1972-AUDIENZE





UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 5 gennaio 1972

Queste nostre brevi parole vogliono assumere, come al solito, il carattere d’una familiare conversazione. Con una categoria di persone, giovani specialmente, che ci sembra proporla a noi con un atteggiamento comune a persone del nostro tempo, atteggiamento di spregiudicata franchezza di parola, di stile, di sincerità mentale, e nello stesso tempo di dubbio, d’incertezza, di disagio, che dimostra un intimo bisogno di sicurezza, di verità.

L'ATTEGGIAMENTO DEI GIOVANI

Pare a noi d’incontrarli questi amici, arditi e timidi insieme, che sembrano al primo momento partire da zero, non voler rispettare alcun protocollo formale, e voler piuttosto assumere un tono altrettanto semplice che aggressivo. Nulla è vero, ci dicono, nulla resiste alla prova critica del nostro pensiero di gente nuova e staccata dalle convenzioni tradizionali dell’ambiente; tutto è fittizio, tutto è privo d’intrinseca verità; oggi si vive di abitudini mentali ereditate, che non hanno più sufficiente ragion d’essere; si avrebbe voglia di buttare tutto per aria; si prova la vertigine della rivoluzione, dell’anarchia, il fascino della negazione, del nulla. Si respira la sfiducia, anche se empiricamente si vive di intensità, nello studio, nel lavoro, nella esperienza del mondo esteriore, e nella ricerca interiore d’una pienezza, d’una certezza, anche provvisoria e pragmatica, che in realtà non si raggiunge, se non creando altre pseudo-verità. La vita, dunque, è vuota? Non vale nulla in realtà? Anche la religione, anche la fede, come si sostiene? A questo punto la tormentosa questione diviene decisiva: avverte colui ch’è trascinato da questo incalzante scetticismo che questo è l’ultimo baluardo, e che il problema religioso è centrale nella ricerca d’un concetto organico e globale della vita, specialmente se per religione s’intende quella cristiana, quella cattolica, che proprio si qualifica per la sua affermazione d’essere quella vera, quella a cui corrisponde obiettivamente la Realtà, soggettivamente la Salvezza.

No, è impossibile, ci confida? o ci grida il nostro caro interlocutore; io, egli afferma, non ho più fede.

Comunque si pronunci questa conclusione, si sa che oggi circola sotto questa generica e tanto grave etichetta: crisi della fede.


DEBOLEZZA DI FEDE

Crisi della fede. A volere sondare le cause di simile crisi ci si dovrebbe affondare nel pelago immenso della psicologia contemporanea; lasciamo agli psicologi, ai maestri di spirito, ai filosofi il farlo; a noi basti ora osservare che la capacità speculativa (secondo le regole del pensiero, che solo nel processo scientifico, quantitativo, sono rigorosamente rispettate) della gente del nostro tempo è rudimentale e povera; essa infatti davanti ai grandi problemi della verità e della realtà si trova sprovvista di nomenclatura esatta, di logica costruttiva e di principi razionali consistenti, cioè d’una filosofia valida, anche se elementare e non riflessa, di quel «senso comune» autentico e radicato nella profondità della sapienza umana perenne. La disintegrazione della razionalità, mediante le recenti esperienze unilaterali del pensiero filosofico (positivismo, soggettivismo, idealismo, esistenzialismo, strutturalismo . . .) predispone al dubbio negativo, alla critica demolitrice, alle certezze fenomeniche e parziali, ecc., per cui la mente moderna, davanti alle novità culturali e alle trasformazioni sociali, si trova inesperta a formulare analisi accurate e sintesi complete, si fida delle opinioni correnti, crede ai maestri di moda, si abitua alla superficialità tendenziosa della stampa di parte o di svago, preferisce giudicare con j sensi, oggi riccamente serviti dai magnifici mezzi audiovisivi; e alla fine sperimenta quella insicurezza interiore, per cui tutto diventa problema e per cui altra soluzione non sembra rimanere che il rischio di pensare e di vivere come pare e piace.

La così detta libertà di pensiero, il così detto libero esame, il così detto pluralismo filosofico e religioso vengono in soccorso allo smarrito alunno della mentalità moderna, dandogli lo pseudo farmaco corroborante d’una sua propria autonomia di idee, che confina con l’infallibilità.

LA QUESTIONE CAPITALE

Ma tanto non basta per gli spiriti veramente liberi e onesti. La questione capitale della verità rimane, e li tormenta segretamente, incitandoli a ricominciare l’insonne ricerca. E per quanto riguarda la fede presenta strane soluzioni: l’accettazione cieca, il fideismo, per una nativa propensione ad abbandonarsi al sentimento religioso; ovvero la demitizzazione, cioè lo spogliamento di tutto quanto di concreto, di storico, di esteriore, di autoritario la fede religiosa può essere rivestita, nell’illusione che questa purificazione, cioè che questa operazione negativa, basti a soddisfare l’aspirazione ad una fede autentica ed essenziale; oppure un prudente ritorno all’ordinamento religioso tradizionale, purché inquadrato in un ambito teologico determinato e moderno. Ed avviene che sulle soglie di questo ingresso nel regno della fede occorre una chiave, non sempre disponibile, occorre una «grazia», la grazia della fede, perché la fede, ancor prima d’essere virtù nel suo felice esercizio, è grazia, è dono, è effusione misteriosa dello Spirito Santo, che la rende accetta e possibile.

