
GPII 1982 Insegnamenti - L'omelia alla Messa nella parrocchia dei santi Marcellino e Pietro - Roma
Titolo: Per essere cristiani oggi serve la stessa fede degli apostoli
Testo:
1. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto! (cfr. Ps 4,7) Con tali parole prega la Chiesa nell'odierna liturgia. Chiede la luce divina. Chiede il dono di conoscere la Verità. Chiede la fede.
La fede è la conoscenza della Verità, che nasce dalla testimonianza di Dio stesso.
Al centro della nostra fede si trova la risurrezione di Cristo, mediante la quale Dio stesso ha reso testimonianza al Crocifisso. La testimonianza del Dio Vivo ha confermato nella risurrezione la verità del Vangelo, che Gesù di Nazaret proclamava. Ha confermato la verità di tutte le sue opere e di tutte le sue parole. Ha confermato la verità della sua missione. La risurrezione ha dato la definitiva e più completa espressione di quella potenza messianica, che era in Gesù Cristo. Veramente egli è l'inviato da Dio. E divina è la parola che proviene dalle sue labbra.
Quando, oggi, terza domenica di Pasqua, invochiamo: "risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto" (cfr. Ps 4,7), chiediamo che mediante la risurrezione di Cristo si rinnovi in noi la fede, che illumina le vie della nostra vita e le indirizza verso il Dio Vivo.
2. Contemporaneamente, la liturgia dell'odierna domenica ci indica come si costruiva - e continua a costruirsi - questa fede, la quale, essendo un vero dono di Dio, ha al tempo stesso la sua umana dimensione e forma.
La risurrezione di Gesù di Nazaret è la principale sorgente di irradiazione di questa luce, dalla quale si sviluppa in noi la conoscenza della Verità rivelata da Dio. La conoscenza e l'accettazione di essa come verità divina.
Per formare l'umana dimensione di fede, Cristo stesso ha scelto tra gli uomini i testimoni della risurrezione. Questi testimoni dovevano diventare coloro che, sin dall'inizio erano a lui legati come discepoli, tra i quali lui solo aveva scelto i Dodici facendoli suoi apostoli.
Anche a loro Gesù di Nazaret, a loro che erano testimoni della sua morte in croce, appariva vivo dopo la sua risurrezione. Con loro parlava e in diversi modi li convinceva dell'identità della sua persona, della realtà del suo corpo umano.
"Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho" (Lc 24,38-39).
Così parlava loro quando "stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma" Lc 24,37).
"Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangio davanti a loro" (Lc 24,41-43).
Così si formava la schiera dei testimoni della risurrezione. Furono gli uomini che personalmente conobbero Cristo, ascoltarono le sue parole, videro le sue opere, vissero la sua morte in croce e, in seguito, lo videro vivo e si intrattennero con lui come con un vivo, dopo la risurrezione.
3. Quando questi uomini, gli apostoli e i discepoli del Signore, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo cominciarono a parlare pubblicamente di Cristo, quando cominciarono ad annunziarlo agli uomini (prima a Gerusalemme) innanzitutto si richiamarono ai fatti comunemente conosciuti.
Lo "avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo - così diceva Pietro agli abitanti di Gerusalemme - voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino" (cioè Barabba)! (Ac 3,13-14). Dagli eventi riguardanti la morte di Cristo l'oratore passa alla Risurrezione: "...avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" (Ac 3,15).
Pietro prende la parola da solo - ma al tempo stesso parla a nome di tutto il collegio apostolico: "siamo testimoni" (Ac 3,15). Ed aggiunge: "Ora fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi" (Ac 3,17).
4. Dalla descrizione degli eventi, dalla testimonianza della risurrezione, l'apostolo passa all'esegesi profetica.
A tale esegesi della morte e della risurrezione i suoi discepoli erano stati preparati da Cristo stesso. Ne abbiamo la prova nell'incontro descritto dall'odierno Vangelo (secondo Luca). Il Risorto dice ai discepoli: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (Lc 24,44).
"...E disse: così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni" (Lc 24,46-48).
E l'evangelista aggiunge: "Allora apri loro la mente all'intelligenza delle Scritture" (Lc 24,45).
Dal discorso di Pietro desunto dagli Atti degli Apostoli, che leggiamo nell'odierna liturgia, si vede quanto efficace sia stata questa "apertura della loro mente".
