
1969-AUDIENZE - SAPER SCEGLIERE
Diletti Figli e Figlie!
Una delle questioni capitali circa l’attività dell’uomo moderno è quella della coscienza. Non è che questa questione sia sorta adesso, nel nostro tempo; essa è antica quanto l’uomo, perché l’uomo si è sempre posto la domanda circa se stesso. È celebre, a questo proposito, il dialogo che uno scrittore greco dell’antichità (SENOFONTE, Detti mem. 4, 2, 24) attribuisce a Socrate, il quale chiede al discepolo Eutidemo: «Dimmi, Eutidemo, sei mai stato a Delfi? Sì, due volte. Hai notato l’iscrizione incisa sul tempio: conosci te stesso? Sì. Hai tu trascurato questo avviso, o vi hai fatto attenzione? Veramente no: è questa una conoscenza ch’io credevo di avere». Di qui la storia del grande problema circa la conoscenza che l’uomo ha di se stesso; egli crede di averla e poi non ne è sicuro; problema che tormenterà sempre e feconderà il pensiero umano. Ricordiamo fra tutti S. Agostino con la sua famosa preghiera, sintesi della sua anima di pensatore cristiano: «Noverim Te, noverim me»: ch’io conosca Te (o Signore), e ch’io conosca me (cfr. Conf. 1, X); per venire al tempo nostro trovando sempre incompleta la scienza che l’uomo ha di se stesso. Chi non ha sentito parlare del libro del Carrel: «L’uomo, questo sconosciuto» (1934)? E oggi non si dichiara che «vi è una rivoluzione nella conoscenza dell’uomo»? (ORAISON).
Ciò che a noi interessa in questo breve e familiare colloquio è notare come l’uomo moderno (e ci avvertiamo tutti compresi in questa etichetta) sia, da un lato, sempre più estroflesso, cioè impegnato fuori. di sé; l’attivismo dei nostri giorni e la prevalenza della conoscenza sensibile e delle comunicazioni sociali sullo studio speculativo e sull’attività interiore ci rende tributari del mondo esteriore e diminuisce assai la riflessione personale e la conoscenza delle questioni inerenti alla nostra vita soggettiva, siamo distratti (cfr. PASCAL, 11, 144), vuoti di noi stessi e pieni d’immagini e di pensieri che, per sé, non ci riguardano intimamente (cfr. S. AGOSTINO, De Trinitate, X, 5; P.L. 42, 977). Da un altro lato invece, quasi per istintiva reazione, ritorniamo dentro di noi, pensiamo ai nostri atti e ai fatti della nostra esperienza, riflettiamo su tutto, cerchiamo di darci una coscienza sul mondo e su noi stessi. La coscienza riprende, in qualche modo, il sopravvento, almeno estimativo, nella nostra attività.
E il regno della coscienza si distende davanti alla nostra considerazione amplissimo e complicatissimo. Semplifichiamo questo immenso panorama in due campi distinti: vi è una coscienza psicologica, cioè quella che riflette sulla nostra personale attività, qualunque sia; è una specie di veglia su noi stessi; è un guardare allo specchio la propria fenomenologia spirituale, la propria personalità; è conoscersi, e diventare così, in certo modo, padroni di se stessi. Ma ora non parliamo di questo campo della coscienza; parliamo del secondo, quello della coscienza morale e individuale, cioè dell’intuizione che ciascuno ha della bontà o della malizia delle proprie azioni.
Questo campo, della coscienza morale, è interessantissimo, anche per coloro che non lo pongono, come noi credenti, in relazione col mondo divino; anzi esso costituisce l’uomo nella sua espressione più alta e più nobile, definisce la sua statura vera, lo mette nell’uso normale della sua libertà. Agire secondo coscienza diventa la norma più impegnativa e al tempo stesso più autonoma dell’azione umana.
La coscienza, all’atto pratico, è il giudizio circa la rettitudine, cioè la moralità, delle nostre azioni, sia considerate nel loro abituale svolgimento, sia nei loro singoli atti.
Ora Noi non avremmo che da fare l’apologia della coscienza; basterebbe ricordare ciò che ne ha insegnato la Chiesa in questi ultimi tempi, per esempio Papa Leone XIII nella sua Enciclica intitolata alla libertà (cfr. DS 3245 e ss.) e il Concilio recente (Gaudium et Spes GS 16 Dign. hum. DH 3,11) e basterebbe ancora ricordare quanto i maestri di spirito raccomandano alle persone desiderose del loro perfezionamento l’esercizio dell’esame di coscienza: ciascuno certamente dei nostri ascoltatori lo sa; e Noi non faremo che incoraggiarli alla fedeltà a questo esercizio, che risponde non soltanto alla disciplina dell’ascesi cristiana, ma altresì all’indole dell’educazione personale moderna.
UNA NORMA INTERIORE E SUPERIORE
Ma dobbiamo fare un’osservazione circa la supremazia e la esclusività che oggi si cerca di attribuire alla coscienza nella guida della condotta umana. Si sente spesso ripetere, come un aforisma indiscutibile, che tutta la moralità dell’uomo deve consistere nel seguire la propria coscienza; e ciò si afferma per emanciparlo sia dalle esigenze d’una norma estrinseca, sia dall’ossequio ad un’autorità che tenta dettar legge alla libera e spontanea attività dell’uomo, il quale dev’essere legge a se stesso, senza il vincolo di altri interventi nelle sue .operazioni. Non diremo nulla di nuovo quando chiederemo a quanti racchiudono in tale criterio l’ambito della vita morale che avere per guida la propria coscienza non solo è cosa buona, ma cosa doverosa. Chi agisce contro coscienza è fuori della retta via (cfr. Rm 14,23).
