GPII 1981 Insegnamenti - Il Papa illumina via radio la statua di Cristo sul Corcovado a Rio de Janeiro


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'evento di maggio: grande prova divina



1. Mercoledì scorso, durante l'udienza generale, ho fatto riferimento all'evento del 13 maggio. Dato che quel giorno furono interrotti gli incontri, che ora riprendiamo nuovamente grazie alla salute ricuperata, desidero condividere almeno brevemente con voi, ciò che è stato il contenuto delle mie meditazioni in quel periodo di alcuni mesi, in cui ho partecipato a una grande prova divina.

Dico: prova divina. Benché infatti gli avvenimenti del 13 maggio - l'attentato alla vita del Papa ed anche le sue conseguenze, collegate con l'intervento e con la cura al Policlinico Gemelli - abbiano la loro dimensione pienamente umana, tuttavia questa non può offuscare una dimensione ancora più profonda: la dimensione appunto della prova permessa da Dio. In questa dimensione si deve collocare anche tutto ciò di cui ho parlato lo scorso Mercoledì. Oggi desidero ancora una volta ritornarvi sopra.

Dio mi ha permesso di sperimentare durante i mesi scorsi la sofferenza, mi ha permesso di sperimentare il pericolo di perdere la vita. Mi ha permesso contemporaneamente di comprendere chiaramente e fino in fondo che questa è una sua grazia speciale per me stesso come uomo, ed è al tempo stesso - in considerazione del servizio che compio, come Vescovo di Roma e successore di san Pietro - una grazia per la Chiesa.


2. E' così, cari fratelli e sorelle: so di aver sperimentato una grande grazia. E, ricordando insieme a voi l'accaduto del 13 maggio e tutto il periodo successivo, non posso non parlare soprattutto di questo. Cristo, che è la Luce del mondo, il Pastore del suo ovile, e soprattutto il Principe dei pastori, mi ha concesso la grazia di potere, mediante la sofferenza e col pericolo della vita e della salute, dare testimonianza alla sua Verità e al suo Amore. Proprio questo ritengo essere stata una grazia particolare a me fatta - e per questo esprimo in modo speciale la mia riconoscenza allo Spirito Santo, che gli apostoli e i loro successori hanno ricevuto nel giorno della Pentecoste come frutto della Croce e della Risurrezione del loro Maestro e Redentore.

E' per questo che, quest'anno, ha acquistato per me un significato tutto particolare la festa della discesa dello Spirito Santo, quando, insieme a tutta la Chiesa, e specialmente in unione col Patriarcato ecumenico, abbiamo reso grazie per il dono del Primo Concilio di Costantinopoli celebrato 1600 anni fa - aggiungendovi la commemorazione, qui a Roma, dopo 1550 anni, del Concilio di Efeso. Dai tempi del I Concilio di Costantinopoli tutta la Chiesa professa: "Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita".

Proprio a questo Spirito Santo "che dà la vita" si è richiamato Cristo, quando prima della sua ascesa al Padre, diceva agli apostoli: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (Ac 1,8). E' lo Spirito Santo che, dal giorno della Pentecoste, ha aiutato gli apostoli a dare testimonianza prima a Gerusalemme e in seguito in diversi Paesi del mondo di allora. E' stato Lui a dar loro la forza di testimoniare Cristo davanti a tutto il popolo, e, quando andavano per questo incontro ai tormenti, ha permesso loro di gioire per "essere oltraggiati per amore del nome di Gesù" (Ac 5,41).

Fu lo Spirito Santo a condurre Paolo di Tarso per le strade del mondo di allora. Fu lo Spirito Santo a sostenere Pietro nel dare testimonianza a Cristo, prima a Gerusalemme, poi ad Antiochia, ed infine qui, a Roma, capitale dell'Impero. Questa testimonianza fu confermata alla fine col martirio, come pure lo fu la testimonianza di Paolo di Tarso, grande Apostolo delle Nazioni.


3. Queste parole che Cristo Signore e Redentore, Cristo eterno Pastore delle anime, ha rivolto agli apostoli prima di andare al Padre, si riferiscono ai loro successori, e si riferiscono pure a tutti i cristiani. Gli apostoli infatti sono l'inizio del nuovo Popolo di Dio, come insegna il Concilio (cfr. AGD 5).

