1970-AUDIENZE




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 30 settembre 1970

«Non chiunque mi dice: Signore! Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi farà la volontà del Padre mio, Che è nei cieli». Questa è una celebre parola di Gesù Cristo, nostro Signore, che scegliamo oggi per tema della nostra breve riflessione, sempre intenti al grande avvenimento, il Concilio, il quale non deve essere passato indarno ai nostri giorni, ma deve imprimere un rinnovamento morale nella nostra vita cristiana.

Era questo il pensiero dominante del Nostro venerato Predecessore, quando convocò il Concilio: «. . . dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari da Trento al Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero attende un balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale ed una formazione delle coscienze, in corrispondenza più perfetta alla fedeltà dell’autentica dottrina, anche questa però studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno» (A.A.S., LIV (1962), p. 792). Per questo il Concilio volle assumere il carattere d’un magistero prevalentemente pastorale.

E il pensiero dell’intento morale del Concilio ritorna sovente nei suoi insegnamenti. Così, ad esempio, nel Decreto sull’Ecumenismo, che sembrerebbe per sé remoto da scopi direttamente personali e morali, è detto: «Non vi è vero ecumenismo senza conversione interiore» (Unitatis redintegratio UR 7). Così nella costituzione sulla Liturgia si parla di conversione e di penitenza come condizione per avvicinarsi al contatto con Cristo nella celebrazione dei santi misteri (Unitatis redintegratio UR 9). E questa simbiosi fra dottrina e condotta morale s’incontra in tutto il Vangelo. Il Signore, ci è stato Maestro di verità e di vita ad un tempo; ci ha istruiti con la parola e con gli esempi; non ci ha lasciato libri, ma una forma di esistenza nuova, trasmessa e realizzata da una comunità guidata da un magistero e da un ministero (l’uno e l’altro autenticamente continuatori della sua missione redentrice), e consistente in una vivificazione soprannaturale nella grazia, cioè nello Spirito di Gesù.

Così che, se noi vogliamo accogliere l’influsso del Concilio, dobbiamo chiedere a noi stessi quale sia l’applicazione che ne vogliamo fare. Non basta sapere, bisogna fare. Vi sono due modi d’intendere questa applicazione: la prima, possiamo dire, in estensione, cioè per via di deduzioni dottrinali e canoniche, delle quali ora non intendiamo parlare, anche perché questa via, se non guidata dal magistero della Chiesa, può portarci al di là degli insegnamenti e degli intenti del Concilio; e la seconda, in profondità, cioè per via di riforme interiori alle nostre anime e alla vita ecclesiale, in modo che il Concilio abbia una sua efficacia rinnovatrice, specialmente nella concezione della nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa, nella partecipazione alla vita ecclesiale, sia di preghiera, che di azione, nel ricorso alla nostra coscienza e all’uso responsabile della nostra libertà, nell’impegno alla nostra personale santificazione e nella diffusione dello spirito e della vocazione cristiana, nello sforzo di riavvicinare i nostri Fratelli cristiani separati, nel confronto del cristianesimo col mondo moderno per riconoscerne i valori positivi ed i bisogni a cui noi possiamo prestare servizio, e, per tutto riassumere, nell’accresciuto amore per la santa Chiesa, Corpo mistico di Cristo e sua storica e vitale continuazione, per la quale Egli profuse il suo Sangue redentore.

Potremmo distinguere in vari campi e varie forme questa applicazione del Concilio, cominciando a fare nostre con filiale fiducia le riforme esteriori, giuridiche, che da quello sono autenticamente derivate : la riforma liturgica per prima, senza critiche esitazioni e senza arbitrarie alterazioni. Così le riforme strutturali della comunità ecclesiale. Sarebbe già grande risultato del Concilio se noi tutti dessimo pronta ed esatta adesione a queste innovazioni esteriori, ma tanto strettamente collegate col rinnovamento nostro e della Chiesa. Applicazione canonica.

Altra applicazione è quella spirituale. Il volume delle Costituzioni e dei Decreti del Concilio può servire come libro di lettura spirituale, di meditazione. Vi sono pagine bellissime, di densità sapienziale, di esperienza storica ed umana, che meritano questa riflessione suscettibile di convertirsi in cibo per l’anima. La parola di Dio vi è così diffusa e così aderente ai bisogni umani nell’età nostra da invitarci tutti alla sua scuola. Non dovrebbe andare perduta una tale lezione, sì bene educare i cristiani d’oggi alla vocazione del silenzio che ascolta, del cuore che concede alla Verità del Signore di diventare spirito e vita della nostra esistenza. Anche la forma semplice, piana, autorevole, con cui procede l’insegnamento conciliare, è di per se stessa una formazione al temperamento evangelico, allo stile pastorale, all’imitazione del Signore, che ha proposto a modello: «Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). Applicazione spirituale.

E avremo un’altra applicazione, sempre in linea morale, quella teologica. L’azione segue l’essere; e l’essere ci è noto dallo studio della verità. La verità teologica presiede all’ordine morale. La concezione della vita, quale ci è presentata dal disegno della salvezza, delineato dalla teologia del Concilio, contiene la legge superiore che noi dobbiamo seguire. Dal concetto di ciò che siamo come cristiani nasce l’imperativo di ciò che dobbiamo essere per corrispondere alla nostra definizione. Dall’essere deriva il dover essere, il fare; quel «fare la volontà del Padre celeste», di cui abbiamo citato il comando di Gesù, obbligante sopra la stessa espressione religiosa, quando questa fosse vacua di contenuto operativo conforme alla volontà divina. Così che dovremo cercare le basi della vita morale, quali il Concilio, riflesso del Vangelo, ci espone, se vogliamo darvi la applicazione fedele e felice del rinnovamento, dell’aggiornamento.