Ma bisogna, innanzi tutto, rilevare che la coscienza, di per se stessa, non è arbitra del valore morale delle azioni ch’essa suggerisce. La coscienza è interprete d’una norma interiore e superiore; non la crea da sé. Essa è illuminata dalla intuizione di certi principi normativi, connaturali nella ragione umana (cfr. S. TH., ); la coscienza non è la fonte del bene e del male; è l’avvertenza, è l’ascoltazione di una voce, che si chiama appunto la voce della coscienza, è il richiamo alla conformità che un’azione deve avere ad una esigenza intrinseca all’uomo, affinché l’uomo sia uomo vero e perfetto. Cioè è l’intimazione soggettiva e immediata di una legge, che dobbiamo chiamare naturale, nonostante che molti oggi non vogliano più sentir parlare di legge naturale.
Non è in rapporto a questa legge, intesa nel suo autentico significato, che nasce nell’uomo il senso di responsabilità? e col senso di responsabilità, quello della buona coscienza e del merito, ovvero del rimorso e della colpa? Coscienza e responsabilità sono due termini l’uno all’altro collegati.
In secondo luogo dobbiamo osservare che la coscienza, per essere norma valida dell’operare umano, dev’essere retta, cioè dev’essere sicura di sé e vera, non incerta, non colpevolmente erronea. Il che, purtroppo, è facilissimo che avvenga, data la debolezza della ragione umana, quando è lasciata a se stessa, quando non è istruita.
PEDAGOGIA NECESSARIA
La coscienza ha bisogno d’essere istruita. La pedagogia della coscienza è necessaria, com’è necessaria per tutto l’uomo, questo essere in sviluppo interiore, che svolge la sua vita in un quadro esteriore quanto mai complesso ed esigente. La coscienza non è la voce unica che può guidare l’attività umana; la sua voce si chiarisce e si fortifica quando quella della legge, e quindi della legittima autorità, si unisce alla sua. La voce della coscienza cioè non è sempre né infallibile, né oggettivamente suprema. E questo è specialmente vero nel campo dell’azione soprannaturale, dove la ragione non vale da sé a interpretare la via del bene, e deve ricorrere alla fede per dettare all’uomo la norma della giustizia voluta da Dio mediante la rivelazione: «L’uomo giusto, dice S. Paolo, vive di fede» (Ga 3,11). Per camminare diritto, quando si va di notte, cioè si procede nel mistero della vita cristiana, non bastano gli occhi, occorre la lampada, occorre la luce. E questo «lumen Christi» non deforma, non mortifica, non contraddice quello della nostra coscienza, ma lo rischiara e lo abilita alla sequela di Cristo, sul diritto sentiero del nostro pellegrinaggio verso l’eterna visione.
Dunque: procuriamo d’agire sempre con la coscienza retta e forte, illuminata dalla sapienza di Cristo. Con la Nostra Benedizione Apostolica.
Durante aquellas jornadas eucaristicas, Nuestro corazón pastoral se dilató para enunciar el afecto que profesamos a Colombia, para recalcar la solicitud con que seguimos su trayectoria secular de fé, para ilustrar los principios cristianos de un constante progreso civil que alcance a todas las categorías sociales, para agradecer las nítidas y espontáneas pruebas de adhesión desbordante que las autoridades y el pueblo entero Nos dispensaron.
Vuestra presencia aquí despierta en Nuestro ánimo esa misma actitud y Nos induce a expresaros, con la gratitud por vuestra devota visita, un mensaje de saludo, de votos, de plegarias por Colombia, para que en ella tengan siempre carta de ciudadanía la paz y el bienestar, fundamentados en la concordia constructiva, en el respeto de los derechos, en la progresiva elevación cultural, moral y religiosa de todos sus hijos.
Un augurio también para vosotros, en particular. Que en el ámbito familiar y en la esfera de vuestras altas competencias, os siga estimulando el sentido de cristianismo consciente y responsable, vivido en sus exigencias de verdad, de justicia y de amor, para que así vuestra existencia sea fértil de felicidad y repercuta en bien de la sociedad a la que pertenecéis y servís.
Voi ben sapete che la Chiesa, con l’insegnamento dei suoi Pontefici, ha incoraggiato e incoraggia lo sport, rilevandone i valori squisitamente umani, di lealtà, di autocontrollo, di efficienza, di misura, come base e fondamento dei valori spirituali, che il Cristianesimo esalta e avvalora. I messaggi, rivolti in varie occasioni, specie per le recenti Olimpiadi, gli incontri solenni in particolari occasioni, le udienze a gruppi e squadre sportive sono là a dimostrare questo premuroso, paterno interessamento dei Papi per lo sport, come propedeutica all’esercizio ascetico, alla pratica della carità fraterna, alla diffusione della concordia e della pace fra gli uomini. E il Concilio Ecumenico Vaticano II, dal canto suo, ha anch’esso affermato che «la Chiesa valorizza e tende a penetrare del suo spirito e ad elevare anche gli altri mezzi, che appartengono al patrimonio comune degli uomini, e sono particolarmente adatti al perfezionamento morale e alla formazione umana», fra i quali le società sportive (Dich. Gravissimum educationis GE 4).
