1970-AUDIENZE - ATTUALITÀ DELLA FEDE




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 12 agosto 1970

La religione? La religione deve essere rinnovata. Questa è la persuasione di tutti coloro che oggi ancora si occupano di religione, siano essi fuori della sua espressione concreta: una fede, un’osservanza, una comunità; o siano invece all’interno d’una professione, o di una discussione religiosa. Tutto sta a vedere che cosa s’intenda per rinnovamento. Bisogna rinnovare la propria coscienza religiosa. Questa è piuttosto una questione, che un’obiezione: ma è questione polimorfa, polivalente; cioè si presenta sotto aspetti molto diversi, con principi, metodi di studio, conclusioni differenti e facilmente opposti fra loro. Il rinnovamento religioso può essere concepito come un processo continuo di perfezionamento, ovvero come un processo sbrigativo di dissoluzione, oppure come un tentativo di interpretazione nuova, secondo dati criteri.


TEMA DI SPECIALE ATTUALITÀ

Il tema è attuale. Tutti abbiamo accolto la parola prestigiosa di «aggiornamento», come un programma; programma del Concilio e del Post-Concilio; programma personale e comunitario. Segno evidente che proprio nel cuore della ortodossia deve agire, come un fermento vitale (Cfr. Matth Mt 13,33), l’impulso della vita nuova, il respiro animatore della coscienza, la tensione morale, l’espressione attuale e, come l’amore, sempre originale. La religione è vita, e, come la nostra vita biologica, dev’essere soggettivamente in un continuo ricambio, in una continua purificazione, in un continuo accrescimento. Tutta la disciplina dello spirito ce lo ricorda; S. Paolo non cessa di ripeterlo: «l’uomo interiore si rinnovella di giorno in giorno» (2 Cor 2Co 4,16); «spogliatevi dell’uomo vecchio, il quale per le passioni ingannatrici si corrompe; e rinnovatevi nello spirito della vostra mentalità; e rivestitevi dell’uomo nuovo» (Ep 4,22-23); anzi «procuriamo di crescere per ogni verso in Lui (Cristo)» (Ep 4,15), sempre «progredendo nella scienza di Dio» (Col 1,10), eccetera.

RINNOVAMENTO INTERIORE

Questa incessante esortazione significa molte cose, che ci offrono la visione genuina del fatto religioso: significa che esso nasce da piccoli inizi e che deve svilupparsi (ricordate le parabole del seme?) (Lc 8, 5, 11; ecc.); significa che anch’esso è soggetto a decadenza e perversione (ricordate la polemica di Cristo con i Farisei?) (Mt 23,14 ss.); significa che è spesso bisognoso di riforma, e sempre di perfezionamento, e che solo nella vita futura raggiungerà la sua pienezza. Tutto questo è noto ai discepoli della Parola divina, e della scuola della liturgia e della vita ecclesiale. Perciò volentieri accettiamo «l’aggiornamento», e cerchiamo d’interpretarne il significato e di accoglierne le conseguenze rinnovatrici. Prima nell’interno delle anime (Ep 4,23); e poi, se occorre, nelle leggi esteriori.

Ma questo rinnovamento non è senza pericolo. Anzi non è senza pericoli. Il primo pericolo è quello del cambiamento, voluto per se stesso, o in ossequio al trasformismo del mondo moderno. Del cambiamento incoerente con la tradizione irrinunciabile della Chiesa. La Chiesa è la continuità di Cristo nel tempo. Noi non possiamo staccarci da essa, come un ramo, che vuole esplodere nei nuovi fiori della primavera, non può staccarsi dalla pianta, dalla radice, donde trae la sua vitalità. Questo è uno dei punti capitali della storia contemporanea del cristianesimo: è un punto decisivo: o dell’adesione fedele e feconda con la tradizione autentica e autorevole della Chiesa, ovvero del taglio mortale da esso. Il contatto normale con Cristo non può avvenire per chi voglia rifarsi a lui secondo vie di propria elezione, creando un vuoto dottrinale e storico fra la Chiesa presente e l’annuncio primitivo del Vangelo. «Lo Spirito soffia dove vuole» (Io. 3, 8); sì l’ha detto il Signore; ma il Signore ne ha lui stesso istituito un veicolo conduttore: « ricevete lo Spirito Santo », ha pur detto il Signore risorto ai suoi discepoli, «i peccati di coloro a cui li avrete rimessi, saranno perdonati, e quelli di coloro a cui li avrete ritenuti, saranno ritenuti» (Io. 20, 23). Cristo, certamente, rimane l’unica sorgente, l’unica «vera vite»; ma la sua linfa giunge a noi attraverso i tralci vitali germinati da quella (Cfr. Io. 15, 1 ss.; Lc 10,16).


CONTINUITÀ DI SVILUPPO

La Chiesa non è un diaframma divisorio, che interpone una distanza, un impedimento dogmatico e legale fra Cristo e il suo seguace del secolo ventesimo; è il canale, è il tramite, è lo sviluppo normale che unisce; è la garanzia dell’autenticità, dell’immediatezza della presenza di Cristo fra noi. «Sono con voi . . .», ha detto Cristo congedandosi dagli Undici e aprendo davanti ad essi la successione dei tempi, «fino alla consumazione del secolo» (Mt 28,20).

