
GPII 1982 Insegnamenti - Ai docenti alunni ed ex alunni dei collegi romani "San Gabriele" e "Nazareno" - Città del Vaticano (Roma)
1. Nella lieta circostanza commemorativa della fondazione dei vostri ben noti Collegi romani, avete voluto esprimere la vostra gioia e la vostra riconoscenza al Signore anche mediante un affettuoso incontro col Papa. Programmato per il maggio scorso, purtroppo non potè avvenire, a motivo della drammatica vicenda dell'attentato. Voi avete continuato ad attendere con ansia questa Udienza ed avete anche pregato per me: ed io vi ringrazio di cuore.
Oggi finalmente ci è concesso di incontrarci, carissimi alunni, insegnanti e familiari, sia del Collegio "Nazareno", fondato nel 1630 da san Giuseppe Calasanzio, sia del Collegio "San Gabriele" dei Fratelli dell'Istruzione Cristiana, che ha festeggiato il cinquantesimo anniversario di vita.
Desidero pertanto esprimervi la letizia che colma il mio animo nel vedervi in questa grandiosa assemblea di persone, guidate tutte dalla stessa fede cristiana e dal medesimo ideale educativo. Porgo a ciascuno di voi, e specialmente ai Direttori e ai Membri responsabili, il mio più cordiale saluto, grato per il vostro gesto di fedeltà e di filiale ossequio, in una occasione così importante e significativa.
2. La vostra presenza indica chiaramente le finalità che, fin dalle origini, perseguono i vostri Collegi: la formazione del giovane alla luce del messaggio di Cristo, per il bene della Chiesa e della società. Molto interessante e utile è riandare con la memoria alla vostra storia passata per costatare il tanto lavoro compiuto a vantaggio di innumerevoli generazioni di giovani e per gioire insieme a motivo delle opere realizzate.
Veramente consolante e gloriosa si può dire la cronologia del Collegio "Nazareno", che, dai primi otto studenti dell'anno della fondazione, si sviluppo in modo portentoso attraverso i secoli, accogliendo migliaia di alunni, molti dei quali occuparono posti di prestigio e di responsabilità nella Chiesa e nello Stato, e impegnando validi docenti, tra i quali alcuni divennero famosi per dottrina e santità. Tra gioie e dolori, attraverso ore serene e anche momenti oscuri e burrascosi, il Collegio "Nazareno", retto dagli esperti Padri Scolopi, è giunto fino ad oggi, carico di meriti e di esperienza, e la storia passata deve essere di stimolo e di ispirazione a perseverare nelle direttive pedagogiche date dal santo Fondatore, per formare sempre più e sempre meglio il "cristiano" in questa nostra epoca, così bisognosa di verità e di salvezza.
Anche la storia del Collegio "San Gabriele", pur ancora così breve in confronto dell'altra, ha la sua buona messe di ricordi e di avvenimenti, essendo vissuto in questo cinquantennio, caratterizzato da mutamenti sociali e politici, da difficoltà specialmente nel campo religioso ed educativo, da fenomeni sociologici determinanti. In questo cinquantennio il Collegio "San Gabriele" ha affermato piena fedeltà ai suoi ideali cristiani, la sua opera pedagogica ha avuto sempre come scopo e come stimolo la formazione del cristiano e vuole coraggiosamente proseguire per questa strada. Prova di questo costante impegno è anche l'offerta che gli alunni annualmente raccolgono per i bisognosi, e che l'anno scorso hanno desiderato devolvere ai profughi cambogiani.
Mentre vi esprimo sincero apprezzamento per l'intensa ed accurata attività finora svolta, tutti esorto a continuare con amore e con coraggio il cammino intrapreso, nonostante le difficoltà dei tempi. Infatti, il collegio cattolico deve distinguersi proprio per questo primario e singolare intento di formazione naturale e soprannaturale, alla luce del Vangelo e del magistero autentico e perenne della Chiesa, dietro l'esempio dei santi, che sono di guida e di intercessione. Il buon seme, che viene gettato a piene mani per tanti anni, nei periodi più delicati ed importanti della formazione giovanile porta certamente frutto.
