1970-AUDIENZE - Sabato, 25 aprile 1970




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 29 aprile 1970

Ancora ascoltiamo una fra le domande, che vengono più spesso a Noi, come un sospiro, alle volte come un gemito: che cosa fa la Chiesa? la Chiesa fa molte cose; è in un periodo d’intensa attività. Il Concilio ha risvegliato in lei la coscienza della sua vocazione e quindi quella di nuovi doveri, di nuove riforme, di nuove attività; e il Concilio, noi confidiamo, le ha infuso nuova energia, nuovo impulso dello Spirito Santo. Bisogna dar lode a Dio e riconoscere che la Chiesa si trova oggi in un momento d’intensa vitalità. Senza alcun trionfalismo, la Chiesa studia e ripensa se stessa, la Chiesa insegna e rinnova la sua catechesi e la sua teologia, la Chiesa prega e riforma la sua Liturgia, la Chiesa perfeziona e sviluppa le sue strutture, stringe le sue file, accresce la circolazione interna della sua attività, rivede la sua legge canonica, allarga la sua area missionaria, apre il colloquio con i Fratelli separati, determina e vivifica la sua posizione nel mondo, oggi tanto più bisognoso di lei, quanto più secolarizzato e progredito. Ma vi è un aspetto oggi nella Chiesa ch’è pure più evidente e più sensibile: la Chiesa soffre; la Chiesa resiste, la Chiesa sopporta. Per questo la domanda, dall’accento trepidante, è giustificata: la Chiesa oggi che cosa fa? E nella ansiosa domanda è già espressa la risposta: soffre. Soffre; come del resto dappertutto è in sofferenza la convivenza civile: così progredita com’è, la società civile non è soddisfatta, non è felice; il progresso ha così aumentato i suoi desideri, così rivelato le sue deficienze, così moltiplicato le sue polemiche, così sfrenato i suoi estremismi, così rammollito i suoi costumi, che raramente essa è contenta di sé, raramente fiduciosa nei principii che la governano e nei fini che persegue; è intossicata di angoscia, di retorica, di false speranze, di esasperati radicalismi. Questo disagio collettivo, ch’è forse una febbre di crescenza, si ripercuote anche sulla Chiesa: esso le infonde l’ansia del trasformismo e del conformismo, le diminuisce la fiducia in se stessa, le toglie il gusto della sua interiore unità, la invaghisce di particolarismi contestatori, la illude di novità avulse dalla radice della tradizione, eccetera.


CAUSE ESTERNE ED INTERNE DI VASTO DISAGIO

Ciò che rende caratteristico questo disagio è il fatto che esso, sebbene mimetizzato su quello della società esteriore, trova spesso all’interno della Chiesa le sue cause e i suoi fautori. Sono tesori della Chiesa sovente minacciati o dissipati; sono alcuni suoi figli e maestri e ministri, che spesso la contestano; alcuni abbandonano il posto da loro scelto e a loro assegnato; fenomeni isolati, per fortuna, ma sostenuti dalla pubblicità e qualificati talora come gesti di rinnovamento postconciliare, di liberazione: la tradizione ecclesiale sembra non avere per alcuni più né peso, né senso; l’indispensabile ordinamento canonico, che è l’involucro protettivo dei misteri della rivelazione, della comunità, dei carismi dello Spirito, è qualificato come giuridismo arbitrario, compressivo e repressivo; l’autorità è facilmente avversata e disciolta talora in un eccessivo pluralismo, dove non più la carità unitiva, ma certo istintivo egoismo particolare sembra debba prevalere.

Non diciamo di più. Le cause interne della sofferenza della Chiesa, queste ed altre, sono un po’ a tutti note, oramai. Dovremmo accennare anche alle cause esterne, che in alcune regioni sono tuttora molteplici e gravi; in certi Paesi gravissime; tendono a soffocarla, a sopprimerla. Si sa.

Ciò che ora vogliamo considerare è la sofferenza della Chiesa, da ciò risultante, come una sorte, che, sotto certi aspetti, potremmo dire normale, quasi connaturata alla sua esistenza. Così è. Noi spesso siamo così persuasi che la vita cristiana, promossa dalla Chiesa, è la formula vera, la formula buona, la formula felice sia per i singoli fedeli, sia per la comunità bene compaginata che la fa propria, sia anche per la società temporale che ne risente i benefici che vi può trovare, a livello di libertà e di moralità, una sua fortunata integrazione, che facilmente ci lusinghiamo della possibilità di godere d’una sua acquisita e stabile tranquillità. Noi ci ricordiamo abbastanza che la professione cristiana porta in sé, di natura sua (perché diversa dal mondo e avversa alle sue corruttrici seduzioni, alle sue «pompe», diceva fino a ieri il rituale del battesimo), un dramma, una posizione sfavorevole, un rischio, uno sforzo, un «martirio» (cioè una testimonianza difficile), un sacrificio. Dice il Signore ai suoi seguaci: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi . . .» (Io. 15, 20); «il mondo godrà, voi invece vi rattristerete e piangerete . . .» (Io. 16, 20). Non sono venuto a portare l’ignavia pacifica, ma la spada del coraggio morale, Egli c’insegna (Cfr. Matth Mt 10,34). Egli è «bersaglio di contraddizione» (Lc 2,34). Chi vuol seguirlo deve portare con Lui la sua croce (Mt 10,38). E le croci, che sono inflitte alla Chiesa, dal di dentro della sua comunione e che offendono e straziano questa comunione, non sono meno crude ed esiziali di quelle inferte dal di fuori. Il dolore più acerbo per il cuore d’una madre è quello che le è causato da un figlio.

