
GPII 1981 Insegnamenti - Agli studenti del Pontificio Collegio Germanico Ungarico - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Solo una Chiesa rafforzata dalla fede può essere una Chiesa in dialogo
Cari alunni, cari Padri e fratelli della Società di Gesù, care sorelle, cara famiglia del Collegio!
1. Nella prima lettera ai Tessalonicesi che da oggi in poi sarà letta nella liturgia domenicale, l'Apostolo Paolo scrive con Silvano e Timoteo: "Si, avevamo decisamente stabilito di venire da voi..." (2,18).
Nell'intervallo tra i due viaggi pastorali in due delle vostre Patrie, in Germania e in Svizzera, era stato annunciato che il Papa avrebbe fatto visita anche al Pontificio Collegio Germanico Ungarico. Voi sapete che cosa ha reso impossibile questa visita e il programmato viaggio in Svizzera. Ma voi sapete anche "che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28). E infine oggi ci è stato concesso il desiderato incontro che avviene con gioia più profonda e con gratitudine e disponibilità verso Dio ancora maggiori.
Insieme alla lettura di oggi vedo anch'io in voi una "comunità... che vive in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo" (1Th 1,1), e come Paolo "ringrazio Dio per voi tutti a causa del vostro impegno nella fede, per la vostra operosità nella carità, per la vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo" (1Th 1,2s). Pieno di gioia posso esclamare insieme all'apostolo: "Noi sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui" (Rm 1,4). Questa elezione divina in Cristo vale per tutti i membri del nuovo Popolo di Dio; ma in un modo particolare essa vale per coloro che sono chiamati ad una più fedele sequela ed imitazione del Cristo.
Voi, cari sacerdoti e seminaristi del Collegio Germanico Ungarico, siete stati scelti per questa particolare chiamata. L'eredità storica del vostro Collegio giustifica l'orgoglio gioioso di appartenervi; ma essa vi sollecita anche ad un umile impegno. Voi siete stati chiamati, nell'intenzione dei fondatori, per annunciare la Buona Novella nelle vostre Patrie e in particolare per servire quell'unità che Gesù predicava e di cui la cristianità (non solo voi!) sente profondamente il bisogno. Che le vostre Patrie, una volta punti di partenza della divisione, possano essere ora anche punti di partenza per la riconciliazione.
2. Per sottolineare la particolare importanza dell'istanza ecumenica nei nostri giorni, era stato mio particolare desiderio compiere proprio nell'Anno Giubileo della Confessio Augustana una visita pastorale in Germania dove Dio mi ha concesso di fare incontri ricchi di favorevoli auspici con i rappresentanti delle altre Chiese cristiane - cosa che noi speriamo ardentemente avvenga, per grazia di Dio, anche nel desiderato viaggio in Svizzera.
La mia memorabile visita nella Repubblica Federale tedesca in occasione del VII Centenario della morte di sant'Alberto Magno è valsa naturalmente soprattutto per i miei fratelli e sorelle nella fede, per una più approfondita esperienza della comunione ecclesiale nel comune rendimento di grazie a Dio e nello scambio fraterno; è valso per un rinnovamento e una riflessione sulla vita religiosa nelle famiglie e nelle comunità. Ma proprio per quanto detto questa visita è servita allo stesso tempo alla grande aspirazione dell'Ecumenismo: "ut unum sint" (Jn 17,21). Perché solo una Chiesa viva e radicata nella sua fede può essere una Chiesa di vero dialogo.
3. La lettura dell'Antico Testamento nella liturgia odierna ci riporta davanti agli occhi quanto immeritata è la nostra elezione e quale radicalità essa richiede: "Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c'è alcun altro; fuori di me non c'è altro Dio" (Is 45,4-5).
Il Vangelo che abbiamo appena udito ci mostra come il Signore contrapponga alle esigenze del mondo la totalizzante chiamata di Dio: "Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio!" (Mt 22,21).
Questa frase fissata dal Vangelo supera il contesto della disputa di Gesù con i farisei e diventa un concetto chiave per il superamento della divisione tra il nostro essere nel mondo e il nostro tendere a Dio. Chi prende sul serio la nostra interdipendenza col cosmo e con la società umana deve guardarsi del trascurare la richiesta di Dio. Chi fa di Dio il consapevole centro della sua vita deve considerare che egli ha nello stesso tempo il compito di rispondere alle esigenze della convivenza umana e della creazione di Dio.
Cari alunni del Collegio Germanico Ungarico! Nello sforzo personale di considerare congiuntamente la nostra tensione a Dio e il nostro domicilio nel mondo e vivere di conseguenza, vi può aiutare il fatto che il vostro Collegio è stato fondato da sant'Ignazio di Loyola, la cui spiritualità ci viene comunicata in questa casa. Secondo il "principium et fundamentum" che egli ci ha lasciato nel suo Libro degli Esercizi, l'uomo è stato creato "per lodare Dio nostro Signore, onorarlo e servirlo e salvare in questo modo la propria anima. Le altre cose sulla terra sono create per l'uomo, per aiutarlo nel conseguimento del suo scopo" (Exercitia spiritualia, n. 23).
