GPII 1981 Insegnamenti - Il discorso alla "Via Crucis" - Roma

Il discorso alla "Via Crucis" - Roma

Titolo: L'amore della croce è più forte della morte



1. "Noi ti adoriamo, Gesù Cristo, e Ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo".

Nella tarda sera di questo Venerdi Santo siamo venuti qui, cari fratelli e sorelle, romani e pellegrini delle diverse parti del mondo, per glorificare la Croce di Cristo.

Questa Croce sta qui, in mezzo ai resti del Colosseo, come un segno.

Presso questa Croce abbiamo meditato sulla "Via della Croce" di Gesù di Nazaret e sulla sua morte di Croce.

"Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei" (Jn 19,19); tale iscrizione Pilato fece porre sopra il capo del condannato.

Presso questa Croce abbiamo meditato sulla storia della Via Crucis dei cristiani delle prime generazioni e dei primi secoli - via che ha condotto ai luoghi del martirio di Roma e del mondo antico. Quelli che perirono per la fede, abbracciavano con amore la Croce di Cristo ripetendo: "Ti benediciamo, o Cristo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo".

Hanno preso su di sé lo stigma della Redenzione, reso incandescente dal loro proprio sangue, ed hanno così completato, con la propria Croce, "quello che mancava ai patimenti di Cristo" (cfr. Col 1,24).

E così è stato nelle diverse epoche della storia e nei diversi luoghi della terra. Nei luoghi vicini e in quelli lontani. Il mio recente pellegrinaggio in Estremo Oriente ha ricordato a tutti quanto simile sia stata la via dei nostri fratelli e sorelle di quei lontani territori alla via delle prime generazioni di martiri che qui sono passate, seguendo Cristo fino alla morte.

Non possiamo terminare questa giornata senza ricordare, senza abbracciare con la memoria e col cuore tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, che, anche nella nostra epoca, sono pronti ad essere oltraggiati per amore del nome di Cristo (cfr. Ac 5,41) in diversi modi, con diverse umiliazioni, discriminazioni, incarcerazioni e torture.

Tutti voi, cari "con-testimoni" delle sofferenze di Cristo, ovunque siate - sappiate che siete stati presenti insieme con noi qui, in questa Via Crucis nel Colosseo - siete stati presenti nel cuore del Papa, successore di Pietro, e nel cuore di tutta l'assemblea!


2. Noi ti adoriamo, Gesù Cristo! Ti adoriamo. Ci mettiamo in ginocchio. Non troviamo le parole sufficienti né i gesti per esprimerti la venerazione, della quale ci compenetra la tua Croce; della quale ci compenetra il tuo abbassamento fino alla morte; della quale ci compenetra il dono della Redenzione, offerto a tutta l'umanità - a tutti e a ciascuno - mediante la sottomissione totale e incondizionata della tua volontà alla volontà del Padre.

"Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Jn 3,16).

E il Figlio, Cristo Gesù, "pur essendo di natura divina, non considero un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma ... assumendo la condizione di servo... umilio se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce" (Ph 1,6-8).

E proprio per ciò è diventato il Signore delle nostre anime: Redentore del mondo. E proprio per ciò ci ha rivelato fino alla fine l'amore di Dio per l'uomo: l'amore del Padre. Lo ha rivelato in sé: in sé - obbediente fino alla morte. Lo ha rivelato - assumendo la condizione di servo: di quel Servo di Jahvé preannunziato da Isaia: "Egli si è caricato delle nostre sofferenze / si è addossato i nostri dolori / e noi lo giudicavamo castigato / percosso da Dio e umiliato. / Egli è stato trafitto per i nostri delitti, / schiacciato per le nostre iniquità. / Il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di lui; / per le sue piaghe noi siamo stati guariti. / Noi tutti eravamo sperduti come un gregge / ognuno di noi seguiva la sua strada; / il Signore fece ricadere su di lui / l'iniquità di noi tutti. / Maltrattato, si lascio umiliare / e non apri la sua bocca: / era come agnello condotto al macello, / come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, / e non apri la sua bocca. / ... / Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce / e si sazierà della sua conoscenza; / il giusto mio servo giustificherà molti, / egli si addosserà la loro iniquità. / Perciò io gli daro in premio le moltitudini... / perché ha consegnato se stesso alla morte / ed è stato annoverato fra gli empi. / mentre egli portava il peccato di molti / e intercedeva per i peccatori" (Is 53,4-7 Is 11-12).

Egli ha rivelato l'amore del Padre nel suo amore. Dall'altezza della sua Croce ha il diritto di parlare agli uomini di tutti i tempi "Chi vede me vede il Padre"! (cfr. Jn 14,9). Egli ci ha rivelato mediante la sua Croce e la sua passione il Padre di tutti i figli prodighi. Egli ci ha rivelato mediante la sua morte, che nel mondo c'è l'Amore - l'Amore: più forte della morte. E più forte del peccato. Egli ci ha rivelato Dio, "ricco di misericordia" (Ep 2,4). Egli ha aperto dinanzi a noi la via della speranza.