Ma se tutti sono chiamati a dare testimonianza a Cristo crocifisso e risorto, lo sono in modo tutto particolare coloro che, dopo gli apostoli hanno ricevuto in eredità il servizio pastorale e magisteriale nella Chiesa. Quanti successori di Pietro in questa sede romana hanno sigillato col sacrifico della vita questa testimonianza del servizio pastorale e magisteriale? Lo manifesta la sacra liturgia quando, nel corso dell'anno, ricorda i numerosi Sommi Pontefici che hanno seguito Pietro nel dare la testimonianza del sangue.

Di queste cose è difficile parlare senza una profonda venerazione, senza trepidazione interiore. Infatti dal sacrifico di coloro che resero testimonianza a Cristo crocifisso e risorto, specialmente durante i primi secoli, si è accresciuto il Corpo Mistico di Cristo, è sorta la Chiesa, si è approfondita nelle anime e consolidata in quel mondo antico, che alla Buona Novella del Vangelo ha risposto - tanto spesso - con sanguinose persecuzioni.


4. Tutto ciò dovrebbero tenere davanti agli occhi coloro che vengono a Roma, alle "memorie apostoliche", coloro che tornano sulle orme di san Pietro e di san Paolo.

Anch'io sono qui pellegrino. Sono un forestiero, che per volontà della Chiesa ha dovuto rimanere e ha dovuto assumere la successione nella Sede Romana dopo tanti grandi Papi, Vescovi di Roma. E io pure sento profondamente la mia umana debolezza - e perciò con fiducia ripeto le parole dell'apostolo: "virtus in infirmitate perficitur", "la potenza... si manifesta... nella debolezza" (2Co 12,9). E perciò con grande riconoscenza allo Spirito Santo penso a quella debolezza, che Egli mi ha consentito di sperimentare dal giorno 13 maggio, credendo e umilmente confidando che essa abbia potuto servire al rafforzamento della Chiesa ed anche a quello della mia umana persona.

Questa è la dimensione della prova divina, che all'uomo non è facile svelare. Non è facile parlarne con parole umane. Tuttavia bisogna parlarne.

Bisogna confessare con la più profonda umiltà davanti a Dio e alla Chiesa questa grande grazia, che è divenuta mia porzione proprio in quel periodo, in cui tutto il Popolo di Dio si stava preparando ad una particolare celebrazione della Pentecoste, dedicata quest'anno al ricordo del I Concilio di Costantinopoli dopo 1600 anni - ed anche del Concilio di Efeso - dopo 1550 anni.

In Efeso riecheggio nuovamente a vantaggio di tutta la Chiesa di allora la verità su Cristo, unigenito Figlio di Dio, il quale per opera dello Spirito Santo si è fatto vero uomo, concepito nel seno di Maria Vergine e nato da Lei per la salvezza del mondo. Maria è perciò vera Madre di Dio (Theotokos).

Quando dunque insieme con voi, cari fratelli e sorelle, medito la grazia ricevuta insieme con la minaccia alla vita e con la sofferenza, mi rivolgo in modo particolare ad Essa: a Colei che chiamiamo anche "Madre della divina Grazia". E chiedo che questa grazia "non sia vana in me" (cfr. 1Co 15,10), così come ogni grazia che l'uomo riceve: dappertutto in qualsiasi tempo. Chiedo che mediante ogni grazia che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo effondono con abbondanza, nasca quella forza, che cresce nella nostra debolezza. Chiedo che cresca e si espanda anche la testimonianza di Verità e di Amore, alle quali ci ha chiamato il Signore.

(Omissis. Saluti in varie lingue)

Data: 1981-10-14
Mercoledì 14 Ottobre 1981


In occasione dell'anno teresiano

Titolo: Lettera al Preposito generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi

Esempio e maestra di virtù, santa Teresa di Gesù, il 4 ottobre del 1582, in quello stesso giorno che secondo il nuovo calendario gregoriano è divenuto ora il 15, per nulla spossata dalla vecchiaia o impedita dalla malattia, ma sempre fervente nello spirito e ardente di carità verso Dio e la Chiesa, ad Alba, nella diocesi di Salamanca, ando incontro allo Sposo. Percorrendo un lungo cammino illuminato dal dono della fede, un vero e proprio "cammino di perfezione", in cui procedette decisa, esercitandosi, grazie alla preghiera, al compito dell'amore, penetro sempre più all'interno del "castello interiore"; in questa esperienza imparo che la carità quanto più intimamente unisce Dio a qualcuno, tanto più vigorosamente lo sospinge a sentire con la Chiesa e a donarsi ad essa. L'opera intitolata De vita sua che tratta della contemplazione del Dio vivo, e della sua opera di fondazione di monasteri secondo la sua riforma del Carmelo, esplicitamente si conclude con l'intelligenza ancor più aperta a quel mistero e a quella presenza di cui la Chiesa è sacramento. Esclamando in punto di morte: "Sono una figlia della Chiesa", santa Teresa manifesto chiaramente il carattere della sua mente, per cui la contemplazione di Dio in Cristo diviene amorosa contemplazione della sua Chiesa, il desiderio di dedicarsi a Dio diviene volontà di dedicarsi alla Chiesa, l'immolazione di sé per Gesù diviene compimento di ciò che manca alla sua Passione, per il suo Corpo, che è la Chiesa. Anche l'opera De via perfections, a cui mise mano con lo sguardo rivolto a Gesù e alla sua Chiesa, si conclude con la medesima "esclamazione" rivelando l'assoluta fedeltà al sentire della Chiesa, la partecipazione e il sostegno alla di lei vita, che santa Teresa presenta come il frutto della pienezza di una vita mistica.

1. così, come avvolta della luce della Chiesa, ci appare, dopo quattro secoli, questa luminosissima vergine. Paolo VI, mio predecessore, proclamandola nel 1970 "Dottore della Chiesa", indico a tutti il modello di un gusto per la preghiera da lei trasmessoci, così "che con più autorità si diffondesse nella sua stessa famiglia religiosa, nella Chiesa orante, nel mondo, il suo benefico dono" (cfr. AAS, 62, (1970) 592). In quello spazio di tempo e in quella disposizione degli animi al rinnovamento che sono seguiti al Concilio Vaticano II, il quarto centenario della morte di santa Teresa incita con più efficacia gli spiriti a volgersi a quei beni più grandi, alla cui conquista Teresa consacro la vita e che lo stesso Concilio universale ha proposto agli uomini del nostro tempo.

Donna di rara virtù, fu di provocazione in quel tempo in cui si celebrava il Concilio di Trento, per il suo animo a tal punto preoccupato della Chiesa, che a stento la si potrebbe credere una carismatica. Considero certamente la Chiesa come sacramento di salvezza (cfr. V Mansiones, 2,3) che si opera nella sacra liturgia (cfr. De vita sua, 31,4), per la mediazione della gerarchia e del sacerdozio, col loro specifico ufficio, cui spetta di essere "luce della Chiesa".

Per questa ragione volle che le cose da lei sperimentate e scritte fossero approvate dalla Chiesa e che le sue figlie accogliessero la sua dottrina solo a patto di mantenersi in piena comunione e obbedienza alla Chiesa (cfr. De via perfectionis, Prol; 1Co 30,4). Compiendo lei stessa ciò che insegnava, si poté dichiarare di lei che "fu sempre, come ancora è, soggetta in tutto alla santa fede cattolica, al cui incremento indirizza le sue preghiere come pure i monasteri da lei fondati" (cfr. Relationes, IV, 6).

Queste parole dimostrano il suo amore per la Chiesa, fervente di preghiera e di operosità. così pure le accorate raccomandazioni che faceva alle sue figlie di recitare assiduamente preghiere per la Chiesa e di immolarsi per essa, non solo pongono in luce l'intento ecclesiale della sua riforma, ma in certo modo caratterizzano anche il Carmelo di questa peculiarità (cfr. De via perfectionis, cc. 1-3) esprimono la volontà di impegnarsi con tutte le forze perché ogni giorno di più la Chiesa si mostri come la sposa senza macchia né ruga (cfr. Ep 5,27). Teresa ebbe un acuto senso del martirio del Corpo di Cristo, diviso e profanato (cfr. De via perfectionis, I, 1-2) e comprese giustamente come l'amore per Dio dovesse spingere ad agire generosamente per il bene della Chiesa.

Sono sue queste parole: "L'amore di Dio non sta nei gusti spirituali, ma nell'essere fermamente risolute a contentarlo in ogni cosa, nel fare ogni sforzo per non offenderlo, nel pregare per l'accrescimento dell'onore e della gloria di suo Figlio e per l'esaltazione della Chiesa cattolica" (cfr. IV Mansiones, 1,7).

