
GPII 1982 Insegnamenti - Ai Vescovi del Senegal in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Intensificate le iniziative per il dialogo con i non cristiani
Testo:
Cari fratelli nell'Episcopato.
Venendo in pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, avete desiderato ancora una volta dare testimonianza del carattere universale della Chiesa al quale i cristiani d'Africa tengono molto, ed io so bene quanto siate lieti della vostra comune presenza qui, intorno al caro Cardinale Thiandoum che vi accompagna in questa occasione.
1. Essenzialmente, vorrei incoraggiarvi a proseguire con tenacia l'opera di evangelizzazione e di efficace presenza che avete così generosamente intrapreso.
Essa è indispensabile per l'avvenire della Chiesa in Africa. E lo è altrettanto per la promozione dell'uomo africano nella difficile congiuntura in cui si trovano i paesi nel loro sforzo di sviluppo. Ed è attraverso di voi, che siete gli avveduti promotori di quest'opera, che desidero esprimere la mia profonda stima a tutti coloro che, in comunione con voi, svolgono una parte attiva in questa missione. Desidero che essi sappiano che la loro opera, le loro gioie e le loro pene sono note al Papa e che egli le ricorda nella sua preghiera.
2. Come nel caso di altre regioni d'Africa, sarebbe imperdonabile non menzionare i catechisti. La loro fede gioiosa, il loro zelo per il Vangelo mi fanno veramente pensare ai primi cristiani, nostri padri nella fede. A loro la Chiesa deve molto.
Essi devono essere sostenuti mediante una formazione adeguata alla rapida evoluzione delle mentalità e delle condizioni di vita del mondo d'oggi. Una tale formazione permetterà loro di mostrarsi veramente competenti nell'ambito urbano come in quello dei villaggi, e soprattutto, essa dovrà andare di pari passo ad un approfondimento spirituale e dottrinale.
3. In questo paese, in gran parte musulmano, voi siete tesi a ravvivare nei cristiani il senso dell'amicizia verso i non cristiani, una amicizia la cui sincerità si misura secondo l'efficacia dei gesti che essa suscita. Non voglio dilungarmi su questa importante questione del dialogo tra cristiani e musulmani che anche molto recentemente ho preso in esame nei miei incontri con i vostri confratelli dell'Africa del Nord. Desidero invece sottolineare l'importanza che riveste a questo proposito l'iniziativa che avete preso in comune, nell'ambito della Conferenza episcopale regionale dell'Africa dell'Ovest, creando una commissione speciale per promuovere questo dialogo. So che voi già cominciate a raccogliere i frutti di questa azione concertata: essa permette, a poco a poco, che si attui un reale rinnovamento della mentalità, che favorisca il benefico passaggio dall'ignoranza alla conoscenza della fede musulmana, dall'indifferenza all'apertura, dal rifiuto al dialogo.
4. Dopo i catechisti, vorrei ricordare tutti coloro, uomini e donne che, nella loro opera di insegnamento e di assistenza sociale e medica, tendono ad essere, per la loro competenza e la loro carità, i pionieri di quello spirito, auspicato dal Concilio Vaticano II. Esso deve infatti impregnare, non solo i sacerdoti e i missionari, ma anche tutti coloro che sono spinti a porsi al servizio degli altri, e soprattutto coloro che offrono la loro collaborazione all'assistenza ai bisognosi e all'educazione, o che forniscono un aiuto prezioso in tutto l'ambito della vita sociale, culturale o economica.
5. Ben inteso, è la comunità fraterna esistente tra i Vescovi ed i sacerdoti che permette alla Chiesa di rispondere alla sua missione. Dobbiamo poi avere una stima tutta particolare per ogni sacerdote, e soprattutto verso chi è più lontano, venuto dall'estero o nativo del paese, inviato in qualche lontano villaggio. La sua gioia, voi l'avete sperimentato, sta nel ricevere, il più frequentemente possibile, la visita e l'aiuto, materiale e spirituale, del proprio Vescovo, di poter intrattenersi con lui come con un fratello, su come meglio svolgere la sua missione tra coloro che a lui sono affidati.
Questa fraternità tra sacerdoti, missionari, sacerdoti "fidei donum" e africani, tra Vescovi e sacerdoti, non è forse esemplare per tutti, cristiani e non-cristiani? Lo è, come lo è anche la loro sollecitudine totalmente disinteressata. Onore e merito del sacerdote consistono nel donare totalmente se stesso a tutti, come nella semplicità e trasparenza della sua vita. Non è ancora questo stile di vita che costituisce un incoraggiamento per i giovani e le giovani a seguire le tracce dei sacerdoti e delle religiose che si sono fatti loro incontro?.
6. Il mio pensiero si volge poi a coloro che si preparano alla vita sacerdotale e religiosa. Vi auguro che possiate, grazie alla collaborazione dei sacerdoti e delle religiose veramente solleciti della loro maturazione spirituale, divenire capaci di aiutarli a formarsi retti criteri di giudizio, a partire da un insegnamento umano e teologico sostanziale, preparare per il futuro nuove leve dalle solide basi di cui il Senegal, come l'Africa intiera, hanno tanto bisogno.
