GPII 1981 Insegnamenti - All'Istituto slovacco dei santi Cirillo e Metodio - Città del Vaticano (Roma)


Ad un gruppo di giovani, nel cortile de san Damaso - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il saluto agli allievi delle scuole centrali antincendi

Carissimi giovani! Anche quest'anno, al termine del Corso per Allievi Vigili volontari ausiliari antincendi, avete desiderato quest'incontro con il Papa: avete voluto portare qui la vostra giovinezza, i vostri ideali, la vostra fede.

Vi ringrazio di cuore per il vostro gesto e, mentre porgo il mio sincero saluto ai vostri Superiori, al Cappellano Capo e a ciascuno di voi in particolare, desidero esprimere il mio vivo compiacimento per la buona volontà con cui vi siete preparati al coraggioso e benefico compito che vi attende.

Oggi la liturgia ci fa celebrare la festa di san Martino, un santo molto celebre e popolare, ufficiale romano convertito dal paganesimo e battezzato sui vent'anni, divenuto poi diacono, quindi presbitero ed infine fu Vescovo di Tours in Francia. Che cos'è che caratterizzo la sua vita in modo particolare? Il coraggio della fede e la generosità verso tutti. Per la fedeltà al messaggio di Cristo dovette lottare, soffrire, impegnarsi duramente contro i pagani, eretici e miscredenti: all'amore per il prossimo consacro tutta la sua esistenza, cominciando da quella notte famosa, in cui, ancora catecumeno, durante la ronda, in pieno inverno, incontro un povero seminudo e, presa la spada, taglio in due la clamide, e ne dono la metà al povero. Nella notte seguente vide in sogno Gesù stesso, rivestito della meta del suo mantello.

Siate coraggiosi anche voi, nel vivere e testimoniare la vostra fede cristiana, convinti che essa è veramente la soluzione dei più gravi problemi della vita! Siate generosi anche voi, sempre, verso tutti, con amore, con carità, con spirito di sacrificio, sicuri che la vera gioia si trova nell'amare e nel donare! Vi auguro sinceramente che, come preghiamo nella Santa Messa di oggi, in perfetto accordo con la volontà del Signore e obbedendo alla sua volontà, i vostri giorni trascorrano nella pace e possiate gustare la gioia di essere veramente cristiani! Con questi voti, vi imparto con grande affetto la mia benedizione che estendo volentieri a tutte le persone care.

Data: 1981-11-11
Mercoledì 11 Novembre 1981


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Le parole del "colloquio con i sadducei" essenziali per la teologia del corpo



1. Riprendiamo quest'oggi, dopo una pausa piuttosto lunga, le meditazioni tenute già da tempo e che abbiamo definito riflessioni sulla teologia del corpo.

Nel continuare, conviene, questa volta, riportarci alle parole del Vangelo, in cui Cristo fa riferimento alla risurrezione: parole che hanno un'importanza fondamentale per intendere il matrimonio nel senso cristiano ed anche "la rinuncia" alla vita coniugale "per il regno dei cieli".

La complessa casistica dell'Antico Testamento nel campo matrimoniale non soltanto spinse i Farisei a recarsi da Cristo per porgli il problema dell'indissolubilità del matrimonio (cfr. Mt 19,3-9 Mc 10,2-12) ma anche, un'altra volta, i Sadducei, per interrogarlo sulla legge del cosiddetto levirato.

Tale colloquio è riportato concordemente dai sinottici (cfr. Mt 22,24-30 Mc 12,18-27 Lc 20,27-40). Sebbene tutte e tre le redazioni siano quasi identiche, tuttavia si notano tra loro alcune differenze lievi, ma, nello stesso tempo, significative. Poiché il colloquio è riferito in tre versioni, quelle di Matteo, Marco e Luca, si richiede un'analisi più approfondita, in quanto esso comprende contenuti che hanno un significato essenziale per la teologia del corpo.

Accanto agli altri due importanti colloqui, cioè: quello in cui Cristo fa riferimento al "principio" (cfr. Mt 19,3-9 Mc 10,2-12), e l'altro in cui si richiama all'intimità dell'uomo (al "cuore"), indicando il desiderio e la concupiscenza della carne come sorgente del peccato (cfr. Mt 5,27-32), il colloquio, che ci proponiamo ora di sottoporre ad analisi, costituisce, direi, la terza componente del trittico delle enunciazioni di Cristo stesso: trittico di parole essenziali e costitutive per la teologia del corpo. In questo colloquio Gesù si richiama alla risurrezione, svelando così una dimensione completamente nuova del mistero dell'uomo.


