GPII 1981 Insegnamenti - Ai partecipanti al corso di aggiornamento per i giudici e altri ufficiali dei tribunali ecclesiastici - Città del Vaticano (Roma)

Ai partecipanti al corso di aggiornamento per i giudici e altri ufficiali dei tribunali ecclesiastici - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La Chiesa ha bisogno di esperti per attuare il nuovo codice

Carissimi fratelli, Sono davvero lieto di accogliere qui tutti voi che avete partecipato al IX Corso di rinnovamento canonico per Giudici ed altri Ufficiali dei Tribunali ecclesiastici presso la Pontificia Università Gregoriana. Vi saluto di cuore ad uno ad uno singolarmente: riconosco con animo grato la vostra nota fedeltà al successore di Pietro e al Magistero della Chiesa.

Il Corso di quest'anno è dedicato ad un attento esame del rinnovato Codice di Diritto Canonico, particolarmente in quelle parti che riguardano il matrimonio nella Chiesa. E' ben evidente a tutti quanto ciò sia opportuno. Infatti il nuovo corpo canonico è stato valutato nella Sessione plenaria della Commissione e sarà promulgato a tempo debito.

La Chiesa ha perciò veramente bisogno di esperti che studino ed esaminino a fondo il nuovo Codice. Infatti ho detto a quella stessa Sessione plenaria che questo Codice è stato ideato, annunziato e steso come una cosa sola con tutto il Concilio Vaticano II e dunque è strumento giuridico e pastorale nel quale sono raccolti per l'avvenire i frutti più sicuri e più solidi del Concilio.

Questa nuova legislazione si è resa assolutamente necessaria alla Chiesa, perché essa possa ogni giorno secondo la logica e la disciplina del Concilio nelle sue azioni e nelle sue istituzioni, perché il messaggio stesso del Vangelo possa essere ovunque più efficacemente annunziato e possa radicarsi più profondamente nel cuore degli uomini, perché infine la causa dell'unità dei cristiani sia promossa in modo più efficace mediante una forma di vita ecclesiale più semplice e luminosa.

Rimane ora il compito di erudire nuovi studiosi di diritto canonico nelle nuove formule legislative, nei nuovi principi che le pervadono, nei nuovi criteri di interpretazione e di applicazione delle leggi ecclesiastiche ai singoli casi e nelle singole difficoltà dei fedeli. Una cosa sola mi auguro insieme a voi e vi chiedo e prego di cuore: che con procedimenti di questo tipo a Roma o altrove nel mondo, si faccia in modo che i giudici stessi presso i Tribunali ecclesiastici si rinnovino profondamente e siano quasi reintegrati. Bisogna infatti che essi siano d'ora in poi più zelanti garanti della giustizia e custodi delle leggi umane.

Per un compito di tale gravità si richiede una conoscenza acquisita non tanto in modo teorico quanto con la massima attenzione ma in vero la conoscenza dell'animo del popolo cristiano e inoltre una quotidiana consuetudine con gli uomini del nostro tempo, rivolti sempre più gravi impedimenti alla fede, nelle condizioni connesse alla vita, negli acerbi dubbi della coscienza. La giustizia sarà infatti preservata, se sarà considerato l'uomo stesso, le stesse sue condizioni di vita qui sulla terra e nella comunità ecclesiale secondo la severa legge del Vangelo di Cristo e l'eccellente qualità di vita cristiana.

Il nuovo Codice di diritto e perciò i giudici, i magistrati e gli esperti di diritto che hanno studiato profondamente il nuovo Codice e lo hanno espletato fedelmente, custodiranno per loro dovere le leggi fondamentali dei fedeli di Cristo nella Chiesa, e illustreranno anche i loro doveri o i loro obblighi. Ma per ogni uomo - e tanto più per il cristiano - la legge esiste perché i singoli siano riconosciuti e accolti dai loro fratelli e amici così come sono nati, cresciuti ed educati. Inoltre la legge per loro esiste, per partecipare con gli altri fedeli alla vita piena della Chiesa, per ottenere dai dottori della Chiesa una retta dottrina ecclesiale, per fortificare se stessi per sempre per mezzo dei Sacramenti di Cristo. La legge inoltre anche come compito di tutti i figli della Chiesa ha per sua natura lo scopo di servire gli altri, di istruire gli altri, di portare agli altri il lieto annunzio salvifico di Cristo Salvatore.