So che in questo ambito, come in altri, voi apprezzate l'aiuto fraterno dei sacerdoti e delle religiose di altri paesi, e vi auguro che esso continui nella generosità, tanto più che le Chiese dalle quali essi provengono beneficiano largamente esse stesse di questo scambio.
Queste parole, troppo brevi per evocare convenientemente la ricchezza della Chiesa senegalese, vorrebbero inoltre esprimere il mio affetto verso tutti i vostri fedeli. Penso alle famiglie autenticamente cristiane che collaborano alla venuta del regno di Dio nella realtà quotidiana e che costituiscono per tutti un incoraggiamento, essendo un simbolo vivente dell'amore di Dio; penso anche alle famiglie che sperimentano maggiori difficoltà nel vivere questo ideale, ma che si sforzano generosamente di avvicinarvisi; penso a tutte le persone che conoscono la prova fisica o morale. Che tutti sperimentino l'amore, insieme esigente e misericordioso, della Chiesa! Prego lo Spirito Santo affinché doni loro la sua luce e la sua forza e di tutto cuore le benedico, impartendo a voi stessi, amati fratelli, la mia benedizione apostolica.
1982-01-26 Data estesa: Martedi 26 Gennaio 1982
Titolo: L'interpretazione paolina della dottrina della risurrezione
Testo:
1. Durante le precedenti Udienze abbiamo riflettuto sulle parole di Cristo circa "l'altro mondo", che emergerà insieme alla risurrezione dei corpi.
Quelle parole ebbero una risonanza singolarmente intensa nell'insegnamento di san Paolo. Tra la risposta data ai Sadducei, trasmessa dai Vangeli sinottici (cfr. Mt 22,30 Mc 12,25 Lc 20,35-36) e l'apostolato di Paolo ebbe luogo prima di tutto il fatto della risurrezione di Cristo stesso e una serie di incontri con il Risorto, tra i quali occorre annoverare, come ultimo anello, l'evento occorso nei pressi di Damasco. Saulo o Paolo di Tarso che, convertito, divenne l'"apostolo dei gentili", ebbe anche la propria esperienza post-pasquale, analoga a quella degli altri Apostoli. Alla base della sua fede nella risurrezione, che egli esprime soprattutto nella prima lettera ai Corinzi (cfr. c.15), sta certamente quell'incontro con il Risorto, che divenne inizio e fondamento del suo apostolato.
2. E' difficile qui riassumere e commentare adeguatamente la stupenda ed ampia argomentazione del 15° capitolo della prima lettera ai Corinzi in tutti i suoi particolari. E' significativo che, mentre Cristo con le parole riportate dai Vangeli sinottici rispondeva ai Sadducei, i quali "negano che vi sia la risurrezione" (Lc 20,27), Paolo, da parte sua, risponde o piuttosto polemizza (conformemente al suo temperamento) con coloro che lo contestano. Cristo, nella sua risposta (pre-pasquale) non faceva riferimento alla propria risurrezione, ma si richiamava alla fondamentale realtà dell'alleanza veterotestamentaria, alla realtà del Dio vivo, che è a base del convincimento circa la possibilità della risurrezione: il Dio vivo "non è un Dio dei morti ma dei viventi" (Mc 12,27).
Paolo nella sua argomentazione post-pasquale sulla futura risurrezione si richiama soprattutto alla realtà e alla verità della risurrezione di Cristo. Anzi, difende tale verità persino quale fondamento della fede nella sua integrità: "...Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede... Ora invece, Cristo è risuscitato dai morti" (1Co 15,14 1Co 15,20).
3. Qui ci troviamo sulla stessa linea della rivelazione: la risurrezione di Cristo è l'ultima e la più piena parola dell'autorivelazione del Dio vivo quale "Dio non dei morti ma dei viventi" (Mc 12,27). Essa è l'ultima e più piena conferma della verità su Dio che fin dal principio si esprime attraverso questa rivelazione. La risurrezione, inoltre, è la risposta del Dio della vita all'inevitabilità storica della morte, a cui l'uomo è stato sottoposto dal momento della rottura della prima alleanza, e che, insieme al peccato, è entrata nella sua storia. Tale risposta circa la vittoria riportata sulla morte, è illustrata dalla prima lettera ai Corinzi (cfr. c. 15) con una singolare perspicacia, presentando la risurrezione di Cristo come l'inizio di quel compimento escatologico, in cui per lui ed in lui tutto ritornerà al Padre, tutto gli sarà sottomesso, cioè riconsegnato definitivamente, perché "Dio sia tutto in tutti" (1Co 15,28). Ed allora - in questa definitiva vittoria sul peccato, su ciò che contrapponeva la creatura al Creatore - verrà anche vinta la morte: "L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (1Co 15,26).
