1969-AUDIENZE - UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI Mercoledì, 14 maggio 1969




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI Mercoledì, 21 maggio 1969

Diletti Figli e Figlie,

Noi siamo tutti così dominati dalle immagini, dalle notizie, dall’avvenimento del viaggio spaziale, che sta svolgendosi in questi giorni, che non possiamo esimerci dal farne oggetto della nostra breve meditazione quest’oggi.

Gli occhi o, meglio, i pensieri del mondo seguono, ancora una volta, ma forse questa volta con più intenso interesse, l’itinerario stupefacente degli astronauti, che vanno con impensabile velocità ad esplorare da vicino il satellite della nostra terra, la luna quieta amica delle nostre notti, dalla faccia mutevole, fredda ed argentea. Si guarda, si ammira, si riflette, si spera, si prega. L’orizzonte diventa astronomico, e non solo per la nostra osservazione sensibile, ma per la dilatazione della nostra mentalità. L’astronomia è sempre stata una grande maestra di pensiero, che le comuni nozioni scarse ed empiriche, e per di più prese a prestito dalle dottrine altrui, riempivano di immagini fantastiche, di sogni inverosimili, di sistemi scientifici ipotetici e discutibili, di superstizioni senza numero, tanto che nella cultura corrente si può dire che la scienza del cielo è presso che dimenticata e ridotta a consuete ed elementari notizie. Gli antichi ne sapevano più di noi, se non di astronomia, certo di astrologia. Una delle difficoltà alla comprensione, ad esempio, della Divina Commedia, è quel continuo richiamo, che Dante frammischia al suo sublime poema, circa i fenomeni dell’orizzonte celeste. I nostri scienziati moderni certamente conoscono cose meravigliose sul cielo, sul cosmo, sulle sue strutture cronologiche e matematiche, ed oggi, più che mai, sulla sua composizione fisica e sulla sua evoluzione dinamica; ma rispetto alla società essi sono degli iniziati, che studiano, parlano, vivono da sé. Gli interessi dell’uomo gravitano più che mai sulla terra, nel minuscolo arco dei nostri giorni e nell’immediato trambusto delle nostre sperimentali vicende.

IL LINGUAGGIO DEL COSMO

Ed ecco che, come si aprisse una finestra nella stanza della nostra vita consueta, siamo invitati a guardare fuori, nello spazio, nel cielo, nel cosmo. E siccome questo è un fenomeno umano, che ha appunto per teatro il cielo, i nostri pensieri abituali sono quasi fermati. e fissati nel vuoto che ci sta davanti. Siamo non già incantati, né divertiti; siamo turbati. Un quadro di realtà immenso, misterioso, che credevamo poter dimenticare, perché da noi, non astronomi, lontano, irraggiungibile, non sperimentabile, ci si presenta invece davanti. Il raggio di visione va oltre misura, si spinge nelle profondità dello spazio, l’universo ci dice almeno che esso esiste. In certe notti limpide d’estate abbiamo forse anche noi, contemplando le innumerevoli stelle che trapuntano di scintille la volta immensa del cielo, pensato o tentato di pensare al mistero dell’universo; forse la meravigliosa e misteriosa visione esteriore ha preso voce interiore con le note elegiache del canto notturno del pastore leopardiano, errante nelle solitudini sconfinate dell’Asia; forse il senso incombente dell’infinito, che vince lo spazio ed il tempo, ha dato anche a noi un fremito metafisico dell’oceano dell’essere, in cui la nostra minima vita si trova, ma che vita, coscienza, spirito si chiama.

Non sarà inutile lasciarci invadere un momento da simili impressioni del muto linguaggio della suprema realtà da noi percepibile, il cosmo, anche se la perfezione strumentale che oggi ce le trasmette attenua il senso che le deve in ogni caso dominare, la meraviglia, cioè la sorpresa della scoperta, della conquista e del mistero, ancor più presente, circa le cose, il mondo, l’universo.