Non si può ideare un cristianesimo nuovo per rinnovare il cristianesimo; bisogna essergli tenacemente fedeli. E questa stabilità nell’essere, con questa sua continuità nel movimento e nello sviluppo, questa coerenza esistenziale, propria d’ogni essere vivente, non si può qualificare reazionaria, oscurantista, arcaica, sclerotica, borghese, clericale, o con altro titolo dispregiativo, come pur troppo certa moderna letteratura la definisce, per la fobia di tutto ciò che è del passato, o per la diffidenza di tutto ciò che il magistero della Chiesa fa oggetto di fede; la verità è così: rimane; la Realtà divina, che in essa si contiene, non si può modellare a piacimento, s’impone. Questo è il mistero: chi ha la fortuna di entrarvi mediante la fede e la carità, ne gode indicibilmente; ha qualche ineffabile esperienza della effusione dello Spirito Santo.

Chiederà qualcuno: ma allora non v’è più nulla da rinnovare? L’immobilismo diventa legge. No: la verità rimane, ma esigente: bisogna conoscerla, bisogna studiarla, bisogna purificarla nelle sue espressioni umane: quale rinnovamento tutto questo comporta!

La verità rimane, ma è feconda: nessuno può mai dire d’averla tutta compresa e definita nelle formule che pure nel loro significato restano intangibili; essa può presentare aspetti ancora meritevoli di ricerca; essa proietta luce su campi diversi, che interessano il progresso della nostra dottrina; la verità rimane, ma ha bisogno di divulgazione, di traduzione, di formulazione relativa alla capacità comprensiva dei suoi alunni, e questi sono gli uomini di diversa età, di diversa cultura, di diversa civiltà. La religione ammette perciò perfezionamento, incremento, approfondimento, una scienza sempre tesa nella sublime fatica d’una qualche migliore comprensione, o d’una qualche più felice formulazione.

Un pluralismo, allora? Sì, un pluralismo, che tenga conto delle raccomandazioni del Concilio (Cfr. A.A.S. 54 (1962), pp. 790, 792) e purché riferito ai modi, con cui le verità della fede sono enunciate, non al contenuto, come affermò con tanta forza e con tanta chiarezza il nostro venerato Predecessore Papa Giovanni XXIII, nel celebre discorso d’apertura del Concilio (Optatam totius OT 16

Gravissimum educationis GE 7,10), riferendosi tacitamente, ma evidentemente, alla classica formula del «Commonitorium» di S. Vincenzo di Lérins (†450): le verità della fede possono essere espresse in modo diverso, purché «con lo stesso significato» (Cfr. DENZ-SCH., 2802). Il pluralismo non deve generare dubbi, equivoci o contraddizioni; non deve legittimare un soggettivismo di opinioni in materia dogmatica, che comprometterebbe l’identità e quindi l’unità della fede: progredire, sì, arricchire la cultura, favorire la ricerca; demolire, no.


IL CAMMINO DELLA CHIESA

Dovremmo dire di tante altre cose in tema di rinnovamento religioso, sul progresso teologico, ad esempio, sulle relazioni fra la dottrina religiosa e l’ambiente, sia storico, che culturale (tema oggi molto sentito e molto delicato), sugli insegnamenti morali della Chiesa e i costumi mutevoli degli uomini; ecc. Ma sia sufficiente l’accenno ora fatto a questo grande tema del rinnovamento religioso, affinché anch’esso sia oggetto di qualche vostra stimolante riflessione, e faccia a voi apprezzare lo sforzo che la Chiesa in questi anni sta facendo, con sofferta fedeltà e con pastorale bontà, per dare alla fede la sua gelosa custodia e la sua amorosa apertura. Ed anche affinché ai maestri della fede, Vescovi, Teologi, Catechisti, non manchi la vostra adesione e la vostra riconoscenza.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Le Apostole del Sacro Cuore

Diamo ora un caloroso ed affettuoso saluto al gruppo delle Apostole del Sacro Cuore, così meritevoli della nostra stima e riconoscenza per l’impegno con cui si dedicano a promuovere e a sostenere le vocazioni sacerdotali e missionarie.

La vostra missione, figlie carissime, è una missione di alto valore: delicata, ma feconda; faticosa, ma provvidenziale, perché va incontro a uno dei problemi più urgenti della Chiesa di oggi. Dinanzi all’immensità del compito che rappresenta il mondo moderno da evangelizzare, ci si domanda con angoscia dove e come trovare abbastanza sacerdoti e religiosi per far fronte alle necessità. Talvolta sembra che la gioventù di oggi non sia più in grado di intendere la voce di Dio che chiama, che non abbia più il senso dei grandi ideali e l’attrattiva di un’esistenza che si consacra a Cristo e assume nella Chiesa e nel mondo significato e forza di redenzione.

Figlie carissime, i frutti consolanti raccolti dal vostro Istituto in questi cinquant’anni del suo silenzioso apostolato, sono una smentita a questi timori. Noi ve ne siamo sinceramente grati. Continuate, adunque, coraggiosamente su questa strada; allargate la rete delle vostre iniziative apostoliche; moltiplicate i vostri contatti con le anime giovanili; ma soprattutto mantenetevi sempre in stretta comunione col Padrone della messe per mezzo della preghiera.

A tanto vi conforti l’abbondante effusione del Divino Spirito, che invochiamo per tutte voi; e in pegno dei suoi doni vi impartiamo di cuore la propiziatrice Apostolica Benedizione.