Bisogna certamente osservare la giustizia - per il cristiano, ad onore di Dio e per un vero aiuto agli uomini: terreno e celeste, temporale ed eterno. A questo fine sono rivolte le leggi della Chiesa ed il loro nuovo Codice. A ciò debbono dunque essere indirizzati gli studi canonici di questi prossimi anni, perché attraverso le chiare direttive per il vivere e l'agire si diffonda sempre più ampiamente il nuovo spirito del Concilio Vaticano II in ogni ordine e parte della Chiesa di Dio sulla terra. Gli animi dei Vescovi e dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici devono venir nuovamente confermati con una nuova fiducia verso la Madre Chiesa; devono essere nuovamente infiammati di un nuovo ardore per così dire missionario, col quale si sforzino di condurre vicendevolmente tutti gli uomini a Cristo e Cristo a tutti gli uomini mediante la parola e l'esempio. Questo certamente verrà effettuato con la divulgazione del vero rinnovamento del Concilio che, come ho detto, ha rivestito il suo corpo visibile di quelle nuove leggi ecclesiastiche, che avete esaminate e considerate assiduamente in questi giorni.

Vi esorto dunque affinché, ciò che in poche settimane avete giustamente cominciato, voi continuiate in seguito mediante lo studio e l'analisi, la riflessione e l'azione coscienziosa nei vostri molteplici incarichi presso i Tribunali o anche, nelle aule dei Seminari e delle Facoltà, presso altri discepoli delle leggi ecclesiastiche. Prego con voi lo Spirito Santo affinché venga in aiuto degli esperti di Diritto e dei magistrati vostri colleghi con la sua luce e con l'eterno dono della sapienza cristiana.

Desidero darvi assicurazione della mia benevolenza verso tutti voi singolarmente e della mia gratitudine per la vostra testimonianza di fedeltà alla Chiesa impartendo con affetto a voi sia ai maestri che ai discepoli la benedizione apostolica in Gesù Cristo.

Data: 1981-12-05
Sabato 5 Dicembre 1981


Recita dell'"Angelus" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Rispettare la vocazione materna della donna che lavora



1. Nel periodo dell'Avvento, la Chiesa in modo particolare fissa lo sguardo alla Vergine di Nazaret come a Colei sulla quale si è compiuto il preannunzio dell'Antica Alleanza. Leggiamo da Isaia: "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele" (Is 7,14). Il nome "Emmanuele" significa: "Dio è con noi".

Per opera dello Spirito Santo, Dio è diventato uomo nel seno di Maria.

Rendiamo quindi a Lei una particolare venerazione, e nello stesso tempo non cessiamo di raccomandare al suo cuore materno tutti i problemi degli uomini. In modo speciale raccomandiamo a Lei tutte le madri, le sorelle e le figlie di tutta la terra.


2. "Intercede... pro devoto femineo sexu, sentiant omnes Tuum iuvamen, quicumque celebrant Tuam sanctam Solemnitatem".

La Chiesa prega raccomandando alla Genitrice di Dio in modo particolare ogni donna.

Questa preghiera ci aiuti - sempre in connessione con la ricorrenza del 90° anniversario della "Rerum Novarum" - a toccare, oggi, seppure brevemente, un importante problema, quello del lavoro della donna, il quale ha acquistato una particolare importanza nei nostri tempi.


3. Il problema della parità giuridica tra l'uomo e la donna va risolto con una legislazione sociale che riconosca la parità degli uomini lavoratori con le donne lavoratrici e contemporaneamente, come scrive la "Pacem in Terris". tuteli per queste "il diritto a condizioni di lavoro conciliabili con le esigenze e con i loro doveri di spose e di madri" (PT 10). Occorre costruire una società in cui la donna possa attendere alla formazione dei propri figli, che sono i protagonisti della società futura. La Chiesa è sensibile a questo punto, e, come dissi a conclusione del Sinodo dei Vescovi celebrato lo scorso ottobre, "bisogna che la famiglia possa vivere convenientemente anche quando la madre non si dedica totalmente ad essa". Questo non vuol dire esclusione della donna dal mondo del lavoro e dell'attività sociale e pubblica. Anzi, a tutte le donne ripeto: "Siate presenti con la vostra creatività nella trasformazione di questa società... Portate il vostro contributo, illuminato dal vostro sentimento religioso, a tutti i vostri dirigenti e anche alle più alte autorità!" ("Discorso allo stadio Jalisco", Guadalajara, 30 gennaio 1979).


