
GPII 1981 Insegnamenti - Al Pontificio Consiglio "Co Unum" - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Messaggio nel I° anniversario del terremoto
Al venerato fratello Cardinale Anastasio Alberto Ballestrero Presidente della Conferenza Episcopale Italiana E' ancora vivo nell'animo di tutti il ricordo del tremendo terremoto che il 23 novembre dello scorso anno sconvolse le zone della Campania e della Basilicata, provocando morte, dolore, rovine e disastri. In quella tragica circostanza da tutte le parti d'Italia e del mondo sorse una commovente manifestazione di fattiva e tempestiva generosità nei confronti di quanti, a causa del funesto evento, avevano ormai bisogno di tutto. Io stesso, il successivo 25 novembre, compii un mesto pellegrinaggio attraverso quelle regioni. Ho ancora negli occhi e nel cuore le fosche immagini delle indescrivibili distruzioni; ricordo la mia visita alla zona colpita dal sisma, in particolare a Potenza, a Balvano - uno dei centri più duramente provati -, ad Avellino, facendo scalo, nell'andata e ritorno, a Napoli. Mi recai in quei luoghi per ridire ai superstiti, ai feriti, a tutti, il messaggio della fede cristiana e per dare loro - come dissi ai ricoverati nell'ospedale San Carlo di Potenza - "un segno di quella speranza, che per l'uomo deve essere l'altro uomo. Per l'uomo sofferente, l'uomo sano; per un ferito, un medico, un assistente, un infermiere; per un cristiano, un sacerdote. così un uomo per un altro uomo". Volevo portare a tutti i fratelli e sorelle sofferenti per la perdita dei loro cari, delle loro case, dei loro beni, la testimonianza viva della mia presenza, della mia compassione, del mio cuore; volevo unire le mie preghiere alle loro preghiere, le mie lacrime alle loro lacrime.
E' passato un anno da quel tragico avvenimento di lutto e di dolore e la Conferenza Episcopale Italiana, che tanto ha operato in questo periodo per lenire le sofferenze dei fratelli delle zone terremotate, mediante la "Caritas Italiana", intende ora ricordarlo con un incontro di preghiera e di riflessione, allo scopo di invocare da Dio, Padre di misericordia, il conforto e la speranza per i colpiti; di invitare le diocesi ed i fedeli d'Italia a sentire come propri i gravi e molteplici problemi di carattere spirituale, pastorale, materiale ed a contribuire alla loro soluzione; di richiamare l'attenzione di tutti gli uomini di buona volontà sulle ferite ancora aperte, che affliggono le vittime del sisma.
Desidero, in questa circostanza, così carica di significato, esprimere la mia viva compiacenza per tale iniziativa, ed intendo ripetere quanto raccomandavo nel mio appello, l'indomani di quel mio viaggio: "In questo momento occorrono soprattutto unità è solidarietà!". Ancora oggi, ad un anno di distanza, sono necessarie l'unità, nel coordinamento degli sforzi e delle iniziative, e la solidarietà, generosa, disinteressata, per i nostri fratelli, forse ancora inquieti per il loro futuro.
Auspico pertanto che la diletta gente del sud possa riavere presto le sue case, le sue chiese, i suoi paesi; ma possa, ancor più, ritrovare la serenità di una vita dignitosa e di un lavoro sicuro, nel conforto della intensa e profonda sollecitudine di tutto il popolo e, in particolare, di tutte le diocesi d'Italia.
Con tali voti, mentre assicuro la mia comunione nella preghiera, imparto ai diletti fratelli e sorelle della Basilicata e della Campania una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri estendo a lei, signore Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, a monsignor Vincenzo Fagiolo, presidente della "Caritas Italiana", ed ai membri del benemerito e dinamico organismo, ai giovani dei vari movimenti ecclesiali, a tutti i presenti all'incontro ed a quanti hanno dato e daranno il loro concreto e generoso contributo per la sollecita ricostruzione delle zone colpite dal terremoto.
Dal Vaticano, 21 novembre 1981, quarto di pontificato.
Data: 1981-11-24
Martedi 24 Novembre 1981
Titolo: Papa Giovanni indico le vie del rinnovamento nel grande solco della tradizione
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo!
1. Esattamente cento anni fa - il venerdi 25 novembre 1881 - a Sotto il Monte, apriva gli occhi alla vita il piccolo Angelo Giuseppe Roncalli. In quello stesso giorno, verso sera, diventava cristiano colui che nel corso della sua lunga vita, singolarmente ricca di grazia, sarebbe poi diventato sacerdote, vescovo e infine successore di Pietro.
In questa udienza, che per una coincidenza felice, sia pure casuale, ci trova qui radunati in questa data tanto significativa, non posso non ricordare in modo particolare quel mio grande predecessore, la cui memoria è in benedizione nei nostri cuori, e nella coscienza di tutti i popoli del mondo. Cento anni fa nasceva colui che, seguendo il filo d'oro della "buona Provvidenza" - com'egli amava frequentemente chiamarla -, avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa del nostro tempo. Vorrei insieme con voi fermare l'attenzione sul significato, l'importanza, la grandezza, che ha avuto per la Chiesa e per il mondo la presenza di quell'uomo in mezzo a noi. Nel far questo, mi riallaccio col pensiero alla visita, che ho compiuto nel suo paese natale, ormai notissimo in tutto il mondo, il 26 aprile scorso. Era, quello, il mio personale tributo di affetto e di venerazione, in questo Centenario, verso colui che, salendo sulla sede di Pietro, prese il nome profetico di Giovanni - quello che il mio immediato predecessore e io stesso abbiamo conservato in segno di amore e di riconoscenza a quel grande Papa, accanto a quello di Paolo. "Venne un uomo mandato da Dio, e il suo nome era Giovanni" (Jn 1,6): queste parole, che furono universalmente applicate a lui, e che certamente lo facevano trasalire come un segno di predilezione divina, sono tuttora emblematiche della sua missione pontificale.
