
1970-AUDIENZE
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi ci sentiamo in dovere di esprimere a voi che ci ascoltate, affinché la nostra voce giunga anche a tutti quelli che hanno spiritualmente partecipato alla commemorazione del cinquantesimo anniversario della nostra ordinazione sacerdotale, un vivo ringraziamento. Come forse sapete, Noi avremmo personalmente preferito che questa ricorrenza passasse inavvertita, e solo da Noi celebrata, in silenzio, in preghiera, come un fatto ignorato dagli altri, e circondato gelosamente soltanto dai nostri ricordi e dal nostro interiore esame per il carattere sacerdotale, che ha qualificato la nostra umile persona, e fatto di noi un «dispensatore dei misteri di Dio» (Cfr. 1 Cor 1Co 4,1 2 Cor 2Co 6,4 2Co 1 Petr 2Co 4,10), un ministro della Chiesa. Ma ci siamo resi conto che non poteva essere così; per due motivi.
Primo, perché un sacerdote non appartiene più a se stesso; e la sua stessa vita spirituale è condizionata dalla comunione dei fratelli, ai quali si rivolge il suo ministero; egli è a loro disposizione, al loro servizio; e ciò che giova alla loro edificazione è scelta obbligata per il sacerdote; e ciò tanto più per noi, che, investiti dell’ufficio pastorale di questa Sede apostolica, spectaculum facti sumus: siamo posti alla vista di tutti (1 Cor 1Co 4,9), col titolo programmatico di «servo dei servi di Dio». Dovevamo quindi concederci all’interesse celebrativo, che tanti figli della Chiesa, e tanti anche oltre i suoi confini canonici, ci hanno voluto dimostrare. Mentre dunque diciamo a tutti quelli che hanno voluto esserci spiritualmente vicini in questa singolare circostanza la nostra viva riconoscenza, al Signore rivolgiamo il tributo di felicitazioni e di voti a noi presentato come un’offerta che non a noi, ma a Lui piuttosto deve essere rivolta, « rendendo sempre grazie per tutto a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo (Ep 5,20). Noi stessi, quasi sopraffatti da tante testimonianze augurali, dobbiamo poi essere, non solo grati, ma lieti che esse rendano onore al sacerdozio, non tanto perché da noi per cinquant’anni, a qualche modo, esercitato, ma perché da Cristo istituito in salvezza della sua Chiesa e della umanità.
E la letizia è tanto più grande quanto più spesso oggi vediamo, con immenso nostro dolore, e con pianto della Chiesa fedele, contestato, discusso, vilipeso, tradito, negato questo misterioso e ammirabile sacerdozio ministeriale, istituzione divina, scaturita dal cuore di Cristo proprio nell’ora in cui Cristo si tramutò in alimento sacrificale per essere comunicato a ciascuno dei suoi seguaci e per far di Sé Redentore principio di carità e di unità di tutto il Corpo Mistico, la Chiesa, vincendo i confini tanto ristretti del tempo e dello spazio. L’Eucaristia è infatti, nelle intenzioni di Cristo, un superamento della solitudine, in cui si trova ogni uomo che abbia vita personale, bambino o vecchio che sia; ed è un superamento della lontananza che la storia e la geografia interpongono fra le generazioni e fra le dislocazioni dell’umanità sulla terra. All’esecuzione di così inaudito e stupendo disegno occorreva uno strumento umano, un potere delegato rinnovatore del miracolo sacramentale, un servizio annunciatore e distributore (come fu all’episodio evangelico, profetico e simbolico della moltiplicazione dei pani), della Parola fatta pane di vita, carne e sangue dell’Agnello pasquale salvatore e liberatore, occorreva un ministero qualificato, occorreva il Sacerdozio di Cristo stesso, trasfuso in uomini, sublimati da discepoli in apostoli e in sacerdoti. Quando la teologia, la liturgia, la spiritualità, e vogliamo aggiungere la sociologia, metteranno in evidenza, nuovamente ai giorni nostri, queste segrete e luminose verità, come si conviene alle realtà divine ch’esse contengono e alle capacità conoscitive dell’uomo moderno, sarà grande fortuna e grande esultanza nella Chiesa e nel mondo; e il divino Sacerdozio di Cristo, comunicato nel Sacerdozio ministeriale, sarà rivendicato nella sua dignità e nella sua missione. Per questo, fratelli e figli carissimi, abbiamo gradito le onoranze, semplici ma sincere, rese al nostro Giubileo sacerdotale; non a noi, fragile creta, ma al Sacerdozio di Cristo, al tesoro divino, a noi, come ad ogni altro Sacerdote, affidato (Cfr. 2 Cor 2Co 4,7).
