenica dopo la Pasqua ci ripropone il celebre brano del Buon Pastore. Esso sembra quasi rispondere, nella scelta fattane per l’odierna liturgia, a una necessità psicologica, come quella - per usare un paragone ovvio - di chi ha perduto la presenza fisica di persona cara.
Quando uno dei nostri con la morte ci lascia, che cosa si fa? Lo si rievoca intensamente. Il Vangelo odierno induce a un ripensamento della Persona, della figura, della missione di Cristo. Guardiamo quanto è avvenuto. Gesù ha concluso la sua vita temporale con la Croce e ne ha inaugurata un’altra con la Risurrezione; e noi, che siamo rimasti estasiati da questo avvenimento, che tanto ci consola eppur tanto ci supera, della vittoria sulla morte, e ci ritroviamo, però, quasi abbandonati e nella solitudine, torniamo col pensiero a Chi ci è presentato dal Vangelo nelle sue forme umane e sensibili; e ci chiediamo: com’era? quale il suo volto? e il suo aspetto?
E qui è necessario subito evitare uno scoglio assai in voga ai giorni nostri: quello definito «mitizzazione»: un rifacimento, cioè, artificioso e fantastico della figura di Cristo.
Noi abbiamo ottime ragioni per non commettere questo errore. Anzitutto perché il ricordo di Lui nell’odierno tratto evangelico è realistico, umile, spoglio di qualsiasi amplificazione, ed ha, intero, il sigillo della fedele realtà. Inoltre, perché rimaniamo coerenti e fedeli alla parola stessa di Gesù. È Lui a indicare e definire la sua missione: il Buon Pastore. Due volte si è chiamato così; e noi ci atteniamo esattamente a questa definizione che Egli si compiacque dare di Sé e ci consegnò, quasi dichiarando: pensatemi così: Io sono il Buon Pastore. Ha voluto perciò consegnare alla nostra anima, alla nostra memoria, al nostro raziocinio, questa sua definizione. E con tale evidenza che la prima e più antica iconografia cristiana, come si sa, ci presenta proprio l’immagine agreste, semplice, paesana del pastore che porta sulle spalle una delle sue pecorelle.
Il Buon Pastore è Gesù. Adesso si tratta di capire, giacché non basta guardare l’immagine della persona scomparsa, non è sufficiente una rievocazione sensibile, ma occorre comprendere, penetrare quel ch’è rivelato da tali sembianze. Era così Gesù? È proprio Lui che ha voluto essere in tal modo, da Buon Pastore, ricordato e celebrato? Di ciò, infatti, si tratta, e dei caratteri salienti che così delineano Gesù. Ebbene, il Vangelo ce ne informa con parole assolutamente semplici; e, come sempre, con insegnamenti profondi, abissali, che quasi danno le vertigini e fiaccano il nostro potere di comprensione. Nondimeno, siamo invitati dallo ste.sso Signore - e la liturgia della Chiesa ripete il richiamo - a pensarlo così: una figura estremamente amabile, dolce, vicina; e noi possiamo attribuire soltanto al Signore l’esprimersi con bontà infinita.
Ecco, poi, riaffiorare nella nostra memoria altre parole che Gesù ha detto di Sé: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore. La sua bontà, anche qui, si definisce con eloquio, con virtù che prodigiosamente fanno discendere sino a ognuno di noi il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio fatto Uomo, Gesù, centro dell’umanità.
Presentandosi in tale aspetto, Egli ripete l’invito del Pastore; disegna, cioè, un rapporto che sa di tenerezza e di prodigio. Conosce le sue pecorelle, e le chiama per nome. Poiché noi siamo del gregge suo, è agevole la possibilità di corrispondenza, che antecede il nostro stesso ricorso a Lui. Siamo chiamati uno ad uno. Egli ci conosce e ci nomina, si avvicina a ciascuno di noi e desidera farci pervenire ad una relazione affettuosa, filiale con Lui. La bontà del Signore si palesa qui in maniera sublime, ineffabile. La devozione che la fede, la pietà cristiana tributerà al Salvatore, arriverà con slancio - non solo momentaneo, ma capace di sondare le meraviglie di tanta dilézione - a penetrare nel cuore: e la Chiesa ci presenterà il Cuore di Cristo perché abbiamo a conoscerlo, adorarlo, invocarlo. La devozione al Sacro Cuore di Gesù ben può attribuirsi alla sorgente evangelica oggi rievocata: «Io sono il Buon Pastore».