Pietro, dopo aver presentato gli avvenimenti collegati con la morte e la risurrezione di Cristo continua: "Dio pero ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto.
Pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati..." (Ac 3,18-20).
Troviamo in queste parole dell'apostolo la chiara eco delle parole di Cristo: dell'illuminazione, che i discepoli hanno sperimentato nell'incontro con il Signore Risorto.
Così dunque si edificava la fede della prima generazione dei confessori di Cristo: della generazione dei discepoli degli apostoli. Germogliava direttamente dalla dichiarazione dei testimoni oculari della Croce e della Risurrezione.
5. Che cosa vuol dire essere cristiano? Vuol dire: continuare ad accettare la testimonianza degli Apostoli, testimoni oculari. Vuol dire: credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere e dalle parole del Signore Risorto.
Scrive l'apostolo Giovanni (è questa la seconda lettura dell'odierna liturgia): "Da questo sappiamo d'averlo conosciuto (cioè Cristo) se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto" (1Jn 2,3-5).
L'apostolo parla di fede viva. La fede è viva mediante le opere che sono ad essa conformi. Sono queste le opere di carità. La fede è viva mediante l'amore di Dio. L'amore si esprime nell'osservanza dei comandamenti. Non ci può essere contraddizione tra la conoscenza ("lo conosco") e l'azione di un confessore di Cristo. Solo colui che completa la sua fede con le opere rimane nella verità.
Così dunque l'apostolo Giovanni si rivolge ai destinatari della sua prima lettera con l'affettuosa parola "figlioli", e li invita "a non peccare" (cfr.2,1). Contemporaneamente pero scrive: "Ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati: non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo" (1Jn 2,1s).
Giovanni, apostolo ed evangelista, proclama nelle parole della sua lettera, scritta verso la fine del I secolo, la stessa verità, che Pietro proclamava poco dopo l'ascensione del Signore. E' questa la verità sulla conversione e sulla remissione dei peccati con la forza della morte e della risurrezione di Cristo.
6. Che cosa vuol dire essere cristiano? Essere cristiano - oggi allo stesso modo come allora, nella prima generazione dei confessori di Cristo - vuol dire continuare ad accettare la testimonianza degli apostoli, testimoni oculari. Vuol dire credere con la stessa fede, che è nata in loro dalle opere e dalle parole di Cristo, confermate con la sua morte e la risurrezione.
Anche noi, appartenenti alla presente generazione di confessori di Cristo, dobbiamo chiedere di avere la stessa esperienza dei due discepoli di Emmaus: "Signore Gesù, facci comprendere le Scritture; che ci arda il cuore nel petto quando ci parli" (cfr. Lc 24,32).
Che "arda il cuore"!: perché la fede non può essere solo un freddo calcolo dell'intelletto. Essa deve essere vivificata dall'amore. Viva mediante le opere in cui si esprime la verità rivelata da Dio come verità interiore dell'uomo.
Allora anche noi - anche se non siamo stati testimoni oculari delle opere e delle parole, della morte e della risurrezione - ereditiamo dagli Apostoli la loro testimonianza. E noi stessi diventiamo anche testimoni di Cristo.
Essere cristiano è essere anche testimone di Cristo.
7. Allora anche la fede - la fede viva - si forma come un dialogo tra il Dio Vivo e l'uomo vivo; di tale dialogo troviamo alcune espressioni nel Salmo dell'odierna liturgia: "Quando ti invoco, rispondimi, Dio, / mia giustizia: / dalle angosce mi hai liberato; / pietà di me, ascolta la mia preghiera" (4,2). "...il Signore mi ascolta quando lo invoco. / Tremate e non peccate, / sul vostro giaciglio riflettete e placatevi. / Offrite sacrifici di giustizia / e confidate nel Signore. / Molti dicono: "Chi ci farà vedere il bene?" / Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. / Hai messo più gioia nel mio cuore / di quando abbondano vino e frumento. / In pace mi corico e subito mi addormento: / tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare" (4,4-9).
E lo stesso salmista aggiunge: "Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele" (4,4).
8. Cari fratelli e sorelle, accogliete questa meditazione sulla Parola di Dio dell'odierna Liturgia, che faccio insieme con voi, in occasione della Visita pastorale nella vostra parrocchia dei santi Marcellino e Pietro, dedicata a due gloriosi Martiri, l'uno presbitero, l'altro esorcista, che furono decapitati per la fede cristiana sotto l'imperatore Diocleziano agli inizi del quarto secolo.
