
GPII 1982 Insegnamenti - Il saluto ai giovani e a un pellegrinaggio dalla Maremma - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Nella Basilica Vaticana
Testo:
Carissimi giovani! La vostra presenza a questa Udienza riempie il mio cuore di profonda letizia, perché, con il vostro entusiasmo, date a tutti, ed alla Chiesa in modo particolare, la serena certezza di poter contare su di voi, sul vostro impegno, sulla vostra preparazione per proclamare il messaggio cristiano.
Ciò assume una importanza speciale ed un significato tipico in questo periodo liturgico di Quaresima, nel quale il Popolo di Dio si prepara alla celebrazione annuale del "Mistero pasquale", cioè a ripercorrere le tappe della passione, morte e risurrezione di Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell'Uomo.
Riflettendo ed ispirandomi alla orazione, che la Chiesa ci fa innalzare a Dio, oggi mercoledi della terza settimana di Quaresima, auspico che siate sempre "formati nell'impegno delle buone opere", che in questo tempo di conversione e di grazia sono la rinuncia al peccato, la mortificazione, il senso del sacrificio, concepiti non come avvilimento e depauperamento della personalità e della natura umana, ma come sua nobilitazione ed esaltazione. A ciò occorrerà unire l'"ascolto della Parola" di Dio, un'attenzione devota, umile, silenziosa, obbediente, perché ci troviamo di fronte ad un Interlocutore, che è la Verità infinita e che risponde alle domande più segrete e più inquietanti della nostra esistenza di uomini e di cristiani. La Parola di Dio vi spingerà a servire a lui, con generosa dedizione "liberi da ogni egoismo", nella consapevolezza che lui, il Dio di Amore e di Misericordia, vuole donarsi totalmente a noi e dilatare il nostro cuore, per renderlo capace di donarci a lui, superando il nostro talvolta chiuso e gretto individualismo.
La Quaresima, tempo di conversione permanente, sarà anche tempo privilegiato per la "comune preghiera" a Dio, nostro Padre, per riconoscerci tutti "fratelli" in Cristo.
Vi auguro con tutto il cuore, carissimi giovani, che il vostro proposito di seguire Cristo sia mantenuto con fermezza, anche se tale sequela potrà comportare ed esigere continui sforzi ed un coraggio a tutta prova di fronte al mondo, che può essere sordo ed indifferente nei confronti della persona e della missione di Gesù.
La mia benedizione apostolica accompagni sempre voi e i vostri cari.
Desidero ora rivolgere un saluto ai fedeli della diocesi di Sovana-Pitigliano-Orbetello, i quali, insieme col loro Vescovo, Monsignor Giovanni D'Ascenzi, sono venuti in pellegrinaggio a Roma per esprimere pubblicamente la loro fede.
Carissimi fratelli e sorelle! Vi ringrazio sinceramente per la vostra visita e per la vostra testimonianza. Un pensiero di apprezzamento reputo doveroso indirizzare al numeroso gruppo che è giunto, con notevoli sacrifici, dall'lsola del Giglio.
Vi esorto a rendere sempre più intenso e capillare il lavoro della catechesi a tutti i livelli e l'impegno per le vocazioni, dando una coerente e concreta testimonianza di vita cristiana anche di fronte a quanti vengono a godere le bellezze naturali di cui Dio ha dotato la vostra regione.
Con questi voti, ben volentieri invoco dal Signore l'effusione dei favori celesti su voi qui presenti, su tutti i fedeli della vostra diocesi, specialmente sui minatori dell'Amiata ora disoccupati e sui marittimi imbarcati nelle navi, lontani dalle loro famiglie, e vi imparto di cuore la mia benedizione apostolica.
1982-03-17 Data estesa: Mercoledi 17 Marzo 1982
Titolo: La vocazione alla castità nella realtà della vita terrena
Testo:
1. Continuiamo la riflessione sulla verginità o celibato per il Regno dei cieli: tema importante anche per una completa teologia del corpo.
Nell'immediato contesto delle parole sulla continenza per il Regno dei cieli, Cristo fa un confronto molto significativo; e questo ci conferma ancor meglio nella convinzione che egli voglia radicare profondamente la vocazione a tale continenza nella realtà della vita terrena, facendosi così strada nella mentalità dei suoi ascoltatori. Elenca, infatti, tre categorie di eunuchi.