We have again this Wednesday the pleasure of receiving a group from Japan. While We welcome you to Castelgandolfo, We express to you Our joy at having you in Our midst. We hope that your travels will prove beneficial to your future and leave you with happy memories. TO your families and homeland goes Our affectionate greeting.

Un saludo especial de bienvenida al grupo de jóvenes mejicanas que, al cumplir sus quinte años, han querido regalarnos con su deferente visíta.

Deseamos, amadísimas hijas, que este encuentro contribuya a vuestro embellecimiento espiritual. Que vuestra alegría y entusiasmo juveniles, adornados con la gracia divina, os mantengan siempre fieles y unidas en vuestros generosos ideales, prontas a dar un testimonio de vida cristiana, cada vez más consciente, y a colaborar ejemplarmente en la construcción de un mundo mejor.

Nuestra Bendición Apostólica para vosotras, para vuestras familias y para todo México.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 19 agosto 1970

Noi vorremmo darvi segno dell’amore pastorale, proprio del Nostro ministero, verso l’uomo del nostro tempo, l’uomo considerato secondo un tipo comune, non per abbassare il suo livello, ma per allargare il raggio del nostro interesse, cercando d’invitare la vostra attenzione sulle tentazioni convenzionali circa la fede in Dio, o, in termini più generali, circa la religione.

Una di queste tentazioni è quella che insinua nella mentalità moderna la persuasione che, tutto sommato, si può fare a meno di Dio, e si può sostituire con altri valori. Cioè, si precisa: della fede in Dio, e della pratica religiosa, che la fede richiederebbe. Non è una negazione assoluta, non è un ateismo radicale o razionale; è un disinteresse pratico, e un tentativo di fondare la vita su altre basi, che non quelle religiose tradizionali. È una conclusione, spesso, d’un ragionamento abbastanza empirico, ma complesso, che demolisce nell’interno dell’anima quel po’ di certezza, che il primo catechismo aveva infuso nell’alunno ancora fanciullo, e che, con qualche dubbio nascente da un nascente sforzo intellettuale e con qualche attraente prospettiva di affrancamento da doveri molesti, sembra svanire: com’è difficile, si dice, questo problema su Dio! com’è facile sottrarsi alle sue esigenze, sia speculative, che pratiche! com’è comodo! E per taluni la tentazione si veste delle sembianze di Minerva, la dea della sapienza pagana, che fa pensare all’abbandono della religione come a un superamento liberatore da pseudo-idee infantili (ricordate? non è Chantecler che fa sorgere il sole): l’uomo adulto non ha bisogno di questo mondo religioso, che sembra immaginario e superstizioso; egli è soddisfatto d’altri pensieri, i suoi pensieri, che sono poi i suoi interessi, i suoi impegni, i suoi amori, le sue esperienze, la sua attività quotidiana, il suo «da fare», ch’egli chiama la vita reale.

Questa è la prima forma della tentazione, che dicevamo, della sostituzione di Dio: la possiamo riferire, ricordando la parabola del seme, a quello caduto fra cespugli di spine, che crescendo soffocano il grano nascente (Mt 13, 7, 22): le sollecitudini temporali prendono tutto il posto che nell’anima dovrebbe essere riservato ai doveri e ai diritti della religione. Questo è positivismo pratico. L’inosservanza del riposo e della preghiera dei giorni festivi dimostra quanto sia forte e prepotente questa tentazione. Oggi chi vi cede è legione, proprio quando l’importanza, sia personale che collettiva, della partecipazione festiva alla liturgia eucaristica è divenuta di più chiara evidenza, tanto per segnare sapientemente il ritmo del tempo e delle occupazioni profane, quanto per conservare allo spirito il suo respiro, il suo conforto, il suo livello, il primo.

La vita a-religiosa diventa facilmente insoddisfacente e insignificante. L’uomo intelligente si accorge di camminare all’oscuro; senza la luce della verità e della pratica religiosa la sua esperienza perde risalto e significato, la sua personalità si fa mediocre, la sua libertà cade mancipio di passioni non buone e di influssi altrui. Sente il bisogno di qualche idealità superiore, davanti e sopra di lui. Le opinioni correnti, gli aforismi retorici, le filosofie di moda offrono facilmente l’idolo da mettere al posto di Dio. Ma vogliamo riconoscere che spesso sono concezioni nobili ed alte, che sono innalzate a guida dell’uomo moderno in sostituzione della fede religiosa, come la scienza, la libertà, l’arte, il lavoro, il progresso, il dovere, l’amore . . . Altre concezioni, non meno risonanti, non sono senza ambiguo significato: la ricchezza, la potenza, la gloria, la politica, la felicità, ecc. Valori, certamente.