L'augurio che di cuore formulo per i vostri Collegi è di aver sempre fiducia nel valore della vostra istituzione, e di lavorare con animo intrepido e fervoroso nel campo esigente e promettente dell'educazione.
3. Mi rivolgo ora in particolare a voi, ragazzi e giovani, alunni ed ex alunni, per lasciarvi un pensiero che vi sia di ricordo per questa solenne commemorazione e nello stesso tempo di incentivo per una vita sempre più impegnata nella scuola del Vangelo.
Abbiate una coscienza profondamente cristiana! Questa è la mia esortazione; questo è il mio auspicio! Ed è anche ciò che esige la nostra epoca così radicalmente inquieta, in cui deve vivere il cristiano, in cui dovete vivere voi, con la vostra giovinezza, e prepararvi all'avvenire, inteso come una missione e un ideale.
Come è importante oggi possedere una coscienza cristiana! Infatti, il mondo attuale esige essenzialmente "coerenza": ha bisogno certo di dottrina e di spiegazione, ma anche e soprattutto di esempi, di modelli, di autentici seguaci di Cristo. Formatevi perciò una coscienza cristiana! Questa è la consegna che vi lascio! Questo è l'augurio più bello che posso fare a voi tutti, alunni e docenti!
4. Carissimi! Mi piace concludere questo incontro, richiamandomi alla figura austera ma amabile di san Giuseppe Calasanzio, che si potrebbe giustamente affermare un "genio della pedagogia cristiana", che egli volle fondata sulla mirabile sintesi della pietà e della sapienza. Come centro propulsore della vita scolastica e collegiale egli pose la santa Messa e la devozione alla Vergine Maria. Ebbene, ciò che fu valido nel suo secolo, tanto travagliato sia nel campo politico come in quello religioso, rimane valido per sempre.
Stringetevi anche voi intorno a Gesù, vivo e presente per noi e con noi nell'Eucaristia! Amate ed imitate la nostra celeste Madre, Maria! In questo modo i vostri Collegi saranno scuola di autentica formazione umana e cristiana, a vantaggio non solo della Chiesa, ma anche della Patria.
Vi accompagni la propiziatrice benedizione apostolica, che con grande affetto vi imparto, invocando l'abbondanza dei celesti favori.
1982-04-03 Data estesa: Sabato 3 Aprile 1982
Titolo: L'esaltazione di Cristo si racchiude nello spogliamento di Cristo stesso
Testo:
1. "Osanna! / Benedetto colui che viene nel nome del Signore! / Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! / Osanna nel più alto dei cieli!" (Mc 11,9s).
Il giorno dell'esaltazione di Gesù di Nazaret.
C'è stato un giorno in cui Gesù di Nazaret è stato esaltato davanti agli occhi del popolo. E ha permesso questo. Anzi, in un certo senso egli stesso ha creato le condizioni perché questo accadesse, entrando in Gerusalemme su di un asinello, attorniato dai suoi discepoli, proprio quando da varie parti della Terra Santa si recava là una folla innumerevole.
Quando i farisei dissero: "Maestro, rimprovera i tuoi discepoli", egli rispose loro: "Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre" (Lc
19,39s).
Ci fu un giorno in cui Gesù di Nazaret, adempiendo la volontà del Padre, consenti che si manifestasse in lui la gloria terrena del Messia: che si manifestasse al cospetto di Gerusalemme e dalle labbra dei suoi conterranei.
In questo modo, infatti, doveva compiersi la Scrittura, la quale esprime in modo regale la gloria del Messia: come esaltazione del discendente di Davide.
Così, dunque, oggi celebriamo il giorno dell'esaltazione di Gesù di Nazaret davanti agli occhi degli uomini.
Oggi pure, entrando nella liturgia della Settimana Santa, cominciamo a meditare il mistero dell'esaltazione del Messia davanti a Dio.