4. In tale contesto sono inserite le parole che possono esser ritenute sintesi dell'antropologia paolina concernente la risurrezione. Ed è su queste parole che ci converrà soffermarci qui più a lungo. Leggiamo, infatti, nella prima lettera ai Corinzi 15, 42-46, circa la risurrezione dai morti: "Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale.
Se c'è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale".
5. Tra questa antropologia paolina della risurrezione e quella che emerge dal testo dei Vangeli sinottici (Mt 22,30 Mc 12,25 Lc 20,35-36), esiste una coerenza essenziale, solo che il testo della prima lettera ai Corinzi è maggiormente sviluppato. Paolo approfondisce ciò che aveva annunciato Cristo, penetrando, ad un tempo, nei vari aspetti di quella verità che nelle parole scritte dai sinottici era stata espressa in modo conciso e sostanziale. E' inoltre significativo per il testo paolino che la prospettiva escatologica dell'uomo, basata sulla fede "nella risurrezione dai morti", è unita con il riferimento al "principio" come pure con la profonda coscienza della situazione "storica" dell'uomo. L'uomo, al quale Paolo si rivolge nella prima lettera ai Corinzi e che si oppone (come i Sadducei) alla possibilità della risurrezione, ha anche la sua ("storica") esperienza del corpo, e da questa esperienza risulta con tutta chiarezza che il corpo è "corruttibile", "debole", "animale", "ignobile".
6. Un tale uomo, destinatario del suo scritto - sia nella comunità di Corinto sia pure, direi, in tutti i tempi - Paolo lo confronta con Cristo risorto, "l'ultimo Adamo". così facendo, lo invita, in un certo senso, a seguire le orme della propria esperienza post-pasquale. In pari tempo gli ricorda "il primo Adamo", ossia lo induce a rivolgersi al "principio", a quella prima verità circa l'uomo e il mondo, che sta alla base della rivelazione del mistero del Dio vivo. così, dunque, Paolo riproduce nella sua sintesi tutto ciò che Cristo aveva annunziato, quando si era richiamato, in tre momenti diversi, al "principio" nel colloquio con i Farisei (cfr. Mt 19,3-8 Mc 10,2-9); al "cuore" umano, come luogo di lotta con le concupiscenze nell'interno dell'uomo, durante il discorso della Montagna (cfr. Mt 5,27); e alla risurrezione come realtà dell'"altro mondo" nel colloquio con i Sadducei (cfr. Mt 22,30 Mc 12,25 Lc 20,35-36).
7. Allo stile della sintesi di Paolo appartiene quindi il fatto che essa affonda le sue radici nell'insieme del mistero rivelato della creazione e della redenzione, da cui essa si sviluppa e alla cui luce soltanto si spiega. La creazione dell'uomo, secondo il racconto biblico, è una vivificazione della materia mediante lo spirito, grazie a cui "il primo uomo Adamo... divenne un essere vivente" (1Co 15,45). Il testo paolino ripete qui le parole del libro della Genesi 2, 7, cioè del secondo racconto della creazione dell'uomo (cosiddetto: racconto jahvista). E' noto dalla stessa fonte che questa originaria "animazione del corpo" ha subito una corruzione a causa del peccato. Sebbene a questo punto della prima lettera ai Corinzi l'Autore non parli direttamente del peccato originale, tuttavia la serie di definizioni che attribuisce al corpo dell'uomo storico, scrivendo che è "corruttibile... debole... animale... ignobile...", indica sufficientemente ciò che, secondo la rivelazione, è conseguenza del peccato, ciò che lo stesso Paolo chiamerà altrove "schiavitù della corruzione" (Rm 8,21). A questa "schiavitù della corruzione" è sottoposta indirettamente tutta la creazione a causa del peccato dell'uomo, il quale fu posto dal Creatore in mezzo al mondo visibile perché "dominasse" (cfr. Gn 1,28). così il peccato dell'uomo ha una dimensione non solo interiore, ma anche "cosmica". E secondo tale dimensione, il corpo - che Paolo (in conformità alla sua esperienza) caratterizza come "corruttibile... debole... animale... ignobile..." - esprime in sé lo stato della creazione dopo il peccato. Questa creazione, infatti, "geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rm 8,22). Tuttavia, come le doglie del parto sono unite al desiderio della nascita, alla speranza di un uomo nuovo, così anche tutta la creazione attende "con impazienza la rivelazione dei figli di Dio... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm 8,19-21).
8. Attraverso tale contesto "cosmico" dell'affermazione contenuta nella lettera ai Romani - in certo senso, attraverso il "corpo di tutte le creature" - cerchiamo di comprendere fino in fondo l'interpretazione paolina della risurrezione. Se questa immagine del corpo dell'uomo storico, così profondamente realistica e adeguata all'esperienza universale degli uomini, nasconde in sé, secondo Paolo, non soltanto la "schiavitù della corruzione", ma anche la speranza, simile a quella che accompagna "le doglie del parto", ciò avviene perché l'Apostolo coglie in questa immagine anche la presenza del mistero della redenzione. La coscienza di quel mistero si sprigiona appunto da tutte le esperienze dell'uomo che si possono definire come "schiavitù della corruzione"; e si sprigiona, perché la redenzione opera nell'anima dell'uomo mediante i doni dello Spirito: "...Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Rm 8,23). La redenzione è la via alla risurrezione. La risurrezione costituisce il definitivo compimento della redenzione del corpo.