UN CANTICO DEL SALMISTA

Ammirare, ammirare dobbiamo. E per non rendere vano questo felice sforzo del nostro spirito, su due sentieri, Figli carissimi, Noi vi esortiamo a dirigerlo. Verso l’uomo, primo sentiero della nostra ammirazione. Chi è l’uomo, capace di opere simili? di concepirle, di organizzarle, di compierle, di commisurarle alle sproporzionate difficoltà ch’esse presentano, e alla sempre piccola statura del proprio essere, piccolo, limitato e vulnerabile? Come possiede tanta capacità di studio, di conoscenze, di dominio scientifico e tecnico sulle cose, sul mondo? E come, debole e condizionato com’è, trova il coraggio di osare simili imprese? Ancor più che la faccia della luna, la faccia dell’uomo s’illumina davanti a noi; nessun altro essere a noi noto, nessun animale, anche più forte e più perfetto nei suoi istinti vitali, può essere messo a confronto con l’essere prodigioso che noi uomini siamo. V’è qualche cosa nell’uomo che supera l’uomo, v’è un riflesso che sa di mistero, che sa di divino. Le parole, ben note alla nostra conversazione con Dio, vengono alle labbra spontaneamente: «Quando io contemplo i cieli, opera delle tue mani, (o Signore,) la luna e le stelle che Tu vi hai seminate, che cosa è mai l’uomo perché tu ti ricordi di lui? Eppure di poco Tu l’hai fatto inferiore agli Angeli, di gloria e di onore Tu l’hai coronato; e Tu l’hai posto a capo delle opere delle Tue mani; tutto hai messo sotto i suoi piedi» (Ps 8,4-7). Ma come? ma perché? Risponde ancora l’incantevole salmoldia: «Tu hai diffuso sopra di noi la luce del Tuo volto, o Signore!» (Ps 4,7). Ecco: l’uomo porta in sé il riflesso di Dio! A sua immagine è stato creato: «Creò Iddio l’uomo ad immagine sua . . . : maschio e femmina li creò. E li benedisse Iddio dicendo: crescete e moltiplicatevi e popolate la terra e dominatela . . .» (Gen. 1, 27-28). Questa origine divina, questa potestà dominatrice dell’uomo s’illuminano alla nostra mente, diremmo, alla prova dei fatti; questi fatti che stiamo in questi giorni contemplando, che dell’uomo non fanno tanto l’orgoglio, quanto la dignità; non lo insuperbiscono come principio causa di se stesso, ma lo magnificano come capolavoro e come collaboratore di Dio (cfr. 1 Cor. 1Co 3,9). Dovremo ricordarcene sempre.

IL PRINCIPIO CREATORE

L’altro sentiero della nostra ammirazione è Dio stesso. Se siamo davvero intelligenti, se cioè non fermiamo la nostra commossa attenzione allo schermo fisico delle cose, al loro quadro scientifico, ma vi leggiamo dentro, nel loro segreto ultra-fisico (cioè metafisico) e cerchiamo di capire qualche cosa di quello che sono, subito comprendiamo una verità lampante; esse non sono causa di se stesse! E allora, come mai esistono? come mai sono così grandi? così ordinate, così belle, così unite? Una razionalità cogente ci obbliga ad arrivare sulle soglie di quella suprema sapienza, che chiamiamo religione. Una rivelazione naturale, e oggi, in un’ora di trionfo scientifico, ci riconduce alla Fonte del tutto, all’uno necessario, al Principio creatore, al Dio vivente. Non lasciamoci sfuggire, Figli carissimi, un’occasione come questa per ritrovarci umili, pii, buoni, religiosi e felici, davanti a segni così evidenti, per chi vuoi vedere, della somma Presenza nel nostro mondo e nella nostra vita. Adoriamo in silenzio.

Ed insieme, noi credenti, noi cristiani. Con la Nostra Benedizione Apostolica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI Mercoledì, 28 maggio 1969

Diletti Figli e Figlie!

È nella mentalità dell’uomo moderno, di noi tutti, possiamo dire, la persuasione che «tutto cambia». L’osservazione della vita contemporanea ci dà l’impressione che ogni cosa è in via di trasformazione, è in movimento. Nessuna delle cose, che toccano la nostra esperienza, si dimostra stabile e sicura; tutto muta, tutto si evolve, tutto decade e tutto si rinnova. Siamo presi e compresi di questo senso d’instabilità delle cose; e se questo sentimento ci dà al principio un certo timore e qualche rimpianto, ben presto esso si risolve in senso di compiacenza, perché vediamo che questo grande e generale fenomeno di mutazione assume nomi suggestivi: evoluzione, progresso, dinamismo, scoperta, conquista, superamento, sviluppo, rinascita, novità, ecc.

UN MONDO IN TRASFORMAZIONE

L’esperienza di questo fenomeno generale diventa ogni giorno più impressionante davanti all’incremento accelerato e meraviglioso delle scienze: specialmente di quelle fisico-matematiche; si direbbe che l’uomo impara adesso a conoscere il mondo; e dalla esplorazione scientifica, dalla ricerca, come oggi si dice, si traggono tanti risultati nuovi, che l’uomo di studio, lo scienziato, rimane inebriato; e mentre da un lato continua a perfezionare le sue inesauribili ricerche, dall’altro passa immediatamente all’applicazione pratica, utilitaria, delle nuove cognizioni; alla scienza succede la tecnica; e questa si sviluppa, mediante macchine e strumenti nuovissimi e organizzazioni poderose, diventa industria; con tutto quello che segue nel campo economico e sociale; nella vita dell’uomo moderno. Considerazioni analoghe possiamo fare sulle scienze relative all’uomo, la medicina, la psicologia, la sociologia, la politica. Così che viene la volta della religione: che succederà alla religione a causa di questa generale trasformazione? Molti dicono: è finita; voi lo sapete. Ma altri dicono: no; non solo non è finita ma s’impone con tanto maggiore ragione, quanto più razionale e pressante è il bisogno di dire su tutto la prima e l’ultima parola, l’alfa e l’omega s’impongono; e adorare non solo è esigenza tuttora legittima, ma oggi più doverosa. La religione ritorna, se non professata, discussa almeno; e talvolta, alla fosca luce di avvenimenti violenti e irrazionali, o di stati d’animo angosciosi,, in termini così imploranti e disperati, che la fanno rimpiangere e, sotto certe espressioni, ancora desiderare. Ritorna alla mente il vaticinio del profeta Geremia: «Hanno abbandonato me (dice il Signore), fonte di acqua viva; e si sono scavate cisterne screpolate, che non riescono a contenere acqua» (2, 13).