2. Mirabile è la liturgia della Domenica delle Palme, così come mirabili sono stati gli eventi del giorno, a cui essa si riferisce.
Sull'entusiasmo del messianico "Osanna" incombe un'ombra profonda. E' questa l'ombra della passione che si avvicina. Quanto significative sono persino queste parole del profeta che si adempiono in questo giorno: "Non temere, figlia di Sion! / Ecco, il tuo re viene, / seduto sopra un puledro d'asina!" (Jn 12,15, cfr. Za 9,9).
può, nel giorno dell'entusiasmo generale del popolo per la venuta del Messia, la figlia di Sion aver motivo di timore? Eppure si. E' prossimo ormai il tempo, nel quale si compiranno sulle labbra di Gesù di Nazaret le parole del salmista: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Ps 21 [22],2). Lui stesso pronuncerà queste parole dall'alto della Croce.
Allora, invece dell'entusiasmo del popolo che canta "Osanna", saremo testimoni degli scherni nel cortile di Pilato, sul Golgota, così come proclama il salmista: "Mi scherniscono quelli che mi vedono, / storcono le labbra, scuotono il capo: / "Si è affidato al Signore, lui lo scampi; / lo liberi, se è suo amico"" (21 [22],8s).
3. La liturgia odierna - la liturgia della Domenica delle Palme -, permettendo di soffermarci sull'ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme, ci conduce contemporaneamente al termine della passione.
"Hanno forato le mie mani e i miei piedi, / posso contare tutte le mie ossa...".
E in seguito: "Si dividono le mie vesti / sul mio vestito gettano la sorte" (Ps 21 [22],17-19).
Come se il Salmista già vedesse con i propri occhi lo svolgimento del Venerdi Santo.
Veramente in quel giorno, ormai vicino, Cristo si farà obbediente fino alla morte, e questa sarà la morte in Croce (cfr. Ph 2,8).
4. E proprio qui, al termine della Passione, ha il suo inizio il mistero dell'esaltazione del Messia. Questa esaltazione è diversa dalla "storica" esaltazione davanti agli uomini il giorno del gioioso "osanna". E' questa l'esaltazione in Dio stesso.
A questa esaltazione in Dio sono diventati immediata introduzione l'umiliazione di Cristo e il suo spogliamento definitivo mediante la Croce.
"(Cristo Gesù) pur essendo di natura divina non considero un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spoglio se stesso assumendo la condizione di servo..." (Ph 2,6s).
Queste parole della lettera ai Filippesi si riferiscono non solo alla Passione. Esse costituiscono, in un certo senso, la sintesi di tutta la vita di Cristo. Costituiscono l'indicatore di tutto il mistero dell'Incarnazione.
Risulta, infatti, chiaramente da queste parole che egli "spoglio se stesso" per il fatto stesso che, "pur essendo di natura divina", ha accettato la condizione umana, la natura umana: ha assunto la "condizione di servo". Potendo ad ogni passo "sfruttare l'occasione d'essere pari a Dio", ha scelto consapevolmente tutto ciò che lo poneva "al pari" dell'uomo: "esternamente riconosciuto come uomo".
Ed ecco, ci avviciniamo al termine di questo livellamento. Lo raggiungeremo allora, quando Cristo "umilierà se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce".
5. Pero proprio questo termine significa l'inizio dell'esaltazione.
L'esaltazione di Cristo si racchiude nello spogliamento di Cristo. La gloria ha il suo inizio e la sua sorgente nella Croce.
San Paolo nella lettera ai Filippesi lo sottolinea chiaramente, quando fa iniziare la successiva frase del suo magnifico testo con la parola "per questo".
"Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al disopra di ogni altro nome" (Ph 2,9).
L'Apostolo vede questa esaltazione a misura del mondo vis\ibile ed invisibile. Scrive dunque "...E gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore - a gloria di Dio Padre" (Ph 2,9-11).