Ma possono essi forse assurgere a quel grado assoluto, che riconosciamo alla divinità, e che non postula d’essere giustificato in sede superiore? E sono essi, se di essi soltanto ci accontentiamo, capaci di riempire nel nostro spirito il posto di Dio? Non lasciano forse, presi da soli, un vuoto, che, a ben considerarlo, è la parte maggiore e migliore? E se restringiamo la nostra capienza a questi valori isolati, mentre essi postulano d’essere riportati a sorgente e ad ordine di più alto grado, non abbiamo noi o compresso la loro vera misura, o rimpicciolito, piuttosto che dilatato, l’ampiezza dello spirito umano, ch’è senza limiti? È questo il monito notissimo di S. Agostino (Cfr. Conf. 1, 1), che percorre, prima e dopo di lui, tutta la storia della spiritualità umana: il bisogno dell’insostituibile Iddio. Non si tratta di qualificare questo insaziabile bisogno come «angoscia metafisica», di cui non vuol sentire parlare né il materialismo moderno, né, per altre ragioni, l’idealismo immanentista; ma si tratta di riconoscere una nativa e profonda esigenza dell’anima umana, aperta sull’infinito, la quale aspira a commisurarsi e quindi ad immedesimarsi con la conoscenza e l’amore con quel Dio, di cui porta in se stessa la misteriosa impronta. La sostituzione, anche in questi casi, che riscontriamo talvolta in uomini di grande statura intellettuale e morale, è abusiva; abusiva per riguardo a Dio, che antepone al suo messaggio biblico il geloso e primo mandato: «Sono Io il Signore Dio tuo; non avrai altro idolo davanti a me» (Ex 20,2-3); e abusiva per riguardo all’uomo, che lo illude col bagliore di luci riflesse, o artificiali, privandolo della prima luce dell’abbagliante mistero di Dio.

Ma oggi è di moda un’altra forma di sostituzione di Dio, di Cristo, della fede e della religione; ed è quella che ci tenta non già a ripudiare i benefici della religione stessa, di quella cristiana specialmente, quanto piuttosto ad acquisire tali benefici per l’uomo moderno, distinguendoli e separandoli dalla loro radice, cioè dal rapporto col mondo divino. Si usa dire: dalla .sorgente verticale, per assegnarne l’origine ed il termine alla linea orizzontale, non più a Dio, ma all’uomo. Nell’intento di dare al cristianesimo una formulazione gradita alla mentalità secolarizzata, laicista, ostile alla trascendenza e alla Realtà misteriosa del Dio vivente e del suo Cristo, Verbo incarnato e nostro Salvatore nello Spirito Santo, si è cercato d’interpretare il cristianesimo secondo misure puramente umane. Ricorderanno ancora molti un celebre articolo, scritto subito dopo la guerra, d’un insigne filosofo idealista: «Perché noi non possiamo non dirci cristiani», nel quale si riconosceva acutamente il merito innegabile al cristianesimo d’aver assicurato alla dottrina dello spirito valori nuovi ed inestinguibili; ma il cristianesimo autentico è assorbito e quindi sostituito dall’immanentismo idealista.

Oggi si parla di pensatori, che offrono una re-interpretazione secolare della fede cristiana, come d’un cristianesimo senza religione, nel quale Cristo fa grande figura, ma come uomo. Dio scompare. Vi si dicono anche cose belle e profonde, che fanno l’incantesimo dei cristiani del nostro tempo, dottrinalmente secolarizzati e perciò negatori della verità religiosa quale la Chiesa perennemente difende e diffonde: sono spesso pagine impressionanti, come rose ammirabili, ma recise dalla pianta; vivono in bellezza, affermando valori etici apprezzabili, ma come si spiegano staccati dalla loro vera radice e ridotti a misura puramente umana? e quanto potranno durare per salvare quell’uomo al cui livello sono fatalmente ridotti? l’espace d’un matin? (Cfr. G. DE ROSA, Civ. Catt., 1970, quad. 2877 e 2878)

Dio, Cristo, la Chiesa, non si possono impunemente sostituire. Procuriamo di superare questa tentazione, ritrovando nella nostra fede cattolica la certezza, la pienezza, la salvezza, che essa solo può dare.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Una gloriosa parrocchia e alcuni pellegrinaggi

Il nostro particolare saluto va oggi con meritato titolo al pellegrinaggio dell’Arcipretura Curata di S. Egidio Abate in Latrònico, qui rappresentata da oltre cinquecento fedeli, per commemorare il quarto Centenario di fondazione della parrocchia.

Il desiderio che vi ha spinti a celebrare con questo pellegrinaggio una data così significativa, Ci dice che la fede cristiana ha radici profonde nella vostra comunità parrocchiale, e Ci dice anche il senso vivo della vostra appartenenza alla Chiesa universale, che ha nella Sede di Pietro il centro della sua unità. Qual migliore augurio allora potremmo oggi formulare per voi, se non quello di rendervi membra non soltanto coscienti ma altresì vive ed operose in seno alla Chiesa, per la sua missione, per la salvezza vostra e dei vostri fratelli, nella società in cui vi trovate? Si tratta di un dovere da cui nessun figlio della Chiesa, degno di questo nome, può in alcun modo sottrarsi. Perciò, figli carissimi, insieme al ricordo di questo incontro, conservate nel vostro cuore le parole che il Papa rivolge a ciascuno di voi: amate la Chiesa, sentite le responsabilità che avete verso di lei, siate cristiani autentici, lieti e fieri di collaborare con i vostri pastori per la diffusione del regno di Dio.

A tanto vi conforta la Nostra benedizione, che amiamo impartirvi insieme a tutta la vostra comunità parrocchiale, affinché la gioia e la pace del Signore siano sempre nei vostri cuori.

Rivolgiamo il Nostro affettuoso saluto ai chierichetti di Malta, che anche quest’anno sostituiscono quelli del Pre-Seminario S. Pio X nel servizio liturgico estivo della Basilica di S. Pietro.

