
GPII 1981 Insegnamenti - All'Associazione "Aiuto alla Chiesa che soffre" - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: L'opera caritativa testimonianza ecclesiale indispensabile
Cari fratelli e sorelle, Se la vostra gioia di trovarvi uniti qui nella Casa del Papa è grande, credete che la mia, nell'accogliervi oggi, è altrettanto sentita. Nella bimillenaria storia della carità ecclesiale, voi portate, infatti, un contributo commovente ed efficace, che il solo nome dato alla vostra Associazione: "Aiuto alla Chiesa che soffre", traduce molto bene.
Durante questo incontro, vorrei innanzitutto pormi sulla traccia dei miei amati predecessori. Da che è nato il vostro vasto movimento - cioè già da più di trentaquattro anni -, gli sono state manifestate stima e riconoscenza per un'opera che desidera, con altri e per mezzo di altri, incarnare la carità di Cristo per la sua Chiesa. A questo proposito, è cosa a me gradita ricordare le parole che Papa Paolo VI pronuncio il 5 novembre 1967, nel corso di una udienza concessa al Moderatore generale e al suo Consiglio: esse hanno il potere di mantenere viva la fiamma che arde nei vostri cuori: "Noi vi conosciamo, sappiamo della generosità che vi anima. Siamo al corrente di ciò che siete capaci di realizzare in circostanze difficili, per sollevare quella "sofferenza" della quale avete compreso l'implorazione dolorosa e tanto spesso silenziosa. Non tutti ascoltano i cristiani che soffrono in silenzio. Bisogna avere la sensibilità, lo spirito, soprattutto il cuore attenti alla sofferenza di quei nostri fratelli la cui voce non riesce quasi mai ad attraversare gli spazi e a valicare le barriere per arrivare sino a noi. Voi non vi accontentate di denunciare, di rimandare ad altri l'opera di aiuto a quei fratelli nel bisogno. Voi agite, raccogliete offerte, approntate spedizioni che testimoniano a coloro che le ricevono l'assicurazione che i loro fratelli nella fede conoscono i loro bisogni e non li abbandonano...".
Così, da più di trent'anni, come il piccolo grano di senapa che crescendo diventa un grande albero sul quale gli uccelli del cielo possono ripararsi (cfr. Mt 4,30-32), l'Associazione "Aiuto alla Chiesa che soffre", non ha cessato di stendere i rami delle sue opere di carità. Sono lieto di condividere la vostra gioia e il vostro ardore... Voi proverete sempre "più gioia nel dare che nel ricevere" (cfr. Ac 20,35). E questa solidarietà a causa di Cristo e della sua Chiesa, viene e deve venire sempre dallo Spirito Santo "effuso nei vostri cuori".
Questa carità concreta e multiforme (cfr. Mt 25,31-46) che fu quella delle prime comunità cristiane e che è continuata attraverso i secoli - è una testimonianza ecclesiale indispensabile, in tutte le epoche ma soprattutto nella nostra.
La vostra Assemblea generale vi avrà confermati nelle vostre convinzioni, generatrici di entusiasmo evangelico. So inoltre che avete lavorato molto attivamente alla messa a punto del nuovo Statuto, che vi aiuterà a far fronte sempre meglio al vostro grave compito ed alle sue nuove esigenze. Avete poi eletto un nuovo Presidente, nella persona di Monsignor Henri Lemaître, che saluto in modo tutto particolare e al quale presento gli auguri più cordiali per un lavoro fruttuoso al servizio dell'Associazione. Egli si adopererà certamente a far si che l'azione della vostra Associazione continui a svilupparsi in uno spirito di solidarietà verso i fratelli che soffrono e con un generoso sforzo di evangelizzazione per contribuire a riportare a Cristo coloro che restano sempre dei fratelli ma che non credono in colui che, in seguito ad un infelice sconvolgimento sul piano spirituale, sono giunti a combattere.
Permettetemi ancora di salutare e di ringraziare Monsignor Norbert Calmels. Quale Abate generale dei Premostratensi e diretto Superiore del fondatore dell'"Aiuto alla Chiesa che soffre", ha reso a quest'opera importanti servizi ai quali desidero rendere omaggio.