E sarebbe questa, circa le sofferenze della Chiesa, di ieri e di oggi, una meditazione senza fine. Una sua pagina, bella e consolante, oggi ci basti, anzi ci consoli e ci edifichi; ed è quella scritta in silenziosa pazienza da tante anime umili, coraggiose e fedeli, che accettano e condividono le pene della Chiesa. Non vi è conforto più dolce per il cuore d’una madre che quello forte e delicato offertole dai suoi figli sinceri.


COMUNIONE NELLE AVVERSITÀ

E quanti, quanti figli sinceri confortano la santa Chiesa soffrendo con lei e per lei. Noi lo sappiamo. Noi li conosciamo. Noi li ringraziamo. Noi li incoraggiamo. Grande cosa è nella economia cristiana la comunione nelle avversità.

Vi sono tanti buoni cristiani che provano pena per le difficoltà legalizzate di cui soffrono in certe regioni popolazioni tuttora fedeli alla Chiesa cattolica, e non meno sono rattristate dalle ‘inquiete, interne tribolazioni che ne feriscono il cuore e talora l’onore e la pace. Sono, in genere, Sacerdoti e Laici cattolici provati da lungo e fedele servizio; ovvero giovani che vorrebbero subito raggiungere risultati positivi e tangibili; spiriti semplici e tuttora fermamente aderenti alla norma della fede e della legge ecclesiastica; sono gli umili, sono i poveri di spirito, sono gli eredi di quella tradizione, che ha portato per secoli, fino a noi l’annuncio e l’iniziazione del «regno dei cieli»; sono i custodi di quel «sensus Ecclesiae», di quell’intuitiva sapienza cattolica, che germina la santità, forse ignota alla pubblicità, ma non certo ignorata dall’occhio di Dio. Hic est patientia et fides sanctorum; qui è la perseveranza e la fede dei santi (Ap 1 Ap 3,10). È la Chiesa esistente, resistente, paziente: sustinens, la Chiesa che sopporta.

E a questa Chiesa sono sempre iscritti i cristiani che pregano. La preghiera è l’anima della resistenza ai mali della Chiesa: esteriori ed interiori. Vorremmo ripetere a tutti coloro che avvertono le difficoltà presenti della Chiesa le parole gravi e corroboranti del Signore: «Vigilate e pregate per non entrare in tentazione» (Mt 26,41). E a questa Chiesa paziente sono iscritti i suoi figli obbedienti. La tendenza di alcuni figli della Chiesa ad affrancarsi dalla sua autorità è spesso suggerita da un istintivo desiderio di sottrarsi alla solidarietà della sua patita fermezza. Questi obbedienti invece entrano nello stato di tensione sperimentata dalla Chiesa paziente, e ne sperimentano essi stessi l’insito carisma di fedeltà e di fortezza; ne condividono il merito.

Insomma i forti, i fedeli, i testimoni e spesso gli eroi, sono i figli della Chiesa sustinens pellegrina e piangente: euntes ibant et flebant (Ps 125,6). Dobbiamo sottrarci, o dobbiamo rassegnarci a questa sorte, propria della Chiesa e quindi propria di chi le appartiene e di chi la vive? o dobbiamo accettarla virilmente e lietamente, pensando che questa è la sorte di Cristo nella passione per essere, in parte fin d’ora, nella esultanza?

Certamente così: venientes autem uenient mm exsultatione (Ibid.): il traguardo del penoso cammino della Chiesa paziente sarà la vittoria e la gioia. E questo voto, paradigma della nostra vita cristiana e cattolica, sia avvalorato per voi dalla Nostra Benedizione Apostolica.

Pellegrini di Telese

Salutiamo ora il Parroco e i fedeli di San Lorenzo Maggiore, in diocesi di Telese o Cerreto Sannita, venuti in numero di ben duecento con l’antica e venerata immagine della «Madonna della Strada», affinché fosse da Noi benedetta. Ben volentieri corrispondiamo al vostro desiderio, che dimostra la vostra filiale devozione verso la Beata Vergine, la cui effigie ha consolato e accompagnato da circa un millennio gli abitanti delle vostre ridenti contrade, allo sbocco della valle beneventana in quella telesina, e quanti passarono per quell’importante crocevia, a Lei confidando le loro speranze e le loro pene. Nel compiacerci con voi, per la pietà mariana che custodite gelosamente, ripetiamo a voi, e a tutti i presenti, quanto abbiamo voluto sottolineare giorni fa, nel tempio gremito della Madonna di Bonaria, in Sardegna: «Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale, che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a Lui ci conduce». Essa vi guidi col suo cuore materno a seguire Cristo, ad amare Cristo, a imitare Cristo, ottenendovi grazia e letizia grande, in questa vita e nell’altra. Confermi questi voti la Nostra Apostolica Benedizione, che di cuore impartiamo a tutti voi, ai vostri cari lontani, alla vostra Parrocchia, alla vostra Diocesi.

Pellegrini di Tortona

Porgiamo volentieri il Nostro saluto anche ai giovani dell’Istituto Diocesano «Santachiara» di Tortona, convenuti a Roma per un corso di studio sulla famiglia.