Il mio cordiale ed affettuoso saluto si rivolge al vostro parroco, Monsignor Franco Coppari, ed ai sacerdoti suoi collaboratori, che con tanto zelo si dedicano alla cura pastorale di questa zona; un saluto anche ai religiosi ed alle religiose, che con la loro presenza operosa danno nell'ambito della Comunità parrocchiale una edificante testimonianza: i Fratelli delle Scuole Cristiane dell'Istituto "Pio XII"; i Padri Cavanis; i Padri Scalabriniani; le Suore della Sacra Famiglia di Bergamo; le Suore Rosarie di Udine; le Figlie di san Camillo; le Cooperatrici Oblate Missionarie dell'Immacolata.
Un saluto alle più di 3.500 famiglie ed ai 15.000 fedeli della parrocchia; ai membri dell'Oratorio maschile e femminile; dell'Agesci Roma 97; al Gruppo Liturgico; al Gruppo Vincenziano e Caritativo; al Gruppo Giovanile; al Gruppo Catechisti; al Gruppo Missionario; a quello dell'Apostolato della Preghiera ed ai membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale.
Un pensiero di augurio, nel nome di Cristo Risorto, al padri ed alle madri, ai giovani ed alle giovani, ai ragazzi ed alle ragazze, ai bambini ed alle bambine, agli anziani ed agli ammalati.
A tutti e singoli i fedeli di questa parrocchia l'espressione del mio paterno affetto! E permettetemi, cari parrocchiani, di concludere con le parole di quell'apostolo che fu il primo Pastore della Chiesa in questa Roma: "Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri Padri ha glorificato il suo servo Gesù: Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" (Ac 3,13 Ac 3,15).
"O Signore! Risplenda su di noi la luce del tuo volto!" (cfr. Ps 4,7).
Amen.
1982-04-25 Data estesa: Domenica 25 Aprile 1982
Titolo: Promuovere lo sviluppo qualitativo dell'uomo
Testo:
Signore, Signori.
1. Sono felice di ricevere di nuovo il vostro gruppo, che ha praticamente la responsabilità della Fondazione internazionale "Nova Spes", e di raccogliere da voi le conclusioni della riunione che avete tenuto a Roma. Già a tre riprese, avevo avuto l'occasione di intrattenermi con i responsabili che ben conoscono la stima che nutro per questa iniziativa e le speranze che pongo in essa.
Siete alla ricerca di un nuovo umanesimo. Certo, le analisi della situazione contemporanea non mancano, sul piano sociologico, economico, politico, filosofico e morale. Tutti parlano di "crisi". Si cerca, con buona volontà, di scrutare le ingiustizie, di ridefinire i diritti di ciascuno, in generale i diritti riguardo all'"avere". Ma questo spesso non fa che spostare i problemi, rimanendo nello stesso orizzonte di un progresso quantitativo, come se si aggiustassero le brecce di un muro, quando sono danneggiate le fondamenta.
2. Se si vuole un umanesimo autentico, plenario, concreto, bisogna giungere ad un'antropologia più profonda e più globale, che consideri l'uomo come un soggetto personale, che trascende la sua esistenza e che opera egli stesso la sintesi di tutte le dimensioni del suo essere, senza isolarle le une dalle altre, senza lasciare che si sviluppino alcune a detrimento delle altre. Perché l'uomo è contemporaneamente un essere che ha bisogno di accrescere le proprie conoscenze scientifiche, di rispondere all'appello e alle esigenze dell'Assoluto attraverso la fede, la preghiera e la condotta morale, di comunicare con gli altri in un dialogo interpersonale, di lavorare e di trasformare l'universo per rispondere ai suoi bisogni e a quelli degli altri. E' dall'unità di tutte queste dimensioni, dalla loro integralità, che dipende la salvezza dell'uomo, il rimedio ai suoi mali. In effetti non si è troppo privilegiato l'"avere" a dispetto del valore qualitativo dell'"essere", non si è troppo concepito l'uomo come possessore di cose, e praticamente si è ridotto l'uomo a porre se stesso e i suoi simili in un mondo di cose, con la volontà di potenza, la paura, la lotta delle classi che ne derivano? Anche sul piano della scienza e della storia, l'uomo ha la tendenza a considerarsi come un risultato, il risultato del suo proprio processo evolutivo o dei meccanismi della vita sociale, come spossessato della propria soggettività, quando invece è creatura di Dio, libero di realizzare l'unità del proprio essere, di promuovere i valori umani fondamentali. Si tratta di ricomporre eticamente la personalità di ciascuno e della comunità.