Tale è la misura dell'esaltazione di Cristo in Dio. Di quel Cristo, che nella Domenica delle Palme ha permesso la sua "esaltazione" davanti agl i occhi di Gerusalemme, quando non mancavano che pochi giorni alla crocifissione.
Con l'odierna domenica la Chiesa si trova sulla soglia della Settimana Santa.
E' questa la settimana pasquale.
Si racchiude in essa il mistero dello spogliamento di Cristo e della sua esaltazione: dell'esaltazione mediante lo spogliamento.
Con grande umiltà, con fede e con amore andiamo incontro a questo Mistero.
1982-04-04 Data estesa: Domenica 4 Aprile 1982
Titolo: Pace e riconciliazione per i popoli della Palestina
Testo:
1. "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Co 5,20).
Tale supplica eleva l'apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. E tale supplica eleva pure la Chiesa, ogni anno, specialmente nel periodo della Quaresima.
Il Sinodo dei Vescovi, che l'anno venturo sarà dedicato "alla riconciliazione e alla penitenza nella missione della Chiesa", desidera rinnovare, sviluppare ed approfondire questa invocazione racchiusa nelle parole dell'Apostolo.
Questo invito sembra assumere una particolare attualità nei nostri tempi, in cui ci rendiamo conto quanto sia immutabile l'iniziativa salvifica di Dio, e quanto invece insufficiente, e spesso addirittura nulla, la risposta dell'uomo.
2. "E' stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione" (2Co 5,19).
La Chiesa porta in sé - nella sua natura, nella sua struttura fondamentale - tale riconciliazione di Dio col mondo in Gesù Cristo.
La Chiesa, fissando lo sguardo sul mistero di Cristo, sulla profondità umana e divina della sua passione, ha la consapevolezza di quale prezzo sia costata quella riconciliazione: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo tratto da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio" (2Co 5,21).
Il prezzo della spogliazione di Cristo, che è così potentemente messo in evidenza dalla liturgia della Domenica delle Palme e da tutta la Quaresima si trova alle basi stesse della riconciliazione di Dio col mondo, con l'umanità.
Cristo "ha preso su di sé" il peccato del mondo, perché l'uomo possa ritrovare la giustizia davanti a Dio.
3. Scrive san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: "Tutto questo... viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione" (2Co 5,18).
Il ministero della riconciliazione dell'uomo con Dio costituisce la missione fondamentale della Chiesa. Forma questa fondamentale missione. Una volta compiuta dalla iniziativa divina, la riconciliazione col mondo in Gesù Cristo richiede un'incessante attuazione. L'umanità riconciliata con Dio ha sempre di nuovo bisogno del ministero della riconciliazione. Infatti, sempre nella vita dell'uomo si ripete il peccato, che in base al ministero della riconciliazione e della giustificazione nel Sangue di Cristo aspetta la grazia del perdono.
4. "Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro" (2Co 5,20).
Il Sinodo sulla "riconciliazione e penitenza" è un grande compito nella vita della Chiesa contemporanea. Nella vita dell'uomo contemporaneo.
E' necessario che sia preparato molto profondamente.
E' necessario preparare il Sinodo nella preghiera, avendo davanti agli occhi sia l'immagine inquietante del mondo e dell'uomo contemporaneo sia, nello stesso tempo, l'inscrutabile mistero della riconciliazione divina col mondo in Cristo.
Questo mistero ha avuto il suo inizio terreno quando "l'Angelo del Signore annunzio alla Vergine Maria" ed Ella accolse con tutto il cuore questo annunzio.
Meditando tutto questo durante la preghiera dell'"Angelus", preghiamo affinché la Chiesa contemporanea si rinnovi tutta in questa missione della riconciliazione e della penitenza.
Preghiamo anche affinché l'uomo contemporaneo comprenda e senta di nuovo quanto salvifico sia il Mistero divino della riconciliazione, e lo segua con tutta la potenza del cuore.
5. L'umanità ha più che mai bisogno della riconciliazione per ritrovare la giustizia nel rapporto con Dio, godere la serenità della coscienza, vivere la pace e l'amore fra i fratelli.