E allora la questione religiosa si ripresenta. Ed è su questo punto che oggi ,Noi invitiamo, per un istante e forse con troppo semplici parole, la vostra attenzione. E il punto è questo: la religione non sarebbe anch’essa soggetta a qualche importante cambiamento? e di fatto, per contenere il discorso nel campo che ci riguarda, la nostra religione non è anch'essa in via di mutazione?

L’ESIGENZA DI DIO

A questo riguardo Noi vi rivolgiamo una prima preghiera: fate attenzione! attenzione alla complessità della questione. La si può considerare la questione religiosa sotto l’aspetto soggettivo; cioè quello proprio dell’uomo, quello mentale, psicologico, filosofico. E noi tutti sappiamo a quali mutazioni, a quali arbitri, a quali storture, a quali dubbi, a quali negazioni, insomma a quali metamorfosi l’idea religiosa è stata ed è, in questi ultimi tempi, sottoposta. .La discussione rimane sempre aperta; ma Noi sosteniamo che la nostra ragione (cfr. ad es. DE LUBAC, Sur les chemins de Dies, Aubier 1955), la nostra esperienza (cfr. A. FROSSARD, Dies existe, Fayard 1969), la nostra fede (cfr. GUARDINI, Vom Leben des Glaubens, Grünewald 1934; trad. Vie de la Foi, Cerf 1958) sono oggi più che mai in grado, come in passato (cfr. S. TH., Summa contra Gentes) di attestarsi luminosamente e di perseverare con nuove testimonianze di pensiero e di vita sostenendo l’urto, o la discussione delle obiezioni proprie della mentalità, sia filosofica, che letteraria e pratica del giorno d’oggi (cfr.. ZUNDEL, Recherche du Dieu, inconnu, Ed. ouv. 1949: MOUROUX, Ie crois en Toi, Cerf 1965; CH. MOELLER, L’homme moderne devant le salut, Ed. ouv. 1964; RENÉE CASIN, Naufrageurs de la Foi, Ed. Lat. 1968).

Cioè l’uomo, questo essere dalle cento facce, può configurarsi in aspetti e in atteggiamenti diversissimi, proteiformi, rispetto alla religione, ma resta uomo, un essere cioè sostanzialmente qual è, non solo capace, ma bisognoso di Dio; anzi quanto più uomo egli è e diviene, tanto maggiore si pronuncia in lui l’esigenza di Dio; e perciò la religione, intesa come virtuale rapporto con la Divinità, non cambia, cambiando le espressioni della vita umana. A questo riguardo non abbiamo che da augurarci una nuova fioritura di studi e di ricerche religiose, cioè di letteratura religiosa, filosofica, letteraria, apologetica, catechistica, artistica: è questione di linguaggio. Rinnoviamo il linguaggio religioso!

CONTENUTO E REALTÀ DELLA RELIGIONE

Ma occorre considerare l’aspetto oggettivo della religione, cioè la sua verità, il suo contenuto, la sua realtà. La quale, per noi credenti, per noi cattolici dalla fede univoca, conservata, esposta, difesa da quella istituzione provvidenziale, ch’è il magistero ecclesiastico, sempre intento a ripetere la parola di Gesù: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato» (Io. 7, 16), è quello che è, e non muta per mutare di tempi e di costumi; e deve essere accettata nella sua genuina e originaria e autorizzata formulazione, anche se difficile, anche se difforme dalla psicologia di chi la ascolta, anche se misteriosa (cfr. S. TH., Summa contra Gentes, 4, 76). Vi ricordate come termina nel Vangelo la discussione a Cafarnao sull’Eucaristia? Gli uditori trovavano assurda la parola del Signore: «Questo discorso è duro, e chi lo capisce?» (Io. 6, 60). E Gesù, abbandonato dalla folla dei suoi uditori, si rivolge ai discepoli, anch’essi sconcertati e indecisi: «Volete andarvene anche voi?» (ib. 67). È grave. Oggi ,specialmente, quando l’uomo non vuole accettare se non quello ch’egli comprende (e non è poi esatto, ché anche l’uomo moderno è più che mai cliente e alunno di chi fa autorità nel campo scientifico). Ma dobbiamo vivere di fede, cioè facendo credito alla Parola di Dio, anche se superiore alla nostra intelligenza. Con due osservazioni: la fede è oscura, ma non è cieca; cioè ha titoli che la giustificano, esteriormente e interiormente. Già altre volte lo dicemmo, con Sant’Agostino: Habet namque fides oculos suos, la fede infatti ha i suoi occhi (Ep 120 PL Ep 33,200). E di più: ammette di essere studiata, approfondita, confrontata col sapere naturale, applicata; e, vorremmo dire, verificata nell’esperimento della vita; vissuta, la fede diventa luce; amata, diventa forza; meditata, diventa spirito. E perciò si può benissimo, restando integra e pura, compenetrare con tutte le oneste e nuove e grandi trasformazioni della vita moderna, e si rivela per quello che è: principio di vita eterna.