Sappiamo, figli carissimi, con quanto amore, diligenza e fervore attendete al vostro nobilissimo compito. In tal modo voi contribuite non poco alla dignità e al decoro delle funzioni sacre nella Basilica vaticana. Ve ne siamo immensamente grati. Dio vi benedica e vi conservi sempre degni di questo grande onore.

A tale scopo vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione, che estendiamo alle vostre famiglie e a quanti hanno provveduto alla vostra preparazione.

Our special welcome to the Ukrainian Scouts who have come from the United States. We hope that your visit is a pleasant one and that it will leave you with happy memories of Rome. When you go home We ask you to take Our greetings to your beloved families.

To the Catholic Girl Guides from Ireland goes also a special word of greeting. Your country is often in our thoughts and prayers. We assure you all of our affection in the Lord.

We are happy to have with us a group of Japanese students from Nanzan University. You and your fellow-countrymen are always most welcome. We know something of your fine University with its noble motto: “To the Dignity of Man”. We pray that your personal contribution in this regard may be great.

Ein herzliches Wort der Begrüssung gilt Unserem Mitbruder im Mischofsamt Mons. Làszlo und dem Pilgerzug der Diözese Eisenstadt.

Aus Anlass des zehnjährigen Bestehens eurer Heimatdiözese seid ihr hierher gekommen, urn am Grab des heiligen Petrus zu beten und Uns, seinen Nachfolger zu grüssen. Mit diesem Besuch bekennt ihr euren Glauben zur einen katholischen Kirche.

Haltet dieser Kirche die Treue! Setzt euch mit Hingabe und Opferwillen dafür ein, dass sie die Sendung des Herrn erfüllen kann!

Dazu euch und allen von Herzen Unser Apostolischer Segen.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 26 agosto 1970

Parliamo ancora di Dio, con la semplicità dovuta a questo colloquio; e ci domandiamo: non sarebbe il caso di metterci, o di rimetterci alla sua ricerca? alla ricerca di Dio?

Noi lo dobbiamo per questo primo motivo: perché noi crediamo in Dio. Basta forse questa fondamentale affermazione: «Io credo in Dio» per placare il nostro spirito, e per non occuparci più della grande verità-chiave di tutto il nostro pensiero, di tutta la nostra vita? Basta questo atto supremo della nostra ragione questo atto iniziale della nostra religione per ritenerci esonerati dalle conseguenze che esso comporta, e prima fra tutte quella di metterci coscientemente alla ricerca approfondita e quindi alla presenza di questa suprema Realtà, ch’è Dio? «alla presenza», qui, equivale avvertire, in qualche modo, la sua Infinità, la sua Totalità, la sua Alterità, la sua trascendenza e la sua immanenza, il suo mistero, il suo Essere assoluto e necessario, la sua Vita personalissima e beatissima? cioè sperimentare la tensione, in cui questo atto di ragione e di fede ci pone, la tensione, l’ansia, la gioia di proclamare, di celebrare, di adorare Lui, nostro Principio, Lui, nostro Fine; una tensione che ci attrae, perché Lui è, per Chi Lui è, e che insieme tenta di distrarci e tirarci via, per la nostra sproporzione incalcolabile, e per la nostra inguaribile indegnità? (Cfr. Luc Lc 5,8 Gen Lc 18,27) e che faremo quando sapremo che dobbiamo chiamare Dio nostro Padre, la Bontà somma, in Sé e per noi? potremo mai essere inerti e tiepidi, o non sentiremo il dovere di cercarlo, di cercarlo con quell’impegno, che si chiama amore? L’amore è «studio», l’amore è ricerca. La Bibbia è piena di questo imperativo invito: «Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre la sua faccia» (1 Par. 16, 11).

E dobbiamo cercare Iddio anche per un altro motivo: perché oggi gli uomini tendono a non cercarlo più. Tutto si cerca; ma non Dio. Anzi si nota quasi il proposito di escluderlo, di cancellare il suo nome e la sua memoria da ogni manifestazione della vita, dal pensiero, dalla scienza, dall’attività, dalla società; tutto dev’essere laicizzato, non solo per assegnare al sapere e all’azione dell’uomo il campo loro proprio, governato da loro specifici principii, ma per rivendicare all’uomo un’autonomia assoluta, una sufficienza paga dei soli limiti umani, e fiera d’una libertà resa cieca d’ogni principio obbligante, orientatore. Tutto si cerca, ma non Dio, Dio è morto, si dice; non ce ne occupiamo più! Ma Dio non è morto; è perduto; perduto per tanti uomini del nostro tempo. Non varrebbe la pena di cercarlo?

Tutto si cerca: le cose nuove e le cose vecchie; le cose difficili e le cose inutili; le cose buone e quelle cattive, tutto. La ricerca, si può dire, definisce la vita moderna. Perché non cercare Dio? Non è Egli un «Valore», che merita la nostra ricerca? Non è forse una Realtà, che esige una conoscenza migliore di quella puramente nominale di uso corrente? migliore di quella superstiziosa e fantastica di certe forme religiose, che appunto dobbiamo o respingere perché false, o purificare perché imperfette? migliore di quella che pensa d’essere già abbastanza informata, e dimentica che Dio è ineffabile, che Dio è mistero? e che conoscere Dio è per noi ragione di vita, di vita eterna? (Cfr. Io. 17, 3) Non è forse Dio un «problema», se piace chiamarlo così, che c’interessa da vicino? il nostro pensiero? la nostra coscienza? il nostro destino? E se fosse inevitabile, un giorno, un nostro personale incontro con Lui? Ancora: e se Egli fosse nascosto, per un interessantissimo gioco a noi decisivo, proprio perché noi lo abbiamo a cercare? (Cfr. Is Is 45 Is Is 19) Anzi, sentite: se fosse Lui, Dio, Dio stesso, in cerca di noi? non è questo il misterioso e sovrano disegno della storia della nostra salvezza? quaerens me sedisti lassus. (Cfr.