2. La rivelazione di questa dimensione del corpo, stupenda nel suo contenuto - e pur collegata col Vangelo riletto nel suo insieme e fino in fondo - emerge nel colloquio con i Sadducei, "i quali affermano che non c'è risurrezione" (cfr. Mt 22,23); essi sono venuti da Cristo per esporgli un argomento che - a loro giudizio - convalida la ragionevolezza della loro posizione. Tale argomento doveva contraddire "l'ipotesi della risurrezione". Il ragionamento dei Sadducei è il seguente: "Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello" (Mc 12,19). I Sadducei si richiamano qui alla cosiddetta legge del levirato (cfr. Dt 25,5-10), e riallacciandosi alla prescrizione di questa antica legge, presentano il seguente "caso": "C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e mori senza lasciare discendenza; allora la prese il secondo, ma mori senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lascio discendenza. Infine, dopo tutti mori anche la donna. Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie" (Mc 12,20-23).


3. La risposta di Cristo è una delle risposte-chiave del Vangelo, in cui viene rivelata - appunto a partire dai ragionamenti puramente umani e in contrasto con essi - un'altra dimensione della questione, cioè quella che corrisponde alla sapienza e alla potenza di Dio stesso. Analogamente, ad esempio, si era presentato il caso della moneta del tributo con l'immagine di Cesare e del rapporto corretto fra ciò che nell'ambito della potestà è divino e ciò che è umano ("di Cesare") (cfr. Mt 22,15-22). Questa volta Gesù risponde così: "Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli" (Mc 12,24-25). Questa è la risposta basilare del "caso", cioè al problema che vi è racchiuso. Cristo, conoscendo le concezioni dei Sadducei, ed intuendo le loro autentiche intenzioni, riprende, in seguito, il problema della possibilità della risurrezione, negata dai Sadducei stessi: "A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlo dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti, ma dei viventi" (Mc 12,26-27).

Come si vede, Cristo cita lo stesso Mosè a cui hanno fatto riferimento i Sadducei, e termina con l'affermare: "Voi siete in grande errore" (Mc 12,27).


4. Questa affermazione conclusiva, Cristo la ripete anche una seconda volta.

Infatti la prima volta la pronuncio all'inizio della sua esposizione. Disse allora: "Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio": così leggiamo in Matteo (22,29). E in Marco: "Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?" (Mc 12,24). Invece, la stessa risposta di Cristo, nella versione di Luca (Lc 20,27-36), è priva di accento polemico, di quel "siete in grande errore". D'altronde egli proclama la stessa cosa in quanto introduce nella risposta alcuni elementi che non si trovano né in Matteo né in Marco. Ecco il

"Gesù risponde: i figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito: e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio" (Lc 20,34-36). Riguardo alla possibilità stessa della risurrezione, Luca - come i due altri sinottici - si riferisce a Mosè, ossia al passo del Libro dell'Esodo 3,2-6, in cui infatti si narra che il grande legislatore dell'Antica Alleanza aveva udito dal roveto, che "ardeva nel fuoco e non si consumava", le seguenti parole: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe" (Ex 3,6). Nello stesso luogo, quando Mosè aveva chiesto il nome di Dio, aveva udito la risposta: "Io sono colui che sono" (Ex 3,14).

Così dunque, parlando della futura risurrezione dei corpi, Cristo si richiama alla potenza stessa del Dio vivente. In seguito dovremo considerare in modo più particolareggiato questo argomento.

(Omissis, seguono saluti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, polacco, italiano)

Data: 1981-11-11
Mercoledì 11 Novembre 1981


Ai Vescovi del Ghana in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La santità predomini nella nostra vita di pastori

Cari fratelli in Cristo!

1. Sono trascorsi diciotto mesi da quando ci siamo trovati insieme in terra ghananese ed abbiamo celebrato il centenario della nascita della Chiesa nella vostra terra. Sono stati giorni di gioia per noi poiché abbiamo percepito lo Spirito Santo in mezzo a noi. In particolare, nella Cattedrale di Accra, dedicata allo Spirito Santo, abbiamo evocato la sua presenza e la sua missione nella Chiesa.

Ed oggi siamo ancora una volta vivamente consci della sua presenza e ci rallegriamo nel celebrare la sua azione nella Chiesa. Lodiamo lo Spirito Santo per averci riuniti insieme in comunione ecclesiale come ministri di Cristo, Vescovi della sua Chiesa, uomini a cui è stato dato il potere di comunicare, mediante la parola ed il Sacramento, il vivificante messaggio della morte e della Risurrezione di Gesù Cristo.


2. Lo scopo della mia visita in Ghana è stato quello di proclamare insieme a voi Gesù Cristo e il suo Vangelo. La mia speranza è stata quella di dare, per grazia di Dio, un nuovo impeto all'evangelizzazione e di confermare voi nella vostra missione di Pastori del gregge. Il nostro ritrovarci qui a Roma ha lo stesso scopo. Insieme noi dedichiamo nuovamente noi stessi alla causa del Vangelo nella fedeltà a Cristo che ci ha affidato il compito di diffondere tutto ciò che Egli ci ha comandato (cfr. Mt 28,20). Ci siamo uniti in preghiera con Maria, chiedendo l'effusione dello Spirito Santo, in modo da perpetuare l'opera stessa redentiva di Cristo. Mediante la parola di Dio e nella potenza dello Spirito Santo, noi intendiamo continuare a costruire la comunità dei fedeli, incoraggiandoli a dare testimonianza a Cristo mediante la loro vita e a compiere la loro missione di servizio fraterno nel mondo.