Ci piace pertanto vedere felicemente adempiuta dalla vostra Squadra questa fondamentale consegna, e avverato il binomio tra vita sportiva e vita spirituale. Ve ne siamo grati: e vi diciamo di continuare ad essere buone atlete, migliori cittadine, e ottime cristiane, per i compiti che si attendono domani da voi, nella vita familiare e sociale, soprattutto nella vita della Chiesa, che conta su figli fedeli, generosi, ardenti, prudenti, disciplinati, coraggiosi.
Diletti Figli e Figlie!
Il rito dell'imposizione delle ceneri emana tale ricchezza e tale chiarezza di significato da non avere bisogno di spiegazione e di commenti. Parla da sé. E dice molte cose e gravi cose. Dice la sua permanenza secolare nella spiritualità della nostra religione; esso ha infatti nell’antico Testamento la sua origine (cfr. Jer Jr 25,34 Jb 42,6); nel Vangelo è ricordato (Mt 11,21); entra prestissimo nella liturgia cristiana, fa parte della disciplina dei penitenti, e diventa un sacramentale della Chiesa; si fonde con l’inaugurazione della quaresima caratterizzandone lo scopo penitenziale e preparatorio alla celebrazione pasquale. Dice così qual è la condizione dell’uomo di fronte al mistero della salvezza, una condizione tragica e miserrima: egli è peccatore, egli è mortale, egli è abitualmente illuso di possedere la vita e inganna se stesso quando pone la sua fiducia nelle cose che vede e che possiede, nella propria vitalità e nella propria salute, nel tempo che pare non finisca mai e subito ci viene meno a tradimento con la morte la quale riduce in nulla, in cenere ogni nostra sicurezza, ogni nostra ricchezza; anzi spalanca a noi il suo regno abissale e, quand’è privo del lume della fede, oscuro e pauroso, il regno della morte. Dice perciò questo rito la nostra inesorabile sorte di creature mortali, come figli del tempo ed eredi della condanna generata dal peccato, e dice insieme la nostra tragica condizione di esseri immortali, responsabili per l’eternità davanti al Dio vivo e da noi perduto, bisognosi di Lui, e a Lui incapaci d’arrivare con le nostre forze esauste e consumate in fallaci speranze. Dice la disperazione dell’uomo che confida in se stesso; dice la filosofia del nulla, propria del nostro esistenzialismo, quand’è apostata dalla fonte viva di Cristo; e obbliga noi, col lugubre silenzio che subito lo conclude, a invocare misericordia e salvezza. Parte di qui l’itinerario verso la redenzione, verso il mistero pasquale.
È perciò un rito che produce un senso interiore e globale dell’esistenza umana, e suscita una coscienza personale drammatica circa il destino della nostra vita; una coscienza che è così favorita a determinarsi in un suo proprio e nuovo orientamento morale fondamentale (cfr. L. JANSSENS, Liberté de conscience . . . p. 78), che nel linguaggio spirituale chiamiamo conversione. È la «metanoia» del Vangelo. Cioè il cambiamento interiore, è la conversione del cuore, è propriamente la penitenza, cioè la disposizione anch’essa misteriosamente ispirata dalla grazia, che ci apre al regno di Dio (cfr. DS 1525 (797); Mc 1,15 Lc 13,3; ecc.). Quando parliamo di penitenza il pensiero corre agli atti ascetici e alle pratiche di mortificazione e di carità, che imprimono nell’animo e esprimono nell’azione quel sentimento di mutazione spirituale nel quale propriamente consiste la penitenza: ma la Chiesa ci farà ripetere in questi giorni le parole del profeta Gioele: «Convertitevi a me di tutto cuore, nel digiuno, nel pianto, nel duolo; e stracciate i vostri cuori e non le vostre vesti, e convertitevi al Signore Iddio, perché Egli è benigno e misericordioso, paziente e molto compassionevole e predisposto a condonare il male» (2, 12-13); e ci ricorderà così che l’essenza della penitenza è appunto un fatto psicologico, morale e interiore, un rivolgimento di mentalità, un cambiamento del nostro modo di valutare noi stessi, un pentimento, una professione cordiale di umiltà, una amarezza che perfino chiamiamo contrizione. Ed è questa rifusione spirituale, che vale più d’ogni atto esteriore di penitenza e che, se mancasse, gli atti esteriori sarebbero privi di sincerità e di valore. Da ricordare quanto c’insegna Gesù, a fuggire l’esteriorità ipocrita degli atti penitenziali, di moda nell’ambiente farisaico del suo tempo (Mt 6,16-17), e non mai del tutto scomparsa dalla perenne tentazione umana di sostituire la realtà della virtù con le sue apparenze. Poi, dicendo penitenza, pensiamo al sacramento, che ne porta il nome e che ci conferisce la grazia propria della penitenza, la riconciliazione con Dio e la comunione vitale della sua presenza soprannaturale nelle nostre anime, mediante l’applicazione del ministero conferito da Cristo a Pietro e agli Apostoli, il famoso potere delle «chiavi» (Mt 16,19 Mt 18,18 Io Mt 20,23), cioè la potestà di rimettere i peccati, sempre che la fede e il pentimento ne rendano possibile l’efficacia.