Vi accogliamo molto volentieri, figli carissimi, e vi ringraziamo di cuore per questa vostra testimonianza di affetto e di devozione. Siamo rimasti assai edificati nell’apprendere la molteplice e fiorente attività della vostra associazione. V’è qualche cosa di nobile e di generoso nel vostro modo di dirvi cattolici, e nello spirito che vi guida. Avete compreso che il cristianesimo dev’essere attivo, militante, missionario, e la carità del bene lo deve dimostrare. Vorremmo che tanti giovani, come voi, comprendessero la bellezza e il valore di una concezione così virile della propria professione religiosa e cristiana: è così che si realizza l’ideale del laico che il Concilio Ecumenico ha tracciato nei suoi documenti (Cfr.

Lumen gentium LG 9-10); è di questi figli che la Chiesa, e la società stessa, oggi ha urgente bisogno.

Formuliamo pertanto i migliori auguri per voi e per il vostro sodalizio, e mentre vi incoraggiamo a proseguire con la stessa fede e con lo stesso amore alla Chiesa e alle anime, impartiamo a tutti l’Apostolica Benedizione.

To you our dear sons and daughters of the Ruthenian Ecclesiastital Province of the United States, accompanied by your beloved and esteemed bishops, goes our special greeting: «Grate to you and peace from God our Father and the Lord Jesus Christ» (Ep 1,2).

Me know why you have come and it is a joy to have you with us. Our thought goes out to your families, and through you, we extend our best wishes to our beloved Ruthenians everywhere.

With Our special Apostolic Blessing.

Ein besonderes Wort der Begrüssung richten Wir noch an die Pilgergruppe aus Riol an der Mosel. Sie begehen in diesem Jahr das neunzehnhundertjährige Jubiläum Ihres Heimatortes. Aus den geschichtlichen Quellen geht hervor, dass Riol bis in das Imperium Romanum zurückreicht.

Bedeutungsvoll ist dabei die Tatsache, das ihre Heimatdiözese Trier. zu der Riol gehört, in die erste Zeit des Christentums zurückgeht. Darum entbieten Wir Ihnen, liebe Söhne und Töchter, zu Ihrer Jubiläumsfahrt zu den Gräbern der Apostelfürsten Unseren herzlichen Willkommensgruss, verbunden mit dem Wunsche, dass Sie dem Glauben Ihrer Väter stets treu bleiben, eingedenk der Worte altdeutscher und altchristlicher Lebensweisheit: «An Gottes Segen ist alles gelegen!».

Von Herzen erteilen Wir Ihnen und allen Anwesenden Unseren besonderen Apostolischen Segen.

Saudamos agora, os diletos filhos de lingua portuguesa: em particular, o grupo de católicos japoneses, vindos do Brasil.

Com alegria vos vemos, porque sois uma imagem e um simbolo: primeiro, do Brasil atual, a integrar, ecumenicamente, homens e valores, de todas as latitudes, no seu processo de eclodir e afirmarse, como nação jovem, exuberante de vitalidade e tradicionalmente cristã;

depois, do vosso querido povo japonês, com suas qualidades e sua história milenar, que sabe assimilar as outras culturas e inserirse nelas.

Que Deus vos assista sempre e às vossas pátrias, a de origem e a adotiva! Com tais votos, vos abençoamos e aos vossos entes queridos.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 6 maggio 1970

Ancora noi rivolgiamo alla Chiesa la Nostra riflessione. Il Concilio ci ha obbligato a prolungarla su questo tema sconfinato. Ancora tentiamo di meglio capire che cosa sia e che cosa faccia la Chiesa nel mondo. La nostra domanda è in questo momento così semplice e così larga da fermare la nostra attenzione al significato etimologico della parola: che cosa vuol dire Chiesa? Chiesa vuol dire chiamata. Chiamata di Chi? chiamata di Dio. A chi questa chiamata? all’umanità. Subito la parola rappresenta un fenomeno grandioso e misterioso. Il fenomeno nasconde una storia? sì, quella dell’Antico Testamento, dapprima; e poi la nostra, del Nuovo Testamento, che si caratterizza nella venuta di Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo «per raccogliere insieme i figlioli di Dio che erano dispersi» (Io. 11. 52), e nella estensione della chiamata a tutta l’umanità.

Questa parola «Chiesa» condensa in sé, come in un punto focale, tutta la ricchezza, l’originalità, la verità della religione e dei destini umani. Se la chiamata viene da Dio, sua è l’iniziativa, suo il piano che ne risulta, suo l’amore che subito in esso si rivela. Bisogna rileggere la lettera di S. Paolo agli Efesini, specialmente ai capi primo e secondo; bisogna leggere la costituzione dogmatica Lumen gentium, anch’essa ai primi capitoli, per avere un’idea della Chiesa, come d’una chiamata di Dio, d’una religione che non parte dall’uomo, ma parte da Dio, e che non rimane, come i tentativi religiosi umani, unilaterale, incompleta e troppo spesso inefficace ed errata, ma costituisce un rapporto sicuro, un dialogo vero, e infine una comunione, e perciò una salvezza e una beatitudine.


CHIAMATA APOLOGETICA, PASTORALE, MISSIONARIA

La Chiesa è l’umanità chiamata, che ha risposto; è l’assemblea degli uomini convocati da Dio, in Cristo. È un regno di Dio, è un Popolo di Dio, è una congregazione di credenti (Cfr. S. JERON., In Eph.; PL 26, 534); è una famiglia generata da una vocazione, ch’è Parola e Grazia di Dio. Perciò dire Chiesa e pensare a questo mistero soprannaturale di bontà divina dev’essere per noi la stessa cosa. Questo è il primo pensiero.