V’è, poi, un tratto che corregge una delle più comuni ed inesatte interpretazioni della bontà. Noi siamo abituati ad associare il concetto di bontà a quello di debolezza, di non resistenza; a ritenerla incapace di atti forti ed eroici, di manifestazioni in cui trionfino la maestà e la fortezza.
Nella figura di Gesù, semplice e complessa insieme, le qualità, le doti che si direbbero opposte, trovano, invece, una sintesi meravigliosa. Gesù è dolce e forte; semplice e grandioso; umile e a tutti accessibile; una sommità inattingibile di fortezza d’animo, che nessuno potrà giammai eguagliare. Nondimeno, Egli stesso ci introduce in questa sua psicologia, nella penetrazione, diremmo, del suo temperamento, della sua mirabile realtà.
Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle, per il suo gregge. È come dire: l’immagine della bontà si congiunge a quella d’un eroismo che si dona, si sacrifica, s’immola, per cui tale bontà si congiunge ad altezze e visioni dell’atto redentore, talmente elevate da lasciarci sorpresi e attoniti.
Dobbiamo avvicinarci a Gesù, così presentato dal Vangelo, e dobbiamo chiederci se davvero noi cristiani portiamo bene questo nome, se cioè abbiamo un esatto concetto del nostro Divin Salvatore. Certo: molte Vite sono state scritte di Lui; un diffuso catechismo lo concerne e lo presenta; e tante pagine del Vangelo ci sono familiari. Ma una sintesi, come dire?, fotografica, completa, di Lui, la possediamo? Abbiamo un giusto concetto di quel che Egli è stato? Orbene, la cara immagine evangelica e quasi arcadica, offertaci dallo stesso Divino Maestro, lascia riposare, in un incanto di amore, il nostro spirito, e lo dirige e l’aiuta nella ricerca di Dio.
Che fa Gesù per attirarci e conquiderci in modo tanto sicuro? Egli ci conosce. Si pensi, quindi, quale prodigio ciò rappresenti. Siamo noti, chiamati uno ad uno, per nome, da Cristo: e in una forma completa, totale, cioè nel nostro essere, nella nostra persona, nei doni da Lui prodigatici, nei nostri desideri, nei nostri destini. Sono inseriti in questo Libro, che contiene le pagine della infinita bontà. Tutti siamo iscritti nell’elenco dei suoi: ciascuno può trovare se stesso nel Cuore di Cristo. Quale stupenda bellezza quella di rispecchiarsi in Gesù e di indovinare come Egli ci conosce! San Paolo lascia vedere tale stupenda realtà come una delle cose future: «Nunc cognosco ex parte; tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum» (1 Cor. 1Co 13,12). Ora conosco in parte; allora poi conoscerò in quel modo stesso ond’io pure sono stato conosciuto. Ma già fin d’ora qualche cosa possiamo percepire, e così diventiamo un po’ diversi dalla ordinaria statura di uomini orgogliosi, o indifferenti o anche talvolta cattivi. Davanti a Gesù, che si denomina Buon Pastore, ci conosce e ci chiama per nome, vuole avvicinarci e ci guida assicurando di condurci ai pascoli della vera vita e agli alimenti necessari, oh come diventiamo un po’ migliori anche noi e come sentiamo, per via di amore e di elezione, l’energia nuova, divina, sostituire la nostra umana e tanto ribelle psicologia! In una parola, il divenire perfetti cristiani.
E ancora un’ulteriore nota che concerne e definisce il Buon Pastore. Gesù ha sofferto, è morto per noi. Il Buon Pastore ha dato la sua vita per salvare la nostra. Se qualcuno di noi ha avuto la sorte d’essere stato, in qualche pericolosa circostanza, liberato da una malattia, o d’essere risparmiato da una disgrazia per intervento e merito di qualcuno, che ha agito con disinteresse, persino con sacrificio, certamente avverte insopprimibile, perenne, il vincolo della gratitudine verso il benefattore. Adunque, per il Signore Gesù dobbiamo avere, e a titoli superlativi, l’atteggiamento, l’obbligo di una riconoscenza senza fine. Questa attitudine di ringraziamento illimitato dobbiamo sentirla verso Gesù. Egli ci ha salvato offrendo la sua vita per noi, dandola coscientemente, con inenarrabili sofferenze, mentre - lo dicono i Padri - Egli poteva dare la sua vita in una maniera più semplice e meno tormentosa. Ha voluto, invece, conferire al suo Sacrificio una evidenza dolorosa fino allo spasimo; ha voluto imprimere nelle nostre anime l’immagine sanguinante delle sue membra straziate per noi!
