
GPII 1981 Insegnamenti - Ai Vescovi della Calabria in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Impegno della Chiesa locale nella cura pastorale dei migranti
Se è sempre una gioia, per me, l'incontrarmi con ogni categoria di fedeli e di persone, lo è soprattutto quando, come Pastore di tutta la Chiesa, posso rivolgermi, singolarmente o a gruppi, ai Pastori delle Chiese locali, per avere più direttamente da loro informazioni sui problemi delle loro diocesi, le difficoltà di oggi, le prospettive per il domani.
Così le sollecitudini della cura pastorale si sentono più da vicino, dal vivo, sono condivise, diventano comuni, e insieme si possono trovare le linee di soluzione a servizio dell'Unico Supremo Pastore e a bene di tutte le anime.
Oggi ho la gioia di stare in mezzo a voi, Vescovi di una terra ricca e generosa come la Calabria. Ricca, dal punto di vista della natura, di sole, di aria, di luce, di cielo, di mare. Ricca, dal punto di vista umano e religioso, di bontà di cuore, di generosità, di senso di ospitalità, dei grandi valori spirituali e cristiani, soprattutto dei grandi affetti della famiglia, ancora unita, solidale, numerosa. Una terra di tradizioni religiose, dove diffusa e sentita è la devozione alla Madonna, e numerose sono state sempre le vocazioni sacerdotali e religiose, offerte generosamente a servizio anche di altre regioni d'Italia e del mondo.
Tuttavia, nello stesso tempo, dal punto di vista economico e sociale, come voi stessi avete voluto sottolineare nella relazione sulla situazione socio-religiosa della vostra regione, una terra povera di risorse, come, in genere, tutto il Meridione italiano. Le condizioni del terreno non consentono un'agricoltura intensiva a vasto raggio. Il processo di industrializzazione, già in corso da vari anni anche in più parti del Sud, non ha raggiunto nella Regione calabrese i livelli sufficienti a venire incontro alle esigenze crescenti della popolazione provata da una lunga abitudine alla sofferenza e all'abbandono. A tutto questo si aggiunge la minaccia quasi permanente di calamità naturali, e penso al terremoto, che costituisce l'insidia nascosta di tutto il Meridione ed ha più volte recato desolazione e devastazione a vaste e ridenti zone della vostra terra.
Non si può non restare insensibili davanti ai problemi, così numerosi, gravi e annosi, della cosiddetta "questione meridionale", con le differenze economiche e sociali tra Nord e Sud; né si può ignorare che anche all'interno della questione meridionale esiste, come voi la chiamate, una "questione calabrese", che ha dietro alle spalle cause molteplici di natura storica, geografica, culturale e sociale.
E' per tutte queste ragioni che la Calabria, come del resto tutto il Sud, è divenuta, almeno da quasi due secoli, e continua a essere, terra di emigrazione.
Un fenomeno, questo, da considerare più in particolare, perché mentre in genere l'Italia, tradizionale terra di emigrazione, si è rapidamente trasformata da qualche tempo in terra di immigrazione, capovolgendo la vecchia realtà, la Calabria, insieme con altre poche regioni italiane, continua a mandare fuori della propria terra la sua ricchezza maggiore, cioè i propri figli, le forze più fresche e più giovani.
E' uno dei problemi più assillanti di oggi, su cui vorrei richiamare in modo particolare la vostra attenzione e quella di tutta la Chiesa locale, affidata alle vostre cure pastorali.
Conoscendo bene il fenomeno e i problemi dell'emigrazione del mondo, perché già prima di avere sulle spalle la responsabilità pesante di tutta la Chiesa, ho avuto modo di incontrarmi più volte, da Vescovo e da Cardinale, con i connazionali emigrati fuori della patria in vari Paesi del mondo, al di qua e al di là dell'oceano, e nei miei viaggi internazionali di questi tre anni ho preso sempre contatto con i gruppi immigrati nelle nazioni ospitanti.
Nell'enciclica "Laborem Exercens", pur riconoscendo il diritto, che ha l'uomo, di lasciare il proprio Paese d'origine per vari motivi ho presentato l'emigrazione come una perdita del Paese dal quale si emigra: effettivamente, si allontanano uomini e insieme membri di una grande comunità, che è unita dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, per iniziare un cammino, spesso incerto, in mezzo ad un'altra società, unita da un'altra cultura e molto spesso anche da un'altra lingua.