2. Papa Giovanni è stato un grande dono di Dio alla Chiesa. Non solo perché - e basterebbe questo a renderne imperituro il ricordo - egli ha legato il suo nome all'evento più grande e trasformatore del nostro secolo: l'indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, da lui intuito, com'ebbe a confessare, come per una misteriosa e irresistibile ispirazione dello Spirito Santo; non solo perché celebro il Sinodo Romano, e volle dare inizio alla revisione del Codice di Diritto Canonico. Egli è stato un grande dono di Dio perché ha fatto sentire viva la Chiesa all'uomo di oggi. E' stato, come il Battista, un Precursore. Ha indicato le vie del rinnovamento nel grande solco della Tradizione, come ho ampiamente sviluppato nei miei discorsi di Sotto il Monte e di Bergamo. Ha voluto "essere voce" (Jn 1,23) per preparare a Cristo un nuovo avvento nella Chiesa e nel mondo.
Nel suo messaggio per la Pasqua del 1962 aveva voluto dire: "E' ancora Pietro, nel suo più recente, umile successore, che attorniato da immensa corona di vescovi si dispone trepidante ma fiducioso, a parlare alle moltitudini. La sua parola vien su dal fondo di venti secoli, e non è sua: è di Gesù Cristo, Verbo del Padre e redentore di tutte le genti, ed è ancora lui che segna all'umanità le vie maestre che conducono alla convivenza nella verità e nella giustizia" (21 aprile 1962: Discorsi, IV, 221s).
Quella voce scosse il mondo. Per la sua semplicità e immediatezza, per la sua umiltà e discrezione, per il suo coraggio e la sua forza. Per mezzo di quella voce si è nettamente udita la Parola di Cristo: nel suo richiamo alla verità, alla giustizia, all'amore e alla libertà, a cui ispirare i rapporti tra gli uomini e tra i popoli, secondo le linee portanti della grande enciclica "Pacem in Terris"; si è udita nel suo sottolineare sia i valori della persona, nucleo unico e irripetibile in cui si riflette direttamente la gloria del Volto di Dio creatore e redentore, sia quelli della famiglia, nucleo sociale fondamentale per la vita della società e della Chiesa, a cui essa offre i propri figli come segno di speranza e di promessa, specie nelle vocazioni sacerdotali e religiose; si è udita nel suo riproporre agli uomini le vie della preghiera e della santità.
"Venne un uomo, mandato da Dio, e il suo nome era Giovanni".
3. La nota dominante di questa sua azione nella Chiesa è stato il suo ottimismo.
Per questo, quel Pontefice è stato ed è tuttora caro al nostro cuore. Chiamato alle responsabilità del supremo governo della Chiesa quando solo tre anni, o poco più, mancavano al compimento dell'ottantesimo anno di vita, egli fu un giovane, nella mente e nel cuore, come per un prodigio di natura. Egli sapeva guardare al futuro, con incrollabile speranza; egli attendeva per la Chiesa e per il mondo il fiorire di una stagione nuova, affidata alla buona volontà e alla retta intenzione di una nuova umanità, più giusta, più retta, più buona. Il Concilio doveva segnare una nuova primavera, come egli soleva ripetere; doveva essere una "novella Pentecoste"; doveva essere una "nuova Pasqua", cioè "un grande risveglio, una ripresa di più animoso cammino" (Messaggio cit.; Discorsi, IV, 221).
Di qui la freschezza e l'ardimento delle sue iniziative. Di qui la sua fiducia nei giovani, che egli chiamo ad assumere le grandi responsabilità della vita, individuale e pubblica, senza infingardaggini, senza tentennamenti, senza paure. Di qui soprattutto il suo anelito missionario, che gli faceva abbracciare il mondo con amore appassionato, che si trasformava in preghiera: ed è noto che teneva nel suo studio un grande mappamondo, per seguire più da vicino la vita dei popoli di tutta la terra; e che ogni giorno, nella recita del terzo mistero gaudioso, raccomandava "a Gesù che nasce il numero senza numero di tutti i bambini... di tutte le stirpi umane che, nelle ultime ventiquattro ore, di notte, di giorno, vengono alla luce un po' dappertutto sulla faccia della terra" (Alla Società It. di Ostetricia e Ginecologia, 5 maggio 1962: Discorsi, IV, 241). Tale slancio missionario egli aveva assorbito e vissuto fin dagli anni trascorsi a "Propaganda Fide", e poi nei contatti a raggio sempre più vasto del suo servizio ecclesiale, fino alla Sede di san Pietro. Egli ebbe fiducia nelle popolazioni autoctone; egli volle dare un'impronta sempre più incisiva alla presenza dei figli di quelle terre nel clero e nei vescovi, sottolineandone il valore ecclesiologico con le varie ordinazioni, sia sacerdotali, che episcopali, che egli stesso volle compiere qui a Roma, per porre in chiara evidenza il compito primariamente missionario del mandato della Chiesa e del suo Capo visibile. Come disse in una di queste ordinazioni di vescovi missionari, "l'umile Vicario di Cristo raduna ogni mattina intorno al suo calice i figli disposti in immensa corona da tutti i punti della terra: con particolare tenerezza si volge ai suoi cooperatori nell'apostolato ancora innumerevoli, grazie a Dio, ma sempre insufficienti alle esigenze e alle aspirazioni della messe, operai dell'Evangelio, distribuiti su tutti i continenti" (8 maggio 1960: Discorsi, II, 337).