Vi auguriamo, Figli carissimi, che ne facciate la beatificante esperienza, con la Nostra Benedizione Apostolica.

SALUTI A CAPITOLI GENERALI

I Fate-Bene-Fratelli

Abbiamo appreso con vivo compiacimento che siete riuniti in questi giorni a Roma per la prima Sessione del vostro Capitolo Straordinario al fine di preparare l’adattamento delle Costituzioni alla luce delle sapienti direttive del Concilio Vaticano Secondo.

Il Nostro plauso e il Nostro incoraggiamento va ai vostri lavori, affinché «con prudenza, ma anche con premura», secondo gli orientamenti conciliari, si realizzi l’opportuno rinnovamento della vita e della disciplina della vostra Famiglia religiosa (cfr. PAOLO VI, Litt. Apost. Motu Propr. Ecclesiae Sanctae; A.A.S. 58, 1366, PP 775 ss.).

Un rinnovamento, il vostro, che è anzitutto una profonda riflessione sulla vita e sull’insegnamento del fondatore, San Giovanni di Dio, il quale, nel secolo XVI, in mezzo ad innumerevoli difficoltà, fece della donazione e dell’amore verso i fratelli sofferenti l’espressione e la testimonianza cristiana della propria carità verso Dio.

Il Nostro auspicio è che, pur nelle mutate condizioni sociali, la vostra presenza di Religiosi, consacrati a Dio con i voti, possa proclamare anche agli uomini di oggi, esigenti di concrete testimonianze, che «chi ama Iddio, ama anche il prossimo» (1 Io. 4, 20-21).

Con questo voto e in pegno della Nostra benevolenza impartiamo a voi e a tutti i membri dell’Ordine dei «Fate-Bene-Fratelli» la Nostra Apostolica Benedizione.

I Redentoristi

Salutiamo con particolare riguardo i Padri Capitolari della Congregazione del Santissimo Redentore, riuniti a Roma per il Capitolo Speciale.

L’occasione Ci è propizia, diletti figli, per indirizzare una parola di incoraggiamento e di orientamento a voi, che siete chiamati a un compito così delicato e di tanta responsabilità per l’avvenire della vostra Congregazione. Siete chiamati, infatti, a dare al vostro Istituto quella fisionomia aperta e aggiornata richiesta dalle istanze del rinnovamento conciliare, e a far sì che la vitalità del ceppo robusto, piantato da S. Alfonso de’ Liguori, continui a fiorire in tutta la sua pienezza.

Il rinnovamento, tuttavia, è una parola seducente, e potrebbe anche talvolta ingannare, soprattutto se con questo pretesto si introducessero riforme che non tengono nel dovuto conto la vera natura della vita religiosa.

Lasciate pertanto che al riguardo vi apriamo il Nostro animo: rinnovamento, sì, ma nel senso di un’affermazione più cosciente e vigorosa dei valori autentici della vita religiosa. Questa nella sua essenza non cambia mai; dovrà quindi sempre e dovunque conservare visibile ed inconfondibile il carattere di consacrazione a Dio e di vita di unione con Lui per mezzo dell’umiltà, del distacco dal mondo, della pratica dei consigli evangelici.

Vi diremo ancora: aggiornamento nelle strutture esterne, sì, ma in conformità sempre, in contrasto mai, con lo spirito del vostro Santo Fondatore e delle vostre genuine tradizioni. Sempre perciò dovrà essere rispettata la libertà di coloro, che, avendo abbracciato l’ideale religioso proposto dal vostro Istituto, hanno il diritto di viverlo in tutta la sua pienezza.

E infine: adeguamento ai tempi, sì, ma non in maniera e misura tali da indulgere allo spirito del mondo, alle sue istanze, alle sue mode. Anche voi, come tutte le anime consacrate a Dio, vivete ed operate nel mondo, ma non siete del mondo (cfr. Io. 15, 19). Efficace, quindi, si rivelerà il rinnovamento preparato da voi, soltanto se sarà in grado di favorire una vita raccolta ed austera, l’amore alla disciplina, il fervore della preghiera, la generosità nel sacrificio.