Tutto questo ci è ben noto; ed è molto bello. In questo circolo di dottrine, di sentimenti, di atti religiosi e penitenziali, di riparazione del male e di reviviscenza del bene, di pratica sacramentale e di umiltà giusta e vera, si contiene ciò che ha di più prezioso la pratica della vita cattolica; qui un triplice ordine si restaura prodigiosamente: dapprima con la valutazione coraggiosa e salutare della propria miseria (ricordate la parabola del figliuol prodigo: «in se reversus», ritornato in sé: Lc 15,17); l’anima ritorna sincera con se stessa, rientra dentro di sé, si conosce e si accusa con assoluto coraggio, ripudia ciò che la disonora intimamente e ricupera un primo dominio di sé; l’uomo ritorna degno di tal nome. Poi con l’impensabile, l’immeritato, l’ineffabile incontro con Dio, con una tenerezza infinita, con una bontà immensa e vegliante, che altro non attendeva se non il momento di manifestare la sua onnipotenza mediante la sua misericordia (cfr. la colletta della Messa della decima domenica dopo Pentecoste: «O Dio, che manifesti la tua onnipotenza massimamente col perdono e con la misericordia . . .»): è la vita nuova, che rinasce; è la circolazione soprannaturale della grazia che riprende ad animare la nostra esistenza naturale infondendole lo Spirito divino vivificante; è la fortuna più grande che possa capitare a chi non aveva più diritto di riallacciare con Dio il rapporto battesimale, è la risurrezione celebrata in nuova pienezza e in un nuovo gaudio, veramente pasquale. E terzo ordine restaurato è quello con la Chiesa: il peccatore, se non rinnega espressamente la fede scomunicando se stesso dalla società dei credenti, rimane, sì, membro della Chiesa, ma membro inerte e paralizzato, e quasi spiritualmente morto, e socialmente privo della comunione vitale col Corpo mistico di Cristo.
Tutto questo ci è ricordato dai testi del recente Concilio (cfr.
Sacrosanctum Concilium SC 109-110
Lumen Gentium LG 11), ed è stato richiamato dalla Nostra Costituzione apostolica Paenitemini (17 febbraio 1966): faremo bene a ritornare a queste fonti recentissime, che ci recano il flusso salutare di quelle evangeliche e di quelle della tradizione più autorevole dei Padri e dei Concili (Lateranense IV e Tridentino specialmente), e ci dimostrano che l’antica celebrazione della Quaresima non è cosa di altri tempi, né cosa fossilizzata in date forme esteriori; ma è cosa viva, e di attualità, proprio per noi, uomini del nostro secolo, tanto bisognosi di ritrovare noi stessi, Dio e la Chiesa nel mistero pasquale di Cristo Signore.
Così Egli vi aiuti a comprendere e a profittare della grazia che passa ancora nella nostra annata 1969, con la Nostra Benedizione Apostolica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Ancora noi riflettiamo sul Concilio. Ne avremo per molto tempo. Faremo bene a persuaderci che questo grande avvenimento, con l’eredità ch’esso ci ha lasciata del suo ricordo, delle sue esperienze, delle sue innovazioni, e specialmente dei suoi documenti, ci deve offrire materia di studio, di meditazione, d’orientamento teologico e religioso, d’educazione cristiana, se vogliamo non perdere il frutto dei suoi insegnamenti. Il Concilio dev’essere conosciuto : chi lo conosce veramente? Molti credono di conoscerlo per l’idea vaga e generica, che se ne fanno, come d’un rivolgimento, che ci distacca dalle tradizioni complicate e pesanti del passato, e che autorizza ad assumere atteggiamenti di pensiero e d’azione avventati, quasi che questo fosse lo spirito del Concilio. Ora a noi interessa osservare alcuni aspetti morali, che possiamo dire caratteristici, nuovi perciò e moderni, del Concilio, i quali noi tutti più o meno conosciamo; una letteratura senza fine li ha divulgati; ma non sono ancora del tutto acquisiti alla nostra psicologia cristiana e forse ancor meno, nel loro vero significato, applicati alla vita; dobbiamo fare, come predicava S. Bernardino da Siena, «rugumare», cioè ruminare ciò che abbiamo ascoltato e vagamente appreso (cfr. BARGELLINI, S. Bernardino da S., p. 53, 62).