Infine, mi rivolgo al caro Padre Werenfried van Straaten per esprimergli la mia più profonda gratitudine che non è solamente mia ma anche di tanti Vescovi, di migliaia di sacerdoti, religiosi, religiose, novizi, seminaristi e milioni di fedeli. Chi potrà valutare tutte le fatiche dedicate alla organizzazione di una tale opera, così come tutta la generosità suscitata, in Occidente ed anche oltre, per i cristiani che soffrono? Tutto questo, noi lo sappiamo, è scritto nel "libro della vita". Il Signore stesso è la ricompensa dei suoi discepoli! Nel momento in cui Padre Werenfried viene ad affidare il suo compito di Moderatore in altre mani per consacrarsi ai compiti d'animazione spirituale dell'opera, gli auguro un fruttuoso servizio alla Chiesa.
A voi tutti che siete ferventi collaboratori di questa bella opera di solidarietà cristiana, rinnovo i miei incoraggiamenti ed accordo una particolare benedizione apostolica, da estendere a tutti coloro che portate nel vostro cuore e nella vostra preghiera.
Data: 1981-11-16
Lunedì 16 Novembre 1981
Titolo: Il Dio vivente, stringendo l'alleanza con gli uomini, rinnova continuamente la realtà stessa della vita
1. "Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio" (Mt 22,29), così disse Cristo ai Sadducei, i quali - rifiutando la fede nella futura risurrezione dei corpi - Gli avevano esposto il caso seguente: "C'erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato mori e, non avendo discendenza, lascio la moglie a suo fratello" (secondo la legge mosaica del "levirato"); "così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. Alla fine, dopo tutti, mori anche la donna.
Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie?" (Mt 22,25-28).
Cristo replica ai Sadducei affermando, all'inizio e alla fine della sua risposta, che essi sono in grande errore, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio (cfr. Mc 12,24 Mt 22,29). Dato che il colloquio con i Sadducei è riportato da tutti e tre i Vangeli Sinottici, confrontiamo brevemente i relativi testi.
2. La versione di Matteo (22,24-30), benché non faccia riferimento al roveto, concorda quasi interamente con quella di Marco (12,18-25). Entrambe le versioni contengono due elementi essenziali: 1) l'enunciazione sulla futura risurrezione dei corpi, 2) l'enunciazione sullo stato dei corpi degli uomini risorti. Questi due elementi si trovano anche in Luca (20,27-36). Il primo elemento, concernente la futura risurrezione dei corpi, è congiunto, specialmente in Matteo e in Marco, con le parole indirizzate ai Sadducei, secondo cui essi non conoscono "né le Scritture né la potenza di Dio". Tale affermazione merita un'attenzione particolare, perché proprio in essa Cristo puntualizza le basi stesse della fede nella risurrezione, a cui aveva fatto riferimento nel rispondere alla questione posta dai Sadducei con l'esempio concreto della legge mosaica del levirato.
3. Senza dubbio, i Sadducei trattano la questione della risurrezione come un tipo di teoria o di ipotesi, suscettibile di superamento. Gesù dimostra loro prima un errore di metodo: non conoscono le Scritture; e poi un errore di merito: non accettano ciò che viene rivelato dalle Scritture - non conoscono la potenza di Dio - non credono in Colui che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente.
E' una risposta molto significativa e molto precisa. Cristo s'incontra qui con uomini, che si reputano esperti e competenti interpreti delle Scritture. A questi uomini - cioè ai Sadducei - Gesù risponde che la sola conoscenza letterale della Scrittura non è sufficiente. La Scrittura infatti è soprattutto un mezzo per conoscere la potenza del Dio vivo, che in essa rivela se stesso, così come si è rivelato a Mosè nel roveto. In questa rivelazione Egli ha chiamato se stesso "il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe" - di coloro dunque che erano stati i capostipiti di Mosè nella fede che scaturisce dalla rivelazione del Dio vivente.
Tutti quanti sono ormai morti da molto tempo; tuttavia Cristo completa il riferimento a loro con l'affermazione che Dio "Non è Dio dei morti, ma dei vivi".