Questo richiamo ai principi teologici subordina ad essi i precetti della vita morale, e li sottopone ad esame, per diversi titoli: quello della priorità: «bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini» (Act. 5, 29); donde il valore del martirio; ovvero quello della abrogazione, com’è avvenuto delle prescrizioni puramente legali della legge mosaica, come risulta dall’insegnamento della Chiesa primitiva e di S. Paolo specialmente (Cfr. Act. 15; Ga 2,16); oppure della riforma possibile della legge civile, o canonica, quando essa non sia espressione della legge naturale, ch’è poi legge divina iscritta nell’essere umano (Cfr. Matth Mt 5,17-20 Rom. Mt 2,14), sempre rimanendo l’obbligo dell’obbedienza agli ordinamenti vigenti della società civile (Rom. 13, 7) e della società ecclesiastica (Hebr. 13, 17; Lc 16,10).

Ma non ha detto il Signore: «La verità vi libereri»?» (Io. 8, 32; Ga 5,1) Sì. Ma questa verità, liberatrice dagli errori e dagli arbitri dell’insipienza e della prepotenza umana, vincola poi in coscienza, e in maniera più forte, più logica e più responsabile la volontà che la conosce, e obbliga l’uomo alla legge dello Spirito, cioè della grazia e della carità, da cui deriva l’impegno superiore all’unione con Cristo, alla sua imitazione, all’amor di Dio e del prossimo (Mt 22,39 Rom Mt 13,9 Ga 5,14), all’abnegazione di sé, al servizio del prossimo, fino al sacrificio, fino alla santità. La riflessione su questo disegno dell’autentica vita morale del cristiano ci è assai raccomandata dal Concilio (Cfr.

Lumen gentium LG 40

Optatam totius OT 16); e sarà uno dei frutti migliori del Concilio, se la vorremo fare nostra. Non sarà breve, ma sarà salutare.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

L’Unione Apostolica del Clero

A vous qui êtes venus à Rome en congrès international et qui avez choisi la Ville éternelle pour vos assises dans l’intention de vous unir plus étroitement au Pape, en ce 50ème anniversaire de son Ordination sacerdotale, Nous voulons adresser un mot jailli du coeur.

Le prêtre d’aujourd’hui a droit à l’affection spéciale du Pape, à la première place, avec les évêques, successeurs des Apôtres. Devons-Nous répéter ici ce que Nous avons eu l’occasion de déclarer à plusieurs reprises ces derniers temps, notamment dans Notre Lettre au Cardinal Secrétaire d’Etat sur le célibat sacerdotal, à savoir toute l’admiration et la reconnaissance que Nous éprouvons en pensant à nos frères prêtres du monde entier, en suivant leur apostolat dans des conditions parfois héroïques de désintéressement, de pauvreté ou d’incompréhension? Vraiment, l’esprit du Christ éclate en eux: «Non veni ministrari sed ministrare» (Mt 20,28).

Le thème de votre réunion internationale est: «La physionomie spirituelle du prêtre dans les structures actuelles de l’Eglise». Voilà certes un sujet opportun en cette heure où un grand nombre de vos confrères s’inquiètent de leur «identité».

Qu’est-ce que le prêtre? N’est-il pas d’abord celui qui, sur appel d’en-haut, s’attache d’une manière totale et inconditionnelle à Jésus-Christ? Homme de l’autel et du mystère, par l’intermédiaire de qui la Rédemption du Christ opère efficacement dans le monde, il est aussi l’homme de la Parole de Dieu, «envoyé» par son Maître au monde concret des hommes pour y être témoin, docteur et pasteur. Ce deux fonctions en apparence sources de dualisme se fondent au service d’une seule et même oeuvre de salut, au coeur de l’Eglise, sacrement du salut.

Nous félicitons votre Union Apostolique pour avoir soutenu dans leur vocation tant de prêtres, avant la lettre du Concile Vatican II qui développe si nettement l’exigence de vie fraternelle qui s’attache à la mission sacerdotale (Cfr. Presbyterorum ordinis PO 8).

Nous vous demandons d’être toujours plus attachés à la personne de Jésus-Christ, attachement alimenté avant tout à la source inépuisable de l’Eucharistie; d’être profondément liés à vos évêques, au-delà d’une adhésion juridique et disciplinaire, par une véritable communion spirituelle et vivante. Et de tout coeur Nous accordons à vos personnes, aux membres de l’Union Apostolique du Clergé et à tous ceux qui vous sont chers, Notre Bénédiction Apostolique.

