1972-AUDIENZE - L’ESEMPIO DEL MARTIRE STEFANO


UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 19 aprile 1972

Ancora pensiero, parola, cuore bevono alla fontana pasquale. A Chi ha compreso che la prima conseguenza della vita cristiana è personale, è interiore alla persona stessa, non può celebrare la Pasqua, come noi siamo invitati a fare dalla Chiesa, solo nel giorno celebrativo della risurrezione del Signore, ma altresì nel periodo che succede a questa festività, non può non avvertire che tale conseguenza ha una sua espressione psicologica dominante, che è la gioia. Prima della gioia, lo sappiamo, vi è la grazia e con la grazia, la pace; ma questa, di per sé, supera la nostra interiore sensibilità (Cfr. Phil Ph 4,7), sebbene diffonda in tutto l’essere umano un certo ineffabile benessere, un equilibrio, un vigore, una fiducia, uno «spirito», che dà all’anima un senso nuovo di sé, della vita e delle cose. Ma la gioia è, più d’ogni altro frutto spirituale derivante dalla grazia, dalla carità, il suo effetto dominante (Ga 5,22), tanto che la gioia pervade la liturgia pasquale, col suo «alleluia» e con tutta l’onda di letizia diffusa nello stile del costume cristiano di questa stagione. Anzi noi scopriamo, celebrando il mistero pasquale, che la gioia si effonde in tutta la vita cristiana oltre ogni limite di calendario; è la sua atmosfera, la sua nota caratteristica. Ricordate l’esortazione dell’Apostolo Paolo: «siate lieti sempre nel Signore; lo ripeto, siate lieti!» (Ph 4,4 Ph 3,1). Non può un cristiano essere veramente triste, radicalmente pessimista. Il cristiano non conosce la disperazione; non conosce l’angoscia, la quale sembra essere il traguardo della psicologia moderna, quand’è cosciente di sé, sia essa una «dolce vita», o anche una vita intensa e sofferta, ma senza ideali e senza fede. Si può dire che la gioia, la vera gioia, quella della coscienza, quella del cuore, è un tesoro proprio del cristiano, proprio di colui che veramente crede in Cristo risorto, a Lui aderisce, di Lui vive. Una gioia limpida, che pur troppo non sempre troviamo in coloro che interpretano l’esigenza del Vangelo, come oggi spesso è di moda, quasi un atteggiamento critico ed aspro verso la Chiesa di Dio, e le offrono, invece del franco e lieto saluto della fraternità, lo sfogo acerbo d’un qualche rimprovero, talora offensivo e sovversivo, dove indarno si cerca l’accento amico d’un comune gaudio pasquale. Il gaudio pasquale è lo stile della spiritualità cristiana; non è spensieratezza superficiale; è sapienza alimentata dalle tre virtù teologali; non è allegria esteriore e rumorosa; è letizia che nasce da profondi motivi interiori; né tanto meno è abbandono gaudente al facile piacere d’istintive e incontrollate passioni, ma è vigore di spirito che sa, che vuole, che ama; è l’esultanza della vita nuova che invade, ad un tempo, il mondo e l’anima (Cfr. Prefazio di Pentecoste).


LA CROCE E LA PENITENZA

Ma qui sorge una difficoltà. Non è la croce il segno del cristiano? Non è la tristezza della penitenza altrettanto normale ed obbligante quanto la gioia irradiante dalla novità vitale della risurrezione? Cristiani, non siamo educati ad una certa alleanza col dolore? Ad onorarlo, a tollerarlo, a valorizzarlo fondendolo con la passione del Signore? (Cfr. Col Col 1,24) E poi: tutte le virtù, così dette passive, come l’umiltà, la pazienza, l’obbedienza, il perdono delle offese, il servizio ai fratelli, ecc., non solcano sul volto cristiano le stigmate della sua autentica fisionomia? E il punto-vertice della grandezza cristiana non è il sacrificio? Dov’è la gioia?

Come mettere d’accordo queste due opposte espressioni della vita cristiana, la sofferenza e la gioia? La domanda è spontanea e la risposta non è facile. Cerchiamola dapprima nel dramma dello stesso mistero pasquale, cioè della redenzione, che realizza in Cristo la sintesi della giustizia e della misericordia, dell’espiazione e del riscatto, della morte e della vita. Dolore e gioia non sono più irriducibili nemici. La legge sovrana del morire per vivere è la chiave per comprendere Cristo sacerdote e vittima (Cfr. Io. 12, 24-25), cioè nella sua essenziale definizione di Salvatore.