Possa la vostra vita rendere sempre al corpo, alla natura, al mondo, alle strutture umane ciò che spetta loro, senza mai venire assorbiti da queste, ma al contrario rendendo in tutto omaggio a Dio come Ignazio ci insegna: "Sume, Domine, et suscipe!" (Exercitia spiritualia, n. 234). Quindi siate degni della vostra vocazione sacerdotale; siate per i fedeli e per il mondo un vivente "sursum corda".
In questi anni di collegio voi siete liberi da quel lavoro che più tardi sarà la vostra fatica e la vostra gioia. Per il futuro servizio all'annuncio della Parola siete ora chiamati all'ascolto della Parola, al fedele e a volte anche arduo studio. Forse avete anche timore che il lungo contatto con i libri vi renderà difficile il rapporto con gli uomini. Ma considerate anche la chance che vi viene offerta di procurarvi un solido bagaglio spirituale in tranquillo raccoglimento prima di assumere su di voi "l'assillo quotidiano, la preoccupazione per tutta la Chiesa" (2Co 11,28). Il rapporto e la familiarità con gli uomini si imparano nel contatto con chi ora è vicino a noi. Donate loro quella attenzione vigile, rispettosa, sensibile, generosa con la quale nel nome di Gesù desiderate rivolgervi in futuro ai vostri fedeli.
4. Il mosaico dell'abside della vostra Chiesa ci mostra Maria Regina degli apostoli, sposa dello Spirito Santo, Madre della Chiesa. Nell'odierna Giornata delle Missioni raccomandiamo a Lei coloro che una volta erano alunni di questo Collegio e ora, seguendo la particolare chiamata di Dio, sono diventati missionari come frati oppure - secondo l'indicazione del "Fidei Donum" e con l'approvazione generosa dei loro Vescovi - come sacerdoti diocesani. Il loro spirito missionario possa animare anche coloro che da qui, conformemente allo spirito di fondazione del Collegio, tornano nello loro Patrie dopo aver assimilato il pensiero e l'animo universale della Chiesa che viene infuso loro così abbondantemente in questa città cosmopolita, e lo suscitano a loro volta nel proprio ambito.
Con grande gioia ho potuto sperimentare il pensiero e l'animo missionario, la preghiera e il sacrificio della Chiesa in Germania durante la mia visita pastorale - come tensione del singolo, delle famiglie, delle comunità, delle diocesi e nelle opere interdiocesane "Missio" e "Adveniat". Attraverso questo impegno delle singole Chiese locali, la costante preghiera e il sacrificio di tutti i fedeli, può diventare sempre più vero ciò a cui ci esorta il salmista nell'odierna liturgia: "Cantate al Signore da tutta la terra! In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi!" (Ps 95,1-3).
Cari fratelli e sorelle! Il Collegio Germanico Ungarico raccoglie qui a Roma presso la Cattedra di Pietro i sacerdoti e i seminaristi di diverse lingue e nazioni. Questo diventa così in modo particolare un luogo di incontro, di formazione di legami, di unità tra le diverse Chiese locali d'Europa. Possa il Collegio continuare ad approfondire e a rafforzare quell'unità della Chiesa di cui Roma è segno e punto centrale.
Per tutti i Superiori, i Collaboratori e gli alunni, passati e presenti di questo stimato Collegio, dovunque essi servano in questo momento la Chiesa di Gesù Cristo, preghiamo in questo giorno di festa con le parole dell'odierna liturgia: "Dio Onnipotente, tu sei nostro Signore e Padrone. Rendi la nostra volontà pronta a seguire ciò che comandi e donaci un cuore che ti serva fedelmente". Amen. Data: 1981-10-18
Domenica 18 Ottobre 1981
Titolo: Dalle buone famiglie nascono gli uomini che saranno il lievito della società
Diletti fratelli nell'Episcopato, E' con grande gioia che vi ricevo oggi, nella vostra prima visita "ad limina Apostolorum" dopo l'indipendenza dei vostri Paesi, cioè: di Sao Tomè e Principe il 12 luglio 1975 e dell'Angola l'11 novembre dello stesso anno. A causa dei ben noti eventi non mi è stato possibile incontrare il primo gruppo di Vescovi della vostra amata terra, il venti giugno scorso, con Sua Eminenza Dom Eduardo Andrè Muaca, Arcivescovo di Luanda e Presidente della Conferenza Episcopale. Ma in voi vedo rappresentata la comunità angolana e quella di Sao Tomè e Principe in una nuova fase della sua vita quale popolo con valori propri nel concerto delle nazioni. A tutti ed a ognuno di voi rivolgo i miei saluti affettuosi accompagnati da preghiere all'Onnipotente perché vi illumini e vi fortifichi nella missione apostolica, tutta rivolta al benessere integrale dell'uomo, in questo momento storico tanto importante per i vostri Paesi.
