1970-AUDIENZE - DIFFICILE EQUILIBRIO




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 20 maggio 1970

Noi dobbiamo fare eco ad una parola da Noi pronunciata nel Concistoro (cioè nella riunione dei Cardinali) dell’altro giorno, perché ci sembra che sia importante ed attuale, e che possa essere ripetuta anche in una Udienza generale come questa, perché a tutti destinata. E la parola è questa: «L’ora che suona al quadrante della storia esige da tutti i figli della Chiesa un grande coraggio, e in modo tutto speciale il coraggio della verità, che il Signore in persona ha raccomandato ai suoi discepoli, quando ha detto: che il vostro sì sia sì, il vostro no, no» (Mt 5,37).

Tanto è importante questo dovere di professare coraggiosamente la verità, che il Signore stesso lo ha definito lo scopo della sua venuta a questo mondo. Davanti a Pilato, durante il processo che precede la sua condanna alla croce, Gesù ebbe a dire queste gravi parole: «Io per questo sono nato, e per questo sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità» (Io. 18, 37). Gesù è la luce del mondo (Io. 8, 12), è la manifestazione della verità; e per compiere questa missione, dalla quale deriva la nostra salvezza, Gesù darà la propria vita, martire della verità, che è Lui stesso.


PIETRA D'ANGOLO

Donde due questioni. La prima questione venne alle labbra stesse di Pilato. Lui, non forse ignaro, e forse scettico circa le discussioni filosofiche della cultura greco-romana circa la verità, lui magistrato competente a giudicare di delitti e di crimini, non di teorie speculative, si meraviglia che questo Rabbi, presentatogli come reo di morte per lesa maestà, si dichiari professore di verità, e subito lo interrompe, forse con qualche ironia: Quid est veritas?, ma che cosa è la verità? (Vi è chi ingegnosamente, su questa frase latina, ha costruito uno stupendo anagramma di risposta: est vir qui adest). E Pilato non attende la risposta, e cerca di chiudere l’interrogatorio sciogliendo la vertenza giudiziaria. Ma per noi, per tutti la questione rimane sospesa: che cosa è la verità?

Grande questione, che investe la coscienza, i fatti, la storia, la scienza, la cultura, la filosofia, la teologia, la fede. A noi preme quest’ultima: la verità della fede. Perché sulla verità della fede si fonda tutto l’edificio della Chiesa, del cristianesimo, e perciò quello della nostra salvezza, e di conseguenza quello dei destini umani e della civiltà, alla quale essi sono collegati. Perciò questa verità della fede, oggi più che mai, si presenta come la base fondamentale sulla quale dobbiamo costruire la nostra vita. È la pietra d’angolo (Cfr. 1 Petr. 2, 6-7; Ep 2,20 Mt 21,42).

E che cosa osserviamo noi a questo proposito? Noi osserviamo un fenomeno di timidezza e di paura, anzi un fenomeno d’incertezza, di ambiguità, di compromesso. È stato bene identificato: «Un tempo era il rispetto umano che faceva rovina. Era l’ansia dei pastori. Il cristiano non osava vivere secondo la propria fede . . . Ma ora non si comincia ad avere paura di credere? Male più grave, perché intacca i fondamenti . . .» (Card. GARRONE, Que faut-il croire? Descleé, 1967). Noi abbiamo sentito l’obbligo, al termine dell’Anno della Fede, nella festa di San Pietro del 1968, di fare una esplicita professione di fede, di recitare un Credo, che sul filo degli insegnamenti autorevoli della Chiesa e della Tradizione autentica, risale alla testimonianza apostolica, che a sua volta si fonda su Gesù Cristo, Lui stesso definito «testimonio fedele» (Ap 1,5).


«SI È OSATO SCAMBIARE LA PROPRIA CECITÀ CON LA MORTE DI DIO»

Ma oggi la verità è in crisi. Alla verità oggettiva, che ci dà il possesso conoscitivo della realtà, si sostituisce quella soggettiva: l’esperienza, la coscienza, la libera opinione personale, quando non sia la critica della nostra capacità di conoscere, di pensare validamente. La verità filosofica cede all’agnosticismo, allo scetticismo, allo «snobismo» del dubbio sistematico e negativo. Si studia, si cerca per demolire, per non trovare. Si preferisce il vuoto. Ce ne avverte il Vangelo: «Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» (Io. 3, 19). E con la crisi della verità filosofica (oh! dov’è svanita la nostra sana razionalità, la nostra philosophia perennis?) la verità religiosa è crollata in molti animi, che non hanno più saputo sostenere le grandi e solari affermazioni della scienza di Dio, della teologia naturale, e tanto meno quelle della teologia della rivelazione; gli occhi si sono annebbiati, poi accecati; e si è osato scambiare la propria cecità con la morte di Dio.

Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero, posto da Cristo a tutela ed a logico sviluppo della sua dottrina, ch’è quella di Dio (Io. 7. 12; Lc 10,16 Mc 16,16), v’è chi cerca una fede facile vuotandola, la fede integra e vera, di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna, e scegliendo a proprio talento una qualche verità ritenuta ammissibile (selected faith); altri cerca una fede nuova, specialmente circa la Chiesa, tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana (ripetendo l’errore d’altri tempi, modellando la struttura canonica della Chiesa secondo le istituzioni storiche vigenti); altri vorrebbero fidarsi d’una fede puramente naturalista e filantropica, d’una fede utile, anche se fondata su valori autentici della fede stessa, quelli della carità, erigendola a culto dell’uomo, e trascurandone il valore primo, l’amore e il culto di Dio; ed altri finalmente, con una certa diffidenza verso le esigenze dogmatiche della fede, col pretesto del pluralismo, che consente di studiare le inesauribili ricchezze delle verità divine e di esprimerle in diversità di linguaggio e di mentalità, vorrebbero legittimare espressioni ambigue ed incerte della fede, accontentarsi della sua ricerca per sottrarsi alla sua affermazione, domandare all’opinione dei fedeli che cosa vogliono credere, attribuendo loro un discutibile carisma di competenza e di esperienza, che mette la verità della fede a repentaglio degli arbitri più strani e più volubili.