Questa affermazione-chiave, in cui Cristo interpreta le parole rivolte a Mosè dal roveto ardente, può essere compresa solo se si ammette la realtà di una vita, a cui la morte non pone fine. I padri di Mosè nella fede, Abramo, Isacco e Giacobbe, sono per Dio persone viventi (cfr. Lc 20,38), sebbene, secondo i criteri umani, debbano essere annoverati fra i morti. Rileggere correttamente la Scrittura, e in particolare le suddette parole di Dio, vuol dire conoscere e accogliere con la fede la potenza del Datore della vita, il quale non è vincolato dalla legge della morte, dominatrice nella storia terrena dell'uomo.
4. Sembra che in tal modo sia da interpretare la risposta di Cristo sulla possibilità della risurrezione, data ai Sadducei, secondo la versione di tutti e tre i Sinottici. Verrà il momento in cui Cristo darà la risposta, in questa materia, con la propria risurrezione; per ora, tuttavia, Egli si richiama alla testimonianza dell'Antico Testamento, dimostrando come scoprirvi la verità sull'immortalità e sulla risurrezione. Bisogna farlo non soffermandosi soltanto al suono delle parole, ma risalendo anche alla potenza di Dio, che da quelle parole viene rivelata. Il richiamarsi ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe in quella teofania concessa a Mosè, di cui leggiamo nel Libro dell'Esodo (Ex 3,2-6), costituisce una testimonianza che il Dio vivo dà a coloro che vivono "per Lui": a coloro che grazie alla sua potenza hanno la vita, anche se, stando alle dimensioni della storia, occorrerebbe da molto tempo annoverarli tra i morti.
5. Il significato pieno di questa testimonianza, a cui Gesù si riferisce nel suo colloquio con i Sadducei, si potrebbe (sempre soltanto alla luce dell'Antico Testamento) cogliere nel modo seguente: Colui che è - Colui che vive e che è la Vita - costituisce l'inesauribile fonte dell'esistenza e della vita, così come si è rivelato in "principio", nella Genesi (cfr. Gn 1-3). Sebbene, a causa del peccato, la morte corporale sia divenuta la sorte dell'uomo (cfr. Gn 3,19), e sebbene l'accesso all'albero della Vita (grande simbolo del Libro della Genesi) gli sia stato interdetto (cfr. Gn 3,22), tuttavia il Dio vivente, stringendo la sua Alleanza con gli uomini (Abramo - patriarchi, Mosè, Israele), rinnova continuamente, in questa alleanza, la realtà stessa della Vita, ne svela di nuovo la prospettiva e in un certo senso apre nuovamente l'accesso all'albero della Vita. Insieme con l'Alleanza, questa vita, la cui sorgente è Dio stesso, viene partecipata a quegli stessi uomini che, in conseguenza della rottura della prima Alleanza, avevano perduto l'accesso all'albero della Vita, e nelle dimensioni della loro storia terrena erano stati sottoposti alla morte.
6. Cristo è l'ultima parola di Dio su questo argomento; infatti l'Alleanza, che con Lui e per Lui viene stabilita tra Dio e l'umanità, apre una infinita prospettiva di Vita: e l'accesso all'albero della Vita - secondo l'originario piano del Dio dell'Alleanza - viene rivelato ad ogni uomo nella sua definitiva pienezza. Sarà questo il significato della morte e della risurrezione di Cristo, sarà questa la testimonianza del mistero pasquale. Tuttavia il colloquio con i Sadducei si svolge nella fase pre-pasquale della missione messianica di Cristo. Il corso del colloquio secondo Matteo (22,24-30), Marco (12,27-28), e Luca (20,27-36) manifesta che Cristo - il quale più volte, in particolare nei colloqui con i suoi discepoli, aveva parlato della futura risurrezione del Figlio dell'uomo (cfr. Mt
17,
9.23; 20,19) - nel colloquio con i Sadducei invece non si richiama a questo argomento. Le ragioni sono ovvie e chiare. Il colloquio si svolge con i Sadducei, "i quali affermano che non c'è risurrezione" (come sottolinea l'evangelista), cioè mettono in dubbio la stessa sua possibilità, e nel contempo si considerano esperti della Scrittura dell'Antico Testamento, e suoi interpreti qualificati. Ed è perciò che Gesù si riferisce all'Antico Testamento e in base ad esso dimostra loro che "non conoscono la potenza di Dio".
