
1968 Omelie di Paolo VI - OCCORRE PERVENIRE AD UN ORDINE GIUSTO PER TUTTI E ALLA VISIONE CRISTIANA DELLA SOCIETÀ
Quante cose avremmo ancora da dire! ma questa risulta quasi da sé: la religione sta alla radice e sta al vertice del processo che fa grandeggiare sia il concetto, che la realtà del lavoro. Essa ha una sua dottrina anche per l’aspetto di fatica e di pena, che il lavoro non perde mai, e ricordandone l’infelice origine (cfr. Gen. 3, 19), ne rammenta il felice e sublime epilogo, il suo valore redentivo (cfr. Matt. 5, 6); e quasi l’insegnamento non bastasse a persuaderci dell’onore e dell’amore che al lavoro umano noi dobbiamo, essa, la nostra religione, un esempio e un protettore oggi ci offre, l’umile e grande San Giuseppe, maestro d’opera a quel Cristo dalle cui mani divine l’opera della creazione e della redenzione sortì. Veneriamo Giuseppe, il fabbro di Nazareth; e nel suo nome salutiamo e benediciamo oggi tutti i Lavoratori.
E siccome, in un modo o in un altro, tali siete voi tutti, di cuore tutti vi benediciamo.
Prima di concedere alcuni istanti ai saluti da scambiare, il Santo Padre afferma che occorre concentrare la nostra attenzione, in devoto raccoglimento, sulla parola del Vangelo, su ciò che il Signore ci propone da meditare, attraverso il ministero della Chiesa, cercando di raccogliere qualche cosa delle sante, profonde e stupende espressioni che la lettura del Libro sacro oggi ci offre.
Come sapete - spiega Sua Santità - il brano testé letto appartiene agli ampi discorsi, alle aperture d’animo, alle confidenze supreme che Nostro Signore Gesù Cristo, nella notte ultima della sua vita mortale e prima di essere abbandonato alla dolorosissima Passione, volle lasciare quasi testamento spirituale ai suoi discepoli, rimasti in undici dopo la partenza, dal Cenacolo, di Giuda il traditore.
Gesù lascia dunque che il suo Cuore si dischiuda a prodigiose rivelazioni, dettate da un mirabile pensiero conduttore nel Sermone dopo la Cena.
Anzitutto la realtà: il Signore lascia i suoi. Come li lascia? Soli, orfani, poveri e senza più alcuna comunicazione con Lui? Egli non sarà più presente in mezzo a loro? Non parlerà più; non avrà ulteriore influsso sulle loro anime?
Ebbene, il Divino Maestro rivela una nuova maniera di comunicare con i suoi eletti; anzi, un nuovo mistero della divina presenza fra gli uomini. Annuncia l’invio del Paraclito, cioè dell’Assistente, del Consolatore, dell’Avvocato: lo Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità. Lo Spirito Santo sarà mandato dal Padre e dal Figlio - come ricanteremo tra breve nel Credo: Qui ex Patre Filioque procedit - e sarà inviato da Gesù per mantenere nei discepoli non solo il ricordo, ma la presenza, l’azione, la grazia sua, la nuova vita che Egli infonderà in coloro che gli sono fedeli e saranno i suoi apostoli; e, dopo di loro, all’immensa schiera dell’umanità credente e per tutti i secoli che seguiranno a quell’altissimo avvenimento.
Noi stessi siamo i destinatari della promessa del Signore. Essa ci ripete: vi manderò lo Spirito, il Consolatore; e lo Spirito Santo renderà testimonianza di Me; - si noti bene questa parola - e quindi voi, a vostra volta, renderete tale testimonianza agli altri.
Proprio su questo punto basilare il Santo Padre desidera intrattenere brevemente il suo uditorio, giacché, esattamente su quella promessa si fonda l’economia, l’ordine, che Iddio ha decretato per la religione e per la società da lui istituita.
Che vuol dire testimonianza? Significa la trasmissione di una verità in chi, ricevendola, non può direttamente esaminarla e conoscerla. La deve accogliere sulla parola, cioè per fiducia. Siamo, così, all’insegnamento sacrosanto del catechismo: bisogna credere. La nostra vita religiosa è stabilita sulla fede, cioè sull’accettazione di una testimonianza.