Per questo nell'opera intitolata De vita sua, dopo aver trattato di coloro che si dedicano con zelo alla Chiesa, esclama: "Felici quelle esistenze che sono dedicate a questo ideale", (40,15). E, se da un lato si rattrista grandemente nel recepire la divisione dell'unico Corpo di Cristo, la sua anima si dilata nello scorgere nuovi vasti campi per l'opera missionaria nelle Americhe (cfr. Fundationes monasteriorum, 1,7). Senza dubbio per lei contemplare Gesù, è la stessa cosa che contemplare la Chiesa, che esprime nel tempo, con la sua vita, le azioni e il ministero di lui. La santa Madre, lei che era "prontissima a dare mille vite per la salvezza anche di una sola anima" (De via perfectionis, 1,2), vuole che le sue figlie, donandosi spontaneamente, sopportino tribolazioni per ottenere dal Signore protezione alla sua Chiesa; vuole che a questo scopo esse volgano il loro impegno.

Così infatti parla loro: "Se non dedicate le orazioni, i desideri, le discipline e i digiuni allo scopo che ho detto (cioè per la Chiesa e la sua sacra gerarchia) state pur certe e mettetevi in testa che non state raggiungendo il fine per il quale il Signore vi ha chiamato in questo stato" (Ep 3,10).

Teresa era consapevole che la sua vocazione e il suo compito erano di pregare nella Chiesa e con la Chiesa, che è una comunità orante, suscitata dallo Spirito Santo per adorare con Gesù, e in Gesù il Padre, "in spirito e verità" (Jn 4,23s). Meditando il mistero della Chiesa, a quei tempi "sofferente", comprese che la rottura dell'unità, il tradimento di molti cristiani, la corruzione dei costumi, sono da considerare come un rifiuto, un disprezzo, una profanazione dell'amore; in fondo una violazione dell'amicizia divina. Gli uomini, non accogliendo la Chiesa, non vivendo in essa, non seguendo il suo magistero, respingono in realtà Cristo e il suo amore. Da ciò consegue il desiderio, che caratterizza in modo peculiare la norma del Carmelo, riforma che non sa affatto di irritazione e di recriminazione, ma si pone "come amica di Dio": "Tutti i miei desideri erano diretti a questo, che, avendo il Signore tanti nemici e pochi amici, questi almeno gli fossero devoti. E così venni nella determinazione di fare il poco che dipendeva da me: osservare i consigli evangelici con ogni possibile perfezione e procurare che facessero altrettanto le poche religiose di questa casa" (cfr. De via perfectionis, 1,2).

Così dunque concepisce la preghiera: come sequela generosa di Colui che "tanto ci ha amati" (cfr. De vita sua, 11,1), affinché "non sia nient'altro che un colloquio tra amici e una familiarità con Dio, con cui in segreto conversiamo sapendo di essere da lui amati" (cfr. Jn 8,5). Con la preghiera, cioè, ci abbandoniamo alla carità che lo Spirito Santo effonde nei nostri cuori, associandoci come fratelli e amici a Gesù che grida: "Abbà, Padre!" (cfr. Rm 5,5 Rm 5,47). Teresa era persuasa che nelle preghiere, ispirate dallo Spirito Santo, tutta la Chiesa prega. Onde avviene che qualsiasi suprema contemplazione del vero nome, generata dalla fede e dalla carità, sia nella Sacra liturgia, sia nell'ascolto e nella lode di Dio, sia infine nell'adorazione silenziosa - con cui il Padre è glorificato e si nutre la comunione con Gesù Cristo - è al tempo stesso "un aiuto al mio dolce Gesù" nella Chiesa, come asserisce la stessa santa vergine e maestra (De via perfectionis, 1,5.2).

Quando dunque qualcuno prega, quando qualcuno vive di preghiera, facendo esperienza in essa del Dio vivo e a lui consegnandosi, senza dubbio avrà un senso più vivo della Chiesa, riconoscendovi la misteriosa presenza di Cristo che continua la sua opera con la grazia, e avvertirà l'urgenza della massima fedeltà alla Sposa di Cristo; è spinto infatti nelle profondità dell'anima ad operare con ogni energia al bene della Chiesa. Nella misura in cui la preghiera, per l'azione potente dell'amore di Dio, attesta una stretta amicizia con Dio e arriva al punto di consumare l'unione piena d'amore - allorché la creatura apre in ogni modo la sua volontà all'Amico divino - proprio allora l'amicizia diviene fermento apostolico, causa di gioia per la Chiesa e gli uomini, come una potentissima voce che penetra nel Cuore divino e ridonda al bene di tutto il suo Popolo (cfr. De via perfectionis, 32,12).