Qui il nostro interlocutore può sentirsi smarrito. Anzi convinto d’aver ragione nell’aver subito una crisi di fede, d’aver perduto la fede. Se così è, egli è tentato di dire, la fede oggi è impossibile; essa appartiene ad un regno dello spirito, dove l’uomo moderno non può e non vuole arrivare.


L'INCONTRO CON IL DIO VIVO

Eppure proprio qui, sulla sponda dell’abisso fra la conoscenza naturale e il mistero della rivelazione soprannaturale, qui può essere fissato l’appuntamento per l’incontro con il Dio vivo della fede. Perché e come sia così, ora non diciamo. Ma diciamo soltanto che proprio qui il problema religioso si fa straordinariamente attraente ed impellente. L’uomo avverte, come mai, dopo il cammino estenuante attraverso le esperienze spirituali del nostro tempo, la necessità - sì, la necessità -, d’una soluzione positiva, d’una certezza vitale, d’una Verità vera.

Ci basti questo per ora; riscontrare cioè che la questione religiosa, sia nell’interpretazione del mondo, del cosmo, oggi affannosamente e trionfalmente esplorato, sia nel reperimento d’un rimedio alla crescente angoscia interiore dell’uomo moderno, risorge, si ripresenta ed invita a nuovo colloquio.

Noi siamo tutti invitati. I giovani specialmente.

Voglia Lui, l’Iddio ch’è venuto a noi incontro, nella storia, anzi nella comunione con la nostra stessa natura, e che abbiamo celebrato nel recente Natale, che non ci trovi assenti («Sui Eum non receperunt», i suoi non Lo hanno ricevuto: Io. 1, 11), ma ci trovi disponibili ad ascoltare, in linguaggio umano, la sua Parola salvatrice e beatificante (Cfr. S. AUG. Solil. 1, 3; PL 32, 870; S. Th. Contra G., 1, prooemium).

Con la nostra Benedizione Apostolica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 12 gennaio 1972

Noi diciamo che l’uomo moderno, alunno e maestro dello studio scientifico, non può essere alla conclusione dello sforzo della sua intelligenza completamente appagato perché il pensiero umano tende non solo a conoscere le cose, ma a scoprirne altresì le ragioni, il perché, le cause essenziali delle cose stesse; e quanto più questo nostro pensiero si inoltra nel campo sconfinato delle ricerche e delle scoperte, tanto più è spinto ad un dato momento a due successive e sempre più inquietanti domande; una speculativa (filosofica, metafisica): che cosa vi è nelle profondità di queste cose, mute e passive per un verso - il loro essere -, eloquenti e operanti per un altro verso - i principi e le leggi che le pervadono? Cioè sente il tormento d’una spiegazione, che dev’essere dentro le cose stesse, come il segreto di un indovinello, e dev’essere fuori e sopra di esse; è il tormento supremo dell’intelligenza, il tormento religioso (l’intelletto che cerca la fede; mentre poi dirà S. Anselmo: «la fede cerca l’intelletto»). L’altra domanda è pratica (o piuttosto psicologica e morale): lo studioso si chiede: a me, alla mia vita, al mio cuore, al mio destino personale tutto questo universo che cosa serve? È un immenso deserto o è una casa per la mia vita? Che cosa valgono per il mio spirito, per il mio interiore bisogno di verità, di amore, di felicità tutte queste enciclopediche ricchezze scientifiche? E le loro stesse strabilianti applicazioni tecniche mi rendono più uomo, più buono, più felice? Se non sono coordinate con il problema della mia esistenza personale, della mia irrinunciabile immortalità, che valgono esse per me?

In questi profondi e inesorabili quesiti trova le sue radici il bisogno religioso, la religiosità naturale, che oggi molti cercano di contenere e di soffocare, come una dispersione dello spirito al di fuori della zona chiara, concreta, positiva del sapere moderno. Ma l’uomo è l’uomo: se non lo si vuole comprimere e privare delle sue vere dimensioni spirituali non dovremo privarlo delle sue ali aperte per sorvolare il panorama materialista e positivista, non dovremo imprigionarlo nella cella angusta e cieca dell’ateismo che non spiega nulla, e che anzi rende tutto il cosmo un pauroso mistero; ma dovremo piuttosto allenare la mente evoluta dallo sviluppo scientifico e culturale al suo sforzo trascendente, a volare nel cielo della luce e dell’immensità religiosa. Dovremo abituare il nostro mondo scolastico e lavoratore al desiderio e alla ricerca di Dio. «Spiritum nolite extinguere», non spegnete lo spirito (Thess. 5, 19). La religione è il respiro di cui l’uomo moderno ha sempre maggiore bisogno: per vivere!