IL MESSAGGIO EVANGELICO DELLE BEATITUDINI

E cerchiamo la risposta al problema dell’armonia fra gioia e dolore nella vita cristiana nell’applicazione sacramentale della salvezza di Cristo alle nostre singole personali esistenze, nel battesimo e nell’eucaristia specialmente. Cerchiamola nella successione delle fasi diverse in cui si distribuisce il disegno della nostra vita presente: il messaggio evangelico delle beatitudini non è forse la rivelazione d’un nesso fra un presente infelice, povero, mortificato, oppresso, e un domani di beatitudine, di rivincita e di pienezza? Beati, in un futuro domani (fin d’ora pregustato), quelli che oggi sono poveri, sono piangenti, sono oppressi . . . proclama Gesù; la soluzione fa perno sulla speranza, e in Cristo «la speranza non delude» (Rom. 5, 5). «Voi piangerete, mentre il mondo godrà; ma la tristezza vostra si convertirà in gaudio» dice ancora Gesù (Io. 16, 20).


UNA DUPLICE VITA

Anzi, a ben guardare, nella esperienza fedele della vita cristiana i due momenti, quello della sofferenza e quello della gioia, si possono sovrapporre e rendersi simultanei, almeno in parziale misura. S. Paolo lo afferma in una frase scultorea: «Io sovrabbondo di gaudio in tutte le mie tribolazioni» (2 Cor 2Co 7,4). Gioia e dolore possono convivere. È questo uno dei punti più alti, più interessanti e più complessi della psicologia del cristiano, quasi ch’egli vivesse, e in realtà vive, una duplice vita; la propria, umana, terrena, soggetta a mille avversità, e quella di Cristo che in lui è stata già inizialmente, ma realmente infusa. «Non sono più io che vivo, dice ancora l’Apostolo; è Cristo che vive in me» (Ga 2,20).

E Cristo, ricordiamolo, è la gioia!

Auguriamoci tutti di farne l’ineffabile esperienza.

Con la nostra Apostolica Benedizione.

Le «Pie Madri della Nigrizia»

Tra gli altri gruppi, che affollano l’udienza, si trovano duecento Religiose Missionarie comboniane, le «Pie Madri della Nigrizia», che ricordano il primo Centenario di fondazione del loro Istituto. Vi esprimiamo affetto e riconoscenza per l’apostolato, che, in stretta collaborazione con la Sacra Gerarchia e con le direttive della Santa Sede, la Congregazione ha svolto in questi cento anni. Essa è sorta con intenti esclusivamente missionari, nella fioritura di santità e di opere, che seguì alla celebrazione del Concilio Vaticano I; è passata attraverso eventi e trasformazioni, che hanno segnato la storia recente con l’evoluzione e il progresso del Terzo Mondo; ed è significativo che la celebrazione commemorativa, col suo andare alle origini, cada in questo tempo Post-conciliare di presenza pastorale e missionaria della Chiesa. I propositi, che farete in questa circostanza, ripensando allo spirito da cui è sorta la vostra Famiglia Religiosa, non possono essere che di sempre più completa donazione a Cristo e alle anime, nelle linee direttive del Decreto Conciliare Ad Gentes; di piena, leale e disinteressata disponibilità al servizio della Chiesa e della Gerarchia; di fraterna unità nella vita interna della Comunità, affinché la vostra azione di affiancamento missionario tragga dalla carità l’ispirazione e la forza continua. Il Signore benedica le vostre schiere generose, e accompagni l’ulteriore cammino dell’Istituto con l’effusione di ogni suo dono: ve lo auguriamo di cuore, con la nostra Benedizione Apostolica.

La scuola «Mater Divinae Gratiae»

Ci piace ora rivolgere un particolare saluto al gruppo ben numeroso di Religiose che, venute a Roma a frequentare un corso di formazione per Maestre di Noviziato presso la Scuola «Mater Divinae Gratiae», partecipano a questo incontro e da noi attendono una parola di conforto e di incoraggiamento.