Missionari di Emigrazione

Un particolare elogio e incoraggiamento rivolgiamo ora ai duecento sacerdoti italiani, Delegati Diocesani e Missionari di Emigrazione, che partecipano al loro III Convegno Nazionale, indetto dall’Ufficio Centrale per l’Emigrazione italiana. Vi ringraziamo del pensiero che avete avuto, di ricordare la promulgazione del nostro Motu Proprio Pastoralis Migratorum cura, avvenuta nello scorso anno; vi esprimiamo il nostro compiacimento per lo studio dedicato all’importante tema delle «Migrazioni e Comunità ecclesiali», di grandissimo interesse per l’azione pastorale da rivolgere al settore; e vi esortiamo a spendere generosamente le vostre energie, col tesoro dell’esperienza fatta, in tale campo. Voi conoscete le premure della Chiesa, che, specialmente nei tempi moderni, con l’evolvere del fenomeno migratorio, ne ha preso profondamente a cuore i problemi, crescenti, vasti, talora drammatici; la Exsul Familia di Pio XII, il citato Motu Proprio, e l’istituzione della Pontificia Commissione De spirituali Migratorum atgue Itinerantium cura, segnano le tappe salienti di questa materna sollecitudine, che attende la risposta dei generosi per l’applicazione delle sue sapienti norme di apostolato: voi, carissimi sacerdoti, ne siete una consolante conferma. Per questo, come abbiamo detto, vi lodiamo e vi incoraggiamo; e, con la Nostra Benedizione Apostolica, vi seguiamo affettuosamente nel vostro lavoro, affinché sia ricco di consolazioni per voi, di bene per le anime, di edificazione per la Chiesa.

Società ginnastica «Panaro»

Il degnissimo Arcivescovo di Modena, Monsignor Giuseppe Amici, ci ha procurato una viva consolazione, guidando a questa udienza il numeroso gruppo di giovani atleti, di soci e di loro familiari della Società di Ginnastica e Scherma «Panaro», di quella città, che celebra un secolo di vita. Lo ringraziamo di cuore per questo gesto di pastorale sollecitudine; e ci complimentiamo con la Società, che giunge al traguardo del suo centenario con consolanti affermazioni competitive, e, soprattutto, col merito di aver contribuito ad educare le giovani generazioni, susseguitesi in tutti questi anni, a nobili ideali di rettitudine, di onestà, di sanità morale attraverso la disciplina che gli esercizi sportivi impongono, il senso della solidarietà e dell’amicizia, che essi alimentano, la costante temperanza e la resistenza fisica costante, che ad essi preparano. Lo sport è una scuola di formazione umana, che la Chiesa vede con simpatia e con speranza, quando è esercitato, come voi fate, nelle debite forme: per questo ci piace dirvi il Nostro compiacimento, con l’augurio che lo spirito animatore della Società « Panaro » continui intatto a tramandarsi, come segno della vostra vitalità e della vostra bravura. Il Signore vi accompagni sempre; e nel suo Nome vi benediciamo di cuore.

Desideriamo rivolgere il Nostro saluto ai numerosi pellegrini della Diocesi di Lodi, i quali, sotto la guida del loro benemerito ed amato Pastore, Mons. Tarcisio Vincenzo Benedetti, hanno voluto farci questa visita per celebrare il nostro giubileo sacerdotale.

Vi ringraziamo, carissimi figli, per questo gesto di fervida devozione, che testimonia ancora una volta la fede cristiana e la bontà del vostro popolo, sempre legato nei secoli alla Cattedra di Pietro.

Invochiamo di cuore sul vostro Pastore, su di voi, sulle vostre famiglie, su tutta la vostra nobile Diocesi le più elette grazie del Signore, in pegno delle quali impartiamo l’Apostolica Benedizione.

We would like to say a special word to the group of participants in the Ecumenical World Planning Session for Missionaries on Credit Unions.

Our Lord Jesus Christ, who “went about doing good” (Act. 10:38), when asked what was the greatest commandment of the Law, did not give the love of God as his full reply, but added the second commandment of love of our neighbour. So you are called upon to preach, as missionaries, and to live, as Christians, a faith which is concerned also with the concrete conditions of social life.

You have gathered in Rome to discuss means of making more effective your work in the field of credit unions, considering them as a way by which communities can from their own resources promote their development. In your studies and discussions We would like you to be assured of Our paternal and cordial encouragement. And may God grant that your conclusions will contribute to the building of a world fashioned more humanly.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 7 ottobre 1970

Una delle questioni fondamentali che investono tutta la vita umana, specialmente ai nostri giorni, è quella che riguarda i principi dell’azione, i criteri dell’ordine morale, la norma del fare; e la questione è così radicale che nella discussione problematica vi sono molti i quali si chiedono: esiste un ordine, una norma, una legge, che presiede, che prestabilisce, che obbliga l’uomo ad agire in una data maniera? L’uomo non è libero? La domanda diventa così incalzante e semplicista, che sembra equivalere a quest’altra: l’indifferenza morale, cioè l’anarchia non è, alla fine, la sua «legge»? Questa e simili domande non se le pone soltanto il pensatore, che a furia di critica corrosiva, rinnegate le ragioni assolute del pensiero e dell’essere, è riuscito a demolire le basi d’ogni obbligazione morale, e ad abolire ogni così detta «repressione», accordando al suo alunno la licenza di tutto fare e di nulla fare, di vivere nella piena spontaneità degli istinti, se le pone intuitivamente non piccola parte della nuova generazione, e praticamente vi dà subito soluzione e applicazione con abituali atteggiamenti di contestazione, di ribellione, di rivoluzione, e con un’unica tendenza: cambiare, senza rendersi chiaramente conto né come, né perché. Per poi: godere.