Ma a questo punto il dramma umano non è concluso; piuttosto si apre verso un’aspirazione, che potrebbe essere disperata. La religiosità, cioè l’attitudine e l’atteggiamento dell’uomo verso la conquista di Dio non è di per sé sufficiente per placare questa aspirazione. La religiosità è un grido lanciato nelle immensità misteriose dell’Essere; ma essa non ha la sicurezza d’ottenere una risposta adeguata all’ampiezza dei suoi desideri; anzi quel poco, anzi quel molto, che essa, cioè la virtù conoscitiva naturale, riesce a raggiungere del mondo divino (come l’esistenza di Dio) (Cfr. DENZ.-SCH. 2755-2756; 2853; 3875), non le è sufficiente. Non basta all’uomo levare le braccia verso Dio, vuole raggiungerlo, vuole incontrarlo, vuole stabilire un rapporto bilaterale, veramente religioso . . . Lo può? Qui si apre al nostro sguardo un quadro sconcertante: quello delle religioni; delle religioni inventate dall’uomo; tentativi alle volte audacissimi e nobilissimi, altre volte e più spesso conati vani, fantastici, superstiziosi, e perfino diabolici; problema cioè circa il giudizio che dobbiamo dare sul fatto che nel mondo e nella sua storia esistono molte, moltissime religioni. Che cosa dobbiamo pensarne?


L'INSEGNAMENTO DEL CONCILIO

Il Concilio ci ha luminosamente istruiti a tale riguardo. L’umanità è unica; unica dovrà essere la verità, cioè la religione, che la mette in autentico rapporto con Dio. Ma il fatto non si può negare: la molteplicità delle religioni. «Gli uomini, dice il Concilio, attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana che, ieri come oggi, turbano profondamente il cuore dell’uomo . . . La Chiesa Cattolica nulla rigetta di ciò che è vero e santo in queste religioni . . .» (Nostra aetate, l - 2). Sapremo come comportarci. Ma succede questo: che mentre cresce ai nostri giorni l’interesse culturale rispetto alle varie religioni, - si vedano le poderose enciclopedie pubblicate a tale riguardo in questi ultimi tempi (in Italia, ad esempio, quella del P. Pietro Tacchi Venturi, e quella in via di pubblicazione, diretta da Alfonso Di Nola e coordinata da Mario Gozzini), cresce al tempo stesso l’agnosticismo religioso, cioè il dubbio, anzi l’indifferenza e la negazione sul contenuto obiettivo d’ogni religione, non esclusa la nostra. Nel caso migliore si ripete sotto i nostri occhi l’avventura di Paolo ad Atene, citata come abilissima introduzione al suo discorso nell’Areopago: «Ateniesi - egli dice - io vi vedo dappertutto singolarmente interessati alla religione. Tanto è vero che vedendo i vostri simulacri ho trovato perfino un altare con questa iscrizione: "al Dio ignoto". Ora quello che voi onorate senza conoscerlo, io lo annuncio a voi» (Act. 17, 22-23).

Questo, uditori carissimi, è un fatto di estrema importanza, perché dice due cose capitali; la prima, diciamo così, di diritto; e cioè alla religiosità soggettiva dell’uomo deve corrispondere una religione positiva, obiettiva di fatto; e la seconda è che tale risposta è data autenticamente e pienamente soltanto dalla religione cristiana. Qui è il cardine della storia umana; qui è la realtà dei destini umani. Ancora e sempre, noi lo dobbiamo proclamare col recente Concilio (ib.): «Cristo è la via, la verità e la vita, nel quale gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a Se stesso tutte le cose» (Cfr. 2 Cor 2Co 5,18-19).

SPERANZA NEI GIOVANI

Sappiamo di enunciare una cosa enorme. Il passaggio dell’uomo pensante dall’ignoranza agnostica o atea al riconoscimento d’una religione naturale necessaria è un processo difficile, ma, per forza di cose, inevitabile; il secondo passaggio, da un senso religioso, anche sincero e profondo, ma vago e incerto, ad una verità religiosa determinata e risolutiva, è un processo ancora più difficile e dovuto ad un’estrema onestà di pensiero e di vita (Cfr. Io. 3, 21), in concomitanza ad un segreto intervento divino. È ciò che nella nostra nomenclatura chiamiamo «conversione» (Cfr. Marc Mc 1,15), vera epifania della grazia, vera metamorfosi dell’uomo vecchio nell’uomo nuovo, vera fenomenologia psicologica e morale, di cui nulla v’è di più interessante nella letteratura dello spirito umano. Tanto per intenderci: ricordiamo Nicodemo, ricordiamo S. Paolo, S. Agostino...; perché non ricordare Papini . . . E, col beneficio dell’inventario, cioè con la libertà d’un giudizio critico, perché non ricordare quei giovani «hippies», che abbiamo visti fotografati con iscrizioni di maiuscola evidenza sui loro rudimentali indumenti: «I love Jesus», io amo Gesù. Snobismo, dilettantismo? Chi sa! Speriamo di no: ciò almeno indicherebbe che l’orientamento verso la conclusione risolutiva del problema religioso oggi può avvenire anche mediante forme imprevedibili, anche improvvise, capricciose e mimetiche; e avvenire per la via dei Giovani. Che siano i Giovani oggi a riconoscere il Cristo? Come nel giorno delle Palme? Noi lo speriamo; anzi sappiamo che vi è fra loro, fra i più seri di loro, fra i più coraggiosi, qualcuno che sa ascoltare l’invito frecciante di Lui, e sa subito annunciare agli amici: «Abbiamo trovato il Messia» (Io. 1, 41).

Dio voglia! Con la nostra Apostolica Benedizione.