Questo termine riguarda i difetti fisici che rendono impossibile la procreatività del matrimonio. Appunto tali difetti spiegano le due prime categorie, quando Gesù parla sia dei difetti congeniti: "Eunuchi che sono nati così dal ventre della madre" (Mt 19,11), sia dei difetti acquisiti, causati da intervento umano: "Ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini" (Mt 19,12). In entrambi i casi si tratta dunque di uno stato di coazione, perciò non volontario. Se Cristo, nel suo confronto, parla poi di coloro "che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli" (Mt 19,12), come di una terza categoria, certamente fa questa distinzione per rilevare ancor più il suo carattere volontario e soprannaturale. Volontario perché gli appartenenti a questa categoria "si sono fatti eunuchi"; soprannaturale, invece, perché l'hanno fatto "per il Regno dei cieli".
2. La distinzione è molto chiara e molto forte. Nondimeno, forte ed eloquente è anche il confronto. Cristo parla a uomini, ai quali la tradizione dell'antica alleanza non aveva tramandato l'ideale del celibato o della verginità. Il matrimonio era così comune che soltanto un'impotenza fisica poteva costituirne una eccezione. La risposta data a discepoli in Matteo (19,10-12) è ad un tempo rivolta, in un certo senso, a tutta la tradizione dell'Antico Testamento. Lo confermi un solo esempio, tratto dal Libro dei Giudici, al quale ci riferiamo qui non tanto a motivo dello svolgimento del fatto, quanto a motivo delle parole significative, che lo accompagnano. "Mi sia concesso... piangere la mia verginità" (11,37), dice la figlia di Iefte a suo padre, dopo aver appreso da lui di essere stata destinata all'immolazione per un voto fatto al Signore (nel testo biblico troviamo la spiegazione di come si giunse a tanto). "Va'; - leggiamo in seguito - e la lascio andare... Ella se ne ando con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi torno dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo" (Jg 11,38-39).
3. Nella tradizione dell'Antico Testamento, a quanto risulta, non c'è posto per questo significato del corpo, che ora Cristo, parlando della continenza per il Regno di Dio, vuole prospettare e rivelare ai propri discepoli. Tra i personaggi a noi noti, quali condottieri spirituali del popolo dell'antica alleanza, non vi è alcuno che avrebbe proclamato tale continenza a parole o nella condotta. Il matrimonio, allora, non era soltanto uno stato comune, ma, in più, in quella tradizione aveva acquisito un significato consacrato dalla promessa fatta ad Abramo dal Signore: "Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli... E ti rendero molto, molto fecondo; ti faro diventare nazioni e da te nasceranno dei re. Stabiliro la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te" (Gn 17,4 Gn 17,6-7). perciò nella tradizione dell'Antico Testamento il matrimonio, come fonte di fecondità e di procreazione in rapporto alla discendenza, era uno stato religiosamente privilegiato: e privilegiato dalla stessa rivelazione. Sullo sfondo di questa tradizione, secondo cui il Messia doveva essere "figlio di Davide" (Mt 20,30), era difficile intendere l'ideale della continenza. Tutto perorava a favore del matrimonio: non soltanto le ragioni di natura umana, ma anche quelle del Regno di Dio.
4. Le parole di Cristo determinano in tale ambito una svolta decisiva. Quando egli parla ai suoi discepoli, per la prima volta, sulla continenza per il Regno dei cieli, si rende chiaramente conto che essi, come figli della tradizione dell'Antica Legge, debbono associare il celibato e la verginità alla situazione degli individui, specie di sesso maschile, che a causa dei difetti di natura fisica non possono sposarsi ("gli eunuchi"), e perciò si riferisce direttamente a loro. Questo riferimento ha uno sfondo molteplice: sia storico che psicologico, sia etico che religioso. Con tale riferimento Gesù tocca - in certo senso - tutti questi sfondi, come se volesse dire: So che quanto ora vi diro dovrà suscitare grande difficoltà nella vostra coscienza, nel vostro modo di intendere il significato del corpo; vi parlero, difatti, della continenza, e ciò si associerà indubbiamente in voi allo stato di deficienza fisica, sia innata sia acquisita per causa umana. Io invece voglio dirvi che la continenza può anche essere volontaria e scelta dall'uomo "per il Regno dei cieli".
5. Matteo, al cap. 19, non annota alcuna immediata reazione dei discepoli a queste parole. La troviamo più tardi solamente negli scritti degli Apostoli, soprattutto in Paolo (cfr. 1Co 7,25-40 vedi anche Ap 14,4). Ciò conferma che tali parole si erano impresse nella coscienza della prima generazione dei discepoli di Cristo, e poi fruttificarono ripetutamente e in modo molteplice nelle generazioni dei suoi confessori nella Chiesa (e forse anche fuori di essa). Dunque, dal punto di vista della teologia - cioè della rivelazione del significato del corpo, del tutto nuovo rispetto alla tradizione dell'Antico Testamento -, queste sono parole di svolta.