Tutto questo avviene quando non si presta l’ossequio al magistero della Chiesa, con cui il Signore ha voluto proteggere le verità della fede (Cfr. Hebr. 13, 7; 9, 17).


LA GARANZIA DEL MAGISTERO

Ma per noi che, per divina misericordia, possediamo questo scutum fidei, lo scudo della fede (Ep 6,16), cioè una verità difesa, sicura e capace di sostenere l’urto delle opinioni impetuose del mondo moderno (Cfr. Eph Ep 4,14), una seconda questione si pone, quella del coraggio: dobbiamo avere, dicevamo, il coraggio della verità. Non faremo adesso alcuna analisi su questa virtù morale e psicologica, che chiamiamo coraggio, e che tutti sappiamo essere una forza d’animo, che dice maturità umana, vigore di spirito ed ardimento di volontà, capacità d’amore e di sacrificio; noteremo soltanto che, una volta di più, l’educazione cristiana si dimostra una palestra di energia spirituale, di nobiltà umana, e di padronanza di sé, di coscienza dei propri doveri.

E aggiungeremo che questo coraggio della verità è domandato principalmente a chi della verità è maestro e vindice, esso riguarda anche tutti i cristiani, battezzati e cresimati; e non è un esercizio sportivo e piacevole, ma è una professione di fedeltà doverosa a Cristo e alla sua Chiesa, ed è oggi servizio grande al mondo moderno, che forse, più che noi non supponiamo, attende da ciascuno di noi questa benefica e tonificante testimonianza. A ciò vi aiuti, con la grazia del Signore, la Nostra Benedizione Apostolica.

Convegni «Maria Cristina di Savoia»

Rivolgiamo il Nostro paterno saluto alle duecento appartenenti ai Convegni «Maria Cristina di Savoia», convenute a Roma da ogni parte d’Italia per il loro congresso nazionale. Siamo bene a conoscenza delle attività, dello spirito, dello stile che caratterizza la vostra istituzione, intesa a elevare e raffinare sempre di più la vostra vita cristiana, nutrendola con la formazione religiosa, rinvigorendola con la fedeltà alla Chiesa e al Papa, impegnandola in concrete attività benefiche e sociali. E ci ha fatto grande piacere essere informati sui programmi che vi tengono e vi terranno impegnate in questo e nell’anno venturo, con la trattazione approfondita delle virtù teologali della carità e della fede, oltre ai temi di carattere sociale e culturale.

Desideriamo pertanto esprimervi il Nostro sentito compiacimento per il dinamismo che riscontriamo nella bella iniziativa dei vostri «Convegni»: essi non sono un’accademia, o un passatempo, ma mirano a formare nelle signore aderenti una consapevolezza sempre più vissuta delle responsabilità che il Vangelo comporta, particolarmente per le rappresentanti di particolari ceti sociali che più degli altri, per disponibilità e tempo, possono meglio attendere al proprio perfezionamento spirituale e morale, e procurare più efficacemente il bene del prossimo. La fede vi animi in questo programma - e quanto ci rallegra sapere che questa fede è in voi ferma e sicura, inserita nella Chiesa e nell’amore al Papa, nutrita alle scaturigini della vita sacramentale; la carità, inoltre, vi sostenga e vi spinga a cercare e ad «apprezzare sempre il meglio, ripieni del frutto di giustizia che ci viene per Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio» (Ph 1, 10, 11).

Continuate nella vostra benemerita attività! Noi vi seguiamo con grande benevolenza, e, mentre invochiamo su di voi il patrocinio e lo spirito della Venerabile vostra Patrona, di cuore vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione, che di cuore estendiamo ai vostri familiari.

Infermi francesi

Nous Nous Tournons maintenant avec une affection toute spéciale vers ces chers Fils et Filles handicapés du centre de l’«Arche» de Trosly-Breuil, et vers leurs assistants, médecins et infirmières. Nous voudrions prendre contact avec chacun d’entre vous: que du moins vous ayez, au milieu de tette grande famille catholique, une place de choix, celle que le Christ Jésus accordait toujours aux pauvres, aux malades, aux affligés, pour les réconforter et leur annoncer la Bonne Nouvelle de l’amour de son Père. N’est-ce pas aujourd’hui une des taches les plus belles des chrétiens: créer pour les débiles des foyers d’amitié et de travail, où chacun se sache respecté, aimé pour lui-même, retrouve la joie de vivre, de s’exprimer, d’apporter lui aussi aux autres le talent de son esprit, de son habileté manuelle, de son coeur? Nous nous réjouissons de voir l’«Arche», réaliser de telles oeuvres, sous l’impulsion de Monsieur Jean Vanier; Nous félicitons tous ceux qui y collaborent, avec un dévouement de serviteurs, dans un esprit parfaitement familial. Oui, vraiment, pour nous, cet amour porte la marque spécifique de l’Esprit-Saint. De tout coeur Nous vous encourageons, et Nous faisons nôtres les intentions de chacun d’entre vous, infirmes ou assistants, de chacune de vos familles, pour les présenter au Seigneur.