La stessa parola ha, poi, oltreché diversi significati, molte applicazioni. Il Signore, nel tratto del Vangelo che abbiamo letto, ne prospetta due principali. La prima è quella interiore, che i discepoli i seguaci, i fedeli di Gesù, cioè, - e tra essi, per divina -elezione, noi siamo - possono ricevere in una maniera imponderabile ma reale e, sotto certi aspetti, tangibile, nel proprio intimo. Siffatta prima testimonianza ci dice: guarda che Cristo era ed è veramente l'Inviato da Dio: è il Figlio di Dio. Abbiamo dunque la certezza di poterci fidare di Cristo, del suo Vangelo, delle sue opere, dei suoi precetti e di tutto quanto scaturisce dalla sua apparizione nel mondo.
Questa certezza interiore potremmo forse darcela da noi, ad esempio studiando bene il Vangelo, la religione, il catechismo; oppure ascoltando conferenze e lezioni, come fanno tanti studiosi e docenti per le discipline umane? No, di certo. Pur conoscendo mille cose su Gesù, la sua vita, la sua apparizione nella storia, i tanti episodi ad essa inerenti, le varie circostanze del suo passaggio sulla terra, rinomati luminari della scienza hanno scritto opere voluminose, e tuttavia sono rimasti increduli, ciechi, sordi ed inerti davanti a questa apparizione straordinaria, unica e - lo dicono anch’essi - superiore a tutte le manifestazioni umane. Quale la ragione di tale fenomeno negativo? Essi non posseggono quella adesione vitale che noi chiamiamo la fede e che porta, nientemeno, dentro il nostro spirito Gesù medesimo: «. . . Christum habitare per fidem in cordibus vestris» (Ep 3,17), come scrive San Paolo: Cristo abita, mediante la fede, nei nostri cuori.
È, dunque, necessaria questa testimonianza dello Spirito: la grazia della fede. Bisogna che il Signore immetta nelle nostre anime luce nuova, capacità di pensiero, disposizione di animo, certezza ineffabile, gioia di accettare la sua parola e il suo messaggio, in modo da renderci sicuri, beati, completamente suoi, fino ad anticiparci, in qualche maniera, il possesso che, un giorno, avremo di Lui; l’incontro, che sarà allora visibile e pieno, con Dio, nei rapporti vitali e sublimi che a Lui ci uniscono. Intanto però - è bene ripeterlo - la grazia del Signore deve sempre alimentare in noi la letizia autentica della fede: beati quelli che avranno creduto!
Oltre alla prima, esiste una seconda testimonianza, non eguale, ma analogica, diciamo: la trasmissione, da parte nostra, agli altri della verità di fede che il Signore ci ha, per sua grazia e bontà, largita. Tale comunicazione, che si attua in varie forme, quali l’apostolato, la missione, con inesauribili attività, della Chiesa, è definita da Gesù, anch’essa, testimonianza, che noi renderemo al di fuori di noi, in vantaggio del prossimo. Se la prima è interna, questa seconda testimonianza è sociale. Dobbiamo propagarla tra tutti i nostri fratelli, nel mondo che ci circonda, fra quanti aspettano conforto dalla nostra parola, recandola specialmente a coloro che ci stanno a guardare, chiedendo se sappiamo diffondere la verità e se riusciamo a viverla.
Prospettate così le due diverse e conseguenti testimonianze, sorge per noi una domanda: come faremo per conseguirle ed attuarle; come ottenere questo dono, posto al di sopra di tutti gli strumenti della scienza, dello studio e di ogni ricerca intellettuale? Come possiamo acquisire dal Cielo questa luce che aumenta il nostro potere comprensivo e ci dà la certezza di credere senza avere gli argomenti palesi, visibili e tangibili della nostra ordinaria conoscenza naturale?
Il Signore ci viene incontro con la sua promessa: Io vi manderò lo Spirito, il Consolatore, Colui che vi parla nell’intimo dell’essere. Io vi manderò lo Spirito Santo. Si tratta, è ovvio, d’un mistero insondabile. Ci basterà sapere ch’esso esiste ed opera in salvezza e in santificazione.
Figliuoli carissimi - dichiara con ardente zelo il Santo Padre - sicuramente voi possedete tanto tesoro. Se Noi vi chiedessimo: credete in Gesù Cristo?, siamo sicuri che tutti risponderete ad una voce: sì. Orbene, chi rende possibile tale affermazione, chi vi dà forza interiore per aderire alla verità che, or sono venti secoli, è stata annunciata al mondo e che noi accettiamo oggi come se fosse presentata nel nostro tempo e nelle circostanze della vita odierna? È il soffio, il sospiro, l’alito di Dio: esso viene a respirare dentro di noi. È lo, Spirito Santo a confortarci, a illuminarci con una chiarezza che non è temeraria, né ci lascia nel dubbio e quasi nel rischio di poggiare la nostra personalità sopra elementi non stabili o insufficienti. No. È, invece, una certezza che ci rende tranquilli, gioiosi, sicuri. Credo in Te, o Signore!; aggiungendo con Pietro, sul cui Sepolcro glorioso ci troviamo: Tu solo, o Signore, hai parole di vita eterna. Io credo che Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo!