La pace tra i fratelli: il mio pensiero va, in questo momento, a coloro che soffrono la privazione di questo dono di Dio, alle Regioni del mondo in cui la dignità umana, la legittima aspirazione a vivere nella pace sono negate o impedite.
In modo particolare, in questa Domenica della Passione del Signore, il mio sguardo si rivolge alla Terra di Gesù, alla Palestina, dove egli ha insegnato l'amore ed è morto perché l'umanità avesse la riconciliazione. Quella terra vede, da decenni, due popoli contrapposti in un antagonismo sinora irriducibile. Ognuno di loro ha una storia, una tradizione, una vicenda propria, che sembrano rendere difficile una composizione. Ci sono state già quattro guerre sanguinose e una terribile sequenza di dolori e di privazioni per la gente della regione.
Ancora in queste settimane nuovi dolorosi episodi si sono prodotti in Cisgiordania, con morti e feriti, mentre si è accresciuta l'ansietà e l'insicurezza della popolazione, che anela ad una condizione nella quale siano riconosciute ed affermate le proprie legittime aspirazioni.
E' irreale, pur dopo tante delusioni, auspicare che un giorno questi due popoli, ognuno accettando l'esistenza e la realtà dell'altro, trovino la via di un dialogo che li faccia approdare ad una soluzione equa, in cui ambedue vivano in pace, in propria dignità e libertà, mutuamente donandosi il pegno della tolleranza e della riconciliazione? La Chiesa, che guarda a Cristo nel cammino della Croce e ne ravvisa l'immagine sacra negli uomini che soffrono, invoca, tramite la nostra preghiera, pace e riconciliazione anche per i popoli della Terra che fu sua. Preghiamo per questa intenzione.
XXV anniversario della Firma dei Trattati di Roma.
Nei giorni scorsi la Comunità Europea ha celebrato il 25° anniversario della firma dei Trattati di Roma. E' un avvenimento, questo, che merita di essere ricordato anche dalla Chiesa, la quale in questi anni non ha cessato di seguire e di incoraggiare gli sforzi compiuti e i traguardi raggiunti per l'unificazione civile, sociale ed economica dell'Europa. Pur in mezzo alle difficoltà che l'attraversano, la Comunità deve continuare ad impegnarsi per la salvaguardia e la promozione del benessere materiale, ma soprattutto dei valori spirituali e culturali, tra i quali è la comune fede cristiana: a nessuno infatti sfugge che se l'Europa rinunciasse alla sua tradizione religiosa, la quale ha tanto segnato il suo passato, ne arricchisce il presente e fa ben sperare per l'avvenire, essa cesserebbe di essere se stessa.
Auspico che la ricorrenza serva ad una maggiore presa di coscienza di questo impegno tanto importante per il futuro dell'Europa.
Al Segretario delle Nazioni Unite e a tutti i Direttori Generali delle Agenzie Specializzate o Organizzazioni Internazionali mondiali.
Sono lieto di dare il benvenuto a Roma, ospiti della Sede centrale della FAO, al Segretario Generale delle Nazioni Unite e a tutti i Direttori Generali delle Agenzie specializzate o Organizzazioni Internazionali mondiali e degli Organismi del sistema delle Nazioni Unite, operanti per la pace e per lo sviluppo.
Auspico che sia proficua questa riunione nell'ambito dell'annuale Comitato Amministrativo di coordinamento delle Nazioni Unite, che ha luogo quest'anno in Roma, lunedi e martedi prossimo.
Invito tutti a pregare perché la loro apprezzata e benemerita opera possa avvalorare nel mondo l'anelito alla vera pace, intesa cioè non solo come superamento dei conflitti e rinuncia all'uso della violenza nelle controversie interne e internazionali, ma soprattutto come collaborazione prestata all'elevazione e allo sviluppo dei Popoli.
Agli ascoltatori della radio diocesana di Faenza Nella diocesi di Faenza si dà inizio, nella giornata odierna, al collegamento via radio per unirsi al Papa nella recita dell'"Angelus".
