
GPII 1982 Insegnamenti - L'omelia durante la Messa per gli universitari - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Nella croce e nella risurrezione la dimensione del mondo si incontra con quella di Dio
Testo:
1. Gloria a te, Verbo di Dio! Questo saluto si ripete quotidianamente nella liturgia della Quaresima.
Esso precede la lettura del Vangelo, e testimonia che il tempo della Quaresima è nella vita della Chiesa un periodo di particolare concentrazione sul Verbo di Dio.
Tale concentrazione era collegata - specialmente nei primi secoli - alla preparazione al Battesimo nella notte di Pasqua, al quale si predisponevano i Catecumeni con crescente intensità.
Pero, non solo in considerazione del Battesimo e del catecumenato la Quaresima stimola ad una così intensa concentrazione sulla Parola di Dio. Il bisogno scaturisce dalla natura stessa del periodo liturgico, cioè dalla profondità del Mistero, nel quale la Chiesa entra sin dall'inizio della Quaresima.
Il mistero di Dio raggiunge le menti e i cuori innanzitutto mediante la Parola di Dio. Ci troviamo, infatti, nel periodo della "iniziazione" alla Pasqua, che è il mistero centrale di Cristo, oltreché della fede e della vita di coloro che lo confessano.
Sono lieto che in questo periodo, anche quest'anno, mi è dato di portare il mio personale contributo alla pastorale dell'ambiente universitario di Roma. Do il mio cordiale benvenuto a tutti i presenti: Professori, Studenti e ospiti che vengono da fuori Roma.
Desidero ricordare, in questa occasione, che i problemi riguardanti la presenza della Chiesa nel mondo universitario della nostra Città, i problemi della specifica pastorale accademica sono stati quest'anno il tema dell'incontro del clero della diocesi di Roma all'inizio della Quaresima. Insieme con i miei fratelli nell'Episcopato e nel presbiterato, che condividono con me la sollecitudine pastorale per i tre milioni di cittadini della Roma degli anni ottanta, ho potuto ascoltare diverse voci di professori, di studenti, di rappresentanti dei singoli ambienti accademici e movimenti, come pure dei loro assistenti ecclesiastici, i quali hanno illustrato numerosi problemi riguardanti l'importante compito della Chiesa di Roma in questo settore.
Spero che questo compito potrà essere svolto in modo sempre più maturo e fruttuoso.
2. Lode a te, Verbo di Dio! Questa parola nella Liturgia della penultima Settimana di Quaresima diventa particolarmente intensa e, direi, particolarmente drammatica. Lo mettono in risalto in modo speciale le letture tratte dal Vangelo di san Giovanni.
Cristo, conversando con i Farisei, sempre più chiaramente dice Chi è, Chi l'ha mandato, e le sue parole non trovano accoglienza. E sempre più, mediante la crescente tensione delle domande e delle risposte, si delinea anche il termine di questo processo: la morte del profeta di Nazaret.
"Tu chi sei?" (Jn 8,25), domandano a lui come una volta domandavano a Giovanni Battista. Questo interrogativo porta con sé quell'eterna inquietudine messianica, alla quale Israele partecipava da generazioni, e che nella generazione di quel tempo pareva ancora accresciuta in potenza.
- Tu chi sei? - "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete..." (Jn 8,28).
3. Sembra che il concetto-chiave dell'odierna Liturgia della Parola di Dio sia quello di "elevazione". Durante la peregrinazione di Israele attraverso il deserto, Mosè "fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta" (Nb 21,9). Lo fece per ordine del Signore, quando il suo popolo veniva morso dai serpenti velenosi "e un gran numero di Israeliti mori" (Nb 21,6). Quando Mosè mise il serpente di rame sopra l'asta, chiunque fosse stato morso dai serpenti, nel guardarlo, "restava in vita" (Nb 21,9).
Quel serpente di rame è divenuto la figura di Cristo "innalzato" sulla croce. Gli esegeti vedono in esso l'annuncio simbolico del fatto che l'uomo, il quale con fede guarda la croce di Cristo, "resta in vita". Rimane in vita...: e la vita significa la vittoria sul peccato e lo stato di grazia nell'animo umano.
4. Cristo dice: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete...": conoscerete, troverete la risposta a questo interrogativo che ora ponete a me, non fidandovi delle parole che vi dico.
"L'innalzare" mediante la Croce costituisce in un certo qual senso la chiave per conoscere tutta la verità, che Cristo proclamava. La Croce è la soglia, attraverso la quale sarà concesso all'uomo di avvicinarsi a questa realtà che Cristo rivela. Rivelare vuol dire "rendere noto", "rendere presente". Cristo rivela il Padre. Mediante lui il Padre diventa presente nel mondo umano.
"Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo" (Jn 8,28).
Cristo si richiama al Padre come all'ultima fonte della verità che annunzia: "Colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui" (Jn 8,26).
Ed infine: "Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite" (Jn 8,29).
In queste parole si svela davanti a noi quella illimitata solitudine, che Cristo deve sperimentare sulla Croce, nella sua "elevazione". Questa solitudine inizierà durante la preghiera nel Getsemani - la quale deve essere stata una vera agonia spirituale - e si compirà nella crocifissione. Allora Cristo griderà: "Eli, Eli, lemà sabactàni", "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46).