3. Questa visione antropologica potrebbe apparire un ideale teorico astratto, senza presa reale sull'evoluzione della società e delle sue istituzioni; in realtà - ed è vostra responsabilità di portarne una dimostrazione convincente - essa tocca profondamente il modo di affrontare tutti i problemi umani, tra i quali voi segnalate i rapporti tra gli uomini, il suo lavoro, i mezzi di comunicazione sociale... E' sotto questa angolatura personalista che io stesso mi sono sforzato di trattare, tra gli altri, dell'amore umano, del lavoro umano. Si, la vostra iniziativa può rappresentare una nuova speranza, "nova spes", poiché comporta il progetto di sviluppo qualitativo dell'uomo nel senso originario del suo essere, nella sua integralità, nel dinamismo della sua esistenza.
4. Il problema è quello di trovare il modo di far passare questa speranza nella realtà; come suscitare, per questa antropologia e le sue implicazioni etiche, l'adesione del mondo della cultura, dell'opinione pubblica, di coloro che hanno delle responsabilità; come infine fare in modo che la vita delle persone e delle comunità, le loro scelte, le loro decisioni ne siano segnate. E' precisamente la seconda fase, la fase operativa, che affronta oggi la Fondazione "Nova Spes".
Poiché si tratta di ricomporre l'unità dell'uomo la cui essenza costitutiva è quella di pensare, credere, comunicare e lavorare, è cosa buona, come voi avete in progetto, invitare ad una riflessione comune e ad una collaborazione specialisti di scienza, di religione, del mondo delle comunicazioni sociali e dell'economia, al fine di promuovere una "alleanza" che attualmente manca. Tutta una serie di problemi etici fondamentali e di diritti umani potranno allora divenire l'oggetto dei vostri dibattiti, delle vostre risoluzioni, e delle vostre testimonianze.
Avete il compito di far maturare il vostro generoso progetto, in un linguaggio che parli ai nostri contemporanei e di mettere a punto una strategia adeguata, trovando soprattutto i mezzi concreti e gli intermediari efficaci sul piano nazionale ed internazionale.
Da parte mia, vi ridico il mio incoraggiamento. Prego lo Spirito Santo affinché vi mandi i suoi doni di luce e di forza, per proseguire questa impresa insieme umana e cristiana, e di tutto cuore vi benedico, con coloro che collaborano con voi.
1982-04-26 Data estesa: Lunedi 26 Aprile 1982
Titolo: Nella cappella Matilde
Testo:
Cari seminaristi e studenti! Siete venuti a Roma dal Papa per esprimergli la vostra fedeltà e amore.
Questo è per me motivo di grande gioia e consolazione.
Voi, cari seminaristi, vi preparate a diventare sacerdoti di Gesù Cristo e della Chiesa Cattolica. In questa occasione desidero confidarvi alcuni pensieri circa la vostra preparazione al sacerdozio.
Il sacerdozio è un dono di Dio. Il Signore Gesù sceglie tra gli uomini per suoi sacerdoti quelli che egli vuole. Il suo sguardo amoroso si è fermato sopra ciascuno di voi, vi ha chiamati a seguirlo, a partecipare al suo sacerdozio.
Vi esorto pertanto a ringraziare incessantemente Dio per il dono della vocazione sacerdotale, a tenerlo in grande considerazione e a coltivarlo. Siate orgogliosi e lieti perché Cristo vi ha chiamati! Siate consapevoli della grandezza e della bellezza del sacerdozio! Con tutto il vostro entusiasmo giovanile donatevi a Cristo e offritegli generosamente il vostro amore! Tutti coloro che vi avvicineranno possano constatare la vostra gioia e la vostra felicità di essere seminaristi e chiamati a portare a tutti la gaudiosa novella e i meravigliosi frutti della Resurrezione! Sarete buoni sacerdoti e zelanti apostoli se ora, durante gli anni di Seminario, vi preparerete con serietà e perseveranza per un servizio così sublime a Dio e agli uomini. Ma ciò significa prima di tutto ascoltare Cristo e imitarlo.