La loro analisi dimostra quanto siano precise e sostanziali, nonostante la loro concisione (lo costateremo ancor meglio, quando faremo l'analisi del testo paolino della prima lettera ai Corinzi, capitolo 7). Cristo parla della continenza "per" il Regno dei cieli. In tal modo egli vuole sottolineare che questo stato, scelto coscientemente dall'uomo nella vita temporale, in cui di solito gli uomini "prendono moglie e prendono marito", ha una singolare finalità soprannaturale. La continenza, anche se scelta coscientemente e anche se decisa personalmente, ma senza quella finalità, non entra nel contenuto del suddetto enunciato di Cristo.
Parlando di coloro che hanno scelto coscientemente il celibato o la verginità per il Regno dei cieli (cioè "si sono fatti eunuchi"), Cristo rileva - almeno in modo indiretto - che tale scelta, nella vita terrena, è unita alla rinuncia e anche ad un determinato sforzo spirituale.
6. La stessa finalità soprannaturale - "per il Regno dei cieli" - ammette una serie di interpretazioni più dettagliate, che Cristo in tale passo non enumera. Si può pero affermare che, attraverso la formula lapidaria di cui egli si serve, indica indirettamente tutto ciò che è stato detto su quel tema nella Rivelazione, nella Bibbia e nella Tradizione; tutto ciò che è divenuto ricchezza spirituale dell'esperienza della Chiesa, in cui il celibato e la verginità per il Regno dei cieli hanno fruttificato in modo molteplice nelle varie generazioni dei discepoli e seguaci del Signore.
E' vero che Geremia doveva, per esplicito ordine del Signore, osservare il celibato (cfr. Jr 16,1-2); ma questo fu un "segno profetico", che simboleggiava il futuro abbandono e la distruzione del paese e del popolo.
E' vero, come è noto dalle fonti extrabibliche, che nel periodo intertestamentario il celibato era mantenuto nell'ambito del giudaismo da alcuni membri della setta degli Esseni (cfr. Giuseppe Flavio, "Bell. Jud.", II, 8,2:
120-121; Filone Al., "Hypothet.", 11,14); ma ciò avveniva al margine del giudaismo ufficiale e probabilmente non persistette oltre l'inizio del II secolo.
Nella comunità di Qumran il celibato non obbligava tutti, ma alcuni dei membri lo mantenevano fino alla morte, trasferendo sul terreno della pacifica convivenza la prescrizione del Deuteronomio (23,10-14) sulla purità rituale che obbligava durante la guerra santa. Secondo le credenze dei Qumraniani, tale guerra durava sempre "tra i figli della luce e i figli delle tenebre"; il celibato fu dunque per loro l'espressione dell'esser pronti alla bataglia (cfr. "1Qm." 7,5-7).
[Omissis. Seguono i saluti in altre lingue: francese, inglese, tedesca, olandese, spagnola, portoghese] Ad alcuni pellegrinaggi italiani Tra i vari gruppi di lingua italiana, saluto innanzitutto i due pellegrinaggi di malati: quello della diocesi di Fiesole, presieduto dal Vescovo Luciano Giovannetti e organizzato dalla locale UNITALSI; e quello della parrocchia della beata Vergine Immacolata in Binzago di Cesano Maderno, dell'arcidiocesi di Milano, guidato dal Parroco. A voi, che più da vicino imitate il Cristo sofferente, assicuro la mia paterna comunione e la mia preghiera al Signore. E insieme a voi unisco anche gli altri ammalati qui presenti; per tutti il mio affetto è identico, per la sofferenza che avete da sopportare, e il mio ricordo orante è per tutti voi, affinché vi sia concessa quella forza e quella perseveranza che può venire solo da Dio.
Inoltre voglio menzionare il pellegrinaggio di Camerano, dell'arcidiocesi di Ancona, promosso congiuntamente dalla parrocchia e dall'Amministrazione Comunale, e guidato sia dal Parroco che dal Sindaco. Tutti vi saluto di cuore. Vi ringrazio anche vivamente per i molti doni, che avete voluto recare con voi, sia in natura che in prodotti di fabbriche locali; essi potranno avere un'adeguata destinazione in favore di persone bisognose. Il Signore vi ricompensi e vi assista con i suoi favori celesti.
Un saluto particolare va ai Delegati Vescovili per il Diaconato permanente, venuti a Roma per un loro incontro nazionale. E' con loro il Vescovo di Senigallia, Monsignor Odo Fusi Pecci, incaricato dalla Conferenza Episcopale Italiana per i problemi di questo settore. Mentre mi compiaccio per il lavoro già svolto in questo ambito, prego il Signore perché voglia ampliare ed irrobustire sempre più questa peculiare forma di ministerialità ecclesiale, e perché essa porti frutti sempre più abbondanti per l'edificazione del Corpo di Cristo.