Riprenderemo l'analisi del testo paolino nella prima lettera ai Corinzi nelle nostre ulteriori riflessioni.
I Corinzi erano probabilmente travagliati da correnti di pensiero improntate al dualismo platonico e al neopitagorismo di sfumatura religiosa, allo stoicismo ed all'epicureismo; tutte le filosofie greche, del resto, negavano la risurrezione del corpo. Paolo aveva già sperimentato ad Atene la reazione dei Greci alla dottrina della risurrezione, durante il suo discorso all'Areopago (cfr. 17,32).
[Omissis. Seguono i saluti in altre lingue: francese, inglese, tedesca, spagnola, portoghese] Ai gruppi arrivati da diverse parti d'Italia.
Mi è caro rivolgere un saluto cordiale ai molti gruppi di lingua italiana qui presenti.
Ricordo anzitutto i partecipanti al "Corso Ignaziano" per Direttori e Promotori di Esercizi, per Formatori e Direttori Spirituali; come pure tutti i partecipanti alla "Settimana di Spiritualità Salesiana". In consonanza con la Liturgia della scorsa domenica, il Signore Gesù sia centro di una vita conforme alle attese di Dio. Imploriamo dal Padre la grazia di vivere "nel nome del suo diletto Figlio", cioè sotto il suo impulso, nella sua luce, per recare "frutti generosi di opere buone".
Tale invito all'unione di sentimenti con Cristo Signore (cfr. Ph 2,5), lo rivolgo anche ai fedeli delle parrocchie romane di san Marco evangelista in Agro Laurentino, e del santissimo Nome di Maria. I primi commemorano il trentesimo anniversario della loro parrocchia; gli altri vogliono concludere col Vicario di Cristo le giornate di riflessione organizzate dai Padri Marianisti, a cui è affidata la loro cura spirituale. Cari fedeli, nella gioia di una autentica testimonianza cristiana, crescete come comunità di fede e di scambievole amore, per il bene dell'intera famiglia parrocchiale.
Un pensiero dirigo ora ai giovani ed in particolare al Gruppo del "Movimento GEN 2" dei Focolari, riunito a Rocca di Papa per un Congresso. Con loro saluto i duemila studenti qui presenti, che frequentano scuole di ogni ordine e grado. Cari giovani, siate fieri della vostra appartenenza a Cristo che comporta anche una grave responsabilità: personale, per la vostra vita ed il vostro futuro; sociale, per la giustizia, per la pace, e soprattutto per la difesa dei più alti valori morali e per l'autentico bene comune. Vi raccomando all'intercessione di sant'Angela Merici, che oggi festeggiamo e che nell'Italia del Rinascimento tanto si adopero per la gioventù, con atteggiamento di "carità sapiente e coraggiosa" (Liturgia).
Ed ora un saluto cordialissimo al Gruppo Sportivo "GIS", che vanta una bella tradizione nel ciclismo professionistico, con un complesso di maestranze sparse in tutta Italia. Cari giovani sportivi, mediante il sano esercizio sportivo, coltivate l'integrazione delle forze fisiche con quelle spirituali, perché è lo spirito che dà luce e "sprint" alla vita, e vi fa essere bravi sportivi, bravi cittadini e bravi cristiani.
Infine saluto affettuosamente gli ammalati, e, come sempre, li invito alla fiducia amorosa nel Signore, mentre assicuro loro il mio costante ricordo nella preghiera. Ai novelli Sposi porgo i più fervidi auguri di serena prosperità nel Signore, mentre a tutti imparto la mia benedizione.
La preghiera alla Vergine di Jasna Gora "Sii con noi come noi siamo con te".
Ho ricevuto dalla Polonia una lettera scritta prima di Natale; una lettera di persone internate a causa del decreto di "stato di guerra".
Ho letto questa lettera con profonda attenzione e commozione, perché era tanto piena di contenuto umano, cristiano, polacco.
E alla fine - quasi un invito a partecipare alla comune veglia natalizia - vi erano le parole "sii con noi, come noi siamo con te".
Ho accolto questo invito, queste parole, con tutto il cuore e, al tempo stesso, le indirizzo a te, Signora di Jasna Gora e Madre della nazione polacca.
Come potrei altrimenti rispondere a questa lettera e a tante, tante altre non scritte? Sii con noi! Sii con loro! Con i detenuti condannati all'isolamento forzato, senza processo. Con tutti coloro che soffrono a causa dell'imprigionamento dei loro cari.
Oh Madre! Ben ricordi che anche tu sei stata "imprigionata": un tempo è stata imprigionata la tua immagine di Jasna Gora durante l'itinerario della peregrinazione in tutta la Polonia, ma è poi tornata in libertà.