Voi siete ora orientati con tutto il vostro essere verso la parola e l'esempio di Cristo: ciò è oggetto delle vostre letture, meditazioni e studi. Questo periodo così privilegiato della vostra vita è destinato a ottenere che una completa formazione teologica diventi parte integrante della vostra vita, in modo che le grandi verità e stimoli della Rivelazione divina - che ora studiate - diventino la pietra angolare della vostra personalità, la quale deve crescere fino alla pienezza di Cristo! perciò siate docili e obbedienti allo Spirito Santo, che è il nostro primo maestro e che certamente vi guiderà nel processo di una vostra sempre più perfetta configurazione a Cristo cosicché anche voi possiate dire coll'Apostolo: "Vivo io, ma non più io, vive in me Cristo"! Come sacerdoti sarete i ministri dell'Eucaristia. Fin da ora vivete pienamente l'Eucaristia, siate persone per le quali il centro ed il culmine di tutta la vita sono la santa Messa, la Comunione e l'adorazione eucaristica. Senza una profonda fede e amore per l'Eucaristia non vi può essere un vero sacerdote. Ma questa fede e l'amore vanno implorati e incessantemente alimentati nella concreta devozione eucaristica.
Offrite a Cristo il vostro cuore giovanile nella meditazione e nella preghiera personale. La preghiera è il fondamento della vita spirituale. Il sacerdote è per vocazione specifica l'uomo della preghiera. Imparate a pregare e ripetere con gli Apostoli la calda supplica: "Maestro, insegnaci a pregare!".
Pregate con gioia e con piena convinzione, non per dovere e consuetudine. La vostra preghiera sia espressione concreta dell'amore per Cristo. Sforzatevi di diventare buoni maestri della preghiera perché domani possiate degnamente guidare le comunità cristiane nel servizio divino.
Dall'alto della croce Gesù ha dato come madre la sua Madre al diletto discepolo e apostolo Giovanni, e in lui a tutti i futuri sacerdoti e apostoli. Non potrete diventare veri sacerdoti secondo il Cuore di Gesù se non accettate Maria come vostra madre. Ciò significa che Ella deve essere la vostra guida nella conoscenza, nell'imitazione e nell'amore verso il suo Figlio. "Per Mariam ad Iesum", ecco la vera e profonda devozione che deve ornare le vostre anime sin da questi anni della preparazione.
Abbiate altresi sempre presente alla mente che non potete diventare buoni sacerdoti senza rinuncie e mortificazioni, senza una sana ascetica. La vostra obbedienza sia l'espressione e segno dell'obbedienza di Cristo al Padre. La vostra seria e matura preparazione alla castità consacrata sia segno ed espressione del vostro amore per Cristo e per le anime che egli ha redente nel suo sangue. La vostra povertà sia segno ed espressione di una totale donazione al Regno di Dio: "Cercate prima di tutto il Regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in soprappiù!". E, infine, la vostra sincera e fraterna amicizia e unione siano segno ed espressione della comunità di Cristo durante questo travagliato pellegrinaggio terreno.
Abbiate fiducia in coloro che la Chiesa vi ha dato come guide verso il sacerdozio, i vostri Superiori. Stimate, cercate e vivete seriamente la direzione spirituale così necessaria e insostituibile per un cammino sereno, per la pace e certezza interiori sulla strada verso l'altare e nel corso di tutta la vita sacerdotale.
Cari seminaristi, la santa Chiesa attende da voi che siate persone serie, mature e responsabili, perché se il sacerdozio è un grande dono di Dio a ciascuno di voi, esso pero vi è dato per il bene di tutta la Chiesa, e in particolare per la Chiesa che si trova tra il caro popolo Croato. La Chiesa si attende da voi che siate persone spirituali, cioè che con la vostra vita e condotta testimoniate in maniera credibile e convincente la presenza di Dio e i valori spirituali nella nostra società, che in gran parte è caratterizzata dal materialismo e ateismo, ma anche da una inestinguibile sete di Dio e di valori spirituali. Voi, da sacerdoti, lavorerete e vivrete in una siffatta società e dovrete esserne il lievito evangelico. Siate perciò entusiasti, gioiosi e riconoscenti di essere stati chiamati. Siate per i vostri coetanei provocazione e stimolo perché vi seguano, siate fin da ora apostoli delle sante vocazioni. Siate consapevoli del fatto che Dio chiama gli operai nella sua messe anche attraverso di voi.