Intendo anche salutare i membri di altri gruppi, presenti in questa Aula: gli Allievi Ufficiali di Complemento della Scuola del Genio di Roma, accompagnati dai loro Comandanti; i partecipanti al "Corso base per Anziani", promosso dal Settore Adulti dell'Azione Cattolica; i Donatori di Sangue Volontari dell'Italia Meridionale.
Infine saluto gli sposi novelli qui presenti, ai quali auguro ogni bene nel Signore.
1982-03-17 Data estesa: Mercoledi 17 Marzo 1982
Testo:
Continuando la mia preghiera che, nel corso delle udienze del mercoledi, elevo a nostra Signora di Jasna Gora, leggo ancora una volta le parole dei Vescovi polacchi nel comunicato del 27 febbraio scorso: "L'intesa sociale deve garantire la soddisfazione delle necessità e la realizzazione delle aspirazioni della popolazione, la cooperazione dei cittadini alla vita pubblica e all'effettivo controllo sociale! Le parti dell'intesa sono: l'autorità reggente e i rappresentanti credibili dei gruppi sociali organizzati. Non possono mancare i rappresentanti dei sindacati temporaneamente sospesi e tra questi quelli dell'autonomo ed autogestito Sindacato "Solidarnosc" che incontra vasto consenso sociale... I problemi toccati sono una indicazione di direzione delle ricerche e delle soluzioni...".
Signora di Jasna Gora! Da intere generazioni tu educhi i figli e le figlie della mia Nazione.
Negli ultimi decenni sono divenuti particolarmente stretti i legami tra di essi e te.
Permetti quindi che anche oggi io esprima a te queste parole dei miei fratelli nel ministero episcopale.
Queste parole sono manifestazione della sollecitudine per il futuro della nazione, della sollecitudine nata in mezzo alle prove degli ultimi mesi ed anni.
Queste parole sono programma di vita per le condizioni dell'ordine sociale! O tu, che sei Madre della Vita, aiuta affinché si compiano queste parole!
1982-03-17 Data estesa: Mercoledi 17 Marzo 1982
Titolo: Il primato dei valori spirituali nella educazione dei giovani del 2000
Testo:
Al reverendo Ekwa Bis Isal della Compagnia di Gesù, Segretario Generale del Catholic International Education Office.
E' con grande piacere e particolare speranza che mi rivolgo a voi e, attraverso di voi, agli insegnanti cattolici di tutto il mondo, che vi siete radunati a Bangkok per l'XI Assemblea Generale del "Catholic International Education Office".
La vostra organizzazione, che al momento attuale include rappresentanti di ottantacinque paesi, vuole essere un'espressione della presenza della Chiesa nel mondo, e in particolare nel campo dell'educazione.
Il fatto poi che è stata scelta la Tailandia per questo importante incontro porta alla mia memoria piacevoli ricordi del mio pellegrinaggio nel nobile continente dell'Asia.
Il tema che vi proponete di studiare in questa assemblea è: "Educazione ai valori per la società del 2000". Ciò potrebbe sembrare un po' prematuro ma in effetti molti dei giovani che riceveranno la loro educazione all'inizio del terzo millennio sono già nati o nasceranno nei prossimi anni. Allo stesso modo, i futuri loro educatori stanno già insegnando oppure si stanno preparando a questa professione.
Che tipo di mondo attende quelle generazioni future di studenti? Quale eredità riceveranno da questi anni, fitti come sono di sconvolgimenti sociali, minacce di guerre e profonde crisi sociali e religiose? Quale educazione può offrire loro la società, per aiutarli a costruire una società pacifica di individui e di popoli? Uno dei più seri aspetti dell'odierna situazione storica è il declino del rispetto per i valori essenziali che governano la vita umana. Come ho detto nella mia prima enciclica, la situazione umana sembra molto lontana dalle esigenze oggettive dell'ordine morale, della giustizia e dell'amore (cfr. RH 16).
L'uomo è l'unica creatura che Dio ha amato per se stessa (cfr. GS 24), ed è alla base di ogni valore. E i valori acquistano il loro significato solo in relazione all'uomo, creato com'è ad immagine e somiglianza di Dio. E' solo riconoscendo l'essenziale apertura dell'uomo all'infinito mistero di Dio che si stabilisce un autentico sistema di valori che non renderà l'uomo schiavo delle cose e delle istituzioni ma rispetterà il primato che appartiene all'ordine stabilito dal Creatore. Ma la Rivelazione ci dice che l'uomo non è soltanto immagine di Dio: egli è anche il figlio di Dio, innalzato a condividere la natura divina, mediante un libero dono del suo amore infinito accordato in Cristo. E' Gesù Cristo colui che è "luce che illumina gli uomini" (Jn 1,9) che ci rivela il vero significato dell'esistenza e la trasforma, rendendo così gli uomini capaci di pensare e di vivere in maniera degna dei figli di Dio. E' Gesù Cristo che rivela non soltanto Dio all'uomo, ma l'uomo a se stesso (cfr. GS 22).