Ma vi è una spiegazione, che dobbiamo ricordare, e che rende ragione della commemorazione del medesimo nostro Giubileo sacerdotale; ed è la bontà di chi l’ha promossa e di chi ha voluto prendervi parte. Oh! non è che Noi la ignoriamo codesta bontà, la vostra bontà, fratelli e figli della santa Chiesa; noi la conosciamo, noi la sperimentiamo ogni giorno. Essa è l’oggetto della nostra ammirazione, della nostra riconoscenza, della nostra fiducia, della nostra preghiera. La bontà dei Vescovi, dei Sacerdoti, dei Religiosi e delle Religiose, del Laicato cattolico, di tanta nostra Gioventù, di tanta infanzia innocente, di tanti pazienti nel dolore, di tanti missionari, di tanti collaboratori, di tanti amici, di tanti fedeli-fedeli . . . . credete voi che possa essere trascurata dalla nostra valutazione della Chiesa odierna? Dubitate forse che il Papa non abbia occhi, non abbia cuore? No certo; voi sapete che codesta fedeltà, codesta bontà sono sempre a Noi presentissime.
Ma in questa occasione è capitato questo: che Noi abbiamo avuto esperienza di tanta bontà. Ne abbiamo avuto una prova, possiamo dire, nuova e sensibile. Noi abbiamo sentito sorgere da voi, dalla Chiesa tutta e da tante altre persone che le sono, per qualche motivo, vicine, un coro, un grande coro, che non poteva non riempirci di commozione e di consolazione. Quante voci, quante voci in armonia, per congratularsi con noi del Sacerdozio di Cristo a noi conferito e da noi per cinquant’anni esercitato. Noi abbiamo ascoltato piangendo e benedicendo Iddio questa onda saliente di voci autorevoli e gravi alcune, di voci affettuose e pie altre, di voci umane vicine e lontane innumerevoli. Lasciate che diamo questo riconoscimento di bontà, di cortesia, di pietà, di augurio a tutte, ma che vi diciamo quanto conforto ci abbiano portato specialmente alcune: quelle delle persone consacrate al Signore, quelle dei nostri Seminari e Noviziati, quelle di Lavoratori cristiani, quelle di tante Scuole ed Ospedali: voci squillanti ed innocenti, voci fioche e doloranti.
Quanto è buona la Chiesa, ci siamo detti; quanto buona la società stessa profana che ci circonda! Quale attestato delle virtù cristiane ed umane è venuto al povero Successore di Pietro, che nelle presenti vicissitudini non può spesso celare la sua pena per tante cause, a tutti ben note, di apprensione per la fede, per la carità, per la pace nella Chiesa e nel mondo.
Vogliamo, a titolo di esempio, citarvene due di queste voci, due testimonianze orali, senza escluderne nessun’altra! Ecco: quella d’un ragazzo proveniente da un Paese oltre cortina, durante un’Udienza generale; un ragazzo del popolo, timido e ardito, trasparente di semplicità e di innocenza, il quale s’era imparato a memoria alcune parole in latino e alcune nella sua propria lingua per dire a noi la sua fedeltà e quella del suo Paese. Egli ci costrinse a fermarci un istante, perché lo ascoltassimo. Come non farlo, anche in momento così poco propizio, affascinati da tanto candore e da tanto evangelica bontà?
E quella d’un vecchio venerando, un po’ tremante, ma sicuro del messaggio che, dopo una cerimonia in San Pietro, si era prefisso di comunicarci; ed era questo: «Coraggio, Santo Padre, coraggio!». Era Saverio Roncalli, il fratello di Papa Giovanni, quasi interprete del Nostro venerabile Predecessore.
Così! Grazie, grazie a tutti; e a tutti la Nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
L’Istituto di sociologia pastorale
Siamo lietissimi di dedicare stamane un saluto di particolare affetto al gruppo di Sacerdoti che frequentano qui in Roma l’Istituto di Sociologia Pastorale. E lo facciamo di gran cuore, perché questo incontro col Vicario di Cristo coincide con il primo decennio di attività dell’Istituto stesso.
Grazie, figli carissimi, di questo vostro delicato pensiero. Ne profittiamo non soltanto per dire a voi la nostra parola di stima e di compiacimento, ma altresì per rivolgere il Nostro plauso più sincero ai promotori di una Istituzione che ha già reso segnalati servizi alla Chiesa, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Sappiamo, infatti, che il vostro Istituto lavora nel silenzio operoso, nella dedizione generosa, per offrire un solido orientamento sociale e pastorale a quei sacerdoti - specialmente latino-americani, africani e asiatici - che non hanno possibilità di frequentare corsi accademici di scienze sociali. Opera quindi altamente benemerita, quando si pensi al contributo che possono dare all’avvenire della Chiesa nei suddetti Paesi, sacerdoti più preparati a diffondere una sana mentalità sociale cristiana, a promuovere un ordinato sviluppo sociale, a difendere i propri fedeli dalle insidie della propaganda materialista.
Per questo motivo Noi formuliamo volentieri i migliori voti per la prosperità del vostro Istituto, e mentre invochiamo su di esso le più elette grazie del Signore, a voi tutti con effusione di cuore impartiamo l’Apostolica Benedizione.