Da questa attesa ottimistica, quasi una spes contra spem (cfr. Rm 4,18), che seppe attendere da Dio nella pazienza il momento della grazia, e stimolare negli uomini il consenso e la collaborazione, è sorta quell'immensa simpatia, con cui i nostri contemporanei accompagnarono l'operato di quel Pontefice e ne piansero la morte come quella di un antico Patriarca, anzi di un padre. A tale speranza rispose la fiducia dei giovani - ora uomini maturi, certamente impegnati, come auspico, nel vivere e attuare i suoi insegnamenti - che videro in lui chi li invitava a prendere il loro posto nella società e nella Chiesa. E in essa trova spiegazione l'irradiazione straordinaria che, in tutte le categorie sociali e professionali, ebbero il suo insegnamento, la sua parola e la sua opera, pur nel breve arco di quell'intensissimo pontificato.
4. Papa Giovanni ebbe infine, in misura sensibilissima e straordinaria, l'anelito all'unità. Fu uno sforzo tenace, intessuto di confidenza in Dio e di simpatia nei rapporti umani, di sano realismo e di generosa apertura; fu un programma continuamente seguito in tutte le tappe della sua vita, fino alle parole pronunciate ancora sul letto di morte: "E' particolarmente l'unum sint che il Cristo ha affidato come testamento alla Chiesa sua. La santificazione del clero e del popolo, l'unione dei cristiani, la conversione del mondo sono dunque il compito precipuo del Papa e dei vescovi" (Discorsi, V, 6,18).
Ut unum sint! Il testamento di Cristo nell'ora della Eucaristia e della Passione ebbe risonanza costante nel cuore di Papa Giovanni: quella frase fu da lui ripetuta innumerevoli volte, e ci dice com'egli vivesse il dramma della divisione tra i cristiani e l'attesa dell'unione nell'impegno di proseguire - come disse la sera della storica giornata dell'inaugurazione del Concilio, riprendendo un'espressione a lui cara - "a cogliere quello che unisce, lasciando da parte, se c'è, qualche cosa che potrebbe tenerci un poco in difficoltà" (11 ottobre 1962: Discorsi, IV, 592).
Ut unum sint! Questa consegna ha spinto fino ad oggi la Chiesa nel cammino, faticoso ma progrediente e costruttivo, che da allora si è svolto con tappe singolarmente importanti e promettenti e che, con la grazia di Dio, prosegue instancabilmente a tutti i livelli. Che Papa Giovanni assista dal Cielo quest'opera, come suo luminoso modello, come propulsore ispirato, come valido intercessore!
5. Carissimi fratelli e sorelle! Vorrei ancora accennare ai vincoli che quel grande Pontefice, di cui ricordiamo oggi il preciso centenario della nascita, ebbe con la mia terra di origine, visitando la città di Cracovia nel 1912, celebrando la Santa Messa nella cattedrale, e recandosi varie volte pellegrino al Santuario di Jasna Gora. E anche i ricordi personali, legati alla celebrazione del Concilio, devono qui essere ricordati, sia pure di sfuggita. Basti avere, oggi, davanti agli occhi e nel cuore - per continuare con impulso limpido e ardente nel servizio della società e della Chiesa, a cui ciascuno di noi è chiamato nella propria vocazione - la figura di Giovanni XXIII, che ci richiama ai nostri doveri di amare Cristo e di servire l'uomo. Come ho detto a Bergamo, "dalla soglia della casa di Sotto il Monte, dalle colline della... terra bergamasca si vede la Chiesa come cenacolo di tutti i popoli e continenti, aperta verso l'avvenire" ("Insegnamenti di Giovanni Paolo II", IV, 1 (1981) 1046). In questa prospettiva piena di promesse, da quell'umile terra di origine fino alla attigua Basilica, ove le sue spoglie mortali riposano in attesa della risurrezione, noi guardiamo oggi alla figura di Papa Giovanni, il Papa buono, il Papa del Concilio, il Papa dell'ecumenismo, delle missioni, della Chiesa che vuole abbracciare il mondo, per chiedergli che dal Cielo ancora ci benedica tutti, e tutti ci incoraggi a seguire le sue orme.
Data: 1981-11-25
Mercoledì 25 Novembre 1981
Titolo: La fede in Cristo e il suo amore si traducono in quotidiana testimonianza
Cari fratelli nell'Episcopato, La vostra visita mi dà oggi la gioia di esprimervi la mia personale partecipazione alle vostre speranze come alle vostre preoccupazioni di Pastori della Chiesa del Mali.