Sentiamo vivissima in noi tale fede, possiamo quindi comunicarla.
Come pratica conseguenza, di fronte ad una realtà essenziale per noi, che cosa, in pratica, dobbiamo compiere? Anzitutto essere devoti dello Spirito Santo; essere meno indegni di riceverlo, quando e dove la sua luce, la sua parola arcana, interiore, dolce, persuasiva può farsi presente. Perciò la nostra anima deve essere ricettiva, aperta.
Prendiamo un paragone dal mondo profano. Nella sviluppata tecnica moderna, siamo circondati da miriadi di voci delle stazioni radio, che emettono i loro programmi e li fanno circolare intorno a noi. Chi riesce a prendere, ad ascoltare quello esatto e voluto? Senza dubbio colui che possiede il mezzo adeguato e lo pone nella fase corrispondente alla preferita, tra le voci disparate, spesso opposte, che egli deve ascoltare.
Analogamente dobbiamo agire nei riguardi della nostra anima: dobbiamo disporla sull’onda giusta per un perfetto ascolto dello Spirito Santo. Dobbiamo essere adatti e preparati a raccogliere la voce di Dio, che vuole parlare dentro di noi. Prima condizione per ottenere ciò è il conservare l’anima pura, sempre pronta a capire il divino eloquio. Un bravissimo professore di università - il Santo Padre aggiunge questo ricordo - così ammoniva un giovane che iniziava gli studi superiori: Bada, figliuolo, di essere in ogni momento puro, attento, buono. Giacché se un giorno il Signore ti volesse chiamare e parlare, se volesse entrare in comunicazione con te, non accada che, in quell’ora, tu ti trovi nell’impossibilità di apprendere e di far tua la voce del Divino Maestro che batte alla porta del tuo cuore.
È ovvio che, se saremo onesti, puri, fedeli, il Signore si farà sentire, non fosse altro che col darci la gratuita fortuna, di cui non apprezzeremo mai abbastanza il valore, di professare la fede, di possedere il mondo celeste, a noi dato mediante la comunicazione della parola di Cristo, divenuta in noi persuasiva, vibrante, conquistatrice.
Siamo devoti dello Spirito Santo! In questi giorni si svolge la novena che ci prepara alla sua festa, la solennità della Pentecoste. Cerchiamo di disporre le nostre anime perché siano davvero meno indegne di accogliere la voce del Signore.
E ai carissimi sofferenti - aggiunge Paolo VI -, a quanti assistono i diletti ammalati, ed agli altri ascoltatori Egli riconferma: fra tutte le esperienze che la vita umana può avere, la più bella, la più gioiosa, la più ricca di promesse e consolazione è proprio quella di possedere lo Spirito di Dio, la sua Grazia, l’infusione della sua energia vitale, la quale non si spegnerà col nostro declino mortale, ma ci garantisce sin d’ora il possesso eterno, e, nel fulgore di piena luce, la realtà e la gloria di Dio.
Essere devoti dello Spirito Santo; apprendere la sua testimonianza per divenire capaci di trasmetterla, come ci è insegnato, anche agli altri fratelli: ecco l’invito finale del Padre delle anime a ricordo d’un eletto incontro spirituale; mentre Egli implora da Dio di volerlo rendere per tutti pieno di consolazioni e di indistruttibile vigore.