Uno di questi insegnamenti, che modifica il nostro modo di pensare ed ancor più la nostra condotta pratica, riguarda la visione che noi cattolici dobbiamo farci del mondo, in cui viviamo. Come vede il mondo oggi la Chiesa? Questa visione il Concilio l’ha precisata, approfondita e allargata assai, tanto da modificare non poco il giudizio e l’atteggiamento, che noi dobbiamo avere rispetto al mondo. E ciò è avvenuto perché la dottrina della Chiesa si è arricchita d’una più completa conoscenza circa il suo essere e circa la sua missione. Qui si potrebbe svolgere una meditazione senza fine sulla Chiesa. quale il Concilio ha definita; basti a noi, in questo momento, domandarci come il Concilio ha visto la Chiesa rispetto al mondo; esso l’ha definita in tanti modi, tra i quali a noi ora interessa quello che la chiama «sacramento della salvezza» (Lumen gentium LG 48), cioè un corpo mistico e sociale, voluto da Dio e istituito da Cristo, non come fine a se stesso, ma come popolo messianico, posto in mezzo all’umanità con la missione «di annunciare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e d’instaurare tutto in Cristo», e col «dovere d’occuparsi dell’intera vita dell’uomo anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione celeste» (Grav. educ., introd.). Così che, se la Chiesa, da un lato, si distingue dalla società temporale per la definizione originale della sua specifica natura religiosa e spirituale, dall’altro avverte di essere in mezzo agli uomini e per gli uomini, non per dominarli, ma per evangelizzarli. Chiarito il concetto di Chiesa, si è scelto, fra i vari significati biblici della parola «mondo», quello che lo identifica con la umanità; non quel mondo che significa il regno delle tenebre, del peccato e la coalizione delle false virtù (cfr. Io. 13, 1; Rm 5,12; 1 Io. 4, 5; ecc.); ma quel mondo, che Dio amò e per il quale «Dio ha dato il suo Figliolo» (lo. 3, 16): in questo confronto fra la Chiesa e il mondo, il mondo significa l’uomo, l’uomo a sé stante, l’uomo creatura fatta ad immagine di Dio (Gen. 1, 26-27), il genere umano, l’intera famiglia umana (Gaudium et Spes GS 3). Ecco come il Concilio definisce il mondo davanti alla Chiesa: «Il mondo ch’essa ha presente è quello degli uomini, ossia l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà in cui essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e porta i segni dei suoi sforzi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato dall’amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno, affinché, secondo il disegno di Dio, sia trasformato e giunga al suo compimento» (Gaudium et Spes GS 2).
Donde si deducono molte idee interessantissime: il quadro di questo confronto Chiesa-mondo rimane quello evangelico, e perciò, nei suoi fondamentali principi teologici e morali, quello tradizionale, quello costituzionale della mentalità cristiana. Ma inoltre: la Chiesa accetta, riconosce, e serve il mondo quale oggi le si presenta; non rimpiange le formole della sintesi Chiesa-mondo del passato, e non sogna nemmeno quelle d’un futuro utopistico; la Chiesa aderisce all’attualità storica; ella non si identifica con essa, non si converte al mondo (come taluni oggi si credono autorizzati a fare); ma riconosce nella realtà sociale presente l’ambito della sua stessa vita, l’oggetto del suo amore e del suo servizio, le condizioni del suo linguaggio, il dramma delle sue tentazioni seducenti e dei suoi tentativi pastorali. In una parola, la Chiesa, in Cristo e come Cristo, ama il mondo di oggi, e per esso vive, parla, opera, pronta a capirlo, a curarlo, ad offrire se stessa.
Questo atteggiamento deve diventare caratteristico nella Chiesa d’oggi, che si sveglia e cava dal suo cuore energie apostoliche nuove, mobilita ogni suo figlio alla coscienza d’un dovere comune di missione e di santità; non evade, non si estranea dalla situazione esistenziale del mondo, ma vi si innesta spiritualmente col suo messaggio, con i suoi carismi sacramentali, con la sua carità paziente e benigna (non rivoluzionaria e bellicosa; altra deviazione d’attualità), ma che «tutto soffre, tutto comprende, tutto spera, tutto sopporta» (cfr. 1 Cor 1Co 13,4-7).
Il che comporta un’altra mentalità, che parimente possiamo dire nuova: la Chiesa ammette apertamente i valori propri delle realtà temporali; cioè riconosce che il mondo possiede beni, compie imprese, esprime pensieri ed arti, merita lode, ecc. nel suo essere, nel suo divenire, nel suo proprio regno, anche se questo non è battezzato, cioè è profano, laico, secolare; ed anche se è pluralista, cioè in se stesso diversificato e diviso fino a minacciare rovina (cfr. Lc 11,17), gli riconosce, sotto la salvaguardia di certi principii (che non dovremo ignorare e dimenticare), la libertà nei suoi singoli membri e nelle sue espressioni collettive. «La Chiesa, dice il Concilio, riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo sociale odierno» (Gaudium et spes GS 42). Anzi, prosegue il Concilio, «la Chiesa . . . non è legata ad alcun sistema politico, (ma) è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana» (Gaudium et spes GS 76).
Ciò non vuol dire che la Chiesa di nuovo si richiuda in se stessa e abbandoni i Laici impegnati nella promozione di «attività propriamente secolari affinché il mondo sia imbevuto dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace», e validamente operosi affinché «i beni creati . . . siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica, e dalla cultura civile per l’utilità di tutti gli uomini indistintamente» (Lumen Gentium LG 36); ché anzi il Clero stesso deve aiutare i Laici fedeli a compiere, nell’autonomia loro spettante, la loro propria funzione, nella Chiesa e nel mondo, tuttavia «evitando che essi siano portati qua e là da ogni vento di dottrina» (Ep 4,14 .cfr. Presb. Ord. Ep 9).