1. Sono convinto della unità esistente nel vostro Episcopato e questa visita al successore di Pietro evidenzia tale nota di vitalità della Chiesa. Infatti, come ricorda il Concilio Vaticano II, il Romano Pontefice "è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della massa dei fedeli. I singoli Vescovi, invece, sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, e in esse e da esse è costituita l'una e unica Chiesa cattolica. Perciò i singoli Vescovi rappresentano la propria Chiesa, e tutti insieme col Papa rappresentano tutta la Chiesa in un vincolo di pace, di amore e di unità" (LG 23).
2. La Chiesa in Angola come a Sao Tomè e Principe è una realtà viva e vitale. E faremo quanto è nelle nostre possibilità perché possa continuare ad aumentare questa sua vitalità al servizio del benessere di tutti, particolarmente dei più bisognosi, senza esclusivismi. Ai Vescovi, in quanto successori degli apostoli, è stata affidata dal Signore la missione di annunciare il messaggio del Vangelo a tutti gli uomini. Questo, che per noi pastori è un dovere, è riconosciuto dalla Ius gentium e codificato nella Magna Carta delle Nazioni come un diritto naturale dell'uomo.
L'opera che cercate di realizzare nel campo catechetico, particolarmente in riferimento alla gioventù ed alla famiglia, è degna di speciale menzione.
Desidero esortarvi vivamente a proseguire in questa direzione, possibilmente con nuove iniziative in uno spirito creativo di servizio alla comunità nelle circostanze del concreto momento storico.
3. Una delle difficoltà maggiori della vostra comunità è la scarsezza di sacerdoti. E' meritoria la cura che riservate alle vocazioni sacerdotali e religiose. Esse sono infatti di importanza decisiva per l'evangelizzazione ed il consolidamento della vita di fede dei popoli. Tutte le iniziative in questo settore così fondamentale godono del mio più grande appoggio e il mio più cordiale incoraggiamento.
Come sapete, le vocazioni nascono, si sviluppano e maturano all'interno della famiglia. Sono quasi sempre frutto di famiglie nelle quali si vive intensamente secondo i principi della fede. E' dunque necessario volgersi alla famiglia, sulla scia dell'ultimo Sinodo dei Vescovi. Dalle buone famiglie nascono gli uomini che saranno il fermento di una società più giusta, più fraterna, di una società migliore. Le vocazioni maturano in un laicato cosciente, pienamente realizzato nella fede, responsabile della sua funzione nell'ambiente in cui vive.
Al momento possedete un solo Seminario Maggiore, a Huambo. Le vocazioni, per grazia di Dio, stanno aumentando. Desidero raccomandarvi l'adeguata formazione spirituale dei seminaristi, di coloro che saranno i vostri immediati collaboratori. Essi abbiano sempre un posto prioritario nei vostri piani pastorali.
I sacerdoti, i religiosi e le religiose, che consacrano tutta la loro vita al servizio assoluto e incondizionato di Dio e dell'amore al prossimo, meritano tutta la vostra sollecitudine affinché realizzino se stessi in autentica gioia, sebbene a volte si vengano a trovare in un mare profondo e tempestoso.
Con il cuore esultante di gioia, costato come una delle caratteristiche della vostra Chiesa, la promozione sollecita e instancabile di vari centri di vita contemplativa, rivelando così il primato dei valori spirituali davanti al pericolo di una secolarizzazione materialistica dell'uomo d'oggi, il quale, più che mai, sente la necessità dei valori dello spirito.
4. Apprezzo vivamente il vostro zelo attento ed efficace nel campo della missione specifica della Chiesa che, aliena da ingerenze che siano fuori della sua competenza, presta servizi non indifferenti alla causa della umanità in generale e al popolo nel cui ambito opera come Maestra, con particolare sollecitudine per i figli più bisognosi.
Desidero esprimere il desiderio che l'umanità di tutti i vostri concittadini riconosca e desideri beneficiare con fiducia dell'opera della Chiesa.
Da parte nostra incontreranno sempre una porta aperta con una migliore e più sincera volontà di servizio.
Continuate nella vostra opera con rinnovato entusiasmo. Ad ognuno di voi, ai sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi e all'amato popolo di Angola e di Sao Tomè e Principe i migliori auguri di prosperità e di sviluppo integrale, in pegno dei quali vi imparto la benedizione Apostolica
Data: 1981-10-20
Martedi 20 Ottobre 1981
Titolo: Il perdono è una grazia e un mistero del cuore umano
1. Anche oggi, in questo gradito incontro con voi, cari fratelli e sorelle, desidero ritornare all'evento del 13 maggio scorso. Vi ritorno per ricordare ciò che già in quel giorno fu pronunciato davanti a Cristo, il quale è Maestro e Redentore delle nostre anime, e che fu detto poi a voce alta e pubblicamente nella domenica successiva, il 17 maggio, alla preghiera del "Regina Coeli".