7. Riguardo alla possibilità della risurrezione, Cristo si richiama appunto a quella potenza, che va di pari passo con la testimonianza del Dio vivo, che è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, e il Dio di Mosè. Il Dio, che i Sadducei "privano" di questa potenza, non è più il Dio vero dei loro Padri, ma il Dio delle loro ipotesi ed interpretazioni. Cristo invece è venuto per dare testimonianza al Dio della Vita in tutta la verità della sua potenza che si dispiega sulla vita dell'uomo.
(Omissis, seguono saluti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, croato, polacco, italiano)
Data: 1981-11-18
Mercoledì 18 Novembre 1981
Titolo: Le Chiese d'Africa strettamente legate con la Chiesa di Roma
Cari fratelli nell'Episcopato, Accogliendovi oggi in Vaticano, come non ricordare l'ospitalità calorosa che mi avete riservato in occasione della mia visita nel vostro Paese? E intorno a voi erano radunati non solamente una moltitudine di fedeli, ma anche un gran numero di vostri compatrioti di tutti gli orizzonti spirituali. Lasciate che io li ringrazi ancora una volta per vostro tramite: la mia gratitudine si rivolge in particolare alle Autorità pubbliche e agli organizzatori.
Un tale entusiasmo spontaneo attorno al successore di Pietro testimonia ciò che, presso di voi, rappresenta la Chiesa, strettamente unita alla Cattedra di Roma e percepita come una realtà africana ben al di là delle comunità cristiane.
In questo riconosco un motivo di incoraggiamento a non lasciarvi impressionare da coloro che, col pretesto di conservare e di favorire le tradizioni culturali africane, vorrebbero accusare le Chiese locali di essere infeudate ad una tutela straniera. Il carattere di gioia popolare della vostra accoglienza, le relazioni libere e permanenti che voi intrattenete tanto con Roma che con le Chiese di altri continenti in un clima di scambi e, forse più ancora, l'opera che viene compiuta col vostro incoraggiamento presso l'Istituto cattolico dell'Africa occidentale - che ho avuto la gioia di visitare - negano queste insinuazioni. Aggiungero che senza dubbio non è lontano il giorno in cui le giovani Chiese d'Africa renderanno un prezioso servizio a quelle dell'antica cristianità che hanno fatto conoscere loro il Vangelo che avevano esse stesse ricevuto e che continuano a mettere a vostra disposizione sacerdoti, religiose e laici il cui impegno disinteressato è totale. Non vediamo già i felici inizi di questo scambio apostolico nella testimonianza resa in Europa dai lavoratori cristiani d'Africa e nell'aiuto arrecato dal ministero dei sacerdoti delle vostre diocesi durante i loro studi sul continente europeo? E su questa strada d'aiuto fraterno autenticamente ecclesiale che bisogna progredire, senza alcun complesso.
Mi è quindi cosa gradita esprimervi come io apprezzi lo sforzo che avete intrapreso e che va sostenuto con tenacia, in favore delle vocazioni. Avete riscontrato un calo del numero delle giovani che iniziano il noviziato. Anche se vi sono speranze di risveglio nelle vocazioni sacerdotali - sebbene non ugualmente ripartite nelle varie diocesi -, continuate ad essere vigilanti. I giovani, quando si interrogano sull'autenticità di una eventuale chiamata del Signore, sono esigenti nei confronti di se stessi come in quelli degli altri. Bisogna che essi possano vedere con i loro occhi queste esigenze realizzate nella gioia da parte dei sacerdoti e delle religiose che li circondano. Bisogna poi, in questa nostra epoca di cambiamenti profondi nel campo dell'affettività, che il dono di se stessi, fatto totalmente al Signore, venga ricompensato dalla certezza di una vita fraterna tra i sacerdoti e le religiose. Il ruolo del Vescovo è in questo caso essenziale, come voi ben sapete. Come si affermava negli Statuta Ecclesiae Antiqua al tempo di san Cesare d'Arles: "Che il Vescovo sappia di essere il primo quando celebra l'Eucaristia, e uno dei suoi fratelli quando è a tavola". La vostra vicinanza a vostri fratelli sacerdoti è simbolo della loro fraternità malgrado le tensioni inevitabili e talvolta necessarie. Questa fraternità tra sacerdoti è d'esempio per la comunità cristiana tutta intera e sarà una notevole ragione per sostenere in modo particolare la disponibilità dei giovani che vorranno imitarli.