Certamente da voi i cattolici non costituiscono la maggioranza. Ma io so che la qualità della loro vita cristiana è davvero autentica. D'altra parte hanno saputo guadagnarsi la simpatia di molti grazie al clima di amicizia che hanno saputo instaurare e alla testimonianza che essi rendono all'amore di Dio. Essi partecipano fraternamente, con tutti i loro concittadini, allo sviluppo del loro Paese.
E da parte vostra, voi avete giustamente percepito la necessità di proseguire su questa strada, nonostante le serie difficoltà incontrate. Penso in particolare, agli sforzi fatti per sostenere le scuole, per mantenere i dispensari, per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più diseredate, in ciò che concerne, per esempio, i metodi di irrigazione, e tutto ciò grazie all'aiuto delle organizzazioni caritative. Vi incarico di esprimere a tutti coloro che, sacerdoti, religiose o laici, si dedicano generosamente a questi diversi compiti, come il Papa apprezzi l'impegno coraggioso e realista che ispirano loro la solidarietà e la carità.
Questo spirito di servizio disinteressato traduce il dinamismo stesso della fede e della preghiera. E non è questo che testimoniano le vostre comunità, cercando di comprendere e di vivere meglio insieme il Vangelo, e di stringere i vincoli tra tutti i membri? E quando voi invitate i cristiani ad entrare in dialogo con i musulmani - il cui sentimento di Dio è grande! - come con i fedeli di altre religioni, voi li aiutate ancora a scoprire la ragione più profonda di quei gesti concreti d'amicizia ricordati prima: si tratta di imparare - nel rispetto della coscienza degli altri - a rendere conto della speranza e dell'amore che la fede in Cristo fa vibrare in loro. E se questo tipo di relazioni amichevoli è necessario e prezioso anche nel quadro del vasto dialogo tra cristiani e musulmani - o appartenenti ad altre religioni - che si sta abbozzando un po' in tutto il mondo e che bisogna condurre a buon fine. Ciò genera evidentemente la necessità presso i cristiani di una formazione spirituale e dottrinale solida, che io vi incoraggio a perseguire con ogni mezzo.
Ma a questo dialogo mancherebbe una importante dimensione se non si avesse la possibilità di vedere il cammino di chi, liberamente, richiede il Battesimo. Vorrei ricordare qui l'entusiasmo e la tenacia dei catecumeni.
Preparandosi alla loro nuova nascita nello Spirito Santo per parecchi anni, essi mostrano ai loro fratelli cristiani come ai non cristiani il prezzo che essi intendono pagare, contando sulla grazia di Dio, per vivere uno stile di vita autenticamente evangelico, tanto nelle loro famiglie quanto nella società, nei villaggi come nelle città. Anche a loro dite che essi sono vicini al cuore del Padre comune dei fedeli! E nominando loro, come non salutare con gioia i loro catechisti? Chi dirà abbastanza di tutto ciò che a loro deve la fede cristiana in Africa? Giustamente, voi cercate di associare intimamente il loro apostolato al ministero dei sacerdoti come al vostro. Non sono essi gli educatori permanenti della fede e della preghiera di coloro che a loro si affidano, e nello stesso tempo guide spirituali delle loro piccole comunità? Cercate poi di far acquisire loro tutta la competenza dottrinale e umana che richiede il loro qualificato servizio.
Attraverso di voi, come ho fatto al tempo del mio viaggio nel vostro continente, desidero ringraziarli di tutto ciò che fanno per Nostro Signore! Ma so inoltre che siete preoccupati per il futuro, di fronte ad una certa diminuzione del l'apostolato. L'età avanzata si fa sentire presso molti, e il ricambio non è così abbondante come sarebbe auspicabile. Prego con voi il Signore di suscitare operai per la sua messe. E questo, in primo luogo, tra i vostri fedeli africani. Questo non vi impedisce, sicuramente, di invitare altre Chiese e diversi Istituti a portarvi un aiuto sempre più generoso: come si vede negli Atti degli Apostoli, le prime comunità cristiane non esitavano ad inviare, per il servizio della missione, i loro migliori membri. I nuovi collaboratori e collaboratrici che verranno - e mi auguro siano numerosi - stimoleranno le vostre comunità, e potranno contribuire a suscitare nuove vocazioni offrendo ai giovani la testimonianza di preziosi e diversi modi di vivere lo stesso ideale sacerdotale o religioso. E non dubito che saranno essi stessi confortati dal bell'esempio di coloro, uomini e donne, che portano da molto tempo, nel vostro Paese, "il peso del giorno e il caldo".
Davanti ai Vescovi d'Africa, approfondisco di volta in volta questo o quell'aspetto della vita delle loro comunità cristiane. Per oggi, desidero attenermi a questo con voi. L'essenziale è custodire fedelmente questi due poli della vita di tutta la Chiesa: la fede indefettibile in Cristo, che va comunicata e l'amore, tradotto di giorno in giorno in opere di giustizia e di carità, anche se con mezzi molto poveri.
Quanto a voi, cari fratelli, siate certi di trovare sempre in me la comprensione della quale avete bisogno, e l'aiuto che posso eventualmente portarvi. Che Dio continui a donarvi la sua forza e la sua luce! Che Egli assista tutti i vostri collaboratori, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, che benedico di gran cuore insieme a voi.