Madre, ti supplico affinché tornino in libertà tutti coloro ai quali è stata ingiustamente tolta.
Benedico con tutto il cuore anche il gruppo dei miei connazionali qui presenti.
Sia lodato Gesù Cristo.
1982-01-27 Data estesa: Mercoledi 27 Gennaio 1982
Titolo: La salvaguardia dei valori morali impegno imprescindibile per il bene comune
Testo:
Onorevole Presidente ed illustri Membri della Giunta Regionale del Lazio!
1. Sono lieto di poter oggi soddisfare il desiderio da voi manifestatomi per il cortese tramite del signor Presidente, riservandovi questo incontro che ha carattere augurale nell'atmosfera del nuovo anno, da poco incominciato. Sapete bene come, ogni volta che mi è dato di accostare persone che siano costituite in autorità a qualsiasi livello, viva è la mia attesa e grande è la mia soddisfazione per l'opportunità che mi si offre di conoscere più da vicino gli uomini ed, attraverso di essi, i problemi ed i fatti, che possono interessare - e tanto spesso effettivamente interessano - il settore religioso-morale. Ma oggi, evidentemente, maggiore è per me siffatta soddisfazione ed attesa, perché con la stessa vostra presenza portate dinanzi a me l'immagine ben precisa e definita della Regione Laziale, della quale è capoluogo la nostra Roma.
"Nostra", dico, perché questa è la città di cui, per arcana disposizione della Provvidenza divina, sono Vescovo, onde anche la circostante regione, che ne costituisce la naturale area di pertinenza e di espansione, interessa e sollecita direttamente, prima delle altre regioni, il mio personale impegno di Pastore. Si, come Roma anche il Lazio posso io considerare e chiamare "nostro", nel senso di un prioritario e quasi preferenziale riguardo che debbo avere per esso come suo Arcivescovo metropolita. Appartenenza dunque, quella di Roma e del Lazio, di ordine spirituale ed ecclesiale, il che vuol dire cura più attenta, speciale sollecitudine e, soprattutto, più generoso amore per le persone che vi abitano.
2. Ma il Lazio e Roma sono anche "vostri" sotto un aspetto certamente diverso, ma pure importante e pieno di responsabilità. Già - come è noto - l'ordinamento regionale ha ampliato competenze e poteri, accrescendo così i relativi doveri per quanto attiene al governo amministrativo della Regione, e la Giunta, che voi costituite, ha precise funzioni direttive e decisionali in ordine allo sviluppo, alla tutela, alla promozione di determinati settori della vita pubblica. Non sta certamente a me ricordare quali siano i settori di vostra competenza, né dare indicazioni di carattere tecnico-operativo per ciascuno di essi. Ma pure la specifica natura pastorale del mio servizio mi suggerisce qualche breve richiamo di ordine generale, che tocca il modo, lo stile e - diro meglio - la deontologia stessa del comportamento di chi è preposto a funzioni pubbliche. Si suol parlare, a questo proposito, di un agire o di un procedere che, come in linea oggettiva, così anche in linea soggettiva, cioè dal punto di vista di colui o di coloro che agiscono, sia costantemente ispirato alla pubblica utilità.
Ora, è facile rilevare come una tale "adesione" alla pubblica utilità sia un'esigenza morale, la quale rientra in quella più vasta nozione del bene comune, che è inseparabile e immanente in ogni forma di vita associata. Per questo, il bene comune - nel quale i valori etici e religiosi, tanto profondamente sentiti dalla regione laziale, occupano un posto certamente non secondario - deve costituire il punto di riferimento ed il criterio orientativo nelle scelte da fare, nelle decisioni da prendere, nelle opere da promuovere, nelle necessarie riforme da avviare. Il mio auspicio è appunto che questo rapido accenno, da me fatto oggi dinanzi a voi, possa esservi di stimolo e di conforto nel vostro lavoro di pubblici amministratori. Pur nel variare dei problemi e delle circostanze, pur in mezzo alle difficoltà che ogni impegno civico comporta, sia la visione, anzi la cura del bene comune la regola suprema del vostro operare, per attingere linearità, chiarezza, esemplarità. Sia questa cura costante l'elemento che trasforma il vostro impegno di amministratori in effettivo servizio ai concittadini ed ai corregionali. E' un onore, infatti, ma anche un onere essere servitori di Roma e del Lazio!
3. Per questo mi ha fatto piacere avvertire adesso, nel nobile indirizzo pronunciato dal signor Presidente, l'eco di questa stessa preoccupazione ed impegno per il bene comune. Ho seguito, infatti, con non poca attenzione i riferimenti ai problemi di emergente attualità, quali il terrorismo, la droga, la disoccupazione, specialmente quella dei giovani in cerca del primo impiego; ed ancora la casa e gli spinosi nodi di tante aree urbane e periferiche. Come non condividere l'ansia, da voi manifestata, per una situazione difficile e complessa, che coinvolge minacciosamente valori fondamentali in ogni civile ed ordinata convivenza? Il Pastore della Chiesa, per la missione stessa che gli è stata affidata da Cristo, non può restare insensibile di fronte alle ambasce di tante famiglie, su cui grava l'incertezza del domani, quando non già il peso di opprimenti ristrettezze nel presente.