3. Ed ecco: noi, che al termine del Venerdi Santo romano ci troviamo vicino al Colosseo, presso la Croce dei secoli, desideriamo per mezzo della tua Croce e della tua Passione, o Cristo, gridare oggi verso questa Misericordia, che in modo irreversibile è entrata nella storia dell'uomo, nel nostro intero mondo umano - e che nonostante le apparenze di debolezza è più forte del male. E' la più grande potenza e forza sulla quale possa appoggiarsi l'uomo, minacciato da tante parti.

Hagios o Theos / Hagios ischyros / Hagios Athanatos, eleison hymas / Sanctus Deus / Sanctus Fortis / Sanctus Immortalis, miserere nobis. / Santo Dio, / Santo Forte, / Santo Immortale: abbi pietà di noi.

Abbi pietà: eleison: miserere! La potenza del tuo amore si dimostri ancora una volta più grande del male che ci minaccia. Si dimostri più grande del peccato, dei molteplici peccati che si arrogano in forma sempre più assoluta il pubblico diritto di cittadinanza nella vita degli uomini e delle società.

La potenza della tua Croce, o Cristo, si dimostri più grande dell'autore del peccato, che si chiama "Il principe di questo mondo" (Jn 12,32)! Perché con il tuo Sangue e la tua passione tu hai redento il mondo! Amen. Data: 1981-04-17
Venerdi 17 Aprile 1981


Alla Cappella musicale pontificia - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Importanza della musica sacra nel servizio della liturgia

Carissimi cantori della Cappella Sistina!

1. Da tempo desideravo incontrarmi con voi, che tanta parte avete nel rendere col vostro canto solenni le cerimonie pontificie. Saluto cordialmente il vostro benemerito Maestro Direttore, Monsignor Bartolucci, e poi ciascuno di voi, che con generosa dedizione e con squisito gusto artistico, vi dedicate all'esecuzione della Sacra Polifonia, a servizio della liturgia, e perciò a servizio del Signore.

Sono lieto di questo incontro, alla vigilia della solennità della Pasqua, che mi offre l'occasione di esprimervi il mio sincero affetto, il mio vivo apprezzamento e la mia grande riconoscenza. Il vostro canto è liturgia, è preghiera, è partecipazione al Sacrificio Divino che Gesù Cristo rinnova sull'altare durante ogni Messa. Esso aiuta i fedeli ad elevare il loro animo a Dio. E il nome di "Cappella Sistina", voi lo sapete, è noto nel mondo, per le sue esecuzioni. Ebbene siatene santamente orgogliosi, ma questo vi sia anche di stimolo ad un impegno sempre più convinto e diligente.


2. Mi sarebbe gradito potermi intrattenere più a lungo e scorrere con voi i documenti del Magistero della Chiesa riguardanti la Musica e il Canto Sacro.

A cominciare da san Gregorio Magno fino ai miei immediati predecessori, sempre la Chiesa ha curato con particolare sollecitudine questa parte importante della liturgia.

Pio XII, nell'enciclica "Musicae sacrae disciplinae" (25 Dicembre 1955) affermava che la musica deve annoverarsi tra i molti e grandi doni di natura dei quali Dio ha arricchito l'uomo creato a sua immagine e somiglianza: essa, insieme con le altre arti liberali, contribuisce al gaudio spirituale e al diletto dell'anima (Parte I).

Tanto più questo deve essere detto della Musica Sacra. Infatti san Pio X, nel suo celebre Motu Proprio "Tra le sollecitudini" (22 Novembre 1903), scriveva: "La Musica Sacra, come parte integrante della solenne liturgia, ne partecipa il fine generale, che è la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli. Essa concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesiastiche... affinché i fedeli con tale mezzo siano più facilmente stimolati alla devozione e meglio si dispongano ad accogliere in sé i frutti della grazia, che sono propri della celebrazione dei sacrosanti misteri".

E a tal fine il santo pontefice aggiungeva che la Musica Sacra deve possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia, e precisamente la santità, la bellezza della forma e l'universalità.

La Costituzione "Sacrosanctum Concilium" del Vaticano II sulla Sacra liturgia ha ben sottolineato il grande valore del canto e lo ha aperto a nuove forme, sempre secondo il medesimo fine, che è "la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli" (cfr. SC 112-121).

E' un complesso dottrinale prezioso e sempre valido, che vi esorto a meditare, a fare vostro, affinché la vostra fatica per ottenere esecuzioni sempre magnifiche sia accompagnata anche dalla vostra sensibilità spirituale e dalla gioia di servire Dio e le anime.