Rispondiamo volentieri, Figlie carissime, al vostro desiderio; e il nostro saluto non può che ricordarvi l’Esortazione Evangelica Testificatio, che è stata la continuazione ideale del discorso del Concilio intorno al rinnovamento della vita religiosa. Per voi - diremo - essa ha un particolare valore, in quanto siete destinate a renderla familiare alle vostre Consorelle. Non occorre sottolineare l’importanza del lavoro che svolgerete, tra breve, nelle vostre Case. Ma, intanto, il prepararsi ad esso sarà semplice acquisizione di nuove ed aggiornate nozioni, o perfezionamento di un’adeguata tecnica pedagogica? Sì, anche questo, ma non solo questo! Se volete divenire maestre, non potete prescindere da Colui che - come dice il Vangelo - unus est . . . Magister vester (Mt 23,8). Sappiate cogliere, in questo rapido cenno, l’importanza, anzi la necessità di subordinare il vostro magistero - come, del resto, ogni magistero che, a qualsiasi livello, esiste nella Chiesa - al magistero supremo del Figlio di Dio.

Questa disposizione di fondo vi insegnerà l’umiltà ed il discernimento necessario per entrare nei cuori; vi favorirà nel raccoglimento interiore per ascoltare la voce dello Spirito che parla nel segreto; vi porterà a considerare come sussidiaria, eppur preziosa, la vostra missione rispetto all’azione di Dio; vi solleciterà, infine, ad integrare l’insegnamento con la testimonianza esemplare della vostra vita di anime consacrate.

Vogliamo accompagnare il nostro augurio con una speciale Benedizione, che impartiamo di cuore a voi, alle consorelle delle Famiglie e Nazioni a cui presto ritornerete, ed ai vostri insegnanti.

Soyez les bienvenues, chères Filles de langue française; en vous bénissant de grand coeur, Nous prions Dieu de vous donner la lumière et la force qui vous permettront demain d’aider vos Soeurs à répondre avec joie et générosité à l’appel du Seigneur.

We wish to stress, beloved daughters in Christ, the esteem we have for the religious life. We would like you to understand how much the Lord loves you and how much the word needs the witness of your dedication and of your fidelity. Our prayer today is that your mission of service will be effettive for the glory of God’s name and that he will fill you with his joy. To each of you goes our Apostolic Blessing.

Os acompañamos con nuestros mejores votos para vosotras y vuestra labor, y os aseguramos nuestras plegarias para que sepais guiar a las jóvenes que con amor, gozo y esperanza desean consagrarse al total servicio de Dios y de sus hermanos. Una especial Bendición Apostólica.

Congresso internazionale di chirurgia

Salutiamo i membri della International Academy of Cosmetic Surgery e della Società Italiana di Chirurgia Estetica, venuti a Roma, con i loro familiari, per partecipare al loro primo Congresso Internazionale. Mediante l’impiego dei moderni mezzi di chirurgia voi cercate di ridurre anomalie congenite o acquisite per riabilitare al lavoro persone menomate, e per migliorare i rapporti familiari e sociali; e applicate terapie ausiliarie in soggetti affetti da turbe psichiche o psicosomatiche, derivanti dal confronto quotidiano, oggi particolarmente acuito, con la normalità fisica ed estetica degli altri. La vostra mano paziente di chirurghi sa perciò restituire alla serenità e alla fiducia nella vita persone, che traumi o alterazioni della propria figura conducono ad acuto senso di inferiorità, di sofferenza, talora di rivolta. Il nostro Predecessore Pio XII di v.m., in occasione dell’inaugurazione del reparto di Chirurgia Plastica nell’ospedale romano di S. Eugenio, tracciava un quadro profondo e chiaro della vostra professione, dando i fondamentali principi teologici e morali che debbono regolarla (4 ott. 1958; Discorsi e Radiomessaggi, XX, PP 415-427): tra l’altro, egli sottolineava che «da un lato, l’analogia, sia pure pallida e lontana, tra l’opera del chirurgo plastico con quella divina del Creatore, che plasmò dal limo della terra il primo corpo umano, infondendovi la vita; dall’altro il sollievo che ne deriva a così gran numero di sofferenti; infine l’indefinita varietà dei trattamenti concorrono ad accrescere l’alto interesse di questa parte della chirurgia» (Ibid., p. 421). Quell’allocuzione, la penultima da Lui pronunciata, resta un esemplare trattato di deontologia morale della vostra arte, e ad essa vi rimandiamo perché l’azione che svolgete sia sempre rispettosa delle leggi divine, e improntata alla nobilissima intenzione di aiutare i menomati che soffrono, diciamo cioè, ispirata alla virtù cristiana della carità, al di sopra di interessi particolaristici di affermazione, di prestigio, di lucro.

Ci è gradito cogliere questa occasione per esprimervi il nostro incoraggiamento e assicurarvi la nostra preghiera, affinché il Signore sempre vi assista.