Quando S. Paolo, allora Saulo, fu folgorato alle porte di Damasco dall’improvvisa luce di Gesù celeste, due furono le sue interrogazioni: «Chi sei tu, o Signore?»; e: «che cosa vuoi che io faccia?» (Act. 9, 3-5) Noi chiamiamo questa scena prodigiosa la conversione di S. Paolo, destinato così a convertire il mondo al cristianesimo.

Notate i due punti interrogativi: la conoscenza di Cristo, la linea nuova d’azione. Conosciuto Cristo, un imperativo bisogno, un comando di operare deriva immediatamente e logicamente. Un cristiano è un uomo che agisce in conformità di questo suo essere, che ha un suo stile, che ha un suo disegno di vita, e, per di più, se veramente fedele alla sua vocazione cristiana, ha anche la forza, la grazia per attuarlo.


GLI INSEGNAMENTI DEL CONCILIO

Il Concilio, - perché ancora noi ci riferiamo a questo grande insegnamento, che la Chiesa ha provvidenzialmente esposto al nostro tempo -, ci richiama a questa restaurazione dell’operare umano: l’ordine morale cristiano (Cfr.

Inter mirifica IM 6 Gaudium et spes, 87; ecc.).

La formula è semplice, ma la realtà, a cui essa si riferisce, è assai complessa. Implica una quantità di elementi, che fanno parte di un disegno organico di verità: su Dio, sull’uomo, sulla rivelazione e la storia della salvezza; e, più in particolare su l’esistenza d’una obbligazione morale, d’una responsabilità, d’un dovere, che impegna tutta la vita, sulla legge e sull’autorità che la interpreta e la promulga, sulla libertà, sulla coscienza, sulla legge naturale, sulla grazia, sul peccato, sulla virtù, sul merito, sulla sanzione, ecc. Se così è, la prima impressione è scoraggiante: troppo complicata questa concezione della morale cristiana! È tutto un sistema: oggi si è facilmente contrari ai «sistemi». Nel campo pratico specialmente si desiderano idee semplici, formule chiare, parole elementari. Questo sistema finisce nei codici voluminosi, pieni di proibizioni e di precetti, sbocca nella casistica, nel giuridismo. L’uomo moderno vuole una morale moderna.

Questa è un’affermazione assai diffusa e assai importante. È da meditare. Da meditare, perché è vero che oggi abbiamo bisogno di riflettere sui problemi morali; convalidare la nostra coscienza morale; dobbiamo risalire ai principi per avere convinzioni sicure ed operanti; dobbiamo vedere come i progressi delle scienze moderne, la psicologia specialmente, la medicina e la sociologia, entrano nel quadro della conoscenza dell’uomo, l’antropologia, dal quale quadro deriva la scienza dell’operare, cioè la morale, dobbiamo vedere se tante forme dell’operare, tanti costumi, oggi siano ragionevoli, o no; dobbiamo vedere come applicare i principi morali costanti ai bisogni nuovi e alle aspirazioni contingenti del tempo nostro. Il Concilio desidera che siano perfezionati gli studi della teologia morale (Optatam totius OT 16).


TENDENZE ALLA SEMPLIFICAZIONE

E dobbiamo riflettere perché in questo campo della morale, sia teorico che pratico, vige una tendenza generale: semplificare. Si potrebbero studiare i vari aspetti di questa semplificazione, i quali spesso si risolvono in mutilazioni dell’ordine morale, contrariamente all’antico e saggio adagio: bonum ex integra causa, il bene risulta dall’integrità delle sue componenti. Una semplificazione assai di moda, ad esempio, è quella che riguarda la legge morale, quella positiva dapprima e poi quella naturale. Vi è chi contesta perfino l’esistenza d’una legge naturale, stabile e obiettiva. La liceità progressiva trionfa. Dovremo esaminare se sia giustificata da ragionevoli aperture all’indole moderna questa liceità; se non contraddica a norme intangibili; se produca effetti buoni: «dai frutti conoscerete», insegna Gesù (Mt 7,20); se cioè non cancelli la nozione del bene e del male; e se non tolga alla personalità umana il vigore del dominio di sé, del rispetto agli altri, della misura dovuta alla convivenza sociale; e poi se non dimentichi un criterio fondamentale del progresso, il quale non consiste sempre nell’abolizione delle norme operative, ma piuttosto nella scoperta di nuove norme, dalla cui osservanza deriva un vero progresso, una perfezione umana, come sono le norme che favoriscono la giustizia sociale, o quelle che impediscono certe degenerazioni morali, come la guerra, la poligamia, la violazione della parola data o dei trattati, ecc. La liceità può degradarsi in licenza.

IL PRECETTO PIÙ ALTO

Altra semplificazione è quella che sostiene doversi trarre la regola dell’agire solo dalla situazione. Ne avrete sentito parlare. Le circostanze, cioè la situazione, sono certamente un elemento che pone condizioni all’atto umano; ma questo non può prescindere da norme morali superiori e obiettive che la situazione dice se e come siano applicabili nel caso concreto. Limitare il giudizio direttivo dell’agire alla situazione può significare la giustificazione dell’opportunismo, dell’incoerenza, della viltà; addio carattere, addio eroismo, addio, alla fine, vera legge morale. L’esistenza dell’uomo non può dimenticare la sua essenza (Cfr. l’istruzione del S. Offizio del 2 febbraio 1956, A.A.S., XLVIII (1956), pp. 144-145; Allocuzione di Pio XII, 18 aprile 1952, Discorsi, XIV, p. 69 ss.). Senza dire che la coscienza, a cui la morale della situazione si rifà, la coscienza, da sola, non illuminata da principi trascendenti e guidata da un magistero competente, non può essere arbitra infallibile della moralità dell’azione; è un occhio che ha bisogno di luce.