3. Carissimi, queste riflessioni vi spronino a cantare sempre meglio, con la voce e con il cuore! Possa la "Cappella Sistina" essere di esempio a tutte le Chiese della cristianità! Questo auspico con ansia apostolica! E la letizia di Cristo Risorto colmi sempre i vostri animi! La Pasqua vi faccia sempre più comprendere che tutta la vita deve essere un canto di bontà e di innocenza, per mezzo della grazia, che Gesù ci ha meritato con la sua Passione, Morte e Risurrezione.

Vi accompagni nel vostro servizio Maria santissima, che con la sua vita compose una sinfonia di suprema bellezza. Fate in modo che il vostro canto sia sempre un "magnificat" in suo onore! Mentre ricambio cordialmente a ciascuno di voi e a tutti i vostri familiari gli auguri di Buona Pasqua, vi imparto la mia benedizione apostolica.

Data: 1981-04-18
Sabato 18 Aprile 1981


Udienza - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il saluto agli agenti della Polizia Stradale

Carissimi!

1. Nella mattinata, così singolare e significativa del "Sabato Santo", avete desiderato venire a porgermi i vostri auguri di Buona Pasqua. Sono molto lieto di questo incontro, non solo per la gioia che la vostra presenza mi reca, ma anche perché mi offre l'occasione di manifestarvi il mio apprezzamento e la mia riconoscenza per il servizio tanto cortese che prestate per le mie uscite dalla Città del Vaticano in visita pastorale. So che voi compite volentieri il vostro dovere, anche se esige fatica e sacrificio. E ben conosco la vostra perizia e la vostra generosa dedizione. Con viva letizia porgo il mio affettuoso saluto anche ai vostri familiari, che qui vi hanno accompagnati e a tutti i vostri cari, ricambiando di cuore gli auguri pasquali ed assicurando il ricordo nella preghiera.


2. La vigilia della grande solennità della Pasqua mi suggerisce una considerazione, che desidero lasciarvi come ricordo.

Dopo il silenzio di questo giorno di Sabato Santo, le campane tor neranno a squillare festose per annunziare la Risurrezione gloriosa e definitiva di Cristo. La vita e la morte si sono scontrate in un terribile duello; ma ha vinto la vita! E Gesù risorto assicura con la sua vittoria che anche noi risorgeremo gloriosi, dopo il pellegrinaggio della storia umana, alla fine dei tempi.

Ecco, o carissimi, lo stile di vita che anche voi dovete assumere, voi e le vostre famiglie: la gioia della Pasqua, la certezza della risurrezionc gloriosa che infonde coraggio e fiducia, che trattiene dal male, impegna in una vita virtuosa, illumina ogni giorno con la luce soprannaturale della grazia e dell'eternità.

Che la gioia della Pasqua accompagni ogni giorno della vostra vita e doni soddisfazione e serenità anche al vostro lavoro. Questo il mio augurio sincero.

Con questi voti, di gran cuore vi imparto la propiziatrice Benedizione Apostolica, che con affetto estendo a tutti i vostri cari.

Data: 1981-04-18
Sabato 18 Aprile 1981


l'omelia durante la Veglia Pasquale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'ora della vittoria di Cristo è l'ora più grande della storia



1. "Cercate Gesù il Crocifisso"? (Mt 28,5).

E' la domanda che sentiranno le donne quando, "all'alba del primo giorno della settimana" (Mt 28,1), esse verranno al sepolcro.

Crocifisso! Prima del sabato egli fu condannato a morte e spiro sulla croce gridando: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46).

Deposero dunque Gesù in un sepolcro, nel quale nessuno era stato ancora deposto, in un sepolcro prestato da un amico, e si allontanarono. Si allontanarono tutti, in fretta, per adempiere la norma della Legge religiosa. Infatti dovevano iniziare la festa, la Pasqua degli Ebrei, la memoria dell'esodo dalla schiavitù dell'Egitto: la notte prima del sabato.

Poi passo il sabato pasquale e inizio la seconda notte.


2. Ed ecco, siamo venuti tutti in questo tempio, così come tanti nostri fratelli e sorelle nella fede ai diversi templi in tutto il globo terrestre, perché scenda nelle nostre anime e nei nostri cuori la notte santa: la notte dopo il sabato.

Siete qui, figli e figlie della Chiesa che è a Roma, figli e figlie della Chiesa che è estesa nei vari paesi e continenti, ospiti e pellegrini.

Insieme abbiamo vissuto il Venerdi santo: la Via Crucis tra i resti del Colosseo - e l'adorazione della Croce fino al momento in cui una grande pietra fu rotolata sulla porta del sepolcro - e vi fu apposto un sigillo.