Il fenomeno dell'emigrazione, interna ed esterna, così diffuso nel mondo, dalle proporzioni numeriche calcolabili a non poche decine di milioni, deve sollecitare di continuo l'attenzione e la cura pastorale della Chiesa, sia di accoglienza sia di partenza, con l'occhio vigile su tutta l'ampia gamma delle sue implicazioni.
Si pongono sul tappeto numerosi e complessi problemi di natura non soltanto economica politica, sociale, giuridica, internazionale, ma anche, e soprattutto, di natura umana, personale, familiare, etnica, religiosa.
Ancora una volta il protagonista, e spesso la vittima, del complesso e grave fenomeno dell'emigrazione è l'uomo. La Chiesa, che guarda all'uomo, non può non guardare all'emigrazione, come del resto ha fatto da quando il problema si è presentato in tutta la sua gravità e complessità, con istituzioni appropriate e figure di apostoli, come la santa Cabrini e il Vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini. Per questa ragione la Santa Sede ha costituito, da oltre dieci anni, una Pontificia Commissione specializzata in tali problemi, per studiarli, seguirli e dare utili indicazioni agli operatori pastorali.
La Chiesa ha il dovere di pensare ai colossali problemi degli agglomerati umani che stanno superando ogni prevedibile dimensione, come in America del Sud, dove la Calabria ha inviato, in un primo tempo, tanti suoi figli; così come in seguito, in un secondo tempo, li ha inviati a gruppi nelle grandi città dell'Europa, e, con un fenomeno di massa, nelle grandi città italiane del Nord.
Sono nati i grandi problemi dell'emigrazione, che sono soprattutto problemi dell'emigrante: l'impatto generalmente traumatizzante con le zone superindustrializzate nei Paesi d'arrivo; il distacco e, non di rado, la scomposizione della famiglia; la disparità di trattamento legislativo; lo svantaggio nell'ambito dei diritti, che spesso diventa sfruttamento; la solitudine e l'emarginazione.
Sono soltanto alcuni dei tanti aspetti del fenomeno dell'emigrazione, che io, ben conoscendo la vostra sollecitudine e il vostro impegno in questo campo, richiamo alla vostra considerazione per stimolarvi ad andare sempre avanti, ancora più avanti su questa strada dell'aiuto all'emigrante nei modi propri della Chiesa, soprattutto col servizio pastorale.
Sono bene al corrente della generosità di tanti sacerdoti, che hanno fatto liberamente la scelta di divenire essi stessi emigranti per stare vicino ai fratelli costretti dalla necessità a lasciare il luogo di origine. E' un dovere della Chiesa locale di partenza non lasciar mancare l'assistenza umana e religiosa ai propri figli lontani. Una cura pastorale apprestata nella propria lingua, col linguaggio della cultura d'origine, pur nel dovere dell'emigrante d'inserirsi nella cultura del Paese di arrivo, ha il vantaggio di essere strumento efficace nel contribuire a salvaguardare valori che non si devono perdere, a fare dell'emigrante cristiano un animatore del mondo contemporaneo, un collaboratore nell'opera di evangelizzazione.
La Chiesa calabrese, sempre ricca di energie umane e generosa nell'offrirle agli altri, non mancherà di fare la sua parte nel campo dell'emigrazione. Se alto è il tasso dell'emigrazione della Calabria, anche alto deve essere il contributo della Chiesa locale alla cura pastorale dei migranti.
Sono sicuro che i Pastori e i sacerdoti s'impegneranno in misura adeguata.
Avrei voluto considerare con voi anche altri aspetti della vostra specifica azione pastorale in terra di Calabria, la cui responsabilità ci è stata affidata dallo Spirito Santo: ma mi premeva sottolineare un aspetto direi emblematico, che nell'azione dei Vescovi della vostra Regione, come del resto anche di altre, dev'essere privilegiato e messo a fuoco per una sempre più adeguata risposta, secondo le esigenze del momento.
Mi compiaccio nell'apprendere che vi siete proposti come impegni prioritari la catechesi, la vita liturgica e sacramentale, l'impegno sociale di testimonianza cristiana, il servizio di carità, la pastorale della famiglia, della gioventù, delle vocazioni oltre ad altre provvide iniziative. Sono tutti campi che mi stanno molto a cuore, e sui quali ho avuto modo - e ne avrò ancora - di soffermarmi con i Vescovi delle altre Regioni italiane, che vengono quest'anno a questo incontro, tanto corroborante per me e per tutti, delle visite "ad limina".