Data: 1981-11-26
Giovedì 26 Novembre 1981
Titolo: Vivete, nella fedeltà al vostro carisma, la comunione con le Chiese particolari
Carissimi fratelli, Sono lieto di accogliere quest'oggi voi, membri della Unione dei Superiori Generali, al termine delle vostre giornate di studio che avete tenuto a Grottaferrata per riflettere sul documento emanato dalle Sacre Congregazioni per i Vescovi e per i religiosi e gli Istituti Secolari: "Mutuae Relationes".
Saluto tutti con particolare effusione di affetto; rivolgo un cordiale pensiero al vostro Presidente, Padre Pedro Arrupe, a cui tutti insieme vogliamo esprimere fervidi voti per la sua salute. Ringrazio il Padre Vincent de Couesnongle per le devote parole che ha voluto ora indirizzarmi e il Padre Enrico Systermans per la solerte ed apprezzata opera decennale da lui svolta in qualità di Segretario Generale del vostro Sodalizio.
1. Mi compiaccio anzitutto con voi per la scelta del tema dell'incontro: "Comprensione ed applicazione del documento "Mutuae Relationes"", alla cui luce avete cercato di approfondire la dottrina e i rapporti della vita religiosa con la Chiesa universale e con quella particolare, scendendo al concreto mediante un esame di coscienza della vita religiosa oggi, e la presentazione di alcune esperienze tra Vescovi e religiosi.
Nella linea di quanto fu studiato nel vostro incontro del maggio scorso: "Il carisma della vita religiosa per la Chiesa e per il mondo", vi siete certamente soffermati sull'identità dei religiosi, perché è come tale, cioè come consacrati, che essi sono chiamati ad inserirsi nella Chiesa di cui sono portatori di un carisma specifico, elargito dallo Spirito Santo perché la Chiesa stessa "non solo sia attrezzata per ogni opera buona... ma appaia anche adorna della varietà dei doni dei suoi figli, come una sposa ornata per il suo sposo" (PC 1).
I religiosi, i quali chiedono ai Vescovi di essere accolti come tali, cioè per quello che sono (cfr. "Mutuae Relationes", Parte I, cap. III), dovranno approfondire per primi la loro identità di consacrati e rendere manifesta e credibile questa loro identità attraverso la vita e le opere, anche quando vogliono essere più vicini alle necessità del mondo odierno. La testimonianza della vita consacrata e la fedeltà al proprio carisma è la prima forma di evangelizzazione e anche la più efficace, sia per i religiosi contemplativi sia per quelli dediti alle opere di apostolato, essendo queste richiamo e stimolo a vincere le tre maggiori tentazioni, quelle del godere, del possedere e del potere, sull'esempio dei santi loro Fondatori. Un'autocritica coscienziosa ed oggettiva vi ha certamente aiutato a rendervi conto se il vostro modo di vivere è tale per cui la Chiesa possa "ogni giorno meglio presentare Cristo ai fedeli e agli infedeli" (LG 46). Anche nelle varie opere di apostolato, alle quali i religiosi si dedicano, secondo le finalità dell'Istituto, dovrà trasparire il loro impegno per la sequela radicale del Cristo: il non volersi distinguere nel modo di vivere e di agire sarebbe un grave impoverimento per la Chiesa.
2. La fedeltà al carisma della vita consacrata deve generare nei religiosi una profonda e sentita coscienza ecclesiale e quindi uno sforzo costante a vivere con la Chiesa, per la Chiesa e nella Chiesa. Se la dottrina della vita religiosa fa parte della ecclesiologia, ancor più la vita religiosa vissuta è espressione della vita ecclesiale. In questo si fonda l'atteggiamento di fede, di amore e di docilità dei religiosi verso i Pastori posti a reggere la Chiesa, come pure il dovere di inserirsi nella vita della Chiesa particolare arricchendola con i propri doni specifici, operando dentro di essa e come parte di essa e non semplicemente come forze complementari.
Di qui deriva anche l'impegno dei Vescovi, dei sacerdoti e degli altri componenti la famiglia diocesana a considerare i religiosi come parte viva della Chiesa particolare, per la quale il Pastore ha una propria responsabilità. Dalla coscienza ecclesiale sgorgano pure la comunione ne che deve unire i sacerdoti ai confratelli religiosi, partecipi dell'unico sacerdozio, e il dovere di aiutare ed assistere le anime consacrate specialmente attraverso il sacramento della riconciliazione e la direzione spirituale, e, per tutti, il dovere di favorire e coltivare le vocazioni alla vita consacrata che sono un segno manifestativo della vitalità della Chiesa particolare.
3. Nel recente discorso ai membri della Plenaria della Sacra Congregazione per i religiosi e gli Istituti Secolari raccomandavo ai Vescovi di fornire ai seminaristi ed ai sacerdoti "una informazione sempre più profonda e più completa" per una migliore conoscenza della vita religiosa in quanto tale. Il documento "Mutuae Relationes" esorta, al numero 30, a far si che "i religiosi e le religiose fin dal noviziato si formino ad avere una piena consapevolezza e sollecitudine per la Chiesa particolare" sempre nella fedeltà alla loro specifica vocazione.