La collaborazione missionaria dei laici
Salutiamo e ringraziamo pubblicamente i proprietari, i dirigenti e le maestranze del Maglificio Sacor, di Cassano Murge, per la loro presenza e per l’atto che hanno voluto compiere in occasione del 50° anniversario del Nostro sacerdozio: il finanziamento di un laboratorio di cucito presso le missioni Comboniane, in Uganda. Vi accogliamo con grande compiacimento, come già nell’udienza del 1965, quando, alla vigilia del Nostro viaggio in India, ci avete portato tremila magliette per i piccoli dell’India; così ci avete accompagnati spiritualmente a Bogotà con una generosa offerta per le necessità di qualche famiglia colombiana; e ora, ricordando il Nostro pellegrinaggio in terra d’Africa, dello scorso anno, rinnovate la fragranza di quei gesti esemplari. Il vostro impegno, ispirandosi agli insegnamenti conciliari sulla collaborazione missionaria che deve animare i laici (Cfr.
Ad gentes AGD 41) e alle pressanti esortazioni della Nostra Enciclica Populorum progressio (Cfr.
Populorum progressio PP 75), dice chiaramente quale amore alla Chiesa, quale sensibilità per le esigenze dei fratelli, quale fedeltà alla Sede di Pietro vi ispirino e sorreggano nel vostro lavoro. È il Sacro Cuore di Cristo, al cui titolo fa riferimento la vostra volonterosa industria, a istillarvi questi nobilissimi sentimenti. Continuate a coltivarli con generosità e compiacenza, e non vi mancheranno mai le benedizioni del Cielo, delle quali la Nostra vuol essere pegno e auspicio, e conferma di grande, sincera benevolenza.
Pellegrini sloveni
Un cordiale saluto vogliamo rivolgere ai pellegrini sloveni della parrocchia di Ilirska Bistrika, della Amministrazione Apostolica di Koper, ed al loro Arciprete.
Mentre desideriamo esprimere, carissimi figli, il Nostro compiacimento e la Nostra letizia nel vedervi e sentirvi presenti in questa Basilica, per manifestare la vostra fedeltà alla Cattedra di Pietro, facciamo voti the possiate dare, sempre e dovunque, una costante testimonianza di vita cristiana, generosa e cosciente.
Come segno della Nostra benevolenza, vi impartiamo l’Apostolica Benedizione, the estendiamo alle vostre famiglie e a tutte le persone the vi sono care.
Gruppi di lingua inglese
We extend a warm welcome to the Reverend Trevor Shepherd and to the group of pilgrims from New Zealand. Thanking you for your gracious visit we ask you to convey our respectful greetings to your Churches and local congregations. “Grace to you and peace from God our Father and the Lord Jesus Christ” (1 Cor 1Co 1,3).
From the United States We are happy to have with Us this morning the Rector and students of the General Theological Seminary. It is with deep pleasure that we greet our Anglican brethren; we extend to you the respectful welcome of the Church of Rome.
We greet with equally deferential regard the members of the English Language International Theological Seminar. We present to you our best wishes for your summer studies on theological developments. “The Lord be with you all” (1 Thess 1Th 3,16).
Special greetings to our dear sons and daughters from India. It is always a pleasure to receive visitors from your noble nation. This morning once again it is Our intention to reiterate Our affection for you all. Through you We greet your families and your dear country.
To all of you Our Apostolic Blessing.
«Camerata Bariloche» di Argentina
Una mención especial de bienvenida y reconocimiento para vosotros, amadísimos hijos de la Argentina, miembros de la agrupación musical «Camerata Bariloche».
Deseamos ardientemente que la belleza de vuestras interpretaciones musicales sean siempre, para vosotros y para vuestros oyentes, ocasión preciosa de elevación espiritual hacia Aquel que es Autor de toda belleza. Os felicitamos y nos auguramos de corazón que continuéis desarrollando la noble tarea de promoción de jóvenes a quienes el Señor ha dotado para dedicarse al arte de la música.
Nuestra Bendición para vosotros, para la benemérita Fundación Bariloche, para vuestras familias.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Nella nostra ricerca delle idee principali del Concilio, ricorrenti nelle dottrine dei suoi documenti, e informatrici dello stile ecclesiale, che tutto lo penetra, una troviamo, sulla quale non possiamo non fermare la nostra attenzione; ed è l’idea di servizio.
Non è certo un’idea nuova nella concezione religiosa, intesa come un ordine stabilito da Dio, nel quale ordine ogni creatura, anche l’uomo, creatura libera, si trova implicata e subordinata. Il timore di Dio, essenza del senso religioso naturale, è definito «principio della sapienza» (Ps 110,10 Eccli Ps 1,16); è il principio logico e ontologico della filosofia biblica, e proclama al tempo stesso il dominio assoluto di Dio creatore e la dipendenza, sia pure libera, ma moralmente necessaria, dell’uomo. Il dovere fondamentale di adorazione (latria) si evolve in quello di servizio (diaconia). Nell’ambito religioso della rivelazione, questo concetto di servizio assume figura particolare nella seconda parte del libro di Isaia, nel quale la figura misteriosa del «servitore del Signore» si presta a diverse interpretazioni, tra le quali prevale chiaramente quella del Messia redentore (Cfr. Is Is 42,1 ss.; 4, 3-6; 52, 13-53).
