1972-AUDIENZE - Mercoledì, 26 gennaio 1972




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 9 febbraio 1972

Non pare anche a voi, visitatori carissimi, che arrivando a questa benedetta sede, dove è onorata la tomba dell’apostolo Pietro, e dove perciò s’impernia il cardine della Chiesa cattolica, e che qui un’ora sostando insieme a chi, tanto indegnamente, ma legittimamente a quel beato apostolo è successore, non pare anche a voi, diciamo, che il panorama del mondo, del mondo umano, si distenda davanti agli occhi dell’anima? non pare anche a voi che la scena amplissima, affascinante ed inquieta della nostra società, della sua storia mutevole, del suo dramma continuo, si presenti sotto un aspetto particolare, quello cioè del suo rapporto con questo punto focale della religione cattolica? quanti, quanti volti umani, da ogni punto del globo vediamo rivolti verso questa direzione, quanti occhi fissi verso questo faro della fede? quale singolare esperienza offre allo spirito la scoperta di questa convergenza nella fede, nella speranza, nella carità, cioè nell’essenza della nostra religione, che ci fa gustare l’onda corale dei fratelli in comunione di preghiera e di vita con noi? come sentiamo il prodigio, che veramente sa di mistero, dell’unità coincidente con l’universalità! non pare forse che la visione assuma l’aspetto d’una sconfinata raggiera, dove Cristo è unico centro di luce e di vita, circondato dall’umanità che prende forma e splendore al riverbero del lume divino?


CRISTO UNICO CENTRO DI LUCE E DI VITA

Contemplate, gustate, ricordate, se lo Spirito Santo ve ne dà la grazia, questa felice e polare impressione: questo è un quadro del mondo, messo a fuoco per l’obiettivo del cuore. Ma per chi bene osserva lo spettacolo, per stupendo che sia, non appare perfetto, non è totale. Anzi esso presenta dei vuoti immensi; zone opache occupano la maggior parte del globo, non solo geografico, ma antropologico; umano, cioè, spirituale e sociale; e non solo in regioni lontane, ma anche in paesi vicini, anzi in sedi, dove la nostra stessa vita si svolge. La fede cattolica non copre tutta la faccia della terra, ma nelle tavole statistiche solo qualche campo luminoso, ma incompleto; si vede quale terreno disponibile all’azione missionaria attenda ancora l’annuncio del Vangelo. Per di più risaltano vasti territori, geografici e sociologici, dove al Vangelo è precluso l’ingresso. Sembra che da molte parti salga ancora la voce udita in sogno dall’apostolo Paolo, dal missionario per eccellenza: «Vieni ad aiutarci!» (Cfr. Act. 16, 9); e sembra che con misteriosa e desolata amarezza Paolo stesso ci ricordi gli abissi esistenti nello spazio della salvezza: «non di tutti è la fede»! (Thess. 3, 2)

E ancora. Ed è questo l’aspetto che noi osiamo presentarvi, anche in questo momento di unione e di gaudio: quale disinteresse per la fede cattolica, per la religione in genere, per la pratica della vita cristiana è un po’ dappertutto diffuso e va guadagnando la mentalità moderna! Quale difficoltà incontra la verità del Vangelo, quale opposizione l’insegnamento della Chiesa, Madre e Maestra!

Com’è facile comprendere, questo colossale e complicato fenomeno, per capirlo e tanto più per affrontarlo, esige una analisi accuratissima, che noi certo non intendiamo svolgere qui. Intendiamo soltanto richiamare su di esso la vostra attenzione, quale segno della vostra partecipazione alla nostra sofferente, ma insonne sollecitudine apostolica. Perché oggi tanta noncuranza religiosa? perché tanta insensibilità spirituale? perché tanta avversione all’osservanza della vita ecclesiale? Quali mezzi, quale sapienza, quale amore impiegare per diffondere e per rendere accetto e gradito il nome di Cristo? È il problema della costituzione pastorale «Gaudium et Spes».

Sarebbe cosa saggia, noi crediamo, e degna della vostra perspicacia e della vostra fedeltà tenere presente questa interiore domanda: quali sono le ragioni dell’indifferenza e dell’ostilità religiosa? Ciascuno può dare alla inchiesta di questa diagnosi non una, ma molte risposte. Noi stessi, che ci poniamo continuamente questa riflessione, e che anche in queste udienze del mercoledì abbiamo cercato di darvi qualche frammentaria spiegazione, ci accorgiamo del bisogno di ben altra indagine, che non quella che viene spontanea ad un’osservazione immediata e fugace. Esistono, per fortuna, tanti libri a questo riguardo.


«VIGILATE ET ORATE»

Ma perché allora di nuovo ne parliamo? Ne parliamo, primo, per stimolare in ciascuno di noi la vigilanza. Si tratta d’un’alluvione d’irreligiosità, che tutti ci minaccia. Diremo con Gesù Cristo: «vigilate e pregate, affinché non siate sedotti dalla tentazione» (Mt 26,41). La vita religiosa non può più svolgersi, come una volta, su le rotaie tranquille della consuetudine; non può più sentirsi sicura dalla protezione del costume sociale e della legge civile; non può più reggere con qualche aforisma di buon senso; deve mantenersi e affermarsi per via di convinzione e di istruzione (la via della catechesi almeno, tanto in onore nella cristianità primitiva), per via di coscienza, per via di coerenza, ed anche per via di coraggio e di sacrificio. Oggi, per essere cristiani, bisogna volerlo essere. La grazia, cioè la possibilità di esserlo con facilità e con gaudio, non ci manca; ma occorre entrare nella pedagogia e nell’economia della grazia, affinché l’esperimento vittorioso riesca.