Ecco le parole che oggi non solo riporto, ma anche ripeto, per esprimere la verità in esse contenuta, che ugualmente oggi come allora è la verità della mia anima, del mio cuore e della mia coscienza: "Carissimi fratelli e sorelle, so che in questi giorni e specialmente in quest'ora del "Regina Coeli" siete uniti a me. Vi ringrazio commosso per le vostre preghiere e tutti vi benedico. Sono particolarmente vicino alle due persone ferite insieme a me. Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, Sacerdote e vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e per il mondo.
A Te, Maria, ripeto: Totus tuus ego sum".
2. Il perdono! Cristo ci ha insegnato a perdonare. Molte volte e in vari modi Egli ha parlato di perdono. Quando Pietro gli chiese quante volte avrebbe dovuto perdonare al suo prossimo, "fino a sette volte?", Gesù rispose che doveva perdonare "fino a settanta volte sette" (Mt 18,21s). Ciò vuol dire, in pratica, sempre: infatti il numero "settanta" per "sette" è simbolico, e significa, più che una quantità determinata, una quantità incalcolabile, infinita. Rispondendo alla domanda su come bisogna pregare, Cristo pronuncio quelle magnifiche parole indirizzate al Padre: "Padre nostro che sei nei cieli"; e tra le richieste che compongono questa preghiera, l'ultima parla del perdono: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo" a coloro che sono colpevoli nei nostri riguardi (= "ai nostri debitori"). Infine Cristo stesso confermo la verità di queste parole sulla Croce, quando, volgendosi al Padre, supplico: "Perdonali!", "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).
"Perdono" è una parola pronunciata dalle labbra di un uomo, al quale è stato fatto del male. Anzi, essa è la parola del cuore umano. In questa parola del cuore ognuno di noi si sforza di superare la frontiera dell'inimicizia, che può separarlo dall'altro, cerca di ricostruire l'interiore spazio d'intesa, di contatto, di legame. Cristo ci ha insegnato con la parola del Vangelo, e soprattutto col proprio esempio, che questo spazio si apre non solo davanti all'altro uomo, ma in pari tempo davanti a Dio stesso. Il Padre, che è Dio di perdono e di misericordia, desidera agire proprio in questo spazio del perdono umano, desidera perdonare coloro, che sono reciprocamente capaci di perdonare, coloro che cercano di mettere in pratica quelle parole: "Rimetti a noi... come noi rimettiamo".
Il perdono è una grazia, alla quale si deve pensare con umiltà e gratitudine profonde. Esso è un mistero del cuore umano, sul quale è difficile diffondersi. Tuttavia vorrei soffermarmi su quanto ho detto. L'ho detto perché fa strettamente parte dell'evento del 13 maggio, nel suo insieme.
3. Durante i tre mesi che ho trascorso all'ospedale, spesso mi ritornava alla memoria quel passo del Libro della Genesi, che tutti bene conosciamo: "Abele era pastore di gregge e Caino lavoratore del suolo. Dopo un certo tempo, Caino offri frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offri primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradi Abele e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua bramosia, tu dominala" Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!". Mentre erano in campagna, Caino alzo la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?" Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!"..." (Gn 4,2-10).
4. Mi ritornava spesso alla memoria, nelle mie meditazioni all'ospedale, questo testo antichissimo, il quale parla del primo attentato dell'uomo alla vita dell'uomo, del fratello alla vita del fratello.
In quel tempo, dunque, quando l'uomo che ha attentato alla mia vita, veniva processato e quando ricevette la sentenza, pensavo al racconto di Caino e di Abele, che biblicamente esprime l'"inizio" del peccato contro la vita dell'uomo. Nei nostri tempi, in cui questo peccato contro la vita dell'uomo è divenuto di nuovo e in un modo nuovo minaccioso, mentre tanti uomini innocenti periscono per le mani di altri uomini, la descrizione biblica di ciò che accade tra Caino e Abele diventa particolarmente eloquente. Ancora più completa, ancora più sconvolgente del comandamento stesso a "non uccidere". Questo comandamento appartiene al Decalogo, che Mosè ricevette da Dio e che è contemporaneamente scritto nel cuore dell'uomo come legge interiore dell'ordine morale per tutto il comportamento umano. Non ci parla forse ancora di più dell'assoluto divieto di "non uccidere" quella domanda di Dio rivolta a Caino: "Dov'è il tuo fratello?". E incalzando la risposta evasiva di Caino, "Sono forse il guardiano di mio fratello?", segue l'altra domanda divina: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!".
5. Cristo ci ha insegnato a perdonare. Il perdono è indispensabile anche perché Dio possa porre alla coscienza umana degli interrogativi, ai quali attende risposta in tutta la verità interiore.
In questo tempo, in cui tanti uomini innocenti periscono per le mani di altri uomini, pare imporsi uno speciale bisogno di avvicinarsi a ciascuno di coloro che uccidono, avvicinarsi col perdono nel cuore ed insieme con la stessa domanda, che Dio, Creatore e Signore della vita umana, pose al primo uomo che aveva attentato alla vita del fratello e gliel'aveva tolta - aveva tolto ciò che è proprietà solo del Creatore e del Signore della vita.