L’Istituto romano di San Domenico

Nous sommes heureux d’adresser un salut particulier aux nombreuses élèves de l’Institut Saint-Dominique, de la Via Cassia, avec leurs dévouées professeurs. Nous le savons, vous bénéficiez dans cet Institut romain, non seulement d’une instruction qui enrichit votre esprit selon un programme d’études françaises, mais aussi d’une éducation qui fortifie votre jugement, ennoblit votre âme, affermit votre foi et vous ouvre en même temps à vos camarades de divers pays dans un climat affectueux et familial. Ensemble, vous portez épreuves et joies, et apprenez en tette ville privilégiée à vivre avec un coeur catholique et missionnaire. Chères filles, profitez à fond de toutes ces grâces du Seigneur, de ces talents qu’il vous donne pour que votre vie Porte beaucoup de fruits. Votre famille, votre milieu, le monde, 1’Eglise comptent sur vous, sur l’ardeur de votre jeunesse, sur votre foi rayonnante, sur votre prière, sur votre souci de droiture, sur la délicatesse de votre amour. Demandez a l’Esprit-Saint, en ces jours de Pentecôte, d’ouvrir vos Coeurs a ces appels, et de vous aider a y répondre généreusement. Vos éducatrices n’ont d’autre ambition que de vous aimer et de vous préparer a marcher, par vous-mêmes, en femmes et en chrétiennes, dans une vie qui sera belle dans la mesure où elle sera généreuse. Avec elles, de tout coeur, Nous vous encourageons et Nous vous bénissons, ainsi que vos dévoués aumôniers et toutes les religieuses de la Congrégation romaine de Saint-Dominique.

Pellegrini di Germania e di altre provenienze

Ein wort herzlicher Begrüssung richten Wir noch an die anwesenden Diakone aus den Diözesen Köln und Würzburg. Liebe Söhne! Eifrige Pflege des Gebetes, Hingabe an Christus, opferfreudiger Dienst in der Betreuung der Ihnen anvertrauten Seelen seien die Richtlinien Ihres kommenden priesterlichen Lebens!

Herzlichen Willkomm entbieten Wir auch den Pilgern aus Waldsassen in Bayern, deren ehrwürdiges Gotteshaus vor kurzem zur Basilica Minor erhoben wurde, wie auch dem Pilgerzug der «Ermlandund Schneidemühlfamilie ». Allen möchten Wir ans Herz legen: Unsere heilige Kirche ist eine pilgernde Kirche, das heisst auf dem Wege aus dieser Zeitlichkeit in die ewige Heimat. Denn «wir haben hier keine bleibende Stätte . ..!». Stehet darum in Dankbarkeit immer treu zur Kirche und euren Oberhirten!

Den Braut- und Jubelpaaren aus der Erzdiözese Köln sprechen Wir Unsere väterlichen Glückwünsche aus und versichern ihnen ein besonderes Gebetsgedenken.

Mit väterlicher Freude endlich begrüssen Wir eine ansehnliche Gruppe evangelischer Christen vom ökumenischen Zentrum in Ottmaring bei Augsburg und eine Gruppe von Theologieprofessoren des evangelischen Seminars in Pullach bei München. Sehr geehrte Damen und Herren! Wir danken Ihnen für Ihren Besuch, den Wir sehr zu schätzen wissen, und erbeten Ihnen wie Ihren Angehörigen zu Hause die ganze Fülle der Pfingstgnaden des Geistes der Wahrheit, der Stärke und der Liebe.

Allen Anwesenden aber erteilen Wir von Herzen Unseren Apostolischen Segen.

Nous saluons aussi avec joie le groupe canadien des «Amis de Saint-Benoit-du-Lac», au milieu desquels a pris place notre cher Frère le Cardinal Sebastiano Baggio. Dans notre monde, marque comme l’époque de Saint-Benoît, par de profondes mutations, marchez dans le sillage de ce Saint moine, a la foi solide et a l’âme fraternelle.

Dans le grand voyage que vous avez entrepris, vous avez l’occasion de ressourcer cette foi, et d’élargir cette fraternité. Puissiez-vous contribuer ainsi a construire ce monde de paix et d’unité auquel tous les hommes aspirent et pour lequel les croyants nourrissent dans la prière une invincible espérance. De grand coeur, Nous invoquons sur vous tous la Bénédiction du Tout-Puissant.

A special word of greeting goes to our venerable brother Cardinal Carberry and to the pilgrims who accompany him to this audience. We know that you have been to Fatima to pray for peace through the intercession of our Blessed Mother. We are convinced that your efforts will not be in vain. We encourage you in your trust in Mary, sure that she will lead you to a greater love of her Son and a more authentic Service of his People. With Our special Apostolic Blessing.

Con estas palabras de saludo y bienvenida, queremos testimoniaros, queridisimos colombianos aqui presentes, todo el afecto que sentimos por vuestro Psis, deseoso de promover los ideales cristianos de la paz y del progreso. Sois conscientes de vuestro deber de contribuir, con vuestro entusiasmo y aplicación, a la realización de tales aspiraciones.