4. Nell'enciclica "Laborem Exercens" ho già avuto modo di esprimermi chiaramente su questo argomento. Ma occorre ribadire alcuni temi di quel documento, e soprattutto la dimensione personalistica del lavoro; infatti, "il lavoro umano non riguarda soltanto l'economia, ma coinvolge anche, e soprattutto, i valori personali" (LE 15); "perciò occorre organizzare e adattare tutto il processo lavorativo in modo che vengano rispettate le esigenze della persona e le sue forme di vita, innanzitutto della sua vita domestica, tenendo conto dell'età e del sesso di ciascuno" (LE 19). "La vera promozione della donna esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l'abbandono della propria specificità e a danno della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile" (LE 19). In una società che vuole essere giusta e umana è assolutamente necessario che le esigenze spirituali e materiali della persona occupino il primo posto nella gerarchia dei valori. E' da auspicarsi pertanto che, pur nel rispetto della parità di diritti al lavoro per tutti - uomini e donne - sia reso possibile ad ogni madre, "senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sue compagne, di dedicarsi alla cura e all'educazione dei figli, secondo i bisogni differenti della loro età" (LE 19).


5. La Chiesa riconosce e loda l'apporto specifico, necessario e insostituibile che la donna, soprattutto oggi, può dare e di fatto dà alla promozione del bene comune nell'ordine pubblico e nel settore del lavoro. Dotata dal Creatore di un proprio dono innato, fatto di profonda sensibilità e di fine senso della concretezza e della misura, essa è chiamata, insieme con l'uomo, a contribuire alla crescita di una società più giusta e umana. Pertanto, desidero ancora oggi invitare ogni donna, con parola di vivo incoraggiamento, ad estendere l'esercizio delle sue preziose qualità dalla sfera del privato a quella pubblica e sociale, e di farlo con sapiente responsabilità (cfr. Discorso al XIX Congresso Nazionale del Cif, n. 2, 7 dicembre 1979).

6. Avendo tutto ciò davanti agli occhi: la dignità della donna, la sua vocazione materna e, in pari tempo, sociale - la responsabilità per il lavoro che essa intraprende in diversi settori -, non cessiamo di dire alla Madre di Dio: "Intercede pro devoto femineo sexu. Sentiant omnes Tuum iuvamen"!

Data: 1981-12-06
Domenica 6 Dicembre 1981




L'omelia alla Messa nella parrocchia di san Gaspare del Bufalo - Roma

Titolo: Prepariamo la via al Signore che viene



1. "Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno" (Ps 84,11).

Avvento vuol dire "venuta" e vuol dire anche "incontro. Dio, che viene, si avvicina all'uomo, perché l'uomo si incontri con lui e diventi fedele a questo incontro. Perché in esso rimanga, fino alla fine.

Questo importante pensiero, proclamato dalla liturgia della Seconda Domenica di Avvento, voglio meditare insieme con voi, cari fratelli e sorelle della parrocchia di san Gaspare del Bufalo, esemplare figura di sacerdote romano.

Egli fondo, il 15 agosto 1815, dopo la bufera napoleonica, la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, ed i suoi figli, chiamati fin dall'anno 1956 a lavorare in questa zona del quartiere appio-tuscolano, hanno cura sollecita delle vostre anime e della vostra formazione cristiana.

Con impegno intenso e generoso, seguendo lo spirito del santo Fondatore, essi hanno annunziato la fede mediante il ministero della parola, dei sacramenti e della loro presenza sacerdotale, e sono riusciti a costruire, con l'aiuto dei buoni, anche questa chiesa, spaziosa e funzionale, che è un vero monumento di architettura sacra. Attorno ad essa è stato eretto un complesso di locali adeguati alle necessità di una azione pastorale, che partendo da questo centro possa irradiarsi verso il quartiere, per realizzare una vera comunità ecclesiale.

Desidero qui rendere pubblica testimonianza allo zelo dei religiosi del Preziosissimo Sangue e ringraziarli per l'opera svolta tra voi.