We would like to add a word of greeting in English to the members of the International Academy of Cosmetic Surgery and of the Italian Society of Aesthetic Surgery and their families. Trusting that your International Congress will favour the progress of your branch of surgery, we invoke upon you all the choicest blessings of God.

Il Consiglio per brevetti europei

Nous souhaitons la bienvenue aux membres du Comité exécutif de l’union des Conseils en brevets européens. Vous voulez, chers Messieurs, promouvoir et garantir le statut de ceux dont la haute qualification professionnelle et l’initiative inventive stimulent le progrès industriel.

Cette ingéniosité technique mérite en effet d’être reconnue, respectée et encouragée, sans oublier le bien commun de la société qu’elle doit finalement servir, ni les autres valeurs qui font la grandeur de l’homme. Sur vous, sur tour ceux et celles qui vous accompagnent Nous invoquons de grand coeur les Bénédictions du Seigneur.

Alunni del Seminario Maggiore di Graz

Ein wort herzlicher Begrußung richter Wir an den anwesenden Bischof von Graz-Seckau, Msgr. Weber, der mit den Alumnen seines Großen Priesterseminars und ihren Vorgesetzten zu den Gräbern der Apostelfürsten nach Rom gepilgert ist. Es bedeutet für den Papst immer einen besonderen Trost, zu den künftigen Priestern der Kirche einige Worte sprechen zu können.

Liebe Freunde! Heiligkeit und Wissenschaft sind die beiden großen Leuchten, die Ihr junges Leben erhellen und formen sollen. Eignen Sie sich durch eifriges Studium ein gründliches theologisches Wissen an, so wie es vom zustaìändigen Lehramt der Kirche in den Konzilsdokumenten niedergelegt ist. Stellen Sie in den Mittelpunkt Ihres religiösen Lebens die Anbetung der heiligen Eucharistie und eine glaubensstarke Verehrung der Gottesmutter. Dann steht es gut um Sie und Sie werden einmal würdige Diener des Heiligtums sein. Dazu erteilen Wir Ihnen und allen Anwesenden aus der Ftille des Herzens Unseren Apostolischen Segen.

Studenti ed insegnanti italiani

Carissimi giovani!

Ci fa piacere trovarci in mezzo a voi, e vorremmo salutarvi ad uno ad uno, insieme con i vostri Insegnanti e con i vostri familiari che vi hanno accompagnati, o che, sia pure lontani, sono qui col pensiero e con l’affetto.

A tutti vogliamo assicurare che vi siamo vicini, vi comprendiamo nell’ansia di autenticità, di rinnovamento che vi muove, e tutti vi incoraggiamo a non lasciarvi andare alle mode mutevoli delle ideologie che passano, ma a restare fedelmente attaccati alla Verità che rimane: quella verità che è Cristo, Iute delle nostre menti, che permea di sé le espressioni della cultura, dell’arte, della conoscenza scientifica, perché tutto quanto è luce, bellezza, armonia, ordine, nel cosmo, nella natura, nelle civiltà tutto ha attinto un raggio da Lui, Logos creatore, Verbo seminale del Padre, e a Lui tutto si rapporta nella creazione e nella storia dell’uomo.

Sia Lui la vostra vita, cercatelo con sforzo costante nella fatica dello studio, vivete di Lui, della sua Parola, della sua presenza, della sua grazia. E che il periodo fecondo dei vostri studi sia veramente fondamentale per la formazione della vostra personalità, umana e cristiana.

Con questi voti vi benediciamo di cuore, con i vostri cari e con tutte le benemerite persone che si dedicano a prepararvi alla vita.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Martedì, 25 aprile 1972

Il pensiero della Pasqua, testé celebrata, ci segue, ci insegue. Non possiamo staccarci dalla riflessione del mistero pasquale. È la liturgia che ci esorta a prolungarla, poiché prolunga i suoi riti ed i suoi canti, su tale mistero, che del resto domina la teologia, anzi tutta la vita cristiana.

Come mai questo? Per la novità, l’eccezionalità propria del mistero, cioè la risurrezione di Cristo, «primogenito dei morti» (Ap 1,5 Col 1,18) ritornati alla vita, e con ciò stesso diventato capo e fondatore d’un ordine nuovo; e per la novità che questa inaugurazione d’un nuovo e stupendo disegno divino riverbera sui destini dell’umanità, sul nostro personale destino. La Pasqua, non solo ci fa assistere al passaggio di Cristo dalla morte alla vita, ma instaura altresì una novità di vita per noi.