La Scuola cattolica, avendo la grazia della luce della fede, è in una posizione privilegiata per proporre ai suoi allievi una educazione ai valori fondamentali per l'instaurazione di un mondo libero dalle minacce che oggi pesano su di esso. In questo modo i giovani impareranno a rifiutare i falsi valori di una società decadente e a scoprire i veri valori sui quali si può edificare una civiltà dell'amore.
A questo proposito è di fondamentale importanza che sia dato giusto riconoscimento al primato dei valori spirituali su quelli di ordine materiale ed economico, perché i valori dello spirito contribuiscano in modo più diretto allo sviluppo degli aspetti più nobili e più degni della persona umana. Sono i valori spirituali che conferiscono significato ai valori materiali. Come ho detto alla 34° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 2 ottobre 1979, questa preminenza dei valori spirituali "è anche un fattore capace di contribuire ad assicurare che lo sviluppo materiale e lo sviluppo della civiltà sono al servizio di ciò che costituisce l'uomo. Questo significa mettere in grado l'uomo di avere pieno accesso alla verità, allo sviluppo morale, e conferirgli la completa possibilità di godere dei beni della cultura che ha ereditato, e di accrescerli mediante la sua creativita" ("Discorso", 14: "Insegnamenti", II, 2 [1979] 532)).
Di fronte all'ingannevole influenza che la società dei consumi esercita oggi, la Scuola cattolica, sotto la guida del Vangelo di Gesù Cristo, deve mostrare che c'è più gioia nel dare che nel ricevere, che il valore di una persona è basato su ciò che essa, si tratti di un uomo come di una donna, è piuttosto che su ciò che possiede. Essi scopriranno così il valore liberante di una vita semplice ed austera.
I giovani di oggi, affascinati da ciò che è stato conseguito dalle scienze moderne, tendono a riporre una fiducia sconfinata in questi conseguimenti e anche a considerarli come valori supremi. E' perciò importante che la Chiesa cattolica mostri ai suoi alunni che il progresso dell'umanità non può essere misurato solamente dal progresso della scienza e della tecnologia; si ha vero progresso quando viene riconosciuto il primato dei valori morali e del progresso della vita morale.
Situazioni radicalmente ingiuste esistenti nella società materialistica fanno si che mentre alcuni vivono nell'abbondanza altri muoiono di fame. Per porvi rimedio è necessario un nuovo ordine mondiale, e dunque una educazione ai valori della giustizia e dell'amore che costituiscono la base per un tale ordine mondiale.
In una società secolarizzata che ha perso il senso del sacro e parimenti il senso della moralita, vi è urgente necessità di una educazione ai valori religiosi, una educazione che renda capaci i suoi beneficiari di discernere la chiamata della fede. E' compito della Scuola cattolica di destare i giovani al valore della vita interiore, così che essi possano rispondere alla chiamata della fede con entusiasmo e generosità.
Infine il cristianesimo non soffoca né ignora i valori umani che i nostri contemporanei stimano - valori come la sincerità, la coerenza, la libertà e la realizzazione dell'individuo. Ben lungi dall'ignorare tali valori, il cristianesimo li perfeziona ponendoli in riferimento alla sorgente divina dalla quale essi derivano, riconoscendo nello stesso tempo che, a causa della corruzione portata dal peccato nel cuore umano, essi debbono essere prima purificati.
perciò il messaggio cristiano può dare agli uomini e alle donne la pienezza del significato della vita e un interiore arricchimento che ideologie puramente umane non possono comunicare.
Concludendo queste riflessioni, invoco la grazia illuminante dello Spirito Santo sulle deliberazioni dell'assemblea generale, e imparto cordialmente la mia apostolica benedizione a tutti i partecipanti.
Dal Vaticano, 23 gennaio 1982.
IOANNES PAULUS PP. II
1982-03-18 Data estesa: Giovedi 18 Marzo 1982
Titolo: Necessità di presenze spirituali oltre che di tecniche apostoliche
Testo:
Cari fratelli nell'Episcopato.
1. Ecco che avete ripreso il cammino verso Roma, per la visita "ad limina Apostolorum", come tanti altri Vescovi di Francia e del mondo intero che vi hanno preceduto. Venite a "vedere Pietro".