Rivolgo il mio cordiale saluto al Cardinale Vicario, al Vescovo Ausiliare di Zona, Monsignor Giulio Salimei, al parroco ed ai suoi collaboratori, che hanno degnamente preparato questo incontro. Saluto tutti i Gruppi della parrocchia, che conta circa trentacinquemila abitanti: i Catechisti, il Gruppo giovanile, il Coro dei bambini, gli Scouts ed i Gruppi della carità, della riflessione sulla Parola di Dio, del Piccolo Clero, dell'Assistenza sociale e delle Attività culturali. Non vorrei dimenticare nessuno; a tutti ed a ciascuno dirigo il mio pensiero di affetto nel Signore.

In particolare rivolgo il mio pensiero beneaugurante alle due Comunità religiose delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo, che qui in parrocchia si dedicano alla scuola, all'assistenza, alla catechesi ed alla gioventù.

Ed ora intendo abbracciare spiritualmente l'intera famiglia parrocchiale, con uno speciale riguardo per i bambini, i giovani e soprattutto i malati, chiamati ad offrire il contributo delle loro sofferenze per i bisogni spirituali della parrocchia, anzi dell'intera Chiesa.


2. Nella liturgia odierna, come di solito, parla prima Isaia, profeta del grande avvento. Il suo messaggio è oggi gioioso, pieno di fiducia: "Consolate, consolate il mio popolo... Parlate al cuore di Gerusalemme, e gridate che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità... Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion... Alza la voce, non temere; annunzia... Ecco il nostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza... Ecco, egli ha con sé il premio... Come un pastore egli fa pascolare il gregge" (Is 40,1-2 Is 40,9-11).

Contemporaneo a questo messaggio, è l'appello a "preparare" e ad "appianare" la strada, quello stesso che farà suo, nei pressi del Giordano, Giovanni Battista, ultimo profeta della venuta del Signore. In sintesi, Isaia afferma: il Signore viene... come Pastore...; bisogna creare le condizioni necessarie all'incontro con lui. Bisogna prepararsi.

"Ecco il Signore Dio viene", ci è detto, ma al tempo stesso la voce grida: "Nel deserto preparate la via al Signore... ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore..." (Is 40,3-5) Accettiamo, dunque, con gioia sia la buona novella, sia i compiti che essa pone dinanzi a noi. Dio vuole essere con noi; egli viene come dominatore, "col braccio detiene il dominio", ma soprattutto viene come pastore e come tale "egli fa pascolare il gregge, e col suo braccio lo raduna; porta gli agnelli sul petto e conduce pian piano le pecore madri" (Is 40,11).

Siamo qui per rafforzarci nella nostra gioia e nella nostra speranza, ed in pari tempo perché possiamo sempre di nuovo, guidati dalla convinzione circa la presenza di Dio sulle nostre vie, preparare la strada a lui, rimovendo da essa tutto ciò che rende difficile o addirittura impossibile l'incontro; perché possiamo sempre ritornare a Lui!


3. Perciò ascoltiamo con attenzione le parole della seconda lettura della liturgia odierna, in cui parla a noi l'apostolo Pietro, uno cioè che fu testimone della prima venuta. Il suo discorso di Avvento è orientato soprattutto verso gli ultimi tempi, verso "il giorno del Signore"; coloro che hanno sperimentato la prima venuta, giustamente vivono in attesa della seconda, conforme alla promessa del Signore.

Per la lezione di Pietro sembra caratteristica la "dialettica" dell'eternità e del tempo, anzi, meglio, del "tempo di Dio" e del "tempo dell'uomo". Come si sa, nelle comunità cristiane dei primi secoli, fu forte l'attesa della parusia, cioè della seconda venuta, del secondo avvento di Cristo.

Alcuni cominciavano a dubitare della veracità di questa promessa. Il frammento della seconda lettera di san Pietro, che abbiamo ascoltato poco fa, risponde a queste difficoltà: "Una cosa pero non dovete perdere di vista carissimi: davanti al Signore un giorno e come mille anni e mille anni come un giorno solo" (2P 3,8).

Questo vuol dire: voi uomini avete la vostra concezione del tempo, le unità di misura di esso, il calendario, l'orologio; avete i vostri criteri, secondo i quali giudicate che il tempo si dilunga troppo o corre troppo veloce.