E secondo. Ne parliamo perché ci sembra che un’obiezione generale alla vita religiosa, a quella nostra, cattolica, specialmente, oggi sia quella utilitaria: la religione, a che cosa serve? A che cosa serve credere, pregare, andare in Chiesa, eccetera? non è superfluo? non è mitico? non è antiquato? non è noioso? non è oneroso? La mentalità moderna è, in fondo, persuasa dell’inutilità della fede; la cultura moderna sembra supplire magnificamente all’integrazione spirituale, che prima si attingeva dalla fede. L’educazione moderna è antropocentrica, mentre la religione è teocentrica: è un’alienazione. Questa mentalità, fondata sull’interesse soggettivo e personale, è così diffusa e così padrona dell’uomo moderno, che è lecito domandare se la fede non possa usufruire di questa attitudine egocentrica per farsi accogliere dallo spirito umano, non d’altro occupato che di se stesso. Cioè: può la fede presentarsi all’uomo come un suo proprio interesse?

LA SALVEZZA: SUPREMO INTERESSE DELL’UOMO

Noi intravediamo l’ambiguità della risposta nell’equivoca definizione di ciò ch’è nostro interesse. Quale inganno sarebbe la fede, e quale deformazione essa subirebbe, se la religione si facesse accogliere «per interesse» temporale, economico, terreno, per un vantaggio puramente egoistico! Ma non sarebbe forse conforme alla psicologia contemporanea e alla pedagogia di tutti i tempi presentare la fede sotto l’aspetto dell’utilità superiore per introdurla nel cuore degli uomini? (Non ha scritto S. Agostino il suo primo libro dopo l’ordinazione sacerdotale intitolato De utilitate credendi?) (PL 42). E non è mediante il gioco che si attrae e si educa il fanciullo? Diciamo di più: non è sotto questa prospettiva personale, soggettiva, sommamente utilitaria, che il Signore stesso ha presentato il suo regno: quando ha detto: «Che cosa giova all’uomo conquistare anche tutto il mondo, se poi perde l’anima sua?»? (Mt 16,26) E non è oggi la salvezza l’espressione sintetica della religione? La teologia odierna gravita nell’orbita dell’interesse, del supremo interesse umano, la salvezza dell’uomo, la salvezza del mondo?

Un dubbio sorge a questo punto, la cui soluzione tutto c’insegna: è lecito, è giusto vedere la religione sotto questo angolo visuale, dell’utilità umana? Risposta: sì, fratelli, per merito di questa grande e centrale e felice rivelazione: Dio è beatitudine; Dio è la nostra beatitudine. Dio ci ama. Dio si è interessato di noi, fino a farsi in Cristo nostro fratello, anzi nostro salvatore; «tanto Egli ha amato il mondo, da dare per esso il suo Figlio unigenito» (Io. 3, 16). Siamo nella sfera dell’amore, se entriamo nella sfera della fede. Si è parlato tanto di amore predicando la devozione cristiana. Ma forse non sempre abbiamo avvertito noi stessi e fatto agli altri avvertire quale incantevole scoperta sia quella dell’amore di Dio per noi, e com’esso penetri e urga alle porte dei nostri desideri e dei nostri dolori per farci risentire il bisogno e la felicità d’essere cristiani, cioè uomini veri, uomini salvi (Cfr. Os Os 11,1 ss.; Jr 31,3 Mt 11,28).

Qui, colme potete comprendere, non finisce il discorso. Qui comincia, ma non per qui, per la vita. Con la nostra Apostolica Benedizione.

Centro Ignaziano per direttori di Esercizi Spirituali

Siamo lieti di trattenerci per qualche istante nella Udienza di stamane con i partecipanti al IV Corso Internazionale per la formazione di Direttori di Esercizi Spirituali, organizzato a Roma dal Centro Ignaziano di Spiritualità. Salutiamo volentieri il Padre Luigi Gonzalez, Direttore del Centro stesso, e salutiamo con lui i valorosi professori che collaborano al corso come pure i sacerdoti, i religiosi e le religiose che vi partecipano, provenienti da paesi e continenti diversi.

Vi ringraziamo, figli carissimi, del pensiero che avete avuto per noi e vi esprimiamo tutta la nostra compiacenza per una iniziativa così importante ed opportuna nell’attuale fase di rinnovamento postconciliare della Chiesa. Proponendovi di approfondire e aggiornare gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio, voi vi dedicate ad un lavoro tra i più fruttuosi oggi per le anime. Tale pratica, alla cui diffusione tanto contribuirono i figli di S. Ignazio, costituisce non solo una pausa tonificante e corroborante per lo spirito in mezzo alle dissipazioni della chiassosa vita moderna, ma altresì una scuola ancor oggi insostituibile per introdurre le anime ad una maggiore intimità con Dio, all’amore della virtù e alla scienza vera della vita come dono di Dio e come risposta alla sua chiamata.

Continuate adunque su questa strada, figlioli! E voi, benemeriti Padri Gesuiti, siate fedeli ad una missione che altamente qualifica ed onora la vostra Compagnia. Tutti vi protegga e vi aiuti la Vergine Santissima - modello e maestra della vita interiore - e vi conceda di condurre molte anime su questo sentiero verso le vette della perfezione, fino a «formare l’uomo maturo, al livello di statura che attua la pienezza di Cristo» (Ep 4,13).

A tanto vi conforta la nostra propiziatrice Apostolica Benedizione.