Potremmo continuare. Ma preferiamo concludere con una consolante risposta al desiderio, pur legittimo, di trovare in una sintesi semplificatrice e comprensiva tutta la legge morale; è la risposta data da Cristo stesso a chi gli chiedeva quale fosse il precetto primo e più alto di tutta la legge divina, espressa in quella mosaica e dilatata in tutto il formalismo legale di quel tempo. La conosciamo questa risposta che riassume in un duplice comandamento «tutta la legge ed i profeti», verticale l’uno, oggi diremmo, e fonte del secondo, orizzontale: ama Dio, ama il prossimo (Mt 22,36 ss.). Ecco la sintesi, con tutte le implicanze, ecco il Vangelo; ecco la vita: «Fa’ questo, e vivrai» (Lc 10,28), concluderemo con Gesù. Con la Nostra Apostolica Benedizione.

Gli sposi novelli

Vi rivolgiamo un particolare saluto, un particolare augurio, sempre pensando alla vostra vita di sposi novelli - ne abbiamo ogni settimana una bella schiera - che ci fa tanto meditare sul mistero della vostra vita, quando riflettiamo alle parole che il Signore ha detto: che sono congiunti da Dio. Voi pensate che siano soltanto le cause naturali, l’amore, i casi della vita che portano a fondare una famiglia, codesta unione, ed ecco che il Signore ci ha messo la mano, perché dice: «Ciò che Dio ha congiunto l’uomo non deve separare». Abbiate, figli carissimi, il senso, direi, di questo mistero, di questa unità misteriosa tenuta insieme da Dio, che vi rende - sarebbe qui da fare una lunga spiegazione – complemento l’uno dell’altro, complementari. L’unità è formata da due coefficienti, marito e moglie, i quali si integrano a vicenda e formano quell’unità che è il matrimonio cristiano ed è la famiglia cristiana. E che questa unità sia salda nell’amore, sia salda nella promessa, sia salda nella fedeltà, sia salda nelle sue stesse difficoltà, nelle virtù che essa esige, e possiate quindi portare proprio sempre nella vostra casa questa presenza divina che vi fa uniti, vi fa felici, vi fa buoni, vi fa cristiani e vi fa degni della sua - e Noi ne vogliamo essere interpreti - della sua Benedizione.

I Procuratori della Compagnia di Gesù

Nous voulons maintenant adresser un mot particulier aux représentants élus des provinces de la Compagnie de Jésus réunis autour de leur Général, le cher et venereux Père Pedro Arrupe, en Congrégation des procureurs.

Chers Fils, c’est pour Nous une joie de vous recevoir et de vous dire, avec Notre confiance, tout ce que Nous attendons de vous en tette heure de la vie de l’Eglise. Notre conviction profonde est en effet qu’un renouveau de la vie religieuse au lendemain du Concile portera de multiples fruits de grâces et de sainteté, sous l’influx de l’Esprit-Saint. Nul doute que, dans tette nouvelle floraison que Nous appelons de tous nos voeux, la Compagnie de Jésus n’ait une place de choix.

Pour vous aussi, c’est l’heure du discernement spirituel. Selon le conseil, plus actuel que jamais, de l’apôtre Paul: «N’éteignez pas l’Esprit. Ne méprisez pas les prophéties. Eprouvez tout. Retenez ce qui est bon. Gardez-vous de toute espèce de mal» (1 Thess 1Th 5,19-22). Depuis votre Chapitre général, certaines voix discordantes se sont fait entendre, qui ont trop accaparé l’attention, au détriment de l’oeuvre apostolique admirable fidèlement accomplie par tant de Jésuites qui, pour ne point faire parler d’eux, n’en remplissent pas moins avec amour et générosité, ardeur et dévouement, leur vocation apostolique: être, dans le monde d’aujourd’hui, les témoins de l’Evangile, les porteurs de la Bonne Nouvelle, des hérauts de Dieu, des collaborateurs avisés dans l’édification de l’Eglise, vivant au milieu des hommes et leur révélant «la fraternité dans la filiation divine», tant il est vrai que «la foi est l’ossature de l’amour» (R. P. YVES RAGUIN, Chemins de la contemplation, Paris, Desclée de Brouwer, 1970, Col. «Christus» n. 29, PP 135 et 156).

Dans une étroite unité d’intention à travers la variété des situations et des engagements apostoliques, que resplendisse toujours aux yeux des hommes et devant 1’Eglise le témoignage de votre foi profonde au Christ vivant. Comme saint Ignace sut hier trouver avec audace le chemin des intelligences et des coeurs de ses contemporains pour les conduire vers le Seigneur, il vous appartient aujourd’hui, dans la fidélité profonde à ses intuitions spirituelles, de répondre aux appels qui vous parviennent du successeur de Pierre et de ses frères dans l’épiscopat, pour planter l’Eglise au coeur du monde, au sein des cultures, dans le tourbillon des villes, le fracas des usines et le bouillonnement des universités, «comme un signe dressé au milieu des nations» (Cfr. Is 11,12).

Sur tous ces chemins de l’apostolat, chers fils, Notre pensée vous accompagne, et Notre prière, avec une large Bénédiction Apostolique.