Le vocazioni numerose sono un segno della generosità e della maturità di una comunità cristiana: si ha dunque il diritto di attendere che esse si manifestino ancora in molti altri aspetti e, in particolare, nella apertura del cuore dei cristiani verso il povero e lo straniero e nella presa di coscienza delle loro responsabilità apostoliche. Mi sembra che vi sia un invito pressante alla Chiesa della Costa d'Avorio poiché, nonostante la attuale crisi economica mondiale, il vostro Paese gode di una situazione invidiabile tra i vari Paesi africani. Questo si spiega in parte con l'afflusso di abitanti da Paesi vicini in particolare dall'Alto Volta, venuti presso di voi per lavorare. E' quindi importante che il vostro zelo pastorale nei loro confronti non venga smentito da nulla e che sia sostenuto da una stretta e stabile cooperazione coi Vescovi dell'Alto Volta. Non dimenticate mai che l'accoglienza dello straniero è una benedizione di Dio, un bene sia per chi dà accoglienza che per chi viene accolto! Analogamente ad altri Paesi poi voi siete posti di fronte alle conseguenze di una urbanizzazione rapida con tutto ciò che essa comporta: sradicamenti, problemi sociali, e, soprattutto, inquietudini.
L'attrazione delle sette che si moltiplicano rivela in parte questo sentimento di insicurezza che l'uomo, disorientato, avverte nelle grandi città a qualunque ambiente sociale egli appartenga. E' necessario quindi che grazie ai sacerdoti, alle religiose e ai vostri così zelanti catechisti, la Chiesa, come al tempo dei primi cristiani, sia per tutti coloro che vi si accostano, accogliente, comprensiva e gioiosa. Per questo scopo occorrono delle strutture adatte e flessibili e ciò richiede soprattutto, come fortunatamente nel vostro caso, che i catechisti stessi ricevano una solida formazione biblica onde potere, con la loro vita e le loro parole, rendere conto senza ambiguità della speranza che è in noi.
Resta ben inteso che una tale attenzione portata dalla Chiesa alle popolazioni delle città suppone un realismo, fondato sulla coscienza precisa dei fattori economici e sociologici, che non elude mai la dimensione religiosa dell'uomo, e una volontà tenace di lottare per la giustizia, non tralasciando di rispondere con sollecitudine ai bisogni attuali attraverso l'azione caritativa.
Con avvedutezza avete sostenuto gli sforzi di coloro che sono convinti della importanza fondamentale della famiglia. Sono al corrente del fatto che avete incoraggiato la costituzione di associazioni di famiglie cristiane. Non si dirà mai abbastanza quanto dipenda dall'equilibrio della famiglia la possibilità di trovare la soluzione delle numerose difficoltà che ho menzionato. Non dimenticate che salvaguardando e promuovendo i valori della famiglia, si lavora sicuramente per la promozione dell'uomo per l'umanizzazione della società. E quando la famiglia è cristiana, voi lo sapete bene, diventa una "chiesa domestica" e dunque la prima cellula missionaria.
Prima di impartirvi la Benedizione, vorrei cogliere questa occasione per esprimervi il mio affetto, la mia profonda stima per tutto il lavoro apostolico che si realizza sotto la vostra direzione in Costa d'Avorio. Quando si pensa alla abnegazione dei genitori, al coraggio dei catechisti, alla carità delle religiose che lavorano nei dispensari e nelle scuole, alla serietà degli insegnanti che si occupano dei giovani, alle responsabilità assunte dai laici, allo zelo dei sacerdoti - sia che provengano dalla vostre comunità o che siano giunti da lontano - e in definitiva alla preghiera e alla fede di tutto il popolo cristiano della Costa d'Avorio come non provare un sentimento di fierezza e di ammirazione? Dite ai vostri fedeli che il Papa li pensa, che prega per loro e con loro e che li benedice di tutto cuore come benedice tutti voi!