Cristo ci ha insegnato a perdonare. Ha insegnato a Pietro a perdonare "fino a settanta volte sette" (Mt 18,22). Dio stesso perdona quando l'uomo risponde alla domanda rivolta alla sua coscienza e al suo cuore con tutta l'interiore verità della conversione.
Lasciando a Dio stesso il giudizio e la sentenza nella sua dimensione definitiva, non cessiamo di chiedere: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
Data: 1981-10-21
Mercoledì 21 Ottobre 1981
Titolo: Il Seminario esprime la vitalità di una Diocesi
Desidero dirvi anzitutto la gioia profonda che provo in questo momento nel trovarmi in mezzo a voi che siete la pupilla dei miei occhi e la speranza della Chiesa di Roma. Saluto con effusione di cuore voi tutti: sia i seminaristi romani sia quelli provenienti da varie parti d'Italia e anche da altri Paesi, tra cui due seminaristi polacchi. Un cordiale speciale pensiero va al Cardinale Poletti, a Monsignor Rettore e tutti gli altri Superiori, che vi hanno qui accompagnati, all'inizio del nuovo anno scolastico.
1. Questo incontro, che avviene nella celebrazione della Santa Messa, è occasione quanto mai propizia per confessare insieme la nostra fede in Gesù Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, e per vivere un momento privilegiato di intensa comunione ecclesiale, alla quale già ci hanno predisposti le letture bibliche, che abbiamo ora ascoltato. Esse infatti ci esortano a rinnovare nei nostri cuori l'espressione di un sempre più profondo amore vicendevole: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo; dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici" (Jn 15,12-13). Si tratta qui dell'amore proprio del cristiano, dell'amore redentore che libera dalla schiavitù del peccato e chiama all'intimità e all'amicizia col Cristo: "Non vi chiamo più servi, ma... amici" (Jn 15,15). Solo l'evangelista Giovanni, il "discepolo dell'amore", poteva rivelarci nella sua stupenda pienezza questo amore ineffabile, davvero singolare, che si palesa nella gioia: "... la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Jn 15,11); questo amore confidente si apre alla speranza, superando ogni timore: "... voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura" (Rm 8,15). E' questo un amore che alberga in "coloro che sono guidati dallo Spirito" (Rm 8,14); in coloro cioè che sono afferrati nel loro essere e nel loro operare dalla potenza di Dio e fatti passare dalla morte alla vita; in coloro che, diventati figli adottivi, possono rivolgersi a Dio chiamandolo Padre (Rm 8,15).
2. E' appunto questo straordinario ed ineffabile amore, che si diparte da Cristo e si effonde nei cuori, a compiere prodigi nella Chiesa e ad affascinare i cuori di tanti giovani fino a farli mettere alla sua difficile, ma suggestiva sequela. E' proprio per corrispondere a questo amore che voi, carissimi seminaristi, avete deciso di dedicare la vostra vita a Cristo, desiderando diventare partecipi del suo Sacerdozio. Tutto questo non può non riempire il mio animo di profonda emozione e di slancio amorevole verso di voi. Se ogni Vescovo trova nel suo Seminario tutto ciò che fa intimo un focolare, che fa degna una scuola, che fa esaltante e trepidante un incontro, che fa lieta la speranza e fervente la preghiera: tutto ciò avviene in modo del tutto particolare quando questo Vescovo e quello di Roma, Pastore universale su cui si posano gli occhi del mondo intero.
Come è noto, il Seminario è l'espressione della vitalità di una diocesi.
Esso è il termine delle zelanti fatiche dei parroci e degli educatori operanti nelle strutture parrocchiali e nelle scuole; è un chiaro segno che vi sono comunità cristiane in grado di far maturare nel proprio grembo coloro che un giorno, rivestiti del carattere sacerdotale, continueranno in mezzo a loro l'opera di Cristo; è un indice che le famiglie ricche di virtù e di spirito di sacrificio hanno meritato la grazia di donare i propri figli alla Chiesa; è una prova che il mondo moderno nonostante le ombre che talvolta l'offuscano, è ricco di speranze e di certezze, perché può contare su giovani coraggiosi disposti a dare la propria vita per il suo riscatto.
L'accresciuto vostro numero, anche se non ancora nella misura richiesta dalle necessità dell'apostolato, non significa forse che questo tempo post-conciliare non sarà privo di valorosi sacerdoti che lavoreranno per tradurre in pratica gli insegnamenti e le direttive di quella Assise ecumenica? Potete quindi ben immaginare quale tenerezza susciti nel mio animo l'avervi qui davanti agli occhi e nel sapervi impegnati a diventare ministri di Cristo, araldi del Vangelo e messaggeri di verità e di fraternità in mezzo al Popolo di Dio. Per questo il Papa vi ama, vi predilige e vi è accanto continuamente col pensiero e con la preghiera. A vostra volta, anche voi dunque amate il Papa e la Chiesa che vi apprestate a servire, e abbiate di Cristo, nostro Signore benedetto, un amore appassionato per essere di lui veri discepoli, assidui imitatori, umili seguaci, fedeli amici, intrepidi testimoni e apostoli infaticabili, come lo possono e lo debbono essere coloro che, col sacerdozio, sono chiamati a diventare "alter Christus". Sappiate inoltre conservare quel patrimonio di fede, di virtù, di sapere e di santità che il Seminario Romano Maggiore ha accumulato attraverso i secoli. Soprattutto, lo studio amoroso del Signore Gesù riempia le vostre menti e i vostri cuori fino alla pienezza, cioè "finché non sia formato Cristo in voi" (Ga 4,19). Per diventare autentici sacerdoti, oggi più che mai è necessario testimoniare davanti al mondo le virtù teologali della fede, della speranza e della carità fraterna da cui discendono, a loro volta, tutte le altre virtù di cui deve essere ornato chi si prepara al sacerdozio.