A special greeting from us is deserved by the large group of operating room nurses from the United States.

Your Christian faith assures you that your work for the sick and suffering is a service of the Lord himself. In his name we thank you now, as We recall to your minds the reward which is promised for such faithful service of his brothers.

We extend a heartfelt welcome to the pilgrims from South Africa who are visiting places made holy by the presence of Christ in his mortal life and by the apostles sent by him to proclaim his message of salvation. May your pilgrimage serve to bring you ever closer to him and strengthen your desire to carry out his will. Our prayers go with you on your journey and in your lives.

Ein Wort herzlicher Begrüssung möchten Wir noch an die anweseden zahlreichen deutschen Pilger aus den Diözesen Münster, Hildesheim, Aachen, Essen, Trier, Mainz, Speyer, Fulda und Limburg richten.

Liebe Söhne und Töchter! Wir heissen Sie alle herzlich willkommen hier in St. Peter, am Grabe des Apostelfürsten. Stehen Sie allzeit treu zur Kirche! Lassen Sie in Ihren Reihen in religiösen Fragen keine Spaltungen aufkommen! Christus, unser Heiland und Erlöser, erleuchte durch seine Wahrheit Ihren Lebensweg und gebe Ihnen reiche Gnadenkraft, Ihr Leben als überzeugte Katholiken aus dem Glauben und nach dem Glauben, entsprechend den Normen des christlichen Sittengesetzes, zu gestalten. Dazu erteilen Wir Ihnen allen und jedem einzelnen aus der Fülle des Herzens den Apostolischen Segen.

Nos complacemos en daros Nuestra paternal bienvenida, amadísimos peregrinos españoles que os dedicáis a actividades educativas y recreativas.

Os exhortamos de corazón a que en vuestro trabajo los valores cristianos ocupen el lugar de guía y de inspiración que les corresponde, para que la vida humana adquiera esa dimensión total de autenticidad, que abre a los hombres nuevos y más amplios horizontes de superación y de progreso.

En prenda de escogidas gracias celestiales, os impartimos a vosotros, a vuestros familiares y a todos Nuestros amadísimos hijos españoles una especial Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 14 ottobre 1970

La «Giornata missionaria» che sarà celebrata domenica prossima, 18 ottobre, richiama il nostro pensiero a questo grande tema delle Missioni Cattoliche.

Di Missioni si parla molto, e un po’ dappertutto; pare un tema esaurito, riservato ormai alla propaganda oratoria e convenzionale. Noi non siamo di questo parere. Il fatto missionario ci appare sempre così profondo nella dottrina, che esso suppone e che esso attualizza; così complesso nelle forme, in cui si viene esplicando; così drammatico nell’attività, ch’esso inventa e reclama; così grande per le virtù cristiane ed umane, di cui si alimenta; così vasto per le dimensioni geografiche ed etniche, verso le quali è diretto; così moderno per i problemi umani, nei quali esso si innesta; così evangelico per la presenza di Cristo, di cui ci dà la misteriosa e concreta visione; così nostro, per la responsabilità con cui esso investe ciascuno di noi (Cfr.

Lumen gentium LG 17) e la Chiesa intera (Ibid., 1 e 5), che a noi sembra, il fatto missionario, tema d’inesauribile studio e di sempre incompleta promozione. Per queste, ed altre ragioni, ne facciamo con voi breve parola.


IL DECRETO CONCILIARE «AD GENTES»

Ci limiteremo a presentarvi due domande. La prima: che cosa sapete voi delle Missioni cattoliche? Questa domanda si ramifica in molte altre questioni, le quali non sono superflue, né indiscrete, ma intendono onorare la vostra coscienza e la vostra formazione ecclesiale. Per esempio: avete mai letto e considerato il Decreto conciliare sull’attività missionaria, intitolato Ad gentes? È un grande documento, che riassume la dottrina e l’esperienza del passato, e che apre grandi visioni sopra uno dei caratteri essenziali della Chiesa. «Durante il Concilio, scrive un insigne missionario vivente, che fu impegnato nella redazione del Decreto, in un’esperienza vissuta, la Chiesa si è scoperta missionaria, come non mai ancora ella l’aveva fatto» (P. SCHUTTE).

Il che comporta risalire dalla conoscenza empirica, episodica, geografica e sociologica delle Missioni, conoscenza di cui tutti abbiamo qualche frammento, non foss’altro per le immagini e le avventure, che tante belle riviste missionarie continuamente presentano al nostro sguardo curioso e al nostro facile interesse, ad una conoscenza d’insieme, alla visione panoramica sia della storia della Chiesa, sia della sua natura, dove l’attività missionaria ci appare come una ragion d’essere, uno scopo della Chiesa stessa; «è, dice il Concilio, il dovere più alto e più sacro della Chiesa» (Ad gentes AGD 29).