3. Attraverso il contatto personale che ho avuto il privilegio di avere con la Chiesa del vostro Paese e attraverso i vostri stessi rapporti, so che gli ostacoli all'evangelizzazione e alla catechesi sono molti. Ma noi crediamo e siamo profondamente convinti della potenza della grazia di Cristo in tutte le zone di vita cristiana - anche in quelle dove si riscontrano maggiori difficoltà.

Dal tempo della mia visita pastorale nel Ghana, la Chiesa tutta si è adoperata e ha pregato per il successo del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia nel mondo moderno. Entro breve tempo desidero pubblicare un documento che porrà le osservazioni elaborate da quella Assemblea al servizio pastorale di tutti i Vescovi della Chiesa, così che essi possano assistere le famiglie cristiane in modo sempre più adeguato.

Spero che questo documento possa essere di aiuto a voi, Vescovi del Ghana, nella vostra ardua missione di proclamare e sostenere il disegno di Dio per il vostro popolo, quale è stato confermato da Cristo suo Figlio.


4. Siate certi che vi sono vicino nell'aiuto fraterno che voi siete chiamati a dare ai vostri sacerdoti, così come nell'incoraggiamento che dovete offrire ai religiosi. Confido che voi continuerete, con l'aiuto di Dio e con la collaborazione di tutti i settori delle vostre Chiese locali, a sostenere quelle grandi cause apostoliche che con ardore mi sono sforzato di promuovere, insieme con voi, durante la mia visita. Penso in particolare alla cura delle vocazioni ecclesiastiche, all'apostolato dei laici, al ruolo dei catechisti ed al costante radicamento del messaggio evangelico nella vita del Popolo di Dio. Tra tutte le responsabilità che incombono su di noi nel nostro sacro ministero, confidiamo sempre fermamente in Colui "che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi" (Ep 3,20).


5. Oltre a tutte queste ed altre pressanti sollecitudini del nostro ministero, oltre alle discussioni collegiali ed ai piani pastorali nei quali siamo chiamati ad impegnarci, oltre ai singoli problemi pastorali che interessano le nostre Chiese locali e la Chiesa universale in generale, c'è ancora un'altra questione.

Si tratta del nostro amore personale a Gesù Cristo e la nostra fedeltà alle indicazioni del suo Spirito Santo.

Si tratta della nostra somiglianza a Cristo, Sacerdote e Vittima; in altre parole, si tratta della nostra personale santificazione. Non dimentichiamo le parole di san Paolo; esse possono applicarsi direttamente a noi: a Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione" (1Th 4,3). Nel piano di Dio, la santità è essenziale per ogni effettivo servizio autorevole nella Chiesa; è alla base di ogni genuina sollecitudine pastorale e attività collegiale. Si, la santità ha una grande priorità nella nostra vita.

Permettetemi di ricordare le parole che ho rivolto a tutti voi quel giorno a Kumasi: "... Come Vescovi, invitiamo senza posa il nostro popolo alla conversione della vita, e col nostro esempio indichiamo ad esso la via... Come Vescovi, noi siamo chiamati a fornire una salda testimonianza a Cristo, Sommo Sacerdote e Pontefice di salvezza, diventando segni di santità nella sua Chiesa.

Un discorso difficile? Si, fratelli. Ma questa è la nostra vocazione, e lo Spirito Santo è sopra di noi. Inoltre la fecondità del nostro ministero pastorale dipende dalla nostra santità di vita. Non abbiamo paura. perché la Madre di Gesù è con noi, oggi e sempre. E noi siamo forti per i meriti della sua preghiera e sicuri perché affidati alle sue cure (9 Maggio 1980).

Data: 1981-11-12
Giovedì 12 Novembre 1981




Al Congresso su "Crisi dell'Occidente e compito dell'Europa" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Per un rinnovamento spirituale dell'Europa

Illustri signore e signori!

1. Nel giro di pochi giorni Roma ha ospitato due importanti Congressi internazionali che hanno avuto l'Europa a tema delle loro riflessioni. Dopo il breve colloquio internazionale su "Le comuni radici cristiane delle Nazioni europee", voi discutete ora, nel vostro Congresso che durerà due giorni, sul tema: "La crisi dell'Occidente e il compito spirituale dell'Europa".