Gesù, come tutti sanno, sebbene Figlio di Dio, volle assumere natura di schiavo, facendosi simile all’uomo, «umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce» (Cfr. Phil Ph 2,6-8). Tutto il Vangelo si svolge in uno spirito di sudditanza alla volontà del Padre, e in uno spirito di servizio al bene altrui; questo spirito informa tutta la missione di Cristo, il Quale dice apertamente di se stesso che «il Figlio dell’uomo - cioè Gesù, il Messia - non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in redenzione di molti» (Mt 20,28). E tutti sappiamo come Gesù ha fatto del suo esempio una legge ai suoi discepoli; vale la pena di citare il testo di questa grande lezione riformatrice e costituzionale per la Chiesa: «I re delle nazioni le dominano, e quelli che hanno autorità su di esse sono chiamati benefattori. Non sia però così fra voi; anzi il più grande fra voi sia come il più piccolo; e chi governa sia come colui che serve . . . Io sto in mezzo a voi come uno che serve» (Lc 22,26-27).
Questo insegnamento del Signore è stato espressamente e intenzionalmente assunto dal Concilio, e riferito in modo esplicito e diretto all’autorità che governa il Popolo di Dio, riprendendo un tema che pervade tutta la tradizione ecclesiastica, e che identifica la potestà col ministero (Cfr. CONGAR, Pour une Eglise servante et pauvre, p. 15 e n. 2). Sant’Agostino ci offre al riguardo le formole più incisive, e con lui San Gregorio Magno (Cfr. ID., L’Episcopat et l’Eglise universelle, p. 26 ss.; 101-132). E ministero vuol dire servizio, servizio per amore, per altrui utilità, con sacrificio di sé. L’affermazione del Concilio su questo punto (Cfr.
Lumen gentium LG 32) è molto importante ed è destinata a rettificare e ad autenticare l’esercizio dell’autorità nella Chiesa, a riportarne le forme alle sue genuine espressioni pastorali, a rivelare il titolo fondamentale della potestà gerarchica nella Chiesa, l’amore, a rivendicarne, nell’umiltà e nella dedizione, la dignità e la necessità. È un’affermazione che, prima d’ogni altro, riguarda l’ufficio a noi commesso nella Chiesa universale; e noi preghiamo Cristo Signore, come ci raccomandiamo alla pietà dei nostri fratelli e dei nostri figli, per potervi dare fedele ed esemplare osservanza, quale si conviene a chi fa proprio il titolo di «servo dei servi di Dio». Questo tema del servizio come ragion d’essere dell’autorità nella Chiesa si presta a molte considerazioni, sia per chi vuole rintracciare nelle pagine del Nuovo Testamento l’eco alla parola magistrale di Gesù; ovvero per chi lo cerca nella documentazione patristica, o teologica (Cfr. ad es. Summ. Theol., II-II, 88, 12); oppure per chi rintraccia nella lunga storia della Chiesa la congiunzione della potestà pastorale con l’autorità civile con le relative complicazioni e alterazioni del concetto evangelico dell’ufficio gerarchico; o anche, come oggi si sta facendo, per chi va cercando le forme e lo stile con cui la Chiesa deve esercitare la sua autorità gerarchica: l’idea del servizio rimane il parametro di confronto e di perfezionamento canonico del potere conferito da Cristo ai suoi Apostoli e ai loro successori per la guida del Popolo di Dio.
Ma Noi qui ci limitiamo ad alcune rapide e semplici osservazioni. Il fatto che Gesù Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse governata in spirito di servizio non vuol dire che la Chiesa non debba avere una potestà di governo gerarchico: le chiavi conferite a Pietro dicono qualche cosa, dicono assai; come la parola di Gesù che trasferisce agli Apostoli la sua divina autorità, quasi identificandosi con loro: «Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me» (Lc 10,16), c’insegna di quale potere, pastorale sempre, e destinato al bene della Chiesa, ma forte ed efficace, siano rivestiti coloro che rappresentano Cristo, non per elezione dalla base, o per incarico della comunità, ma per trasmissione apostolica, mediante il sacramento dell’ordine sacro; e ci spiega come l’apostolo Paolo, il quale aveva ben chiara coscienza d’essere al servizio di tutti: debitor sum (Rom. 1, 14), non tema di minacciare i Corinti riottosi di ritornare da loro, se occorresse, in virga (1 Cor 1Co 4,21), col bastone del castigo; ed anche di tradere . . . Satanae, cioè di scomunicare, di consegnare a Satana l’incestuoso infelice.
Un’altra osservazione: tutto «l’ordinamento ecclesiale è inteso esattamente solo se concepito come ordinamento di servizio. Per comprendere esattamente il compito ministeriale della gerarchia ecclesiastica è necessario inserirlo nel problema più ampio della funzione di servizio, che spetta a tutti i membri della Chiesa . . . Il servizio ecclesiale è compito proprio di tutti i membri della Chiesa» (LÖHRER, La gerarchia al servizio del popolo cristiano, nel vol.: La Chiesa del Vaticano II, p. 699).