Coraggio! Seguite con tutta la vostra attenzione e con tutta la vostra tenacia questi programmi, vasti e impegnativi, affinché le carissime popolazioni, che vi sono state affidate, possano sempre progredire nella vita di fede profonda, di invitta speranza, di convinto amore a Dio e ai fratelli, per una vera promozione umana e cristiana della loro terra forte e generosa.
Dite loro che il Papa li ama, li segue, li conforta: e, insieme con voi, li benedice di gran cuore.
Data: 1981-12-10
Giovedì 10 Dicembre 1981
Titolo: Un'ideale di donazione totale ai malati
Alla diletta figlia Sor Teresa di Calcutta Ho appreso con vivo compiacimento che, in occasione del XX anniversario dell'inaugurazione della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, le Autorità accademiche hanno unanimemente deciso di conferirle la Laurea "honoris causa" in Medicina e Chirurgia, quale riconoscimento degli eccezionali meriti, da lei acquisiti nel recare il sollievo della medicina applicata e dell'assistenza alle varie forme di umano dolore.
L'iniziativa appare particolarmente felice. Essa assurge, infatti, al valore di un gesto emblematico, mediante il quale la Facoltà di Medicina e Chirurgia intende indicare il senso ultimo del proprio sforzo di studio e di ricerca nei diversi campi della scienza: il senso cioè di un servizio all'uomo, che animato dall'amore non si ferma al corpo, ma raggiunge lo spirito, per suscitarvi la fiamma della speranza nel mondo trascendente dei valori cristiani.
Con questa finalità fu fondata, vent'anni or sono, codesta Facoltà. Si volle, allora, creare un Centro, nel quale chi si sentiva chiamato alla nobile arte della Medicina potesse ricevere non soltanto una sicura preparazione scientifica, ma anche una solida formazione cristiana, che lo rendesse capace di testimoniare Cristo nell'esercizio stesso della professione sanitaria. Si volle, allora, dar vita ad un'Istituzione nella quale, per usare le parole del Fondatore stesso dell'Università Cattolica, il giovane fosse orientato ad "imprimere alla propria attività una fisionomia ben caratteristica, quella del credente che ogni cosa ed ogni avvenimento giudica e valuta dal punto di vista cristiano" (cfr. Vita e Pensiero, XLI, 1958, n. 1).
Alla luce di questi ideali la Facoltà di Medicina dell'Università Cattolica ha cercato di camminare con costante impegno e dedizione in questi 20 anni di vita. E la ricorrenza odierna mi è propizia per esprimere - mentre mi unisco di cuore alla celebrazione di questa data - vivo compiacimento per i traguardi raggiunti e sinceri voti augurali di crescente sviluppo nell'irradiazione della sua opera, ispirata e sostenuta da amore fraterno e da profonda fede.
La fede cristiana, del resto - ella, carissima sorella, ne offre ampia testimonianza con la sua vita - non altera né mortifica, ma anzi illumina di superiori riflessi quel servizio alla vita umana, che è compito specifico della Medicina. Come non riconoscere, infatti, la nuova ricchezza di motivazioni, che a tale servizio arreca la capacità di scoprire, nella fede, il fulgore dell'immagine divina, impressa sul volto di ogni uomo, che da essa trae l'intangibilità del proprio essere e la dignità trasfigurata delle proprie infermità? So bene come tale consapevolezza abbia costantemente animato il suo impegno e quello delle persone generose che, in numero crescente, si sono via via unite a lei, condividendo l'ideale di donazione totale ad ogni categoria di malati, di poveri, di emarginati, di persone recanti nel corpo e nello spirito il marchio bruciante della sofferenza. Col suo esempio ella dimostra come le parole evangeliche: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,35s) valgono ad aprire dinanzi al cuore del credente orizzonti nuovi, nei quali la realtà dell'umana sofferenza si pone quale "sacramento" della trascendente presenza di Cristo.
Rinnovo, pertanto, l'espressione del mio apprezzamento per l'opportuna iniziativa accademica, che la vede oggi meritatamente premiata e, mentre invoco su di lei e sulla sua attività copiose effusioni di favori celesti, le imparto di cuore la propiziatrice benedizione apostolica, che volentieri estendo ai Professori ed agli Alunni della cara Università Cattolica ed a quanti sono intervenuti alla significativa cerimonia.