Già questa concomitanza sottolinea la grande attualità e il significato che ai nostri giorni assumono le questioni e i problemi posti dal presente e dal futuro dell'Europa. Gli uomini ne divengono sempre più consci e cercano di determinare nuovamente, in una approfondita riflessione sulla storia e le forze che hanno improntato l'eredità spirituale e culturale dell'Europa, la sua autentica identità e il compito che ne deriva all'interno dell'odierna comunità dei popoli.

In occasione del vostro Congresso vi do il mio più cordiale benvenuto in questo incontro qui in Vaticano e vi incoraggio a proseguire nelle vostre riflessioni e nei vostri sforzi. Come ha solennemente affermato il Concilio Vaticano II nella sua fondamentale Costituzione pastorale "Gaudium et Spes": "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi... sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo" (cfr. GS 1). Questo vale in modo particolare per le principali istanze della società umana come il mantenimento della pace, il rispetto dei diritti umani, il servizio prestato al bisogno e contro l'oppressione, la realizzazione di una convivenza tra i popoli che sia giusta e degna dell'uomo.


2. Il tema del vostro Congresso si riferisce innanzitutto all'attuale "crisi dell'Occidente", una crisi della società e della cultura occidentali. Riconoscere nel modo e al tempo giusto situazioni insostenibili e pericoli è un primo importante passo per eliminarli o perlomeno per avviare le necessarie contromisure. Non un solo Paese o un solo continente, ma l'umanità intera è oggi minacciata dal pericolo di una autodistruzione nucleare. Essa è in relazione a pericolosi sviluppi nel terzo mondo che portano a catastrofi prodotte dalla fame, ad una decadenza delle strutture sociali e internazionali, ad un aumento del terrorismo e della violenza. Le incontrollate espansioni industriali ed economiche compromettono l'equilibrio ecologico. La sfida del totalitarismo, attraverso nuove forme e metodi, pongono le democrazie parlamentari di fronte a nuovi difficili problemi.

Le radici e le cause della minacciosa situazione in cui si trova l'umanità al termine del secondo millennio del cristianesimo sono profonde e molteplici. Si fondano, in ultima analisi, in una crisi della cultura, nel decadere o nel venir meno di comuni valori ideali e di principi etici e religiosi validi per tutti. Ma anche le grandi ideologie moderne, quasi surrogati secolari della religione, si sono logorate.

Quando, in occasione del vostro Congresso, voi vi interrogate di fronte a questa crisi della civiltà mondiale sul "contributo spirituale dell'Europa", siete ben consci che l'Europa, dalla quale la cultura occidentale ha preso avvio, ha nello stesso tempo contribuito al formarsi della presente pericolosa situazione. Da allora si sono susseguite, in un breve volgere di tempo, due guerre mondiali che hanno significato infinite sofferenze per molti popoli e hanno gettato l'intera umanità nella paura e nell'angoscia. Dall'Europa si sono diffuse in tutto il mondo ideologie che ora in molti punti della terra producono effetti disastrosi agendo come una malattia importata. Da questa corresponsabilità si origina per l'Europa la necessità di un suo particolare impegno, quello di portare un contributo decisivo per un efficace superamento della presente crisi mondiale.

Ma questo richiede innanzitutto all'Europa stessa un profondo rinnovamento morale e politico che trova il suo fondamento nella forza e nei criteri che la derivano dalle sue origini cristiane.


3. Questa necessaria coscienza rinnovata è la ragione per la quale la Chiesa, in questa epoca di rivolgimento mondiale, ha affidato il futuro dell'Europa alla particolare protezione di tre grandi santi, i santi Patroni Benedetto, Cirillo e Metodio. Per questa stessa ragione la Santa Sede, la Conferenza episcopale tedesca e i singoli Vescovi così come le personalità della vita ecclesiale hanno ripetutamente richiamato l'attenzione sulla grande responsabilità che, in forza della sua tradizione spirituale e religiosa, spetta all'Europa per il suo futuro e per il mondo intero.

La storia dell'Europa e dei suoi singoli popoli è segnata dall'operare della fede cristiana e dal rispetto per la dignità dell'uomo che è stato creato a immagine di Dio ed è stato redento dal sangue di Cristo. La responsabilità personale, il rispetto della libertà e il sentimento della sacralità della vita, l'alta considerazione del matrimonio e della famiglia ne erano esempi. La concezione cristiana dell'uomo è stata all'origine della tradizione europea del rispetto per i diritti umani che ha trovato poi eco nei moderni statuti e nelle dichiarazioni dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite. Secondo la dottrina cristiana l'uomo, come ho sottolineato in modo particolare nella mia ultima enciclica "Laborem Exercens", è al centro della vita sociale, economica e politica.