Ora, invece, come se anticipasse quelle ore di tremenda solitudine, Cristo dice: "Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo...". Come se volesse dire, in primo luogo: anche in questo supremo abbandono non saro solo! adempiro allora ciò che "Gli è gradito", ciò che è la Volontà del Padre! e non saro solo! - E, inoltre: il Padre non mi lascerà in mano alla morte, poiché nella Croce c'è l'inizio della risurrezione. Proprio per questo, "la crocifissione" diventerà in definitiva la "elevazione": "Allora saprete che Io sono". Allora, pure, conoscerete che "io dico al mondo le cose che ho udito da lui".
5. La crocifissione diventa veramente l'elevazione di Cristo. NellaCroce c'è l'inizio della risurrezione.
perciò la Croce diventa la misura definitiva di tutte le cose, che stanno tra Dio e l'uomo. Cristo le misura proprio con questo metro.
Nell'odierno Vangelo ascoltiamo che cosa dice: "Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo" (Jn 18,23).
La dimensione del mondo viene, in un certo senso, contrapposta alla dimensione di Dio. Nel colloquio con Pilato Cristo dirà anche: "Il mio regno non è di quaggiù" (Jn 18,36).
La dimensione del mondo s'incontra con la dimensione di Dio proprio nella Croce: nella Croce e nella risurrezione.
Per questo la croce diventa quell'ultimo metro, col quale Cristo misura.
Diventa il punto centrale di riferimento. La dimensione del mondo viene in essa riferita definitivamente alla dimensione del Dio Vivente. E il Dio Vivente si incontra col mondo nella Croce. S'incontra mediante la morte di Cristo. Questo incontro è totalmente per l'uomo.
Perché - a volte ci chiediamo - quell'incontro del Dio Vivente con l'uomo si è compiuto sulla Croce?... perché doveva compiersi così? Cristo, nell'odierno colloquio, ne dà la risposta: "Se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati" (Jn 18,24).
Sopra la dimensione del mondo si mette la dimensione del peccato...
Proprio per questo l'incontro di Dio col mondo si compie nella croce.
C'è bisogno della Croce e della morte, affinché l'uomo "non muoia nei propri peccati".
C'è bisogno della Croce e della risurrezione, affinché l'uomo creda a Cristo, perché accetti questo "mondo" che lui rivela per mezzo di sé.
In Cristo è rivelato all'uomo il Dio Vivente. Dio Padre.
Non solo: in Cristo è rivelato all'uomo - è rivelato fino in fondo - il mistero dell'uomo stesso.
6. Bisogna imparare a misurare i problemi del mondo, e soprattutto i problemi dell'uomo, col metro della Croce e della Risurrezione di Cristo.
Essere cristiani vuol dire vivere nella luce del mistero pasquale di Cristo. E trovare in esso un punto fisso di riferimento per ciò che è nell'uomo, per ciò che è tra gli uomini, ciò che compone la storia dell'umanità e del mondo.
L'uomo, guardando in se stesso, scopre anche - come Cristo dice nel dialogo con i Farisei - ciò che è "di quaggiù" e ciò che è "di lassù". L'uomo scopre dentro di sé (è questa un'esperienza perenne) l'uomo "di lassù" e l'uomo "di quaggiù": non due uomini, ma quasi due dimensioni dello stesso uomo; dell'uomo, che è ognuno di noi: io, tu, lui, lei...
E ognuno di noi - se guarda dentro di sé attentamente, in modo autocritico, se cerca di vedere se stesso nella verità - saprà dire che cosa in lui appartiene all'uomo "di quaggiù", e che cosa all'uomo "di lassù". Saprà chiamarlo per nome. Saprà confessarlo.
Ed infine: in ognuno di noi c'è un certo spontaneo tendere dall'uomo "di quaggiù" verso quello "di lassù". E' questa un'aspirazione naturale. A meno che non la soffochiamo, non la calpestiamo in noi.
E' un'aspirazione. Se con essa cooperiamo, questa aspirazione si sviluppa e diventa il motore della nostra vita.
Cristo ci insegna come cooperare con essa. Come sviluppare ed approfondire ciò che nell'uomo è "di lassù", e come indebolire e vincere ciò che è "di quaggiù".
Cristo ce lo insegna col suo Vangelo e col suo personale esempio.
La Croce diventa qui una misura viva. Diventa il punto di riferimento, attraverso il quale la vita di milioni di uomini passa da ciò che nell'uomo è "di quaggiù" a ciò che è "di lassù".
La Croce e la risurrezione: il mistero pasquale di Cristo.
7. Il primo, elementare metodo di questo passaggio è la preghiera.
Quando l'uomo prega, in un certo senso spontaneamente si rivolge verso Colui che gli offre la dimensione "di lassù". Con ciò stesso prende le distanze da ciò che, in se stesso, è "di quaggiù". La preghiera è un movimento interiore. E' un movimento che decide dello sviluppo di tutta la personalità umana.
Dell'indirizzo della vita.
Con quale chiarezza dà espressione a questo tema il Salmo dell'odierna Liturgia!: "Signore, ascolta la mia preghiera, / a te giunga il mio grido. / Non nascondermi il tuo volto; / nel giorno della mia angoscia / piega verso di me l'orecchio. / Quando ti invoco: presto, rispondimi" (102 [101], 1-3).
L'uomo vive nella ricerca del "volto di Dio", che è nascosto davanti a lui nelle tenebre "del mondo". Eppure, nello stesso "mondo" può scoprire le impronte di Dio. Bisogna solo che inizi a pregare. Che preghi. Che passi da ciò che è "di quaggiù" verso ciò che è "di lassù". Che insieme alla preghiera scopra in se stesso la via che va dall'uomo "di quaggiù" a quello "di lassù".