Il vostro passo costituisce un esempio per il popolo cristiano: anch'esso, e sempre più, comprende il beneficio di venire a ristorarsi, nella preghiera, nel luogo stesso in cui gli apostoli Pietro e Paolo, molti martiri, molti santi hanno dato la loro testimonianza a Cristo, e la necessità di rinsaldare concretamente i legami, spirituali ed anche affettivi, con il successore di Pietro, Vicario di Cristo, principio perpetuo e visibile e fondamento dell'unità (cfr. LG 18 LG 23).
La vostra visita "ad limina" è ugualmente un gesto efficace per situare il vostro ministero episcopale nell'unità del collegio episcopale, collegandolo non solamente a quello del Vescovo di Roma ma, mediante esso, a quello di tutti i Vescovi che lavorano nel mondo intero, affinché progrediscano sempre più la convergenza, la solidarietà, la comunione profonda. Questo si realizzerà anche negli scambi che voi avrete con i diversi Dicasteri che aiutano costantemente il Papa nella sua missione di servizio della Chiesa universale, per la sua fedeltà, la sua unità e l'armonia dei suoi sforzi di evangelizzazione. So che desiderate sottoporgli un gran numero di problemi che di volta in volta incontrate nel vostro ministero. Da parte mia, dopo aver ascoltato tutti e ciascuno, mi contentero di qualche riflessione di fondo.
2. Cinque anni fa, il mio venerato predecessore, Paolo Vl, aveva ricevuto i Vescovi di Francia in visita "ad limina" con una sollecitudine particolare: ricordate quale affetto, quali incoraggiamenti vi aveva manifestato, e la lucidità di cui egli aveva dato prova. Le riflessioni che in quell'occasione aveva esternato davanti a voi, su gran parte degli aspetti della pastorale in Francia, aveva attirato l'attenzione di molte altre Chiese locali ed esse rimangono molto valide, come ho già detto in occasione del mio viaggio a Parigi.
Dopo cinque anni, le vostre diocesi hanno ancora un po' cambiato aspetto. E vi ringrazio di aver voluto consegnarmi, così come di affidarle ai Dicasteri, nuove analisi, molto precise, delle realtà umane, sociali, culturali, religiose, pastorali. Esse costituiscono un vasto panorama di ombre e di luci. Ho notato che siete facilmente inclini a sottolineare gli aspetti della scristianizzazione, che si estende e tocca più profondamente una buona parte dei vostri fedeli, soprattutto le giovani generazioni, a livello delle convinzioni di fede, della partecipazione all'Eucaristia domenicale, del senso del sacramento della penitenza, dell'impegno a far battezzare o catechizzare i bambini, della conformità dei costumi, familiari o altri, alle esigenze evangeliche, della mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose, ecc. Ma avete anche rilevato - e questo è cosa molto importante - dei segni di speranza, la serie di sforzi che si tentano e che occorre sviluppare.
3. Il nostro tempo - che alcuni osano descrivere come caratterizzato dall'assenza di Dio - è pero sempre il tempo di Dio, che non saprebbe abbandonare la sua creazione, che non saprebbe quindi a maggior ragione lasciare la sua Chiesa dibattersi sola tra le difficoltà del mondo, quando le ha promesso e donato il suo Spirito. Bisogna esserne ben persuasi; direi anche che questo aspetto fa parte di una visione realistica delle cose. L'uomo moderno è come trascinato dalle conquiste della scienza e dalle sue applicazioni, o dalle esperienze fatte liberamente in tutti i campi, che lo lasciano ora abbagliato, ora spaventato o indifferente, distratto e disperso riguardo alla ricerca dell'essenziale. Dunque, questo tempo può essere per lui tempo di una riscoperta di Dio e della fede cristiana. In ogni caso, è il migliore, poiché è il nostro, quello che ci è dato da vivere e trasformare a prezzo di lotte di ogni tipo e con la grazia di Dio.