Vorrei, pertanto, rinnovare anche in questa circostanza l'assicurazione della sincera collaborazione, con cui l'Autorità ecclesiastica, nell'ambito della sua competenza, intende venire in aiuto ad ogni opportuna iniziativa, volta a far fronte alle accennate difficoltà. Mi preme, tuttavia, sottolineare come presupposto insostituibile di qualsiasi azione mirante al risanamento dei mali di cui soffre l'odierna società sia la salvaguardia dei valori morali, che devono alimentare quell'impegno personale e comunitario di cui ho parlato prima.
4. Scambiarsi voti augurali, come è costume fare all'inizio di ogni anno, significa aprire reciprocamente l'animo all'amicizia, alla comprensione, alla fraternità; significa, in una parola, sintonizzarsi interiormente con valori caratteristici di quella fede cristiana, che non solo ha plasmato il costume, ma che ha anche creato - è la parola esatta - un'intera civiltà. La nascita del Figlio di Dio, uomo tra gli uomini, uomo per gli uomini, - è il mistero che abbiamo contemplato or non è molto - ha avuto l'arcano potere di elevare la coscienza degli uomini ai problemi più alti che toccano le radici stesse della vita, facendo risuonare nei loro cuori l'annuncio angelico della gloria da rendere a Dio e della pace da instaurare nel mondo (cfr. Lc 2, Lc 2,14).
E' a questo comune e prezioso patrimonio di speranza e di fede che io desidero richiamarvi, illustri Signori della Giunta del "nostro" Lazio, perché più fervido e personale sia l'augurio che, anche per il nuovo anno, porgo a ciascuno di voi e, per vostro tramite, ai vostri figlioli ed alle vostre spose. Io prego non solo perché il Signore sempre vi assista nel vostro lavoro di pubblici amministratori, ma perché voglia, altresi, benedire i vostri focolari domestici, tenendovi costantemente accesa la fiamma dell'amore cristiano.
1982-01-28 Data estesa: Giovedi 28 Gennaio 1982
Titolo: Il vostro compito a servizio dell'amore è di riconoscere il pieno valore del matrimonio
Testo:
Signor Decano, cari Prelati e Officiali.
1. Sono lieto che l'inaugurazione del nuovo anno giudiziario del Tribunale della Sacra Romana Rota mi offra l'occasione di incontrarmi ancora una volta con voi, che con tanto impegno e qualificata competenza svolgete il vostro lavoro a servizio della Sede Apostolica.
Questo incontro tradizionale riveste quest'anno una nota particolare perché nel giorno di oggi - come è noto - entrano in vigore le "Novae Normae" che - dopo l'attento studio di revisione che era stato fatto delle precedenti disposizioni - ho ritenuto di approvare per il vostro Tribunale e che auspico possano rendere più proficua l'opera da voi svolta con preparazione giuridica e spirito sacerdotale per il bene della Chiesa.
Vi saluto con affetto e vi esprimo il mio vivo apprezzamento per tutta la vostra opera. In particolare, rivolgo il mio cordiale saluto al signor Decano uscente, Monsignor Enrico Ewers, ed al suo successore; ad ambedue assicuro il mio ricordo al Signore, perché sia lui a ricompensare l'uno per il lungo lavoro compiuto con generosa dedizione e ad assistere l'altro nell'incarico che da oggi inizia.
2. Mi è caro richiamare la vostra attenzione sull'esortazione apostolica "Familiaris Consortio" nella quale ho raccolto il frutto delle riflessioni sviluppate dai Vescovi nel corso del Sinodo del 1980.
Infatti, se questo recente documento s'indirizza a tutta la Chiesa per esporre i compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi, esso interessa da vicino anche la vostra attività, che si svolge per lo più nell'ambito della famiglia, del matrimonio e dell'amore coniugale. Il peso del vostro ruolo si misura dall'importanza delle decisioni, che voi siete chiamati a prendere con senso di verità e di giustizia, in vista del bene spirituale delle anime, in riferimento al giudizio supremo di Dio: "solum Deum prae oculis habentes".
3. Affidando a ciascuno di voi questo compito ecclesiale, Dio vi chiede di proseguire così, attraverso l'opera vostra, l'opera di Cristo, di prolungare il ministero apostolico con l'esercizio della missione a voi affidata e dei poteri a voi trasmessi; perché voi lavorate, studiate, giudicate, in nome della Sede Apostolica. Lo svolgimento di tali attività, pertanto, deve essere adeguato alla funzione dei giudici, ma investe anche quella dei loro collaboratori. In questo momento penso al compito, così difficile, degli avvocati, i quali renderanno ai loro clienti servizi migliori nella misura in cui si sforzeranno di rimanere entro la verità, l'amore della Chiesa, l'amore di Dio. La vostra missione, dunque, è prima di tutto un servizio dell'amore.