Il mondo ha bisogno di un'Europa che riprenda nuovamente coscienza di queste sue radici cristiane e della sua identità e sia nello stesso tempo pronta a modellare su queste basi il suo presente e il suo futuro. L'Europa è stata il primo continente che ha profondamente confidato nel cristianesimo e ha fatto esperienza di una immensa fioritura spirituale e culturale. Non dovrebbe essere possibile trarre ancor oggi, dalle stesse radici ideali e mediante una seria riflessione, nuovi impulsi ed energie per un vasto rinnovamento morale e politico dell'Europa, nel quale si possa in modo responsabile ed efficace fornire quel contributo spirituale che le compete all'interno della odierna comunità dei popoli?


4. Illustri Signore e Signori, siate inoltre consapevoli nelle vostre riflessioni che il contributo spirituale dell'Europa è il contributo degli Europei e il suo contributo cristiano è il contributo dei cristiani d'Europa. Come numerosi movimenti di rinnovamento della storia, anche la necessaria autoanalisi dell'Europa deve incominciare nel cuore dei singoli uomini e soprattutto in quello dei cristiani. Qui viene pronunciato il si decisivo alla chiamata totalizzante fatta all'uomo da Dio; qui devono essere seriamente considerati ed impiegati i mezzi che Dio ci offre nella sua Chiesa; qui, nell'ambito dei singoli cristiani, deve essere vissuta la volontà di Dio in modo concreto ed esemplare per tutti gli ambiti dell'esistenza umana. I cristiani allora - da soli o ancor meglio in unità con altri - possono portare i valori e le convinzioni da loro vissute in collaborazione con uomini di altre opinioni e convinzioni, alla costruzione di uno stato e di una società che siano degne dell'uomo e contribuire così in modo decisivo al rinnovamento interiore di tutta l'Europa.

Possano i cristiani, in modo particolare gli uomini politici cristiani, ridiventare pienamente consapevoli, nell'odierna epoca, in Europa come dovunque nel mondo, delle loro responsabilità, dei loro compiti e della loro vocazione cristiana essendo veramente quel lievito che impedisce la rovina dell'umanità e la rinnova dall'interno. Imploro perciò la luce e l'aiuto di Dio sul vostro Convegno e imparto di cuore la mia particolare benedizione apostolica.

Data: 1981-11-12
Giovedì 12 Novembre 1981


Udienza - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Al Primo Ministro di Malta, signor Dom Mintoff

Signor Primo Ministro, Mi è gradito porgerle un cordiale benvenuto, manifestandole, al tempo stesso, il mio animo grato per questa sua visita, e rivolgendo altresì, per suo tramite, il mio saluto beneaugurante all'intera nazione maltese.

Il primo pensiero che sorge spontaneo, in questo momento, è evocativo dei particolari rapporti millenari intercorsi tra la Santa Sede e Malta, i quali sono stata espressione di quella costante fedeltà a Cristo ed alla Chiesa, che ha contraddistinto la storia, la cultura, il costume e la sensibilità di quel diletto popolo.

Esso, infatti, considera come suo particolare vanto far risalire le proprie origini cattoliche alla permanenza nell'isola dell'Apostolo delle Genti, definito a giusto titolo evangelizzatore mediterraneo, il quale vi annunzio la parola di salvezza, ricambiato, a sua volta, dalla gentilezza e dai doni di quegli abitanti.

Da allora, e proprio in virtù di un avvio tanto significativo e robusto, la Chiesa Apostolica di Malta ha continuato a corrispondere alla sua vocazione al Vangelo, ed ha saputo conservare ed incrementare, anche nelle ore più difficili della sua storia, le proprie preziose risorse spirituali ed il ricco patrimonio delle sue antiche tradizioni di fede.

In tal contesto, desidero, da parte mia, Signor Primo Ministro, manifestare anche in questa circostanza il mio costante e profondo affetto - che conferma e prolunga quello dei miei predecessori - per il popolo maltese rendendo pubblico attestato alle virtù dei suoi figli sia per quanto concerne la loro vita cristiana, sia per quel che attiene all'impegno dei vari settori della vita civile, che ha trovato proiezione anche all'estero, mediante la presenza ed il lavoro dei concittadini emigrati. Tutto ciò costituisce una ragione di sincero compiacimento e rappresenta in pari tempo una garanzia sicura per un avvenire sereno e laborioso dell'isola.

Nel far penetrare sempre più lo spirito del Messaggio evangelico nei costumi di un popolo, la Chiesa non può che contribuire a consolidare i fondamenti della società, alimentando tra i figli di una stessa patria l'unione fraterna, la mutua collaborazione e la stima di quei valori spirituali che sono alla radice di un autentico progresso.

E' per questo motivo che la Chiesa, con la sua opera, offre un contributo altamente prezioso alla vita della società civile, come ne fa fede la molteplicità delle istituzioni in campo educativo, assistenziale e caritativo, e il patrimonio inestimabile dei valori riguardanti la solidità dell'istituto familiare.