L'approfondimento anche dottrinale dei vincoli che legano i religiosi alla Chiesa universale e a quella particolare aiuterà ad armonizzare il loro inserimento in quest'ultima, facendo maggiormente sentire e vivere la dipendenza del Pastore Supremo, anche in forza del voto di obbedienza ed aiuterà a comprendere la sua missione di santificatore, perfezionatore e maestro nei riguardi delle persone consacrate.
Una convinta coscienza ecclesiale faciliterà poi le scelte che i religiosi non raramente sono chiamati a compiere, nel quadro del piano pastorale, tra le varie forme di presenza, anche nuove, nel campo apostolico e nei settori in cui impegnarsi; presenza che dovrà essere sempre la conseguenza e il segno della loro vita consacrata, rinnovata ed approfondita, pur nel necessario ed opportuno adattamento (cfr. PC 2-3), evitando così il pericolo del secolarismo.
L'Unione dei Superiori generali, come anche le Conferenze dei Superiori maggiori possono dare per questo un valido contributo. Toccherà poi ai Superiori dei singoli Istituti, docili alle direttive della Chiesa, e in collegamento con la Chiesa particolare, assicurare il proseguimento delle opere volute dal Fondatore, rinnovandole e adattandole secondo i bisogni dei tempi e studiare, e apprestare nuove presenze apostoliche (cfr. "Mutuae Relationes", 40-49), tenendo conto delle esigenze della missione pastorale e quelle della vita religiosa.
Cari responsabili delle Congregazioni, confido nella vostra saggezza e nel vostro zelo, per la creazione di questa armonia tra le varie forme di apostolato che sia connessa a concreti sviluppi. Si tratta di un problema acuito dalla crescita dei bisogni apostolici nella Chiesa di oggi e della diminuzione del numero dei religiosi. Per forza di cose si apre un vasto campo di collaborazione tra i Vescovi e gli Istituti religiosi. E in quest'opera evangelica concertata in modo chiaro, bisogna che ogni Famiglia religiosa continui ad essere in modo evidente segno della sua vita consacrata e della sua fedeltà al carisma particolare del proprio Istituto.
Per concludere, cari fratelli, incoraggio voi tutti a rimanere fedeli al vostro carisma, fedeli alla vostra vocazione alla santità, fedeli al vostro ministero di salvezza: in questo ispiratevi a Maria, Madre di Cristo. Ella vi incoraggia mediante il suo esempio di fedeltà; ella vi sostiene mediante la sua fedele preghiera. Il vostro amore, come il suo, si deve esprimere nella fedeltà - una fedeltà a tutto ciò che Dio vi chiede attraverso la sua Chiesa: Fiat voluntas tua! Per voi la fedeltà è la condizione per poter contribuire efficacemente alla costruzione del Regno di Dio; e il presupposto per una reale partecipazione all'opera di evangelizzazione. L'Incarnazione del Verbo era legata alla fedeltà di Maria, e la vita di Gesù nel mondo è oggi legata alla vostra fedeltà. Il vostro più grande contributo sarà senza dubbio il vostro amore - un amore che si manifesta in una prolungata fedeltà a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.
Con la mia benedizione apostolica.
Data: 1981-11-28
Sabato 28 Novembre 1981
Titolo: Difendere l'inviolabilità della famiglia per l'elevazione delle genti del sud
Venerabili fratelli della Puglia e della Basilicata! E' con grande affetto che vi rivolgo oggi il mio saluto, accogliendovi tutti insieme in visita "ad limina Apostolorum"; ed il mio benvenuto si estende in un fraterno colloquio sulla condizione delle vostre Comunità ecclesiali, le quali insieme ad alcuni aspetti comuni, ne offrono altri diversi tra le due Regioni e da diocesi a diocesi.
1. Le vostre popolazioni, in dipendenza da particolari cause socio-economiche, hanno dovuto affrontare e lamentano tuttora condizioni di povertà e di precarietà, con i conseguenti fenomeni della disoccupazione e della migrazione.
La disoccupazione, che si presenta con prospettive poco serene, è collegata col momento di crisi delle grosse industrie e di quelle artigianali. Da ciò consegue un flusso migratorio, in alcune zone massiccio e patologico, con i gravi risvolti dello sradicamento dal proprio ambiente, dello scompaginamento delle famiglie e del depauperamento crescente delle Comunità locali. Non sono da sottovalutare, inoltre, i fenomeni del lavoro minorile nel settore della pastorizia e nei grandi centri, come pure del lavoro al di sotto dei minimi contrattuali e procurato a prezzo di compensi, spesso prolungati nel tempo.
2. Di fronte a questo insieme di problemi, risaltano maggiormente le doti ed i valori di quelle popolazioni, le quali offrono espressioni di altissima, consapevole dignità, e manifestano una grande fortezza di carattere ed una tenace volontà, quali sono emerse lungo i secoli ed in modo tutto particolare nel tragico terremoto dello scorso anno. Va ricordato, infatti, che la furia del sisma del 23 novembre 1980 si è abbattuta nel modo più violento sul potentino e sul melfese, sconvolgendo tutta la vita civile ed ecclesiale. Sono trentaseimila i senza tetto, diciasettemila gli abitanti trasferiti altrove in Italia, e cinquemila quelli che sono partiti per i'estero. Tanta distruzione materiale, ed una prova così sconvolgente, non hanno indebolito il coraggio di quelle popolazioni, ma ne hanno invece messo in evidenza il proposito fermo di ricostruzione.