Con questi pensieri nella mente e nel cuore, Noi Ci auguriamo, diletti figli, che lo spirito ardente di S. Alfonso, così aperto a tutte le ansie della Chiesa e delle anime, si diffonda sempre più in mezzo al popolo di Dio, per dare ad esso l’aiuto e la testimonianza che tanto oggi gli sono necessari.

E a tale scopo di cuore vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione.

Le Suore della Carità di Don Orione

Desideriamo ora rivolgere un saluto a due particolari gruppi di Religiose, presenti a questa Udienza.

Salutiamo anzitutto le rappresentanti delle «Piccole Suore Missionarie della Carità», le benemerite Suore di Don Orione, che hanno partecipato al loro Capitolo ordinario speciale, eleggendo la nuova Superiora Generale col suo Consiglio. Vi diciamo il Nostro compiacimento per la fedeltà con cui, rispondendo alle premure del Concilio Ecumenico, anche la vostra benemerita Congregazione ha voluto ripensare alle proprie origini, finalità, costituzioni, per adeguarle sempre meglio alle odierne esigenze della Chiesa. La carità è il nome che vi fregia e vi qualifica: se ne seguirete fedelmente gli impulsi, il vostro «aggiornamento» sarà continuo, perché la carità «non viene mai meno» (1 Cor 1Co 13,8); sarete sempre mosse dallo Spirito Santo, il quale, come ha detto il Concilio, «produce e stimola la carità fra i fedeli» (Lumen Gentium LG 7), specie delle anime consacrate a Dio.

Vi seguiamo nel vostro umile servizio dei poveri, che si rivolge a Cristo e onora la Chiesa; e di cuore vi benediciamo, con l’augurio di un sempre più fecondo lavoro apostolico.

Vi sono poi le allieve della Scuola Nazionale per Religiose Collaboratrici al ministero pastorale, venute con l’Assistente, i Docenti e la Segreteria della Federazione Italiana delle Religiose dell’Apostolato diretto, che ne organizza i corsi. La vostra presenza Ci è fonte di grande consolazione, perché Ci dice come un segreto impulso di fedeltà, di generosità, di studio, di specializzazione pervada oggi le varie Congregazioni e Istituti religiosi femminili, e li stimoli ad essere strumenti sempre più atti, efficienti, preparati per l’evangelizzazione del mondo. Anche questo è un prezioso «segno dei tempi», che non sfugge alla Nostra ammirazione, e che indichiamo a esempio di tutti i fedeli che Ci ascoltano; anche questo è una prova dell’azione instancabile e fecondatrice dello Spirito, e della sua voce che chiama alla santità e al sacrificio, e trova rispondenze continue.

Siate sempre fedeli a questa voce, ovunque vi conducano l’obbedienza e il servizio apostolico: il Papa vi accompagna con la Sua preghiera, e vi incoraggia con la Sua Benedizione.


AZIONE CARITATIVA E DI VITA RELIGIOSA

Chers Fils et chères Filles de langue française,

Nous sommes heureux de saluer parmi vous les membres de la Fédération internationale de l’Industrie du Médicament, réunis pour la première fois à Rome, afin d’associer leurs efforts pour harmoniser la législation et la technique de l’industrie pharmaceutique. De grand coeur, Nous vous encourageons, chers Fils, à contribuer, selon vos propres moyens, au progrès de la santé dans le monde, en relation avec les organismes internationaux qui prodiguent leur aide aux hommes moins favorisés.

Nous accueillons aussi très volontiers les élèves officiers congolais et burundais, venus, avec leurs officiers belges et leur aumônier, en pèlerinage au coeur de l’Eglise.

Nous formons les meilleurs voeux pour les Religieux de Saint Vincent de Paul, qui viennent d’avoir leur chapitre spécial, en vue de poursuivre, dans les milieux ouvriers notamment et parmi les jeunes, un apostolat fécond, imprégné d’une charité profonde, d’un souci d’éducation humaine et spirituelle, en conformité avec les conditions de notre temps.

Enfin Nous n’oublions pas deux méritantes Congrégations de religieuses qui sont représentées parmi Nous ce matin: les Filles de la Sagesse, fondées par Saint Louis Marie Grignion de Montfort, et les Ursulines de l’Union romaine, qui s’attachent à marcher dans le sillage de Sainte Angèle Mérici. Vous venez vous aussi, chères Filles, de rechercher, dans vos chapitres, la vie évangélique qu’il vous faut mener aujourd’hui, selon votre vocation propre. Repartez joyeusement vers votre apostolat, sûres de l’amour du Seigneur et de la confiance de son Eglise.