Voi vivete nel tempo, lo vivete a modo vostro, e così deve essere; ma non trasferite questa concezione su Dio, perché presso di lui i vostri mille anni sono come un giorno solo; e un giorno è come i vostri mille anni. Perciò non giudicate con le vostre categorie e non dite che Dio si è affrettato o tarda.

E poi ascoltiamo: "Il Signore non ritarda nell'adempire... ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2P 3,9).


4. così dunque, in modo inaspettato, ci viene posta davanti l'immagine di Dio pedagogo, di quel Pastore a noi ben conosciuto, che aspetta pazientemente quanti non hanno preso ancora una pala in mano e non hanno iniziato a "preparare" ed "appianare" le loro vie; che sono rimasti sordi al grido gioioso: "Ecco il vostro Dio... Ecco, il Signore Dio viene".

Questo nostro tempo umano, vissuto in modo umano, col suo contenuto e la sua sostanza che noi realizziamo, permane grazie alla pazienza di Dio. così, ciò che a qualcuno può sembrare come mancato adempimento della promessa da parte di Dio, è invece il misericordioso dono da lui fatto all'uomo.

E' tuttavia certo che "il giorno del Signore" verrà, e verrà inaspettatamente; esso sarà per ciascun uomo una sorpresa. Perciò, il problema della "conversione", il problema dell'"incontro", e di "essere con Dio" è questione di ogni giorno; perché ogni giorno può essere per ciascun uomo, per me, "il giorno del Signore". Quindi dobbiamo farci la domanda di Pietro: quali dobbiamo essere noi nella santità della condotta, e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio? (cfr. 2P 3,11-12)


5. La prospettiva escatologica della lettera dell'apostolo: "Nuovi cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2P 3,13), parla dell'incontro definitivo del Creatore col creato nel regno del secolo venturo, per il quale deve maturare ogni uomo mediante l'interiore avvento della fede, della speranza e della carità.

Il testimone di questa verità è Giovanni Battista, che nella regione del Giordano predica "un battesimo di conversione per il perdono dei peccati" (Mc 1,4). Si compiono così su di lui le parole della prima lettura dal libro di Isaia.

Giovanni, infatti, predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo" (Mc 1,7-8).

Giovanni distingue chiaramente l'"avvento di preparazione" dall'"avvento di incontro". L'avvento di incontro è opera dello Spirito Santo, è il battesimo con lo Spirito Santo. E' Dio stesso che va incontro all'uomo; vuole incontrarlo nel cuore stesso della sua umanità, confermando così quest'umanità come eterna immagine di Dio e contemporaneamente facendola "nuova".

Le parole di Giovanni sul Messia, sul Cristo: "Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo", raggiungono la radice stessa dell'incontro dell'uomo col Dio vivente, incontro che si compie in Gesù Cristo e s'inscrive nel processo dell'attesa dei nuovi cieli e della nuova terra, nei quali abiterà la giustizia: avvento del "mondo futuro". In lui, in Cristo, Dio ha assunto la concreta figura del Pastore preannunciato dai profeti, e al tempo stesso è divenuto l'Agnello che toglie il peccato del mondo; perciò si è inserito tra la folla che seguiva Giovanni, per ricevere dalle sue mani il battesimo di penitenza e diventare solidale con ogni uomo, per trasmettergli poi, a sua volta, lo Spirito Santo, quella Potenza Divina che ci rende capaci di liberarci dai peccati e di cooperare alla preparazione ed alla venuta "dei nuovi cieli e della nuova terra".

"L'attesa di una terra nuova - insegna il Concilio Vaticano II - non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo futuro. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Dio, tuttavia, nella misura in cui può contribuire o meglio ordinare l'umana società, tale progresso è di grande importanza per il Regno di Dio" (GS 39).


6. Ascoltiamo la parola di Dio con la convinzione che essa quando viene accolta dall'uomo ha la potenza dell'"Avvento", e quindi la capacità di trasformare e di rinnovare. Allora pronunciamo dal profondo del cuore le parole del Salmista: "Ascoltero che cosa dice Dio, il Signore: Egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore. La sua salvezza è vicina a chi lo teme, e la sua gloria abiterà la nostra terra" (Ps 84,9-10).

Pronunciamo con gioia tali parole, perché esse diffondono nei nostri cuori la nuova speranza e la nuova forza, perché annunziano che la gloria di Dio abiterà la terra, che la salvezza è vicina a coloro che lo cercano. Dio annunzia la pace, e rende possibili i tempi della fedeltà e della giustizia.