Riserviamo il Nostro primo saluto, fra i componenti di questa grande e varia assemblea convenuta intorno all’altare di San Pietro, alla numerosa e commovente schiera dei «Volontari della Sofferenza», a questa tanto singolare e mirabile associazione di fedeli segnati dal dolore e contrassegnati dall’amore. Vi salutiamo, figli carissimi, infermi e pazienti che Ci circondate e che Ci rappresentate i tanti vostri colleghi materialmente assenti, ma spiritualmente presenti a questo singolare e spirituale raduno; vi salutiamo con la considerazione, con la predilezione, con la compassione che le vostre pene meritano da parte Nostra, ministri come siamo e rappresentanti di quel Gesù, a cui fu misterioso destino e gloria incomparabile essere chiamato «l’uomo dei dolori ed esperto nella sofferenza» (Is 53,3); vi salutiamo ad uno ad uno, rammaricati di non poterci appressare a ciascuno di voi, a causa del vostro numero e della misura -del tempo a Noi concessa per questo incontro, ma tanto fortunati di avervi e di sentirvi a Noi vicini, di pregare con voi, di consolarvi per quanto Ci è possibile, di benedirvi tutti con pienezza di cuore. Cari, cari Nostri malati, doppiamente fratelli per la carità che a tutti dobbiamo e per il titolo particolare che obbliga il Nostro spirituale ufficio a considerarvi più degli altri partecipi del mistero della Croce e della Redenzione; cari Nostri figli, a cui il dolore conferisce una dignità che vi merita la preferenza della Nostra carità, della Nostra affezione, della Nostra comunione; cari tesori della santa Chiesa, che voi beneficiate con il vostro esempio di pazienza e di pietà, che voi consolate con il dono delle vostre sofferenze, che voi edificate con la vostra unione a Cristo crocifisso; cari pellegrini nel duro cammino verso il Cielo, non con passo più lento e più stanco, quale farebbe supporre il vostro stato d’infermità fisica, ma con passo più spedito ed esemplare sul sentiero erto ed aspro, che al cielo conduce. Siate tutti da Noi salutati, nel nome del Signore e come da Lui da Noi benedetti.
Noi vi dovremmo un lungo ed originale discorso: quello che una penetrante riflessione della vita cristiana suggerisce alla considerazione del dolore umano, specialmente se questo dolore, come il vostro, non è più respinto come un assurdo nemico della nostra vita, ma stranamente, eroicamente accolto come un fattore di perfezionamento morale e come un valore di mistico significato. Per il fatto che vi intitolate «Volontari della sofferenza», voi questo discorso non solo già conoscete, ma vivete; e siamo così dispensati dal dirvi quanto sul tema che voi offrite alla considerazione di quanti vi incontrano e vi assistono, sarebbe, se non facile dire, doveroso almeno ricordare. «Volontari della sofferenza»! Questa è espressione sovrabbondante di significati! Pare a Noi che essa concluda una lunga e non a tutti ovvia meditazione sul valore positivo del dolore cristiano. Dobbiamo Noi ricordarvi la parentela che il dolore cristiano stringe fra il paziente e l’Agnello di Dio, Gesù Cristo, che proprio mediante il dolore, e quale dolore quello della sua Passione, «ha cancellato il peccato del mondo» (Io. 1, 29) e che associa il paziente stesso a quel misterioso complemento, che, come dice l’apostolo, «manca alle sofferenze di Cristo» (cfr. Col. Col 1,24)? Voi certo avrete percorso questo cammino della Croce più e più volte (ne abbiamo udito Noi stessi i canti del vostro pio esercizio compiuto ieri sera sulla Piazza San Pietro); e sapete quali siano le profondità di questa assimilazione a Cristo mediante l’accettazione e la sublimazione della sofferenza. E nulla diciamo della ricchezza ascetica ch’essa nasconde e svela alle anime valorose, che ne fanno esercizio di forza morale, di padronanza di sé, di espiazione delle proprie colpe. Nulla della bellezza che un’anima disposata a Cristo nel connubio della sua Passione può acquistare mediante l’ardenza e la trasparenza dell’amore provato dal fuoco del dolore forte e silenzioso; nulla della sapienza riservata a chi soffre sapendo ciò che l’umana saggezza assai difficilmente percepisce, non essere inutile la sofferenza e non essere degradato, ma esaltato uno stato di vita immolato al sacrificio e all’oblazione di sé ai segreti, dolorosi, ma sempre buoni e fecondi disegni della divina volontà.
Voi le conoscete, figli carissimi, Volontari della sofferenza, queste umili, ma luminose verità; a Noi non resta che esortarvi a perseverare nel vostro esercizio di pazienza e di oblazione, e a fare dei vostri cuori doloranti, fisicamente e moralmente, dei silenziosi santuari di orazione e di bontà.
E tanto è il valore che Noi dobbiamo riconoscere a codeste condizioni di fisica infermità, trasformata in spirituale efficienza, che pensiamo Noi stessi di profittarne, chiedendo a voi, figli e figlie del dolore cristiano, di fare Noi stessi partecipi dei vostri meriti, affinché il Signore Ci renda meno indegni di quanto siamo del servizio ch’Egli Ci ha affidato, ed affinché i grandi bisogni della Chiesa e del mondo, i quali formano oggetto delle Nostre continue ed imploranti intenzioni, abbiano ad essere presenti parimente nelle vostre intenzioni ed ottengano il prodigioso suffragio della orante oblazione dei vostri santificati dolori. Voi potete ben pensare quanto pesino sul Nostro cuore le agitazioni, le lotte, le guerre, le competizioni, gli odi, che ora turbano la pace del mondo e sembrano renderla oggi più difficile e quasi non sinceramente desiderata. Pregate, Volontari della sofferenza, per la pace, per la vera pace, nella sincerità, nella giustizia, nella libertà e nella fratellanza.