Mentre esprimo il mio vivo compiacimento per tale iniziativa, che offre la possibilità di allargare quasi geograficamente gli spazi per la preghiera in comune, invio il mio cordiale saluto ed augurio a quella cara Comunità diocesana, agli Organizzatori ed agli Ascoltatori.
Con la mia benedizione apostolica.
1982-04-04 Data estesa: Domenica 4 Aprile 1982
Titolo: Continuo impegno in favore della verità nel travaglio dei fenomeni sociali e ideologici
Testo:
Cari Padri scrittori, Collaboratrici e Collaboratori de "La Civiltà Cattolica".
1. Sono molto lieto di poter finalmente accogliere la richiesta di un incontro con la vostra Comunità, la cui attività, sin dalla origine più che secolare, è stata tutta dedicata alla diffusione e difesa della cultura o della civiltà cattolica, e sempre è stata istituzionalmente posta al servizio del Papa e della Sede Apostolica. E così, pur nel mutare degli uomini, degli eventi e delle situazioni storiche, la vostra Rivista si è mantenuta sempre fedele, meritando i ripetuti encomi dei miei predecessori, la stima e l'affetto dei lettori cattolici ed il rispetto e l'attenzione di quelli non cattolici.
2. "Cattolicità", come voi sapete, vuol dire etimologicamente universalità. Ma universalità vuol dire, a sua volta, riduzione armonica del tutto a uno. L'unità della Chiesa, che sta in eterno nella persona del Cristo, si manifesta anche nella persona del Vicario. Guardando a lui, pertanto, voi aggiungete all'attenzione, allo studio ed alla sollecitudine per il "particolare" (la Chiesa italiana, la patria italiana, la cultura italiana), l'attenzione, lo studio e la sollecitudine per 1'"universale": la stessa Chiesa cattolica, anzitutto, e le universali verità della sua fede; ma pure l'intera famiglia dei popoli, con le aspirazioni ed i problemi, i valori ed i fini, che riguardano tutti gli uomini.
Se ogni problema umano ha assunto oggi, di fatto e di diritto, dimensioni mondiali, il proposito di contribuire alla formazione di una civiltà cattolica, o universale, che cento anni fa poteva sembrare quasi ambizioso, è divenuto ora di estrema attualità, si direbbe anzi di urgente doverosità. Non solo il "melius esse", ma la stessa coesistenza pacifica tra i popoli e gli uomini tutti non possono non essere appoggiati, che su verità, su principi, su valori universali, pur nel rispetto delle diverse culture particolari.
3. Purtroppo, pero, questo nostro mondo contemporaneo mostra molteplici ed acuti segni di quella che bene è stata definita la sua "ambivalenza": segni di progresso magnifico, senza precedenti, in ogni settore delle scienze e delle attività umane; ma pure segni di "involuzione", di progresso ingannevole, perché relativo a valori ed obiettivi fallaci, che come tali si rivelano alla lunga disumani e disumanizzanti l'umanità. Quello che più preoccupa, pero, è che, nella crescente e per sé benefica diffusione della cultura, nella cosiddetta "cultura di massa", propugnata appunto dai mass-media, si fa sempre più un unico fascio di verità provate e di opinioni discutibili, di valori universali e di interessi particolari egoisticamente individualistici, di autentici principi deontologici e di fatti persino patologici. E tutto ciò sotto l'etichetta del "moderno" (anche se si tratta di errori e mali antichissimi), dietro il paravento del dovere-diritto all'informazione, e nel nome di un non bene inteso "pluralismo" che sarebbe proprio della cultura. Molto saggiamente i fondatori del vostro Periodico hanno preferito a questo termine, già allora di moda in molti Paesi, il termine classico di "civiltà". Anche la migliore antropologia culturale distingue tra "culture", che possono essere "barbare", e "civiltà", che possono essere "primitive", ma non barbare. Barbaro in realtà è ciò che è disumano, anche se "evoluto"; civile ciò che è umano, anche se semplice e primitivo. Vi sono "pseudoculture", denunciate dalla "maior saniorque pars" degli intellettuali; non vi sono al contrario "pseudociviltà", ma solo "involuzioni" e "declini" di civiltà particolari, registrate dalla storia.