E anche se la nostalgia di un passato più facile e più florido è molto comprensibile, è nostro compito, Pastori, di comunicare ai cristiani e agli uomini di buona volontà, giovani e meno giovani, il gusto di vivere oggi. Non, sicuramente, limitando ingenuamente la nostra visione a qualche isola privilegiata, e ancora meno considerando come normale e cristiano ciò che non lo è; ma mostrandosi convinti che questi uomini e queste donne possono progredire, aprirsi ai valori morali e spirituali e mostrarsi generosi. Si tratta di mantenere l'ardore apostolico, quello che animava san Paolo, durante tutte le sue corse missionarie e finalmente qui, a Roma, quando abbraccio tutto questo mondo pagano considerandolo capace di accedere alla vita secondo il Vangelo, mediante la fede e la conversione. Questo ardore, fondato sulla fede in Dio e la confidenza nell'uomo, non è una facile esaltazione; esso sa essere paziente, della pazienza di Dio; e disinteressato, perché molto spesso una persona semina e un'altra raccoglie (cfr. Jn 4,37 cfr. 1Co 3,6-9). Voi siete, oggi, con i vostri preti, i vostri diaconi e i vostri laici, coloro che preparano laboriosamente la Chiesa del domani. E sapete, come me, a quale punto la via di Gesù Cristo comporti la povertà personale e la povertà dei mezzi, l'umiltà, perfino lo scacco apparente, sempre la croce - lo ricordavo venerdi scorso ad Assisi - e nello stesso tempo è una via di risurrezione.
Certo, la situazione in cui voi lavorate, in occidente, è segnata da svantaggi. E' vero sul piano umano e sociale, voi parlate spesso di uno smarrimento dei giovani specialmente davanti alla disoccupazione. E' vero soprattutto sul piano morale e spirituale. Ma questo non è un appello, una richiesta urgente di "spirituali", di uomini di Dio che, con la loro vita, la loro preghiera e il loro messaggio, aiutino a sciogliere le difficoltà che chiudono su se stessi, aiutino a vedere il senso delle cose, a sperare, a mettersi in piedi e a camminare? Sempre più ci si rende conto dei limiti delle analisi, e anche delle "tecniche" apostoliche, se esse non sono condotte da questi " spirituali ".
Se le vostre diocesi dell'ovest, in particolare della Bretagna, dell'Angio, della Vandea hanno potuto diventare e restare a lungo delle "terre di cristianità", non è solamente perché erano "protette" da influenze estranee alla fede cristiana; ma è innanzitutto e soprattutto perchè esse hanno conosciuto questi "spirituali", missionari, come san Luigi Maria Grignion di Montfort, il beato Julien Maunoir, il venerabile Jean-Marie di Lamennais, il padre Michel Nobletz e tanti altri fondatori e fondatrici di congregazioni religiose: come fare a meno di pensare a Jeanne Jugan e a Jeanne Delanoue che avremo la gioia di beatificare o canonizzare quest'anno? E' in questo spirito che dobbiamo abbracciare con fiducia il nostro tempo, come un tempo di grazia, e formare i nostri fedeli a questo sguardo, a questo ardore.
4. E ora, senza entrare nei dettagli della pastorale necessaria, mi permetto di sottoporvi due esortazioni, rispondenti alla situazione dei vostri diocesani che voi vedete cambiare di anno in anno e abbandonare spesso la pratica religiosa e i loro legami con la Chiesa.
Mantenete contro venti e maree la visibilità delle comunità cristiane e delle loro necessarie istituzioni. Avete notato voi stessi, in conclusione del vostro rapporto, la necessità di "segni" riconoscibili senza difficoltà che aiutino a mantenere o a ritrovare l'identità cristiana, in ciò che concerne la fede, la pratica o il comportamento cristiano. Penso che la catechesi, le pubblicazioni, i segni sacri possano fornire un contributo a questo. Avete parlato, in questo senso, di "nuove strutture di sostegno" esplicitamente cristiane, tanto più necessarie in quanto la secolarizzazione ha tolto molti appoggi tradizionali, sia che si tratti di mezzi, luoghi o di comunità. La famiglia e la parrocchia dovranno continuare a tenere a questo proposito un posto privilegiato e indispensabile. Ma unitamente a queste, c'è bisogno certamente di molti altri intermediari adatti, a condizione che essi non formino dei gruppi chiusi, ma veramente degli "intermediari" per Gesù Cristo e la sua unica Chiesa.
Mi sembra che, dalla vostra ultima assemblea di Lourdes, avete preso una coscienza più viva della necessità di questa faccia visibile della sacramentalità della Chiesa. Le Chiese d'occidente - che hanno i loro problemi di secolarizzazione - potrebbero trarre profitto dall'esperienza di certi paesi in cui le libertà religiose sono ridotte o soffocate e in cui la Chiesa tenta con tutti i mezzi di avere dei segni, dei luoghi, delle comunità capaci di nutrire la fede dei fedeli e di permetterle di esprimersi. Si, la Chiesa ha bisogno di segni visibili, e di sostegni. E questi sostegni, necessari all'identità e alla fedeltà dei cristiani, sono indispensabili ai loro impegni apostolici e pastorali. Sarebbe un errore psicologico dimenticarli o farli scomparire.