Voi forse potete ciò che i potenti ed i saggi del mondo non riescono a conseguire. E poi per la Chiesa offrite al Signore le vostre pene : mentre tante energie nuove e buone la risvegliano e la ringiovaniscono, troppe inquietudini la scuotono e la turbano, perché il Nostro cuore non sia talvolta profondamente afflitto e attenda dal Signore ciò che tanti figli della Chiesa sembrano rifiutare a questa «Madre e Maestra» della nostra salvezza, vogliamo dire il senso dell’adesione alla verità, ch’ella ci custodisce e c’insegna, e la filiale gioia di seguirne i suoi precetti ed i suoi consigli: la fede e l’obbedienza hanno bisogno d’una reviviscenza in tanti figli della santa Chiesa, mentre essi sembrano talvolta farsi ingegnosi per ferire l’una e l’altra, dimenticando quali sacrosanti e vitali impegni ad essa ci leghino e quali esempi attendano i Fratelli cristiani da noi divisi per riaccostarsi fidenti alla gaudiosa ed unica comunione voluta da Cristo.
Volontari della sofferenza, ecco che Noi allarghiamo gli orizzonti della vostra visuale di generosità; non rifiutateci il vostro prezioso dono di preghiera e di sacrificio; Noi ne faremo tesoro davanti al Signore; e siamo sicuri che voi, voi stessi per primi, ne avrete merito e ricompensa. Possa la Nostra Benedizione Apostolica esserne pegno sicuro.
Un pensiero speciale vada a quanti promuovono ed assistono codesta provvida iniziativa, intesa a mettere in valore cristiano la sofferenza ed a tessere vincoli di unione organizzativa e spirituale ai Nostri malati; una menzione dobbiamo avere per lo zelante Nostro Mons. Luigi Novarese.
Speciale saluto di fede ai pellegrinaggi di Salerno e Benevento
Poi dobbiamo salutare altri cospicui Pellegrinaggi presenti. A tutti dovremmo rivolgere particolari sermoni. Alcuni gruppi non possono essere taciuti, anche se dobbiamo privarci del piacere di più lunga conversazione.
Come non salutare i quattromila Pellegrini di Salerno, la storica e gloriosa Arcidiocesi che tanti ricordi del passato e tante considerazioni sul presente sveglia nel Nostro spirito? Porgiamo almeno uno speciale e riverente saluto al degno Presule dell’Arcidiocesi, Mons. Demetrio Moscato, da Noi tanto venerato e da lungo tempo conosciuto nello zelo delle sue opere e nella bontà del suo spirito. Salerno Ci ricorda il tesoro ch’esso custodisce, secondo la tradizione: le reliquie dell’Evangelista San Matteo (tanto nomini nullum par elogium!), e quelle del celebre e santo Papa Ildebrando, San Gregorio VII, di cui ieri la Chiesa ha celebrato la festa, e che a Salerno morì, nel 1085, esule e oppresso dal dolore, esclamando le famose parole, a lui attribuite: «Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exilio»: si direbbero parole d’un vinto; e aveva invece vinto la lotta per la libertà della Chiesa e per, il risveglio del suo costume. A Salerno il venerato Cardinale Schuster, già sofferente, compi, nel luglio del 1954, il suo ultimo viaggio, poco prima della sua santa morte.
Anche Salerno è erede e custode di grandi tradizioni storiche e religiose; Noi accogliendo il Pellegrinaggio Salernitano, che viene a professare la sua fede sulla tomba di San Pietro, non abbiamo migliore voto da esprimere alla gloriosa comunità diocesana ch’essa sappia non solo conservare il suo patrimonio di memorie cristiane, ma che le sappia fare rivivere in nuove e gloriose testimonianze di fede cattolica nelle nuove generazioni. Al venerato Arcivescovo, al nuovo Ausiliare Mons. Guerrino Grimaldi, alle Autorità civili, a tutti i Pellegrini ed all’intera Arcidiocesi il Nostro augurale saluto e la Nostra cordiale Benedizione.
E poi abbiamo Benevento!