Parrocchiani di S. Maria «Regina Mundi» in Roma

Siamo particolarmente lieti di salutare il folto numero di appartenenti alla Famiglia parrocchiale romana di S. Maria Regina Mundi, di Torrespaccata, guidati dal loro Parroco P. Nazareno Mauri, venuti per restituirci, come si suol dire, la nostra recente visita della mattina del Santo Natale, e per rinnovarci i sentimenti di filiale venerazione dell’intero quartiere.

Vi sono anche dirigenti, educatori ed alunni dell’Istituto Nazionale per l’assistenza agli Orfani dei Lavoratori Italiani e una rappresentanza di professori e allievi della Scuola Media «Luigi Capuana».

Ma oltre il delicato pensiero di tornare a vederci, questo incontro vuole significare un doveroso atto di riconoscenza a Dio per il primo decennio di fondazione della Parrocchia, istituita dal nostro Predecessore di v. m. Giovanni XXIII, alla confluenza di due importanti vie consolari, in una zona di largo respiro e abitata da laboriosa popolazione.

E non può non meritare il nostro compiacimento il sapere che la Comunità ecclesiale di S. Maria Regina Mundi, in armonia ai voti espressi dal Concilio Vaticano II, è animatrice di iniziative culturali, sociali e missionarie: il gruppo di Teologia e di formazione all’Apostolato dei Laici, quello dei generosi donatori del sangue in continuo aumento, i sacri tempi dell’Avvento e della Quaresima dedicati al sacrificio per trarne i mezzi atti a finanziare una scuola dell’Indonesia.

Mentre vi manifestiamo la nostra soddisfazione per il ribadito impegno di fedeltà, così palese nel vostro entusiasmo, e per quanto abbiamo ricordato, vi esortiamo a proseguire in santa emulazione nella via intrapresa, a crescere in Cristo nella fedele dedizione a Maria.

Sui vostri propositi, sulle vostre famiglie discenda propiziatrice la nostra Benedizione, che volentieri estendiamo a tutta la Comunità parrocchiale.

Artisti e personale del Circo Orfei

Siamo lieti di porgere un saluto cordiale ai dirigenti, agli artisti e agli addetti ai servizi del Circorama Orfei, oggi venuti con i loro familiari. La vostra presenza porta certo una nota inconsueta a questa Udienza; e mentre vi ringraziamo per il delicato atto di omaggio, che avete voluto compiere per ricevere la nostra benedizione, vi esprimiamo un particolare augurio per la vostra attività professionale. Sappiamo a quanti rischi, a quanti disagi essa sia esposta; voi non avete mai una stabile dimora, voi peregrinate di città in città per dare uno svago ai bambini e agli adulti, che li fa vivere per qualche ora in un mondo esotico e variopinto, ove le forti emozioni si susseguono alle pause di serenità. Comprendiamo il vostro lavoro, auguriamo che esso sia sempre apportatore di letizia sana e costruttiva; e vi siamo vicini, esortandovi a vivere in codesta vostra condizione una delle principali condizioni dell’esistenza cristiana: «Non abbiamo qui una dimora che permane, ma cerchiamo quella futura» (Hebr. 13, 14): quella del Cielo, a cui tutti siano rivolti, con la speranza nel cuore, con l’amore a Dio e al prossimo. In pegno della nostra benevolenza, di cuore vi benediciamo, pregando il Signore per voi, affinché non vi manchi mai il conforto della continua assistenza divina.

Studenti del «Field Service»

Con sincera gioia accogliamo stamane anche un gruppo di giovani, provenienti da diversi Paesi, che trascorrono un anno di studio in Italia presso scuole medie superiori, a cura dell’American Field Service - Associazione Italiana.

Vi salutiamo cordialmente, carissimi giovani, e auguriamo a ciascuno di voi un fecondo profitto, non solo sul piano culturale, ma altresì e soprattutto su quello personale, nell’esperienza di contatti fraterni, di comprensione reciproca, di affinamento e di arricchimento interiore. Vogliamo incoraggiare lo sforzo cosciente e lieto, con cui attendete ad acquisire una completa formazione intellettuale, spirituale e morale, per porre le basi sicure e valide del vostro domani. Da questa preparazione integrale dipendono in gran parte - e voi ben lo sapete - la vostra felicità personale e il vostro vero successo, come pure il progresso culturale e civile dell’ambiente nel quale lavorerete.

Siate volenterosi nell’applicazione agli studi, siate docili alla disciplina, disposti a far fruttificare i talenti della vostra giovinezza, pensosi sempre della verità e del bene. Con questi voti, che vi porgiamo con cuore di Padre, e con l’assicurazione della nostra preghiera per l’avveramento delle aspirazioni e dei propositi, che all’odierno incontro voi avete inteso recare con animo di figli devoti, diamo volentieri ad ognuno di voi, ai Dirigenti e ai collaboratori dell’Associazione che vi assiste, alle rispettive famiglie, ai vostri insegnanti e condiscepoli la nostra Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 19 gennaio 1972