A tous et à toutes, Nous donnons de grand coeur Notre paternelle Bénédiction Apostolique.


IL LODEVOLE SERVIZIO DEI VETERINARI

Siamo ancora debitori di un saluto, grato e cordiale, ai trecento veterinari italiani, venuti a Roma nel decennio di fondazione del loro Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza. Ci fa molto piacere incontrarCi con un numero così cospicuo di professionisti tanto benemeriti, perché con la loro opera preziosa, instancabile e piena di responsabilità vigilano su un largo settore della sanità pubblica, che richiede i loro esperti controlli.

Desideriamo esprimere a voi, e, per il vostro tramite, a tutti i vostri colleghi, il Nostro compiacimento per la competenza, il senso del dovere, con cui vi prodigate sia per l’utilità del consorzio civile, nel campo specifico a voi riservato, sia per la cura che prestate agli animali, anch’essi creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono tuttavia un segno dell’universale stigma del peccato, e dell’universale attesa della redenzione finale, secondo le misteriose parole dell’apostolo Paolo: «L’intera creazione anela ansiosamente alla manifestazione gloriosa dei figli di Dio . . . Anch’essa verrà affrancata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla liberta della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19 Rm 8,21).

Il vostro servizio va pertanto visto anche in questa luce di cooperazione al piano di Dio; e come merita elogio e riconoscenza dalla società, così da Noi è profondamente valutato nella sua dimensione spirituale: vi sia di conforto il pensiero che il Papa vi stima, prega per voi, e vi benedice, unitamente ai vostri familiari e a tutti i vostri colleghi, invocando sulla vostra quotidiana fatica le continue consolazioni del Signore.


PELLEGRINAGGIO DI RICONCILIAZIONE A MONTE CASSINO

Chers Fils,

Vous êtes venus accomplir ensemble un «pèlerinage de réconciliation au Mont Cassin», sous le patronage de la Fédération européenne des Anciens Combattants, et vous avez tenu à recevoir Notre Bénédiction. Nous imaginons facilement les chers souvenirs, à la fois douloureux et glorieux, qui sont les vôtres, sur ce front où vous avez tant peiné. Vous savez le prix de la paix, et vous voulez la promouvoir solidement, dans une fraternité toujours plus large. Nos voeux paternels vous accompagnent, avec Notre Bénédiction Apostolique, que Nous étendons de grand coeur à tous ceux qui vous sont chers.

Auch den deutschen Teilnehmern der «Ehemaligen Frontkampfergruppe Monte Cassino» gilt Unser väterlicher Gruss! Sie sind mit Ihren Kameraden aus Frankreich zusammengekommen, um die Bande der Freundschaft erneut zu befestigen. Denn als überzeugte Christen wissen wir: Alle Volker und Nationen bilden eine einzige grosse Gottesfamilie, deren Zusammen-leben vom Geiste der Liebe und des Friedens bestimmt sein muss. Dazu erteilen Wir Ihnen allen und Ihren Lieben zu Hause von Herzen den Apostolischen Segen.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI Lunedì, 2 giugno 1969

Diletti Figli e Figlie!

Prendiamo occasione dalle due prossime feste, quella del «Corpus Domini» e quella del Sacro Cuore di Gesù, per invitare la vostra riflessione sopra un aspetto fondamentale della rivelazione cristiana, vale a dire della comprensione che noi possiamo avere di quanto ci è stato manifestato da Cristo sulle cose divine. Diciamo con la consueta semplicità e brevità, ma toccando un tema di estrema importanza.

LA RIVELAZIONE ALL’INTELLETTO E AL CUORE DELL’UOMO

La rivelazione delle verità religiose soprannaturali (e di altre verità naturali connesse con quelle) è avvenuta in una data maniera, ben diversa dalla presentazione d’un testo di dottrine teologiche già chiare e formulate. Essa è stata progressiva, risultante da parole e da fatti, in modo tale da invitare gli uomini a conoscere Dio, qualche cosa di Dio, per unirli a Sé e così provvedere alla loro salvezza (cfr.

Dei Verbum DV 2). Cioè la rivelazione è un’apertura su Realtà misteriose. Citiamo, fra tante, la parola di San Paolo: «A me fu dato . . . di mettere in luce per tutti quale sia il piano provvidenziale (in greco: economia; in latino: dispensatio) dell’arcano (del mistero, del Sacramento) nascosto da secoli in Dio» (Ep 3,9). Questa esibizione, questa presentazione, mentre è aperta, sicura, chiarissima, non è costringente, non è paragonabile a una dimostrazione scientifica, ma è offerta in maniera da rispettare la libertà dell’uomo a cui la rivelazione è presentata; non impenetrabile, non equivoca, ma ancora velata. Velata dalla natura ineffabile e trascendente, propria del pensiero divino; e velata anche dal modo con cui esso ci è presentato. Gesù lo farà Lui stesso notare a riguardo degli insegnamenti suoi, rivestiti da parabole (cfr. Marc Mc 4,11 cfr. PASCAL, Pensées Mc 194). La verità, la realtà divina ci è manifestata per via di segni. Vi sarebbero moltissime cose da dire a questo proposito.