Allora, la più bella definizione che troviamo nel Vangelo è quella che il Precursore Giovanni diede di Lui: Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo. Gesù è la vittima: Colui che paga per gli altri ed ha pagato per noi; si è sacrificato e immolato per noi. Ha stretto una reale parentela di obbligazione verso di noi appunto perché ha sostituito ai nostri debiti la sua ricchezza; ed ha soddisfatto per la nostra miseria; ha riparato la nostra rovina. Il mistero della salvezza, che è il mistero d’una donazione divina, al posto dei nostri moltissimi doveri e debiti, dovrebbe, nuovo motivo di fervore, sigillare la figura di Cristo nei nostri cuori; e suscitare in noi piena e sentita corrispondenza.
Nel Vangelo, quando si accenna ai rapporti tra il Figlio di Dio e i suoi discepoli, c’è sempre, da parte loro, qualche cosa di manchevole, dubbio, instabilità e insufficienza. Solo dopo la morte di Cristo e il suo Sacrificio, essi hanno a Lui ripensato come al Pastore che dà la vita per le sue pecorelle. Si è accesa, così, nel loro animo, la fiamma di adesione, entusiasmo, fedeltà; di quell’amore e dono di sé che il Signore domanda appunto a tutti i suoi seguaci.
Oggi è la «Giornata delle Vocazioni». Come è felicemente scelta in coincidenza con il tratto del Vangelo ora rimeditato!
Dovremmo sentirci un po’ tutti chiamati per nome; è necessario vedere in Gesù la guida dei nostri destini, dell’intera nostra vita; dobbiamo tutti rincorrerlo per dirgli: grazie: anch’io farò qualche cosa; la mia vita è tua, come la tua vita è stata ed è mia.
Il nuovo rapporto di amore, che unisce l’umanità a Cristo è stato definito come il connubio, lo sposalizio tra l’umanità e Cristo. Perciò la Chiesa, cioè l’umanità che segue Cristo, è chiamata la Sposa del Signore. Il che vuol dire una risposta: amore per amore; e quello che noi appartenenti alla Chiesa dobbiamo essere: i clienti della bontà di Dio, di Cristo. Indica, inoltre, la capacità nostra di superare e vincere timidezze, ignoranze, dubbi, per stabilire con Lui rapporti diretti d’interiore conversazione e di segreto, indissolubile amore.
Questa, o figliuoli - conclude il Santo Padre - la meditazione per oggi e per sempre. Non dovrà mai aver fine. Pensate alle parole del Signore, che dice di Sé: Io sono il Buon Pastore. Con quale infinita carità Egli le ripete a ciascuno di noi e le convalida con le altre: guarda che il Buon Pastore ha dato per te la sua vita! E tu? E tu? Figliuoli a voi la risposta.
Dopo la celebrazione dei santi Misteri Ci sentiamo in dovere di rivolgere un breve saluto ai Nostri visitatori, ai quali meglio si conviene il nome di Pellegrini, perché vengono a Roma espressamente per motivi religiosi, ed il nome di Fedeli, che non mai come in questa circostanza li qualifica e li onora, perché essi qua sono giunti mossi dal proposito di rinnovare la loro professione di Fede, in quest’anno dedicato appunto alla Fede, in memoria ed in onore dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, corifei della Fede, dei quali celebriamo l’anno centenario del loro martirio.