Dei Verbum DV 2).

Dobbiamo tutti rimetterci alla ricerca di Dio.

Questione immensa. Come fare? da quale punto partire? Per fortuna, in questa spirituale impresa, non siamo soli. Una letteratura vastissima e secolare ci precede: leggete, ad esempio, i Soliloqui di S. Agostino, o l’Itinerario della mente a Dio di S. Bonaventura. Una bibliografia moderna, a tutti i livelli, è a nostra disposizione: sappiate scegliere. Opere di teologia, fiorente di sicura dottrina e di contemporanea esperienza, sono aperte davanti ai volonterosi, e offrono validi aiuti.

Ma perché ciascuno non potrebbe osare qualche passo anche da sé? Ciascuno, ad esempio, può osservare la realtà del fenomeno areligioso, o antireligioso del nostro mondo; lo può rilevare nell’ambiente in cui vive, nella società che ci circonda, nelle forme di attività, a cui partecipa; e può domandarsi quali siano le cause della decadenza religiosa dei nostri tempi: perché Dio è assente? Perché la fede subisce un’eclissi?

Basterà il porsi simile domanda per accorgersi che la risposta riguarda generalmente la condizione esistenziale delle persone osservate; la causa non tocca di solito la fede in se stessa, ma lo stato d’animo, la mentalità, la formazione ambientale della vita dell’uomo. L’uomo è cambiato, non il rapporto religioso, non la religione nel suo contenuto; l’occhio umano oggi non vede, anche se la luce è quella di prima. Cioè le condizioni soggettive non sono più favorevoli al pensiero di Dio, alla fede, alla preghiera.

E questo perché? Oh, la difficile questione! Ma una risposta sommaria la possiamo dare: per i cambiamenti della vita moderna; e ciò che ci stupisce è notare che questi cambiamenti sono in generale quelli che possiamo chiamare progresso, sia riguardo alla cultura della gente, sia riguardo allo sviluppo della società. L’uomo adulto, si dice, non ha più bisogno di Dio. La religione sarebbe un fenomeno infantile. Come mai questo risultato religiosamente negativo, derivante dalla evoluzione positiva dell’uomo moderno? Indichiamo, solo per avviare, non per risolvere, questa diagnosi, due fattori: l’uso dell’intelligenza, e la polarizzazione della volontà: l’intelligenza s’è appassionata al sapere scientifico, cioè quello soggetto all’esperienza razionale; e in ciò tutto bene, se questa educazione mentale non si fosse fermata a questo grado di conoscenza e non avesse rifiutato di salire più su, dalla conoscenza fenomenica, sensibile e calcolabile delle cose alla conoscenza dell’essere delle cose, a quella che chiamiamo metafisica, e che è la base per accedere alla sfera religiosa.

La volontà poi è stata rivolta massimamente ai problemi pratici ed economici; la sfera, che chiamiamo terrena, e che quando è cercata dall’uomo con interesse prevalente, o esclusivo, gli impedisce l’accesso alla sfera dei beni superiori, che chiamiamo celesti. È questo duplice contenimento dell’uomo, che lo ha staccato dalla pur naturale tendenza alla levitazione religiosa. Il problema non tocca la realtà delle cose e dell’uomo, non è ontologico, ma si fa psicologico e pedagogico. Come si può ricercare Dio in queste condizioni. Sarebbe temerario rispondere in parole, così brevi e fuggevoli come queste, a problema di tanta ampiezza e complessità. Ma indichiamo una via, non unica, né risolutiva, ma indicativa e iniziale: cominciamo a suscitare (ecco l’apostolato odierno) il desiderio dell’uomo vero e completo, dell’umanesimo pieno e autentico; questo contiene un connaturale superamento della statura unidimensionale, cioè materialista e positivista, dell’uomo, e risuscita in lui un vigiliare senso di Dio, un interesse, una speranza, che davvero, se il Maestro viene incontro, risolve non solo in ricerca, ma in iniziale conquista divina, l’avventura esistenziale dell’uomo moderno. E sarà bellissimo. E come suscitare? con l’amore, con la carità. La carità è metodo, è propedeutica alla verità. Troppo lungo spiegare. Pensateci e pregate. Con la Nostra Benedizione Apostolica

Le scienze dell’educazione

Siamo lieti ora di rivolgere il Nostro saluto alle allieve dell’Istituto Internazionale di Scienze dell’Educazione, con sede a Castelgandolfo, le quali anche quest’anno sono venute a porgerci la testimonianza del loro affetto e della loro devozione.