E questo vale per ogni singolo fedele, ma ancor più per tutto il corpo ecclesiale; la Chiesa intera è al servizio dell’umanità; è questa l’idea centrale, della Costituzione pastorale Gaudium et spes (Cfr. Gaudium et spes GS 3, 11, 42, 89, etc.). È fuori dubbio che, se la Chiesa sarà imbevuta di questa coscienza del servizio di salvezza, ch’essa deve al mondo, essa sarà più premurosa e gelosa d’essere unita, d’essere santa, d’essere disinteressata, d’essere missionaria, d’essere comprensiva dei bisogni del nostro tempo; e diventerà più sollecita nella fedeltà al duplice compito che, a tal fine, le è assegnato: mantenere intatta la fede, cioè il patrimonio di verità e di grazia, che Cristo le consegnò; e rendersi progressivamente capace di comunicare agli uomini il suo messaggio ed il suo carisma di salvezza. Così che l’idea di servizio, lungi dall’incombere sulla Chiesa come un peso opprimente e paralizzante, l’abilita a rinnovarsi nella sua autentica vocazione interiore e ad effondersi in apostolato sempre nuovo, sempre geniale, sempre generoso. È la forza rigeneratrice del dovere; è l’energia espansiva dell’amore.
Resterebbe da spiegare come questa idea di servizio si possa accordare con quella della libertà, di cui il Concilio ci ha pure lasciato indimenticabili insegnamenti. Ma Noi opiniamo che ciascuno possa da sé scoprire il nesso armonico fra queste due idee conciliari, solo che siano comprese nel loro giusto significato. Lo auspichiamo, con la Nostra Apostolica Benedizione.
La «Mariapoli» di Rocca di Papa
Con vivo piacere accogliamo stamane anche un gruppo di cristiani separati, provenienti da vari Paesi d’Europa e del Libano, attualmente ospiti del « Centro Mariapoli » di Rocca di Papa per una settimana di incontri col Centro del Movimento dei Focolari. Salutiamo affettuosamente questi nostri fratelli, e cogliamo l’occasione per attestare loro la nostra simpatia e la nostra stima.
Sappiamo che lo scopo di questi vostri fraterni incontri è il desiderio di giungere ad una più approfondita reciproca conoscenza, fondata sull’amore di Cristo. In tal modo voi portate il vostro volenteroso contributo nel campo dell’azione ecumenica, tanto sentita e tanto necessaria oggi. Vi esprimiamo pertanto la Nostra viva gratitudine; e mentre formuliamo voti per il costante sviluppo di così provvide iniziative, vi incoraggiamo a proseguire con l’assicurazione della Nostra benevolenza e soprattutto della Nostra preghiera, con la quale invochiamo su di voi le più elette grazie del Signore.
We are very happy to extend a special greeting to our Anglican brethren from England and Australia. We welcome you most cordially and hope that your visit in Rome is a pleasant one. We wish to make our own the greeting of Saint Paul: “The grate of our Lord Jesus Christ be with your spirit, brethren” (Ga 6,18).
Ein Wort herzlicher Begrüssung richten Wir noch an die ökumenische Gruppe von Studenten der Universität Oslo. Sehr geehrte Herren! Die katholischen und evangelischen Christen begegnen sich in ihrem gemeinsamen Glauben an den Gottmenschen Jesus Christus. Mögen Sie durch Ihre Studien als Historiker in diesem Glauben stets wachsen und in einem wahrhaft christlichen Leben ihn immer fruchtbarer werden lassen!
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Il nostro studio su lo spirito del Concilio, quello spirito che deve formare in noi una nuova ed autentica mentalità cristiana e deve esprimersi in un nuovo stile di vita ecclesiale, ci porta facilmente al tema della povertà.
Se ne è parlato molto. Aprì il discorso il Nostro venerato Predecessore Papa Giovanni XXIII con il radiomessaggio ai cattolici di tutto il mondo, un mese prima del Concilio, accennando, fino d’allora, ai problemi che la Chiesa trova davanti a sé, dentro e fuori dell’ambito suo, e affermando che «la Chiesa si presenta qual è, e vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei Poveri» (A.A.S. 54 (1962), p. 682). Questa parola ebbe un’eco immensa. Era essa stessa eco d’una parola biblica, venuta da lontano, dal Profeta Isaia (Cfr. Is 58,6 Is 61,1 ss. ) e fatta propria da Gesù, nella sinagoga di Nazareth: «Io sono mandato per annunciare ai Poveri la buona novella» (Cfr. Luc Lc 4,18). Tutti sappiamo quale importanza abbia in tutto il Vangelo il tema della povertà: a cominciare dal sermone delle beatitudini, nel quale i «Poveri di spirito» hanno il primo posto, non solo nel sermone, ma nel Regno dei cieli, per continuare nelle pagine dove gli umili, i piccoli, i sofferenti, i bisognosi sono magnificati come i cittadini preferiti del medesimo regno dei cieli (Mt 18,3) e come i rappresentanti viventi di Cristo stesso (Mt 25,40). L’esempio poi, e soprattutto, di Cristo è la grande apologia della povertà evangelica (Cfr. 2 Cor. 2Co 8,9 S. AUG., Sermo 2Co 14 PL 2Co 38,115). Sappiamo; e faremo bene a ricordarlo, proprio in omaggio a quella autenticità cristiana, che, auspice il Concilio, conforme aI genio spirituale del nostro tempo, noi tutti andiamo cercando.