L'ANNUNCIO DELLA NOVITÀ

Bisogna che ci facciamo, per quanto è possibile, un qualche concetto di questa novità. Il concetto di novità, applicato alla vita stessa dell’uomo, è uno dei cardini della nostra fede, come è uno dei principi della vita spirituale e morale. E non è facile, nemmeno con l’immaginazione, entrare in questo regno delle meraviglie, che l’onnipotenza e la bontà di Dio «ha preparato per coloro che lo amano» (1 Cor 1Co 2,9). La Sacra Scrittura lascia trasparire qua e là un senso incantatore di questo ordine misterioso, al quale siamo incamminati. Ecce nova facio omnia esclama Colui che, nell’Apocalisse, siede sul trono della sua gloria: Io faccio nuova ogni cosa! È l’eco d’un vaticinio del profeta Isaia (Is 43,19), e che lascia intravedere una metamorfosi non solo nel campo umano, ma altresì nel cosmo (2 Cor 2Co 5,17 Is 65,17 Is 2 Petr. Is 3,13 etc. ); tanto che l’orecchio metafisico di San Paolo riesce a percepire il gemito «d’ogni creatura che... è nelle doglie fino a questo momento; e non soltanto essa, ma noi pure che abbiamo le primizie dello Spirito; noi stessi gemiamo dentro di noi aspettando ansiosamente l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo; infatti siamo stati salvati nella speranza» (Rom. 8, 22-24).

L’annuncio della novità si svolge in sistema, di cui noi ora annunciamo soltanto i capitoli. Capitolo primo, dicevamo, la novità della vita di Cristo: Egli, risorto, è proprio Lui in carne ed ossa, ma animato da leggi diverse da quelle che governano l’essere umano psicosomatico nel presente ordine temporale; la Sua è una vita nuova risuscitata e animata dallo Spirito Santo (Lc 24,39); è una vita caratterizzata da uno stato di superamento, uno stato di vittoria (Cfr. Rom. 8, 11).

Questo passaggio ad una pienezza nuova di vita, a noi pure conferita, avviene per gradi. Il primo grado, e in certo senso principale, è il passaggio dallo stato di peccato, cioè di rottura dalla sorgente della vita che è Dio, da uno stato di morte, che è conferito a noi dal battesimo; è questa Ia prima e sovrana novità, la prima e fondamentale liberazione. Se Cristiani, noi camminiamo già in navitate vitae (Cfr. 1 Cor 1Co 15,54 1 Cor 1Co 15,9 1Co 6,4), possediamo ad uno stato iniziale, non sperimentale, ma reale, la grande novità della vita che non muore, candidata alla finale risurrezione.


UNO STILE NUOVO

Questa presente condizione comporta, cioè rende possibile, ed esige un’altra novità, quella spirituale che si esprime nel saperci ed in parte almeno nel sentirci figli di Dio, rinati, elevati ad un livello soprannaturale di esistenza. Abbiamo coscienza di questa fortuna? Di questa novità? Se sì, comprendiamo che una novità, morale questa, deve imprimere alla nostra vita uno stile suo proprio, uno stile cristiano, uno stile nuovo. Anzi, come c’insegna la Sacra Scrittura, dobbiamo lasciare cadere in noi l’«uomo vecchio», e dobbiamo rivestirci dell’«uomo nuovo». Questa parola è un programma. I maestri di spirito trovano tema di ampli e bellissimi insegnamenti: un «abito nuovo» questo, che non si logora, ma che da sé si rinnova, come insegna San Paolo (Col 3,10 Ep 4,23-24 Rom Ep 12,2 2 Cor 2Co 4,16). Uno stile nuovo, lo stile cristiano, sempre in via di perfezionamento, fino all’inverosimile, alla santità; lo insegna Gesù: «Siate perfetti come il Padre vostro celeste . . .» (Mt 5,48 Col 4,12 etc. ).

IN VISTA DELLA VITA FUTURA

Per un cristiano il rinnovamento continuo è programma. Il principio aristotelico della immobilità del centro come principio della mobilità del cerchio intorno al centro rispecchia bene la vita cristiana. Fissità e novità: sono termini che riguardano essenzialmente la vita cristiana, simultaneamente.