3. Vi sia di sostegno in questa vostra opera di formazione l'ausilio della Vergine santissima della Fiducia, vostra celeste Patrona. Sono certo che non vi stancherete di invocarla ogni giorno mediante la recita del Rosario, come è pia tradizione del vostro Seminario, e della giaculatoria: "Mater mea, fiducia mea".
Ella non mancherà di proteggervi e di assistervi nelle difficoltà che potrete incontrare lungo l'itinerario che conduce all'altare.
Ed ora continuando la celebrazione liturgica, nella quale riviviamo il dramma dell'amore crocifisso e in cui si consuma e si sigilla la perfetta unità ecclesiale, preghiamo il Signore che accenda nel cuore di numerosi altri giovani l'ideale del sacerdozio e faccia gustare loro la bellezza e la gioia di abitare nella sua casa, secondo le parole del Salmista: "Quanto sono amabili le tue dimore, o Signore degli eserciti!" (Ps 83,1).
Data: 1981-10-22
Giovedì 22 Ottobre 1981
Titolo: Essere fedeli alla Parola di Cristo per conoscere e annunciare la verità
1. "Io sono la vera vite... Rimanete in me" (Jn 15,
1.4).
Con queste parole la Chiesa Romana saluta oggi la vostra Comunità accademica, professori e studenti degli Atenei ecclesiastici di Roma, che iniziate il nuovo anno di lavoro. Tali parole, ben note, risuonano nella odierna liturgia della Santa Messa di inaugurazione. Cristo le ha rivolte ai suoi apostoli il Giovedì santo. Che cosa ha voluto allora esprimere? Valendosi di una immagine, a cui l'Antico Testamento era ricorso più volte per indicare il Popolo eletto e per lamentare i frutti non buoni da esso prodotti - chi non ricorda il testo di Isaia: "Mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica" (5,4)? - Gesù presenta se stesso come la "vera vite" che ha corrisposto alle cure e alle attese del Padre. Come vite rigogliosa, Gesù ha dei tralci: essi sono costituiti da coloro che, mediante la fede e l'amore, sono vitalmente inseriti in lui. Con essi si instaura una circolazione di linfa vitale che, se da una parte è indispensabile per produrre frutti ("senza di me non potete fare nulla") Jn 15,5), dall'altra porta in sé l'esigenza di esprimersi in frutti fecondi: ogni tralcio che non porta frutto è gettato via e bruciato (cfr. Jn 15,6).
Di qui l'imperativo: "Rimanete in me come io in voi... Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto" (Jn 15,4-5). Gesù stesso si preoccupa di chiarire in che cosa consista questo "rimanere in Lui": consiste nell'amore, un amore, pero, che non si esaurisce in sentimentalismo, ma che si traduce nella testimonianza concreta dell'adempimento dei comandamenti.
2. Questo dunque, in sintesi, il contenuto del denso brano evangelico, proposto per l'odierna liturgia. Ma una seconda domanda si impone: se questo è il senso valido per tutti, che cosa vuole esprimere la Chiesa Romana quando all'inizio del nuovo Anno accademico saluta voi, professori ed alunni degli Atenei ecclesiastici, con le stesse parole che Gesù Cristo indirizzo alla cerchia dei suoi più stretti discepoli? Tutti siete discepoli di Cristo, che ascoltano le sue parole nell'ultimo ventennio del ventesimo secolo. Siete, pero, una particolare comunità di discepoli di Cristo. Alcuni di voi, discepoli di quest'unico Maestro, sono nello stesso tempo maestri, insegnanti, professori. Altri sono studenti, in tappe diverse degli studi e in diversi indirizzi della ricerca teologica e scientifica.
E siete una comunità caratterizzata dalla presenza di persone provenienti da ogni parte del mondo. Forse non v'è un altro centro di studi, in cui la cattolicità della Chiesa traspaia in modo altrettanto evidente. Si può dire che ogni Nazione della terra è qui rappresentata e spesso in forme di convivenza comunitaria, che consentono a ciascuno di inserirsi più facilmente nell'ambiente nuovo, senza perdere la propria identità di provenienza. Vi sono, inoltre, fra voi tutte le componenti del Popolo di Dio: sacerdoti diocesani e regolari, religiose e laici, anime di vita contemplativa ed anime che si preparano ad assumere compiti di apostolato attivo.