5. Vi incoraggio, in secondo luogo, a puntare sulla qualità delle comunità cristiane esistenti. Qualità che è importante senza dubbio più che la loro quantità. La gente ha bisogno di trovarvi innanzitutto un'accoglienza di qualità, grazie alla presenza, permanente o per lo meno regolare, di persone amabili e competenti, sia che si tratti del prete, di religiosi o di laici. Essa ha bisogno di cerimonie liturgiche di qualità, che aiutino la partecipazione attiva alla preghiera con un grande rispetto del mistero cristiano. Essi hanno bisogno, bambini, giovani e adulti, d'un insegnamento catechistico e dottrinale di qualità.
Ho prestato grande attenzione a ciò che mi dite della catechesi in cui voi investite molto, e mi rallegro con voi che i vostri numerosi catechisti siano formati con cura per testimoniare, non solamente della loro propria vita cristiana, ma di tutta la Tradizione vivente della Chiesa. Penso ancora alle molteplici scuole cattoliche alle quali voi tenete con ragione, alle quali i genitori cristiani tengono con forza e alle quali il Papa tiene tanto quanto voi tutti: è, ed e questo che costituisce il loro valore, l'educazione di qualità che esse possono fornire, con insegnanti cristiani che aderiscono a questo progetto educativo. Tutti gli altri settori della vita delle comunità - amministrazione, azione caritativa, compiti educativi, stampa, presenza nel mondo dei giovani, dei malati e degli anziani - richiedono che vi siano associati dei laici, ben preparati, e abbiano l'occasione di riflettervi in quanto cristiani. Infine, come non rendere omaggio ai laici che consacrano il loro apostolato diretto al loro vicinato o ai loro luoghi sociali o professionali, nella misura in cui cercano una vera evangelizzazione? Penso che, malgrado la crisi di cui parlano spesso i vostri rapporti e che è reale, voi avete ovunque o potete scoprire persone di qualità umana e cristiani che sono in grado di prendere, con voi e con i vostri preti, delle responsabilità al loro grado, che aiuteranno le diverse comunità a essere luogo di sostegno e di testimonianza.
6. Se il mio ruolo è quello di confermare i miei fratelli, il vostro, in un senso analogo, è quello di consolidare coloro di cui voi siete stati istituiti guida: di proclamare con chiarezza ciò che deriva dalla fede e dal Vangelo. E' quello di aiutare i vostri diocesani al discernimento, all'autenticità, senza mai permettere gli abusi. E' quello di riunire nell'unità e di trascinare il Popolo di Dio nella meravigliosa missione della Chiesa.
Questo suppone che voi viviate il più possibile con le vostre comunità, vicini ad esse. Sapete, come io so, quanto sia importante il contatto, frequente, diretto e prolungato; certo, voi avete altre responsabilità a livello delle strutture ecclesiali della regione, della nazione, a volte anche della Chiesa universale, che vi obbligano a frequenti spostamenti e a lunghi lavori di preparazione. Questa assunzione collettiva del carico degli impegni ha degli aspetti benefici, e anche necessari. Tuttavia, voi comprendete bene anche il pericolo che ci sarebbe nel lasciarvi prendere totalmente a questo livello, al punto di usare qui tutte le vostre forze o di essere meno presenti ai vostri preti, alle vostre comunità diocesane, parrocchiali, ecc. Non solamente l'élite, i responsabili hanno bisogno di voi, ma il popolo cristiano desidera legittimamente vedervi, pregare con voi, ricevere le vostre indicazioni. Da parte mia, sentivo molto forte questo aspetto quando ero a Cracovia, e ne sono convinto anche qui a Roma, città in cui le visite pastorali fanno, almeno ogni settimana, parte del mio ministero di Vescovo.
Siate sicuri, cari fratelli, che io rimango vicino a voi e al vostro ministero, nella preghiera e attraverso tutte le occasioni che avro di tessere nuovi legami con voi. Lavoriamo insieme, nel medesimo spirito. Confido in voi e mi auguro che tutti i vostri diocesani ripongano ugualmente in voi la loro fiducia, rispettino il vostro ministero, lo facilitino e cooperino con esso.
Che lo Spirito Santo sia la vostra pace e la vostra forza! Di tutto cuore, vi benedico, e benedico tutti coloro che collaborano con voi, preti, diaconi, religiosi, religiose, e le altre persone consacrate, laici cristiani, giovani e adulti. Trasmettete la mia benedizione particolare a coloro che sono nella prova. E che tutti camminino verso il rinnovamento pasquale!
1982-03-18 Data estesa: Giovedi 18 Marzo 1982
GPII 1982 Insegnamenti - Il saluto ai giovani e a un pellegrinaggio dalla Maremma - Città del Vaticano (Roma)