E questo binomio di fissità e di novità dovrebbe esserci sempre presente, e darci risposta, sia dottrinale che pratica, alla grande questione modernissima del come essere cristiani fedeli, autentici, liberi e radicati in verità, in forme di vita, che non possono subire variazioni, e del come essere fervorosi e sempre tesi verso forme nuove di vita sempre fiorente di innovazioni e di progresso: bisogna tendere ad un rinnovamento continuo di vita (Cfr. Rom. 6, 4), nella fissità forte ed univoca alla fede (1 Petr. 5). Questa combinazione fra la fissità nella fede, nella speranza, nella carità, nell’ansia della coerenza e dell’autenticità cristiana, con la tensione verso l’esplorazione inesauribile della verità rivelata, nella vivace genialità dell’imitazione di Cristo e del servizio, sempre nuovo, sempre inventivo, alla salute dei fratelli, dovrebbe essere una delle aspirazioni costanti del cristiano autentico; dovrebbe, cioè, la nostra capacità di resistenza allo spirito rivoluzionario proprio del nostro secolo, e di emulazione vittoriosa nello stesso tempo nell’imprimere alla nostra vita cristiana un’agilità di movimenti, una genialità di operazioni benefiche, una freschezza di espressioni spirituali, apostoliche ed artistiche, ricordare a noi stessi il genio del cristianesimo, ch’è una sempre nuova fioritura di vita presente, cioè precaria in vista della futura, ma sicura dell’eternità; e dimostrare agli altri la coerenza e la fedeltà della nostra vita al Cristo risorto, «che ormai più non muore» (Rom. 6, 9).

Con la nostra Benedizione.

Diocesi di Parma

Rivolgiamo ora un cordiale saluto al pellegrinaggio della diocesi di Parma, guidato dal Vescovo Mons. Amilcare Pasini, e organizzato dall’Opera Diocesana per le Vocazioni Ecclesiastiche allo scopo di suscitare l’interessamento dei fedeli su questo problema.

Ecco un’iniziativa che raccoglie la nostra aperta lode e il nostro vivissimo incoraggiamento. Vi esprimiamo perciò, figli carissimi, la nostra gratitudine per il grande conforto che ci procurate con tale impegno, dimostrando così di aver fatto vostro l’ammonimento del Concilio che dice: «Il dovere di dare incremento alle vocazioni . . . spetta a tutta la comunità cristiana» (Optatam totius OT 2). Vi esortiamo pertanto a perseverare con fiducia ed auguriamo di cuore che attraverso i vostri sforzi possa sempre più allargarsi quel concorso spirituale e morale che offre l’ambiente favorevole al fiorire delle vocazioni, e che è dato anzitutto, come lo stesso Concilio afferma, «con una vita pienamente cristiana» e con «la fervente preghiera» (Ibid.). A tal fine volentieri vi impartiamo la nostra Apostolica Benedizione.

Suore di S. Francesco di Sales

Rivolgiamo ora un saluto alle Figlie di San Francesco di Sales, qui presenti con le loro ex-alunne ed alunne, in occasione del primo Centenario di vita della loro Congregazione. La nostra parola vuol essere di compiacimento e di augurio. Compiacimento, anzitutto, per lo sviluppo che la vostra Famiglia Religiosa ha avuto fino ad oggi, dai suoi umili inizi a Lugo di Romagna, il 23 agosto del 1872, quando il locale Prevosto Don Carlo Cavina volle formare un gruppo di apostole della preghiera, della parola e dell’azione fra la gioventù, fra gli ammalati e fra gli anziani, per vivere l’ideale della Croce e della santità secondo lo spirito di grande equilibrio e di serena dolcezza, che promana dalla figura e dall’opera di S. Francesco di Sales. In questi cento anni la Congregazione è aumentata di numero, si è estesa in Francia, e di recente si è anche impegnata nell’azione missionaria diretta. È un segno di vitalità; di qui perciò il nostro augurio, che vi facciamo nel nome del Signore, affinché, fedeli alla fisionomia del vostro Istituto, possiate attendere generosamente alla vita di perfezione per meglio servire la Chiesa. Come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, le anime consacrate «quanto più fervorosamente si uniscono a Cristo con questa donazione di sé, che abbraccia tutta la loro esistenza, tanto più la vita della Chiesa si arricchisce ed il suo apostolato diviene vigorosamente fecondo» (Perfectae caritatis PC 1). Su questa via luminosa di dedizione e di servizio a Cristo e alle anime la vostra Congregazione sappia trovare sempre l’ispirazione per percorrere il suo cammino, in felice continuità con la sua tradizione centenaria, e in uno slancio che si protenda verso il futuro. A tanto vi conforti la nostra Benedizione Apostolica.