Di questo amore il matrimonio è realtà e segno misterioso. "Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso tempo all'amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale d'amore" (FC 11).
Segno misterioso, il matrimonio lo è come sacramento: un legame indissolubile unisce gli sposi, come in un solo amore sono uniti Cristo e la Chiesa (cfr. Ep 5,32-33).
Secondo il disegno di Dio, il matrimonio trova la sua pienezza nella famiglia, di cui è origine e fondamento; e il dono mutuo degli sposi sboccia nel dono della vita, ossia nella generazione di coloro che, amando i loro genitori, ridicono ad essi il loro amore e ne esprimono la profondità (cfr. FC 14).
Il Concilio ha visto il matrimonio come patto di amore (GS 48). Questo patto "suppone la scelta cosciente e libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono l'intima comunità di vita e d'amore, voluta da Dio stesso" (FC 11). Parlando qui di amore, noi non possiamo ridurlo ad affettività sensibile, ad attrazione passeggera, a sensazione erotica, a impulso sessuale, a sentimento d'affinità, a semplice gioia di vivere.
L'amore è essenzialmente dono. Parlando di atto di amore il Concilio suppone un atto di donazione, unico e decisivo, irrevocabile come lo è un dono totale, che vuole essere e restare mutuo e fecondo.
4. Per comprendere pienamente il senso esatto del consenso matrimoniale, dobbiamo lasciarci illuminare dalla rivelazione divina. Il consenso nuziale è un atto di volontà che significa e comporta un dono mutuo, che unisce gli sposi tra di loro e insieme li lega ai loro eventuali figli, con i quali essi costituiscono una sola famiglia, un solo focolare, una "chiesa domestica" (LG 11).
Visto così il consenso matrimoniale è un impegno in un vincolo di amore dove, nello stesso dono, si esprime l'accordo delle volontà e dei cuori per realizzare tutto quello che è e significa il matrimonio per il mondo e per la Chiesa.
5. C'è di più. Per noi, il consenso nuziale è un atto ecclesiale. Esso fonda la "Chiesa domestica" e costituisce una realtà sacramentale dove si uniscono due elementi: un elemento spirituale come comunione di vita nella fede, nella speranza e nella carità; e un elemento sociale come società organizzata, gerarchizzata, cellula vivente della società umana, elevata alla dignità del "sacramentum magnum", la Chiesa di Cristo, dove essa si inserisce come Chiesa domestica (cfr. LG 11). Sicché nella famiglia fondata sul matrimonio bisogna riconoscere in una certa misura la stessa analogia della Chiesa totale con il mistero del Verbo incarnato, dove in una sola realtà si uniscono il divino e l'umano, la Chiesa terrestre e la Chiesa in possesso dei beni celesti, una società ordinata gerarchicamente e il Corpo mistico di Cristo (cfr. LG 8).
6. Il Concilio ha sottolineato l'aspetto della donazione. E allora conviene soffermarsi qui un momento, per cogliere più in profondità il significato dell'atto del donarsi in oblazione totale con un consenso che, se si colloca nel tempo, assume un valore d'eternità. Un dono, se vuole essere totale, deve essere senza ritorno e senza riserve. perciò, nell'atto, col quale la donazione si esprime, noi dobbiamo accettare il valore simbolico degli impegni assunti. Colui che si dona, lo fa con la consapevolezza d'obbligarsi a vivere il suo dono all'altro; se egli all'altro concede un diritto, è perché ha la volontà di donarsi; e si dona con l'intenzione di obbligarsi a realizzare le esigenze del dono totale, che liberamente ha fatto. Se sotto il profilo giuridico questi obblighi sono più facilmente definiti, se vengono espressi più come un diritto che si cede che, come un obbligo che si assume, è pur vero che il dono non è che simbolizzato dagli impegni di un contratto, il quale esprime sul piano umano gli impegni inerenti ad ogni consenso nuziale vero e sincero. E' così che si giunge a comprendere la dottrina conciliare, così da consentirle di recuperare la dottrina tradizionale per collocarla in una prospettiva più profonda ed insieme più cristiana.
Tutti questi valori vengono non soltanto ammessi, affinati e definiti dal diritto ecclesiastico, ma anche difesi e protetti. Ciò costituisce, peraltro, la nobiltà della sua giurisprudenza e la forza delle norme che essa applica.
7. Ora, non è puramente immaginario, soprattutto oggi, il pericolo di vedere messo in discussione il valore globale di tale consenso, per il fatto che alcuni elementi che lo costituiscono, che ne sono l'oggetto o che ne esprimono la realizzazione, sono sempre più spesso distinti o addirittura separati, a seconda dell'attenzione che vi portano specialisti in campi diversi o la specificità propria delle diverse scienze umane. Sarebbe inconcepibile che il consenso in quanto tale fosse respinto per sopravvenuta mancanza di fedeltà. Senza dubbio il problema della fedeltà costituisce spesso la croce degli sposi.