Perché siete venuti ora? Cercate Gesù il Crocifisso? Si. Cerchiamo Gesù Crocifisso. Lo cerchiamo in questa notte dopo il sabato, che ha preceduto l'arrivo delle donne al sepolcro, quando esse con grande stupore hanno visto ed hanno sentito: "Non è qui..." (Mt 28,6).

Siamo quindi venuti presto, già a tarda sera, per vegliare presso la sua tomba. Per celebrare la veglia pasquale.

E proclamiamo la nostra lode a questa meravigliosa notte, pronunciando con le labbra del diacono l'"Exsultet" della veglia. Ed ascoltiamo le letture sacre, che paragonano questa unica notte al giorno della Creazione e soprattutto alla notte dell'esodo, durante la quale il sangue dell'agnello salvo i figli primogeniti d'Israele dalla morte e li fece uscire dalla schiavitù d'Egitto. E poi nel momento di rinnovata minaccia il Signore li condusse all'asciutto in mezzo al mare.

Vegliamo, quindi, in questa notte unica presso la tomba sigillata di Gesù di Nazaret, consapevoli che tutto ciò che è stato preannunciato dalla Parola di Dio nel corso delle generazioni si compirà in questa notte, e che l'opera della redenzione dell'uomo raggiungerà in questa notte il suo zenit.

Vegliamo dunque, e, anche se la notte è profonda, e il sepolcro sigillato, confessiamo che si è già accesa in essa la Luce e cammina attraverso il buio della notte e le oscurità della morte. E' la luce di Cristo: Lumen Christi.


3. Siamo venuti per immergerci nella sua morte; sia noi che tempo fa abbiamo già ricevuto il Battesimo che immerge in Cristo, sia anche coloro che riceveranno il Battesimo in questa notte.

Essi sono i nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede; finora erano catecumeni, e questa notte possiamo salutarli nella comunità della Chiesa di Cristo, che è una, santa, cattolica e apostolica. Essi sono i nostri nuovi fratelli e sorelle nella fede e nella comunità della Chiesa, e provengono da diversi paesi e continenti: Corea, Giappone, Italia, Nigeria, Olanda, Rwanda, Senegal e Togo.

Li salutiamo cordialmente e con gioia proclamiamo l'"Exsultet" in onore della Chiesa, nostra Madre, che li vede raccolti qui nella piena luce di Cristo: Lumen Christi.

E proclamiamo insieme con loro la lode dell'acqua battesimale, nella quale, per opera della morte di Cristo, è discesa la potenza dello Spirito Santo: la potenza della vita nuova che zampilla per l'eternità, per la vita eterna (cfr. Jn 4,14).


4. così, prima ancora che spunti l'alba e le donne arrivino alla tomba da Gerusalemme, noi siamo venuti qui per cercare Gesù Crocifisso, poiché: "Il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché... noi non fossimo più schiavi del peccato..." (Rm 6,6).

poiché: non ci consideriamo "morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù" (Rm 6,11): "Per quanto riguarda la sua morte, egli mori al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio" (Rm 6,10); poiché: "Per mezzo del Battesimo siamo... stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova (Rm 6,4).

poiché: "Se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione" (Rm 6,5).

poiché crediamo: che "se siamo morti con Cristo... anche vivremo con lui" (Rm 6,8).

e poiché crediamo che "Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,9).


5. Proprio per questo siamo qui.

Per questo vegliamo presso la sua tomba.

Veglia la Chiesa. E veglia il mondo.

L'ora della vittoria di Cristo sulla morte è l'ora più grande della storia.

Data: 1981-04-18
Sabato 18 Aprile 1981


Il Messaggio Pasquale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Vincano i pensieri di pace vinca il rispetto della vita



1. "Credo... in Gesù Cristo... nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine...".

Ogni domenica ci riuniamo in questo luogo venerando, quando il sole giunge a metà del suo corso, per professare questa nostra fede.

Oggi desideriamo farlo in modo particolarmente solenne, perché Colui che fu concepito di Spirito Santo e nacque da Maria Vergine è risuscitato! il terzo giorno è risuscitato! Nell'odierna liturgia san Pietro dice: "Voi conoscete ciò che è accaduto... cioè come Dio consacro in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret" (Ac 10,37-38).

Con questa stessa potenza, Colui che "fu crocifisso, mori e fu sepolto", il terzo giorno risuscito!


2. "Victimae paschali laudes immolent christiani"! Noi glorifichiamo oggi Cristo - Vittima Pasquale - come Vincitore della morte. E glorifichiamo oggi quella Potenza che ha riportato vittoria sulla morte ed ha completato il Vangelo dell'opera e delle parole di Cristo con la testimonianza definitiva della Vita! E glorifichiamo oggi lo Spirito Santo, in virtù del quale Egli fu concepito nel seno della Vergine, con la potenza della cui unzione Egli passo attraverso la passione, la morte e la discesa agli inferi, e con la cui forza vive!; e "la morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,9).