Questo ci insegna santa Teresa, con quella autorità che ha chi ha compiuto il cammino e ha capito dall'esperienza della vita che non esiste amore per Cristo che non sfoci nella dedizione di sé alla Chiesa e che non c'è nella Chiesa una volontà di figli obbedienti, senza che essa si mostri in opere eseguite con fervore, con la forza vigorosa loro ottenuta dalla preghiera.

Secondo la stessa definizione di preghiera propostaci da santa Teresa, che la definisce come un incontro e un colloquio con Dio, si richiede che si raggiunga una certa viva presenza, la presenza cioè di Colui che è l'autore di quell'incontro, in cui peraltro esercita l'iniziativa come Amico che parla, certo "senza strepito o parole" (De via perfectionis, 25,2), e si dona in modo inesprimibile. Santa Teresa infatti ritiene la vita di preghiera quale massima espressione della vita di fede dei cristiani, i quali, credendo all'amore divino, cercano in ogni cosa di seguire pienamente la sua presenza d'amore. L'esperienza di Dio è una mirabile comunione con lui, con l'animo aperto completamente alla sua azione, una saporosa sapienza infusa dallo Spirito Santo, allorché mente e cuore aderiscono al Verbo Incarnato, "a quel soave Gesù", "porta" che conduce al Padre e attraverso cui il Padre concede a qualcuno la sua familiarità: "E' attraverso questa porta che bisogna passare - dice la santa - se vogliamo aver parte ai segreti della suprema Maestà. Altra strada non cercare, nemmeno tu sia già al culmine della contemplazione: qui soltanto camminerai ben al sicuro. E' questo il nostro Signore da cui e per cui ci viene ogni bene" (cfr. De vita sua, 22,6-7).

Per questo la maestra della santa conversazione si appoggia in ogni circostanza a Cristo, al Figlio di Dio fattosi uomo, la cui compagnia illumina il cammino della vita spirituale e conduce all'esperienza del mistero della Santissima Trinità, allorché la creatura "vede le sante persone risiedere nel suo interno e sente la loro divina compagnia nella parte più intima di se stessa come in un abisso profondissimo e indefinibile" (cfr. VII Mans., 1,7).

Si tratta dei doni eccelsi di Dio, che fioriscono nell'intima familiarità con lui, operati dalla grazia e nella certezza, opera della fede e dell'amore, della presenza del Signore "nel piccolo cielo della nostra anima" (cfr. De via perfectionis, 28,5). Per cui chiunque è fedele all'amore di Dio nella quotidianità e in lui abita, chiunque cerca con fede il suo volto, chiunque compie nelle opere la sua volontà, soprattutto donandosi ai fratelli, può essere partecipe alla esperienza mistica che Dio non nega ai piccoli del suo Regno: a loro infatti il Padre rivela i misteri del suo amore (cfr. Mt 11,25). Dio non esclude nessuno dalla sorgente della contemplazione, come asserisce Teresa: "Anzi, grida a gran voce, chiamando tutti apertamente. Tuttavia, nella sua bontà, non sforza nessuno; ma a coloro che lo seguono dà da bere in mille modi, affinché nessuno sia senza conforto e muoia di sete" (De via perfectionis, 20,2).

Secondo santa Teresa l'esperienza mistica è un dono di Dio connesso con la fedeltà alla preghiera. Perciò ella ammonisce accoratamente di "applicarsi stabilmente alla contemplazione" (De via perfectionis, 18,3). Dio, da parte sua, è sempre fedele e quando vede delle anime preparate non desidera altro che colmarle di doni (cfr. Conceptus amoris divini, 5,1). Lui stesso, in realtà, "non vuole forzare nessuno, e non si dà del tutto se non a coloro che del tutto si danno a lui" (De via perfectionis, 28,12). Si capisce così perché la santa Madre incoraggi l'uomo di preghiera a insistere in essa "a costo di morire a mezza strada" (De via perfectionis, 21,2); ma, ella dice: "Io sono certissima che chi non si ferma lungo il cammino arriverà a bere all'acqua viva della contemplazione" (cfr. De via perfectionis, 19,15). E' questo un dono altissimo che Dio imparte perché facciamo esperienza della sua presenza, dono che dilata l'uomo portandolo a un grado di amore di salvezza il cui sacramento nel mondo e la Chiesa.