Ed ecco fra questi Pellegrini Fedeli il gruppo numeroso e cospicuo, al quale va per primo il Nostro saluto, quello di Genova. Salve, diremo, a Genova cattolica, che qui si attesta in forma magnifica e altamente significativa. Si tratta d’un Pellegrinaggio di ben 3.500 partecipanti, guidati e rappresentati dal loro illustre e veneratissimo signor Cardinale Giuseppe Siri Arcivescovo di codesta storica, insigne, fiorente ed a Noi carissima Chiesa metropolitana della Liguria. Al dotto e zelante Pastore, che Noi abbiamo la sorte di conoscere da lunghi anni, porgiamo il Nostro riverente e cordiale «benvenuto»; a lui il Nostro riconoscimento per la sua dottrina teologica, per l’opera prestata durante non brevi e non facili anni all’intero Episcopato Italiano, per quella che tuttora presta come Presidente delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani e di Consulente dell’Unione Cristiana dei Dirigenti e Imprenditori Italiani, per lo zelo e la dottrina con cui attende alla cura pastorale dell’Arcidiocesi genovese. E con lui salutiamo il suo Clero, di cui conosciamo, in esponenti d’alto valore, la fedeltà, l’attività, la saggezza, il fervore; e col Clero, i Religiosi e le Religiose partecipanti a questa spedizione spirituale e quelli che nella Città e nell’Arcidiocesi diffondono esempi di santità, di carità, d’apostolato. Notiamo con particolare interesse le rappresentanze della vita cattolica, alle quali vorremmo poter dare conforto di perseverante e generosa milizia morale e spirituale, quale i tempi richiedono. A tutti i buoni e cari Genovesi presenti e a tutti i loro cari, ch’essi portano nel cuore, un affettuoso e corroborante saluto, nel Signore. Né alla fine possiamo dimenticare le Autorità e le Personalità civili della Città, che con. esemplare senso di spirituale solidarietà hanno voluto associarsi a questo Pellegrinaggio: per le loro Persone, per i gravi uffici loro affidati, per l’onore e per la prosperità di Genova, Noi esprimiamo loro i Nostri migliori voti ed invochiamo la divina assistenza su di esse e sulla comunità civile, che esse qui, con tanta Nostra compiacenza, degnamente rappresentano.
Questi saluti non dicono quanto la presenza qualificata di Genova mette nel Nostro cuore. Avremmo molte molte cose da dire ai Genovesi, anche tacendo i ricordi personali che Ci legano alla bellissima ed attivissima Città; ma Ci limitiamo a due soli brevi accenni, che Ci sembrerebbe deplorevole omissione tacere. Il primo accenno è alla vostra tradizione cattolica, o Genovesi! Sarebbe tema di meditazione assai lunga, se la volessimo passare nella rassegna degli avvenimenti secolari e delle grandi figure, che dànno alla storia della Città la sua impronta gloriosa e caratteristica. I nomi di quattro Papi genovesi vengono qui spontaneamente alla memoria: Innocenzo IV († 1254), Adriano V († 1276), entrambi della Famiglia Fieschi, Innocenzo VIII († 1492), Cybo, e finalmente a noi vicino e da Noi stessi conosciuto (chi non lo ricorda?), Papa Benedetto XV († 1922), della Famiglia Della Chiesa. Vengono i nomi dei vostri Santi, ed uno per tutti celebrato nel duplice campo della mistica e della carità, Caterinetta, cioè S. Caterina Fieschi Adorno; vengono quelli delle vostre grandi istituzioni benefiche, che ancora illustrano la città come fra quelle che hanno saputo organizzare opere ospedaliere e di assistenza con maggiore intelligenza dei bisogni dei poveri e dei sofferenti e con maggiore generosità. Dovremmo ricordare alcune grandi figure di Arcivescovi e di ecclesiastici (p. Semeria, ad esempio, genovese d’adozione) e anche di Laici (come Camillo Corsanego), specialmente in quest’ultimo periodo della vostra storia religiosa e sociale. E non dovremmo dimenticare che Genova, città marinara, fu ai suoi tempi città missionaria; l’Oriente ne porta ancora le tracce, e il lontano Occidente non può contestare la paternità d’uomo di fede, che si chiama Cristoforo Colombo. Questo per dire che la professione di fede, che voi oggi venite ad esprimere nel centro della cattolicità, è un atto di coerenza storica e spirituale che deve definire davanti alle vostre coscienze e alla vostra comunità cittadina ciò che voi foste, ciò che siete e che sarete: cristiani e cattolici, Genovesi per i quali l’adesione alla santa Chiesa apostolica e romana è ragione di impegno storico e morale e principio di quelle virtù morali e religiose, che resero grande il vostro passato e devono rendere non meno grande, se pur tanto diverso, il vostro avvenire.