3. Glorifichiamo lo Spirito Santo "che è Signore e dà la vita". In questo anno in cui tutta la Chiesa nella sua universalità ricorda l'opera del Concilio Costantinopolitano primo, professiamo la nostra fede nello Spirito Santo che "con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato" e glorifichiamo la potenza di questo Spirito "che è Signore e dà la vita", potenza manifestata nel modo più pieno nella Risurrezione di Cristo.


4. Cristo risorto passera per la porta chiusa del cenacolo, nel quale si erano riuniti gli Apostoli, si fermerà in mezzo a loro e dirà: "Pace a voi!... Ricevete lo Spirito Santo".

Con queste parole, con questo alito divino, Egli inaugurerà il tempo nuovo: tempo della discesa dello Spirito Santo, tempo della nascita della Chiesa.

Sarà quello il tempo della Pentecoste - distante dalla solennità odierna cinquanta giorni - eppure già iscritto, in tutta la sua pienezza, nell'odierna Festività pasquale e radicato in essa.

Quest'anno aspetteremo con un fervore particolare la Pentecoste, la aspetterà tutta la Chiesa e in modo speciale la aspetteranno coloro che, mediante la successione episcopale, portano l'eredità degli Apostoli. Ci prepareremo ad essa da oggi, dal giorno in cui il Signore Risorto ha detto agli Apostoli: "Pace a voi... Ricevete lo Spirito Santo".


5. Alla Chiesa e al mondo invio un fervido e cordiale augurio di pace, della pace pasquale, della pace vera e duratura.

Rivolgo questi auguri a tutti coloro che vivono nell'ansietà, nella tensione, nella minaccia - agli uomini e ai popoli -, in particolare a coloro che di questa pace hanno più bisogno: "Pace a voi"!


6. "Mors et vita duello conflixere mirando".

Vincano i pensieri di pace. E vinca il rispetto della vita.

La Pasqua porta con sé il messaggio della vita liberata dalla morte, della vita salvata dalla morte. Vincano i pensieri e i programmi di tutela della vita umana contro la morte, e non le illusioni di chi vede un progresso dell'uomo nel diritto di infliggere la morte alla vita che è stata appena concepita.


7. "Credo in Gesù Cristo, unico Figlio di Dio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine".

Oggi a questa Vergine-Madre del Risorto cantiamo: Regina coeli laetare! Regina coeli laetare, quia quem meruisti portare resurrexit sicut dixit, Alleluia.

Ricordiamo il Concilio Costantinopolitano I, dal quale ci separano 1600 anni; ricordiamo anche, dopo 1550 anni, il Concilio Efesino per venerare lo Spirito Santo nella sua opera più grande: l'Incarnazione del Verbo Eterno.

Il ricordo di quest'ultimo anniversario è un nuovo motivo di gioia pasquale per la Chiesa insieme con Maria: Regina coeli laetare.


8. Che i nostri cuori siano aperti al messaggio dello Spirito Santo "che è Signore e dà la vita", contenuto nella Risurrezione di Cristo, così come ad esso fu aperto il cuore di Maria: il cuore della Regina dei cieli.

Data: 1981-04-19
Domenica 19 Aprile 1981


Messaggio al pellegrinaggio degli handicappati di "Foi et Lumiere" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Con il pensiero e la preghiera sono anch'io tra voi presso la grotta di Lourdes

Ai cari handicappati di "Foi et Lumière" riuniti a Lourdes, ai loro parenti e amici.

Con il pensiero e la preghiera mi unisco al vostro grande raduno di pellegrini presso la grotta di Lourdes, in questi giorni santi per tutta la Chiesa e che vi portano, sul vostro cammino di croce, una pace ed una luce nuove.

Gesù, avendo amato i suoi, li amo fino alla morte. Questo amore è anche per voi, è soprattutto per voi che fate parte di "poveri", di quelli che soffrono per delle limitazioni nella mente o nel corpo, ma che comprendono spesso meglio di altri il bisogno di rapporti semplici e veri, di un'amicizia fedele, di un servizio gratuito, di una fiducia a prova di tutto. Entrate dunque con Gesù in questa carità ricevuta e donata.