Mei diletti! Nel nome del Crocifisso e del Risorto vi chiedo: pregate! amate la preghiera!
8. Gloria a te, Verbo di Dio! Che l'amore della preghiera diventi in ognuno di noi il frutto dell'ascolto della Parola di Dio.
"Il seme è la Parola di Dio, il seminatore invece, Cristo; ognuno che lo troverà durerà in eterno", proclama un testo liturgico.
Il seme è il germe di vita. Esso racchiude in sé tutta la pianta.
Nasconde la spiga per la mietitura e il futuro pane.
Il Verbo di Dio è tale seme per le anime umane. Il seminatore ne è Cristo.
Preghiamo che dal seme della parola di Cristo nasca in noi di nuovo questa Vita, alla quale l'uomo è chiamato in Cristo. Chiamato "da lassù".
Questa vita nasce nei sacramenti della fede. Nasce prima nel Battesimo e poi nel sacramento della Riconciliazione.
Cristo è non soltanto Colui che annunzia la Parola di Dio. E' Colui che in questa Parola dà la Vita. Una nuova Vita.
Tale è la potenza delle parole: "Io ti battezzo".
Tale è pure la potenza delle parole: "Io ti assolvo... vai in pace".
Vai! Nella direzione da ciò che è in te "di quaggiù" verso ciò che è "di lassù".
Ancora una volta, vai! E infine la potenza delle parole eucaristiche: "Mangiate e bevetene tutti". Chi mangia... vivrà. Vivrà in eterno.
Guardiamo, cari fratelli e sorelle, "l'elevazione" di Cristo. Guardiamo attraverso il prisma della Croce e della risurrezione la nostra umanità.
Accettiamo l'invito che si racchiude nel mistero pasquale di Cristo. Accettiamo la Parola e la Vita. Amen.
1982-03-30 Data estesa: Martedi 30 Marzo 1982
Titolo: Reciproca illuminazione fra matrimonio e castità
Testo:
1. Continuiamo a riflettere sul tema del celibato e della verginità per il regno dei Cieli, basandoci sul testo del Vangelo secondo Matteo (cfr. Mt 19,10-12).
Parlando della continenza "per" il regno dei Cieli e fondandola sull'esempio della propria vita, Cristo desiderava, senza dubbio, che i suoi discepoli la intendessero soprattutto in rapporto al "regno", che egli era venuto ad annunziare e per il quale indicava le giuste vie. La continenza, di cui parlava, è appunto una di queste vie e, come risulta già dal contesto del Vangelo di Matteo, è una via particolarmente valida e privilegiata. Infatti, quella preferenza data al celibato e alla verginità "per il regno" era una novità assoluta nei confronti della tradizione dell'antica alleanza, e aveva un significato determinante sia per l'ethos che per la teologia del corpo.
2. Cristo, nel suo enunciato, ne rileva soprattutto la finalità. Dice che la via della continenza, di cui egli stesso dà testimonianza con la propria vita, non solo esiste e non soltanto è possibile, ma è particolarmente valida e importante "per il regno dei Cieli". E tale deve essere, dato che lo stesso Cristo l'ha scelta per sé. E se questa via è così valida e importante, alla continenza per il regno dei Cieli deve spettare un particolare valore. Come già abbiamo accennato in precedenza, Cristo non affrontava il problema sul medesimo livello e nella stessa linea di ragionamento, in cui lo ponevano i discepoli, quando dicevano: "Se questa è la condizione... non conviene sposarsi" (Mt 19,10). Le loro parole celavano sullo sfondo un certo utilitarismo. Cristo, invece, nella sua risposta ha indicato indirettamente che, se il matrimonio, fedele alla originaria istituzione del Creatore (ricordiamo che il Maestro proprio a questo punto si riferiva al "principio"), possiede una sua piena congruenza e valore per il regno dei Cieli, valore fondamentale, universale e ordinario, da parte sua la continenza possiede per questo regno un valore particolare ed "eccezionale". E' ovvio che si tratti della continenza scelta coscientemente per motivi soprannaturali.
3. Se Cristo rileva nel suo enunciato, innanzitutto, la finalità soprannaturale di quella continenza, lo fa in senso non solo oggettivo, ma anche esplicitamente soggettivo, cioè indica la necessità di una motivazione tale che corrisponda in modo adeguato e pieno alla finalità oggettiva che viene dichiarata dall'espressione "per il regno dei Cieli". Per realizzare il fine di cui si tratta - cioè per riscoprire nella continenza quella particolare fecondità spirituale che proviene dallo Spirito Santo - bisogna volerla e sceglierla in virtù di una fede profonda, che non ci mostra soltanto il regno di Dio nel suo compimento futuro, ma ci consente e rende possibile in modo particolare di immedesimarci con la verità e la realtà di quel regno, così come esso viene rivelato da Cristo nel suo messaggio evangelico e soprattutto con l'esempio personale della sua vita e del suo comportamento. perciò, si è detto sopra che la continenza "per il regno dei Cieli" - in quanto indubbio segno dell'"altro mondo" - porta in sé soprattutto il dinamismo interiore del mistero della redenzione del corpo (cfr. Lc 20,35), e in questo significato possiede anche la caratteristica di una particolare somiglianza con Cristo. Chi sceglie consapevolmente tale continenza, sceglie, in un certo senso, una particolare partecipazione al mistero della redenzione (del corpo); vuole in modo particolare completarla per così dire nella propria carne (cfr. Col
1,24), trovando in ciò anche l'impronta di una somiglianza con Cristo.