Data: 1981-12-10
Giovedì 10 Dicembre 1981
Titolo: Aiutate i fedeli a formarsi una retta coscienza etica
Signor Cardinale, venerati fratelli nell'Episcopato!
1. E' un giorno di sincera letizia, questo, per me e per voi, in quanto il presente incontro comunitario, a conclusione dei colloqui che ho avuto con ciascuno di voi, è una vivida ed efficace testimonianza di fede e di comunione nella carità. Con le visite "ad limina" voi avete voluto rendervi interpreti e garanti della fede delle vostre Chiese particolari ed altresì dell'unione nella carità, che tutte le unisce fra di loro e, in modo speciale, con la Chiesa di Roma e con il suo Vescovo, che, in quanto successore di san Pietro nella sede di Roma, è Vicario di Cristo in terra, Supremo Pastore e Capo Visibile di tutta la Chiesa, e "perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli" (LG 23).
In questi giorni ognuno di voi mi ha riferito con molta sincerità e schiettezza quali siano, in questo tempo drammatico ed esaltante, le gioie e le speranze, le attese e le esigenze del buon popolo di Sicilia, al quale in questo momento così significativo desidero rivolgere il mio affettuoso saluto e manifestare la mia cordiale simpatia.
Una simpatia, che è motivata dalla nativa bontà del popolo siciliano, che porta nel proprio cuore - insieme con le ricchezze della sua lunga e travagliata storia - una intensissima carica di forza indomabile nell'affrontare le avversità; di generosa dedizione verso i deboli ed i piccoli; di fervido entusiasmo per i nobili ideali; di rispettosa gentilezza per l'ospite; ed ha altresì trasmesso, da generazione a generazione, il senso della sacralità del nucleo familiare; la gioia per la presenza dei bimbi salutati sempre come un prezioso dono del Padre celeste, oltre che come garanzia e speranza per il futuro; la fiducia tenera e filiale nei confronti della divina Provvidenza; un accentuato e profondo "senso religioso", che si è espresso e si esprime in quella "pietà popolare", così carica di simboli, di segni, di gesti, che coinvolgono il fedele in tutte le molteplici dimensioni della sua personalità.
2. Fin dagli inizi del suo annuncio, il messaggio cristiano ha trovato nel cuore dei siciliani un terreno fertilissimo per dare alla Chiesa frutti mirabili di santità e di grazia. La Sicilia è veramente un'isola di santi. Ho potuto scorrere con commossa ammirazione il Calendario Liturgico delle vostre Chiese particolari ed ho notato come Dio, in ogni secolo, abbia loro fatto dono di santi e di sante, appartenenti ad ogni condizione. E' una lunga ieratica teoria di uomini e donne, che nella vostra terra, in mezzo a difficoltà e persecuzioni, hanno vissuto in semplicità ed integralità il Vangelo: Agata, Lucia, Rosalia, Libertino, Euplo, Filippo di Agira, Berillo, Marciano, Calogero, Agatone Papa, Metodio, Leone, Giuseppe Innografo, Simeone, Silvestre, Nicolo Politi, Lorenzo da Frazzano, Corrado Confalonieri, Alberto da Trapani, Pietro Tommaso, Benedetto da San Fratello, e tanti altri santi e sante, Beati e Beate, degni figli di una terra naturalmente religiosa. Né posso non ricordare, in questo momento, il Beato Giordano Ansalone, martire, che ho avuto la gioia di elevare agli onori degli altari a Manila il 18 febbraio scorso, durante il mio pellegrinaggio apostolico nell'Estremo Oriente.