E questo perché? L’indagine adesso varca le soglie del mistero, e va a rintracciare l’origine delle Missioni nel disegno di Dio (1 Cor 1Co 2,7 Ep 3,9 Rom Ep 16,25), attuato da Cristo, per la salvezza dell’umanità: Cristo, Figlio di Dio, è stato mandato dal Padre «a portare la buona novella» (Lc 4,18); Cristo è il primo e vero missionario, il messaggero e il mediatore del nuovo e soprannaturale rapporto degli uomini col Padre; Egli «è venuto a cercare e a salvare quello che era perduto» (Lc 1 Lc 9,10). Venne come uomo, visibile, nella nostra terra e nella nostra storia. E dopo di Lui e da Lui un’altra divina missione è seguita, invisibile questa di per sé, interiore, nel cuore degli uomini, quella dello Spirito Santo, che già aveva «parlato per mezzo dei Profeti», e che doveva animare tutto il Corpo mistico di Cristo. Il mistero della Santissima Trinità, svelato a noi da queste missioni divine, è perciò alla sorgente dell’economia missionaria della nostra salvezza. È lo Spirito Santo che suscita l’apostolato, altra missione, istituzione esteriore questa, ministeriale, collegata con la designazione degli Apostoli e con la Pentecoste; missione destinata ad essere il canale distributore, nel tempo e nel mondo, della fede e della grazia, e a fungere da strumento edificatore della Chiesa (Io. 20, 21; Ga 4,4 Ga 4,6 cfr. CONGAR, Esquisse du mystère l’Eglise, Cerf Ga 1953, p. Ga 129 ss.; il vol. Ecclesia Spiritu Sancta edocta, «Mélanges théol.» , hommage à Mgr Philips; Gembloux, Belgique Ga 1970).

Vedete quale origine hanno le missioni! Origine divina, evangelica, apostolica, teologica (Ad gentes AGD 2-3), che si irradia sul mondo con due grandi idee: l’universalità della rivelazione, della redenzione, della Chiesa, non indarno chiamata cattolica, cioè universale (Mc 16,16 Io. Mc 3,18 Act Mc 16,30-31); e la necessità della salvezza mediante Cristo (Mc 16,16 Io. Mc 3,18 Act Mc 16,30-31). Le missioni sono l’epifania della fede e della carità, operata dal ministero della Chiesa. Ministero estremamente vincolato alla sua originaria ed autorizzata autenticità; ma altresì ministero libero, nella sua scelta e nel suo svolgimento apostolico.

E quest’ultimo aspetto, quello della sua libera opzione, quello della dipendenza dalla collaborazione umana, ci interessa direttamente; riguarda la storia umana dell’evangelizzazione, documenta le sue audacie e le sue lentezze, riguarda la sua efficienza e la sua debolezza, descrive le sue avventure, le sue imprese, le sue sofferenze, ci presenta i suoi personaggi: sono i Missionari, gli eroi del Vangelo, i predicatori, i martiri, i santi per l’espansione dell’economia della salvezza, i testimoni della Chiesa come sacramento della salvezza, gli operai del primo impianto della Chiesa e del suo primo sviluppo, gli araldi delle civiltà cristiane, i profeti dei supremi destini umani.


UNIVERSALITÀ DELLA RIVELAZIONE

Noi crediamo che una delle ragioni, per cui il nostro popolo sente ed ama la causa delle missioni, sia proprio questa: esso intuisce che ivi è il Vangelo nascente negli uomini, ivi è Cristo vivo, ivi è la Chiesa nel suo atteggiamento più genuino e più generoso. Si potrebbe pensare che le missioni piacciono al popolo di antica tradizione cristiana per i loro aspetti esotici, per le loro storie avventurose, per i loro paesaggi sconosciuti; in una parola, per la loro fenomenologia, impressionante la fantasia, la curiosità, il sentimento. Ma questa figurazione attraente e divertente non ferma a sé lo sguardo, ma subito lo introduce nell’intelligenza della realtà missionaria: una realtà sublime per l’annuncio cristiano che da essa traspare, e per il sacrificio umano ch’essa rende evidente.

PER UNA UMANITÀ PIÙ FRATERNA

Le conoscete, domandavamo, le missioni?

Forse (non è vero?) meritano d’essere conosciute di più! Non foss’altro, esse rappresentano uno degli sforzi più grandi, più perseveranti, più interessanti, più liberi e gratuiti per fare degli uomini dispersi, divisi, o fondati su civiltà temporali, un’umanità più vera, pi6 fraterna, cristiana e tesa verso speranze che vanno oltre il tempo. Bisogna conoscerle meglio le missioni! E abbiamo un’altra domanda da porvi, figli e fratelli carissimi: che cosa fate voi per le missioni cattoliche? per questa colossale e inerme impresa dell’offerta di Cristo al mondo, che ancora non lo conosce? per questa eroica tensione della Chiesa portatrice in tutta la terra della fede e della pace? non siamo tutti corresponsabili della diffusione del Vangelo in mezzo a tutti gli uomini? non vediamo noi chi sono questi missionari e queste missionarie, a noi fratelli e sorelle, che dànno senza risparmio la loro vita per puro amore a Cristo e a popoli lontani e sconosciuti? saremo indifferenti dinanzi a questi esempi paradossali? rimarremo spettatori divertiti ed egoisti davanti a tale spettacolo di sovrumano realismo e d’incomparabile importanza, quando tanta gente «fa il tifo» per ben altre cause, buone forse e interessanti, ma non certo come questa meritevoli di umana e cristiana passione?

Risposta: procuriamo di sentirci solidali con la causa delle missioni: è la causa del Vangelo, è la causa della salvezza facile e sicura d’innumerevoli uomini, è la causa della promozione dei diritti dell’uomo e della vera civilizzazione, temporale e morale, è la causa della nostra stessa coscienza cristiana; questo in primo luogo dobbiamo fare. I missionari non devono sentirsi soli e abbandonati dalla carità dei fratelli insediati nel normale possesso della vita religiosa e civile.