4. Tutto questo si riferisce alla motivazione della scelta (ossia alla sua finalità in senso soggettivo): scegliendo la continenza per il regno dei Cieli, l'uomo "deve" lasciarsi guidare appunto da tale motivazione. Cristo, nel caso in questione, non dice che l'uomo vi è obbligato (in ogni caso non si tratta certamente del dovere che scaturisce da un comandamento); tuttavia, senza dubbio, le sue concise parole sulla continenza "per il regno dei Cieli" pongono fortemente in rilievo proprio la sua motivazione. Ed esse la rilevano (cioè indicano la finalità, di cui il soggetto è consapevole), sia nella prima parte di tutto l'enunciato, sia anche nella seconda, indicando che qui si tratta di una scelta particolare: propria cioè di una vocazione piuttosto eccezionale che non universale e ordinaria. All'inizio, nella prima parte del suo enunciato, Cristo parla di un intendimento ("non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso": Mt 19,11); e si tratta non di un "intendimento" in astratto, bensi tale da influire sulla decisione, sulla scelta personale, in cui il "dono", cioè la grazia, deve trovare un'adeguata risonanza nella volontà umana. Tale "intendimento" coinvolge dunque la motivazione. In seguito, la motivazione influisce sulla scelta della continenza, accettata dopo averne compreso il significato "per il regno dei Cieli". Cristo, nella seconda parte del suo enunciato, dichiara quindi che l'uomo "si fa" eunuco quando sceglie la continenza per il regno dei Cieli e ne fa la fondamentale situazione ovvero lo stato di tutta la propria vita terrena. In una decisione così consolidata sussiste la motivazione soprannaturale, da cui la decisione stessa fu originata. Sussiste rinnovandosi, direi, continuamente.
5. Abbiamo già in precedenza volto l'attenzione al particolare significato dell'ultima affermazione. Se Cristo, nel caso citato, parla del "farsi" eunuco, non soltanto pone in rilievo il peso specifico di questa decisione, che si spiega con la motivazione nata da una fede profonda, ma non cerca, nemmeno di nascondere il travaglio, che tale decisione e le sue persistenti conseguenze possono avere per l'uomo, per le normali (e d'altronde nobili) inclinazioni della sua natura.
Il richiamo "al principio" nel problema del matrimonio ci ha consentito di scoprire tutta la bellezza originaria di quella vocazione dell'uomo, maschio e femmina: vocazione, che proviene da Dio e corrisponde alla duplice costituzione dell'uomo, nonché alla chiamata alla "comunione delle persone". Predicando la continenza per il regno di Dio, Cristo non soltanto si pronunzia contro tutta la tradizione dell'antica alleanza, secondo cui il matrimonio e la procreazione erano, come abbiamo detto, religiosamente privilegiati, ma si pronuncia, in un certo senso, anche in contrasto con quel "principio", a cui egli stesso ha fatto richiamo e forse anche per questo sfuma le proprie parole con quella particolare "regola di intendimento", a cui abbiamo sopra accennato. L'analisi del "principio" (specialmente in base al testo jahvista) aveva dimostrato infatti che, sebbene sia possibile concepire l'uomo come solitario di fronte a Dio, tuttavia Dio stesso lo trasse da questa "solitudine" quando disse: "Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile" (Gn 2,18).
6. così, dunque, la duplicità maschio-femmina propria della costituzione stessa dell'umanità e l'unità dei due che si basa su di essa, rimangono "da principio", cioè fino alla loro stessa profondità ontologica, opera di Dio. E Cristo, parlando della continenza "per il regno dei Cieli", ha davanti a sé questa realtà. Non senza ragione ne parla (secondo Matteo) nel contesto più immediato, in cui fa appunto riferimento "al principio", cioè al principio divino del matrimonio nella costituzione stessa dell'uomo.
Sullo sfondo delle parole di Cristo si può asserire che non solo il matrimonio ci aiuta ad intendere la continenza per il regno dei Cieli, ma anche la stessa continenza getta una luce particolare sul matrimonio visto nel mistero della Creazione e della Redenzione.
[Omissis. Seguono i saluti in altre lingue: francese, inglese, tedesca, olandese, spagnola, portoghese] Ai partecipanti al "XII Congresso Nazionale di Studio degli Economi Generali e Provinciali".
Ho il piacere di salutare ora i Partecipanti al "XII Congresso Nazionale di Studio degli Economi Generali e Provinciali", promosso dal Centro Nazionale degli Economi di Comunità.
Vi esprimo la mia stima perché, pur essendo persone consacrate a Dio e quindi dedite alla contemplazione delle verità della fede, voi non avete rifiutato il peso - non sempre lieve - della conduzione degli affari economici delle vostre rispettive Famiglie religiose. Sappiate infondere in questo vostro servizio uno spirito di evangelica dedizione, offrendo così ai vostri confratelli un insostituibile aiuto. Abbiate una sempre maggiore consapevolezza delle vostre responsabilità, specializzandovi accuratamente in questo campo che non ammette improvvisazioni ed empirismi, tanto gravi essendo i suoi aspetti tecnici, giuridici e sociali. E soprattutto, anche se immersi nelle difficoltà quotidiane, abbiate sempre di mira Cristo, il quale è la ragion d'essere della vostra vita religiosa e non vi fa mancare la sua ricompensa (cfr. Mt 9,40). Vi sia di conforto e di sprone la mia speciale benedizione.