Provate a mettere la vostra mente, il vostro spirito, anzi la vostra coscienza di vivere davanti al cumulo delle questioni maggiori, quelle che riguardano l’origine dell’universo, il senso della vita, l’ansia del conoscere il destino dell’umanità, il fenomeno religioso che intende rispondere a questi problemi, assorbendo e superando quanto la scienza e la filosofia ci possono dire in proposito; e provate a collocare il fatto cristiano in mezzo e al di sopra di tali interrogativi, che riconosciuti nelle loro esigenze sconfinate chiamiamo tenebre, ma che al confronto col fatto cristiano stesso si rischiarano, e lasciano intravedere la loro misteriosa profondità ed insieme una certa loro nuova meravigliosa bellezza, e sentirete echeggiare dentro di voi, come fossero in questo stesso istante pronunciate, le parole notissime del Vangelo di Giovanni: «La luce risplende nelle tenebre» (Io. 1, 5); il panorama del cosmo si è illuminato come dalla notte fosse sorto il sole, le cose mostrano un loro incantevole ed ancora esplorabile ordine; e l’uomo quasi ridendo e tremando di gioia viene a conoscere se stesso, e si scopre come il viandante privilegiato che cammina, minimo e sommo; nella scena del mondo, con la simultanea coscienza d’aver diritto e capacità di dominarlo, e d’avere insieme dovere e possibilità di trascenderlo nel fascino d’un nuovo rapporto che lo sovrasta: il dialogo con Dio; un dialogo che si apre così: «Padre nostro, che sei nei cieli . . .».

Non è sogno, non è fantasia, non è allucinazione. È semplicemente l’effetto primo e normale del Vangelo, della sua luce sullo schermo di un’anima, che si è aperta ai suoi raggi. Come si chiama questa proiezione di luce? si chiama la Rivelazione. E come si chiama questa apertura dell’anima? si chiama la fede.

Stupende cose, che attingiamo a quel libro sublime di teologia e di mistica, che si chiama il catechismo, cioè il libro religioso delle verità fondamentali. Ma questa prefazione vuole oggi interessare quanti ci ascoltano ad una successiva questione, che noi riteniamo di massima importanza rispetto alla condizione ideologica, in cui oggi l’uomo pensante religiosamente si trova; e cioè: il contatto con Dio, risultante dal Vangelo, è un momento iscritto in una naturale evoluzione dello spirito umano, la quale tuttora continua mutandosi e superandosi, ovvero è un momento unico e definitivo, del quale dobbiamo nutrirci senza fine, ma sempre riconoscendone inalterabile il contenuto essenziale? La risposta è chiara: quel momento è unico e definitivo. Cioè la Rivelazione è inserita nel tempo, nella storia, ad una data precisa, ad un avvenimento determinato, che con la morte degli Apostoli si deve dire concluso e per noi completo (Cfr. DENZ.-SCH. 3421). La Rivelazione è un fatto, un avvenimento, e nello stesso tempo un mistero, che non nasce dallo spirito umano, ma è venuto da un’iniziativa divina, la quale ha avuto molte manifestazioni progressive, distribuite in una lunga storia, l’antico Testamento; ed è culminata in Gesù Cristo (Cfr. Ebr. 1, 1; 1 Io. 1, 2-3; Const. Conc.

Dei Verbum DV 1). La Parola di Dio è così finalmente per noi il Verbo Incarnato, il Cristo storico e poi vivente nella comunità a Lui congiunta mediante la fede e lo Spirito Santo, nella Chiesa, cioè il suo Corpo mistico.

Così è, Figli carissimi; e così affermando, la nostra dottrina si stacca da errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo, e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione cristiana della vita e della storia. Il modernismo rappresentò l’espressione caratteristica di questi errori, e sotto altri nomi è ancora d’attualità (Cfr. Decr. Lamentabili di S. Pio X, 1907, e la sua Enc. Pascendi; DENZ.- SCH. 3401, ss.). Noi possiamo allora comprendere perché la Chiesa cattolica, ieri ed oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione; il magistero pastorale la sua funzione primaria e provvidenziale; l’insegnamento apostolico fissa infatti i canoni della sua predicazione; e la consegna dell’Apostolo Paolo: Depositum custodi (1 Tim 1Tm 6,20 2 Tim 2Tm 1,14) costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; ed a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act. 4, 20).

Questa troppo sommaria lezione non è qui finita, perché resterebbe da accennare come questa rivelazione originaria si trasmetta attraverso la parola, lo studio, l’interpretazione, l’applicazione; cioè come essa generi una tradizione, che il magistero della Chiesa accoglie e controlla, talvolta con decisiva e infallibile autorità. Resterà anche da ricordare come la conoscenza della fede e l’insegnamento che la esibisce, cioè la teologia, possano esprimersi in misura, in linguaggio, in forma diversa; cioè come sia legittimo un «pluralismo» teologico, quando si contenga nell’ambito della fede e del magistero affidato da Cristo agli Apostoli e a chi loro succede.

E resterà ancora da spiegare come la Parola di Dio, custodita nella sua autenticità, non sia, per ciò stesso, arida e sterile, sì bene sia feconda e viva, e destinata non solo ad essere passivamente ascoltata, ma vissuta, sempre rinnovata ed anche originalmente incarnata nelle singole anime, nelle singole comunità, nelle singole Chiese, secondo le doti umane e secondo i carismi dello Spirito Santo, di cui dispone chiunque si fa discepolo fedele della Parola viva e penetrante di Dio (Cfr. Hebr. 4, 12).

Forse ne riparleremo, a Dio piacendo. Ma bastino intanto questi frammenti di dottrina cattolica a rendervi pensosi, fervorosi e felici. Con la nostra Benedizione Apostolica.