Due altri pensieri subito derivano. La parola «Chiesa» può essere intesa in due sensi, passivo e attivo. La Chiesa come il termine «chiamata», può essere intesa come «congregatio», effetto e risultato della chiamata, cioè come riunione, assemblea, dicevamo: Ecclesia est idem quod congregatio, il termine Chiesa, dice S. Tommaso, significa comunità; e può essere intesa come «congregans» come una voce che chiama, un invito, una convocazione (Cfr. DE LUBAC, Méd. sur l’Eglise, p. 78 ss.).

Questo ultimo aspetto della Chiesa dovrebbe trattenere la nostra attenzione, perché è per noi tutti interessantissimo. Quando ci domandiamo: che cosa fa la Chiesa? possiamo rispondere: ella ci chiama. Ella è la ripetizione della Parola di Dio, ella è la continuazione della missione di Cristo, che dice agli Apostoli singoli: «vieni», e a tutti gli uomini di questo mondo bisognosi di conforto e di salvezza: «Venite a me voi tutti . . .». Perciò la Chiesa è detta Lumen Gentium, come Cristo, il faro dei popoli, il «sacramento di Cristo»; ella non solo rappresenta Cristo Signore, ma effonde altresì la sua luce e la sua grazia, il suo Spirito. Ella è un invito (Cfr. DENZ.-SCH., 3014);4 un invito vivente e permanente, un richiamo, un amore che cerca, una responsabilità che ammonisce, una scelta da fare, una fortuna da possedere. È la chiamata apologetica, la chiamata pastorale, la chiamata missionaria.


SEGNO ORIENTATORE DELLA STORIA UMANA

È l’offerta della verità, che placa e che salva; è il segno orientatore della storia umana, è la mano tesa per la redenzione e la felicità. La Chiesa chiama: tutti siamo incaricati di fare nostra la sua voce; ma organo qualificato e autorizzato di questa voce, voi lo sapete, è l’Apostolo, fatto da Cristo predicatore, maestro, pastore, veicolo dello Spirito : è la Gerarchia della Chiesa.

E qui ancora un aspetto della Chiesa chiamante, e cioè l’eco che la voce della Chiesa ha o dovrebbe avere nell’interno d’ogni singolo uditore. Il quadro diventa interiore, psicologico, personale e morale. Questa voce arriva oggi agli spiriti moderni? è una voce che può essere accolta, compresa, accettata e seguita? Quanti discorsi si fanno oggi sopra questo aspetto della vita cristiana! e quanti sforzi per rendere intelligibile la voce della fede; ottimi sforzi, provvidi e necessari, se essi, per via di sapienza e di amore, tendono a rendere più semplice, più gradito, più comprensibile, più convincente, più penetrante la voce del messaggio cristiano, della chiamata della Chiesa. In un mondo come il nostro, diffidente verso ogni linguaggio filosofico, e tutto rivolto al linguaggio della storia e ancor più a quello dell’espressione sensibile, quale studio deve compiere colui che tende a comunicare la voce della fede per farsi ascoltare: ecco la necessità d’un rinnovamento della catechesi, della predicazione, del simbolismo religioso, delle comunicazioni sociali! Ad una condizione però: che in questo processo di riforma del linguaggio religioso non si alteri, non si disperda il contenuto divino e immutabile del messaggio affidato da Cristo alla Chiesa, e presidiato dal suo magistero provvidenziale e responsabile della perenne fedeltà al verbo rivelato.

ASCOLTO SENZA PREVENZIONI

E aggiungiamo : forse ascoltando con migliore attenzione la voce della Chiesa senza prevenzioni, senza l’ambizione di interpretarla a proprio piacimento, quella voce sarebbe tuttora comprensibile, anzi irradiante di gaudiosa verità, anche se coperta dall’involucro del linguaggio dei Padri, dei Concili, dei Pontefici, dei Teologi d’altri tempi.

Ma in ogni caso vediamo, se bisogno vi fosse di scoprire, e con felice meraviglia, che la Chiesa è una chiamata interiore: la voce non assorda, non impaurisce, non distrae, non offende, non sgrida; la voce sveglia, ridesta, riempie l’anima di verità, di certezza, di energia. Chiama il pensiero a pensare, la volontà a volere, il sentimento a cantare. È voce di vita, è voce di poesia, è voce di preghiera. Allarga, libera, svela. Alcune volte svela l’uomo a se stesso, gli fa comprendere il suo diritto, il suo dovere, il suo destino; diciamo pure : la sua vocazione.

Questo, ancor oggi, fa la Chiesa: chiama.

Ascoltiamo la sua voce. Così tutti; così voi, con la Nostra Benedizione Apostolica.

Istituto Suore di San Giuseppe

Una parola di saluto vogliamo rivolgere anche alle Religiose della Congregazione delle Suore di San Giuseppe, le quali ricordano quest’anno il terzo centenario della morte del loro fondatore, il gesuita padre Jean Pierre Médaille.

Avete voluto celebrare questa data, carissime Figlie di Cristo, venendo qui numerose, dalla vostra Provincia Romana, presso la Cattedra di Pietro, come per rinnovare idealmente i santi propositi di carità cristiana verso il prossimo, in perfetta obbedienza alla Santa Chiesa, secondo quanto vi insegnò il vostro fondatore.