Con Lui, attraversate a volte dei momenti più scuri, che vi avvicinano alla sera dell'agonia e al Venerdi Santo: solitudine, difficoltà di comunicare, paura di non ricevere dagli altri l'amore e la comprensione di cui avete bisogno, limitazioni di ogni sorta che vi sono imposte dall'infermità e dalle condizioni di vita. Gesù vi invita a conservare tutta la vostra fiducia nel Padre celeste, ad offrirgli con amore ciò che vi rende felici, a perdonare gli altri quando è il caso, ad attendere pazientemente la luce che non potrà non venire. State ai piedi della Croce con Maria, Madre di Gesù. Avvicinatevi a Santa Bernardette, così semplice, così umile, così povera e così serena.

Parteciperete infine alla grande gioia pasquale. Dio ha risorto Gesù, suo Figlio; ne ha fatto il Signore e Salvatore di tutti, poiché è il Figlio unigenito di Dio, e l'ha fatto sedere alla sua destra, per sempre, nella luce. E a voi dona già la possibilità di essere suoi figli; il battesimo, il perdono, la comunione, sono tutti dei segni che manifestano il suo amore e che immettono in voi la vita del Cristo glorioso congiungendovi al suo Corpo. Rinnova i vostri cuori con il suo Spirito Santo. Vi permette di trasfigurare tutto il vostro essere, il vostro corpo, la vostra intelligenza, in un incontro faccia a faccia.

Fate già parte del cuore della Chiesa, per vivere questa Pasqua, questo passaggio del Signore, con tutti i vostri fratelli e le vostre sorelle cristiane.

Con loro, cantate le meraviglie del Signore! Donate gratuitamente la gioia che ricevete gratuitamente! Quelli che vi circondano vi danno molto aiuto e molto amore; pensate a quello di originale che anche voi potete offrire! E il Papa, il Successore di Pietro, che ha voluto riesprimervi l'amore privilegiato di Dio, conta anch'egli sulla vostra preghiera.

Mi rivolgo anche ai genitore, agli educatori, agli accompagnatori benevoli, agli amici, così numerosi a Lourdes. Avrei molte cose da dirvi, ma il documento che la Santa Sede ha pubblicato il 4 marzo scorso, per tutti "quelli che si dedicano al servizio degli handicappati" in questo anno che è loro consacrato in tutto il mondo, vi ha già espresso la "sollecitudine viva e vigilante" della Chiesa. La sua lettura fortificherà le convinzioni che già avete sulla dignità e sul valore unico di ogni vita umana, sul clima di rispetto e amore di cui devono essere circondati gli handicappati, sugli sforzi d'integrazione, normalizzazione e personalizzazione di cui devono beneficiare.

Oggi a voi che li accompagnate così da vicino, vorrei esprimere la comprensione, la simpatia e gli incoraggiamenti della Chiesa. Accogliere e prendersi cura di un figlio o di un amico ferito nell'intelligenza o nel fisico vi hanno impegnato in un cammino difficile ed esigente, che comporta ogni giorno le sue ombre e le sue luci. Avete capito l'importanza dell'ambiente familiare per questo handicappato, o almeno, quando non sia possibile, di un'istituzione o di una piccola comunità che si avvicini al modello familiare, dove i rapporti personalizzati e il calore umano gli permettano di soddisfare come si conviene il suo profondo bisogno di amicizia e di sicurezza, sviluppando le sue qualità umane, morali e spirituali nella misura possibile.

Bisogna augurarsi che molti "educatori volontari" vi vengano in aiuto, che i vicini integrino sempre più questi handicappati in normali relazioni, invece di emarginarli, che tutta la società si dimostri più solidale con il vostro impegno contribuendo a fornire i mezzi adeguati.

Ma spero anche che la fede cristiana vi aiuti a portare con coraggio, serenità e amore il vostro peso, perché siete presso questi ragazzi i testimoni ed i collaboratori della misericordia di Dio. La ferita che voi stessi sopportate è una partecipazione alla Passione di Cristo che ha preso su di sé la sofferenza degli innocenti; è anche un invito continuo all'amore gratuito, una disponibilità al dono di Dio, un appello alla speranza. Vi prenderete cura di iniziarli voi stessi a queste verità, a cui sono già misteriosamente vicini, e la Chiesa vi aiuterà con un catechismo adatto. Li aiuterete anche a diventare coloro che offrono e collaborano ad un mondo più umano.

Che le comunità "Foi et Lumière" e le altre iniziative in favore degli handicappati mentali vi permettano, al di là di questo raduno gioioso e confortante a Lourdes, di ritrovare ancora e di portare ad altri genitori il sostegno necessario nella vita quotidiana! Che lo Spirito Santo vi doni la sua forza e la sua pace! Che Maria, Nostra Signora di Lourdes, mantenga i vostri cuori rivolti verso il Salvatore nella speranza! Come il mio predecessore Paolo VI, imploro su tutti voi, cari figli e figlie handicappati, genitori ed amici, la Benedizione di Cristo, morto e risorto per noi.

Dal Vaticano, li 6 aprile 1981.