Vostro primo compito a servizio dell'amore sarà, dunque, riconoscere il pieno valore del matrimonio, rispettare nel miglior modo possibile la sua esistenza, proteggere coloro che esso ha uniti in una sola famiglia. Sarà soltanto per motivazioni valide, per fatti provati che si potrà mettere in dubbio la sua esistenza, e dichiararne la nullità. Il primo dovere che su voi incombe è il rispetto dell'uomo che ha dato la sua parola, ha espresso il suo consenso e ha fatto così dono totale di se stesso.
8. Indubbiamente, la natura umana in seguito al peccato è stata sconvolta, ferita; essa tuttavia non è stata pervertita; essa è stata risanata dall'intervento di Colui che è venuto a salvarla e ad elevarla fino alla partecipazione della vita divina. Ora, in verità, sarebbe demolirla, il ritenerla incapace d'un impegno vero, d'un consenso definitivo, d'un patto di amore che esprime quello che essa è, d'un sacramento istituito dal Signore per guarirla, fortificarla, elevarla per mezzo della sua grazia.
E così, allora, è nel quadro della prospettiva ecclesiale del sacramento del matrimonio che va collocato il progresso della scienza umana, le sue ricerche, i suoi metodi e i suoi risultati. La continuità dei suoi sforzi mette anche in rilievo la fragilità di alcune delle sue conclusioni anteriori o di ipotesi di lavoro di cui non si sono potute conservare le valutazioni.
Per tali ragioni il giudice, nell'emettere la sentenza, resta in definitiva il responsabile di quel lavoro comune, di cui ho parlato all'inizio. La decisione dovrà essere presa nella prospettiva globale già ricordata, e che l'esortazione apostolica "Familiaris Consortio" ha voluto mettere maggiormente in luce.
Mentre è in corso l'esame sulla validità di un vincolo matrimoniale, e si ricerca l'esistenza di ragioni che possano condurre alla eventuale dichiarazione di nullità, il giudice resta a servizio dell'amore, sottomesso al diritto divino, attento ad ogni consiglio o perizia seria. Sarebbe estremamente dannoso se a decidere fosse in definitiva l'uno o l'altro esperto, col rischio di vedere giudicata la causa secondo uno solo dei suoi aspetti.
Di qui scaturisce la necessità di riconoscere nel giudice il peso della sua funzione, l'importanza della sua responsabile autonomia di giudizio, l'esigenza del suo consenso ecclesiale e della sua sollecitudine per il bene delle anime. E non perché in materia matrimoniale una sentenza può sempre essere impugnata per sopravvenienti nuove gravi motivazioni, non per questo egli si sentirà spinto a mettere meno diligenza a prepararla, meno fermezza ad esprimerla, meno coraggio ad emetterla.
9. In questa luce, si ha modo di apprezzare sempre di più la particolare responsabilità del "defensor vinculi". Suo dovere non è quello di definire a ogni costo una realtà inesistente, o di opporsi in ogni modo a una decisione fondata, ma, come si espresse Pio XII, egli dovrà fare delle osservazioni "pro vinculo, salva semper veritate" ("Discorso agli Uditori della Sacra Romana Rota": AAS 36 [1944] 285). Si notano a volte tendenze che purtroppo tendono a ridimensionare il suo ruolo. La stessa persona poi non può esercitare due funzioni contemporaneamente, essere giudice e difensore del vincolo. Solo una persona competente può assumere una tale responsabilità; e sarà grave errore considerarla di minore importanza.
10. Il "Promotor iustitiae", sollecito del bene comune, agirà anche lui nella prospettiva globale del mistero dell'amore vissuto nella vita familiare; allo stesso modo, se egli sentirà il dovere di avanzare una richiesta di dichiarazione di nullità, lo farà dietro la spinta della verità e della giustizia; non per accondiscendere, ma per salvare.
11. Nella stessa prospettiva della globalità della vita familiare, infine, è necessario auspicare una sempre più attiva collaborazione degli avvocati ecclesiastici.
La loro attività deve essere al servizio della Chiesa; e pertanto va vista quasi come un ministero ecclesiale. Deve essere un servizio all'amore, che richiede dedizione e carità soprattutto a favore dei più sprovvisti e dei più poveri.
12. A conclusione di questo incontro, desidero esortarvi a collaborare, "cordialmente e coraggiosamente, con tutti gli uomini di buona volontà, che vivono con la loro responsabilità al servizio della famiglia" ("Familiaris Consortium", 86), in modo tutto speciale voi, che ne dovete riconoscere la base e il fondamento nel consenso nuziale, sacramento di amore, segno dell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa, sua Sposa, e che è, per l'umanità intera, una rivelazione della vita di Dio e l'introduzione alla vita trinitaria dell'Amore divino.
Nell'invocare il Signore di assistervi nella vostra missione al servizio dell'uomo salvato da Cristo, nostro Redentore, vi imparto di cuore la mia benedizione propiziatrice della grazia del Dio dell'Amore.
1982-01-28 Data estesa: Giovedi 28 Gennaio 1982
GPII 1982 Insegnamenti - Ai Vescovi del Senegal in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)