Ai giovani e ai volontari del Movimento dei Focolari Un saluto particolare va anche oggi, come di consueto, a tutti i giovani e le giovani, i ragazzi e le ragazze, che sono venuti a rallegrare questo incontro settimanale. Tra essi ci sono 500 volontarie del Movimento dei Focolari, riunite in questi giorni presso la Mariapoli di Rocca di Papa per un loro convegno sul tema della unità.
Si, carissimi giovani, non stancatevi mai di alimentare nei vostri cuori generosi gli ideali dell'unità, della concordia e della pace: doni, questi, oggi più che mai inestimabili, in un mondo troppo spesso diviso e dilacerato da rivalità ed antagonismi. Vivete soprattutto nell'unità di fede e di amore, portando scolpite nel vostro animo le parole del testamento del Signore: "Ut omnes unum sint" (Jn 17,21). Con questi voti vi benedico tutti.
Rivolgo anche un affettuoso saluto a tutti i Seminaristi, presenti a questa Udienza, in particolare a quelli della diocesi di Venezia.
Carissimi, a voi, che volete seguire più da vicino Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote, auguro che in questi anni di preparazione al presbiterato viviate sempre più intimamente uniti con lui nella preghiera, nella meditazione, nello studio, nel sacrificio, per essere un giorno degni ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio.
Agli ammalati A voi ammalati qui presenti e a quanti soffrono negli ospedali o nelle proprie case esprimo la mia solidarietà, il mio affetto e la mia benevolenza. Come già ho detto altre volte, la Chiesa conta molto su di voi, perché la vostra condizione vi avvicina di più al Crocifisso e quindi potete più direttamente collaborare con lui per la conversione e la salvezza degli uomini. Se saprete soffrire con questo animo ed offrire i vostri patimenti a questo scopo sarete i più grandi benefattori dell'umanità e il vostro nome sarà scritto in cielo a lettere d'oro. Vi sia di sostegno nelle vostre prove la mia speciale benedizione.
Agli sposi novelli Non può mancare, infine, un cordiale e beneaugurante pensiero per gli Sposi novelli. Carissimi, nell'esprimervi le mie felicitazioni per l'importante passo compiuto, auspico per voi una vita matrimoniale serena, in cui regni un amore reciproco sempre crescente ed una fede cristiana forte, che vi faccia veri figli di Dio ed autentici testimoni del Vangelo. Vi accompagni in ogni circostanza della vostra vita la mia benedizione apostolica.
1982-03-31 Data estesa: Mercoledi 31 Marzo 1982
Testo:
Madre di Jasna Gora! Desidero oggi rivolgere a te la mia preghiera come alla Madre della cultura polacca.
In questo modo ti pregano i miei connazionali.
In questo modo pensano a te gli uomini della cultura, e in questo modo ti venerano.
Ti rendiamo grazie perché all'inizio, dal canto "Bogurodzica", hai aiutato l'anima polacca ad esprimersi; perché ci hai aiutato mediante le opere della cultura: della letteratura, della scienza, delle molte opere d'arte, a creare i contenuti e i valori con i quali si nutrono le generazioni; grazie ai quali abbiamo potuto sopravvivere anche nelle più pesanti prove storiche.
I Vescovi polacchi scrivono: "Significato fondamentale per la creazione di un'intesa sociale hanno la religione e la cultura; è infatti necessario assicurare la piena libertà alla vita religiosa e allo sviluppo della cultura".
Nella religione e nella cultura l'uomo si esprime come essere intelligente e libero. La libertà è pure la condizione per ambedue. In particolare essa è la condizione della vera cultura, mediante la quale la Nazione vive la sua vita autentica.
Per quanto riguarda la vita, chi la risente più profondamente della Madre? E perciò a te, Madre chiaromontana, affido in modo particolare l'oggi e il domani della cultura nazionale.
Continui in essa e si sviluppi sempre più pienamente la vita della Nazione.
1982-03-31 Data estesa: Mercoledi 31 Marzo 1982
Titolo: Preghiera in occasione del Giovedi Santo 1982
Testo:
Cari fratelli nel sacerdozio.
Fin dall'inizio del mio ministero di Pastore della Chiesa universale ho desiderato che il Giovedi Santo di ogni anno fosse un giorno di particolare comunione spirituale con voi, per condividere con voi la preghiera, le ansie pastorali, le speranze, per incoraggiare il vostro servizio generoso e fedele, per ringraziarvi a nome di tutta la Chiesa.
Quest'anno non vi scrivo una lettera, ma vi invio il testo di una preghiera dettata dalla fede e nata dal cuore, per rivolgerla a Cristo insieme con voi nel giorno natale del mio come del vostro sacerdozio e per proporre una comune meditazione, che da essa sia illuminata e sorretta.
Possa ciascuno di voi "ravvivare il dono di Dio che egli porta in sé per l'imposizione delle mani" (cfr. 2Tm 1,6), e gustare con fervore rinnovato la gioia di essersi donato totalmente a Cristo.
Dal Vaticano, il 25 marzo, Solennità dell'Annunciazione del Signore, dell'anno 1982, quarto di pontificato.
GIOVANNI PAOLO PP. II I
1. Ci rivolgiamo a te, o Cristo del Cenacolo e del Calvario, in questo giorno che è la festa del nostro sacerdozio.
Ci rivolgiamo a te noi tutti - Vescovi e presbiteri - riuniti nelle assemblee sacerdotali delle nostre Chiese ed insieme associati nell'universale unità della santa ed apostolica Chiesa.