Orbene, la domanda è: che cosa significa per voi, per gli uni e per gli altri, "rimanere in Cristo così come il tralcio rimane nella vite"? Che significa: "portare frutto, così come lo porta il tralcio in quanto rimane nella vite"? Non è forse chiamata in causa l'intera vostra esistenza, che deve lasciarsi sempre maggiormente permeare dalla linfa della grazia promanante da Cristo, per potersi aprire alla rivelazione dei suoi misteri? Vivere l'unione con Cristo mediante la fede operante nell'amore e la condizione ineludibile per progredire nella conoscenza della Verità di Dio, che nel Verbo incarnato si è fatto incontro alla nostra fame di risposte sicure ed appaganti. Sta scritto: "Se rimanete fedeli alla mia parola..., conoscerete la verità" (Jn 8,31-32). Infatti "chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1Jn 4,8).
Ecco dunque il frutto che siete chiamati a portare mediante la quotidiana fatica dello studio: la conoscenza sempre più profonda del "mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche per ordine dell'eterno Dio" (Rm 16,25-26). Non sta in questo il compito della Teologia? Essa è infatti un processo conosciuto mediante il quale la mente umana, illuminata dalla fede e stimolata dall'amore, avanza nei territori immensi, che la Rivelazione divina le ha spalancato dinanzi.
3. Qui è opportuno sostare un momento a riflettere. L'immensità di Dio s'è consegnata a noi nella finitezza della parola umana, così come la Persona del Verbo s'è chiusa, incarnandosi, nella finitezza di una natura umana. La Teologia non deve dimenticarlo. Il suo applicarsi allo studio della parola, dell'immagine, della proposizione contenute nel Libro sacro non deve costituire altro che una via verso l'Infinità, che in questi elementi s'è a noi partecipata.
La Teologia dovrà, pertanto, continuamente rifarsi alla Rivelazione nel suo insieme cercando di orientarsi secondo le linee di fondo, che ne hanno guidato lo sviluppo verso il compimento e la pienezza, che è Cristo.
Ciò non esclude che si possa dedicare ad un aspetto particolare del messaggio rivelato, senza avere un'ulteriore, esplicita attenzione all'arco intero del suo orizzonte. La specializzazione è una conseguenza della finitezza del nostro intelletto ed è quindi legittima anche nella Scienza teologica. Sarà necessario, pero, conservare sempre viva coscienza del fatto che alla finitezza delle forze umane non corrisponde (come in altre scienze) la finitezza dell'oggetto. La tensione, quindi, del lavoro teologico non corre nella direzione di una sempre più minuziosa frammentazione, ma, al contrario, essa si protende nella direzione della sintesi, che ci è stata offerta in modo divinamente insuperabile nella persona di Cristo.
La ricerca teologica, nell'intento di scrutare il "mistero di Dio", dovrà inoltre mantenersi costantemente aperta alle indicazioni che le vengono dai "segni dei tempi". Ciò non significa che essa debba preoccuparsi di mettersi servilmente al passo con le mode del momento. Significa invece che essa deve studiarsi di raccogliere con docile prontezza, "ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Ap 2,7) anche nel corso della nostra generazione, cercando di interpretare le indicazioni che, sotto la sua azione, emergono dalle attese dei popoli, dalle sofferenze dei poveri, dalle scoperte della scienza, dalle proposte dei santi.
Compito di una Teologia matura è, infine, quello di leggere il presente alla luce della Tradizione, di cui la Chiesa è depositaria. La Tradizione è vita: in essa la ricchezza del mistero cristiano si esprime, manifestando via via, a contatto con le mutevoli vicende della storia, le virtualità implicite nei perenni valori della Rivelazione. Il teologo che desideri offrire alle domande dei suoi contemporanei una risposta autenticamente cristiana, non potrà non attingerla a questa fonte.
4. Ho parlato direttamente della Teologia, ma non ho inteso con questo togliere alcunché all'importanza delle altre discipline, che sono opportunamente coltivate nei vostri Atenei. Ognuna di esse ha un suo preciso ruolo da svolgere nell'economia generale degli studi ecclesiastici. La circostanza mi è, anzi, propizia per rivolgere a ciascuno una cordiale esortazione a proseguire con alacre impegno nel proprio ramo del sapere, giacché sarà dal contributo di tutti che la Chiesa potrà trarre il massimo beneficio per la sua azione di evangelizzazione e di promozione umana nel mondo.
Se mi sono soffermato a parlare in modo particolare della Teologia è perché vedo in essa come il fulcro centrale, intorno a cui ruota nel suo insieme l'impegno di ricerca, che si sviluppa nella Chiesa. Vi sono, infatti, discipline che alla Teologia predispongono e preparano, come è il caso, ad esempio, della Filosofia, a cui compete, salva restando la sua autonomia, di assicurare gli strumenti razionali indispensabili per ogni indagine teologica. Non affermava, del resto, san Tommaso che la metafisica "tota ordinatur ad Dei cognitionem sicut ad ultimum finem, unde et scientia divina nominatur" ("Contra Gentiles", III, c. 25).