Capitolari Scalabriniani

Il nostro saluto riverente ed affettuoso si rivolge ora ai Padri Capitolari della Congregazione dei Missionari di S. Carlo, che tutti conoscono sotto il nome di Scalabriniani, presenti a Roma per portare a termine la seconda e conclusiva fase del loro Capitolo Generale Speciale.

Vi siamo sinceramente grati di questa visita, figli carissimi, e cogliamo volentieri l’occasione per manifestarvi ancora una volta tutta la stima che nutriamo verso la vostra benemerita Congregazione, dedicata all’assistenza religiosa degli emigranti italiani. Oggi più che mai la Chiesa avverte l’urgenza di un apostolato, qual è quello a cui con zelo esemplare si prodigano i valorosi Missionari Scalabriniani. Nell’esprimervi il nostro compiacimento per l’importante avvenimento che state celebrando, noi auguriamo che il vostro Istituto, grazie all’aggiornamento che riceverà dalle vostre sagge decisioni, si trovi sempre più autenticamente aderente ai suoi fini ed alla spiritualità che vi ha impressa quella grande figura di apostolo che fu il Servo di Dio Mons. Giovanni Battista Scalabrini, Vescovo di Piacenza, il cui nome e le cui preveggenti iniziative (come la Società di San Raffaele), anche a distanza di tempo, sono motivo di profonda ammirazione e di salutare incitamento. E nello stesso tempo facciamo voti che l’opera scalabriniana, dinamica come sempre ed attenta alle necessità dell’ora presente, possa sviluppare sempre più la propria efficienza, sia religiosa che morale e sociale, a favore di tanti lavoratori lontani dalla patria ed esposti a mille pericoli spirituali e morali.

Vi sostenga l’aiuto divino specialmente in quanto vi è di faticoso nel vostro nobilissimo compito; e a tal fine vi impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione, che volentieri estendiamo ai vostri confratelli e a tutti gli emigrati da loro assistiti.

Cappellani Militari della P. S.

Nell'udienza di stamane abbiamo la gioia di accogliere un gruppo di Cappellani Militari, addetti al Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, che partecipano ad un Convegno di studio su problemi pastorali, presso il Centro di Spiritualità Francescana a Grottaferrata.

Cari e venerati sacerdoti! Voi venite a recarci l’espressione dei sentimenti della vostra devozione filiale; venite a presentarci la testimonianza dello zelo animatore della vostra attività e a rinnovare davanti a noi i propositi che la devono guidare e sorreggere; e venite a chiedere al Vicario di Cristo una parola di conforto.

Siamo particolarmente lieti di incontrarci con voi, per manifestarvi l’alta considerazione in cui noi teniamo la vostra specifica missione di apostolato, per ringraziarvi del prezioso servizio pastorale che compite con esemplare abnegazione, e per incoraggiarvi a perseverare in esso con rinnovato vigore e con autentica fedeltà alla vostra vocazione, affinché possiate sempre meglio essere sostegno spirituale a quanti sono affidati alle vostre sollecitudini sacerdotali.

Noi vi seguiamo con la preghiera, che vi invoca l’assistenza costante del Signore, perché ciascuno di voi si allieti di frutti fecondi, pur nella difficoltà del vostro ministero; e vi siamo vicini con grande fiducia, con paterno affetto, con speciale Benedizione.

Collegio S. Olaf

We wish to greet in a special way a group of professors and students who have come to visit us from St. Olaf’s College in Northfield, Minnesota. We trust that your stay in the city of Rome will prove both pleasant and profitable. We shall pray for you in your efforts to study Christ and his teaching ever more deeply and we invoke upon you and your loved ones blessings from God.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 26 gennaio 1972

Chi, come noi e come chiunque abbia la duplice responsabilità di conservare la propria fede religiosa e di comunicarla ad altri, avverte ad ogni istante che la difficoltà a credere, e, in genere, a professare la religione oggi è cresciuta.

Che l’uomo abbia una innata tendenza religiosa non si può negare; ma che l’uomo progredito ed evoluto del nostro tempo incontri oggi maggiore fatica ad assecondare tale tendenza e a condurla ad espressioni concrete e soddisfacenti, questo stupisce, questo addolora. Stupisce e addolora, specialmente perché sembra chiaro che la causa generale della irreligiosità moderna sia proprio il progresso moderno. L’uomo è cresciuto in ogni campo: della sua coscienza, della sua scienza, della sua attività; ed è invece diminuito nella sua capacità di comunicare col mondo religioso. Che sia il progresso a vanificare la religione?

Ci accorgiamo di entrare in un mare di questioni, di ogni genere, alle quali ora non intendiamo certo rispondere. Non basterebbero volumi. Intendiamo soltanto porre la vostra attenzione davanti all’osservazione del fatto vastissimo e notissimo della decadenza della pratica religiosa per stimolare la vostra mente a chiedersi perché. Quali sono le cause vere di questo grande fenomeno? E per ora ci basterebbe che la vostra indagine si limitasse ad individuare le cause interiori, le cause soggettive e personali. Vi preghiamo solamente di cercare da voi stessi i motivi di questo fenomeno. Che il fenomeno della irreligiosità moderna, ovvero dell’agnosticismo diffuso nella mentalità propria del nostro tempo, ovvero del processo laicizzatore dell’opinione pubblica, sia nel mondo della cultura, sia in quello della politica, sia in quello sociale, si debba ritenere fenomeno importante, e sotto molti aspetti fenomeno grave ed operante, nessuno lo può negare; e ciò tanto nel foro delle coscienze, quanto in quello degli orientamenti caratteristici della civiltà. Non è dunque vano e superfluo tentare di rendersi ragione dello svolgimento negativo odierno del fenomeno religioso.