E Noi, mentre auspichiamo che la vostra Famiglia religiosa, diffusa in tutto il mondo, dia un sempre più fecondo tributo di preghiera, di sacrificio e di opere per la diffusione del messaggio evangelico, volentieri, venendo incontro al vostro desiderio, benediciamo la prima pietra del tempio, che sarà costruito nella Missione di Quetta, nel Pakistan.

Su voi tutte, sulle vostre Consorelle, sulle vostre alunne, sui collaboratori e le collaboratrici qui presenti, invochiamo abbondanti grazie celesti.

Gruppo di Cappellani Militari

Il nous est particulièrement agréable de vous souhaiter une cordiale bienvenue, chers délégués des Aumôniers militaires des diverses confessions religieuses des Armées de l’Air alliées en Europe. Hôtes du Vicariat aux armées de l’Italie - dont Nous avons plaisir à saluer l’ordinaire, Mgr Luigi Maffeo, présent au milieu de vous - vous êtes venus à Rome pour étudier de concert les problèmes pastoraux qui vous sont communs.

En vous remerciant d’avoir voulu Nous rendre ainsi visite, il Nous plaît de citer en exemple, dans cette basilique Saint Pierre, le beau témoignage d’unité que vous donnez par-delà vos diverses responsabilités propres, de coopération au service de ceux dont vous avez la charge devant Dieu. Se réunir et travailler ensemble dans une même préoccupation de service, c’est déjà se dépasser pour mieux accomplir votre ministère pastoral.

Chers Aumôniers, de grand coeur, Nous vous assurons de Notre prière devant le Seigneur, pour qu’il bénisse et féconde votre apostolat.

Nous vous saluons aussi, chers pèlerins vietnamiens venus de France pour les solennités de dimanche prochain. Comment ne pas penser, en vous voyant ici, au conflit dont souffre votre pays bien-aimé, conflit dont l’extension survenues ces derniers jours risque encore de multiplier le poids des misères qu’il entraîne en même temps que le nombre des victimes. Que votre prière, unie à celle de tous les croyants, rejoigne la nôtre en vue de soutenir les efforts de tous ceux qui font oeuvre sincère de paix, et d’obtenir du Dieu Tout-Puissant cette paix si attendue que les hommes sont impuissants à établir.

Among our visitors We note with pleasure the presence of the large group of students from Marymount International High School, together with their devoted teachers and members of their families.

While expressing a special welcome to all of you, we renew our interest in the activities of your school and impart to you most cordially Our Apostolic Blessing.

Ein besonderes Wort der Begrüssung richten Wir auch an die Gruppe evangelischer Christen aus der Schweiz, die in der ökumenischen Bewegung tätig sind. Was ist die ökumenische Bewegung letztlich anders, als das bewundernswerte Bemühen von «Söhnen Gottes, die zerstreut sind» (Io. 11, 52), und nun auf der Suche, wieder zur einen Kirche zusammenzufinden? Seien Sie auch weiterhin bestrebt, mit so vielen Katholiken nach Kräften beizutragen, zu einem besseren Verständnis der Einheit der Kirche Christi und der Bedeutung des christlichen Gottesdienstes.

Herzlichen Willkommgruss entbieten Wir noch einer Gruppe holländischer Pilger aus Nimwegen.

Sehr geehrte Damen und Herren! Es hat seine tiefe Bedeutung, wenn Sie mit dem 50-jährigen Bestehen Ihrer Vereinigung katholischer holländischer Unternehmer und Arbeitgeber eine Wallfahrt nach Rom zu den Gräbern der Apostelfürsten verbinden wollten. Sie haben richtig erkannt: die Kirche segnet und fordert die Arbeit. Für Ihr Planen und Organisieren erinnern Wir Sie an die Grundsätze, die Wir als Appell in Unserer Enzyklika «Populorum progressio» an alle Menschen gerichtet haben: «öffnet die Wege zu gegenseitiger Hilfe, zu vertieftem Wissen, zu einem weiten Herzen, zu einem brüderlicherem Leben in einer wahrhaft universalen Gemeinschaft der Menschen».

Nos es motivo de gozo dirigir ahora un saludo especial a las Jovenes de Action Catolica de Durazno, del Uruguay, y a los grupos procedente de Paysandu - tarnbien del Uruguay - asi como a los de Mexico y Chile. Bienvenidos seais todos!

Que los momentos dichosos trascurridos aqui, en el centre de la Iglesia, fuente de fe y de caridad, arca de tantas memorias sagradas, os ayuden a vivir con autenticidad y valentia vuestra vocación cristiana y a proyectarla dina’micamente en vuestros ambientes familiares y sociales. Contad para ello con Nuestra plegaria, con Nuestra Bendicion que cordialmente extendemos a todos vuestros seres queridos.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 13 maggio 1970

Che cosa significa questa espressione, rimessa in uso dal linguaggio del Concilio: Chiesa pellegrina?

È un’espressione che ricorre spesso nei documenti del Concilio. La troviamo, ad esempio, nella Costituzione sulla sacra Liturgia, dove è detto della Chiesa che è «presente nel mondo e tuttavia pellegrina» (Sacrosanctum Concilium SC 2); è detto, nella Costituzione Lumen gentium con una bella citazione di S. Agostino che «la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (Lumen gentium LG 8 De Civit. Dei LG 18, 51, LG 2 PL LG 41,102);

è detto ancora che « tutto ciò che di bene il Popolo di Dio può offrire alla umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terrestre, scaturisce dal fatto che la Chiesa è l’universale sacramento della salvezza» (Gaudium et spes GS 45).