3. In mezzo a queste luci di grazia e santità, al tesoro veramente prezioso dei valori umani e cristiani che la buona gente di Sicilia si trasmette gelosamente da secoli, appaiono tuttavia alcune ombre, che debbono far riflettere tutti gli uomini pensosi dell'autentica promozione umana, spirituale e sociale della Regione. Esistono purtroppo alcuni fenomeni aberranti, ormai secolari. Si tratta di quella mentalità o struttura cosiddetta mafiosa che crea, a vari livelli e con diverse manifestazioni, misfatti deleteri per il buon nome stesso della Sicilia e della sua gente; tale mentalità deviata e deviante pretende di fare a meno della legge e di poterla impunemente violare; di qui il moltiplicarsi della violenza e degli omicidi, i cui mandanti ed esecutori sono protetti dall'omertà, purtroppo generalizzata per il timore di ritorsioni e di vendette. Una non bene intesa concezione dell'onore si associa a questo atteggiamento. Tali fenomeni provocano una lacerazione nel tessuto etico della società. So che la Chiesa, che è in Sicilia, ha sempre reagito con forza contro tale tipo di violenza - ricordo la vostra Nota dell'ottobre 1974 - e recentemente il Cardinale Arcivescovo di Palermo, per la solennità di Cristo Re, ha invitato fedeli ed autorità a pregare insieme ed a meditare, alla luce della Parola di Dio, su tali piaghe morali e sociali, per resistervi fermissimamente.
Si, carissimi fratelli nell'Episcopato, occorre reagire, non bisogna assolutamente rassegnarsi! Dinnanzi a queste aberrazioni bisogna aiutare i fedeli a formarsi e a maturare una retta coscienza etica; occorre fare in modo - e qui mi rivolgo in particolare alle competenti Autorità - che a tutti sia dato un lavoro dignitoso, una opportuna istruzione e che tutti si sentano e siano veramente uguali di fronte alla legge.
Né si può passare sotto silenzio il grave problema della disoccupazione giovanile, che conduce a facili sbocchi nella delinquenza, nella violenza, nella droga, e che pone i giovani nella impossibilità concreta di formarsi una famiglia; come pure quello dell'emigrazione, che tante lacerazioni provoca nel campo affettivo e familiare, oltre ai seri problemi sul piano pastorale.
4. Per venire incontro alle giuste e legittime attese del popolo siciliano, la Chiesa deve fare ogni sforzo per dare il proprio contributo specifico, originale, concreto, efficace.
E' necessaria la presenza operosa e la testimonianza instancabile dei sacerdoti. La Sicilia ha bisogno di sacerdoti, numerosi, zelanti, culturalmente preparati. Tutta la Comunità ecclesiale deve operare e pregare il Signore perché non manchino le vocazioni ecclesiastiche; perché fioriscano i Seminari minori di Ginnasio-Liceo e quelli maggiori. Auspico che gli Istituti Teologici - quello di "san Paolo" di Catania, l' "Ignatianum" e il "san Tommaso" di Messina, e in particolare, la Facoltà Teologica di Sicilia "san Giovanni Evangelista", che ho recentemente eretto - siano centri di studio ad alto livello scientifico ma anche fervide fucine di preparazione spirituale, specie per i candidati al sacerdozio. A tutti i seminaristi della Sicilia il mio saluto ed ai suoi 2.500 sacerdoti e 1.300 religiosi la mia parola di affettuoso compiacimento e di fraterno incoraggiamento per il loro insostituibile ministero. Che siano vicini al loro popolo, ne percepiscano le ansie, le esigenze. La vita, l'insegnamento e l'esempio di Don Luigi Sturzo - il quale nella piena fedeltà al suo carisma sacerdotale seppe infondere non solo nei siciliani ma nei cattolici italiani il senso del diritto-dovere della partecipazione alla vita politica e sociale alla luce dell'insegnamento della Chiesa - siano presenti ed ispirino il loro apostolato di evangelizzazione e di promozione umana. Saranno i sacerdoti i principali artefici della pastorale catechistica in Sicilia, in conformità con le suggestioni e le indicazioni, contenute nella mia esortazione apostolica "Catechesi Tradendae" come pure nel vostro documento pubblicato nella prima domenica di Avvento del 1980.
Saranno i sacerdoti i principali formatori e plasmatori della retta coscienza morale dei loro fedeli; le guide sagge perché la ricca "religiosità popolare" non si esaurisca in segni esterni o in manifestazioni di semplice sentimento, ma sia incanalata in un continuo cammino di fede; una fede fondata su una catechesi permanente, a tutti i livelli, mediante la riflessione sulla Parola di Dio e sull'insegnamento della Chiesa, e vissuta, giorno dopo giorno, nella coerenza morale, richiesta dalle esigenze del Vangelo. Forse - come voi avete raccomandato nel documento del 1972 su "Le feste cristiane in Sicilia" e come avete ribadito in quello del 1980 sulla "Pastorale catechistica" - "sarà necessario ripulire le feste da eventuali incrostazioni superstiziose e sconvenienti o comunque aliene dalla sensibilità moderna".