Vi ringraziamo di cuore, figlie carissime, di questa vostra delicata attenzione. Il vedere voi, qui presenti, e nello stesso tempo pensare al gran numero di ex-allieve del vostro Istituto che in tante parti del mondo svolgono alti compiti educativi, e talora in posti di grande responsabilità, ci riempie l’animo di profonda gratitudine al Signore, nonché di stima e di augurio per quanto il vostro Istituto ha fatto e fa per l’applicazione degli insegnamenti della Chiesa nel campo dell’educazione e per una «presenza pubblica, costante ed universale del pensiero cristiano in tutto lo sforzo dedicato a promuovere la cultura superiore» (Gravissimum educationis GE 10).

Su tutte voi discenda sempre più abbondante l’effusione dello Spirito del Signore; e in pegno dei suoi doni vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 2 settembre 1970

Noi insistiamo sul tema della ricerca di Dio. Non è per evadere ai problemi gravi e incalzanti del momento storico presente, ai quali la nostra attenzione è parimente e assiduamente rivolta, in altra sede e in altro modo; ma perché pensiamo che la questione della nostra mentalità circa la religione è sempre prioritaria, non solo in se stessa, per le realtà somme a cui si riferisce: Dio e l’uomo, ma altresì per le conseguenze teoriche e pratiche, che dipendono da questa prima questione: essa è il punto di sospensione di tutto il sistema ideologico umano; e siccome oggi negarla è di moda, trascurarla è abitudine, ignorarla (con tanto accanito odierno secolarismo) è quasi d’obbligo, quasi difesa d’una conquistata emancipazione, noi crediamo doveroso e interessante farne parola, ancora, ancora una volta: dobbiamo ricercare Dio. È strana pretesa di tanta gente sentenziare su questo nome sommo e misterioso di Dio, come se ne conoscessero il vero significato - vuoto, falso, dubbio, immenso, impreteribile, che sia - senza mai averlo onestamente cercato, coscienziosamente studiato: qual è la scienza, di cui oseremmo parlare, senza prima averla studiata, o almeno ammessa sulla parola di una testimonianza competente?

La ricerca di Dio! La nostra intenzione sarebbe apostolica; cioè vorrebbe riferirsi alle condizioni spirituali dell’opinione pubblica, al modo comune di pensare della gente, degli uomini d’oggi; ma ci vediamo obbligati, per rigore di metodo, di sostare su gli aspetti personali che la ricerca di Dio presenta, non certo per farne qui un’esposizione accurata, ma solo per indicarne alcuni, a scopo di stimolo a qualche utile riflessione.

Domandiamoci dunque : come si cerca Dio? La domanda dà le vertigini. Ma facciamo subito uno sforzo per metterci calmi, cioè per disporre il nostro spirito all’impiego ordinato ed efficiente delle proprie facoltà, per sperimentare la loro capacità a questo atto estremamente impegnativo della ricerca di Dio.

Dio non è evidente. Se credessimo che lo fosse per noi, con l’uso superficiale e intuitivo delle nostre facoltà conoscitive, ci illuderemmo, Questo spiega perché molti, moltissimi non credono in Lui. Le condizioni mentali dell’uomo moderno non sono abitualmente predisposte né ad una cosciente ricerca, né a quella conoscenza di Dio, ch’è a noi possibile. Abbiamo troppi elementi sensibili, figurativi, immaginativi, fantastici, rappresentativi nel nostro cervello per superare questa sfera di esperienza facile, piacevole, farraginosa e per cercare al di là e al di sopra di essa. Quando facciamo questo tentativo di chiederci la ragione, il significato, il valore di questa multiforme e comoda esperienza, siamo subito sopraffatti da una babele di idee e di nomi; la razionalità filosofica è così ricca e così confusa, che per molti oggi si contenta di ordinare storicamente le espressioni del pensiero umano, di collegarle, al più, con un filo di processo mentale; la storia del pensiero supplisce alla valutazione razionale e reale del pensiero stesso. E se poi invece impegniamo il pensiero nella esplorazione di ciò che chiamiamo reale, ci fermiamo, con senso giustificato di successo, alla razionalità scientifica: la scienza ci dà un duplice dominio, quello d’una conoscenza sicura delle cose, e quello del loro uso pratico, tecnico, economico: grande conquista, ma non sufficiente all’insaziabile aspirazione della ragione, la quale vuole sapere di più: non le basta sapere come sono le cose, vorrebbe sapere il loro perché. E allora arriviamo a questa prima conclusione, a cui, pensiamo, nessuno dovrebbe opporsi: diamo alla ragione la sua linea, il suo movimento naturale, la sua forza, la sua sanità, la sua funzione piena e superiore; ed essa ci porterà a quella conoscenza riflessa di Dio, della quale parla S. Paolo: dalle cose visibili si può avere una certa, ma sicura conoscenza dell’invisibile Iddio (Rom. 1. 20); come ce ne dà conferma il Concilio Vaticano I, che rivendica appunto alla ragione umana la capacità di conoscere qualche cosa di Dio mediante la conoscenza delle cose create (DENZ.-SCH., 3004).

In altri termini: bisogna usare bene della ragione, bisogna restituirle un funzionamento logico davvero normale ed efficace, bisogna restituirle fiducia. Non dobbiamo abusare capricciosamente di questo dono, di questo occhio fatto per conquistare la verità. La ragione ha una funzione insostituibile nella religione. Essa vi ha un posto d’onore, un impiego di alto grado. Come uomini, dobbiamo esserne fieri; come religiosi, guardinghi e umili: la ragione è uno strumento preziosissimo e delicato, ma valido e potente, sempre progrediente. Dice bene il P. De Lubac: «Che l’uomo, dunque, abbia l’audacia della propria ragione! . . . Quali si siano i meandri percorsi dal suo pensiero, sappia egli alla fine risalire alla Sorgente, sappia raggiungere il punto focale!» (Sur les chemins de Dieu, p. 15).