Infine, un breve pensiero anche a voi, miei cari amici studenti! Quanto ho detto ai seminaristi vale anche per voi con il dovuto adattamento alle vostre rispettive vocazioni. Siate riconoscenti al Signore per il dono della fede e del pegno battesimale. Vivete e testimoniate coerentemente e con coraggio la vostra fede cattolica, siate anche voi il lievito di vita cristiana dovunque vi troviate e lavoriate. Vivete gioiosamente e coerentemente i giorni della vostra giovinezza per essere un domani persone capaci, buoni cristiani, onesti cittadini, costruttori della civiltà dell'amore, presenza viva del Cristo risorto in mezzo a tutti coloro coi quali condividerete il vostro pellegrinaggio su questa terra.
Siate membri attivi della Chiesa, amate la Chiesa, non vergognatevi mai della vostra Madre! Siate collaboratori dei vostri Pastori nel servizio del vostro popolo sulla strada verso la patria celeste.
A tutti voi, ai vostri cari, come pure a tutti gli altri giovani nelle vostre diocesi di cuore impartisco la mia benedizione apostolica. Amen!
1982-04-27 Data estesa: Martedi 27 Aprile 1982
Titolo: Portate la pace di Cristo nei cuori degli uomini
Testo:
Cari fratelli in nostro Signore Gesù Cristo.
1. Durante la settimana scorsa ci siamo incontrati individualmente, in colloqui di solidarietà fraterna, e abbiamo parlato della vita delle vostre Chiese locali.
Sono stati momenti di comunione ecclesiale; sono stati momenti di condivisione dell'amore pastorale per il Popolo di Dio, momenti di speranza per voi, per me e per la Chiesa. E siamo ora giunti al nostro incontro collettivo, che assume una più piena dimensione della nostra collegialità e diviene l'espressione dei nostri comuni sforzi per servire il Popolo di Dio in tutte le vaste aree comprese nelle quattro province ecclesiastiche di Cape Town, Durban, Pretoria e Bloemfontein, così come i due Vicariati Apostolici in Namibia.
2. Voi siete a Roma nella vostra qualità di Pastori di una vasta porzione del gregge di Cristo. In quanto rappresentanti costituiti per volere divino delle vostre Chiese locali, in quanto successori degli Apostoli, voi siete qui per rinnovare l'offerta delle vostre Chiese locali a Gesù Cristo che è "pastore supremo" (1P 5,4) dell'intero gregge. Voi state compiendo questo insieme con il successore di Pietro e nella comunione ecclesiale con tutti i vostri fratelli Vescovi di tutto il mondo.
La volontà di Gesù Cristo per la sua Chiesa è il criterio supremo di tutta la nostra azione pastorale, di tutto ciò che noi diciamo e facciamo, dei nostri piani per il futuro e della nostra valutazione del passato. Nella nostra azione collegiale volta ad esaminare il nostro ministero pastorale e a provvedere al benessere della Chiesa che appartiene soltanto a Cristo, dobbiamo ricordare l'esortazione della lettera agli Ebrei: "Teniamo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" (He 12,2). perciò ci siamo radunati nella potenza dello Spirito di Cristo, col solo desiderio di discernere la volontà di Dio per la sua Chiesa e obbedirle. Chi vi parla oggi è particolarmente mosso dalle parole di Gesù, il quale, promettendo di costruire la sua Chiesa su Pietro, insiste ciononostante sul fatto che essa appartiene a lui: "E su questa pietra edifichero la mia Chiesa" (Mt 16,18). E' per il bene della Chiesa di Cristo - il Popolo di Dio, il Corpo di Cristo - che noi impegnamo tutte le nostre energie, sforzandoci di professare coraggio apostolico e amore pastorale.
3. Cari fratelli in Cristo, siete venuti alla Sede di Pietro, portando i problemi e le difficoltà, le gioie e le ansie, le aspirazioni, i desideri e le speranze del vostro popolo. Voi venite come Pastori di comunità ecclesiali dove, nonostante le vicissitudini della storia e le debolezze della natura umana, il cristianesimo è stato fedelmente vissuto da innumerevoli persone e numerose comunità per anni e anni. In voi e nel vostro ministero desidero rendere onore a tutte le grandi opere di carità soprannaturale e di sollecitudine fraterna che sono state compiute e si stanno compiendo nelle vostre diocesi, Vicariati e Prefetture da voi stessi, dai vostri sacerdoti, religiosi e amati laici.