Pastori luterani della Svezia

We are pleased to welcome the Right Reverend Dottor Sven Silen, Bishop of the Lutheran Diocese of Västeräs in Sweden and many of his clergy with their wives.

You have come as pilgrims to the shrines of the great apostles and martyrs of the Church in Rome. You have also wished to make contact with the present-day Church here by paying us this visit, which-we assure you-is deeply appreciated, and by meeting the Clergy of Rome. Such contacts are welcome and indeed necessary if our Churches are to develop mutual confidence and work together for the restoration of the full unity willed by Christ. We hope that your visit will mark yet another stage on the road to the reconciliation of full fellowship in faith and charity. We assure you of our affection and of our prayers.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 3 maggio 1972

L'udienza settimanale, durante questo periodo successivo alla Pasqua, trova ancora nella riflessione di questo unico e grande avvenimento, la risurrezione di Cristo, fatto e mistero centrale di tutta l’economia della salvezza, il suo tema preferito. La Pasqua ci insegue, e ci obbliga a domandare a noi stessi se abbiamo dato il debito rilievo al rapporto che la risurrezione del Signore ha con il nostro destino personale, cioè con la nostra risurrezione personale «nell’ultimo giorno» (Cfr. Io. 6, 39-40, etc.).


NUOVO DESTINO

Il Signore ha vinto la morte per Se stesso; ma l’ha vinta potenzialmente anche per noi. E questa vittoria riguarda, non già la nostra anima, la quale è di natura sua immortale (verità questa importantissima, alla quale troppo poco si pensa, e della quale ci è difficile farci un concetto adeguato), riguarda anche il nostro corpo, questo nostro corpo animale e mortale, che ora fa tutt’uno con la nostra anima, ne è lo strumento vitale, e funziona da orologio della nostra presenza nel tempo, destinato poi alla dissoluzione totale (ricordate lo spietato realismo della cerimonia delle «Ceneri»: «ricordati, uomo, che sei polvere, ed in polvere devi ritornare»? - Gen. 3, 19 -).

La Pasqua dice no a questa dissoluzione. Un nuovo destino ci è assicurato. Le nostre ceneri si ricomporranno, rivivranno. La risurrezione di Cristo sarà la nostra. Ascoltiamo S. Paolo: «Non vogliamo poi, o fratelli, che siate nell’ignoranza per ciò che riguarda quelli che dormono (il sonno della morte), affinché non vi rattristiate, come gli altri che non hanno speranza. Se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, parimente Iddio coloro che sono morti per via di Gesù li ricondurrà con sé» (1 Thess. 1Th 4,13-14).

È veramente un annuncio sbalorditivo, per il suo aspetto consolantissimo, e per il suo aspetto straordinario. La nostra esperienza lo direbbe inconcepibile, impossibile. La nostra fede - siamo nel pieno suo campo - lo dice invece sicuro, certissimo. Così è la Parola di Dio, autenticata in questo caso dal fatto della risurrezione di Cristo.

E come mai la risurrezione di Cristo comporta la nostra?


UN’OPERA DELL’ONNIPOTENZA DIVINA

Qui si entra nelle profondità d’un’altra realtà, d’un altro mistero; ed è l’unione che associa il capo del corpo mistico, capo che è Cristo, alle sue membra, che siamo noi: se è risorto il capo, risorgeranno le membra. E San Paolo argomenta: chi sostenesse che le membra non risorgono, concluderebbe che anche il capo non è risorto; il che, per tutta la concezione del piano della salvezza cristiana, è inconcepibile. L’affermazione e l’argomentazione dell’Apostolo non potrebbero essere più esplicite e categoriche; si veda il famoso passo della I lettera ai Corinti, al capo XV (1 Cor 1Co 15,12-19). È così forte l’annuncio e così estraneo alla terribilità della morte disgregatrice del nostro essere corporeo, che noi restiamo con una disorientata domanda nella mente: «come possono risorgere i morti? Con quale corpo?» (1 Cor. 1Co 15,35). E qui S. Paolo a spiegarci che la nostra risurrezione è un’opera dell’onnipotenza divina, trionfatrice della ‘morte fuori ogni prevedibilità, solo riferibile alla analogia del seme, che nel processo vegetativo, pur conservando una sua identità essenziale, subisce radicali metamorfosi: «si semina un corpo corruttibile, risorge incorruttibile; si semina ignobile, risorge glorioso; si semina debole, risorge in forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale» (1 Cor 1Co 15,42-44 cfr. ALLO, I Lett. ai Cor., h. 1Co 1). E se queste similitudini placano in certo modo la nostra cieca e barcollante curiosità con la rivelazione d’una palingenesi, vittoriosa d’ogni difficoltà proveniente dall’ordine fisico, fisiologico e biologico, o comunque sperimentale, non le danno alla fine altra soddisfazione che quella della fede: non si tratta di fantasia, di sogno, di mito; si tratta d’una verità, d’una realtà, che sfugge alla nostra presente capacità conoscitiva, salvo che per riferimento a Cristo, causa esemplare, in quanto uomo, nuovo Adamo, capostipite d’una nuova umanità (1 Cor 1Co 1 1Co 5,20-23), e causa efficiente, in quanto Verbo di Dio, fonte e datore della vita (Mt 22,31-32 Io Mt 5,21 cfr. S. TH. III Mt 56).