2. Il nostro tempo, contrassegnato da un nuovo senso della Chiesa e della preghiera, ci appare un tempo di grazia, particolarmente adatto all'esperienza e all'insegnamento di santa Teresa di Gesù. Ella infatti, con la forza di cui abbiamo parlato prima, che deriva da una consuetudine di vita, invita tutti ad amare Cristo e il suo Corpo Mistico, affinché in esso, per opera dello Spirito Santo che lo anima, "gustino e vedano quanto è buono il Signore" (Ps 34,9). Anche noi abbiamo insistentemente proposto questo messaggio all'inizio del nostro pontificato; e se nel primo discorso nella Cappella Sistina ed anche in altri abbiamo richiamato alla fedeltà alla Chiesa (cfr. AAS 70 (1978) 924), al tempo stesso abbiamo ripetutamente esortato i suoi figli alla preghiera, all'adorazione, all'ascolto del Dio che parla al nostro cuore, alla contemplazione; e nell'enciclica "Dives in Misericordia", abbiamo proclamato la preghiera e l'invocazione alla bontà divina, come un diritto e un dovere per la Chiesa (cfr. AAS 72 (1980) 1228-1231). Nello stesso tempo abbiamo posto in luce l'obbligo primario della comunione di fede e di amore che si ottiene con la preghiera e si compie nella esperienza della misericordia; il che si traduce nel perenne cantico della misericordia di Dio, come avviene in santa Teresa.

Questo invito è rivolto anzitutto a coloro che si sono dedicati alla sequela di Cristo vergine, povero e obbediente e che abbiamo spesso richiamato alla loro peculiare immanenza alla Chiesa, se è vero che "la fedeltà a Cristo, soprattutto nella vita religiosa, non è mai lecito che sia sganciata dalla fedeltà alla Chiesa" (cfr. AAS 71 (1979) 1255). Esortandoli ad associarsi a Cristo nella preghiera, abbiamo affermato che "senza preghiera la vita religiosa manca di senso, è divelta dalla sua sorgente, svuotata dalla sua sostanza e non raggiunge il suo fine" (cfr. ).

Commemorando santa Teresa di Gesù, vogliamo che queste parole arrivino a tutti i religiosi ma in modo specialissimo a quelli che l'hanno per Madre e Fondatrice, a quelli che essa ha dato un posto insigne nella Chiesa. Infatti nella stessa sua Famiglia, attraverso l'esempio di una vita nuova, che è sempre caratteristica dei santi, la Madre fondatrice aveva rivolto ai suoi figli e figlie queste parole cariche della forza del suo compito: "Sono una figlia della Chiesa": e richiama loro alla memoria l'obbligo precipuo con cui si sono legati nella Chiesa (cfr. De via perfectionis, CV 17,1), l'obbligo cioè che impone loro la Regola (cfr. Ps 4,2), di pregare senza sosta (cfr. Ps 21,10) e di farlo conducendo una vita povera ed austera che contraddistingue i veri amici della Croce di Cristo. A loro santa Teresa aggiunge inoltre queste parole: "Noi tutti che portiamo questo sacro abito del Carmelo, siamo chiamati all'impegno della preghiera e della contemplazione" (cfr. V Mans. 1,2). Occorre dunque che i Carmelitani e le Carmelitane Scalze, fedeli alla preghiera e alla consuetudine della preghiera e perseveranti in essa, raggiungano quella esperienza del Dio vivente che è il segno della loro dignità, loro peculiare vocazione, dono salutare. Sono invitati a formarsi ogni giorno di più quali adoratori in Spirito e verità, ricercati dal Padre, nella persuasione - come scrisse la santa Madre - che il cammino intrapreso non è proficuo solo per loro ma anche per molte anime (cfr. De vita sua, I VIE 1,4).

Le Carmelitane Scalze, conservando identico lo spirito della Regola anche in quest'epoca, siano fedeli a ciò che quel "deserto" postula, affinché siano pienamente e peculiarmente contemplative. La loro clausura manca di significato senza questa preoccupazione di vivere in una dimensione contemplativa, come prescrive molto chiaramente santa Teresa poco prima della sua morte nel terzo capitolo dell'opera Fondationum monasteriorum. Il nostro sollecito monito - che abbiamo espresso anche in occasione della Assemblea plenaria della Sacra Congregazione per i religiosi e gli Istituti secolari - e che aveva come scopo che la clausura fosse applicata con giusta severità, appare richiamarsi ai precetti di santa Teresa. In accordo con lei, persuasa com'era che il bene non fosse nascosto (cfr. De via perfectionis, CV 15,6), avevamo detto: "La clausura non separi... dalla comunione del Corpo Mistico - ma anzi conduca coloro che la praticano nel cuore stesso della Chiesa" (cfr. AAS 72 (1980) 211). I contemplativi adempiano allora amorevolmente al loro compito e alla loro vocazione e, donandosi sull'esempio di santa Teresa del Bambin Gesù, "siano nel cuore della Chiesa", e ricordino, come ella stessa invitava, che "possiamo essere utili alla Chiesa attraverso la preghiera e dedicandoci allo studio" (Derniers entretiens, 8, VII, 16 DEA 8)).