Que la fe y la caridad, vivas y operantes, sostengan vuestro empeño fiel y aumenten vuestra capacidad de servicio, leal y sacrificado, a la Patria y a la Iglesia. Nuestra Bendición para vosotros, para vuestros familiares y para toda Colombia.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 27 maggio 1970

Fra le grandi questioni della mentalità moderna per noi credenti vi è quella dell’atteggiamento dell’uomo verso il progresso. È una questione che ordinariamente si presenta come un’obiezione: il credente è uomo dalla psicologia statica, fissa, immobile; la sua fede dogmatica non gli consente di comprendere le cose nuove, di desiderarle, di promuoverle. Anzi egli, il credente, è ancora al passato, a quel momento della storia passata, in cui avvenne il fatto evangelico, due mila anni fa; per lui il tempo non passa, il suo sguardo è rivolto all’indietro; e perciò la sua psicologia è tendenzialmente estranea agli avvenimenti grandiosi e precipitosi del nostro tempo; egli diffida dei cambiamenti, che si verificano in ogni campo della vita umana: nel pensiero, nella scienza, nella tecnica, nella sociologia, nei costumi, ecc.; non può essere «uomo del nostro tempo», non può capire i giovani; è senza desideri, senza speranze; è, in fondo, apatico e timoroso; e, nel campo ecclesiale, è preconciliare . . . Occorre una nuova mentalità religiosa, una nuova teologia, una nuova Chiesa.

Questa descrizione d’una figura preconcetta del credente potrebbe prolungarsi senza fine. La questione è grossa, e lo stile del nostro discorso, come al solito breve e elementare, non ci consente altro che presentarlo alla vostra attenzione con l’aggiunta d’una semplice domanda: è esatta questa descrizione? Il credente sfugge davvero all’imperativo dell’attualità, al fascino del progresso? (Cfr. DAWSON, Progresso e religione)


LA FEDE COME PROMESSA

Ammettiamo, anzi difendiamo un aspetto essenziale del credente, del cristiano : egli è uomo della tradizione; della tradizione in cui egli vive; è uomo di Chiesa, cioè è figlio di quel corpo sociale, vivo e mistico,, che trae la sua vita dal suo capo, che è Cristo; il Cristo vissuto nella storia del Vangelo e ora vivente nella gloria celeste, nella pienezza divina, come diciamo nel Credo: alla destra del Padre. Il cristiano vive cioè d’un’eredità, d’una memoria proveniente da un avvenimento storico passato, decisivo per le sorti dell’umanità, il Vangelo, e vive d’un’attualità a lui comunicata nello Spirito Santo da una sfera, ch’è oltre quella del tempo e della realtà naturale: vive di fede, vive di grazia. Se questo filo si rompesse, la vita dell’uomo, in quanto cristiano, si spegne. È questione di vita o di morte.

Ma diciamo subito: questo vincolo con il passato e con il trascendente soprannaturale non astrae il credente dal presente e dal futuro temporale e ultraterreno, anzi ve lo inserisce più intimamente. Perché? perché la fede, a cui egli aderisce, è di natura sua una promessa; o meglio: è l’adesione a verità che devono ancora palesarsi nella loro completa conoscibilità e nel loro promesso godimento. Come descrive la fede la lettera agli Ebrei? È celebre la formula: «La fede è il fondamento di cose sperate, è la certezza di cose che ora non si vedono» (Hebr. 11, 1). Perciò la fede ha un rapporto essenziale con la speranza.

DESIDERIO DEL SOMMO BENE

Sì, con la speranza. Ed è la speranza la forza motrice del dinamismo umano, e tanto di più, come virtù teologale, del dinamismo cristiano. Qui sarebbe da fare l’analisi della speranza nella psicologia moderna; a voi la affidiamo. Vedrete subito che di speranza vive l’uomo moderno. Cioè la sua anima è tesa verso il futuro, verso qualche bene da conseguire; ciò ch’egli possiede non gli basta; anzi ciò ch’egli possiede, invece di soddisfarlo, lo stimola e lo tormenta a possedere di più, a cercare qualche cosa d’altro: lo studio, il lavoro, il progresso, la contestazione e perfino la rivoluzione sono altrettante speranze in azione. Questa fuga in avanti, propria del nostro tempo, è tutta alimentata dalla speranza; e chi meno simpatizza col passato o col presente mette il suo cuore nel futuro, cioè spera; dice bene S. Tommaso che la speranza abbonda nei giovani (Summ. Theol., I-II, 40, 6), salvo che, deluso di raggiungere un qualche miglior bene nel futuro, cada nella disperazione, come avviene non di rado nella psicologia critica e pessimistica di tanti uomini, figli anch’essi del nostro tempo.

Ora il cristiano è uomo della speranza, e non conosce disperazione. E riguardo alla speranza vi è una differenza fra il cristiano e l’uomo profano moderno: quest’ultimo è un vir desideriorum, l’uomo dai molti desideri (fra desiderio e speranza vi è stretta parentela: questa si inscrive fra gli istinti di forza, quello piuttosto fra gli istinti di godimento, ma entrambi tendono a beni futuri); ed è uomo che cerca di abbreviare la distanza fra lui e i beni da conseguire; è uomo dalle speranze a breve termine, le vuole presto soddisfatte, e quelle sensibili, economiche e temporali sono più rapidamente raggiungibili, e perciò, presto esaurite, lasciano stanco e vuoto, e spesso deluso il cuore dell’uomo.