Questo per primo. Il resto viene da sé: preghiera, imitazione, obolo.

E con questi sentimenti nel cuore, da questo punto centrale della Chiesa terrestre, la tomba dell’Apostolo Pietro, mandiamo un pensiero fraterno a tutti i valorosi missionari e missionarie, a tutti i catechisti, a tutte le comunità cattoliche della Chiesa nascente, un affettuoso saluto.

Noi lo accompagniamo per voi e per loro con la Nostra Benedizione Apostolica.

Gli addetti al Culto

Abbiamo qui gli addetti al Culto, d’Italia, che celebrano il loro A primo Congresso Nazionale.

Noi vogliamo anzitutto ringraziarvi, diletti figli, della vostra presenza, e con voi ringraziamo particolarmente il degnissimo Vescovo di Treviso Sua Eccellenza Mons. Mistrorigo che presiede al vostro Congresso. Conosciamo lo spirito, col quale compite le vostre incombenze, umili ma tanto preziose davanti al Signore, nella cui Casa svolgete il quotidiano lavoro. E ci è caro profittare di questo incontro per dirvi tutta la nostra stima e il nostro incoraggiamento.

Voi siete di insostituibile aiuto ai sacerdoti; e ci fa piacere vedervi desiderosi di una qualificazione sempre più cosciente e aggiornata della vostra missione. Perché di vera missione si tratta. Infatti, oltre al dovere di custodire con diligenza le vostre chiese, affinché tutto vi sia ordinato, pulito, nitido di arcana bellezza, oltre essere i custodi gelosi degli arredi e delle opere d’arte, che in esse si conservano, voi siete per definizione «gli addetti al culto», cioè direttamente impegnati nel settore sacro e nel servizio liturgico. Questo richiede oggi da ciascuno di voi il proprio contributo per rispondere generosamente alla volontà della Chiesa che ha preparato, promosso e voluto la riforma liturgica. Voi conoscete molto bene quanto si sta compiendo in tutto il mondo per rendere più consona con le esigenze spirituali dei nostri tempi la vita della Chiesa, che nella liturgia trova una delle sue più frequenti e immediate espressioni.

Ora, anche a voi spetta il compito di dare tutta la vostra opera affinché questo sforzo trovi piena attuazione nelle vostre chiese, nelle vostre parrocchie. Sia perché voi siete sempre al fianco del sacerdote, quando celebra la santa Messa, compie le altre funzioni e amministra i Sacramenti; sia perché siete davanti alla santa assemblea, al popolo di Dio, in attesa e in preghiera; trovandovi sempre, delicatamente attenti e premurosi, prima dell’azione sacra, per preparare degnamente il rito, e dopo di essa, per riassestare convenientemente il luogo sacro.

Tutto questo importa da parte vostra due cose: primo che siate perfettamente consapevoli delle norme che regolano la liturgia rinnovata, e soprattutto dello spirito che la anima. Siate avidi di seguire sui periodici, che sono scritti per voi e anche su altre pubblicazioni, quanto può essere di utile sussidio alla vostra cultura liturgica e professionale.

Noi vogliamo anche lodare e incoraggiare largamente le iniziative che tendono a riunire periodicamente in sede diocesana o interparrocchiale gli addetti al culto in giornate di studio, in convegni, in ritiri spirituali. Sono mezzi indispensabili per la mutua intesa, per la collaborazione e per la formazione, che devono tener alto il livello spirituale del vostro «servizio».

In secondo luogo la vostra presenza, nel luogo sacro davanti ai fedeli, richiede che la vostra condotta sia sempre irreprensibile, la vostra vita cristiana sempre esemplare, la vostra fede, il vostro comportamento e atteggiamento siano in tutto degni del ministero sacro che compite.

In tal modo, più di ogni altro, voi potete «edificare la Chiesa di Dio», cioè la comunità dei fedeli, che dalla vostra pietà, dal vostro zelo, dall’amore che saprete mostrare e ispirare alla casa del Signore, prenderanno norma di edificazione, di elevazione e di pietà. Vedete dunque come il vostro ufficio sia ricco per la Chiesa di promesse e di speranze, e per voi di onore e di soprannaturale dedizione, a cui il Signore non lascerà certo mancare la sua larga ricompensa.

Sappiate the, per tutti questi motivi il Papa vi segue, vi incoraggia, vi predilige, ripone in voi tanta fiducia. E di gran cuore vi benedice.

Gruppo della Televisione Australiana

We know that there are present here today representatives of an Australian television station. We avail ourself of the opportunity thus offered to send through them Our greetings to all people of Australia.

Although we have not yet had the pleasure of being among you, we know of the greatness of your land and the excellence of its people. We are convinced that Australia can play a most important part in bringing about a better future, where in justice and peace all can enjoy the blessings which their Creator provides. We would encourage you to respond fully to the opportunity that is yours, and we pray that God may assist you in undertaking the task and in carrying it out.

We hope before long to give you Our blessing on Australian soil. Be assured even now, however, of Our constant prayers that the Lord may bestow abundant favours upon you, one and all. A special word of ours goes to the Ecumenical Group from Denmark. We welcome you cordially in the name of the Church of Rome and while we hope that your stay is a happy one, We extend to you in the Lord our greeting of peace.


1970-AUDIENZE