Data: 1981-11-19
Giovedì 19 Novembre 1981
Titolo: Lettera alla Chiesa in Ungheria
Mi rivolgo di nuovo a voi con grande gioia, diletti fratelli e sorelle ungheresi, in occasione del 750.mo anniversario della beata morte di santa Elisabetta della dinastia di Arpad, figlia degna di ammirazione della Nazione e della Chiesa ungheresi. Desidero infatti rendermi spiritualmente presente tra di voi in Sarospatak, suo probabile luogo di nascita, dove in questi giorni e in quest'anno numerosi pellegrini festeggiano il fiore profumato, sbocciato dalla dinastia di santo Stefano.
Mentre cantate "della vita di donna Elisabetta" e ricordate le sue "tante opere di bene", evocate la splendida figura di una giovane donna e madre, che ha vissuto appena 24 anni. Assieme a voi osservo anch'io la bambina Elisabetta dal carattere vivace, che da sua madre dalla tragica sorte imparo presto ad amare Gesù e Maria. La vediamo presto in Turingia, nel castello di Wartburg, famoso per i Minnesanger, ove con il suo essere dinamico e con il suo amore senza pregiudizi conquista quanti le stanno attorno. Voleva solo assecondare la volontà di Cristo, l'amore di Cristo irradiava dalla sua persona. Davanti al Crocifisso tolse la propria corona dicendo: "Come potrei io portare la corona d'oro, quando il Signore porta la corona di spine? E la porta per me!".
La sua vita si realizza nell'amore del langravio Ludovico. Elisabetta, di appena 14 anni, e Ludovico di 21 anni, si amavano in Dio e si aiutavano a vicenda per amare sempre di più Dio. Accettavano con profonda gratitudine dal Creatore il dono della nuova vita. Chi potrebbe restare indifferente di fronte alla gioia avvincente di una madre di 15 anni e all'immenso amore di Ludovico e Elisabetta! La giovane madre, sollecitata dall'amore di Cristo, visitava i poveri, gli ammalati, i bambini abbandonati. Se san Paolo è diventato tutto per tutti perché tutti si salvino, Elisabetta è diventata madre di tutti per condividere la buona novella di Cristo. "Sub castro Warthberch altissimo erat magna domus, in qua plurimos ponebat infirmos. Consolans eos et tractans cum eis de patientia et salute anime ac singulorum desiderio tam in potu, quam cibariis in omnibus satisfaciebat, vedens etiam ornamenta sua in alimoniam eorum. In aedem domo habuit multos puerulos pauperes, quibus bene providit, tam benigne et dulciter se circa ipsos habent, ut eam omnes matrem appellarent, et circa eam intrantem domum se collocarent ad eam currendo. Inter eos scabiosos, infirmos, debiles et magis sordidos et deformatos specialius dilexit, capita eorum manibus attrectans et in sinu suo locans" ("De dictis quattuor ancillarum", cap. II. 771ss).
Il segreto della gioia e del servizio inesauribili rivela ella stessa alle sue ancelle: "Che grande fortuna per noi poter lavare il Signore e poter preparare il letto per Lui". Come san Francesco d'Assisi, suo esempio, non ebbe paura dei lebbrosi, riteneva un privilegio poterli curare. Elisabetta e Ludovico con gli occhi dell'anima vedevano Cristo in ogni persona malata.
Elisabetta con gli occhi bene aperti osservava le ferite causate dalle ingiustizie sociali. Nel periodo della carestia apriva senza esitazioni la dispensa del langravio per sfamare i poveri arrivati da terre lontane, e nello stesso tempo procurava anche un lavoro ad essi. Sorpassando le barriere della propria epoca ella stessa lavorava mentre educava i suoi figli e adempiva ai doveri del suo rango. La gioia non si è spenta mai dal suo cuore, donava con gioia evangelica: "Tutto ciò che possiamo dobbiamo donarlo con gioia e di buon grado".