PENETRARE LA PAROLA DI DIO

Ma ora una ci basta: per profittare della rivelazione occorre qualche atto anche da parte dell’uomo. Per vedere occorre aprire gli occhi. Per ricevere la rivelazione occorre credere. Credere, sotto questo aspetto, vuol dire non solo accettare passivamente e pigramente, ma scoprire; cioè cercare e penetrare nel significato della Parola di Dio, nel modo, nel velo, che la presenta e la contiene ed insieme la sottrae alla curiosità della nostra conoscenza spontanea e naturale.

Altro capitolo immenso della vita religiosa! Fermiamoci ad -una pagina di questo capitolo, che possiamo considerare riassunto di queste vitali questioni religiose. La pagina è questa: qual è la scoperta che il fedele riesce a fare cercando il senso totale e profondo della divina rivelazione? La scoperta è l’Amore. Dio si è soprattutto rivelato in Amore. Tutta la storia della salvezza è Amore. Tutto il Vangelo. Potremmo citare tante parole della Sacra Scrittura a questo riguardo. Una Ci viene alle labbra, dell’Antico Testamento: «Da lontano il Signore si è fatto vedere a me: d’un amore eterno Io ti ho amato e perciò ti ho attirato a me pieno di compassione» (Ger. 3 1, 3). Tutta l’epopea della Redenzione è Amore, è misericordia, è effusione della carità di Dio verso di noi. E la storia di Cristo è riassunta nella celebre sintesi di San Paolo: «Vivo nella fede che io ho nel Figlio di Dio, il Quale mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Ga 2,20). Bisogna capire! Raccomandiamo agli spiriti attenti un’altra pagina meravigliosa dell’Apostolo: «Che voi possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza, l’altezza e la profondità (noi oggi diremmo le dimensioni, e qui sono quattro!), e intendere questo amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi della pienezza di Dio» (Ep 3,17-19).

Fermiamoci qui. Vi è, per oggi, quanto basta affinché noi possiamo celebrare le due feste, che dicevamo, dell’Eucaristia e del Sacro Cuore, quasi condotti al punto prospettico, che le offre e che ci fa gustare, se non capire, qualche cosa del loro vero senso religioso, della loro realtà superlativa e violenta: «Così Dio ha amato . . .» (cfr. Io. 3, 16).

GESÙ CI AMA CON AMORE INFINITO

E che perciò ci tocca, ci commuove, ci sconvolge. Se uno riesce a capire d’essere stato amato; amato fino ad un grado supremo e impensabile, fino alla morte, silenziosa, gratuita, crudele e sofferta fino ad una consumazione totale (cfr. Jn 19,30) da Chi nemmeno noi conoscevamo, e conosciutolo l’abbiamo negato e offeso, se uno, diciamo, comprende d’essere oggetto di tale amore,. di tanto amore, non può più restare tranquillo. Lo diceva anche Dante: «Amor che a nullo amato amar perdona» (Inf. 5, 103); lo dice l’inno liturgico: «Quis non amantem redamet?». Questa è l’origine del culto al Sacro Cuore di Gesù, quando sappiamo che il termine «cuore» è simbolo, segno, sintesi della nostra Redenzione, vista nella divina e umana interiorità di Cristo (cfr. l’Enciclica di Pio XII: Haurietis aquas, del 1956, in Discorsi, vol. 18, PP 811 ss.; cfr. a riguardo del cappellano puritano di Cromwell, Thomas Goodwin, BREMOND, Hist. sent. rel., III, 641).

Gesù ci ha amati, dice il Concilio, anche «con cuore d’uomo» (Gaudium et Spes GS 22). E come! Ecco il tema, oggi, del nostro dialogo. Figli carissimi, sapete questa cosa? vi pensate? come intendete rispondere?

Vi aiuti a rispondere con amore la Nostra Benedizione Apostolica.


DIRIGENTI DELL’AZIONE CATTOLICA ITALIANA

Nell'udienza di stamane abbiamo la gioia di accogliere due gruppi altamente qualificati e veramente meritevoli della Nostra affettuosa stima. Sono i Presidenti Diocesani della Unione Uomini di Azione Cattolica Italiana e le Presidenti diocesane dell’Unione Donne di Azione Cattolica, convenuti a Roma per il loro annuale convegno nazionale.

Vi ringraziamo, diletti figli e figlie, del delicato pensiero con cui avete desiderato che i lavori del vostro convegno avessero in programma questo incontro col Padre Comune, per ricevere una parola di incoraggiamento e di benedizione.