Volendo accennare brevemente agli aspetti morali e religiosi, si deve dire che la gente della Puglia e della Basilicata ha profonde radici non solo religiose ma cristiane, che vanno approfondite e difese, di fronte all'assedio di un'immoralità invadente, diffusa talvolta come cultura dai mass-media, e di una mentalità laica e secolarizzata.
La religiosità prevalentemente trasmessa per tradizione e per ambiente sociologico si è resa fragile, insufficiente, ed è divenuta più difficile da accettare e da comprendere. La crisi è avvertita specialmente nella struttura e nell'ambito della famiglia, come pure dei giovani, assaliti da molteplici ed avverse ideologie. Una certa espressione religiosa che si manifesta in forme tradizionali di devozione e di costume, evidenzia il problema, del resto diffuso, del distacco della vita dalla fede, che rischia di essere vissuta in modo strumentale.
3. II quadro sopra delineato, le cui linee particolari sono oggetto della vostra quotidiana considerazione, suggerisce alcune riflessioni pratiche e programmatiche, che desidero, cari confratelli nell'Episcopato, sottoporre alla vostra attenzione.
Collegandomi al vostro grave compito di responsabili della fede, vorrei anzitutto invitarvi a potenziare una catechesi che porti i credenti alla comprensione del significato trascendente ed esistenziale insieme delle verità religiose, alla consapevolezza della fede e quindi alla coerenza nella prassi, cioè ad una religione integrata, capace di rinnovare la vita. E' necessario fare appello ad una saggezza perspicace per potenziare in tutti i modi l'istruzione religiosa, e maturare così coscienze veramente cristiane, illuminate, equilibrate, solide, che sappiano far fronte alla mentalità corrente, alla mentalità del mondo, alla quale non possiamo adattarci: "Non vogliate conformarvi al mondo presente" (Rm 12,2).
Una tale opera di illuminazione e formazione deve essere riservata con particolare cura ed intensità alla famiglia ed ai suoi problemi. Anche dall'esame delle vostre relazioni, si prospetta l'urgenza di una azione unitaria e concorde di tutte le diocesi di ambedue le Regioni, per l'impostazione e lo svolgimento di una pastorale più larga, che abbia come oggetto la famiglia. Preparare i giovani alla famiglia mediante una seria direzione spirituale nelle parrocchie, nei gruppi di Azione Cattolica e di presenza cristiana; aiutare le famiglie ad assolvere i loro compiti; coinvolgerle, come chiese domestiche, nel ministero di evangelizzazione e di santificazione; prendere l'avvio dalle famiglie per la formazione completa dell'uomo e del cristiano, sono i contenuti e le mete di una pastorale organica familiare, da svolgersi attentamente con azione congiunta, sottoposta a reciproci confronti, in tutte le Chiese particolari. Non è da disattendere, a tal proposito la messa in opera di efficienti consultori cattolici, dove regni la serietà di impostazioni dottrinali e scientifiche, come pure una serenità di comportamenti in un'opera che richiede credibilità, profonda comprensione, generosa disponibilità e partecipazione. In tale settore, una collaborazione con le Autorità civili si presenta auspicabile, in vista di una comune difesa dei cardini morali e spirituali per il miglioramento delle condizioni sociali, del livello di occupazione e di tutte quelle situazioni, che attengono da vicino alle problematiche della famiglia. Non è il caso che mi soffermi sulla necessità di una pastorale organica circa il Sacramento del Matrimonio, dal momento che tale urgenza ha costituito oggetto di riflessione dell'intera Conferenza Episcopale Italiana, trovando espressione in un noto documento pastorale. Solo desidero sottolineare la necessità di formare i giovani alla realtà umana e soprannaturale dell'amore, alle responsabilità derivanti dal matrimonio elevato alla dignità del Sacramento, in una parola, al grande servizio che sono chiamati a rendere alla Chiesa ed alla società.
Sullo studio di questi temi riguardanti la famiglia, sono state profuse molte energie; è ora il tempo di passare all'opera con uno sforzo unitario e congiunto, animato e sostenuto dalla fede. Se non si faranno salvi i valori sacri della famiglia, annoverati tra il patrimonio più prezioso delle vostre genti, se non si difenderanno i suoi inviolabili contenuti di unità e di indissolubilità, se non si restituirà alle coppie la gioia di un costante impegno di dedizione, purtroppo aggredito da modelli spesso capziosamente imposti, è impossibile pensare alla elevazione spirituale e materiale delle popolazioni del Sud d'Italia. Il problema resterebbe senza soluzioni, anzi peggiorato nelle sue difficoltà. Sono preoccupazioni queste che affido alla vostra pastorale sollecitudine.
4. Un altro punto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione riguarda la formazione delle coscienze cristiane ad uno spirito liturgico, in vista di una sana e sapiente valorizzazione della pietà popolare.