Ed è così che ciascuno di noi, seguace e credente di Cristo, osa dire, e tutti insieme lo osiamo, al termine della nostra professione di fede: io aspetto la risurrezione della carne e la vita del secolo dell’al di là.

È l’affermazione dell’esistenza oltre tomba, ultima ed eterna, escatologica, personale, piena, perfetta e felice, mediante Cristo vincitore della morte (Cfr. Rom. 4, 25).


LA RIGENERAZIONE DELLA VITA ETERNA

Ed è tale affermazione che deve proiettarsi su tutta la vita presente, alla quale dà un senso, un valore, una speranza, che le dà carattere di vita nuova e che solo Cristo per noi morto e risorto può conferirle. La nostra fede, il nostro culto, la nostra adesione a Cristo morto e risorto non saranno mai abbastanza grandi e coscienti quanto dovrebbero esserlo.

Dà una sorte nuova, un conforto, una dignità anche al nostro corpo, che possiamo chiamare «carne», senza timore che la sua sostanza animale e che la sua imputabilità tentatrice e peccaminosa, come vittima del peccato originale, e fomite di tanti peccati attuali, possa turbarci, perché anch’essa, la carne, la nostra umanità corporea, è stata assunta dalla Persona del Verbo e in lui associata alla natura divina: «il Verbo si è fatto carne» (Io. 1, 14); ed è destinata oggi alla disciplina della purità e della vera bellezza, domani alla rigenerazione angelica della vita eterna (Cfr. Matth Mt 22,30). È assai importante per tutto il costume umano e cristiano. Oggi specialmente.

E per noi, figli della Chiesa cattolica, ciò è la scuola e fonte d’uno stile squisitamente cristiano, specialmente in questo mese di maggio, invitati come siamo umili e devoti a particolare venerazione a Maria Santissima, in cui il mistero pasquale ha avuto il suo pieno e anticipato trionfo. Con la nostra Benedizione Apostolica.

Studenti universitari americani

We extend a special greeting to the American University Students who are here in Rome to complete their studies at the Center sponsored by Loyola University of Chicago. We express the hope that their stay in this City, which is so rich in evidence of human and Christian civilization, will effectively assist in their training and prepare them for a life profoundly inspired by truth, justice and love, for their own good and that of today’s society.

We know that these young students, sharing the same ideals as many of their fellow-students in the United States and in the rest of the world, are now suffering because of the aggravation of the war in Vietnam in which their country is involved.

As the Representative of Christ, Teacher and King of Peace, we are obliged to deplore every war: in its causes, in its inhuman violence and in its murderous and senseless destruction.

We wish to consider ourselves close to all those, whether civilians or military, who have been suffering from this conflict for such a long time, in that distant and dear Country, a Nation which we esteem and love so much.

And we express the hope that on both sides the operations of war will come to an end, and that noble and generous proposals for rapid, sincere and effective negotiations for a ceasefire and for peace will prevail over every other interest, and that in this way an honorable and peaceful solution will be made possible.

May the Lord grant his consolation and assistance to all those suffering because of this painful conflict, and give light and courage to those who are responsible for the destiny of peoples that they may reach a long-desired and happy conclusion to this ruinous controversy. For this intention we raise to the Lord our special prayers. And we invite you in particular, young American Students, to pray humbly and fervently for this same end and to place your hopes in the goodness of God and your confidence in men of good will.


1972-AUDIENZE - L’ESEMPIO DEL MARTIRE STEFANO