Il Giovedi Santo è il giorno natale del nostro sacerdozio. E' in questo giorno che tutti noi siamo nati. Come un figlio nasce dal seno della madre, così siamo nati noi, o Cristo, dal tuo unico ed eterno sacerdozio. Siamo nati nella grazia e nella forza della nuova ed eterna alleanza - dal Corpo e dal Sangue del tuo sacrificio redentore: dal Corpo, che è "dato per noi" (cfr. Lc 22,19), e dal Sangue, che "per noi tutti viene versato" (cfr. Mt 26,28).
Siamo nati nell'Ultima Cena e, al tempo stesso, ai piedi della Croce sul Calvario: li, dove c'è la fonte della nuova vita e di tutti i Sacramenti della Chiesa, ivi è pure l'inizio del nostro sacerdozio.
Siamo nati anche insieme a tutto il Popolo di Dio della nuova alleanza, che tu, prediletto del Padre (cfr. Col 1,13), hai fatto "un regno di sacerdoti per il tuo Dio e Padre" (cfr. Ap 1,6).
Siamo stati chiamati come servitori di questo popolo, che agli eterni tabernacoli di Dio tre volte Santo porta i suoi "sacrifici spirituali" (cfr. 1P 2,5).
Il sacrificio eucaristico è "fonte ed apice di tutta la vita cristiana" (LG 11). E' un sacrificio unico che tutto comprende. E' il bene più grande della Chiesa. E' la sua vita.
Ti ringraziamo, o Cristo: - perché ci hai scelti tu stesso, associandoci in maniera speciale al tuo sacerdozio e segnandoci con un carattere indelebile, che rende idoneo ciascuno di noi ad offrire il tuo proprio sacrificio come sacrificio di tutto il popolo: sacrificio di riconciliazione, nel quale tu offri incessantemente al Padre te stesso e, in te, l'uomo e il mondo; - perché ci hai fatti ministri dell'Eucaristia e del tuo perdono; partecipi della tua missione evangelizzatrice; servitori del popolo della nuova alleanza.
II
2. Signore Gesù Cristo! Quando il giorno del Giovedi Santo dovesti separarti da coloro che avevi "amato sino alla fine" (cfr. Jn 13,1), tu promettesti loro lo Spirito di verità. Dicesti: "...è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma, quando me ne saro andato, ve lo mandero" (Jn 16,7).
Te ne sei andato mediante la Croce, facendoti "obbediente fino alla morte" (cfr. Ph 2,8) e "spogliando te stesso" (cfr. Ph 2,7) per l'amore col quale ci hai amato fino alla fine; così, dopo la tua risurrezione, è stato dato alla Chiesa lo Spirito Santo, che è venuto ed è rimasto ad abitare in essa "per sempre" (cfr. Jn 14,16).
E' lo Spirito che "con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione" con te (cfr. LG 4).
Consapevoli - ciascuno di noi - che mediante lo Spirito Santo, operante in forza della tua Croce e Risurrezione, abbiamo ricevuto il sacerdozio ministeriale per servire la causa della umana salvezza nella tua Chiesa, - imploriamo oggi, in questo giorno così santo per noi, il continuo rinnovamento del tuo sacerdozio nella Chiesa, mediante appunto il tuo Spirito che deve "ringiovanire" in ogni epoca della storia questa tua Sposa diletta; - imploriamo che ognuno di noi ritrovi nel proprio cuore e confermi ininterrottamente con la propria vita l'autentico significato, che la sua personale vocazione sacerdotale ha sia per lui stesso sia per tutti gli uomini, - affinché in modo sempre più maturo veda con gli occhi della fede la vera dimensione e la bellezza del sacerdozio, - affinché persista nel ringraziamento per il dono della vocazione come per una grazia non meritata, - affinché, ringraziando incessantemente, si consolidi nella fedeltà a questo santo dono, il quale, proprio perché è del tutto gratuito è tanto più obbligante.
3. Ti ringraziamo per averci configurati a te, come ministri del tuo sacerdozio, chiamandoci ad edificare il tuo Corpo, la Chiesa, non solo mediante l'amministrazione dei sacramenti, ma anche, e prima ancora, con l'annuncio della tua "parola di salvezza" (cfr. Ac 13,26), facendoci partecipi della tua responsabilità di Pastore.
Ti ringraziamo per aver avuto fiducia in noi, nonostante la nostra debolezza e fragilità umana, infondendoci nel Battesimo la chiamata e la grazia della perfezione da conquistare giorno per giorno.
Imploriamo di saper sempre assolvere ai nostri sacri impegni secondo il metro del cuore puro e della retta coscienza. Che siamo "fino alla fine" fedeli a te, che ci hai amati "fino alla fine" (cfr. Jn 13,1).
Che non trovino accesso nelle nostre anime quelle correnti di idee, che sminuiscono l'importanza del sacerdozio ministeriale, quelle opinioni e tendenze che colpiscono la natura stessa della santa vocazione e del servizio, al quale tu, o Cristo, ci chiami nella tua Chiesa.
Quando il Giovedi Santo, istituendo l'Eucaristia ed il sacerdozio, lasciavi coloro che avevi amati fino alla fine, promettesti loro il nuovo "Consolatore" (Jn 14,16). Fa' che questo Consolatore - "lo Spirito di verità" (Jn 14,17) - sia con noi con i suoi santi doni! Che siano con noi la sapienza e l'intelletto, la scienza e il consiglio, la fortezza, la pietà e il santo timor di Dio, affinché sappiamo sempre discernere ciò che proviene da te, distinguere ciò che proviene dallo "spirito del mondo" (cfr. 1Co 2,12) o, addirittura, dal "principe di questo mondo" (cfr. Jn 16,11).