In Elisabetta dobbiamo vedere anche la donna forte della Bibbia, che non viene distrutta dalla sofferenza, bensì ne venne resa partecipe del mistero pasquale. Elisabetta, che era in attesa di un altro figlio, dovette combattere una dura battaglia per lasciar andare il marito da crociato in Terra Santa. Gli sposi affezionati, nella preghiera chiedono e trovano la forza per accettare la volontà di Dio. Come simbolo della loro eterna unione sponsale, con comune volontà offrono al servizio di Dio il loro figlio nascente. La giovane madre di tre figli, appena ventenne, nel giro di poche settimane, perdeva il suo sposo fedele, mentre i suoi parenti la privavano dell'uso dei suoi beni materiali. Elisabetta, constatando di non poter vivere nel castello di Wartburg secondo la propria coscienza, lo lascia con libera decisione, affidando a Dio il futuro suo e dei figli. Voleva imitare Cristo, che "scelse di essere come servo.. Abbasso se stesso e fu ubbidiente a Dio sino alla morte in Croce" (Ph 2,7-8); ora nella luce della grazia scopriva che anche per lei era arrivato il momento benedetto del "kenozis". Diseredata, abbandonata canta un Te Deum esultante. "Nudata enim omnibus temporalibus in multiplici corporis cruciata Christum sequebatur non cum aliis mulieribus de longe spectans, sed cominus glaudius tribulationum animam eius pertransivit" ("De dictis"... Prol. 80-84).
Dopo aver assicurato con saggia determinazione il futuro dei suoi figli, indossa il semplice saio grigio di san Francesco; il venerdi santo solennemente rinuncia alla propria volontà e come terziaria francescana, la prima in terra tedesca, vive esclusivamente per la preghiera e per il servizio del prossimo.
Venivano da lei a torrenti gli ammalati, i disperati ed ella - vivendo incessantemente nella presenza di Dio - a molti ridava la salute e la pace di Dio.
"Vedete, io ve l'ho detto: bisogna rendere felici gli uomini". Dopo aver dato senza riserve "la sua vita per i propri amici" (Jn 15,13) sul letto di morte confida: "Devi sapere che sono stata molto felice".
750 anni fa, nella notte tra il 16 e 17 novembre, nel 1231 con un sorriso felice è andata incontro a sorella morte, la quale l'ha unita per l'eternità con il Cristo e con i suoi.
Erano trascorsi appena 4 anni, quando nel 1235 Papa Gregorio IX canonizzava la famosa langravia.
Diletti fratelli e sorelle ungheresi! Santa Elisabetta da allora è una fiaccola luminosa per quanti imitano il Cristo nel servizio per il prossimo. Ma prima di tutto ella è un fulgido esempio per voi, cattolici ungheresi del XX secolo, per voi, giovani, per voi, sposi, messaggeri odierni dell'amore di Dio.
Mi rivolgo a voi, giovani cattolici. Osservate Elisabetta d'Ungheria e cercate di scoprire il mistero della sua vita. Incontrerete il Cristo, che già conoscete, ma forse non amate abbastanza. Ascoltate la chiamata divina che viene dal profondo del vostro cuore, "siate saldamente radicati e stabilmente fondati nell'amore" (Ep 3,17). Abbiate il coraggio di dare la vita a Cristo e in Lui ai fratelli. "I poveri li avete sempre con voi" (Jn 12,8); guardate attorno attentamente; nell'ambiente in cui vivete, poi negli ospedali, nei focolari familiari spenti, negli istituti di carità, troverete un fratello anziano, un malato solitario, un invalido rifiutato dai parenti, un malato nel corpo e nella mente; in essi potrete servire il Cristo. "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avrete fatto a me" (Mt 25,40) Perché voi possiate accettare questa missione apostolica nello spirito di santa Elisabetta, dovete approfondire la vostra fede in Cristo usando regolarmente i mezzi di grazia offerti dalla Chiesa. "Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori" (Ep 3,17). Siate rappresentanti dell'amore misericordioso del Padre, perché assieme ai vostri fratelli credenti e a quanti stanno cercando in Dio il senso della loro esistenza "siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ep 3,18-19).