LA CHIESA PELLEGRINA

Che cosa vuol dire questo pellegrinaggio? L’immagine del pellegrinaggio è chiara, e dice molte cose assai importanti, ma non certo semplici, né di facile comprensione. È: bene in ogni modo tenerle presenti. Dice questa immagine del pellegrinaggio che la Chiesa ha una duplice vita: una nel tempo, ch’è quella in cui noi ora ci troviamo, l’altra oltre il tempo, nell’eternità, quella verso cui è incamminato il nostro pellegrinaggio; e avere coscienza di questa realtà, che pone nella mobilità del tempo la esistenza della Chiesa, come quella d’ogni creatura, d’ogni singolo uomo, ci porta ad avere coscienza, una coscienza non solo speculativa, ma altresì pratica e quindi morale, della precarietà, della caducità di tutto ciò che forma il nostro mondo presente. Noi sappiamo che tutto è labile, che tutto passa e che noi stessi siamo effimeri e mortali, ma in pratica pensiamo e viviamo come se invece le cose e la vita fossero stabili e dovessero sempre rimanere; anche quando, assecondando la legge inesorabile del tempo, noi cerchiamo di muoverci verso qualche punto d’arrivo nel futuro, sempre pensiamo che quello sarà un punto d’arrivo, sarà un termine fisso, di riposo.

Questa è una delle illusioni abituali, dalla quale il Signore ci ha risvegliato continuamente; ad esempio, quando ci ammonisce: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che resta per la vita eterna» (Io. 6, 27). Il Signore ci ha lasciato due lezioni fondamentali su questo enigmatico tema del tempo; e cioè quella, che dicevamo, della sua fugacità (nella storia dell’uomo ricco, tutto affaccendato ad accumulare i suoi beni economici, e subito perduto da una morte improvvisa (Cfr. Luc Lc 12,20); «passa la scena di questo mondo» (1 Cor. 1Co 7,31); etc.); e quella della sua preziosità («camminate mentre è giorno») (Io. 12, 35; cfr. Matth Mt 20,6 etc. ); ma preziosità in ordine ad un fine da raggiungere oltre il tempo; del tempo dobbiamo usare e con febbrile intensità, non godere con pigra indifferenza, o con ansioso edonismo («carpe diem»).

Qui si imporrebbe una difficile riflessione, sulla natura del tempo (Cfr. S. AUG., Confess. XI, 14; PL 32, 816); e su le idee generali che da questa riflessione derivano, come l’evoluzione, lo sviluppo, il progresso (Cfr. GUITTON, L’Existence temporelle, Aubier, 1949); ma ora a noi basta ricordare che Dio ha posto la creazione ed anche i destini umani nel divenire, e ha messo in questo fiume del cambiamento continuo anche l’umanità, anche la Chiesa: anche la Chiesa naviga nel tempo, naviga nella storia.


IL TRAGUARDO SICURO

Ecco un’altra parola magica, la storia, adesso molto di moda, anche nella teologia, nello studio della religione, tanto che tutta la religione cristiana si suole definire la storia della salvezza; cioè si considera ora il rapporto fra l’uomo, o meglio fra l’umanità e Dio come una vicenda che si è svolta nel tempo, nei secoli, come il compimento d’un disegno misterioso e divino (Cfr. Col Col 1,26 Ep 1,10 Ga 4,4 etc. ), che si è reso palese in un momento determinato, la pienezza dei tempi, con la venuta di Cristo; e disegno non completo, perché esso conduce ad una seconda, futura venuta di Cristo, l’ultima, escatologica. La Chiesa vive in questo periodo: dal Cristo del Vangelo al Cristo dell’Apocalisse, vive nel tempo, come ogni altra istituzione umana, vive una sua storia, che chiamiamo pellegrinaggio. Chiesa pellegrina vuol dire Chiesa che passa nel tempo. Con questa duplice caratteristica, distintiva della sua storia: che ella, la Chiesa, porta con sé valori da custodire (valori che San Paolo chiama il depositum) (2 Tim 2Tm 1,12 2Tm 1,14), la fede, la grazia, il Cristo vivente nel mistero del suo Corpo mistico, che è la Chiesa stessa; cioè la Chiesa è viva ed ha in sé la garanzia divina, che tutte le avversità della storia non riusciranno a rovinarle l’esistenza (ricordiamo il vaticinio del Signore: portae inferi non praevalehunt) (Mt 16,18), e che questo avventuroso, ma invitto pellegrinaggio durerà «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). E la seconda caratteristica è data dalla sicurezza che il pellegrinaggio della Chiesa, attraverso i secoli, ha un traguardo sicuro, e cioè l’incontro ultimo, glorioso ed eterno con Gesù Cristo vivente alla destra del Padre, cioè in Dio, Dio Lui stesso, con lo Spirito Santo, nell’ineffabile mistero della Santissima Trinità; tale traguardo da dare alla Chiesa il senso ch’esso è vicino e quasi imminente e da infondere nell’affannato respiro della tribolata Pellegrina (Cfr. S. AUG., In Ps 137 PL Ps 37,245) l’invocazione suprema: «Amen. Vieni Signore Gesù!» (Ap 22,20 cfr. JOURNET, L’Eglise, III, Essai Théologie l’Histoire du Salut, p. Ap 102).