Vi sono poi altre discipline che, avendo nella Teologia il loro naturale fondamento, di essa costituiscono uno sviluppo ed una derivazione. Penso, ad esempio, al Diritto Canonico, a cui spetta di illustrare la dimensione istituzionale della Chiesa, mostrando come le strutture giuridiche scaturiscano dall'intera natura del mistero cristiano. E penso ancora alla Storia ecclesiastica, che non può accontentarsi di esporre i soli aspetti politico-sociali della vita della Chiesa o ridursi a riferire circa le azioni e le omissioni dei rappresentanti della Gerarchia, ma deve invece cercare di dare conto del cammino compiuto dall'intero Popolo di Dio sulle strade della storia, mettendo in luce la novità che il fermento evangelico ha saputo suscitare nella vicenda millenaria dell'umanità.
5. Sono semplici accenni, ma penso siano sufficienti per far intravedere quale armonioso edificio costituisca l'insieme delle discipline, a cui vanno i vostri interessi. Un "edificio". Il pensiero si porta spontaneamente a quella "pietra angolare", di cui ci ha parlato nella sua prima lettera l'apostolo Pietro, il fondatore di questa Chiesa di Roma. Quella "pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio" (1P 2,4) è Cristo.
Gesù Cristo: vera vite! Gesù Cristo: pietra angolare! In che modo, cari professori e studenti, voi adempirete nel corso di tutta la vita ed, in particolare, nel corso di quest'anno, al compito di costruire proprio su questa pietra angolare, che è Cristo? La risposta vi è suggerita dallo stesso apostolo Pietro: impegnandovi a formare "un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1P 2,5). In altre parole: impegnandovi a "fare Chiesa" insieme con i Pastori, che Cristo ha posto tra voi.
"Fare Chiesa": ecco la consegna! E ciò nel duplice senso di vivere in comunione fraterna di pensieri, di sentimenti, di lavoro, sorretti dal medesimo ideale ed insieme protesi verso la medesima meta; e "fare Chiesa" ponendo costantemente voi stessi nel contesto dell'intera Comunità ecclesiale, cioè vedendo nel vostro impegno un servizio da rendere ai fratelli, i quali attendono da voi di essere guidati ad una comprensione più vasta e profonda della ricchezza infinita della Verità divina.
Una viva coscienza ecclesiale sarà, oltretutto, il criterio più sicuro per salvaguardarvi dal rischio di costruire su di un fondamento diverso da quello posto da Dio. Non ci si può, infatti, nascondere - e i fatti lo confermano,- che è purtroppo possibile incontrare non la "pietra angolare", ma "un sasso d'inciampo e una pietra di scandalo" (1P 2,8) a motivo di un atteggiamento di disobbedienza verso la Parola (cfr. ), annunciata autorevolmente nella Chiesa.
6. Siamo qui, stasera, raccolti in preghiera per implorare da Dio che ciò non avvenga, ma che invece ciascuno di voi possa portare in Gesù Cristo un particolare frutto di quella conoscenza che nasce dalla fede animata dall'amore, contribuendo così a costruire la Chiesa! Voi che, mediante la grazia del Battesimo siete già diventati "la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato" (1P 2,9), mediante tutto questo lavoro conoscitivo che vi è proprio sia come scienziati e professori, sia come studenti, siete chiamati a proclamare "le opere meravigliose di lui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1P 2,9).
Siate consapevoli che in questo modo voi fate parte del Popolo di Dio e che ciò è la vostra singolare porzione e la vostra eredità in questo stesso Popolo di Dio. Siate consapevoli che coltivando questa porzione e questa eredità, siete coloro che hanno "ottenuto misericordia" (1P 2,10).
7. Come Vescovo di questa Chiesa, che è a Roma e che si rallegra della presenza della vostra Comunità accademica, ritengo particolare dovere del mio ministero in questa sede di iniziare questo nuovo anno di lavoro insieme con voi presso l'altare della Basilica di san Pietro.
Durante questa liturgia eucaristica preghiamo lo Spirito Santo con le seguenti parole: "Infondi in noi, Signore, lo Spirito d'intelletto, di verità e di pace, perché ci sforziamo di conoscere ciò che è a te gradito, per attuarlo nell'unità e nella concordia" (Orazione Colletta).
"Guarda, o Dio misericordioso, le nostre offerte e preghiere, e donaci di comprendere il vero e il bene come risplende ai tuoi occhi, e testimoniarlo con libertà evangelica" (sulle offerte).
"Padre Santo, il tuo Spirito operante in questi misteri ci confermi nella tua volontà e ci renda davanti a tutti testimoni del tuo Vangelo" (dopo la Comunione).
..."Onore dunque a voi che credete" (1P 2,7).
..."In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto" (Jn
15,8).
Amen. Data: 1981-10-23
Venerdi 23 Ottobre 1981
GPII 1981 Insegnamenti - Agli studenti del Pontificio Collegio Germanico Ungarico - Città del Vaticano (Roma)