Per essere autentici "ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" (cfr. 1Co 4,1), i sacerdoti dovranno dare una testimonianza di intensa vita spirituale radicata nella preghiera, nella meditazione; con momenti o pause di riflessione come gli Esercizi spirituali possibilmente annuali, per un incontro silenzioso con il Signore.
Sarà anche opportuno studiare, con vigile attenzione e con il necessario discernimento, il problema di una distribuzione del Clero, perché ci sia un equo equilibrio di energie nel vasto campo della attività pastorale, che oggi di fronte ad una popolazione di circa 5 milioni di persone, deve affrontare problemi sempre più complessi, quali quello dei Seminari, delle parrocchie, della catechesi permanente, della formazione cristiana dei giovani, delle nuove coppie, delle famiglie, del mondo operaio, degli strumenti della comunicazione sociale, della cultura.
Accanto all'opera dei sacerdoti e dei religiosi, ci sarà quella non meno preziosa e meritoria di ottomila suore, che lavorano nell'Isola nel campo della educazione, della catechesi, dell'assistenza agli infermi e in quello, apparentemente anonimo e sconosciuto, del silenzio orante nei monasteri di clausura, dove con l'adorazione eucaristica perpetua, con la "laus perennis", con la mortificazione si implorano le divine benedizioni.
Un particolare impegno apostolico la Chiesa attende dal laicato cattolico, che in Sicilia ha una lunga e nobile tradizione. Le numerose confraternite, i vari rami dell'Azione Cattolica, i Gruppi, i Movimenti e le Comunità agiranno certamente in modo da non rinchiudersi in se stesse, da non assolutizzare le proprie esperienze, ma vivranno ed opereranno, insieme con gli altri, nelle più ampie comunità parrocchiali, in leale adesione ai loro Pastori.
La promozione del laicato sarà pertanto una delle principali sollecitudini del vostro servizio episcopale.
5. Carissimi fratelli nell'Episcopato! A conclusione delle vostre visite "ad limina", sento il bisogno di rivolgervi una parola di compiacimento per l'esemplare comunione di cuore e di anima, che qualifica la vostra Conferenza Episcopale, e per lo zelo indefesso, che dedicate al vostro servizio ecclesiale; una parola altresì di incoraggiamento per il lavoro vasto e spesso difficile che dovete quotidianamente affrontare. E mi rallegro anche tanto per l'esempio che date nel campo delicato e promettente dei rapporti sul piano dell'Ecumenismo.
Affido voi e tutta la diletta Sicilia alla Vergine santissima, che il vostro popolo, con commossa tenerezza chiama "La Bella Madre". A Lei, Madre di Dio e Madre della Chiesa, al suo Cuore Immacolato, presento i miei e i vostri voti; a Lei, che nell'Isola è devotamente venerata in tanti Santuari, intimamente legati alla storia, ora triste ora lieta, della vostra Regione: il Santuario di Gulfi, in diocesi di Ragusa; di Montalto, in diocesi di Messina; del Terzito, in diocesi di Lipari; di Valverde, in diocesi di Acireale; di Custonaci, in diocesi di Trapani; di Gibilmanna, in diocesi di Cefalù; di Tindari, in diocesi di Patti; della "Madonna della Sciara", di Mompileri, in diocesi di Catania; della Madonna delle Lacrime, in Siracusa. Sono, questi, luoghi privilegiati di grazia e di preghiera; sono roccaforti spirituali, in cui i siciliani ritemprano la loro fede in Cristo, sull'esempio di Maria, l'incomparabile modello di fede, l'umile e alta "ancella del Signore".
Pegno della mia continua comunione con voi e con tutti i fratelli e sorelle della Sicilia, sia la benedizione apostolica, che vi imparto di vero cuore.
Data: 1981-12-11
Venerdi 11 Dicembre 1981
Titolo: Strumento di un missione di verità e pace
Al Professor Valerio Volpini Direttore de "L'Osservatore Romano" Città del Vaticano La commemorazione dei centoventi anni di vita de "L'Osservatore Romano", dettata dal desiderio di far conoscere sempre meglio l'idea ispiratrice che ne ha determinato il sorgere e guidato il cammino, è occasione propizia per trarre orientamenti e stimoli in vista degli impegni futuri.