Ioannes Paulus PP. II (Traduzione dal francese)

Data: 1981-04-19
Domenica 19 Aprile 1981


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'opera d'arte deve sempre osservare la regolarità del dono e del reciproco donarsi

Cari fratelli e sorelle, Il gaudio pasquale è sempre vivo e presente in noi durante questa solenne Ottava, e la liturgia ci fa ripetere con fervore: "Il Signore è risorto, come aveva predetto; rallegriamoci tutti ed esultiamo, perché Egli regna in eterno, alleluia".

Disponiamo, dunque, i nostri cuori alla grazia e alla gioia; innalziamo il nostro sacrificio di lode alla vittima pasquale, perché l'Agnello ha redento il suo gregge e l'Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.

Cristo, nostra Pasqua, è risorto e noi siamo risorti con Lui, per cui dobbiamo cercare le cose del Cielo, dove Cristo siede alla destra di Dio, e dobbiamo altresì gustare le cose di lassù, secondo l'invito dell'Apostolo Paolo (cfr. Col 3,1-2).

Mentre Dio ci fa passare, in Cristo, dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, preparandoci ai beni celesti, noi dobbiamo tendere a traguardi di opere luminose, nella giustizia e nella verità. E' un cammino lungo questo che abbiamo da percorrere, ma Dio fortifica e sostiene la nostra incrollabile speranza di vittoria: la meditazione del mistero pasquale ci accompagni in modo particolare in questi giorni.

1. Riflettiamo ora - in relazione alle parole di Cristo pronunziate nel Discorso della Montagna - sul problema dell'ethos del corpo umano nelle opere della cultura artistica. Questo problema ha radici molto profonde. Conviene qui ricordare la serie di analisi eseguite in relazione al richiamo di Cristo al "principio", e successivamente al richiamo da Lui fatto al "cuore" umano, nel Discorso della Montagna. Il corpo umano - il nudo corpo umano in tutta la verità della sua mascolinità e femminilità - ha un significato di dono della persona alla persona.

L'ethos del corpo, cioè la regolarità etica della sua nudità, a motivo della dignità del soggetto personale, è strettamente connesso a quel sistema di riferimento, inteso quale sistema sponsale, in cui il donare dell'una parte si incontra con l'appropriata ed adeguata risposta dell'altra al dono. Tale risposta decide della reciprocità del dono. L'oggettivazione artistica del corpo umano nella sua nudità maschile e femminile, al fine di fare di esso prima un modello e, poi, tema dell'opera d'arte, è sempre un certo trasferimento al di fuori di questa originaria e ad esso specifica configurazione della donazione interpersonale. Ciò costituisce, in certo senso, uno sradicamento del corpo umano da questa configurazione ed un suo trasferimento nella dimensione dell'oggettivazione artistica: dimensione specifica all'opera d'arte oppure alla riproduzione tipica delle tecniche cinematografiche e fotografiche del nostro tempo.

In ciascuna di queste dimensioni - e in ciascuna in modo diverso - il corpo umano perde quel significato profondamente soggettivo del dono, e diventa oggetto destinato ad una molteplice cognizione, mediante la quale quelli che guardano, assimilano o addirittura, in certo senso, s'impadroniscono di ciò che evidentemente esiste, anzi deve esistere essenzialmente a livello di dono, fatto dalla persona alla persona, non più già nell'immagine bensì nell'uomo vivo. A dire il vero, quell'"impadronirsi" avviene già ad un altro livello, cioè al livello dell'oggetto della trasfigurazione o riproduzione artistica; tuttavia è impossibile non accorgersi che dal punto di vista dell'ethos del corpo, profondamente inteso, sorge qui un problema. Problema molto delicato, che ha i suoi livelli d'intensità a seconda dei vari motivi e circostanze sia da parte dell'attività artistica, sia da parte della conoscenza dell'opera d'arte o della sua riproduzione. Dal fatto che si ponga questo problema non risulta affatto che il corpo umano, nella sua nudità, non possa diventare tema dell'opera d'arte, ma soltanto che questo problema non è puramente estetico, né moralmente indifferente.


2. Nelle nostre precedenti analisi (soprattutto in rapporto al richiamarsi di Cristo al "principio"), abbiamo dedicato molto spazio al significato della vergogna, cercando di comprendere la differenza tra la situazione - e lo stato - dell'innocenza originaria, in cui "tutti e due erano nudi... ma non ne provavano vergogna" e, successivamente, tra la situazione - e lo stato - della peccaminosità, in cui tra l'uomo e la donna nacque, insieme alla vergogna, la specifica necessità dell'intimità verso il proprio corpo. Nel cuore dell'uomo soggetto alla concupiscenza questa necessità serve, anche indirettamente, ad assicurare il dono e la possibilità del reciproco donarsi. Tale necessità forma anche il modo di agire dell'uomo come "oggetto della cultura", nel più ampio significato del termine. Se la cultura dimostra una esplicita tendenza a coprire la nudità del corpo umano, certo lo fa non soltanto per motivi climatici, ma anche in relazione al processo di crescita della sensibilità personale dell'uomo.