Per attuare questo suo servizio la Chiesa chiede la libertà che le compete avendo ricevuto da Dio il mandato - che è dovere e diritto - di annunziare il Vangelo in forme adeguate alla natura stessa di questo Messaggio, ed alla umana dignità di coloro che ne sono i destinatari. Con ciò la Chiesa forma le coscienze, e quindi rende il più alto servizio non solo ai singoli perché sappiano corrispondere alla loro vocazione trascendente, ma anche alla comunità civile, non potendo il cristiano maturo non essere, insieme, anche cittadino esemplare.

Tale appunto è l'opera che stanno svolgendo meritoriamente i Vescovi, i quali hanno la cura pastorale del popolo maltese; ed io amo renderne qui loro testimonianza, sapendo che il loro insegnamento anche circa la vita morale della famiglia e l'educazione cristiana dei figli, come pure il loro impegno di sostenere ed incrementare le scuole cattoliche ed altre opere assistenziali, corrispondono al genuino spirito del Vangelo e ai valori che la Chiesa, oggi, come sempre, difende ed esalta nel suo magistero.

Così la Chiesa e lo Stato, che nel loro rispettivo ordine intendono promuovere il bene dell'uomo, hanno non pochi punti di incontro.

E, a proposito di una tale collaborazione, desidero assicurarle, signor Primo Ministro, che la Chiesa conosce la volontà e l'impegno dispiegati dalla nazione maltese, dopo il raggiungimento dell'indipendenza, per migliorare il proprio livello di vita sociale e per risolvere i difficili problemi economici connessi. In questo nobile sforzo, Malta troverà nei Vescovi e nella Santa Sede valido appoggio e piena comprensione. così pure posso garantire la mia premura per tutti quei propositi diretti a definire in modo soddisfacente la delicata e complessa partecipazione di Malta alla vita internazionale.

E' comprensibile - sempre al riguardo di detta collaborazione tra Chiesa e Stato - che talora possano sorgere difficoltà. Per superarle occorre ricercare cordiale intesa, mutua comprensione, fattivo buon volere, nel reciproco riguardo per le rispettive autorità costituite; in una sola espressione, è necessario profondo spirito di dialogo. Per parte sua, la Chiesa si offre senza sottintesi a tale prospettiva di dialogo e sarà lieta di trovare la stessa favorevole disposizione da parte dello Stato Maltese.

Con questi sentimenti e voti, invoco sull'intero popolo di Malta e sui suoi governanti la divina protezione, in pegno della quale invio alla sua cara patria la mia Benedizione Apostolica.

Data: 1981-11-12
Giovedì 12 Novembre 1981


Cortile di San Damaso - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il saluto ad un gruppo di "Maitres" italiani

Cari fratelli e sorelle! Sono lieto di incontrarmi con voi, dirigenti e membri dell'"Associazione Maitres Italiani Ristoranti e Alberghi", convenuti a Roma per il XXV di fondazione, e di esprimervi il mio cordiale saluto e apprezzamento per i sentimenti di fede e di attaccamento alla Sede di Pietro.

Auspico sinceramente che sappiate dare sempre la preminenza ai valori spirituali nello svolgimento della vostra attività, qualificando così la vostra opera con una nota tanto nobile e tanto consolante agli occhi della Chiesa. Pur in mezzo a numerosi problemi di indole pratica, non tralasciate di prendere ispirazione dall'esempio di Santa Marta, vostra celeste patrona, la quale, insieme ai suoi fratelli Lazzaro e Maria, seppe accogliere nella sua casa Gesù con tanta premurosa attenzione e spirito di fede.

Anche voi, nel compiere il vostro prezioso servizio in favore di tanti ospiti, turisti e pellegrini, fatelo con spirito di cristiana dedizione e con gentile prontezza, sapendo vedere in quanti si rivolgono a voi, per qualsiasi necessità, dei fratelli, e non dimenticando mai, al di sopra di ogni considerazione economica, i più bisognosi e i più deboli, con i quali il Signore Gesù ha voluto identificarsi (cfr. Mt 25,40).

Vi ottenga la Santa protettrice tutte quelle grazie che vi sono necessarie per un retto e gioioso compimento del vostro dovere; da parte mia, avvaloro questi voti con una speciale Benedizione Apostolica, che ora imparto a voi tutti e che estendo volentieri ai vostri familiari ed amici.