E il presagio sull’avvenire pone un altro accenno a questione vitale per il vostro Popolo; non è questione che vi riguardi esclusivamente, ma maggiormente forse che molte altre Città; la questione cioè della fusione della tradizione con i radicali mutamenti della società moderna rispetto all’antica ed anche solo a quella che la precede di pochi anni; mutamenti prodotti principalmente dagli sviluppi industriali, che cambiano non solo l’aspetto esteriore del vostro panorama, ma quelli altresì interiori della vita, del pensiero, del costume. Ebbene cotesto Pellegrinaggio già dimostra che, per quanto difficili possano essere le questioni di tale fusione, essa impossibile non è. Anzi la vostra presenza romana intravede che proprio una fede cosciente, istruita, sincera nella vitalità del Vangelo, di cui la Chiesa è custode e maestra, lungi dall’essere eterogenea alle esigenze della vita moderna, può esserne il fermento propulsore ed il farmaco preventivo per le sue facili e pericolose decadenze.
Lode perciò a Genova credente ed operante. Il nostro plauso è il Nostro voto per l’avvenire grande e buono della Città che l’Immacolata, Giovanni Battista e Lorenzo tengono sotto la loro vivificante protezione.
Saluto alle altre Diocesi
Alcune altre Diocesi sono ufficialmente presenti a questo felicissimo incontro spirituale; meriterebbero anch’esse un panegirico; Ci dobbiamo accontentare della semplice menzione, ch’è però quella della memoria più affettuosa e fedele. Qui è la Diocesi di Cremona, e vi è pure quella di Lodi; due Diocesi suffraganee dell’Arcidiocesi di Milano, e che perciò Noi avemmo occasione di conoscere, di visitare, di ammirare, specialmente nello zelo pastorale dei loro degnissimi e carissimi Vescovi: Mons. Bolognini di Cremona, e Mons. Benedetti di Lodi. Ogni Nostro miglior voto è per loro, e una speciale benedizione lo sancirà.
Abbiamo gruppi di altre Diocesi, i nomi delle quali commuovono il Nostro spirito. Come: Trento, Chiavari, Benevento, Albano, Padova, Vicenza. A tutte il più cordiale saluto in nostro Signore. Ma andiamo con ordine.
Un gruppo che non possiamo lasciare senza una particolare menzione è quello delle Donne di Azione Cattolica della Diocesi di Brescia, la Nostra patria naturale e spirituale d’origine. Conosciamo lo spirito che anima questo gruppo di Donne piissime e fedelissime; e ne diremo anche la ragione: Nostra Madre appartenne a questa Unione di Donne Cattoliche, e vi dedicò, nell’ultimo periodo della sua vita, le cure più assidue, con molta Nostra edificazione e, vogliamo credere, con buon profitto dell’Unione stessa, la quale sembra darne prova anche con questo Pellegrinaggio. A queste Figlie in Cristo carissime, ed a tutte le loro socie di fede e di cattolica attività il Nostro plauso cordiale e la Nostra Benedizione.
Diletti Figli e Figlie!
Eccoci a celebrare insieme il primo maggio, la festa del lavoro. È una festa nuova, che ha trovato posto nel calendario religioso in questi ultimi tempi; ed è chiaro che la Chiesa, introducendola nella serie delle sue sacre celebrazioni, manifesta un’intenzione redentrice, quasi un desiderio di ricupero, e certamente uno scopo santificatore. S’era prodotto un distacco in questi ultimi secoli fra la psicologia del lavoro e quella religiosa, un distacco che ha avuto grandi ripercussioni sociali, e che ancora tiene lontane dalla fede tante folle di uomini e di donne, che fanno del lavoro non solo la loro professione, ma altresì la loro qualifica spirituale, l’espressione della loro suprema concezione della vita, in opposizione a quella cristiana. È questo uno dei più grandi malintesi della società moderna, e che tutti oramai dovrebbero sapere risolvere da sé, non solo a lode della verità, ma a tutto vantaggio altresì del lavoro stesso e dei lavoratori, che della fatica e dell’attività produttiva portano nella loro vita l’impronta distintiva.