Da più parti, infatti, si va felicemente riscoprendo la realtà e l'importanza della religiosità popolare, i cui significati devono essere interpretati in maniera non riduttiva. Esiste infatti il pericolo di annettere a tali espressioni dello spirito un senso solo antropologico o sociologico di sub-cultura, escludendo ed ignorando il contenuto genuinamente religioso, in conseguenza di schemi pregiudiziali. Al contrario si tratta spesso di momenti di religiosa pienezza in cui l'uomo recupera un'identità perduta o frantumata, ritrovando le proprie radici. Assecondando una certa moda svalutativa della religiosità popolare, si corre il rischio che i quartieri, i paesi ed i villaggi, diventino deserto senza storia, senza cultura, senza religione, senza linguaggio e senza identità, con conseguenze gravissime.
Come dissi nell'Omelia pronunciata nel Santuario di Nostra Signora di Zapopan, in Messico il 30 gennaio 1979: "Questa pietà popolare non è necessariamente un sentimento vago, carente di solida base dottrinale... Quante volte essa è, al contrario, la vera espressione dell'anima di un popolo in quanto toccata dalla grazia e forgiata dall'incontro felice fra l'opera di evangelizzazione e la cultura locale" ("Insegnamenti di Giovanni Paolo Il", II (979) 293). Alla base della maggior parte delle espressioni di religione popolare accanto ad elementi da eliminare, ve ne sono altri i quali, se bene utilizzati, aiutano a progredire nella conoscenza del mistero di Cristo e del suo messaggio (cfr. CTR 54). E' necessario quindi valorizzare la pietà popolare, ed al tempo stesso purificarla ed elevarla, in una parola evangelizzarla, arricchendola cioè sempre più di contenuti validi, veramente cristiani.
A questo proposito, si profila urgente l'impegno concreto di una pastorale liturgica che porti il cristiano alla consapevolezza della fede, in ordine alla partecipazione personale al Mistero della salvezza. Anzitutto mediante il Sacrifico Eucaristico, siamo ogni volta introdotti nel Mistero di Dio stesso che eleva e salva, ed anche in tutta la profondità della realtà umana.
L'Eucaristia è annunzio di morte e di risurrezione e quindi di nuova vita per l'uomo della presente generazione; ed il Mistero pasquale si esprime in essa come inizio di un nuovo tempo e come attesa finale. così, l'Opus salutis è sempre attuale e l'azione di Cristo Redentore è continuamente presente ed efficace nei misteri celebrati liturgicamente.
Vivendo la liturgia, l'uomo non è abbandonato al suo sforzo spesso inane, al suo impegno labile e discontinuo, ma è innestato ed immerso nella grande corrente vitale della condiscendenza di Dio e della ascensione umana sempre "per Christum, in Spiritu Sancto, ad Patrem".
5. Da ultimo desidero indicare un altro settore importante al vostro zelo apostolico: l'assistenza spirituale agli ammalati.
In tale campo sono intervenute diverse mutazioni socio-culturali, con rilevanza pastorale che mettono in evidenza diversi modi di concepire la promozione della salute e la lotta contro la malattia. Ne potrebbe conseguire una tendenza alla neutralità in campo spirituale, la quale non può sempre identificarsi col dovuto riguardo per la persona del malato ma anzi potrebbe sfociare in una manipolazione delle coscienze e nel mancato rispetto della vera libertà decisionale. Di fronte a problemi tanto vasti, è necessario delineare un progetto unitario di pastorale della salute, disponendo l'intera Comunità cristiana a tale tipo di apostolato.
Esso richiede una preparazione particolare dei medici, di questi professionisti della salute, di tutto il personale paramedico, dei fedeli di fronte al tempo della malattia e del ricovero in ospedale, una preparazione specifica all'accoglienza ed all'ascolto dei malati. Tale programma rientra nei compiti dell'assistenza al malato, come l'amministrazione dei Sacramenti, essendone la propedeutica e disponendone il propizio ambiente.
In modo tutto speciale dovrà curarsi il servizio dei cappellani.
L'azione del dispensamento dei Misteri di Dio è talvolta esercitata in condizioni di disagio, ed in circostanze non bene accette. I cappellani svolgano un ministero discreto ed intelligente, prudente ed esigente; sia la loro una pastorale illuminante, che inviti alla confidenza, al sereno pentimento, alla speranza. Nel quadro di una tale pastorale di insieme, si presenta, quale traguardo operativo immediato, la creazione di collegamenti stabili ed incisivi tra la pastorale di questo specifico settore e quella dell'intera Chiesa locale.
Carissimi confratelli, Il campo che si apre alle vostre quotidiane prospettive è immenso: "La messe è veramente grande, ma gli operai sono pochi" (Mt 9,37). E' quindi alla fiducia serena e coraggiosa che invito ad indirizzare i cuori, perché: "Se il Signore è con noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,31). E' ancora Lui che ci ripete: "vi ho detto tali cose affinché abbiate pace in me... Fatevi coraggio, io ho vinto il mondo" (Jn 16,33).
Con questi sentimenti di affetto e di viva partecipazione alle vostre ansie e fatiche, in auspicio di intime gioie dello spirito, imparto a voi, ed alle vostre Comunità ecclesiali, con particolare riguardo ai sacerdoti ed a tutti i Consacrati all'avvento del Regno di Cristo, la mia apostolica benedizione.
Data: 1981-11-28
Sabato 28 Novembre 1981
GPII 1981 Insegnamenti - Al Pontificio Consiglio "Co Unum" - Città del Vaticano (Roma)