1. Abbracciando in rapida sintesi più di un secolo di storia, in cui si sono succeduti avvenimenti memorabili, ora felici ora drammatici come la celebrazione di due Concili Ecumenici, l'opera di dieci Sommi Pontefici, due tragiche guerre mondiali, avversità e contrasti sofferti dalla Chiesa in Europa ed in altri Continenti, le fluttuanti vicissitudini di ideologie talora contrastanti con la visione cristiana dell'uomo, si deve riconoscere che in tutte queste situazioni "L'Osservatore Romano" è stato strumento di una superiore missione di verità e di pace.
Né può passarsi sotto silenzio il pregio di testimonianza storica del giornale: più di un secolo di vita ecclesiale e civile è alla portata di quanti, studiosi e fedeli, desiderano conoscere quali siano stati il pensiero e le direttive della Santa Sede a proposito di determinate questioni nei tempi moderni.
Per tale settore, "L'Osservatore Romano" costituisce una fonte copiosa ed insostituibile.
La sua storia si confonde, in certo modo, con quella della Chiesa stessa e del suo impegno costante di salvaguardare, specie nelle ore più incerte e tenebrose per l'umanità, la libertà e la dignità della persona umana.
2. Sensibile ai problemi ed alle ansie che caratterizzano l'uomo alla continua ricerca del significato del proprio destino, "L'Osservatore Romano" si era proposto di svolgere un'azione informativa oggettiva e serena, e insieme formativa.
Tale riflessione potrebbe interpretare l'ideale ed il programma de "L'Osservatore Romano": aiutare, cioè ad individuare nello scorrere dei fatti giornalieri "il punto" fermo e valido su cui far leva per indirizzare l'uomo e la società verso mete degne di una vocazione trascendente. Assolvendo questo compito formativo, il giornale realizza in forma eminente quanto scrisse il mio venerato predecessore Giovanni XXIII, venti anni or sono, in occasione del centenario di fondazione, l'essere esso cioè "non soltanto testimone, ma artefice di storia".
3. Da questa riflessione desidero prendere le mosse per una parola di viva esortazione e di fervido auspicio.
"L'Osservatore Romano" dovrà rimanere sempre fedele alla sua originaria ispirazione, per essere voce autorevole, unica e tipica, a ragione del suo ampio orizzonte di osservazione delle ricche sorgenti di informazione, dell'autorevole giudizio di orientamento e della sua benefica funzione di educazione: tale in sintesi il giudizio che Paolo VI di venerata memoria espresse, quando ancora era Arcivescovo di Milano.
Siffatta autorevolezza si presenta, peraltro, carica di richiami al più elevato senso di responsabilità, sia di fronte alla Chiesa che alla società. Di che cosa esse hanno particolarmente bisogno, di che cosa avvertono l'incalzante urgenza? Anzitutto di verità e di certezza.
Il giornale avrebbe dovuto chiamarsi originariamente "L'amico della verità": verità sulla Chiesa e sul Romano Pontefice, oggetto spesso di infondate accuse ed attacchi da diverse ed opposte sponde; verità sulle vicende del mondo; verità sulla dottrina rivelata combattuta dall'esterno e travisata anche dall'interno; verità sulla missione di pace, di conciliazione e di carità esercitata dalla Santa Sede nei rapporti con gli Stati, nel concerto della comunità internazionale; verità sulla natura ed il fondamento dell'azione ecclesiale sia in campo dottrinale che pastorale.
"Conoscerete la verità e la verità vi fara liberi" (Jn 8,32) ha ammonito il Maestro divino, affinché "sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale ed unilaterale, ogni libertà che non penetri tutta la verità sull'uomo e sul mondo" (RH 12).
L'esercizio di questa missione richiede attenta vigilanza, accorta prudenza, fine delicatezza, perspicace lungimiranza. E' necessario, pertanto, rafforzare l'unità nella vicendevole collaborazione per rendere un servizio alla verità e quindi a Cristo, mediante assidua diligenza, accompagnata dalla preghiera ed animata dalla speciale prospettiva del giornale.