Marinai inglesi

We give a special welcome to the officers, cadets and sailors of the British naval squadron at present visiting Civitavecchia. As you continue your voyage in the Mediterranean you will see many of the places that Saint Paul visited on the journeys he undertook to spread the Good News of Jesus Christ. In his words "we wish you happiness; try to grow perfect; help one another. Be United; live in peace, and the God of love and peace will be with you" (1 Cor. 1Co 13,11).




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 1° marzo 1972

Non possiamo staccarci dal pensiero dominante nella Chiesa durante questo periodo di preparazione alla Pasqua. È il pensiero della penitenza, che contrasta con le nostre abitudini e con la nostra mentalità. Noi siamo rivolti con ogni nostra intenzione e con ogni nostro sforzo a togliere dalla nostra vita quanto ci procura sofferenza, dolore, fastidio, incomodo; siamo orientati verso una continua ricerca di comodità, di godimento, di divertimento; vogliamo essere circondati dal benessere, dagli agi, dalla buona salute, dalla fortuna; tutto facciamo per ridurre sforzo e fatica; siamo, in fondo, gente che vuol godere la vita: un buon pasto, un buon letto, un buon passeggio, un buono spettacolo, un buono stipendio, . . . ecco l’ideale. L’edonismo è la filosofia comune, il sogno della esistenza per tanti nostri contemporanei. Tutto vorremmo facile, soffice, igienico, razionale, perfetto d’intorno a noi. Perché penitenza? V’è forse bisogno di rattristare l’animo con un simile pensiero? Donde viene un così sgradito richiamo? Non è forse un’offesa alla nostra concezione moderna dell’uomo?

Questo monologo apologetico del «comfort», come espressione del modo ideale di trascorrere gli anni del nostro vivere, potrebbe continuare assai, e documentarsi di ottimi ragionamenti e di ancor migliori esperienze; ma ad un certo punto deve arrestarsi di fronte a non meno valide obiezioni: vogliamo rendere molle, mediocre, la nostra vita? Oziosa ed imbelle, e senza la pazienza e lo sforzo di grandi virtù? Dov’è l’agonismo, dov’è l’eroismo, che dà all’uomo la sua vera e migliore statura? Dov’è il dominio della propria pigrizia e della connaturata viltà? E poi: come armare lo spirito di fronte alle sofferenze e alle sventure, di cui la vita non ci risparmia la sorte? E come dare all’amore la sua vera e più alta misura, ch’è il dono di sé, il sacrificio? E non è il sacrificio, questa attitudine, per sé antinaturale, classificabile nel grande libro della penitenza?

E poi ancora: può un cristiano sfuggire alla legge della penitenza? Cristo parla forte: «Se non farete penitenza, voi tutti perirete» (Lc 13,5). Cioè: il bisogno, il dovere della penitenza non nascono forse da necessità intrinseche al nostro essere di uomini decaduti? Perché tali siamo: noi portiamo in noi una malattia atavica, le conseguenze cioè del peccato originale, le quali rimangono in grande parte anche dopo il battesimo; siamo esseri bisognosi di sorveglianza morale, di riparazione, di espiazione, cioè di penitenza. Che se a questa cronica e comune disfunzione congenita del nostro organismo psico-morale si sono aggiunte altre deficienze e altre rovine, cioè i peccati personali, attuali, come li chiamano i maestri di morale, questa obbligazione di restaurarci nell’ordine con Dio, con la coscienza e altresì con la comunità dei fratelli (sulla quale si riflettono, volere o no, le nostre colpe personali), si fa più grave e più urgente e, pur troppo, spesso ricorrente; il precetto della penitenza, a nuovo titolo dunque, inesorabilmente s’impone.

Ma che cosa è dunque la penitenza? È una autorepressione, una reazione contraria al soggetto che la compie. È una terapia molesta compiuta da chi vuole entrare o rientrare nel regno della salvezza, il regno dei cieli (Cfr. Mc 1,15 Mt 3,2 Mt 4,17). In che cosa consiste? Qui il discorso si farebbe lungo, se dovesse enunciare le varie forme esterne, interne, sacramentali, rituali . . . , in cui la penitenza può essere praticata. Basti dire che questa cura ricostituente e preservativa della nostra perpetua caducità deve durare almeno come sentimento e proposito, per tutta la vita (Cfr. S. TH. III, 74, 8).

Ma ora fermiamo un istante l’attenzione sopra l’aspetto interiore della penitenza, quello obbligatorio e per tutti possibile, quello che con il termine biblico, divenuto quasi d’uso corrente, si chiama metánoia, che vuol dire conversione, pentimento, cambiamento interiore. Vuol dire mutazione di mentalità. Ed è questa che più importa: mutare pensiero, mutare idee, mutare maniera di giudicare se stessi, mutare coscienza, da falsa in vera.

Questa penitenza interiore è indispensabile, anche per noi credenti, per noi cristiani; perché significa raddrizzare il proprio orientamento logico e morale secondo l’itinerario di quella verità, che rivolge all’ordine, al bene, all’amore, a Dio la nostra vita. E noi, che abbiamo la fortuna di conoscere questa concezione della nostra vita destinata, per congenita vocazione e per l’inserzione battesimale nel disegno della salvezza, alla comunione con Dio, il Padre celeste, mediante Cristo, nello Spirito Santo, dobbiamo avvertire continuamente l’ansia di questa rettifica generosa ed amorosa, come il pilota della nave avverte continuamente il dovere di manovrarne il timone per mantenerla sulla rotta stabilita, dalla quale, per onde e venti, è facile deviare.