Ricordando i cento anni e più di lavoro accurato e indefesso della vostra Rivista, che giustamente gode di tanto prestigio, desidero esprimere vivo ringraziamento al Signore che ha suscitato per essa tante persone preparate culturalmente e di profonda formazione umana e sacerdotale. Esse nel continuo travaglio dei fenomeni sociali ed ideologici, hanno saputo tenere sempre alta la fiaccola della Verità. Molti scrittori de "La Civiltà Cattolica" hanno consacrato tutta o gran parte della loro vita per la compilazione sempre attenta e aggiornata della Rivista, ritenendo questa loro missione un autentico "servizio sacerdotale": anche ad essi deve andare la nostra riconoscenza ed il nostro compiacimento per la loro opera. Sarebbe doveroso enunciare qui un lungo elenco di nomi ben noti e benemeriti; mi limito a ricordare gli ultimi tre che si sono spenti in questi recenti anni: Padre Messineo, Padre Fagone e Padre Angelo Martini.
L'opera illuminatrice e formatrice della Civiltà Cattolica nel campo teologico, cristologico, ecclesiologico, filosofico, letterario, giuridico ed anche artistico, merita sostegno e plauso, ed io vi esorto caldamente a una rinnovata fedeltà all'originario e secolare programma: cioè l'approfondimento, la dimostrazione, la diffusione delle verità proposte dalla Chiesa, sia nell'ordine delle realtà rivelate come in quelle sociali e culturali; l'interpretazione degli avvenimenti e dei fenomeni intellettuali alla luce del Vangelo e del Magistero autentico e perenne, senza mai indulgere a confusioni, o a pericolosi "compromessi".
Certamente, in una situazione di pluralismo ideologico e pratico, come quello del nostro tempo, il dialogo deve essere rispettoso e comprensivo e sempre si deve distinguere tra errore ed errante. Tuttavia l'impegno della Rivista deve rimanere anche quello di distinguere accuratamente tra verità ed errore, in modo da essere sempre formatrice di coscienze rette.
4. Quanto al settore specifico della politica interna ed internazionale, come già ebbe a dirvi il mio predecessore Pio XII e come, del resto, il Vaticano II insegna per tutta la Chiesa (GS 76), voi potete e dovete senza dubbio portare il vostro giudizio morale sui fatti e avvenimenti; specie quando sono in gioco i diritti umani, il bene comune, i diritti e la libertà della Chiesa.
5. A tal fine, diro che molto vi gioverà restar fedeli a un altro carattere originario e istituzionale della vostra attività, quale risulta anche dai documenti pontifici di approvazione: la "collegialità" del vostro lavoro e, quindi, l'unanimità del vostro servizio alla Santa Sede. Vedo felicemente tra voi padri giovani, meno giovani ed anziani; così è stato sempre, come sono informato.
Ebbene, come in un coro affiatato, ciascuno deve avere la sua voce e porla in armonia con quella degli altri; ciascuno deve contribuire, con il suo pensiero e con la sua esperienza, all'orientamento appunto "collegiale" della Rivista. Ciò favorirà l'indirizzo sempre coerente e unitario di essa, a tutto vantaggio della sua capacità di incidere sulla pubblica opinione.
Con questi sentimenti di viva cordialità e con queste esortazioni tratte dall'indole stessa del vostro Istituto, mi è gradito rinnovarvi l'espressione dell'apprezzamento per il buon lavoro sinora compiuto ed il vivo interesse di questa Sede Apostolica a che esso continui e si sviluppi. Vi accompagni nella vostra fatica la costante assistenza del Signore, in pegno della quale volentieri imparto a tutti ed a ciascuno di voi la mia apostolica benedizione.