Penso a tutto ciò che è stato fatto per manifestare l'amore di Cristo per i poveri, gli oppressi, i bisognosi, gli ammalati, gli handicappati, gli anziani, gli abbandonati, e tutti coloro che sono nell'angoscia mentale e spirituale. Penso a tutti gli sforzi fatti per assicurare l'educazione cattolica della gioventù e per portare il messaggio trasformante ed elevante del Vangelo agli individui e alle comunità. Penso alla generosa dedizione di generazioni di catechisti che si sono adoperati per condurre i loro fratelli e sorelle ad una maggiore conoscenza del mistero di Gesù Cristo e del suo amore salvifico. Tutto ciò, unito alla quotidiana fedeltà di migliaia e migliaia di discepoli di Cristo, è una eloquente testimonianza resa alla potenza del Signore Crocifisso e Risorto che opera nei cuori dei fedeli. Tutte queste sono ragioni di gratitudine a Dio, di speranza e fede, di rinnovato impegno nelle nostre responsabilità pastorali. E' nella potenza del Mistero Pasquale che voi e i vostri fedeli troverete sempre incoraggiamento e forza: "Sursum corda"!
4. Ma c'è di più. Desidero ringraziarvi nel nome di Cristo e della sua Chiesa per tutti i vostri sforzi indirizzati in favore della pace. Vi siete vigorosamente adoperati per contribuire a portare la pace nei cuori degli uomini, nelle famiglie, nelle comunità in cui vi sono diversità di razza e devono affrontare serie discriminazioni razziali, e in tutte le vostre nazioni. Per sua stessa natura, la vostra opera in favore della pace, posta com'è nella cornice storica delle vostre situazioni locali, ha dovuto occuparsi della libertà e di tutto ciò che la libertà comporta. Avete lavorato coscienziosamente e con perseveranza per la giustizia e la dignità umana, insistendo giustamente sulla non-violenza e sulla necessità della riconciliazione tra fratelli e sorelle - così che tutto il popolo potesse godere della libertà dei figli di Dio, quella libertà mediante la quale Cristo ci ha liberati (cfr. Ga 5,1). Nell'adempimento del vostro ministero, avete cercato di applicare i fondamentali principi cristiani, ad alcuni dei quali ho fatto allusione nel contesto del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del
1981: "Senza un rispetto profondo ed esteso della libertà, la pace sfuggirà all'uomo.... La libertà è ferita quando i rapporti tra i popoli sono fondati non sul rispetto dell'eguale dignità di ciascuno, ma sul diritto del più forte..." (n. 2; 8 dicembre 1980: "Insegnamenti", III, 2 [1980] 1629s). E ancora: "La libertà della persona trova in effetti il proprio fondamento nella sua dignità trascendente: una dignità che ad essa è stata donata da Dio, suo Creatore, e che la orienta verso Dio.... Essere libero significa potere e volere scegliere, significa vivere secondo la propria coscienza" (n. 5; 8 dicembre 1980: "Insegnamenti", III, 2 [1980] 1632).
In particolare, so che considerate con ansia ma anche con positiva speranza il difficile ma necessario processo che deve sfociare in una soluzione equa e pacifica del problema della Namibia per il bene del suo popolo. Sono vicino a voi in questa vostra preoccupazione pastorale e conservo questa intenzione nel mio cuore e la ricordo sempre nelle mie preghiere.
5. Nel vostro sforzo di adempiere alle esigenze pratiche del Vangelo di Gesù Cristo, voi trovate forza nella comunione universale della Chiesa di Cristo. La vostra unità con i Vescovi del mondo e con me vi è di sostegno per il vostro ministero apostolico. Milioni di cattolici pregano quotidianamente per la Chiesa e i suoi Pastori, in modo che voi possiate fedelmente proclamare il messaggio liberante, riconciliante e vivificante di Gesù Cristo. Sostenuti dal Popolo di Dio, e fortificati dalla grazia del Salvatore, dovete continuare a riaffermare con fiducia tutte le implicazioni della libertà evangelica. Le parole stesse di Cristo sono una costante ispirazione per voi e per il vostro popolo: "Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero" (Jn 8,36).