4. Fa' che non "rattristiamo" il tuo Spirito (cfr. Ep 4,30): - con la nostra poca fede e mancanza di disponibilità a testimoniare il tuo Vangelo "con i fatti e nella verità" (1Jn 3,18); - con il secolarismo e col voler ad ogni costo "conformarci alla mentalità di questo secolo" (cfr. Rm 12,2); - con la mancanza, infine, di quella carità, che "è paziente, è benigna...", che "non si vanta..." e "non cerca il suo interesse...", che "tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta...", di quella carità che "si compiace della verità" e solo della verità (1Co 13,4-7).
Fa' che non "rattristiamo" il tuo Spirito: - con tutto ciò che porta con sé tristezza interiore e inciampo per l'anima, - con ciò che fa nascere complessi e causa rotture, - con ciò che fa di noi un terreno aperto ad ogni tentazione, - con ciò che si manifesta come una volontà di nascondere il proprio sacerdozio davanti agli uomini e di evitarne ogni segno esterno, - con ciò che, alla fine, può portare alla tentazione della fuga sotto il pretesto del "diritto alla libertà".
Oh, fa' che non depauperiamo la pienezza e la ricchezza della nostra libertà, che abbiamo nobilitato e realizzato donandoci a te e accettando il dono del sacerdozio! Fa' che non distacchiamo la nostra libertà da te, a cui dobbiamo il dono di questa grazia ineffabile! Fa' che non "rattristiamo" il tuo Spirito! Concedici di amare con quell'amore col quale il Padre tuo ha "amato il mondo", quando ha dato "il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Jn 3,16).
Oggi, giorno in cui tu stesso hai promesso alla tua Chiesa lo Spirito di verità e di amore, noi tutti, unendoci con coloro i quali, durante l'Ultima Cena, per primi ricevettero da te la consegna di celebrare l'Eucaristia, gridiamo: "Manda il tuo Spirito... e rinnova la faccia della terra" (cfr. Ps 104 [103],30), anche di quella terra sacerdotale, che tu hai reso fertile col sacrificio del Corpo e del Sangue, che ogni giorno rinnovi sugli altari mediante le nostre mani, nella vigna della tua Chiesa.
III
5. Oggi tutto ci parla di questo amore, col quale "hai amato la Chiesa e hai dato te stesso per lei, per renderla santa" (cfr. Ep 5,25s).
Mediante l'amore redentore della tua donazione definitiva hai fatto tua sposa la Chiesa, conducendola sulle vie delle sue esperienze terrene, per prepararla alle eterne "nozze dell'Agnello" (cfr. Ap 19,7) nella "casa del Padre" (Jn 14,2).
Quest'amore sponsale di Redentore, questo amore salvifico di Sposo, rende fruttiferi tutti i "doni gerarchici e carismatici", con i quali lo Spirito Santo "provvede e dirige" la Chiesa (cfr. LG 4).
E' lecito, Signore, che noi dubitiamo di questo tuo amore? Chiunque si lascia guidare da viva fede nel fondatore della Chiesa può forse dubitare di questo amore, al quale la Chiesa deve tutta la sua vitalità spirituale? E' lecito forse dubitare - che tu possa e desideri dare alla tua Chiesa veri "amministratori dei misteri di Dio" (1Co 4,1), e, soprattutto, veri ministri dell'Eucaristia? - che tu possa e desideri risvegliare nelle anime degli uomini, specialmente dei giovani, il carisma del servizio sacerdotale, così come esso è stato accolto ed attuato nella tradizione della Chiesa? - che tu possa e desideri risvegliare in queste anime, insieme con l'aspirazione al sacerdozio, la disponibilità al dono del celibato per il Regno dei cieli, di cui in passato hanno dato e ancor oggi danno prova intere generazioni di sacerdoti nella Chiesa cattolica? E' conveniente - contro la voce del recente Concilio Ecumenico e del Sinodo dei Vescovi - continuare a proclamare che la Chiesa dovrebbe rinunciare a questa tradizione ed a questa eredità? Non è invece dovere di noi sacerdoti vivere con generosità e gioia il nostro impegno, contribuendo con la nostra testimonianza e con la nostra opera alla diffusione di questo ideale? Non è nostro compito far crescere il numero dei futuri presbiteri al servizio del Popolo di Dio, adoperandoci con tutte le forze per il risveglio delle vocazioni e sostenendo l'azione insostituibile dei Seminari, ove i chiamati al sacerdozio ministeriale possano prepararsi adeguatamente al dono totale di sé a Cristo?
6. In questa meditazione del Giovedi Santo oso porre ai miei fratelli un tale interrogativo, che va tanto lontano, proprio perché questo sacro giorno pare esigere da noi una totale ed assoluta sincerità di fronte a te, eterno Sacerdote e buon Pastore delle nostre anime! Si. Ci rattrista che gli anni dopo il Concilio, indubbiamente ricchi di fermenti buoni, prodighi di iniziative edificanti, fecondi per il rinnovamento spirituale di tutte le componenti della Chiesa, abbiano visto, d'altro lato, il sorgere di una crisi ed il manifestarsi di non rare incrinature.