"La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto" (vv. 12-13).


7. Cari fratelli e sorelle! Il nostro Avvento trascorre in una tale prospettiva, ed in essa si compie anche il nostro incontro, molto desiderato. Ho desiderato di essere in mezzo a voi, di vedervi, di guardarvi negli occhi e di augurarvi, alla presenza di Cristo, pietra angolare della nostra costruzione (cfr. Ep 2,20-22), che la vostra terra, cioè la vostra parrocchia, il vostro quartiere diano i loro frutti. E desidero anche di augurare a ciascuno di voi che la propria terra, cioè voi stessi, le vostre case, le vostre famiglie, diano il loro frutto.

Dio ha detto: "Parlate al cuore di Gerusalemme" (Is 40,2). Io vorrei parlare al cuore di ciascuno e di ciascuna di voi e, per mezzo vostro, a tutti i vostri vicini, a tutti i parrocchiani, perché accettiate con gioia sia il messaggio dell'odierna Domenica di Avvento, sia i compiti che esso ci pone davanti.

Preparate la via al Signore! Raddrizzate i suoi sentieri! Ciò si realizzi nel Sacramento della Riconciliazione, nell'umile e fiduciosa Confessione di Avvento, affinché dinanzi al ricordo della prima venuta di Cristo, che è il Natale, e al tempo stesso nella prospettiva escatologica del suo Avvento definitivo, il peccato venga eliminato ed espiato, affinché la Chiesa possa proclamare a ciascuno di voi che è finita la schiavitù, che il Signore Dio viene con potenza.

Preparategli la via nei vostri cuori, nelle vostre case, nella vostra Comunità parrocchiale.

Che in ciascuno di voi, e tra di voi, s'incontrino misericordia e verità, e si bacino giustizia e pace.

La gloria di Dio abiti questa terra! Amen. Data: 1981-12-06
Domenica 6 Dicembre 1981


Ai partecipanti a due Convegni sulla famiglia - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La comunione coniugale rende possibile la comunione familiare

Carissimi fratelli e sorelle!

1. A voi il mio saluto cordiale ed un benvenuto particolarmente affettuoso. Sono sinceramente lieto di questo incontro con una così qualificata rappresentanza del clero e del laicato cattolico: intervengono, infatti, all'udienza i partecipanti al Convegno indetto dalla Conferenza Episcopale italiana sul tema: "Comunione e comunità nella Chiesa domestica"; con essi sono pure presenti i componenti del Simposio, sul tema: "La famiglia alle radici dell'uomo, della Nazione, della Chiesa" promosso congiuntamente dall'Istituto Polacco per la Cultura Cristiana, dal Centro Culturale Massimiliano Kolbe e dalla Fondazione Juan Diego de Guadalupe.

Come non rallegrarsi del risveglio di interesse per la famiglia, che i due Convegni eloquentemente testimoniano? Se, infatti, v'è un campo sul quale urge far convergere l'impegno concorde dell'intera Comunità cristiana, questo è proprio quello della pastorale familiare, investito oggi da problemi particolarmente complessi e gravi.

Desidero, pertanto, esprimervi il mio compiacimento per quanto andate facendo in questo settore vitale sia per la Chiesa che per la società, e mi preme, altresì, valermi di questa circostanza per rivolgervi una calda parola di incoraggiamento, esortando ciascuno a perseverare con rinnovato entusiasmo nelle linee di azione insieme decise, nonostante le difficoltà che in un apostolato come il vostro certamente non mancano.


2. La domanda, a cui il Convegno organizzato dalla Cei ha cercato in questi giorni di dare una risposta - "la famiglia italiana è una comunità in comunione?" - è una delle domande centrali in questa delicata materia. La famiglia, infatti, in quanto istituita "fin dal principio" da Dio, possiede una sua verità propria, alla quale dobbiamo continuamente ritornare ed alla cui luce dobbiamo giudicare ogni situazione. Chiederci, pertanto, se la famiglia è una "comunità in comunione", equivale a chiederci se la famiglia realizza veramente e interamente il progetto di Dio su di essa.

Nell'ascolto continuo e fedele della Parola di Dio e facendo tesoro di tutto ciò che l'esperienza dell'umanità ha percepito, la Chiesa è andata sempre più scoprendo il progetto divino che costituisce l'intima verità di ogni famiglia.