Data: 1981-11-12
Giovedì 12 Novembre 1981


Ai partecipanti alla XXI Sessione della Conferenza della Fao - Città del Vaticano (Roma)


Rispondiamo alla domanda di giustizia postaci dalle nazioni povere della terra

Signor Presidente, Signor Direttore generale della Fao, Illustri Delegati e Osservatori

1. Proseguendo una felice tradizione instauratasi negli anni precedenti, sono lieto oggi di indirizzare un cordiale benvenuto a tutti voi che rappresentate la XXI Sessione della Conferenza della Fao. L'importanza della vostra Organizzazione è evidente, dal momento che il suo obiettivo è quello di promuovere lo sviluppo dell'agricoltura e il reperimento di cibo sufficiente per ogni essere umano. A questo proposito la situazione mondiale di oggi è ben lontana dall'essere soddisfacente anche se ci sono fattori che invitano alla speranza. La fame e la malnutrizione sono ancora una realtà per milioni di persone. La lotta contro la fame e la malnutrizione può e deve essere continuata mediante sforzi tenaci che siano frutto della collaborazione di tutti: di singoli, di gruppi e associazioni di volontari, di istituzioni pubbliche e private, di governi e organizzazioni internazionali, specialmente quelle che perseguono programmi e attività multilaterali e totalmente altruistiche, indirizzate al bene dei Paesi più deboli e più bisognosi di aiuto.

Con priorità assoluta, gli strenui sforzi di tutti dovrebbero essere diretti alla eliminazione della "povertà assoluta", quella povertà che affligge le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo. La povertà assoluta è una condizione nella quale la vita è determinata dalla mancanza di cibo, dalla malnutrizione, dall'analfabetismo, dall'elevata mortalità infantile e dalla prospettiva di un livello di vita al di sotto di ogni razionale definizione della decenza umana. La persistenza di una tale degradante povertà e specialmente la mancanza di una quantità minima di cibo assolutamente basilare, è uno scandalo per il mondo moderno nel quale vi sono contrasti enormi per quanto riguarda il reddito e lo standard di vita tra Paesi ricchi e Paesi che sono materialmente poveri.

Le condizioni di sottosviluppo e di reale dipendenza che caratterizzano i Paesi in via di sviluppo non possono essere attribuite solo ad una mancanza di volontà e di impegno da parte delle popolazioni interessate, né alla corruzione e all'arricchimento indebito di ristretti gruppi di persone all'interno di comunità che hanno recentemente raggiunto l'indipendenza. Poiché queste condizioni sono anche favorite e mantenute da rigide e arretrate strutture economiche e sociali, sia nazionali che internazionali, strutture che non possono essere cambiate improvvisamente, ma che debbono essere cambiate mediante un lento processo graduale, frutto di uno sforzo prolungato e unitario che segua i criteri di giustizia nelle relazioni tra i popoli del mondo intero.


2. Non dovrebbe mai essere dimenticato che il vero scopo di ogni sistema economico, sociale e politico e di ogni modello di sviluppo è la promozione integrale della persona umana. E' evidente che lo sviluppo e qualcosa di molto più profondo del mero progresso economico misurato in termini di prodotto nazionale lordo. Il vero sviluppo ha come criterio la persona umana con tutte le sue necessità, le sue giuste aspettative e i suoi diritti fondamentali riferiti sia all'uomo che alla donna.

Questo è il pensiero centrale presentato nella mia enciclica "Laborem Exercens" di recente pubblicazione.

Essa si propone di mettere in luce "l'uomo del lavoro" che contribuisce allo sviluppo economico e al progresso civile del suo Paese e del mondo intero. Il lavoro umano costituisce infatti la "chiave essenziale" dell'intera questione sociale. E' un criterio fondamentale per una valutazione critica delle scelte di politica interna e internazionale che siete chiamati a compiere in questa Conferenza generale della Fao. E'il criterio per una riforma delle relazioni e dei sistemi economici a livello mondiale, sempre a partire dal punto di vista del bene per l'uomo (cfr. LE 3).


3. La presente XXI Sessione della Conferenza della Fao, insieme ad altre questioni all'ordine del giorno, sta esaminando e sta cercando di dare attuazione alle risoluzioni conclusive della Conferenza mondiale sulla Riforma agraria e lo Sviluppo rurale. Ho già avuto l'opportunità di esprimere le mie opinioni a questo riguardo durante un incontro tenuto in quella occasione (cfr. Discorso del 14 luglio 1979).

Ora desidero solo confermare con le parole dell'enciclica "Laborem Exercens", che: "In molte situazioni sono necessari cambiamenti radicali e urgenti per ridare all'agricoltura - e agli uomini dei campi - il giusto valore come base di una sana economia, nell'insieme dello sviluppo della comunità sociale" (LE 21).

Perciò apprezzo in modo particolare il richiamo che la vostra Assemblea intende formulare per il riconoscimento del primato dello sviluppo agricolo e della produzione alimentare a livello nazionale, regionale e mondiale. Ciò è particolarmente importante in questo momento in cui stiamo cercando di individuare una strategia per lo sviluppo mondiale negli anni '80.

Inoltre si deve attribuire grande importanza ad una pianificazione politica per lo sviluppo mondiale, mediante la quale si incoraggino i Paesi in via di sviluppo a divenire fiduciosi in se stessi e a definire e rendere operativa la loro strategia nazionale per lo sviluppo elaborando un modello adatto alle condizioni attuali, alle capacità e alla cultura unica e irripetibile di ciascun Paese. Ma questo non dovrebbe fornire una comoda scusa ai Paesi più ricchi per sottrarsi alle loro responsabilità, come se essi potessero affidare il peso dello sviluppo unicamente ai Paesi bisognosi: al contrario questi ultimi dovrebbero aver garantiti adeguati aiuti esterni che siano rispettosi della loro dignità e autonomia di iniziativa.