L'anonima nudità dell'uomo-oggetto contrasta col progresso della cultura autenticamente umana dei costumi. Probabilmente è possibile confermare ciò anche nella vita delle popolazioni cosiddette primitive. Il processo di affinare la personale sensibilità umana è certamente fattore e frutto della cultura.

Dietro il bisogno della vergogna, cioè dell'intimità del proprio corpo (sul quale informano con tanta precisione le fonti bibliche in Genesi, 3), si nasconde una norma più profonda: quella del dono orientata verso le profondità stesse del soggetto personale o verso l'altra persona, specialmente nella relazione uomo-donna secondo la perenne regolarità del reciproco donarsi. In tal modo, nei processi della cultura umana, intesa in senso ampio, costatiamo - anche nello stato della peccaminosità ereditaria dell'uomo - una continuità abbastanza esplicita del significato sponsale del corpo nella sua mascolinità e femminilità.

Quella vergogna originaria, nota già dai primi capitoli della Bibbia, è un elemento permanente della cultura e dei costumi. Esso appartiene alla genesi dell'ethos del corpo umano.


3. L'uomo di sensibilità sviluppata supera, con difficoltà ed interiore resistenza, il limite di quella vergogna. Il che si pone in evidenza perfino nelle situazioni, che d'altronde giustificano la necessità di spogliare il corpo, come ad es. nel caso degli esami o degli interventi medici.

Singolarmente occorre anche ricordare altre circostanze, come ad es.

quelle dei campi di concentramento o dei luoghi di sterminio, dove la violazione del pudore corporeo è un metodo consapevolmente usato per distruggere la sensibilità personale e il senso della dignità umana. Ovunque - sebbene in modi diversi - si riconferma la stessa linea di regolarità. Seguendo la sensibilità personale, l'uomo non vuole diventare oggetto per gli altri attraverso la propria nudità anonima, né vuole che l'altro diventi per lui oggetto in modo simile.

Evidentemente in tanto "non vuole" in quanto si lascia guidare dal senso della dignità del corpo umano. Vari, infatti, sono i motivi che possono indurre, incitare, perfino premere l'uomo ad agire contrariamente a ciò che esige la dignità del corpo umano, connessa con la sensibilità personale. Non si può dimenticare che la fondamentale "situazione" interiore dell'uomo "storico" è lo stato della triplice concupiscenza. Questo stato - è, in particolare, la concupiscenza della carne - si fa sentire in diversi modi, sia negli impulsi interiori del cuore umano sia in tutto il clima dei rapporti interumani e nei costumi sociali.


4. Non possiamo dimenticare ciò, nemmeno quando si tratta dell'ampia sfera della cultura artistica, soprattutto quella di carattere visivo e spettacolare, come pure quando si tratta della cultura di "massa", così significativa per i nostri tempi e collegata con l'uso delle tecniche divulgative della comunicazione audiovisiva. Si pone un interrogativo: quando e in quale caso questa sfera di attività dell'uomo - dal punto di vista dell'ethos del corpo - venga messa sotto accusa di "pornovisione", così come l'attività letteraria, che veniva e viene spesso accusata di "pornografia" (questo secondo termine è più antico). L'uno e l'altro si verifica quando viene oltrepassato il limite della vergogna, ossia della sensibilità personale rispetto a ciò che si collega con il corpo umano, con la sua nudità, quando nell'opera artistica o mediante le tecniche della riproduzione audiovisiva viene violato il diritto all'intimità del corpo nella sua mascolinità o femminilità - e in ultima analisi - quando viene violata quella profonda regolarità del dono e del reciproco donarsi, che è iscritta in questa femminilità e mascolinità attraverso l'intera struttura dell'essere uomo. Questa profonda iscrizione - anzi incisione - decide del significato sponsale del corpo umano, cioè della fondamentale chiamata che esso riceve a formare la "comunione delle persone" e a parteciparvi.

Interrompendo a questo punto la nostra considerazione, che intendiamo continuare Mercoledì prossimo, conviene costatare che l'osservanza o la non osservanza di queste regolarità, così profondamente connesse con la sensibilità personale dell'uomo, non può essere indifferente per il problema di "creare un clima favorevole alla castità" nella vita e nell'educazione sociale.

Data: 1981-04-22
Mercoledì 22 Aprile 1981



GPII 1981 Insegnamenti - Il discorso alla "Via Crucis" - Roma