Ricerca doverosa. E ricerca feconda. Se pretendiamo d’essere «adulti», cioè intelligenti, cioè liberi, cioè impegnati nell’uso intensivo e logico delle nostre facoltà umane, dobbiamo porre a noi stessi il problema religioso, nella sua concreta pienezza: il problema della fede.

Rinunciamo in questo momento a fare dell’apologia. Ci basti l’analisi, la diagnosi. E lasciando a ciascuno di tentare questa onesta riflessione, noi ora la mettiamo sulla strada dell’indagine con qualche semplice domanda. E la prima sia questa: è facile arrivare alla conoscenza religiosa naturale, cioè per via di ragione? o rivelata, cioè per via di fede? Noi anticipiamo la risposta: no, non è facile. Anche se è profondamente radicata nell’essere umano: mente, cuore, sentimento, radicata, diciamo, l’aspirazione verso Dio, non è facile soddisfare questa aspirazione. Siamo essenzialmente orientati verso di Lui, verso l’Assoluto, verso la ragione suprema di tutte le cose, verso il principio e il fine di tutto quanto esiste ed avviene; ma noi non riusciamo a farcene una concezione adeguata, e tanto meno una immagine sensibile o fantastica soddisfacente. La nostra religione naturale, se una religione vogliamo ammettere che, almeno potenzialmente, noi portiamo dentro di noi, essa non sarà che una ricerca di Dio, un tentativo d’avvicinarci a Lui. Coloro stessi che sostengono di raggiungere l’idea di Dio per il fatto stesso che pensano e che vogliono, come intimo e sommo coefficiente della verità del pensiero e della bontà del volere, devono ammettere la natura indeterminata, e perciò nebulosa, di questa iniziale e seminale conquista di Dio: Egli è al vertice dei desideri, Egli è alla radice delle ricerche, Egli è sotto il velo di un’intuita immanenza; ma Dio rimane mistero, e perciò tormento e dramma dello spirito umano. Sappiamo questo forse per qualche intima e abbagliante esperienza personale; lo sappiamo dalle pagine più alte dei mistici e dei poeti; e lo sappiamo anche dai libri che consideriamo divini: dice, ad esempio, l’evangelista-aquila, S. Giovanni: «Nessuno mai ha veduto Dio» (Io. 1, 18); e così S. Paolo: «Le cose divine nessun altro le sa fuorché lo Spirito di Dio» (1 Cor. 1Co 1,11).

Perciò non è da meravigliarsi se da sempre la questione religiosa è difficile, e per molti, superficiali o superstiziosi, essa rimane altrettanto presente allo spirito, quanto insolubile.

Insolubile per difetto di buona ricerca. E questa è la causa che ora ci interesserebbe esplorare. La religione, e tanto più la fede, è difficile non solo per se stessa, ma anche per causa nostra. Noi non impieghiamo le nostre facoltà in maniera soddisfacente. Noi tutti, discepoli del nostro tempo, siamo di solito molto bravi ad applicare secondo le regole richieste ogni nostro strumento affinché questo raggiunga il suo fine. Nessuno di noi userebbe, ad esempio, una macchina fotografica senza la rigorosa osservanza delle norme che le sono proprie per ottenere il risultato voluto, quello d’una fotografia perfetta. Così si dica d’ogni altro strumento a nostra disposizione: esso deve essere adoperato secondo le regole requisite per la efficacia del suo servizio. Sotto questo aspetto, il progresso ci ha educato ad essere molto bravi, e ci ha abituati a conseguire conquiste meravigliose, tanto che, generalmente parlando, siamo portati a preferire questo modo di conoscenza, diciamo di conoscenza strumentale e scientifica a qualsiasi altro modo di conoscenza; e a questo riguardo possiamo ammettere che il progresso strumentale e scientifico ci attrae, ci conquide, ci appassiona in concorrenza e spesso in contrasto con la conoscenza speculativa e con la profonda esperienza morale, le quali servono normalmente di vie alla vita religiosa. Abbiamo trascurato le vie della sapienza per correre lungo le vie della scienza. Non che la sapienza e la scienza si escludano a vicenda, ché anzi l’una postula l’altra vicendevolmente. Ma il fatto si è che la mentalità moderna si appaga della certezza e della utilità pratica del suo razionalismo nozionale e scientifico a scapito del ragionamento filosofico (Cfr. Rom. 1, 20) e della ricerca della verità per i sentieri dell’onestà morale (Cfr. Io. 3, 21); e ciò rende più difficile la vita religiosa e l’accettazione della fede. Un errore di metodo, un peccato di omissione, una distrazione pedagogica grava sulla mentalità comune moderna; un laicismo esclusivista, una rinuncia all’impiego delle superiori facoltà spirituali, una opacità materialista ha impedito all’uomo del nostro tempo di venire a colloquio col mondo religioso, con la Realtà indispensabile ch’esso contiene e dischiude soltanto ai cercatori umili e saggi della luce divina, agli alunni dello Spirito, ai captatori del dono inestimabile della fede e della grazia. Forse per molti di noi si verifica quel tremendo verdetto del Vangelo, che fa d’un certo uso dell’intelligenza stessa una cecità: «guarderanno e non vedranno» (Cfr. Matth Mt 13,14 Is Mt 6,9 Io Mt 12, 40, etc. ).