Ed in questo periodo liturgico, nel quale l’esortazione a questa metánoia, a questa penitenza interiore, a questo riordinamento della nostra mentalità e della nostra moralità, si fa pressante, dobbiamo domandare a noi stessi con coraggiosa franchezza: che cosa dobbiamo correggere nel nostro segreto, intimo governo personale? Ancora una volta ritorna alle labbra la sentenza scultorea di Pascal: «Tutta la nostra dignità consiste nel pensiero . . . Procuriamo dunque di pensare bene: ecco il principio della morale» (PASCAL, Pensées, 347).

Pensare bene! Sarebbe questa la migliore metánoia, la migliore conversione, la migliore penitenza! Cioè la migliore disposizione per entrare nel piano della salvezza, per bene celebrare il mistero pasquale, per dare al nostro cristianesimo la sua verace e felice espressione, personalmente e socialmente!

Pensare bene! Fratelli e Figli carissimi! Ricordate che da questo punto si deve cominciare. Ricordate che non è facile. Non solo per un certo sforzo mentale a ciò richiesto, che ai professionisti del pensiero, ai filosofi, ai cercatori della verità speculativa può essere faticosissimo e drammatico (ricordiamo i grandi convertiti), ma anche, e questo per tutti, per un certo sforzo morale, che il ben pensare richiede. Il cambiare la propria mentalità errata e difettosa domanda umiltà e coraggio. Il dire a se stesso: ho sbagliato, esige non poca forza di animo. La rinuncia a certe proprie idee fisse, che sembrano definire la personalità: «Io la penso così! io sono libero di pensare come voglio! io appartengo alla tale ideologia, e nessuno me la farà cambiare», ecc., domanda davvero un rivolgimento di spirito, solo possibile a chi sacrifica ciò che ha di più suo, la propria opinione o convinzione, alla verità. E per chi di solito è dominato da istinti passionali o da interessi illeciti, l’innestare un’altra marcia nella guida delle proprie azioni, la marcia dell’onestà, della virtù, della religiosità, è operazione sconvolgente e rinnovatrice assai costosa e meritoria. Perdonare un’offesa, ad esempio, superare un’antipatia capricciosa, un puntiglio d’onore, un’occasione di usare la violenza, ecc., può essere esercizio di penitenza, proprio sulla buona linea dell’amore cristiano.

Del resto, cambiare, demolire, rinnovare . . . non è nell’indole del nostro tempo rivoluzionario? Tutto sta a vedere che cosa, e come, e perché si deve tutto mutare. Per noi cristiani valga l’esortazione, che la Chiesa fa propria, di S. Paolo: «Rinnovatevi nello spirito della vostra mente» (Ep 4,23 Rom Ep 12,2).

Con la nostra Apostolica Benedizione.

Gruppo di Missionari

Ein wort herlicher Begrüßung richten Wir noch an die anwesende Gruppe der Steyler Missionare, die zur Zeit in Nemi ihr Terziat machen. Sie kommen, liebe Mitbrüder im Priesteramt, aus elf Nationen und arbeiten in fünfundzwanzig verschiedenen Missionsgebieten. Diese Tatsache ist symbolhaft für die Universalität der Kirche, die allen Völkern und Nationen das Heil in Jesus Christus künden will. So notwendig die Vertiefung ihrer missionarischen Ausbildung ist, geben Sie den Vorzug immer dem Gebetsleben. Predigen Sie Christus den Gekreuzigten und leben Sie den Nichtchristen durch ein heiligmäßiges Leben vor, was wahres Christentum ist. Dann sind Sie würdige geistliche Söhne Ihres Stifters, des Dieners Gottes Pater Arnold Janssen. Von Herzen erteilen Wir Ihner und allen Anwesenden unseren Apostolischen Segen.

Studenti di Montserrat

Nos complacemos en dirigir un especial saludo a los componentes de la «Escolanía de Montserrat», que con otros cantores de diversos Países habéis venido a Roma para grabar la «Misa Romana» de Pergolesi y habéis querido visitarnos y ofrecernos el homenaje de vuestro arte musical.

Os agradecemos de corazón este gesto filial, a través del cual hoy se nos hace particularmente presente vuestra célebre Abadía, centro de espiritualidad y de devoción a la Santísima Virgen María, quien en el silencio, la austeridad y la belleza de la montaña acoge el amor de los fieles y protege maternalmente vuestra querida tierra. Allí vuestra oración se eleva hacia el cielo revestida con la nobleza del canto sagrado, a cuyas notas se unen la fe y el amor de los peregrinos.

Cuando volváis a Montserrat, os pedimos también una plegaria a la Santísima Virgen por el Vicario de Cristo y por toda la Iglesia. Nós os acompañamos con nuestro paternal afecto y con nuestra Bendición para vosotros, para la Abadía, para vuestros familiares y para todos los amadísimos hijos de Cataluña y de España entera.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 8 marzo 1972

Se noi vogliamo entrare nell’intelligenza della concezione generale dell’ordinamento religioso cristiano, e se vogliamo applicare questo ordinamento alla nostra salvezza, non possiamo esimerci dal fare menzione d’un capitolo essenziale di questa storia del rapporto oggettivo ed esistenziale fra l’uomo e Dio; e questo capitolo, vastissimo e tremendo, s’intitola il peccato. Non si può prescindere da questo fatto tragico, che parte dalla rovina iniziale del genere umano, il peccato originale, e che si ripercuote in tutta l’immensa e successiva rete delle sventure umane e delle nostre fatali responsabilità, che sono i nostri peccati personali, se si vuole capire qualche cosa della missione di Cristo e della economia di salvezza da Lui istituita, e se vogliamo esserne noi stessi partecipi. Non possiamo entrare nel santuario orante e sacramentale della liturgia, specialmente quando essa celebra non solo la memoria del racconto evangelico della passione, della morte e della risurrezione di nostro Signore, ma il compimento del mistero della redenzione, alla quale tutta l’umanità è interessata, se non abbiamo presente l’antitesi di questo dramma, ch’è appunto il peccato. Il peccato è il nodo negativo di questa dottrina e di questo perdurante intervento salvifico, che ci fa acclamare Cristo liberatore e che ci dà coscienza della nostra sorte, infelicissima prima, beatissima poi rispetto al mistero pasquale quando noi vi siamo associati.