Salute al suo Arcivescovo ed al suo Clero! Salute a tutti i tremila Pellegrini Beneventani. Anche la vostra presenza, cari figli di Benevento, tenta la Nostra memoria a celebrare la vostra storia, da quando «Male ventum» era il nome della vostra città cambiato, dopo la vittoria di Curio Dentato su Pirro, in quello, che poi rimase, perenne e buono auspicio di Benevento. Roma, Bisanzio, i Longobardi, i Normanni si contendono la vostra storia e quanto agitata e complessa. Poi quale lunga storia legata al Pontificato Romano! Non per nulla voi ricordate l’elogio di Paolo Diacono, che dice la Chiesa Beneventana «Provinciarum caput ditissima»! Il vostro Arco di Traiano, la famosa «porta aurea» e il monumento a Papa Benedetto XIII Orsini alla Chiesa della Minerva in Roma (1730) dicono quale immenso arco di storia si descrive sulla vostra Città. Ed anche a voi ricorderemo il dovere che deriva dalla storia, e che lo spirito rivoluzionario dei tempi moderni ci fa spesso dimenticare, quello di conoscere e conservare, come prezioso tesoro culturale e spirituale, il patrimonio della vostra storia e di renderlo vivo e fecondo per i tempi moderni, in coerenza di spirito e di sviluppo specialmente sul tronco d’una tradizione che non muore, quella della fede cattolica. Siete venuti a Roma per professare la fede, e siete venuti per rifornirvi di nuova fede: sappiate viverla! e non crediate ch’essa possa intralciare i nuovi sviluppi che l’età moderna promette; sappiate essere moderni ed ancorati nei valori eterni della vita cristiana. A tanto vi esorta la Nostra fiducia e la Nostra Benedizione.
Delegazioni di Como Gorizia Milano e Brescia
Dovremmo infine salutare Como, salutare Gorizia con i suoi Lavoratori Italiani e Sloveni. Care, gloriose Città, se il tempo Ci vieta di prolungare il Nostro discorso, sappiate che la vostra presenza Ci riempie di gaudio e di auguri, per voi qui presenti e- per quanti rappresentate ed amate. A Como, a Noi dilettissima come diocesi suffraganea della Nostra Milano, a Gorizia, la gloriosa città ch’è nel cuore di tutti gli Italiani, il Nostro speciale e benedicente saluto.
Ai Nostri Fratelli nel sacerdozio di Cristo!
Ai Nostri Figli della santa Chiesa cattolica!
E’ venuta l’ora delle Missioni!
Ogni anno, da qualche tempo, si celebra in tutto il mondo cattolico la «Giornata delle Missioni»; quest’anno essa è fissata al 20 di ottobre.
Essa vuole essere un’occasione per riaccendere nel cuore d’ogni fedele la coscienza della vocazione missionaria, propria di tutta la Chiesa; essa è stata fondata per essere missionaria. Si chiama cattolica la Chiesa di Cristo: cioè universale. Essa è chiamata a diventare di fatto, nella storia, nelle file dell’umanità, ciò che è di diritto, ciò che è di dovere: la testimonianza di Cristo per tutti, il mezzo di salvezza per tutti, Ia società mistica e umana aperta a tutti. Non per dominare, non per sostituirsi, o per sovrapporsi alla Città terrena; ma per penetrare negli spiriti con la sua luce di verità, con il suo fermento di libertà, con il suo stimolo alla operosità nella giustizia e nella fraternità; per dare al mondo la sua unità religiosa, nell’armonia delle sue naturali e rispettabili differenziazioni etniche, culturali, politiche. È cattolica per istituzione, deve essere cattolica nella realtà. Questo disegno divino che la Chiesa porta con sé, anzi in sé, in questi ultimi tempi si è svegliato; la Chiesa ne ha preso maggiore consapevolezza. A mano a mano che le vie del mondo hanno offerto comunicazioni nuove fra i popoli, la Chiesa ha sentito in se stessa l’«urgenza della carità» di percorrerle; anzi, molto spesso, di precorrerle; si è sentita, di natura sua, missionaria. Il grido di San Paolo: «Guai a me se non predicassi il Vangelo» (1 Cor. 1Co 9,16) è risuonato nel cuore della Chiesa, ed ha suscitato in lei, con la memoria, la spinta della sua primigenia vocazione. La storia delle Missioni di questi ultimi secoli lo dimostra, come un’epoca piena di rischio, di avventura, di eroismo, di martirio. L’impresa missionaria è, per così dire, scoppiata, sfidando difficoltà sovrumane, mettendo in campo mezzi rudimentali e uomini folli di coraggio e d’amore. La fede è diventata ciò che deve essere: dinamica, incontenibile, perfino temeraria. La gioia di diffondere il Vangelo ha ripagato ogni sforzo, ogni sacrificio. Poi è venuto il Concilio, a precisare i principi teologici d’un tale fenomeno e ad incalzare il Popolo di Dio perché ritrovasse la sua nativa obbligazione espansiva, e a dare criteri, norme, esortazioni per proseguire con maggiore vigore e migliore sistema la grande opera della evangelizzazione delle genti, a cui la Chiesa non ha ancora messo radici profonde e di autonoma vitalità.