6. Mediante la grazia sacramentale della nostra ordinazione, lo Spirito Santo ci dà la capacità di affrontare tutte le circostanze come Vescovi della Chiesa di Dio. Lo Spirito Santo ci conduce a vedere tutte le situazioni alla luce della missione della Chiesa e alla luce del nostro specifico ruolo pastorale. Come Vescovi siamo chiamati ad essere guide di una Chiesa che giustamente ricerca quelle condizioni di libertà e giustizia che sono necessarie per lo stadio iniziale del Regno di Dio sulla terra. Nello stesso tempo, in quanto Vescovi abbiamo un ruolo profetico in merito alla pienezza della libertà e della vita cristiana. Come ho scritto nel sopra menzionato Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: "Essere liberati dall'ingiustizia, dalla paura, dall'oppressione, dalla sofferenza non servirebbe a nulla, se si rimanesse schiavi nel profondo del cuore, cioè schiavi del peccato. Per essere veramente libero, l'uomo deve essere liberato da questa schiavitù e trasformato in una creatura nuova. La libertà radicale dell'uomo si colloca così su un piano più profondo: quello dell'apertura verso Dio mediante la conversione del cuore, perché è nel cuore dell'uomo che affondano le radici di ogni assoggettamento e di ogni violazione della libertà.
Finalmente, per il cristiano la libertà non deriva dall'uomo stesso: essa si manifesta nell'obbedienza alla volontà di Dio e nella fedeltà al suo amore". (n. 11; 8 dicembre 1980: "Insegnamenti", III, 2 [1980] 1638).
7. Per questa ragione, in quanto Vescovi non dobbiamo esitare a continuare ad esortare il nostro popolo alla conversione di vita, proprio come ha fatto Cristo.
E l'esempio di Cristo costitui lo schema per la predicazione di Pietro nella Pentecoste (cfr. Ac 2,38) e da allora anche per tutti noi. La nostra proclamazione della conversione è accompagnata dal grande annuncio della illimitata misericordia di Dio e dal suo amorevole perdono. Questa comprensione del piano di Dio per il suo popolo ci sprona alla fedeltà apostolica e alla fortezza nella interpretazione, secondo l'espressione del Concilio Vaticano II, dell'"intero mistero di Cristo" (CD 12). Mentre adempite a questo compito della predicazione di Cristo crocifisso, sappiate che il Signore Gesù è con voi, e ricordate sempre che egli può, mediante la potenza del suo Spirito, disporre i cuori umani a ricevere il messaggio della verità rivelata, anche nelle sue esigenze più grandi, i suoi ideali più alti e le sue applicazioni più impegnative.
Con san Paolo, ognuno di noi dovrebbe sollecitare fiduciosamente il sostegno del popolo: "Pregate per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo...; pregate perché io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere" (Ep 6,19-20).
8. Cari fratelli, attraverso la vostra presenza qui questa mattina, come attraverso il vostro intero ministero episcopale, voi esprimete la vostra fede nella potenza di Gesù Risorto. E' soltanto mediante il dinamismo che deriva dalla sua morte e Risurrezione che ci viene la capacità di proclamare il suo Vangelo e di offrire la speranza al popolo. Nonostante i vari ostacoli presenti nel vostro ministero, nonostante la mancanza di collaboratori nell'annuncio del Vangelo in numero sufficiente, nonostante la vastità del territorio nel quale molti di voi operano, avete riposto la vostra speranza nel Signore Risorto e nel suo potere di elevare la vita umana e di trasformare nell'intimo i cuori umani.
9. Ritornando alle vostre Chiese locali, vi chiedo di presentare i miei saluti al vostro popolo. Invio un ricordo particolare a tutti i sacerdoti, diaconi e religiosi che offrono le loro vite affinché la speranza che si era manifestata nella Risurrezione di Cristo possa permeare la vita del Popolo di Dio. Affido il successo del vostro apostolato a Maria, Madre del Salvatore e Regina della Pace.
Prego affinché ella aiuti tutti i vostri fedeli a comprendere il significato della speranza pasquale, e ad essere capaci di ripetere quelle parole con le quali l'apostolo Pietro incoraggio un tempo i primi cristiani: "Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo! Nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la Risurrezione di Gesù Cristo dai morti " (1P 1,3).
Con tutte le nostre forze, cari fratelli, proclamiamo con fede questa "speranza vivente che ci viene dalla Risurrezione di Gesù Cristo dai morti".
1982-04-27 Data estesa: Martedi 27 Aprile 1982
GPII 1982 Insegnamenti - L'omelia alla Messa nella parrocchia dei santi Marcellino e Pietro - Roma