Qui la questione religiosa si complica ancora terribilmente, perché vi si innestano due fattori delicatissimi e a priori imponderabili: la libertà umana e la misteriosa libertà divina; siamo alle soglie dell’insondabile problema della predestinazione. L’uomo arriva a Dio liberamente, nonostante il rigore dei ragionamenti teologici; e Dio salva l’uomo liberamente, non avendo noi mai un vero diritto dinanzi a Lui; anche i nostri meriti derivano, in fondo, dalla sua misericordia.

Che cosa diremo dunque? difficile, irreparabilmente difficile questo problema della religione e della fede? insuperabile, insolubile? e lo possiamo allora dire inutile, superfluo, anzi tormentoso e nocivo? Vi è chi tale lo dice! Ma osservate com’esso è drammatico: è problema necessario! Necessario per i dati inevitabili di verità e di realtà che esso contiene; necessario per le sorti ineffabili di tragicità e di perdizione, ovvero di salvezza, di felicità, di vita, che per noi, per ciascuno di noi, esso impone al nostro esistenziale destino.

Allora? Allora comprendiamo Cristo! la sua venuta, la sua parola, la sua salvezza. Egli è la Via . . . Pensate!

Con la nostra Benedizione.

Sacerdoti benemeriti dell’Arte Sacra

Un paterno saluto rivolgiamo ora al distinto gruppo di ecclesiastici italiani, ai quali la Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia ha voluto conferire un diploma di benemerenza per lo zelo da essi dimostrato in studi sull’arte sacra, in erezione di musei diocesani e nella direzione di uffici per erigende chiese.

Al doveroso riconoscimento di queste degnissime persone votate allo studio, alla tutela e all’incremento dell’arte sacra in Italia, volentieri aggiungiamo la nostra parola di compiacimento e di incoraggiamento per la loro preziosa opera in un settore così importante della vita pastorale. Opera che merita tutta la nostra stima e riconoscenza, perché oltre a conservare il patrimonio artistico della Chiesa, oltre a servire il culto e favorire il connubio fra bellezza e fede, essa contribuisce all’educazione e alla pietà cristiana dei fedeli, per alimentare la quale tanti tesori artistici furono concepiti e prodotti. È quindi un grande servizio che voi, figli carissimi, rendete sia alla religione che all’arte, tanto più meritevole di apprezzamento in quanto - come ci è stato assicurato dal vostro solerte Presidente - il vostro impegno intende muoversi nel rispetto delle norme emanate dall’autorità ecclesiastica e in conformità alle prospettive aperte dal rinnovamento liturgico Post-conciliare. Perciò volentieri formuliamo l’augurio che, per opera vostra, l’arte sacra in Italia riceva vigoroso impulso, atto non solo a valorizzare la produzione artistica religiosa del passato, ma a trarre altresì da essa feconda ispirazione per nuove forme espressive.

Intanto noi vi accompagniamo con la nostra preghiera e di gran cuore vi impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Federazione delle Suore Ospedaliere

Un paterno saluto è dovuto oggi al numeroso gruppo di Superiore di Comunità Religiose operanti presso enti ospedalieri, cliniche, case di cura, riunite a Roma per il Convegno Nazionale indetto dalla Federazione Italiana Religiose Ospedaliere.

Vi accogliamo con vivo compiacimento, figlie carissime, e siamo lieti di questo incontro per esprimervi ancora una volta tutta la nostra gratitudine per la testimonianza di carità che voi offrite in seno alla Chiesa con la vostra generosa dedizione. Il tema del vostro Convegno: «La Superiora di fronte all’impegno della formazione continuata delle Suore» ci dice che le ansie e le sollecitudini della Chiesa per l’incremento della vita spirituale nei vostri Istituti hanno trovato in voi eco profonda e piena rispondenza. Ecco allora la consegna che vi affidiamo: procurate con ogni mezzo che l’intimità con Cristo attraverso una sincera e profonda vita interiore abbia a conservare sempre il primato in mezzo alle vostre Comunità. È questa vita interiore, amata e curata e sempre più sviluppata, che vi renderà angeli di conforto presso coloro che soffrono, vi aiuterà a comprendere e ad amare i pazienti a voi affidati, affinerà in voi gli impulsi più nobili del vostro cuore, vi farà vedere negli ammalati il grande misterioso Paziente, che soffre in ciascuno di coloro sui quali si curva la vostra amorosa assistenza. Non abbiate mai a temere che in tal modo sia intralciato il vostro dinamismo apostolico o possiate essere impedite di dedicarvi a fondo nel servizio degli altri. È vero esattamente il contrario. Ciò che si dà a Dio non è mai perduto per l’uomo; è stimolo anzi all’azione e sorgente feconda di energie soprannaturali.

Questi sono i nostri voti, come ci sgorgano dal cuore; e mentre preghiamo il Signore per voi, per le Comunità affidate alle vostre cure, per i vostri cari ammalati, paternamente impartiamo a tutti, in auspicio di ogni più desiderato bene, la propiziatrice Apostolica Benedizione.


1972-AUDIENZE