Fratelli e Figli! Questo quadro, che raffigura un aspetto meraviglioso e, per certi segni, ‘miracoloso della vita presente della nostra santa Chiesa, merita d’essere osservato e meditato con tutto il nostro interesse. Chi fosse distratto o indifferente davanti a questa epifania della santa Chiesa dovrebbe dubitare della propria fedeltà a Cristo e al proprio battesimo. Le Missioni sono nostre, di ciascuno di noi, di ciascuna comunità di credenti: lontane nello spazio, devono essere vicine nel cuore. Se comprendiamo il valore morale ch’esse costituiscono per la solidarietà della fede e della carità, la «Giornata delle Missioni» dev’essere un momento d’attenzione concentrata ed operante per ognuno di noi. Per questo Noi vi rivolgiamo questo messaggio.
Vorremmo parlarvi delle difficoltà che oggi, per lo sviluppo stesso del mondo, esse, le Missioni, stanno incontrando, e dei nuovi metodi, di cui dovranno servirsi per conservare le posizioni raggiunte e per sviluppare, a Dio piacendo, il loro incremento.
Ma sembra a Noi doveroso presentare ora alla vostra considerazione un altro aspetto della questione missionaria, quello già notissimo, ma sempre presente e ricorrente, quello dei «mezzi». Le Missioni hanno tuttora, e più che mai, bisogno di mezzi: di vocazioni e di offerte. Ora vi parliamo delle offerte. Lo faremmo con istintiva timidezza e quasi con disagio, se la necessità non Ce lo imponesse, e se il Concilio non Ci ammonisse di non arrossire a tendere umilmente la mano e a farci quasi mendicanti per Cristo e per la salvezza delle anime (cfr. Ad gentes, AGD 39).
Le necessità dei territori di missione sono immense, da qualsiasi lato esse vengano considerate. Occorrono scuole, ospedali, chiese, oratori, lebbrosari, seminari, centri di formazione e di riposo, viaggi da non finire. Quello che ‘maggiormente pesa non è solo la costruzione degli edifici, ma il loro funzionamento, il quale comporta ogni anno dispendio di somme elevate per la conservazione degli impianti, per il mantenimento del personale e per l’apparato assistenziale. i paesi di missione possono offrire ben poco per tale scopo: si tratta generalmente di regioni in via di sviluppo, talvolta poverissime. Tutto grava sull’amministrazione della Diocesi, i cui redditi sono minimi: pochissimi benefattori sul posto, e rari altrove. Si tratta spesso di beneficenza incerta, casuale, affidata al buon cuore ed alle possibilità di donatori occasionali.
Ora, Fratelli e Figli, ascoltateCi. Noi dobbiamo perorare la causa, in modo speciale, delle Pontificie Opere Missionarie. Non è l’interesse particolare per queste istituzioni che Ci spinge ad anteporre davanti alla vostra carità tali Pontificie Opere Missionarie ad altre, pur meritevolissime, iniziative; è l’indispensabile ordinamento della efficienza missionaria e l’equità distribuitiva degli aiuti destinati all’evangelizzazione del mondo che Ci impongono questa preferenza. Del resto il Concilio la afferma: si devono promuovere «specialmente le Pontificie Opere Missionarie» (Ad Gentes, AGD 38).
Le Pontificie Opere Missionarie della Propagazione della Fede, di San Pietro Apostolo e della Santa Infanzia hanno lo scopo di interessare il Popolo di Dio alla fondazione della Chiesa tra le genti ed i gruppi che ancora non credono in Cristo, mediante l’apporto di aiuti spirituali e materiali.
Tale sistema di cooperazione all’attività missionaria della Chiesa abbraccia tutti i suoi componenti, dal Papa che ora vi parla fino all’ultimo dei fedeli.
L’unico affidamento sicuro i Vescovi, i Missionari, le Missionarie ed i Sacerdoti locali lo trovano negli aiuti delle Pontificie Opere Missionarie, le quali ogni anno dividono tra le ottocento e più circoscrizioni missionarie i fondi raccolti nel mondo intero.