Sono le sue delle speranze che non fanno grande il suo spirito, e non dànno alla vita il suo pieno significato, e spingono il cammino della vita stessa su sentieri di discutibile progresso. Il cristiano invece è l’uomo della vera speranza, quella che ambisce il raggiungimento del sommo bene (Cfr. S. AUG., Conf. 1, 1: «Fecisti nos ad Te»), e che sa d’avere al suo desiderio e al suo sforzo l’aiuto da quello stesso sommo Bene, che alla speranza infonde la fiducia e la grazia di conseguirlo (Cfr. Summ. Theol., I-II, 40, 7).

Entrambe, le due speranze profana e cristiana, traggono la spinta da una carenza della nostra condizione di vita presente, dal dolore, dalla povertà, dal rimorso, dal bisogno, dal disagio; ma una diversa tensione le sostiene, sebbene quella cristiana possa far propria tutta la tensione veramente umana ed onesta della speranza profana: non è questa l’idea ispiratrice della grande Costituzione pastorale Gaudium et spes del recente Concilio? «Nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore» dei discepoli di Cristo (Gaudium et spes GS 1 cfr. TER. , «Humani nihil me alienum puto»).


IL DONO DELLA SALVEZZA

Concludiamo dunque correggendo la falsa concezione del credente quasi fosse un reazionario obbligato, un quietista di professione, un estraneo alla vita moderna, un insensibile ai segni dei tempi, un uomo privo di speranza; diciamo piuttosto ch’egli è uomo vivente di speranza, e che la sua stessa salvezza cristiana, iniziata e incompleta qual è, è un dono da trafficare, è un traguardo da raggiungere, perché quasi a credito, cioè solo «in speranza siamo fatti salvi» (Rom. 8, 24); e se egli non vuole cadere nel divoratore relativismo del tempo che passa, e non cede alla foga cieca delle novità staccate dalla coerenza con la tradizione cattolica, non è per questo retrivo al rinnovamento e al progresso improntati al disegno divino, sì bene promotore alacre e intelligente; perché è uomo della Speranza.

Riflettiamo un po’. Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Missionari Comboniani e del Verbo Divino

Vogliamo adesso rivolgere il Nostro saluto al gruppo dei Missionari della Congregazione dei Figli del Sacro Cuore di Gesù (Comboniani), i quali hanno seguito, qui a Roma, per un anno, un corso speciale di perfezionamento e di aggiornamento, per ritornare, rinfrancati nello spirito, nel continente Africano, sconfinato campo del loro apostolato.

Tenete sempre presente, figli carissimi, che l’attività missionaria scaturisce direttamente dalla natura stessa della Chiesa, nel senso che ne diffonde la fede salvatrice, ne allarga e perfeziona l’universale unità, si regge sulla sua apostolicità, realizza l’impegno collegiale della Gerarchia, testimonia e promuove la sua santità (Ad Gentes divinitus, 6).

Voi continuate, in mezzo ai popoli, ai quali vi manderà la Chiesa, l’opera stessa di Cristo. Siete impegnati pertanto a seguire la sua strada, ch’è quella della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio. Siano queste le virtù animatrici e fecondatrici della vostra attività missionaria, in piena fedeltà agli esempi ed agli insegnamenti del vostro venerato fondatore, Mons. Daniele Comboni.

Con questi auspici, volentieri vi impartiamo la propiziatrice Benedizione Apostolica, pegno di copiosi favori celesti.

Queremos dirigir un particular saludo de bienvenida al Grupo de Misioneros del Verbo Divino.

Amadísimos hijos: Nos es grato comprobar, cómo el deseo de infundir nuevos ánimos a vuestro ideal vocacional, y de enfervorizar vuestras inquietudes misioneras, os ha impulsado a transcurir reunidos unos días de reflexión y de sosiego espiritual. Como cooperadores de Dios, mensajeros de la paz entre los hermanos lejanos, vuestro quehacer misional ha de seguir caminos de caridad abnegada, inflamada por el espíritu apostólico, y abierta a todos para conquistar a todos para Cristo.

Os acompañamos con nuestras plegarias, para que sepáis dar testimonio de la presencia de Dios en el mundo; en prueba de Nuestra benevolencia, os otorgamos de corazón una especial Bendición Apostólica.

Gruppi di varie provenienze

Vuestra deferente visita, amadísimos Hermanos Coadjutores de la Compañía de Jesús, nos es sumamente grata. A vosotros y a vuestros Padres Asistentes, nuestra cordial bienvenida.

Estáis celebrando el primer Congreso mundial de Hermanos Coadjutores: una laudable iniciativa que demuestra un verdadero afán de superación en vuestra vida de hombres consagrados, y un no menor esmero por adquirir una preparación sólida, humana y espiritual.

No olvidéis el lema ignaciano: «omnia ad maiorem Dei gloriam». Fieles a vuestra espiritualidad y a vuestras normas comunitarias, entregad generosamente el anima al Sefior, como siervos buenos, y proseguid confiados el camino senalado por las bienaventuranzas. A elle os aliente Nuestra Bendicion Apostolica, que de corazon otorgamos a vosotros y a todos vuestros compafieros.

Nous sommes heureux de souhaiter la bienvenue aux membres du Groupe de travail «Incendie» du Comité Européen des Assurances. Réunis à Rome avec vos Collègues Italiens, pour mettre en commun vos expériences, vos recherches et les soucis techniques de votre profession, vous avez voulu saisir cette occasion pour Nous rendre visite. Nous vous remercions de cette délicate attention et nous vous encourageons volontiers à poursuivre votre coopération entre pays européens pour assurer aux victimes du terrible sinistre qu’est l’incendie, les garanties et les dédommagements dont elles ont tant besoin dans leur épreuve.