4. Non c'è alcun dubbio che i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di assistenza tecnica e finanziaria al fine di divenire autosufficienti nella produzione agricola ad essere così in grado di provvedere al nutrimento delle loro popolazioni.

Alcuni Paesi in via di sviluppo stanno ora cominciando a raggiungere un livello di autosufficienza, perlomeno in alcuni prodotti basilari, spesso grazie ai loro sforzi sostenuti dai Paesi più prosperi. Questo è un segno incoraggiante: ma ci sono molti altri Paesi con risorse piuttosto modeste e con serie carenze di cibo che hanno bisogno di aiuti urgenti e su larga scala al fine di vincere questa loro povertà.

La sempre più ovvia interdipendenza tra i vari Paesi del mondo chiede che le differenze di interessi economici e politici siano superate, che si dia maggiore espressione alla solidarietà che lega tutti i popoli in un'unica famiglia.

Ma la richiesta di giustizia nella solidarietà internazionale non può essere soddisfatta solo distribuendo il "superfluo" anche se in misura e in tempi adeguati. Perché la richiesta di solidarietà chiama una sempre maggiore e una sempre più efficace volontà di mettere a disposizione di tutti i popoli, specialmente quelli che sono maggiormente bisognosi di aiuto per il loro sviluppo, "le diverse ricchezze della natura del sottosuolo, del mare, della terra, dello spazio" (LE 12). La destinazione primaria delle risorse della terra per il bene comune richiede che si provveda alle necessità vitali di tutti gli esseri umani prima che individui o gruppi si approprino per se delle ricchezze della natura o dei prodotti dell'ingegno umano.

Di qui la necessità di effettuare una effettiva cooperazione tra Paesi altamente progrediti e Paesi che hanno bisogno che le loro capacità e le loro limitate risorse siano integrate dall'esterno. Bisogna perciò cercare forme di aiuto che evitino il continuo ricorso ad investimenti ottenuti mediante gravosi prestiti da fonti private o da fonti non sufficientemente disinteressate come i metodi multilaterali delle Organizzazioni intergovernative.


5. Desidero prima di tutto lanciare il più fervido appello alla coscienza morale dei popoli per la concreta affermazione di criteri oggettivi di giustizia che devono regolare le relazioni tra i soggetti della comunità civile, sia che si tratti di individui, di gruppi, di imprese o di Paesi sovrani. In questo senso si deve dare riconoscimento agli obblighi che legano, in primo luogo da un punto di vista morale, i Paesi più avanzati come quelli del cosiddetto "Nord" ai Paesi in via di sviluppo del cosiddetto "Sud". Giustizia vuole che ogni Nazione debba assumersi la sua parte di responsabilità per lo sviluppo delle Nazioni bisognose in una reale solidarietà internazionale, consci che ogni popolo ha uguale dignità, e che, insieme, tutte le Nazioni costituiscono una comunità mondiale. Si debbono prendere vigorose decisioni a riguardo della parte che le Nazioni economicamente ricche devono avere nella costituzione di strutture che abbiano come scopo quello di creare relazioni nuove e giuste in tutte le aree di sviluppo. Tutte le Nazioni hanno diritto alla solidarietà di tutti gli altri, ma le Nazioni che vedono minacciata l'esistenza stessa e la dignità del loro popolo ne hanno particolare diritto. Il dare risposta a tale diritto non è un lusso. E' un dovere.

Nell'offrire questi pensieri alla vostra riflessione, desidero darvi assicurazione ancora una volta della mia stima per le vostre persone e del mio incondizionato appoggio al vostro lavoro. In quanto il mio intero ministero è di rappresentare Cristo sulla terra - il Cristo storico misericordioso: sollecito verso i bisognosi e che dava da mangiare agli affamati - non posso che esprimere la mia profonda ammirazione al contributo che state rendendo, mediante sforzi ben concertati, alla causa della umanità. Che Dio Onnipotente vi sostenga nella vostra missione.

A proposito dell'ordine del giorno che riguarda l'impiego di energia in agricoltura e per lo sviluppo rurale, ho il piacere di offrire al Presidente di questa Conferenza e al Direttore generale della Fao una copia degli atti della Conferenza di studio promossa dalla Pontificia Accademia delle Scienze nel novembre 1980 sul tema "Umanità e Energia".

Data: 1981-11-13
Venerdi 13 Novembre 1981



GPII 1981 Insegnamenti - All'Istituto slovacco dei santi Cirillo e Metodio - Città del Vaticano (Roma)