Con intuizione particolarmente profonda il mio predecessore Paolo VI di venerabile memoria. ha espresso tale verità in questo modo sintetico: "Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione dei loro esseri in vista di un mutuo perfezionamento personale, per collaborare con Dio alla generazione ed educazione di nuove vite" (HV 8).

La famiglia è "comunità in comunione" quando, innanzi tutto, la comunità coniugale è in comunione. Come leggiamo nel libro della Genesi (1,28), Dio creo l'uomo a sua immagine: chiamandolo all'esistenza per amore, lo chiamo, contemporaneamente, all'amore. Dato che Dio è amore e l'uomo è creato a sua immagine, la vocazione all'amore è stata inscritta, per così dire, organicamente in questa immagine, cioè nell'umanità dell'uomo, che Dio creo maschio e femmina.

E' la realizzazione di questa immagine, è la verità profonda della comunione coniugale che rende possibile in radice la comunione familiare.

Con la vocazione all'amore infatti, è collegata in maniera inscindibile la vocazione al dono della vita. La Chiesa ha sempre insegnato questa connessione inscindibile: l'amore coniugale è la sorgente della vita umana, e il dono della vita umana esige alla sua origine l'amore coniugale. E' alla luce di questo rapporto, posto da Dio, che si comprende come la comunità familiare possa essere in comunione solo quando essa è il luogo dove l'amore genera la vita e la vita nasce dall'amore. Nessuna di queste due realtà, amore cioè e vita, sarebbe autentica se fosse separata dall'altra: né l'amore coniugale esisterebbe secondo la misura intera della sua verità, né la vita umana avrebbe un'origine degna della sua grandezza unica. In una parola: la comunità coniugale non sarebbe in comunione piena né, di conseguenza, sarebbe in grado di far essere in comunione la comunità familiare.


3. "Il Signore - come insegna il Concilio Vaticano II, - si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare" l'amore coniugale "con uno speciale dono di grazia e di carità" (GS 49). Risalire alle sorgenti della comunione coniugale e, quindi, della comunione familiare vuol dire risalire al Sacramento del matrimonio. In esso, infatti, l'uomo e la donna sono resi partecipi, come insegna la lettera agli Efesini (Ep 5,25-32), dello stesso atto di donazione compiutosi sulla Croce e sempre eucaristicamente presente nella Chiesa.

E' questo atto che ricostruisce la comunione degli uomini con Dio e fra loro, distrutta dal peccato. Mediante il Sacramento, l'uomo e la donna, liberati dalla durezza del loro cuore, sono capaci di realizzare, e nella loro comunità coniugale e nella loro comunità familiare, l'evento della comunione.


4. La vostra attenzione, tuttavia, è rivolta non tanto alla famiglia in genere, quanto piuttosto alla famiglia italiana. Voi intendete adoperarvi perché essa, nelle particolari condizioni in cui si trova, si senta chiamata ad entrare nell'eterno disegno del Creatore e del Redentore, e si impegni a congiungere in se stessa il mistero della vita e il mistero dell'amore, facendo si che operino insieme e si uniscano l'uno all'altro inseparabilmente, come Dio li ha congiunti.

Anche la famiglia italiana ha subito profonde trasformazioni in questi anni: trasformazioni che esigono dai cristiani una robusta capacità di discernimento, per sapere distinguere ciò che in esse vi è di positivo da ciò che vi è di negativo. Il criterio che deve guidare questo discernimento è quel progetto di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, di cui sopra ho parlato brevemente. Cercare altrove i criteri di discernimento avrebbe come inevitabile conseguenza la costruzione di comunità familiari che non sarebbero mai pienamente in comunione.

In particolare: non si deve dimenticare quanto ha insegnato il Concilio Vaticano II: "non può esserci vera contraddizione fra la legge divina del trasmettere la vita e quella di favorire l'autentico amore coniugale" (GS 51). Nella difesa della dottrina insegnata dalla enciclica "Humanae Vitae", la Chiesa è consapevole di svolgere un servizio prezioso alla comunità coniugale, anzi all'uomo come tale: alla sua verità e alla sua dignità. Questo insegnamento deve essere fedelmente trasmesso nella catechesi sia degli sposi sia di coloro che si preparano al matrimonio. Silenzi, incertezze o ambiguità al riguardo, hanno come conseguenza di oscurare la verità umana e cristiana dell'amore coniugale.