Nous avons le plaisir de saluer aussi dans cette assemblée les Officiers et les matelots de deux navires de la Marine du Canada, le «Skeena» et l’« Annapolis », actuellement en escale à Naples. Vous avez voulu, chers amis, remonter comme saint Paul de Naples à Rome, en une sorte de pèlerinage. Puissiez-vous raviver votre foi au Seigneur en cette Ville où les deux grands Apôtre’s Pierre et Paul ont donné leur suprême témoignage. Soyez vous-mêmes, au milieu de vos collègues, les hérauts de l’espérance que Dieu nous ouvre, les témoins agissants de l’amour qu’il met en nos coeurs et le ferment d’unité dont le monde a tant besoin, au milieu des tempêtes qu’il traverse. En invoquant ses grâces sur chacun d’entre vous, sur vos familles, sur ceux qui vous sont chers, Nous vous donnons Notre paternelle Bénédiction Apostolique.

We extend special greetings to Bishop Thomas and to our dear sons and daughters from Australia. Recently we had the joy here in Rome of joining in your bicentennial celebration. At this time we renew our affection for you and assure you that you remain always very close to our heart.

With great joy we welcome Bishop Baroni and our beloved sons and daughters from Khartoum. Through you we greet all the people of your noble land and renew our love for all of Africa. We think often of your continent and of the goodness and greatness that we have found there.

With great joy we welcome Bishop Baroni and our beloved sons and daughters from Khartoum. Through you we greet all the people of your noble land and renew our love for all of Africa. We think often of your continent and of the goodness and greatness that We have found there.

It is a pleasure to have with us also the large group of American sailors. We know that many of you are just back from Vietnam. We take this occasion to tell you how we have prayed and worked for peace and how much we desire to see the end of war and the conquest of love.

To all of you with affection Our special Apostolic Blessing.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Martedì, 2 giugno 1970

Uno dei caratteri salienti della formazione spirituale del cristiano risultante dal Concilio è certamente il senso comunitario.

Colui che intende accogliere lo spirito e la norma del rinnovamento conciliare si accorge d’essere modellato da una pedagogia nuova, che lo obbliga a concepire e ad esprimere la vita religiosa, la vita morale, la vita sociale in funzione della comunità ecclesiale alla quale appartiene. Tutto nel Concilio parla della Chiesa; ora la Chiesa è Popolo di Dio, è Corpo mistico di Cristo, è comunione. Non è più possibile dimenticare questa realtà esistenziale, se si vuole essere cristiani, essere cattolici, essere «fedeli». La vita religiosa non si può praticare come espressione individualista del rapporto fra l’uomo e Dio, fra il cristiano e Cristo, fra il cattolico e la Chiesa; e neppure si può concepirla come espressione particolarista, come quella che in un gruppo autonomo, avulso dalla grande comunione ecclesiale, trova la propria soddisfazione ed evita interferenze estranee, sia di superiori, che di colleghi o di seguaci, estranei ad un’esclusiva mentalità di iniziati, propria del gruppo chiuso e pago di se stesso. Lo spirito comunitario è l’atmosfera necessaria del credente. Il Concilio ha richiamato alla coscienza e alla pratica della vita religiosa e cristiana il respiro di questa atmosfera.

Facciamo subito due riserve; o meglio, due ovvie osservazioni. Il fatto religioso, nella sua essenza, nella esigenza profonda e irrinunciabile, rimane un fatto personale. Perciò libero e proprio di colui che lo pone. Il rapporto fra l’uomo e Dio si celebra nella coscienza individuale, e proprio nel momento in cui l’uomo si sente persona, pienamente responsabile e tendenzialmente rivolto a decidere del proprio destino (Cfr. Summ. Theol., II-II, 81). Anzi l’adesione alla vita comunitaria della Chiesa, lungi dal prescindere dall’apporto personale del fedele, sia nell’esercizio della preghiera, - la preghiera liturgica -, sia in quello dei rapporti sociali, cioè quelli della giustizia e della carità, lo provoca e lo esige. La fede non ci è data mediante la Chiesa? La grazia non ha i suoi canali attraverso il ministero di lei? Che cosa conosceremmo noi di Cristo, se ella non ci fosse maestra? (Cfr. J. A. MOEHLER, Die Einheit in der Kirche, 1, 1, 7; L’unité dans l’Eglise, p. 21) «La liturgia stessa richiede che l’anima tenda alla contemplazione; e la partecipazione alla vita liturgica . . . e una preparazione eminente all’unione con Dio mediante contemplazione di amore» (MARITAIN, Liturgie et contemplation, p. 14). Potremmo approfondire il tema osservando come lo spirito comunitario, al quale ora ci educa la Chiesa, non è una novità, ma piuttosto un ritorno alle origini della spiritualità del cristianesimo; e come esso, lungi dal soffocare la effusione personale del fedele, la ravviva nel ricordo e nell’atteggiamento pratico di quel «sacerdozio regale», proprio del battezzato, di cui oggi tanto si parla, dopo che il Concilio ce ne ha richiamato l’esistenza, la dignità e l’esercizio (Lumen gentium LG 10-11 etc. ).


LE CHIESE LOCALI

Analoghe osservazioni si possono fare circa la legittima e provvidenziale esistenza di gruppo, che si costituiscono in «religioni» particolari, che si prefiggono l’imitazione di Cristo e la pratica dei consigli evangelici, secondo propri criteri, riconosciuti dall’autorità della Chiesa per il conseguimento della perfezione cristiana (ibid., 43). Ma anche questi, con stile proprio, vivono nella Chiesa, della Chiesa, per la Chiesa; e non sono affatto distolti dall’interna ed esterna comunione con lei; anch’essi hanno, e spesso più di altri, il senso, il gusto, lo zelo dello spirito comunitario.