Il tema è molto vasto; e Noi non pretendiamo affatto darvi qui svolgimento; solo lo ricordiamo, per la sua importanza teologica: la povertà evangelica comporta infatti una rettifica del nostro rapporto religioso, con Dio e con Cristo, a causa dell’esigenza primaria che questo rapporto afferma dei beni dello spirito nella classifica dei valori degni d’essere prefissi alla nostra esistenza, alla nostra ricerca e al nostro amore: «Cercate come prima cosa il regno di Dio» (Mt 6,33); e che svaluta - ecco la povertà! - nella graduatoria di stima verso i beni temporali, la ricchezza, la felicità presente, al confronto con il sommo Bene, che è Dio, e con il suo possesso, che è la nostra eterna felicità. L’umiltà dello spirito (S. AUG., Enarr. in Ps 73 PL Ps 36,175) e la temperanza, e sovente il distacco, sia nel possesso, che nell’uso dei beni economici, costituiscono i due caratteri della povertà, che il Maestro divino ci ha insegnata con la sua dottrina e ancor più, come dicevamo, col suo esempio: Egli si è rivelato, socialmente, nella povertà.
Come subito si vede, questo principio teologico, su cui si fonda la povertà cristiana, diventa un principio morale, informatore dell’ascetica cristiana: la povertà, vista nell’uomo, è, più che un dato di fatto, il risultato volontario d’una preferenza d’amore, scelta per Cristo e per il suo regno, con rinuncia, ch’è una liberazione, alla cupidigia della ricchezza, la quale comporta una serie di cure temporali e di vincoli terreni, occupando con prepotenza grande spazio nel cuore. Ricordiamo l’episodio evangelico del giovane ricco, il quale, posto nell’alternativa della sequela di Cristo, e dell’abbandono delle proprie ricchezze, preferisce queste a quella, mentre il Signore «lo guarda e lo ama» (Mc 10,21), e lo vede andarsene tristemente.
Ma il Concilio ci ha richiamato, ancor più che alla virtù personale della povertà, alla ricerca e alla pratica d’un’altra povertà, quella ecclesiale, quella che dev’essere praticata dalla Chiesa in quanto tale, come collettività riunita nel nome di Cristo.
Vi è in una pagina del Concilio una parola grande a questo proposito; la citiamo anche tra le molte altre, che incontriamo su questo tema nei documenti conciliari; essa dice: «Lo spirito di povertà e di amore è infatti la gloria e la testimonianza della Chiesa di Cristo» (Gaudium et spes GS 88). Essa è una parola luminosa e vigorosa, che esce da una coscienza ecclesiale in pieno risveglio, avida di verità e di autenticità, e desiderosa di affrancarsi da costumanze storiche, che ora si dimostrassero difformi dal suo genio evangelico e dalla sua missione apostolica. Un esame critico, storico e morale, s’impone per dare alla Chiesa il suo volto genuino e moderno, in cui la presente generazione desidera riconoscere quello di Cristo.
Chi ha parlato a questo proposito si è particolarmente soffermato sopra questa funzione della povertà ecclesiale, quella cioè di documentare la giusta visibilità della Chiesa (Cfr. CONGAR, Pour une Eglise servante et pauvre, p. 107). Così parlò specialmente il Card. Lercaro, alla fine della prima sessione del Concilio (6 dicembre 1962), insistendo su l’«aspetto», che la Chiesa oggi deve mostrare, agli uomini del nostro tempo in modo particolare, l’aspetto col quale si è rivelato il mistero di Cristo: l’aspetto morale della povertà, e l’aspetto sociologico della sua estrazione preferenziale fra i Poveri.
Tutti vediamo quale forza riformatrice abbia l’esaltazione di questo principio: la Chiesa dev’essere povera; non solo; la Chiesa deve apparire povera. Forse non tutti vedono quali giustificazioni possono darsi di aspetti diversi assunti storicamente dalla Chiesa nel corso della sua vita secolare e al contatto con particolari condizioni della civiltà; quando, ad esempio, l’aspetto della Chiesa apparve come quello d’una grande proprietaria terriera, essendo lei impegnata a rieducare le popolazioni al lavoro dei campi; ovvero come quello d’un potere civile, quando sfasciatosi questo, occorreva chi lo esercitasse con umana autorità; ovvero quando per esprimere il suo carattere sacro e il suo genio spirituale ornò di magnifici templi e di ricche vesti il suo culto; o per esercitare il suo ministero assicurò pane e decoro ai suoi ministri; o per dare impulso all’istruzione o all’assistenza del popolo fondò scuole e aperse ospedali; o ancora per immedesimarsi nella cultura di dati momenti storici parlò sovranamente il linguaggio dell’arte (Cfr. ad es. G. KURTH, Les origines de la civilisation moderne).