Fatto ancor più distruttivo della comunione familiare è la piaga dell'aborto, che il Concilio chiama giustamente un "abominevole delitto" (GS 51). La testimonianza delle famiglie cristiane, al riguardo, deve essere limpida. Nessuna autorità umana può dichiarare legittimo ciò che la legge divina condanna: la vita di ogni uomo, anche dell'uomo già concepito e non ancor nato, merita un rispetto assoluto ed incondizionato. Se non si rispetta questo diritto primigenio, come è possibile, poi, parlare di diritti dell'uomo e di dignità della persona umana? Non c'è una patente contraddizione in tutto questo? Alla famiglia cristiana si apre, al riguardo, uno "spazio di carità" immenso: lo spazio dell'aiuto alle maternità difficili, dell'accoglienza, dell'impegno civile perché non si instauri nel costume una mentalità, nella quale non sia più percepito il valore assoluto della vita umana già concepita e non ancor nata.


5. Non meno stimolante è l'argomento affrontato nel Simposio promosso dalle Organizzazioni che ho menzionato all'inizio: la famiglia come luogo in cui nasce l'uomo, inteso in tutte le sue dimensioni.

La formulazione stessa del tema rivela la profonda convinzione - da me pienamente condivisa - circa il ruolo decisivo che la famiglia è chiamata a svolgere nel futuro dell'uomo, della società e dell'opera evangelizzatrice della Chiesa. La famiglia, infatti, è "la scuola di umanità più completa e più ricca" (GS 52); in essa si generano le molteplici relazioni personali, che costituiscono la vera misura dello sviluppo di una personalità. L'uomo che non è capace di aprirsi liberamente e personalmente, per amore, al rapporto con i suoi simili, non ha certo raggiunto la maturità della propria personalità.

Nella famiglia nascono quelle relazioni fondamentali di fraternità, che costituiscono la base stessa della fraternità sociale, grazie a cui gli uomini comunicano tra loro come veri fratelli, che camminano insieme sulla strada della vita, non come competitori, come estranei o addirittura come nemici, ma aiutandosi vicendevolmente a conseguire i loro più alti fini. E' possibile vivere la fraternità solo quando c'è alla base una comune esperienza filiale. E' questo il motivo per cui riveste tanta importanza la coscienza della paternità divina, della presenza di Dio Padre, che in Cristo ci rende suoi figli e, pertanto, fratelli fra noi, chiamati ad essere "sale della terra e luce del mondo".

Non possiamo aspettarci una società rinnovata nei suoi valori senza un profondo rinnovamento della famiglia. Essa è generatrice e trasmettitrice di cultura. Non potremo giungere ad una efficace evangelizzazione della cultura senza evangelizzare profondamente la famiglia. Si tratta di una grande responsabilità, che è necessario mobilitare per difendere, rafforzare e stimolare all'impegno le famiglie cristiane, poiché da esse dipende in gran parte il destino della società e la sua evangelizzazione.


6. Se, come ho detto nell'enciclica "Redemptor Hominis", l'uomo è "la prima e fondamentale via della Chiesa" (RH 14), e se è mediante la famiglia che egli accede compiutamente alla sua umanità, allora di deve concludere che tutta la Chiesa è impegnata nel servizio alla famiglia, per fa si che essa diventi sempre più ciò che è chiamata ad essere.

Continuate, dunque, con slancio rinnovato cari fratelli e sorelle, nel vostro impegno apostolico. La causa è nobilissima: si tratta in definitiva di aiutare l'uomo di oggi ad amare l'amore umano e ad averne quella stima e quel rispetto, che sono dovuti alla sua preziosità.

Siate consapevoli, nella vostra azione, che io apprezzo il vostro impegno, lo stimolo col mio incoraggiamento e lo sostengo con la mia preghiera. A conferma di tali sentimenti sono lieto di impartire a voi, ai vostri familiari ed a quanti condividono gli ideali nei quali credete, l'apostolica Benedizione, propiziatrice di ogni desiderato favore celeste.

Data: 1981-12-07
Lunedì 7 Dicembre 1981



GPII 1981 Insegnamenti - Ai partecipanti al corso di aggiornamento per i giudici e altri ufficiali dei tribunali ecclesiastici - Città del Vaticano (Roma)