Mi è caro, da ultimo, esprimere un voto cordiale. "L'Osservatore Romano" ha vissuto e registrato il corso di una età, nella quale la paura e lo sgomento sono sembrati prevalenti sulla speranza. Il nostro comune sguardo deve rivolgersi al futuro, individuando con realismo le difficoltà che si delineano all'orizzonte, ma soprattutto fissandosi nelle fonti e nei motivi della speranza che non inganna, perché fondata sull'amore di Dio, che è stato diffuso in abbondanza nei nostri cuori (cfr. Rm 5,5).
"L'Osservatore Romano" in questo scorcio del secondo millennio dell'era cristiana, dovrà farsi portavoce di fiducia evangelica, scoprendo nella notizia ogni possibile segno di speranza per offrirlo al mondo; il segno di una volontà, talvolta solo inconsapevole, di costruire un avvenire più consentaneo ai superiori destini dell'uomo.
Facendo particolarmente proprio tale compito, "L'Osservatore Romano" diverrà anche modello di strumento della comunicazione sociale, in vista dell'evangelizzazione. In conformità alle indicazioni del Magistero della Chiesa, tanto ampio e concreto in questo settore, l'organo vaticano potrà testimoniare, con lavoro professionalmente valido e vivificato da senso apostolico, che i "media" cristiani, mentre assolvono il servizio della verità, della bontà e della bellezza, si propongono, altresì, di essere canali della speranza per l'umanità.
Nell'esprimerle questi voti fervidissimi, elevo la mia preghiera al Signore invocando sull'intera Famiglia de "L'Osservatore Romano" i doni copiosi e consolatori della divina assistenza, in pegno dei quali imparto con paterna benevolenza la mia benedizione apostolica.
Data: 1981-12-12
Sabato 12 Dicembre 1981
Titolo: Siate modello della vostra consacrazione per le giovani alle quali vi rivolgete
Carissime sorelle, Mentre rivolgo il mio ringraziamento alla nuova Madre Generale per le belle parole che a nome di tutte ha voluto indirizzarmi, saluto ciascuna di voi che siete venute a rendere visita al Vicario di Cristo, in occasione del XVII Capitolo Generale, tappa importante per la vita del vostro Istituto. Da esso, infatti, dovranno scaturire le nuove Costituzioni che, dopo l'approvazione dell'Autorità ecclesiastica vi saranno di sicuro orientamento per l'attuazione dei vostri ideali religiosi in questa società aperta sull'orizzonte del terzo millennio cristiano.
1. Dai tempi della Comunità di Mornese, dai primordi eroici e promettenti dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, è stato compiuto un lungo cammino, contrassegnato da prove e sacrifici, ma anche coronato da frutti consolanti e preziosi per la vostra Famiglia e per la Chiesa intera, dei quali vogliamo essere grati al Signore dal profondo dello spirito. Le circa duecento Figlie di Maria Ausiliatrice lasciate dalla santa Maria Domenica Mazzarello al momento della sua morte, di cui si celebra quest'anno il centenario, sono diventate più di diciasettemila, sparse in sessantadue Nazioni, su ogni Continente; e le Case, nell'arco di un secolo, sono passate da ventisei circa a quasi mille e cinquecento.
Alla prova dei fatti, suonano oggi profetiche le parole del Vescovo di Acqui di allora, Monsignor G. Sciandra, presente alla cerimonia della prima professione il 5 agosto 1872: "Vi è un cumulo di circostanze che dimostrano una speciale Provvidenza del Signore per questo nuovo Istituto". Oggi voi svolgete il vostro apostolato per la gioventù in tutti i settori della formazione, in ordine e grado e scuole, anche di livello universitario, come pure in campo missionario, sempre in sintonia con le finalità del carisma di fondazione. Di fronte ad un insieme tanto complesso di opere, nate dall'impulso di Don Bosco e dalla fedeltà ubbidiente di una giovane umile di origine e povera di cultura, ma ricca di Spirito Santo, mentre da una parte viene naturale di costatare che il dito di Dio è presente in tanta crescita, dall'altra è interpellata la vostra responsabilità nei confronti delle giovani di oggi, dei loro problemi e delle loro speranze. In altre parole, siete chiamate ad assicurare la continuità della vostra missione, diretta a coinvolgere anche le figlie di questa generazione nell'avventura meravigliosa di una vita secondo il Vangelo, missione che richiede da voi un animo pieno di gioia.
GPII 1981 Insegnamenti - Ai Vescovi della Calabria in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)