Dove arriverà la nostra ricerca, condotta con la pura ragione naturale? Arriverà sì, ad una altissima quota, oltre la linea dell’agnosticismo; ma il traguardo sarà piuttosto un desiderio, che un soddisfacimento. Il suo sforzo sarà piuttosto un tentativo, che una conquista. Si tradurrà in un’espressione ben nota nelle scuole di religione: intellectus quaerens fidem, l’intelletto cerca la fede, cioè una conoscenza, che gli sia concessa per rivelazione. Entriamo nell’ordine gratuito del soprannaturale. «Se Dio non si fa maestro, nessuno può conoscere Dio . . . Era impossibile senza Dio imparare Dio; mediante il suo Verbo Egli insegna agli uomini a conoscere Dio», così S. Ireneo († 200) (Adv. Haer., IV, 6, 4; 5, 1; PG 7, 988), ricordando le parole di Cristo: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo» (Mt 11,27); «Dio nessuno lo vide mai; il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Egli lo manifesterà» (Io. 1, 18). S. Tommaso apre la sua Somma Teologica affermando ch’«era necessario per la salvezza umana una certa dottrina secondo una rivelazione divina oltre le scienze naturali esplorate dalla ragione umana». Cristo è il Maestro, il rivelatore, la luce: «Se rimarrete nella mia parola, Egli disse, sarete veramente miei discepoli, e conoscerete la verità; e la verità vi libererà» (Io. 8, 31-32).

Di qui la fede, e di qui un successivo ripensamento, un atto riflesso della ragione sopra questa nuova e superiore scienza di Dio; ecco la teologia: fides quaerens intellectum, secondo la celebre espressione di S. Anselmo d’Aosta, Arcivescovo di Canterbury († 1109). La fede ha bisogno del servizio della ragione; essa non la soffoca, come spesso si dice; non la sostituisce (Cfr. DENZ-SCH., 2751; 2756; 2813); ma la associa all’accettazione della Parola di Dio, la innalza e la impegna alla più ardua ed esaltante fatica: ascoltare, per quanto è possibile, capire, esplorare ed esprimere la rivelazione, come lume, come principio logico e dialettico della più profonda e più vitale razionalità: credo ut intelligam. L’intelligenza è assunta al suo supremo cimento, agevolata dal concorso di tutto l’uomo, delle sue virtù morali che rendono possibile passare dalla fase speculativa del pensiero a quella vitale; fare della verità divina un principio di vita umano-divina. Non intratur in veritatem, nisi per caritatem, non si entra nella verità se non con la carità, scrive S. Agostino (Contra Faustum, 41, 32, 18; PL 42, 507).

Vedete, Figli carissimi, come la ricerca di Dio si fa ampia e meravigliosa, e come essa non trascina i nostri passi in speculazioni vane ed astruse, ma interpreta, esercita e magnifica le più profonde e più autentiche aspirazioni del nostro spirito. E nessuno vi è escluso. I piccoli sono in prima fila a questa scuola di Dio (Cfr. Matth Mt 11 Matth Mt 25). Con la Nostra Apostolica Benedizione.

Con vivo piacere accogliamo stamane anche un gruppo di studentesse universitarie, proveniente da varie Nazioni, attualmente ospiti in Roma della Fondazione RUI. Con animo grato salutiamo queste Nostre figlie carissime, e cogliamo l’occasione per attestare loro il Nostro affetto e la Nostra stima.

Sappiamo che la vostra permanenza in Roma ha come scopo la frequenza di corsi sull’arte italiana attraverso i secoli, con particolare riferimento a quei valori umani e spirituali che l’arte italiana ha saputo così bene sintetizzare. Vi esprimiamo il Nostro compiacimento, e insieme vi auguriamo di sapere valorizzare questa vostra preziosa esperienza non soltanto per la vostra cultura, ma anche per una vostra più completa formazione spirituale.

A tale scopo impartiamo di cuore la Nostra propiziatrice Apostolica Benedizione, che estendiamo a tutti i vostri cari.

We are happy to welcome a group o visitors from Japan, pupils of the Institute of the Sisters of Saint Dominic in Tokyo. Me hope that they will take home happy memories of their visit. We pray for them, and extend to them, their loved ones and their teachers, Our very best wishes.

Un saludo de bienvenida y de gratitud por su deferente visita al grupo de jóvenes venezolanas.

Amadísimas hijas : Deseamos ardientemente que este vuestro encuentro con el Vicario de Cristo os haga sentir con mayor intensidad la dimensión católica y misionera de la Iglesia. Aprovechad todas las gratias del Señor para que vuestra vida sea fecunda en frutos del espíritu. Vuestras familias, el mundo, la Iglesia cuenta con vuestros ideales siempre jóvenes y renovadores, con vuestra fe fuerte y decidida, con vuestro corazón entregado, caritativo. Nuestra Bendición para vosotras, para vuestros seres queridos y para Venezuela entera.


1970-AUDIENZE - ATTUALITÀ DELLA FEDE