Così possiamo dire dell’esistenza più che riconosciuta, onorata delle Chiese particolari, con proprie tradizioni, riti e norme canoniche; ma anche per esse la «comunione» è il requisito indispensabile dell’appartenenza all’unica vera Chiesa di Cristo: su questo nome benedetto della «comunione» fa perno tutta la questione dell’ecumenismo, al quale parimente il Concilio ci ha richiamati e ci vuole educati.

Aggiungiamo anche la menzione delle Chiese locali, che non sono frazioni staccate e autonome nell’unità della Chiesa universale, ma sono porzioni aderenti, sono membra vive, sono rami fiorenti di lei, dotate di propria vitalità emanante da un unico principio di fede e di grazia; ma sono espressioni anche esse, nello studio stesso di dare pienezza alla loro interiore ed originale comunione, della totale comunione ecclesiale, testimonianza della geniale e originale armonia della varietà nell’unità (Cfr. Lumen gentium LG 23, 26, etc.).

Ma detto questo resta che la Chiesa, rianimata e illustrata dal Concilio, si presenta, oggi più che nel passato, comunitaria. Anzi più si dilata nel mondo, e più si definisce per intrinseca e costituzionale necessità una «comunione» (Cfr. HAMER, L’Eglise est une communion, 1962; e art. su L’Osservatore Romano del 22 maggio 1970). Si noti il vertice sociale di questa definizione: l’umanità può essere considerata come una massa, una quantità numerica, o una semplice categoria di esseri umani, folla amorfa e priva di profondi e voluti vincoli interiori; ovvero una società pluralista ed anonima; ovvero una comunità associata da particolari fini o interessi; un Popolo, una Nazione, una Società di Nazioni . . . Ed infine una «comunione»: questa è l’umanità voluta da Cristo.


LA CHIESA, CORPO ORGANICO

Voi conoscete quali siano i requisiti, anzi i fattori di questa superlativa espressione dell’umanità: la fede, lo Spirito, la gerarchia. È la Chiesa. La nostra Chiesa.

La quale, si è comunione, che cosa comporta? Cioè, qual è la dinamica d’una tale definizione? Se la Chiesa è comunione, ella comporta una base di eguaglianza, la dignità personale, la fratellanza comune; comporta una progressiva solidarietà (Ga 6,2); comporta una obbedienza disciplinata e una collaborazione leale; comporta una relativa corresponsabilità nella promozione del bene comune. Ma essa non comporta una eguaglianza di funzioni; che anzi queste sono bene distinte nella comunione ecclesiale che è organica, è gerarchica, è corpo dalle diverse e ben qualificate responsabilità; eccetera.

La conclusione è questa; dobbiamo aumentare in noi il senso comunitario e l’esercizio delle virtù corrispondenti; cioè dobbiamo crescere nella carità: questo termine deve acquistare senso, valore, pratica; questo è lo spirito comunitario, al quale il Concilio ci vuole formati e fedeli. Come, fin dal principio della Chiesa, ci ha insegnato San Paolo: «Seguendo la verità nella carità progrediamo in tutto verso lui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo . . . nella misura di ciascuna delle sue parti compie il suo sviluppo, per la sua edificazione nell’amore» (Ep 4,15-16).

Spirito comunitario autentico ! Con la Nostra Benedizione Apostolica.

L’assistenza spirituale alle Religiose

Fra i gruppi di questa Udienza ci piace rivolgere la Nostra particolare attenzione e il nostro saluto ai Sacerdoti incaricati dell’assistenza alle Religiose d’Italia, riuniti a Roma per il loro secondo Convegno Nazionale.

Siamo lieti, Figli carissimi, di incontrarci ancora una volta con voi per riaffermare l’importanza che noi attribuiamo alla vostra delicata missione. Le Religiose sono parte viva della comunità diocesana e sono impegnate, secondo la propria vocazione, a lavorare con dedizione per l’edificazione e l’incremento del Corpo Mistico e per il bene delle Chiese particolari (Cfr.

Christus Dominus CD 31). Offrire loro, pertanto, un’assistenza adeguata sia culturale che spirituale, è certamente dovere dei rispettivi Istituti; ma anche l’autorità ecclesiastica diocesana ha l’obbligo di fornire loro i necessari sussidi perché possano vivere più pienamente la loro consacrazione a Dio e assolvere i loro compiti apostolici conforme alla propria vocazione e alle necessità dei tempi.

Ci rallegriamo perciò vivamente con voi, che avete così bene compreso questo dovere e per conseguenza volentieri incoraggiamo il vostro lavoro, lo benediciamo, invocando su chi lo svolge con tanta generosità e così alta coscienza delle necessità della Chiesa, la continua assistenza del Signore.

Gruppo di «non vedenti» di Brescia

Ci rivolgiamo ora, con cuore commosso, al piccolo gruppo di «non vedenti», Nostri concittadini bresciani, venuti dalla nostra diocesi di origine per porgerci i loro affettuosi auguri nel 50° anniversario della nostra prima Messa.