DINIEGHI DELL'UOMO MODERNO

Il peccato: oggi è una parola taciuta; la mentalità del nostro tempo rifugge non soltanto dal considerare il peccato per quello che è, ma perfino dal parlarne. Pare questa parola fuori uso, quasi un termine sconveniente, di cattivo gusto. E si capisce perché. La nozione di peccato coinvolge due altre realtà, di cui l’uomo moderno non intende occuparsi: una Realtà trascendente assoluta, vivente, onnipresente, misteriosa, ma innegabile, ch’è Dio; Dio creatore, che ci definisce sue creature. Volere o no, «in Dio noi viviamo, ci moviamo ed esistiamo», dice S. Paolo nel suo discorso all’Areopago d’Atene (Act. 17, 28); a Dio tutto dobbiamo; l’essere, la vita, la libertà, la coscienza, e perciò la nostra obbedienza, condizione dell’ordine, della nostra dignità e del nostro vero benessere: Dio amore, vegliante sopra di noi, immanente, invitante al colloquio paterno-filiale della sua comunione, del suo regno soprannaturale. E una seconda realtà soggettiva e relativa alla nostra persona, una realtà metafisico-morale; e cioè la relazione insopprimibile delle nostre azioni al Dio presente, onnisciente, interrogante la nostra libera scelta. Ogni nostra azione libera e cosciente ha questo valore di scelta alla conformità o alla difformità alla legge, cioè all’amore di Dio, ed in Lui, per così dire, si trascrive, ed in Lui registra il nostro sì, ovvero il nostro no. Questo no è il peccato. È un suicidio.

Perché il peccato non è soltanto un nostro difetto personale, ma un’offesa interpersonale, che dalla nostra persona arriva a Dio; non è soltanto una mancanza ad una legalità dell’ordinamento umano, una colpa verso la società, o verso la nostra logica morale interiore; è una rottura mortale del vincolo vitale, obiettivo, che ci unisce alla sorgente unica e somma della vita, che è Dio. Con questa prima fatale conseguenza: che noi, i quali siamo capaci, in virtù del dono della libertà, che l’uomo «a Dio fa simigliante» (Cfr. DANTE, Par. 1, 105), di perpetrare quell’offesa, quella frattura, e con tanta facilità, non siamo poi mai più capaci, da noi stessi, di ripararla (Cfr. Io. 15, 5). Siamo capaci di perderci, non di salvarci. Questo ci fa riflettere dove arriva la nostra responsabilità. L’atto diventa stato; uno stato di morte. È terribile. Il peccato porta con sé una maledizione, la quale sarebbe condanna irreparabile, se da Dio stesso non partisse in nostro soccorso un’iniziativa, rivelatrice della sua onnipotenza nella bontà e nella misericordia. E questo è meraviglioso. Questa è la redenzione, la suprema liberazione. Dice una stupenda orazione liturgico-teologica: «O Dio, che massimamente ‘manifesti la tua onnipotenza con il perdono e con la misericordia . . . » (Colletta della decima domenica dopo Pentecoste, nell’antico messale).

RIPRENDERE I RAPPORTI CON DIO

L’idolatria dell’umanesimo contemporaneo, che nega, o trascura questo nostro rapporto con Dio, nega o trascura l’esistenza del peccato. Ne deriva un’etica folle. Folle d’ottimismo, che tende a rendere tutto lecito, quanto piace o quanto giova, e folle di pessimismo, che toglie alla vita il suo senso profondo, derivante dalla distinzione trascendente del bene e del male, e la avvilisce in una visione finale di angosciosa e disperata fatuità.

Il cristianesimo invece, che tanto acuisce la sensibilità del peccato, ascoltando la lezione insuperabile del Divino Maestro (Cfr. Il discorso della montagna), ne profitta per iniziare l’uomo al senso della perfezione, e lo consola col dono della energia spirituale, la grazia, che lo rende capace di tendervi e di conseguirla. Ma soprattutto mette in atto il suo inesauribile prodigio del perdono di Dio, cioè della remissione dei peccati la quale comporta la risurrezione dell’anima nella partecipazione alla vita e all’amore del regno di Dio.

Restauriamo in noi la retta coscienza del peccato, non paurosa, non debilitante, ma virile e cristiana. Crescerà quella del bene in opposizione a quella del male. Crescerà il senso della responsabilità, saliente dal nostro interiore giudizio morale, per allargarsi al senso dei nostri doveri, personali, sociali, religiosi. Crescerà il nostro bisogno di Cristo, il medico delle nostre miserie, il Redentore e la vittima dei nostri mali, il Vincitore del peccato e della morte, Colui che ha fatto dei suoi dolori e della sua croce il prezzo del nostro riscatto e della nostra salvezza. Con la nostra Apostolica Benedizione.

Gruppo assicurativo SIARCA

Ed ora un cordiale saluto ai numerosi Agenti del Gruppo Assicurativo della Società Internazionale di Assicurazioni e Riassicurazioni, i quali, convenuti a Roma per il loro Congresso Nazionale, hanno manifestato il desiderio di partecipare a questa Udienza e di porgerci la espressione della loro filiale devozione.