Noi siamo in dovere di concedervela, questa parola, perché la meritate per tanti titoli: per il vostro zelo, per la vostra tradizionale fedeltà alla Chiesa e al Papa, per la vostra generosità, ed anche per l’argomento che ambedue i vostri Convegni hanno fatto oggetto dei loro lavori, cioè la carità. Ci è caro esprimervi. senz’altro il Nostro compiacimento per questa significativa scelta.

Di fatto, tema più necessario e urgente non si poteva proporre, nella appassionata esigenza che oggi muove tutte le organizzazioni cattoliche a riflettere sui propri programmi e a ripensare i propri metodi di azione. Nella Chiesa la carità è tutto. È il compendio della sua storia. È la legge prima e più alta del Vangelo di Cristo. Nessun altro motivo, pertanto, è più adatto a far capire l’ansia che muove la Chiesa ad accostarsi agli uomini del nostro tempo e rigenerarli cristianamente.

Questo basti a dirvi quale debba essere veramente il motore segreto di tutte le vostre attività, e quale il fuoco interiore che deve spingervi nel servizio della Chiesa. Bisogna cioè che vi sentiate come partecipi e consapevoli del suo anelito di carità per tutti gli uomini, e strumenti volitivi e capaci della sua irradiazione sempre più operosa e vasta nel mondo.

Siamo certi, perciò, che un argomento così bello e incoraggiante troverà in tutti gli uomini e le donne di Azione Cattolica Italiana eco profonda e salutare. In questo senso eleviamo a Dio la Nostra preghiera, comprendendo in un unico palpito di paterna benevolenza tutti gli iscritti alle vostre Associazioni e domandando per essi che la loro carità «abbondi ancor più in cognizione e in ogni discernimento . . . affinché siano . . . ricolmi di frutti di giustizia per Gesù Cristo, a lode e a gloria di Dio» (Ph 1, 8-9-l 1).

Con questo auspicio impartiamo di cuore a tutti voi la confortatrice Apostolica Benedizione.

IL CENTRO GIOVANILE TURISTICO DI TORINO

Una parola di paterno compiacimento vogliamo rivolgere a voi, giovani del Comitato Provinciale del Centro Turistico di Torino, che avete voluto concludere le celebrazioni del ventesimo anniversario della vostra istituzione, con un pellegrinaggio di fede, a Roma.

Noi sappiamo che il vostro Comitato Provinciale vanta un significativo primato, quello di avere cioè studiato ed attuato nell’immediato dopoguerra, dopo le tragiche esperienze di lacerazioni e divisioni tra i popoli, un complesso di iniziative rivolte ad incrementare, nell’incontro sereno e fraterno con gli altri, i valori umani e cristiani della reciproca conoscenza e stima.

Vorremmo pure ricordare che i vari Centri Turistici Giovanili, nati dalla Federazione della Gioventù di Azione Cattolica, come espressione quindi di una esigenza di testimonianza e di apostolato, hanno contribuito ad animare cristianamente un fenomeno entrato nel costume e nelle abitudini della società contemporanea; l’esigenza cioè, che, attraverso i viaggi in altre regioni, si potesse sviluppare la «cultura universale», alla quale gli uomini di oggi, specialmente i giovani, sono particolarmente aperti e disponibili.

Voi siete ben convinti come, nell’accresciuta diffusione delle possibilità di conoscere, data dai nuovi strumenti di comunicazione culturale e sociale, il turismo ha ormai un posto di rilievo. Lo stesso Concilio Vaticano Secondo ha notato come la diminuzione più o meno generalizzata del tempo di lavoro fa aumentare di giorno in giorno le possibilità culturali per molti uomini, ed ha quindi raccomandato che «il tempo libero sia impegnato per distendere lo spirito, per fortificare la sanità dell’anima e del corpo, mediante attività e studi di libera scelta, mediante viaggi in altri Paesi (turismo), con i quali si affina lo spirito dell’uomo, e gli uomini si arricchiscono con la reciproca conoscenza» (Cost. Past. Gaudium et Spes GS 61).

Intendiamo perciò, oggi, esprimervi il Nostro plauso per le varie iniziative che, in questi venti anni, con dedizione ed intelligenza, avete svolto\nel campo del turismo giovanile, e, mentre auspichiamo che voi «collaboriate affinché le manifestazioni e attività culturali e collettive, proprie della nostra epoca, siano impregnate di spirito cristiano» (Ibidem), facciamo Nostro l’invito che vi dà il Concilio, che cioè nei vostri viaggi culturali o di sollievo vi ricordiate che siete dovunque degli «araldi itineranti di Cristo», e come tali vi comportiate davvero (cfr. Decr. Apostolicam actuositatem AA 14).

Con questi voti e in pegno della Nostra benevolenza, di cuore impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione a voi, alle vostre famiglie e alla vostra attività.




1969-AUDIENZE - UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI Mercoledì, 14 maggio 1969