Carissimi Figli, voi avete un particolare titolo, che fra tutti vi rende i più meritevoli del Nostro amore, del Nostro rispetto e della Nostra attenzione: non solo perché ci ricordate, con la vostra presenza, le circostanze e i luoghi delle nostre primizie sacerdotali, ma perché, con la vostra condizione, voi date un magnifico esempio, che vogliamo additare all’ammirazione di tutti: noi ben conosciamo quali sentimenti vi distinguono, con quale dignità sapete portare la vostra pena segreta, quale fedeltà cristiana vi ispira e brilla nelle vostre anime, infondendovi una pace e una serenità, che si irradiano a illuminare e a confortare anche chi ha occhi per vedere, e talora, purtroppo, non vede. Voi avete questa luce spirituale, intensa, ricca, imperturbata, provata nel crogiolo della sofferenza, e perciò durevole e meritoria: la festa della luce, che celebrate ogni anno, lo dice apertamente. Continuate a diffondere questa luce, con la vostra bontà, col vostro fervore, con la vostra dedizione: la Chiesa ha anche bisogno di voi, e voi l’aiutate nell’offrire silenziosamente la vostra infermità. Ve ne ringraziamo di cuore: e mentre vi rinnoviamo il nostro compiacimento per il pensiero avuto per noi, lo ricambiamo con la Nostra particolare Benedizione Apostolica, che vi conforti e accompagni sempre, attirando su di voi, sui vostri accompagnatori e su quanti si dedicano alla vostra assistenza spirituale le continue grazie del Signore.

«Amici di Don Orione»

Un paterno saluto rivolgiamo ora ai partecipanti al Congresso Internazionale degli «Amici di Don Orione», venuti a porgerci l’omaggio della loro devozione.

Vi accogliamo molto volentieri, figli carissimi, e vi ringraziamo di questa testimonianza di affetto. Siamo rimasti assai edificati nell’apprendere il tema del vostro Convegno: «A servizio dei poveri, tesoro della Chiesa»; tema che riassume molto bene lo spirito che anima tutta l’opera del Servo di Dio Don Orione. Prendere coscienza dell’urgenza di questo dovere significa scoprire uno dei tratti più autentici del messaggio di Cristo, nato povero per noi, affinché noi fossimo arricchiti della sua indigenza (Cfr. 2 Cor 2Co 8,9); significa altresì risvegliare una delle più ricche sorgenti di energie spirituali della Chiesa, oggi più che mai obbligata ad effondere i suoi carismi e a prestare i suoi servizi al mondo moderno.

Formuliamo pertanto i migliori voti per voi e per il vostro Congresso, e mentre vi esortiamo a proseguire coraggiosamente in questo impegno, di cuore vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione.

Il collegio di Tradate

Una parola di saluto vogliamo anche rivolgere agli ex aluuni del Collegio di Tradate, i quali, accompagnati dal loro antico Rettore, Mons. Norberto Perini, Arcivescovo di Fermo, sono qui venuti per esprimere a Noi, in occasione del Nostro giubileo sacerdotale, i loro sentimenti di filiale devozione.

Noi sappiamo, figli carissimi, che, ogni primo giovedì, voi vi riunite nel Duomo di Milano, allo Scurolo di San Carlo, per ricevere da Gesù Eucaristia forza e conforto per una testimonianza cristiana nella vostra vita familiare e professionale.

Desideriamo esprimervi il nostro vivo compiacimento per tale iniziativa, sulla quale invochiamo copiosi favori celesti, mentre auspichiamo che possiate essere sempre ed ovunque coerenti ai preziosi insegnamenti che vi sono stati inculcati nell’adolescenza.

A voi, a Mons. Perini, a tutti gli ex alunni di Tradate, alle vostre famiglie ed alle persone care impartiamo di cuore la propiziatrice Benedizione Apostolica.

Parrocchiani di Acilia

Abbiamo qui un gruppo a Noi carissimo, la cui presenza solleva nel nostro cuore il ricordo di un incontro di intensa commozione, con essi vissuto nel giorno di Pasqua di quest’anno: sono i cinquecento rappresentanti della parrocchia di San Giorgio Martire, ad Acilia, venuti col loro zelante Parroco, Padre Anselmo Zancanella, a offrirci un ricco tesoro di preghiere e di opere buone.

Vi accogliamo con tutto il cuore: questa occasione ci fa rivivere con intatto sentimento di consolazione paterna le emozioni di quel mattino di Pasqua, irradiato della certezza e della gioia della Risurrezione, quando, in mezzo a voi, abbiamo celebrato il Sacrificio eucaristico, segno e rinnovazione del Mistero pasquale; quando ci siamo incontrati con le vostre famiglie, con la vostra gioventù, con i vostri ammalati; quando abbiamo scambiato con voi, a nome e per autorità di Cristo Signore, parole di fede e di incoraggiamento, di luce e di speranza. Come quel ricordo rimane indelebilmente impresso in noi - siatene certi! - così vogliamo sperare che sia sempre custodito nella vostra parrocchia: ce ne dà la prova più bella questa offerta spirituale, che avete voluto presentarci per mezzo dei giovani, speranza del domani, letizia e forza della Chiesa. Sappiate mantenere fede agli impegni del vostro Battesimo, fate sempre onore al nome cristiano, portate nel mondo della professione e del lavoro la testimonianza del Vangelo: e soprattutto rendete ognor più la vostra Parrocchia, come ha detto il Concilio raccogliendo una parola di San Cipriano, «una fraternità che ha una sola anima» (Lumen gentium LG 28). A ciò vi conforta la Nostra Apostolica Benedizione, che estendiamo a tutti i carissimi abitanti di Acilia.



50° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO DEL SANTO PADRE



1970-AUDIENZE - DIFFICILE EQUILIBRIO