Questo omaggio graditissimo al Vicario di Cristo, figli carissimi, che avete voluto espressamente inserire nel programma dei vostri incontri romani, è di per sé un esemplare atto di fede e una testimonianza dell’amore che voi portate alla Santa Madre Chiesa; e ci rivela altresì lo spirito a cui s’informa la vostra vita professionale. Ve ne ringraziamo di cuore, e vi diciamo tutta la nostra paterna soddisfazione, incoraggiandovi a continuare sempre con coscienza, coerenza e generosità nell’adempimento dei vostri doveri di cristiani e di cittadini.

Portate il nostro saluto ai vostri colleghi spiritualmente uniti a voi in questa significativa circostanza, e portatelo soprattutto ai vostri familiari. Su tutti il Signore effonda grazie copiose di buona volontà, di pace, di letizia, delle quali vuol essere pegno la nostra Apostolica Benedizione.

Centro internazionale Lasalliano

Nous sommes très heureux de saluer ici le groupe international des Frères des Ecoles chrétiennes du Centre Lassallien et celui des Frères du Sacré-Coeur. Vous avez quitté momentanément votre tâche d’enseignants et d’éducateurs, chers Fils, pour une période de renouvellement spirituel dans la prière et l’étude. Nous vous disons notre joie de vous voir réunis en ce centre visible de l’Eglise pour ce temps fort de votre vie, et Nous vous encourageons de tout coeur dans votre recherche d’une vie toujours plus authentiquement évangélique, car elle est le gage de votre véritable efficacité. Tant de jeunes attendent la lumière du Christ! Ils sont si nombreux à courir le risque de se trouver, selon la parole de l’Evangile, camme un troupeau qui n’a pas de berger! Votre vocation est, plus que jamais, essentielle, aussi est-ce de grand coeur que Nous vous bénissons.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 15 marzo 1972

La Pasqua è vicina: siamo pronti? siamo preparati a celebrarla come si deve? Ogni fedele, e possiamo dire ogni uomo informato, sia pure vagamente, del significato di questa festa, avverte che essa è al centro della nostra religione, sia per il mistero di Cristo, di cui la Pasqua è memoria e attualità perenne, cioè la redenzione da Lui operata, sia per la relazione che tale mistero ha con la Chiesa e col mondo, con tutta l’umanità, per cui Egli, il Signore, è morto e risorto; una relazione, che si fa personale per ciascuno di noi, che voglia davvero, cioè vitalmente, partecipare alla salvezza operata da Cristo, vale a dire alla comunione, all’inserimento della propria vita in quella infinita di Dio. La Pasqua è, dunque, per noi per eccellenza, un avvenimento personale; è la riconciliazione, il ricongiungimento della nostra anima con la pienezza dell’Essere divino, in misura ed in forma superiore ai limiti della nostra natura, in modo cioè soprannaturale; è la inaugurazione iniziale della vita eterna, quale speriamo raggiungere pienamente e godere nell’eternità. La Pasqua è la festa della vita, per la nostra vita.

Ripetiamo: la celebrazione della Pasqua è un fatto che ci riguarda tutti personalmente. La nostra personalità è invitata a dispiegarsi nella maniera più sincera e più aperta davanti a questo incontro con Cristo, il Quale vuole celebrare esistenzialmente in ciascuno di noi il suo «passaggio» dalla morte alla vita, la sua e nostra risurrezione. Siamo disposti a sperimentare in noi stessi questo prodigio?

La domanda è molto importante: tocca in profondità la nostra coscienza. Perché la coscienza? Perché essa, davanti a questo sommo atto religioso, si sveglia. Si sveglia precisamente sotto quell’aspetto che essenzialmente riguarda la nostra più autentica realtà umana, la coscienza morale. Qui sarebbe necessario ricordare il grande insegnamento relativo alla coscienza umana; ma diciamo subito che per coscienza s’intende quella conoscenza che uno ha di se stesso (Cfr. S. TH. I, 79, 13); è un atto riflesso, che può accontentarsi d’una semplice riflessione circa una qualsiasi circostanza della propria vita, un atto di memoria, un senso dello stato della propria salute, o più propriamente una esplorazione psichica sopra i propri sentimenti, o i propri intendimenti; ma più esattamente noi chiamiamo coscienza il senso, o meglio il giudizio che uno, spesso spontaneamente, dà di se stesso in ordine al proprio modo di agire: al bene (la buona coscienza), o al male (la cattiva coscienza). Giudizio questo che si riferisce da sé all’ordine, che deve presiedere alla nostra condotta, all’uso della nostra libertà, al compimento del nostro dovere, all’orientamento e allo stato della nostra vita soprattutto rispetto a Dio. Intelletto e volontà, nell’atto di coscienza morale, si sentono simultaneamente impegnati a definire tutto l’uomo qual è nel confronto intuitivo (per via di sinderesi) con la propria forma ideale, con la sua immagine perfetta, ch’è quella della somiglianza con Dio. Ed è facile che questo confronto sia negativo, cioè accusatore d’una difformità, che diventa fastidiosa, alcune volte intollerabile: è il rimorso.