Come si potrebbe, proprio ad onore dell’economia di povertà della Chiesa, facilmente dimostrare che le favolose ricchezze, che di tanto in tanto certa pubblica opinione le attribuisce, siano di ben diversa misura, spesso insufficienti ai bisogni modesti e legittimi della vita ordinaria, sia di tanti ecclesiastici e religiosi, sia di istituzioni benefiche e pastorali. Ma non vogliamo ora fare questa apologia. Accettiamo piuttosto l’istanza che gli uomini d’oggi, specialmente quelli che guardano la Chiesa dal di fuori, fanno affinché la Chiesa si manifesti quale dev’essere, non certo una potenza economica, non rivestita di apparenze agiate, non dedita a speculazioni finanziarie, non insensibile ai bisogni delle persone, delle categorie, delle nazioni nell’indigenza. Né vogliamo ora esplorare questo campo immenso del costume ecclesiale. Vi accenniamo appena, affinché sappiate che noi lo abbiamo presente e che già vi stiamo lavorando con graduali, ma non timide riforme. Noi notiamo con vigile attenzione come in un periodo come il nostro, tutto assorbito nella conquista, nel possesso, nel godimento dei beni economici, si avverta nella opinione pubblica, dentro e fuori della Chiesa, il desiderio, quasi il bisogno, di vedere la povertà del Vangelo e la si voglia ravvisare maggiormente là dove il Vangelo è predicato, è rappresentato; diciamo pure: nella Chiesa ufficiale, nella nostra stessa Sede Apostolica.
Siamo consapevoli di questa esigenza, interna ed esterna, del nostro ministero; e, con la grazia del Signore, come già molte cose sono state compiute in ordine alle rinunce temporali e alle riforme dello stile ecclesiale, così proseguiremo, col rispetto dovuto a legittime situazioni di fatto, ma con la fiducia d’essere compresi e aiutati dal popolo fedele, nel nostro sforzo di superare situazioni non conformi allo spirito e al bene della Chiesa autentica. La necessità dei «mezzi» economici e materiali, con le conseguenze ch’essa comporta: di cercarli, di richiederli, di amministrarli, non soverchi mai il concetto dei «fini», a cui essi devono servire e di cui deve sentire il freno del limite, la generosità dell’impiego, la spiritualità del significato.
E alla scuola del divino Maestro ricorderemo tutti di amare simultaneamente la povertà ed i Poveri; la prima per farne austera norma di vita cristiana, i secondi per farne oggetto di particolare interesse, siano essi persone, classi, nazioni bisognose di amore e di aiuto. Anche di questo ci ha parlato il Concilio. Abbiamo cercato e cercheremo di ascoltarne la voce.
Ma il discorso su la Chiesa dei Poveri dovrà continuare; per noi e per voi tutti, con la grazia del Signore. E con la Nostra Apostolica Benedizione.
Cappellani dell’ONARMO
Dobbiamo una parola di beneaugurante saluto e di paterno incoraggiamento ai numerosi Sacerdoti, partecipanti alla VI1 settimana di studio sulla pastorale nel mondo del lavoro, promossa dall’ONARMO.
Bravi e generosi Cappellani del lavoro! Voi portate nel compimento del mandato, affidatovi dai rispettivi Vescovi, la testimonianza vissuta dell’interesse sincero che la Chiesa nutre per le categorie lavoratrici.
Continuate con fermezza e fiducia, pur in mezzo alle immancabili difficoltà, a compiere il vostro zelante ministero, dedicando ad esso . le cure più vigili e generose, e promuovendone un sempre più efficiente inserimento organico nei programmi pastorali della Comunità ecclesiale.
L’approfondimento del tema proposto alla vostra riflessione in questa settimana di studio: «l’apostolato sacerdotale nel mondo del lavoro, nel quadro della pastorale d’insieme della Chiesa locale», come apre vaste prospettive di coordinata attività, così possa stimolare il vostro impegno a seguire fedelmente l’orientamento e le direttive dei Sacri Pastori, con rispettoso amore, con devota obbedienza e con volonterosa collaborazione.
Noi auguriamo alla vostra fatica il più fruttuoso e consolante successo, vi accompagniamo con le Nostre preghiere e di cuore vi benediciamo.
Sacerdoti di varie diocesi
Salutiamo ora i vari gruppi di sacerdoti provenienti dalle diocesi di Genova, di Milano, di Bologna, di Tortona, di Trento.
Diletti figli sacerdoti! Sappiamo che alcuni di voi sono sacerdoti novelli, altri celebrano il decennale della loro ordinazione, altri ancora il 25°: sono circostanze, queste, piene di significato, che invitano ognuno di noi a riflettere sulla grandezza della vostra dignità di «ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor 1Co 4,1), e sulle responsabilità che ne conseguono. Sappiamo anche che avete voluto celebrare queste date vicini al Vicario di Cristo, animati dal comune intento di protestargli la vostra filiale devozione. Vi ringraziamo di cuore per il delicato pensiero, che conferma in noi la convinzione che il Signore vi guarda con specialissimo amore. Vi diremo adunque: siate fedeli alla chiamata del Signore, siate generosi, siate fiduciosi nel vostro sacerdozio, senza mai assimilarvi al mondo, ma al mondo dedicando il vostro servizio pastorale, senza indulgere al suo spirito, ma sempre mantenendo intatta la vostra personalità e individualità sacerdotale e lasciandovi sempre dirigere, come figli di Dio, dallo Spirito di Dio: «Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filii Dei» (Rom. 8, 14).