Questo modo, pieno di prudenza e insieme di audacia, con cui oggi la Chiesa si pone a confronto col mondo contemporaneo, deve modificare e modellare la nostra mentalità di cristiani fedeli e tuttavia immersi nel vortice della vita profana moderna. Dicevamo dell’impulso apostolico e missionario, che un cattolico post-conciliare deve sentir nascere dal fondo della propria coscienza folgorata dal senso risvegliato della sua vocazione cristiana; dovremmo spiegare, con molta cautela e precisione, come la visione positiva dei valori terrestri, offerta oggi dalla Chiesa ai suoi alunni, si diversifichi senza annullarla in ciò che ha di vero da quella negativa, che tanta parte della sua sapienza e della sua ascetica ci predica sul disprezzo del mondo (da ricordare, ad esempio, l’opera di Innocenzo III, Papa di grandi vedute, al vertice del medioevo: 1198-1216, precisamente sul disprezzo del mondo «de contemptu mundi»); ma concluderemo col fare Nostra e col raccomandare questa visione ottimistica, che il Concilio ci offre circa il mondo umano contemporaneo, una visione piena di simpatia e di amore, non cieca, non dimissionaria, non amorale, certamente, ma tale da suscitare in noi il senso di rispetto, di ammirazione, di giusta critica, se occorre, verso il nostro mondo moderno; il desiderio di sostenere e di promuovere le sue faticose conquiste; l’ansia di irradiare sui suoi sentieri, anzi nel suo cuore la luce vitale di Cristo (cfr. L’Eglise dans le monde de ce temps, tome III, in CONGAR, Eglise et monde , pp. PP 15-41).
È missione difficile, certamente; ma apposta vi dedichiamo la nostra riflessione e chiediamo al Signore di aiutarci a non essere i disertori del nostro tempo, sì bene i messaggeri del Suo regno; con la Sua, che si fa Nostra Benedizione Apostolica.
Ehrwürdige Brüder! Geliebte Söhne!
An sie alle und jeden einzelnen von Ihnen richten Wir ein herz- Aliches Wort der Begrüssung! Getreu der vornehmen Tradition Ihrer katholischen ostdeutschen Heimat sind Sie zu den Gräbern der Apostelfürsten gepilgert, um sich hier für Ihre verantwortungsvolle Tätigkeit Glaubenskraft, Licht und Trost zu holen. In diesen Tagen beraten Sie sich hier in der Ewigen Stadt unter dem Vorsitz Unseres verehrten Mitbruders Mons. Janssen über aktuelle Probleme in der seelsorglichen Betreuung der Heimatvertriebenen. Sie selber mussten vor Jahren die liebgewordene Heimat verlassen und haben darum ein offenes Herz für diese Fragen.
Geliebte Söhne! Die heilige Fastenzeit rückt erneut in unser Bewusstsein die tiefe Wahrheit: alle quälenden Fragen dieses Lebens lösen sich nur im vertrauensvollen, gläubigen Aufblick zum Kreuze Christi. Darum stellen wir in die Mitte unseres priesterlichen Lebens das Gebet, die tägliche Selbstverleugnung als Prüfstein unserer lauteren Christusliebe, und insbesondere die Andacht zur heiligen Eucharistie. Dann sind wir gute Hirten und unsere apostolische Tätigkeit unter unseren Brüdern und Schwestern wird eine fruchtbare sein. Dass sich dies auch in Ihrem Leben immer mehr verwirklichen möge, erteilen Wir Ihnen in väterlichen Wohlwollen den Apostolischen Segen, in den Wir von Herzen auch alle Gläubigen Ihrer deutschen Heimat miteinschliessen.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Nella riflessione postuma, che dobbiamo fare sugli insegnamenti morali del Concilio, un tema ritorna alla Nostra mente, come uno dei più insistenti nei testi conciliari, e uno dei più importanti per la riconquista perenne che la Chiesa deve fare della propria autenticità, della propria coerenza, della propria fedeltà all’intenzione originaria e generatrice di Cristo a suo riguardo, ed è quella del servizio.
L’economia della salvezza si presenta e si svolge in un disegno di servizio, che dà un’impronta caratteristica a tutto il Vangelo e a ciò che lo segue, cioè il cristianesimo, cioè la Chiesa. Se la rottura del rapporto vivificante fra Dio e l’umanità avvenne per colpa d’un atto di ribellione da parte dell’uomo, avido d’una sua fatale indipendenza, al grido: «Io non servirò» (Jr 2,20), la riparazione non poteva avvenire che mediante un atteggiamento contrario, quello assunto da Gesù, il Salvatore, al quale, nella lettera agli Ebrei (10, 5-7, ss.), sono attribuite queste parole: «Entrando nel mondo egli disse: . . . ecco io vengo - giacché di me si parla nel rotolo del libro - per compiere, o Dio, la tua volontà . . .» (cfr. Sal. 39, 8-9). Gesù vorrà così accentuare la restaurazione dell’ordine, che riflette il pensiero divino circa il destino umano collegato al dominio amoroso di Dio, da apparire come servo: «formam servi accipiens» (Ph 2 Ph 7), dirà S. Paolo: assumendo l’aspetto di servo, che «umiliò se stesso, fatto obbediente fino alla morte, anzi alla morte di croce» (ib., 8). E se l’obbedienza è la virtù del servo, così appunto la professò il Signore: «Non la mia volontà, ma la tua volontà (o Padre), sia fatta» (Lc 22,42); e così consumò il sacrificio terribile e orrendo della Croce.
Del servizio, si ricorderà, Cristo aveva parlato per definire il programma della sua venuta fra gli uomini: «Il Figlio dell’uomo (così Gesù parlava di Sé) non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come redenzione di molti (Mc 10,45); e ne aveva fatto precetto ai suoi apostoli, quasi per definire il carattere e la funzione della potestà loro conferita, e in genere dell’autorità dell’uomo sopra i suoi simili: «. . . il più grande fra voi sia come il più piccolo; e chi governa sia come colui che serve» (Lc 22,26). Potremmo moltiplicare le citazioni, che si collegano con gli insegnamenti evangelici dell’umiltà, dell’obbedienza, della povertà, della carità.