DIFFICILE EQUILIBRIO

Questa visione della Chiesa, oggi richiamata alla nostra attenzione dal titolo di pellegrina ripetutamente a lei attribuito, ci può insegnare molte cose. Sono cose difficili a comprendersi nel loro senso profondo (Cfr. MOUROUX, Le mystère du temps, Aubier, 1962), ma sono diventate moneta corrente nel discorso comune. La prima da comprendere è il senso della storia, non come puro succedersi delle vicende umane nel gioco cieco e inestricabile del divenire naturale e cosmico e della libertà umana, ma come processo evolutivo dell’umanità, guidato, noi crediamo, da un Pensiero dominante, che conduce ogni cosa verso un possibile e libero risultato di salvezza (Cfr. Rom. 8, 28); noi cristiani perciò non abbiamo paura della storia, cioè degli avvenimenti e dei cambiamenti, nei quali essa consiste, divorando e generando uomini e cose; non habemus hic manentem civitatem, non abbiamo dimora permanente, «ma cerchiamo quella che ha da venire» (Hebr. 13, 14); e perciò siamo sempre disponibili alle novità e al progresso, non perdiamo fiducia e coraggio qualunque cosa possa avvenire; siamo in cammino. Ma camminiamo nella storia, camminiamo nel mondo, e non come estranei e fuggiaschi, ma come partecipi della sua vita complicata e tumultuosa, lieta o triste che sia (Cfr. Gaudium et spes ). Noi abbiamo, proprio come cristiani, una missione da svolgere nel mondo, noi abbiamo verso di esso una responsabilità, una carità da svolgere.

E qui si prospetta il grande problema dei rapporti di noi cristiani, e dobbiamo pur dire della Chiesa, col mondo, oggi trascinato nel vortice di trasformazioni imprevedibili. Due atteggiamenti si presentano: l’immobilismo e il relativismo, questo ultimo oggi particolarmente tentatore. Né l’uno, né l’altro deve essere esclusivo. Occorre trovare la linea di complementarietà: dobbiamo essere bravi nel mantenere ciò che per noi è ragione di vita e fonte di luce e di energia, il «deposito» dicevamo, la coerenza fedelissima con la tradizione, donde ci viene la vita cristiana nei suoi elementi insostituibili e immutabili; e dobbiamo essere altrettanto bravi a modellare le forme contingenti del costume ecclesiale e cristiano alle necessità della nostra moderna convivenza e ancor più della nostra missione secondo il mutare delle circostanze, dei luoghi e dei tempi. Questo si sa; ma in pratica è difficile l’equilibrio e la sintesi fra i due atteggiamenti: è questo il problema caratteristico del momento presente: ferma la fede, operosa la carità.

È questo il sentiero della Chiesa pellegrina: preghiamo S. Pietro, sulla cui tomba noi ora ci troviamo, a volercelo pastoralmente indicare.

A voi la Nostra Apostolica Benedizione.

Gli economi cattolici

Ci è caro porgere, come negli anni precedenti, un cordialissimo saluto agli Economi cattolici, che concludono oggi il X Convegno di studio, nel quadro della tradizionale iniziativa della «Settimana della Vita Collettiva», organizzata dal loro Centro Nazionale, il quale celebra il suo primo decennio di vita. Ci rallegriamo anzitutto per questa significativa data, per la preziosa opera di collaborazione offerta agli Economi cattolici di tutta Italia, e per le affermazioni che, con pazienza, tenacia, spirito di iniziativa e di organizzazione, il Centro medesimo ha saputo raggiungere in questi anni.

Desideriamo altresì rivolgere il Nostro augurio a voi, partecipanti al Congresso, che avete gravi e quotidiane responsabilità pratiche e amministrative di Enti ecclesiastici, di Comunità religiose, di organismi assistenziali cattolici. Dire Economi cattolici, vuol significare una precisa qualifica, che eleva su di un piano nobilissimo l’umile e tormentoso assillo delle preoccupazioni materiali: la vostra opera, a seconda della fisionomia e della destinazione dei vostri Enti, si rivolge a volta a volta ai vostri Confratelli e Consorelle delle rispettive famiglie religiose; all’infanzia degli Asili e degli Istituti; alla gioventù dei collegi, dei Seminari e delle Scuole cattoliche; alle persone anziane; ai degenti nelle Cliniche e negli Ospedali. È un quadro multiforme, che si apre allo sguardo.

E pur nella varietà delle incombenze, il comune denominatore che giustifica e definisce ed eleva incomparabilmente la vostra attività è dunque la carità, che sa vedere nel prossimo il proprio fratello, che nel fratello sa servire il Cristo, in quello spirito evangelico che deve continuamente animare ogni vostra funzione, che, diversamente, resterebbe svuotata di ogni significato e di ogni merito. La Liturgia di questo tempo pasquale, tutta dedicata all’approfondimento della carità, per cui Dio rimane in noi e noi in Lui, vi ha certo ispirato i propositi pratici - di sollecitudine, di dedizione, di servizio, di efficienza, di distacco - ai quali volete informare la vostra azione.

Ci ha fatto anche piacere l’apprendere che avete dedicato la vostra attenzione alla situazione dell’assistenza privata di fronte alla necessità di renderla sempre più aggiornata, con razionalità di metodo e provata competenza, tenendo conto dei vantaggi che l’odierno sviluppo economico e tecnico mettono a disposizione. È questo un preciso dovere per chi si fregia del nome di cattolico: anche a prescindere dalla mutata sensibilità odierna in tale settore, e dalle implicazioni della nuova situazione sociale e politica, il primo dovere dei vostri istituti sarà quello di assicurare e di promuovere, secondo i chiari principi della dottrina sociale cattolica, il benessere, il rispetto, la dignità della persona umana.