Le Carmelitane Scalze allora, che Teresa voleva "eremite contemplative" (Epist. 21.X. 1576 a P. Mariano) e "esseri umani celesti" (Epist. 21.X. 1576 a P. Graziano), sono da lei stessa spinte ad intraprendere il cammino dell'azione apostolica che implica l'aiuto alle sorelle nel perseguire la perfezione secondo la Regola (cfr. Fundation., FTH 2,5 FTH 10,14), l'annuncio del Vangelo ai piccoli e agli umili (cfr. ibid., FTH 14,8), e nello stesso tempo una maggiore fermezza nelle questioni teologiche e nell'aspetto missionario. Per questa ragione volle che tra di loro vi fossero "maestri e persone preposte all'insegnamento", lei che sapeva bene che una persona veramente esperta nel guidare gli animi non inganna mai (cfr. De vita sua, VIE 5,3), convinta essa stessa come il vero sapere, associato all'umiltà, avesse un grande valore per intraprendere la via della preghiera. santa Teresa vide questi principi divenuti operanti nel suo primo figlio spirituale, san Giovanni della Croce, maestro e guida delle vie che conducono a Dio, che per primo inizio una vita nuova nel monastero delle Carmelitane di Duruelo. Secondo il suo esempio bisogna che le Carmelitane Scalze siano, nel nostro mondo, guide e maestre per gli uomini assetati della comunione e della esperienza di Dio. Questa è la loro missione, che deriva dalla loro vocazione.

La piissima Madre guarda con animo amorevole gli Istituti e le Congregazioni che seguono il suo spirito e la sua Regola di perfezione nella vita apostolica a cui si dedicano e che è tanto feconda nella Chiesa e anche nei vari campi della carità e dell'assistenza sociale. Ella ammonisce i suoi seguaci ad essere persone dedite alla preghiera, cioè capaci, in ogni incontro coi fratelli, di invitare alla comunione con Dio. Queste indicazioni di santa Teresa sono un invito alla preghiera e all'azione, senza che venga meno una unità di vita che la fedeltà sprona alla contemplazione: "Poiché chi è più fervente nella preghiera, è più pronto nel procurare conforto e salvezza al suo prossimo, specialmente alle anime, e poiché chi sa liberare una sola anima dal peccato è capace di dare a molte la vita" (cfr. Conceptus amoris divini, 7,8).

Santa Teresa continua a vivere ed a parlare nella Chiesa. Indirizziamo efficacemente le nostre menti, con rinnovato impegno, al suo esempio di vita e alla sua dottrina, in particolare nell'anno, che sta per incominciare, dedicato alla sua memoria.

Infine imparto di cuore la benedizione apostolica, auspice di beni celesti, a te, figlio diletto, ai fratelli e alle sorelle del Carmelo, e agli altri seguaci dell'insegnamento di santa Teresa.

Data: 1981-10-14
Mercoledì 14 Ottobre 1981


Messaggio per la I Giornata mondiale dell'Alimentazione - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Garantire concretamente a ogni uomo il diritto fondamentale alla nutrizione

L'Organizzazione internazionale per l'Alimentazione e l'Agricoltura ha deciso di promuovere per il 16 ottobre 1981 - trentaseiesimo anniversario della sua fondazione - la prima Giornata mondiale dell'Alimentazione. Una tale iniziativa dovrebbe far prendere coscienza, non solo agli esperti, ma all'opinione pubblica, al mondo intero, dei problemi gravi ed urgenti della fame e della sotto-nutrizione e mobilitare le energie di tutti per far fronte a questo dramma in modo solidale.