E sebbene Noi abbiamo altra volta parlato di questo tema del servizio della «diaconia» (cfr.
Lumen Gentium LG 24), vi accenniamo nuovamente per l’importanza che il Concilio vi ha dato in molti suoi documenti; è un tema ricorrente in essi, e occorre che noi vi ripensiamo. Vi ripensiamo! Vi è proprio questa espressione, che pare carica di un profondo senso psicologico e di un proposito di evangelico rinnovamento, in una pagina della costituzione dogmatica sulla Chiesa, dove precisamente si dice: «La Chiesa ripensa . . .»! (Lumen Gentium LG 42). E quasi sapendo come questa idea di servizio incontri istintivo ostacolo nella mentalità moderna, che esalta la personalità, l’autonomia, la libertà, la spontanea e indocile coscienza dell’uomo, e trovi inciampo in tradizioni vetuste che hanno rivestito di mondano prestigio e di esteriore onore, e talora di ambizione, d’egoismo e di fasto l’esercizio dell’autorità, il Concilio ripete ad ogni passo il suo richiamo all’idea di servizio, specialmente come giustificazione della funzione pastorale (Lumen Gentium l), come principio di formazione sacerdotale (Optatam totius OT 4), come esigenza del ministero presbiterale (Presb. Ord., n. l5), come scopo dell’attività missionaria (Ad gentes AGD 3), come disponibilità qualificante la presenza della Chiesa nel mondo (Gaudium et spes ); e così via.
Ora, quando parliamo di servizio, Ci sembra notare una duplice reazione nel Nostro uditorio, la prima piuttosto negativa, per quanto tale criterio informatore dell’educazione umana e cristiana lo può riguardare. Lo dicevamo testé: l’uomo moderno non vuol sentirsi servitore di nessuna autorità e di nessuna legge; l’istinto sviluppatissimo in lui di libertà lo inclina al capriccio, alla licenza e perfino all’anarchia; e in seno alla Chiesa stessa l’idea di servizio, e perciò d’obbedienza incontra molte contestazioni, anche nei Seminari (cfr. nella riv. Seminarium, ottobre-dicembre 1968, il bell’articolo del Card. Garrone, p. 553 ss.). Sarà bene invece ricordare che questa idea di servizio è costituzionale per lo spirito d’ogni cristiano, e tanto più per il cristiano chiamato all’esercizio di una qualsiasi funzione: di esempio, di carità, d’apostolato, di collaborazione, di responsabilità; e ciò specialmente nell’ambito ecclesiale, in cui la solidarietà, la sussidiarietà, l’unità, l’amore hanno esigenze di stimolante continuità; non dimentichiamo l’esortazione dell’Apostolo: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempierete la legge di Cristo» (Ga 6,2). La seconda reazione, che forse non si esprime, ma nasce nel subcosciente, è forse di soddisfazione, perché si pensa che l’ammonimento del servizio si riferisce più direttamente all’autorità, la mortifica nelle sue ambizioni e nei suoi arbitrii, e la mette a livello inferiore di coloro verso i quali è esercitata.
È vero. Accettiamo questo riferimento dell’idea di servizio alla autorità, o meglio all’esercizio, alla funzione, allo scopo dell’autorità. Diciamo pure: della gerarchia. Non che questa derivi la sua potestà, com’è nei regimi democratici, dalla comunità e sia verso di essa responsabile della propria ragion d’essere; ma è certo che «l’ufficio gerarchico esiste per la comunità e non viceversa» (LOHRER), e che la potestà nella Chiesa, secondo la famosa formola agostiniana, non è tanto per sovrastare, quanto per giovare; non per il proprio prestigio, ma per l’altrui utilità: «. . . ut nos vobis non tam praeesse, quam prodesse delectet» (Serm. 340: PL 38, 1484; cfr. CONGAR, L’Episcopat et l’Eglise univevselle , pp. PP 67-99). La funzione gerarchica è servizio. È questo un pensiero che cerchiamo Noi stessi d’avere sempre presente al Nostro spirito; ne sentiamo l’enorme peso; e ne proviamo insieme l’immensa energia. Perché quella potestà, che Ci rende a tutti debitori (cfr. Rom. 1, 14) e di tutti servitori, grava come incomportabile responsabilità sulle Nostre deboli spalle; e in duplice senso, verso Cristo, dal quale tutto riceviamo e al Quale tutto dobbiamo, e verso il Popolo di Dio, di cui Egli, il Signore, Ci ha fatto Pastore, in sua vece, con tutte le tremende e sublimi conseguenze che tale titolo comporta; ma nello stesso tempo questo stesso titolo è una professione, anzi una sorgente di carità. L’autorità, nella Chiesa, è L servizio di carità, è esercizio d’amore (cfr. Gal Ga 5,13); e l’amore è forza di Dio, che abilita a cose superiori, sovrumane, se occorre.