Infatti, per ciò che riguarda il lavoro, il pensiero cristiano, e per esso la Chiesa, lo considera come espressione delle facoltà umane, e non soltanto di quelle fisiche, ma altresì di quelle spirituali, che imprimono nell’opera manuale il segno della personalità umana, e perciò il suo progresso, la sua perfezione, e alla fine la sua utilità economica e sociale. Il lavoro è l’esplicazione normale delle facoltà umane, fisiche, morali, spirituali! e riveste perciò la dignità, il talento, il genio perfettivo e produttivo dell’uomo. Ne esplica la sua fondamentale pedagogia, ne segna la statura del suo sviluppo. Obbedisce al disegno primigenio di Dio creatore, che volle l’uomo esploratore, conquistatore, dominatore della terra, dei suoi tesori, delle sue energie, dei suoi secreti. Non è perciò il lavoro, di per sé, un castigo, una decadenza, un giogo di schiavo, come lo consideravano gli antichi, anche i migliori; ma è l’espressione del naturale bisogno dell’uomo di esercitare le sue forze e di misurarle con le difficoltà delle cose, per ridurle al suo servizio; è l’esplicazione libera e cosciente delle facoltà umane, delle mani dell’uomo guidate dalla sua intelligenza. È nobile perciò il lavoro, e, come ogni onesta attività umana, è sacro.
Qui, fra le tante, due interrogazioni fermano il facile corso di questi pensieri. E cioè: che cosa dobbiamo dire del lavoro quando esso è pesante, oppressivo, inetto a raggiungere il suo primo risultato, il pane, la sufficienza economica per la vita? quando serve ad accrescere l’altrui ricchezza con lo stento e la miseria propria? quando si manifesta indice, e quasi suggello d’insuperabili e intollerabili sperequazioni economiche e sociali? La risposta teorica è facile, anche se nella pratica è spesso assai difficile; ma è risposta forte della sofferenza umana, una forza alla fine vittoriosa: bisogna rivendicare al lavoro condizioni migliori, progressivamente migliori; bisogna assicurare al lavoro una sua giustizia, che cambi al lavoro il suo volto dolorante e umiliato, e gli renda un volto veramente umano, forte, libero, lieto, irradiato dalla conquista dei beni non solo economici, sufficienti ad una vita degna e sana, ma altresì dei beni superiori della cultura, del ristoro, della legittima gioia di vivere e della speranza cristiana.
Molto è già stato fatto in questo senso, ma altro resta ancora da fare. Le grandi encicliche pontificie hanno alzato voce alta e grave a tale riguardo; e così quella dei Pastori e dei Maestri e degli Esponenti del Laicato cattolico. Noi oggi ricordiamo queste magistrali parole, come quelle in cui risuona l’eco dei nostri testi liturgici. La Chiesa così onora il lavoro, e cammina anch’essa, non certo alla retroguardia, sulla via maestra della civiltà del vostro tempo.
L’altra questione, che sorge spontanea parlando del lavoro, è quella relativa alla nuova forma, che ha assunto il lavoro moderno, la forma industriale, quella delle macchine, quella della produzione massiccia, quella che ha trasformato la nostra società, marcando la distinzione e l’opposizione delle classi sociali. Che cosa diremo? si è tanto detto, scritto, operato su questo tema, che non vorremmo apparire semplicisti nelle Nostre risposte. Ma voi conoscete l’elementare semplicità di questo Nostro colloquio. La prima risposta è questa: la Chiesa ammira e incoraggia questa potente espressione del lavoro moderno: perché mira a moltiplicare i beni economici in modo che tutti ne possano, in sufficiente misura, godere; e perché, potenziato dalla macchina, il lavoro è diventato meno gravoso sulle spalle dell’uomo (cfr. Danusso). Potremmo anche dire: perché, organizzato com’è, il lavoro moderno produce nuovi rapporti sociali, nuova solidarietà, nuova amicizia fra chi vi attende, fra i lavoratori specialmente; e ciò è un bene, se davvero la solidarietà dell’amore li unisce e conferisce alla società un tessuto di rapporti umani più compatti e più coscienti, cioè li associa nella confluenza dapprima delle categorie proprie alle indispensabili divisioni funzionali del lavoro compresso e organizzato da compiere, e poi della tutela dei comuni interessi; ma insieme li forma alla concezione organica della società, che non deve risultare dall’urto di contrastanti e irriducibili avidità, ma dall’armonia dialettica della collaborazione ad un ordine giusto per tutti e della partecipazione ad un bene comune razionalmente distribuito. Speranza questa ancora in gran parte, ma anche realtà, che va maturandosi là dove la visione cristiana della società e il concetto sacro della persona umana, quale soltanto il Vangelo può alla fine definire e difendere, guadagnano la mentalità del moderno progresso.
1968 Omelie di Paolo VI - Giovedì Santo, 11 aprile 1968