Ma... possiamo forse, in qualsiasi crisi, dubitare del tuo amore? di quell'amore col quale "hai amato la Chiesa dando te stesso per lei" (cfr. Ep 5,25)? Questo amore e la potenza dello Spirito di verità non sono forse più grandi di ogni umana debolezza, anche quando questa sembri prendere il sopravvento, atteggiandosi per di più a segno di "progresso"? L'amore, che tu doni alla Chiesa, è destinato sempre all'uomo debole ed esposto alle conseguenze della sua debolezza. Eppure, tu non rinunci mai a questo amore, che rialza l'uomo e la Chiesa, ponendo all'uno ed all'altra precise esigenze.
Possiamo noi "sminuire" questo amore? Non lo sminuiamo noi tutte le volte in cui, a causa della debolezza dell'uomo, sentenziamo che si deve rinunciare alle esigenze che esso pone? IV
7. "Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe..." (cfr. Mt 9,38).
Nel Giovedi Santo, che è giorno natale del sacerdozio di ognuno di noi, vediamo con gli occhi della fede tutta l'immensità di questo amore, che nel Mistero pasquale ti ha comandato di diventare "obbediente fino alla morte" - ed in questa luce vediamo anche meglio la nostra indegnità.
Sentiamo il bisogno di dire, oggi più che mai: "Signore, non sono degno...".
Veramente "siamo servi inutili" (Lc 17,10).
Procuriamo, pero, di vedere questa nostra indegnità e "inutilità" con una semplicità tale che ci renda uomini di grande speranza. "La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato" (Rm 5,5).
Questo Dono è proprio frutto del tuo amore: è il frutto del Cenacolo e del Calvario.
Fede, speranza e carità devono essere il metro adeguato per le nostre valutazioni e per le nostre iniziative.
Oggi, nel giorno dell'istituzione dell'Eucaristia, noi ti chiediamo con la più grande umiltà e con tutto il fervore, di cui siamo capaci, che essa sia celebrata su tutta la terra dai ministri a questo chiamati, affinché a nessuna comunità dei tuoi discepoli e confessori manchino questo santissimo sacrificio e questo nutrimento spirituale.
8. L'Eucaristia è soprattutto il dono fatto alla Chiesa. Indicibile dono. Anche il sacerdozio è un dono alla Chiesa, in considerazione dell'Eucaristia.
Oggi, quando si dice: la comunità ha diritto all'Eucanstia, si deve particolarmente ricordare che tu hai raccomandato ai tuoi discepoli di "pregare il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe" (cfr. Mt 9,38).
Se non si "prega" con fervore, se non ci si adopera con tutte le forze perché il Signore mandi alle Comunità buoni ministri dell'Eucaristia, si può allora affermare con convinzione interna che "la comunità ha diritto"...? Se ha diritto..., allora ha il diritto del dono! E un dono non può essere trattato come se dono non fosse. Si deve pregare incessantemente per avere tale dono. Si deve chiederlo in ginocchio.
Bisogna dunque - atteso che l'Eucaristia è il più grande dono del Signore alla Chiesa - chiedere sacerdoti, poiché anche il sacerdozio è un dono alla Chiesa.
In questo Giovedi Santo, riuniti insieme con i Vescovi nelle nostre assemblee sacerdotali, ti preghiamo, Signore, affinché siamo sempre compenetrati della grandezza del dono, che è il Sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue.
Fa' che noi, in interiore conformità con l'economia della grazia e con la legge del dono, continuamente "preghiamo il padrone della messe"; e che la nostra invocazione scaturisca da un cuore puro, avendo in sé la semplicità e la sincerità dei veri discepoli. Allora tu, Signore, non respingerai la nostra supplica.
9. Dobbiamo gridare a te con una voce così potente, quale esigono la grandezza della causa e l'eloquenza della necessità dei tempi. E così, imploranti, gridiamo.
Eppure, abbiamo la consapevolezza che "nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare" (Rm 8,26). Non è forse così, dal momento che tocchiamo un problema che tanto ci supera? Eppure, questo è il nostro problema. Non ce n'è alcun altro che sia così nostro come questo.
Il giorno del Giovedi Santo è la nostra festa.
Pensiamo al tempo stesso a quei campi, che "già biondeggiano per la mietitura" (Jn 4,35).
E perciò abbiamo fiducia che lo Spirito verrà "in aiuto alla nostra debolezza", esso che "intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili" (Rm 8,26).
Poiché è sempre lo Spirito che "fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo" (LG 4).
10. Non ci è detto che nel Cenacolo del Giovedi Santo fosse presente la tua Madre.
Tuttavia noi ti preghiamo specialmente per sua intercessione. Che cosa può esserle più caro del Corpo e del Sangue del proprio Figlio, affidato agli Apostoli nel Mistero eucaristico - il Corpo e il Sangue che le nostre mani sacerdotali offrono incessantemente in sacrificio per "la vita del mondo" (Jn 6,51)? Dunque, per il tramite di lei, specialmente oggi, noi ti ringraziamo e per il tramite di lei imploriamo - che si rinnovi nella potenza dello Spirito Santo il nostro sacerdozio, - che pulsi in esso costantemente l'umile, ma forte certezza della vocazione e della missione, - che cresca la prontezza al sacro servizio.
Cristo del Cenacolo e del Calvario! Accoglici tutti, noi che siamo i Sacerdoti dell'Anno del Signore 1982, e col mistero del Giovedi Santo nuovamente santificaci. Amen.
1982-04-01 Data estesa: Giovedi 1 Aprile 1982
GPII 1982 Insegnamenti - L'omelia durante la Messa per gli universitari - Città del Vaticano (Roma)