E così, Figli carissimi, abbiamo un desiderio da manifestarvi: che vogliate pregare per Noi, affinché possiamo essere veramente fedeli nel servizio, che Ci è affidato: verso Cristo, dicevamo, e verso di voi e verso la Chiesa (cfr. Hebr. 13, 17). Bene sappiamo che il Nostro servizio (cfr. 1 Petr. 5, 3), esige che conformiamo la Nostra vita a modello di perfezione cristiana (cfr. 1 Petr. 5, 3) esige che configuriamo anche l’aspetto esteriore del Nostro ufficio apostolico secondo uno stile di evidente autenticità. E per questo, come Ci giova l’esempio dei Santi, dei Nostri Confratelli e dei buoni fedeli, così Ci aiuti la vostra affezione, la vostra orazione. Vi ricambiamo di cuore con la Nostra Apostolica Benedizione.
Il Concilio Vaticano II è veramente una grazia straordinaria che lo Spirito Santo ha voluto fare alla Sua Chiesa, in questo secolo, così aperto e vivo, ma anche così tormentato, nel quale gli uomini tutti attendono con ansia, che talvolta rasenta l’angoscia, la soluzione di tanti problemi, non solo tecnici ed economici, ma specialmente interiori, che investono la persona umana alla radice stessa del suo essere, nel senso della propria vita e della propria destinazione totale.
Al dono dello Spirito deve però venire incontro la nostra generosa risposta. Il Concilio è ora nelle nostre mani. Per questo Noi plaudiamo di vero cuore alle iniziative del Centro di Spiritualità Postconciliare, e facciamo voti che sappia dare a quanti vi partecipano anzitutto una diretta, seria e penetrante conoscenza dei documenti conciliari, ad evitare interpretazioni dilettantistiche e superficiali, e li aiuti poi nella personale attuazione di quelle impegnative esigenze, affinché diventino vita nostra nell’ambito della Comunità Ecclesiale.
L‘Europa, unita nella comunanza degli ideali, nell’affratellamento delle nazioni - pur tanto differenziate da un cospicuo patrimonio di cultura e di civiltà - nell’apporto delle forze del lavoro, nel miglioramento del livello di vita dei suoi abitanti, è realtà magnifica, che merita tutto l’appoggio delle forze migliori, e che da parte della Chiesa, nell’opera dei Nostri immediati Predecessori come di Noi stessi, ha trovato e troverà continuo incoraggiamento.
La dignità e il merito di una impresa tanto alta e nobile, come questa, debbono far superare ogni difficoltà, che la sua effettuazione potesse far incontrare. La mèta è tanto alta, che vale la pena affrontare fatiche, e pagare di persona. La vostra presenza, qui, Ci dice che la cosa non solo non è impossibile, ma può diventare consolante realtà, pur nel campo di una singola realizzazione.
It is a both a pleasure and an honour for Us to receive this most distinguished ecumenical group from the United Kingdom and from Ireland. We greet Our Venerable Brothers, the Catholic Bishops, the high ecclesiastical authorities of other Churches, and all of you who are united in fostering unity among Christians.
Co-operation in a brotherly spirit is the method proposed by the Second Vatican Council to attain this lofty purpose, and We rejoice to see that collaboration manifested today in your presence, and in the fraternal and friendly relations uniting you. Prayer, word and action are all means of co-operation, «tending toward that fulness, with which Our Lord wants His Body to be endowed in the course of time» (Unitatis redintegratio, N. 4).
We therefore invoke the guidance and illumination of the Holy Spirit upon all your activities; and upon your persons, your families and loved ones, and the souls entrusted to your ministry, We call down in abundance the richest graces and favours of Almighty God.
Chers Fils et Filles de l’A.C.O.,
Nous sommes heureux de vous recevoir, vous qui représentez l’Action Catholique Ouvrière française. Vous savez en quelle estime l’Eglise tient votre mouvement, quel espoir elle met en lui pour contribuer, d’une manière toute spéciale, à l’évangélisation du monde ouvrier: vos Pasteurs - en particulier le vénéré et regretté Monseigneur Guerry - vous l’ont souvent manifesté et c’est bien volontiers que Nous vous renouvelons Nous-même Notre encouragement et Notre Bénédiction.
Au sein des difficultés de vie de vos compagnons et compagnes de travail, vous cherchez sans cesse avec eux les conditions matérielles et morales qui leur permettront de mener une vie digne de fils de Dieu. Ces frères ouvriers, vous avez à coeur de les aider, non seulement à chercher leur bien, mais à resituer leur intérêt dans celui de l’ensemble des travailleurs, bien plus, dans le bien commun de la société tout entière qui conditionne la vie de demain. A travers cette démarche de charité, menée avec réalisme et dans l’esprit de justice et de vérité qui sied à des chrétiens, demeurez toujours soucieux de révéler le message de Jésus-Christ, qui est libération de tout péché, acceptation d’une vie filiale envers Dieu et fraternelle à tous les hommes. N’est-ce pas le but ultime de votre action?
Puissiez-vous mener cette action en communion avec tous ceux qui, dans l’Eglise, recherchent ce but apostolique, à savoir la construction du Corps du Christ, à travers la diversité des membres! C’est dans ces sentiments, si chers à Notre coeur de Pasteur comme des fidèles, que Nous vous redisons Nos souhaits et Notre confiance, et que Nous vous accordons, ainsi qu’à tous les militants qui se dévoyent, en collaboration avec vous à l’évangélisation du monde ouvrier, et à leurs aumôniers, Notre affectueuse Bénédiction Apostolique.
1969-AUDIENZE - SAPER SCEGLIERE