Meditate in quest'anno giubilare sulla vita familiare felice di santa Elisabetta voi sposi, madri e padri di famiglia! Siate vicini gli uni agli altri con fedeltà irremovibile. Siate convinti che l'amore di Dio e la vita cristiana coerente non solo non è un ostacolo, bensì è una fonte inesauribile dell'amore coniugale. Santificatevi vicendevolmente, aiutatevi vicendevolmente nell'imitazione di Cristo. Ricordatevi che il popolo della Turingia considera santo oltre Elisabetta anche Ludovico! Pregate tutti i giorni anche insieme, sapendo che Cristo è presente con voi. In Cristo potete diventare quello che in virtù del sacramento del matrimonio dovete essere: un corpo solo e un'anima sola.
Accettate con gratitudine il più bel dono del Dio Creatore: il dono della vita che è sacra sin dal primo istante del concepimento. Trasformate il vostro focolare in chiesa domestica, educate i vostri figli alla fede. "L'azione catechetica della famiglia ha un carattere particolare e, in un certo senso, insostituibile" (CTR 68).
Santificate i vostri figli, insegnate loro ad amare Cristo e la sua Chiesa, a servire disinteressatamente il Popolo di Dio. Approfondite in voi la convinzione che con l'esempio della vostra vita e con la trasmissione della vostra fede date il meglio ai vostri figli. Potete diventare genitori di futuri santi, come anche la terza figlia di Elisabetta, Gertrude, è venerata come beata dai Premostratensi. Conservate l'intima atmosfera della chiesa domestica, ma nello stesso tempo siate aperti verso il grande compito di costruire il Regno di Dio.
Siate un centro irradiante d'amore universale.
La società moderna ha particolarmente bisogno di uomini e donne rivestiti di Cristo, i quali con gioia e disinteresse si dedicano al servizio del prossimo, i quali come madri e come padri abbracciano e aiutano i poveri dei nostri tempi bisognosi di affetto, di comprensione, di fede, di beni materiali e spirituali. Siate convinti che partecipate attivamente nell'unica missione apostolica della Chiesa.
Guardate tutti Santa Elisabetta, diletti Fratelli e Sorelle ungheresi! Riconoscete in lei la meravigliosa chiamata dell'amore di "Dio, ricco di misericordia" (Ep 2,4). Siate orgogliosi che Elisabetta, figlia della terra magiara, sia diventata una santa conosciuta e amata in tutto il mondo. Ella ha pensato in dimensioni che superano la sua epoca, con cuore geniale ha intuito la forza unificatrice dell'amore e la profonda esigenza dell'unità. La verità di Cristo l'ha resa libera affinché potesse costruire l'unità tra due popoli, innalzare un ponte tra classi sociali contrastanti, unire in sé varie manifestazioni dell'ideale di santità e infine armonizzare i cuori umani.
Chiedete dunque l'intercessione della grande santa Elisabetta, di questa santa così attuale, per la vostra diletta Nazione, per il nobile Popolo ungherese, per l'unità tra i popoli costruita sull'.amore e rispetto mutui.
"Nel nome di Gesù Cristo crocifisso e risorto, nello spirito della sua missione messianica, che continua nella storia dell'umanità, eleviamo la nostra voce e supplichiamo perché, in questa tappa della storia si riveli ancora una volta quell'amore che è nel Padre, e per opera del Figlio e dello Spirito Santo si dimostri presente nel mondo contemporaneo. Supplichiamo per intercessione di Colei che non cessa di proclamare "la misericordia di generazione in generazione", ed anche di coloro per i quali si sono compiutamente realizzate le parole del Discorso della montagna: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia"" (DM 15).
Affinché l'anno giubilare di santa Elisabetta possa essere per tutti un anno di rinnovamento che trasforma la vostra esistenza, diletti fratelli e sorelle Ungheresi, vi affido alla protezione della "Magna Domina Hungarorum" e vi invio con affetto particolare la mia benedizione apostolica.
Data: 1981-11-19
Giovedì 19 Novembre 1981
GPII 1981 Insegnamenti - All'Associazione "Aiuto alla Chiesa che soffre" - Città del Vaticano (Roma)