Ricordate com’è scolpito nella parabola del figliol prodigo il processo psicologico e morale della coscienza? Dice il divino Maestro circa il protagonista di quella storia simbolica: in se reversus, ritornato in sé (Lc 15,17). Ecco la rinascita della coscienza, ecco l’inizio della salute. Ritornato in sé. Il che significa che quell’infelice figliolo, anche vivendo nell’intensità dei suoi giovani anni, delle sue passioni, dei suoi piaceri, era «fuori di sé». Cioè la sua coscienza non era in fase di attenzione e di verità. Facciamo attenzione anche noi: oggi si parla tanto di coscienza, e si applica questa raffinata e umanissima parola ad ogni sorta di cose presenti nel nostro spirito; dobbiamo anzi dire che del termine «coscienza» si abusa assai spesso. Innanzi tutto per trasferirlo a significati che ne rinnegano il significato più alto e specifico. Quanti narcotici, ad esempio, sono di moda per assopire o per alterare la «dignitosa coscienza e retta» (DANTE, Purg. 3, 8) da cui una persona onesta dovrebbe sempre essere guidata! quanta propaganda oggi si fa per diffondere non la coscienza, ma l’incoscienza nel coonestare con unilaterali teorie sul libero arbitrio, o sulla cosiddetta rivendicazione dell’autonomia dell’uomo moderno, l’azione sottratta ad ogni regola morale.

Più spesso si dà alla coscienza un valore puramente psicologico, che trova oggi nella psicoanalisi e nella relativa psicoterapia grande fiducia e grande espansione, spingendo essa nelle profondità inconscie biofisiologiche degli istinti le sue sottili ricerche. Ma per quanto interessanti ed anche utili possano essere queste esplorazioni della nostra vita istintiva ed emotiva, esse non possono eludere alla fine, né sopprimere nel cuore dell’uomo l’attitudine naturale ad agire secondo la inestinguibile norma morale, violata o repressa la quale, si pronuncia nella coscienza quella peculiare reazione, che chiamiamo rimorso. Il rimorso è la rivincita della coscienza morale; e può dirigersi, come l’esperienza vissuta e letteraria c’insegna, verso le espressioni negative dello spirito, come l’angoscia o la disperazione (ricordate la tragica fine di Giuda) (Mt 27,3-5); ovvero verso quelle positive (ricordate il pianto rigeneratore dell’amore di Pietro) (Mt 26,75 Io Mt 21,15-17).

Questo per dire che per celebrare la Pasqua dobbiamo passare attraverso una restaurazione della coscienza morale; la quale non può avvenire senza un profondo rivolgimento interiore, la penitenza, tanto nella sua tempesta psico-morale interiore, quanto nel suo gratuito e felicissimo miracolo sacramentale, la confessione, autodenuncia da parte nostra della triste verità della nostra coscienza, sconvolta dal peccato e ricomposta dal pentimento; e poi riaccensione della vita divina in noi mediante la prodigiosa infusione della grazia risuscitante di Cristo.

È un’avventura straordinaria la Pasqua, che sa di catastrofe e sa di vittoria; sa di duello fra la morte e la vita, sa di libera decisione del destino fatale fra la nostra perdizione e la nostra salvezza. A nulla, noi cantiamo nella notte del sabato santo, ci avrebbe giovato il nascere, se non ci fosse stata concessa la fortuna di rinascere.

Preceda dunque alla celebrazione della Pasqua nella comunione sacramentale con Cristo risuscitato e vivo la celebrazione della Pasqua nella penitenza sacramentale con Cristo morto e risuscitato per la nostra redenzione (Cfr. Rom. 4, 25).

Con la nostra Apostolica Benedizione.

L’anno della Pace per la Giustizia

Un cordialissimo saluto desideriamo ora rivolgere ai numerosi membri delle Curie Generalizie degli Istituti Religiosi, sia maschili che femminili, presenti a Roma per l’inaugurazione dell’«Anno della Pace per la Giustizia», promosso dall’Unione dei Superiori Generali e dall’Unione Internazionale delle Superiore Generali.

Ben volentieri abbiamo aderito al vostro desiderio, figli carissimi, e vi siamo riconoscenti del servizio che voi rendete alla Chiesa con una iniziativa così opportuna e attuale. Essa ci assicura che il messaggio dell’ultimo Sinodo e il nostro recente appello a lavorare per la giustizia hanno trovato in voi eco profonda e piena rispondenza. La giustizia è un valore che investe tutti i rapporti della convivenza umana, in ogni campo; ed è un valore alla cui attuazione - che si identifica con l’attuazione della pace - tutti sono chiamati a contribuire, ciascuno adducendo quell’apporto che corrisponde alla sua vocazione particolare.

La dichiarazione del Sinodo: «. . . chiunque ha il coraggio di parlare della giustizia agli uomini, deve lui per primo essere giusto ai loro stessi occhi» (III: L’attuazione della giustizia) si applica in maniera speciale a voi, religiosi e religiose, non soltanto perché il seguire i consigli evangelici deve necessariamente esprimersi con l’amore e il servizio del prossimo, ma soprattutto perché la funzione profetica ed escatologica della vita religiosa richiede che voi siate una testimonianza vivente, un segno del messaggio di giustizia e di liberazione che Cristo ha portato al mondo, contro ogni forma di schiavitù e di oppressione che mortifica la dignità della persona umana.

In tutto ciò è cosa lodevole che le Curie Generalizie facciano il primo passo, esaminandosi alla luce del messaggio sinodale e del nostro appello, oltre che sulla testimonianza di giustizia che intendono dare, anche sul ruolo specifico che hanno in questo campo, e come comunità e come organismo centrale di governo e di amministrazione.

Noi chiediamo, pertanto, volentieri al Signore che benedica i vostri lavori e faccia fruttificare i vostri sforzi, sostenendovi continuamente in quanto vi è di faticoso nel vostro nobilissimo compito; e a tal fine vi impartiamo di cuore la nostra Apostolica Benedizione.

L’istituto di Nazareth in Roma e Napoli

Con particolare compiacimento diamo il nostro benvenuto al gruppo delle Religiose di Nazareth, nella lieta ricorrenza del 150° anniversario di fondazione della loro Congregazione, qui riunite con le Insegnanti, le alunne e le ex-allieve degli Istituti di Roma e di Napoli da esse diretti.