Noi vi saremo vicini con la Nostra preghiera, e mentre vi ringraziamo del dono che avete fatto di voi stessi alla Chiesa, vi impartiamo di cuore 1’Apostolica Benedizione.
Delegati del «Secours Catholique»
Nous nous tournons maintenant avec joie vers les Délégués diocésains du Secours catholique français, qui entourent leur bien aimé et si dévoué Secrétaire général, notre et votre cher Monseigneur Jean Rodhain. Chers Fils et chères Filles, votre pèlerinage à Rome, sur la tombe du premier pape Saint Pierre et sur celle du diacre Saint Laurent, illustre à merveille votre inséparable fidélité au Saint-Siège et aux pauvres. Dans notre société, qui laisse subsister tant de détresses, vous représentez, à un titre particulier, l’oeil vigilant, le coeur affectueux, la main diligente de l’Eglise: «La charité ne passe jamais» (1 Cor. 1Co 13,8). Dans l’amour sans frontières du Christ, vous rassemblez donateurs et bénéficiaires, et vous favorisez la rencontre et l’action solidaire de tous ceux qui veulent marcher sur les traces du bon Samaritain en vivant une charité quotidienne, généreuse et efficiente. De tout coeur Nous vous disons notre vive gratitude pour ce témoignage vrai d’amour chrétien. Et en attendant d’avoir la joie d’accueillir l’an prochain le grand rassemblement que vous êtes venus préparer ici en précurseurs, Nous vous exprimons, avec notre satisfaction, nos paternels encouragements.
Nous adressons aussi un salut spécial aux chers séminaristes de Dijon, à leur Supérieur, à leurs professeurs. Comme Nous Nous réjouissons, chers amis, de votre démarche filiale, de votre souci de prendre ici contact avec la longue histoire de l’Eglise et avec ceux qui, aujourd’hui, portent, avec Nous, la sollicitude de toutes les églises! Dans ces sentiments de communion confiante, vous chercherez à acquérir une connaissance approfondie du message du Christ dont vous serez, de façon spéciale, les hérauts, et à pénétrer dans son mystère dont vous deviendrez bientôt les dispensateurs. Un tel service requiert de vous, vous le savez, une consécration totale, mais vous vaut aussi la joie sans partage des amis du Christ. Qu’il vous guide sur le chemin où tant de saints prêtres nous ont précédés. En le lui demandant, Nous vous donnons de grand coeur, à tous, Notre affectueuse Bénédiction Apostolique.
Nous saluons avec une particulière affection les 200 adolescentes du Mouvement «Generazione nuova», actuellement en Congrès international à Rocca di Papa. Chères jeunes, vous êtes venues d’Italie, de France, de Belgique, d’Angleterre et de Portugal. Nous savons votre commune volonté de prendre au sérieux votre vie chrétienne, et de servir l’Eglise de votre mieux dans le monde nouveau qui se construit. Merci du beau témoignage que vous donnez déjà à tous .., et merci des voeux de fête que vous etes venues Nous apporter aujourd’hui. De tout coeur Nous vous bénissons, Nous bénissons tous les jeunes de votre Mouvement, vos familles, vos pays.
Il Nostro paterno saluto si rivolge anche ai ricoverati di un benemerito Ospedale Provinciale dell’Aquila, accompagnati dal Comm. Pasquale Santucci, Presidente della Amministrazione Provinciale, dai dirigenti, dai medici e dal personale di assistenza.
Vogliamo augurarvi, carissimi figli, che possiate presto ritornare, ristabiliti e rinfrancati nel corpo e nello spirito, alla serenità delle vostre famiglie. A questo fine invochiamo sulle vostre persone, sui vostri cari, e su quanti hanno cura di voi, copiosi favori celesti, in pegno dei quali impartiamo l’Apostolica Benedizione.
Vogliamo anche indirizzare una parola di saluto e di augurio ai dirigenti e ai giovani atleti del «XII Torneo di Calcio Industria e Sport», organizzato dalla Società Ottico-Meccanica Italiana.
L’attività sportiva, alla quale dedicate con impegno il vostro tempo libero, sia per voi, carissimi figli, autentica palestra di sano e generoso agonismo, e di fraterna lealtà: giovi pertanto alla vostra formazione umana, al perfezionamento morale e all’equilibrio del vostro spirito (Cfr. Gaudium et spes GS 61).
Con questi voti, volentieri impartiamo a voi, ai vostri dirigenti e a tutte le persone care 1’Apostolica Benedizione.
Ein Wort herzlicher Begrüssung richten Wir noch an die Teilnehmer eines Schulungskurses vom «Internationalen Zentrum Pius des Zwölften» in Rocca di Papa. In lobenswerter Weise bemühen Sie sich, die wertvollen Anregungen, die das Konzil gab, in der Heiligung Ihres christlichen Alltags zu verwirklichen. Setzen Sie sich auch in Zukunft mit Nachdruck dafür ein, dass die Konzilsdokumente, diese unerschöpfliche Quelle tiefer religiöser Gedanken, aufmerksam gelesen und ihr Inhalt immer mehr bekannt werde.
1970-AUDIENZE