Vi segua in questa benemerita opera, i cui sacrifici sono noti solo a Dio, il conforto della Nostra preghiera e l’incoraggiamento della Nostra Benedizione.

Perfezionare gli ospedali

Sempre nell’ambito della VI Settimana di Vita Collettiva, si tiene quest’anno a Roma per la prima volta un Congresso internazionale di Ingegneria Ospedaliera, organizzato dal Centro Nazionale degli Economi Cattolici. Salutiamo i degni partecipanti, tra i quali le delegazioni ufficiali di Inghilterra, Francia, Germania, Svezia, Russia, Stati Uniti d’America, Canadà e Giappone; e auguriamo felici risultati allo studio veramente degno di interesse e di incoraggiamento, a cui attendono in questi giorni, allo scopo di perfezionare sempre più gli istituti ospedalieri esistenti, dotati di tutte le risorse della scienza e della tecnica, e renderli sempre più rispondenti alle accresciute esigenze dell’odierna civiltà. Sappiamo che l’oggetto principale delle vostre ricerche, che dà senso a queste sperimentazioni e a questi sforzi, è l’uomo: nella sua bivalenza di spirito e di corpo, nella sua dignità di creatura nobile e libera, nel suo bisogno di rispetto, di comprensione e di amore. Che anche la vostra specializzazione contribuisca all’avvaloramento dell’uomo, dei suoi valori di comunione, di solidarietà, di servizio reciproco : è l’augurio che amiamo formare, invocando sulle vostre persone e famiglie la particolare assistenza del Signore.

Gli enti di assistenza

Una parola di saluto vogliamo rivolgere ai membri della Unione Nazionale Enti di Beneficenza e Assistenza, riuniti in questi giorni a Roma, per approfondire il tema della «Famiglia nella programmazione assistenziale».

Voi ben sapete, carissimi figli, come noi abbiamo seguito, con viva partecipazione, fin dal suo nascere, la vostra provvida Istituzione, la quale ha come scopo precipuo quello di aiutare i minori, i giovani, gli anziani, tutti quelli cioè che, in qualunque modo, hanno bisogno di cure, di assistenza, di affetto.

È vero che gli Stati moderni, spinti in questo dai fermenti del messaggio cristiano, si sono adoperati e si adoperano per creare e perfezionare gli strumenti legislativi atti ad assicurare a tutti i cittadini una giusta e conveniente serenità, anche economica, ma bisogna purtroppo riconoscere che, per un complesso di circostanze, ancora molti vivono in condizioni di bisogno e di solitudine fisica e spirituale.

Noi intendiamo pertanto sottolineare che non si è per nulla esaurita la funzione sociale dell’opera caritativa della Chiesa, in tutte le sue forme ed esplicazioni, non solo presso i popoli ancora in via di sviluppo, ma anche nella cosiddetta «società del benessere», perché là dove c’è un uomo che ha fame e sete, o che ha bisogno di conforto, è lo stesso Gesù che tende la mano per chiedere il nostro aiuto, la nostra solidarietà, il nostro amore (Cfr. Matth Mt 25,35-46).

Considerate pertanto in tale prospettiva evangelica le finalità ed i compiti del vostro Ente; e la vostra attività sia guidata e retta dalla dedizione, dal sacrificio, dal disinteresse, espressioni di quella carità che sa vedere Dio nel volto del fratello che soffre.

Con questi voti, volentieri impartiamo la propiziatrice Benedizione Apostolica a voi, ai vostri Dirigenti, all’Onorevole Avvocato Giovan Battista Migliori, che lascia la Presidenza, a tutte le vostre famiglie e alle persone care.

La solidarietà promossa dall’I.R.I.

Il nostro saluto si rivolge anche ai partecipanti all’«Ottavo Corso di perfezionamento per quadri tecnici di Paesi in via di sviluppo», organizzato dall’Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Siete venuti in Italia da tutte le parti del mondo, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia, dall’Europa per perfezionare le vostre conoscenze tecniche. Tra poco ritornerete nelle vostre Nazioni, non solo per contribuire al loro migliore sviluppo, ma per portarvi quei sentimenti di unione e di solidarietà, che devono esistere fra tutti i popoli, al di là delle barriere di continente e di razza.

Vogliamo, in questa occasione, ricordare la nostra Enciclica «Populorum Progressio», nella quale abbiamo incoraggiato, con pressante appello, questi scambi tra popoli diversi, affinché tutti, nella giustizia, nella pace e nella libertà, possano partecipare ai beni che il Creatore ha paternamente elargito non per l’uso esclusivo ed egoistico di alcuni, ma per tutti gli uomini della terra.

Desideriamo pertanto, ancora una volta, esprimere il nostro compiacimento per la opportuna ed intelligente iniziativa, che da alcuni anni l’Istituto per la Ricostruzione Industriale promuove, mentre invochiamo sulle vostre persone, sulle vostre famiglie, sulle vostre nobili Nazioni, sui docenti e sul Presidente Professore Giuseppe Petrilli le più elette benedizioni dell’Altissimo.


1970-AUDIENZE - Sabato, 25 aprile 1970