Siamo riconoscenti per questa attestazione di filiale ossequio, e ben volentieri esprimiamo a così benemerita Famiglia fervidi voti d’incremento nello spirito e nell’azione, in favore specialmente della gioventù studentesca, tanto pensosa del suo avvenire ed anelante a dare una risposta retta e adeguata ai propri interrogativi.

Ebbene! Noi ripetiamo alle giovani presenti a questo incontro, che in Cristo Gesù è la vera soluzione di tutti i loro problemi. Egli è, infatti, la luce illuminante che risplende tra le tenebre; è «la verità che tanto ci sublima»; è cibo e bevanda per tutti gli affamati e gli assetati di giustizia; è ristoro per chi è stanco e affaticato; è gaudio beatificante per gli oppressi, gli umiliati, i perseguitati.

Alle Religiose di Nazareth, animatrici di preghiera e di studio, va la nostra parola d’incoraggiamento a perseverare con fedeltà nella loro nobile missione, adeguandola, secondo il magistero ecclesiastico e gli insegnamenti conciliari, alle necessità e alle istanze odierne.

Confortiamo poi le docenti nella dedizione alla loro opera educativa: e confermiamo le allieve nei generosi propositi di virtù e di approfondimento culturale.

Sia per tutte, auspicio e pegno della divina assistenza, la nostra speciale Benedizione Apostolica, che estendiamo altres all’intera Congregazione nella fausta circostanza giubilare, e alle rispettive famiglie.

I Fratelli di San Gabriele

Nous sommes heureux de saluer ici les Frères de Saint-Gabriel, Supérieurs provinciaux et responsables de l’animation spirituelle. Chers amis, votre Institut n’a pas hésité à donner une certaine priorité aux besoins missionnaires de l’Eglise et aux exigences du développement du Tiers-Monde: votre groupe manifeste ce matin cette universalité. Nous vous félicitons de cette préoccupation que vous partagez avec Nous, certain que de jeunes vocations comprendront cet appel. Nous savons les qualités de compétence, de dévouement aux humbles, de sens apostolique qui ont toujours marqué vos oeuvres d’éducation. Aujourd’hui, vous cherchez à juste titre à approfondir votre réflexion théologique pastorale et spirituelle, tout en veillant à former des communautés qui permettent à vos frères de vivre vraiment dans l’intimité du Christ auquel ils se sont consacrés, de se soutenir les uns les autres, et de donner un témoignage de foi, de simplicité évangélique et de disponibilité dans l’amour, où le monde puisse reconnaître la Bonne Nouvelle de notre Seigneur. De grand coeur, Nou vous encourageons et vous souhaitons un Congrès fécond.

Et maintenant, Nous nous tournons avec plaisir vers la très nombreuse délégation de l’Institut Saint-Dominique de Rome. Chères Filles, Nous avons entendu parler de votre maison: elle regroupe, Via Cassia, des élèves de nationalités très diverses, venues puiser dans la culture française une formation solide et ouverte, s’enrichir l’esprit et le coeur grâce au témoignage des religieuses dominicaines et de professeurs compétents, et faire ensemble l’apprentissage d’une vaste fraternité. Puissiez-vous, en même temps, y faire l’expérience de l’Eglise, de cette famille aux dimensions mêmes du monde, dont vous trouvez ce matin ici un signe tangible! Cette Eglise vous a enfantées à la vie de Dieu, elle vous nourrit de ses sacrements et de l’Evangile, elle vous entoure comme une Mère. Mais elle attend que chacun d’entre vous acquière cette personnalité forte, profondément enracinée dans l’amitié de Dieu, à la curiosité éveillée, au jugement droit, au dynamisme créateur, capable de persévérance dans l’effort, apte à servir avec tous les talents que vous aurez eu la chance de recevoir, soucieuse de partager et de contribuer à bâtir demain, ou plutôt aujourd’hui, un monde plus juste, plus fraternel, où l’amour de Dieu ait sa place: sans Lui, comment serait-il vraiment humain? La prière et la pénitence sont les thèmes de votre Carême: priez aussi pour Nous et à toutes les intentions qui nous sont confiées. Et Nous, de tout coeur, Nous vous donnons, comme aux religieuses, aux professeurs et aux aumôniers de votre Institut, notre paternelle Bénédiction Apostolique.

We give a special welcome to the group who have come from Tokyo, visiting many holy places on their journey. You have chosen a very significant title for your pilgrim group: "Ab ortu solis". For you are indeed a demonstration of the truth that "from the rising of the sun to its setting (the Lord’s) name is great among the nations". We pray God to show you his favour. To all of you we impart our Apostolic Blessing.

Pellegrini Panamensi

Con viva complacencia os dirigimos un especial saludo a vosotros, amadísimos peregrinos panameños, que habéis querido demostrar con esta visita vuestra filial devoción al Vicario de Cristo.

Confiamos vivamente en que esta venida a la Ciudad Eterna os ayudará a fortalecer vuestra fe y pedimos al Señor que el contacto con los monumentos y los venerables recuerdos de los primeros siglos de la Iglesia avive en vuestros espíritus los sentimientos cristianos que siempre han de inspirar vuestra vida personal y vuestras actividades al servicio de toda la comunidad.

Os acompañamos con nuestras plegarias y con nuestra paternal Bendición para vosotros y vuestros familiares, y también para todos nuestros amadísimos hijos de Panamá, sobre quienes invocamos la constante asistencia y protección del Altísimo.


1972-AUDIENZE - Mercoledì, 26 gennaio 1972