Sono felice di associarmi a questo evento, facendomi portavoce di tutti coloro che soffrono una tragica sotto-nutrizione e che si appellano alla coscienza dei loro fratelli. Penso in particolare agli ottocento milioni di uomini, donne, bambini che vivono in una condizione di povertà assoluta, e a tutti coloro che sono in condizioni troppo precarie per procurarsi il pane per l'indomani. Se tutti gli uomini hanno il dovere di preoccuparsene, come potrebbero coloro che hanno fatto professione di seguire Cristo dimenticare che lui stesso si e identificato con coloro che avevano fame? Desidero dunque unirmi a tutti coloro che oggi proclamano di nuovo la necessità di riconoscere e di garantire concretamente ad ogni uomo l'esercizio del suo diritto fondamentale di nutrirsi. A questo diritto corrisponde il dovere ad un'azione continua e programmata per uno sviluppo organico, secondo un nuovo ordine internazionale, capace di assicurare soprattutto la necessaria alimentazione nei diversi Paesi del mondo.

Un grave squilibrio si va ora accentuando tra i bisogni della popolazione di vaste zone e il nutrimento disponibile. Come non essere preoccupati per le crisi acute che si prevedono in futuro in numerosi continenti? Basandomi proprio sulle osservazioni degli esperti della Fao, ho attirato l'attenzione su questo dramma all'inizio dello scorso anno ("", IV, (1981) 3ss).

Certamente fattori complessi spiegano questa situazione. Ci sono le calamità naturali ma l'uomo conserva sempre la sua parte di responsabilità.

Infatti non si tratta tanto di una insufficienza globale dei prodotti alimentari sulla terra, ma di una mancanza di disponibilità e di sfruttamento di immense ricchezze che la natura racchiude e che sono destinate all'uso comune. Non si può anche dire che qualche volta il carattere prioritario dell'agricoltura è stato sottovalutato nel processo globale dello sviluppo? D'altra parte, c'è una distribuzione non equilibrata del prodotto del lavoro, senza parlare delle spese eccessive per soddisfare bisogni superflui o per accumulare, in modo pericoloso armamento dispendiosi.

La Fao lo sa meglio di chiunque altro: la realizzazione del diritto all'alimentazione non dovrebbe limitarsi ad un aiuto sotto forma di nutrimento immediatamente indispensabile né ad iniziative occasionali, benché ciò sia evidentemente indispensabile nei casi di pericolo.

Bisogna in primo luogo assicurare più ampiamente alle popolazioni che soffrono di malnutrizione l'effettivo accesso alle diverse ricchezze della natura, del sottosuolo, del mare, della terra. Bisogna soprattutto prendere in considerazione una diversa politica agricola e un diverso sistema di scambi.

Perché, questo è un fatto, gli sforzi degli ultimi dieci anni per lo sviluppo sono ben lontani dall'aver risolto i problemi. Senza dubbio conviene adottare vie nuove che permettano ad ogni paese di provvedere il più possibile ai propri bisogni alimentari, senza dipendere eccessivamente da importazioni dall'esterno. Come dicevo nella mia recente enciclica: "Sono necessari cambiamenti radicali ed urgenti per ridare all'agricoltura - ed agli uomini dei campi - il loro giusto valore come base di una sana economia, nell'insieme dello sviluppo della comunità sociale" (LE 21).

E' da parte di tutti che oggi deve venire uno sforzo comune: dai Governi, qualunque sia il loro sistema economico e politico; dalle Organizzazioni intergovernative e non-governative; dalle diverse associazioni di volontari, e penso in particolare a quelle che sono ispirate dalla Chiesa e dalle comunità di credenti. E' nel quadro di questa indispensabile cooperazione internazionale che prendono posto le iniziative della Fao, secondo la sua specifica funzione. La Santa Sede desidera che questa organizzazione possa compiere la sua missione, in modo sempre più efficace e incisivo ed in piena conformità con gli ideali espressi nel suo statuto; desidera inoltre che la sua azione sia riconosciuta e sostenuta con maggiori mezzi dai Governi degli Stati membri.

In occasione di questa prima Giornata mondiale dell'Alimentazione, esprimo i miei incoraggiamenti calorosi ed i miei ferventi voti a tutti coloro che si impegnano per risolvere la questione cruciale della fame, in particolare a tutti i rappresentanti di quegli Stati membri e alle organizzazioni presenti, e in primo luogo al Direttore generale della Fao, ai funzionari e a tutto il personale della Fao. Prego Dio - al quale domandiamo ogni giorno il pane quotidiano necessario per tutti - di benedire le loro persone e di ispirare loro una azione competente e disinteressata al servizio della sussistenza di tutti i loro fratelli.

Data: 1981-10-14
Mercoledì 14 Ottobre 1981


GPII 1981 Insegnamenti - Il Papa illumina via radio la statua di Cristo sul Corcovado a Rio de Janeiro