È una divisione difficile minuziosa, delicata, studiata da uffici e da organi collegiali, ma necessaria per il suo valore saggio e pratico di contribuzione al pane quotidiano dei missionari. Sotto questo punto di vista le Opere rendono un prezioso servizio: assicurano una equa ripartizione delle offerte e impediscono che vi siano diocesi missionarie con aiuti preferenziali ed altre trascurate.
I Vescovi missionari non avrebbero un aiuto annuale per il mantenimento delle loro diocesi e per realizzare i loro progetti senza la Pontificia Opera della Propagazione della Fede; non sarebbe possibile mandare avanti la formazione del clero locale se non ci fossero i soccorsi distribuiti dalla Pontificia Opera di San Pietro Apostolo e non si sarebbe in grado di soccorrere tanti fanciulli soprattutto abbandonati ed ammalati, se non vi fosse la Pontificia Opera della Santa Infanzia.
Ogni Vescovo, ogni Sacerdote, ogni Fedele, anche se compie qualche attività di apostolato missionario, diretto o indiretto in settori personali, deve dare la sua collaborazione anche alle attività generali della Chiesa: cioè alle Opere Pontificie, le quali, mentre sono del Papa, sono di tutto l’Episcopato e di tutto il Popolo di Dio. Esse sono inoltre conformi ai nuovi metodi di programmazione generale, che presiedono allo sviluppo delle grandi imprese moderne. Nel Motu Proprio «Ecclesiae Sanctae» (n. 13, § 2) le Pontificie Opere Missionarie sono strettamente legate alla Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli mediante un coordinamento diretto che le pone in evidenza e in efficienza, in modo che abbiano ad accrescere, con rigorosa economia, i loro servizi, e a stimolare, con il concorso attivo dei membri della diletta Nostra Pontificia Unione Missionaria del Clero, lo spirito missionario dell’intero Popolo di Dio.
Tutti i Vescovi, in quanto membri del corpo episcopale che succede al Collegio Apostolico, sono vivamente interessati al loro incremento. Anzi in sede di Conferenze Episcopali devono, fra l’altro, trattare «del determinato contributo finanziario che ciascuna diocesi, in proporzione al proprio reddito, deve versare annualmente per l’ opera missionaria» (Ad Gentes, AGD 38, S 5).
L’aiuto inoltre dato alle Pontificie Opere Missionarie introduce l’offerente in una scuola d’insegnamento caritativo dalle grandi visioni proprie del cattolicesimo, che non restringono il loro sguardo al bisogno particolare e conosciuto, verso il quale la compiacenza del dono compiuto può essere già una parziale mercede al benefattore (cfr. Matth. Mt 5,46-47), ma lo allargano ad ampiezze sconfinate, a bisogni innumerevoli e dimenticati, a operai del Vangelo che da sé non sanno chiedere e non saprebbero a chi ricorrere: sono le visioni principalmente degli immensi Paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’Oceania, dove la Missione è spesso ancora alla prima difficilissima fase della «plantatio Ecclesiae».
Né vogliamo alla fine tacere che la generosità della Gerarchia e dei fedeli, profusa per questa via alle Nostre Missioni, rientra nell’invito fatto dalla Nostra Enciclica «Populorum progressio», perché assegnata con cognizione di causa, con saggezza rivolta alla sistematica elevazione delle popolazioni assistite dalle Missioni e con quella relativa continuità che consente al piccolo seme di crescere in albero forte e frondoso; concorrere così davvero a quello sviluppo dei Popoli, che deve portarli dalla incipiente vitalità civile e morale all’autosufficienza degna di nazioni libere e moderne. Fratelli e Figli! Non vi sia di tedio questo Nostro discorso; ma sia piuttosto eco delle Nostre ansie per la diffusione del Vangelo; eco della Nostra riconoscenza per quanto avete già fatto a profitto delle Missioni; eco del Nostro incoraggiamento a fare ancora e a fare di più; eco specialmente della solenne parola di Cristo: «Date e vi sarà dato; vi sarà versata in grembo una misura buona, pigiata, scossa e traboccante . . .» (Lc 6,38).
Non Noi vi potremmo ricompensare; ma Cristo, sì; ed è ciò che Noi auspichiamo inviando a tutti i benefattori, ai sostenitori e ai protagonisti delle Missioni la Nostra Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 2 giugno 1968.
1968 Omelie di Paolo VI - OCCORRE PERVENIRE AD UN ORDINE GIUSTO PER TUTTI E ALLA VISIONE CRISTIANA DELLA SOCIETÀ