1982-04-05 Data estesa: Lunedi 5 Aprile 1982
Titolo: E' necessaria la collaborazione di tutti per aprirsi ad una visione universale del bene comune
Testo:
Signor Segretario Generale.
Le sono profondamente grato per questa visita che ha desiderato farmi pochi mesi dopo aver assunto le sue alte funzioni di Segretario Generale dell'ONU.
E' per me motivo di vera soddisfazione aver potuto conoscerla personalmente, e mi è gradito rinnovarle i migliori auguri per i gravi compiti che le competono, manifestandole anche la volontà di continuare e approfondire il dialogo cordiale e rispettoso tra la Chiesa Cattolica e l'ONU, al cui sviluppo attribuisco una grande importanza.
La posizione che lei, Signor Segretario Generale, occupa nel sistema dell'ONU e nella comunità internazionale può dirsi unica nel suo genere. Chiamato a dirigere il Segretariato Generale di una organizzazione tanto complessa, lei deve svolgere infatti funzioni molto importanti di ordine amministrativo, ma nello stesso tempo le compete una delicata missione di tipo politico che si svolge in comitati rappresentativi, diplomatici e operativi.
Il carattere internazionale della sua funzione è al servizio della universalità dell'ONU e tende al conseguimento di finalità molto alte: la pace e la cooperazione tra tutti i popoli, la salvaguardia della dignità dei diritti dell'uomo, la giustizia internazionale. La mera enunciazione di queste funzioni e obiettivi è già un porre in rilievo l'importanza dell'incarico che lei occupa e del servizio che può prestare a tutta la famiglia umana.
Lei lo sa bene, Signor Segretario Generale, ma desidero ripeterlo in questa: la Santa Sede, attraverso i successivi Papi, ha manifestato il suo appoggio morale, in modo chiaro e solenne, ai principi istituzionali e agli obiettivi essenziali dell'ONU. Il mio predecessore Paolo VI, nel suo memorabile discorso del 4 ottobre 1965, qualifico l'ONU come "il cammino necessario della civiltà moderna e della pace mondiale".
Io stesso, rivolgendomi alla XXXIV Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 2 ottobre 1979, ho confermato la stima e l'atteggiamento dei miei predecessori verso questa Istituzione. I motivi di tale stima, Signor Segretario Generale, non sono contingenti, ma ben meditati. Si basano su convinzioni profonde: la necessità di una organizzazione della società internazionale, nell'attuale fase di sviluppo cui è giunta l'interdipendenza tra i popoli, per il conseguimento del bene comune internazionale e la conseguente necessità di una autorità mondiale; e nello stesso tempo la convinzione degli stretti vincoli - direi essenziali - che vi sono tra l'organizzazione della società internazionale e la salvaguardia della pace e della concordia tra tutti i popoli della terra.
Nel momento storico che viviamo, l'interesse della pubblica opinione si volge angustiato verso tanti punti di tensione: alla tanto delicata situazione che si è creata tra l'Argentina e la Gran Bretagna e, più in generale, converge a ragione sulla terribile e permanente minaccia di una guerra nucleare. Minaccia divenuta più reale che mai per l'ostinazione nel rafforzare ulteriormente gli arsenali divenuti più che traboccanti, e per le grandi difficoltà che incontrano i governi responsabili nel decidersi ad aprire alcuni ambiti di negoziati realistici ed efficaci sui differenti tipi di armamenti.
Signor Segretario Generale, la Santa Sede è più che mai preoccupata per la recrudescenza della tensione internazionale e spera vivamente che la prossima assemblea straordinaria sul disarmo contribuisca a rasserenare gli spiriti; ma nello stesso tempo non si può non preoccuparsi perché questi problemi concernenti più immediatamente i paesi industrializzati tendono a lasciare nell'ombra la drammatica situazione dei due terzi più sfavoriti della popolazione del globo.
Come sarebbe importante che le attività delle Nazioni Unite per lo sviluppo dei popoli continuassero ad essere al primo posto nelle preoccupazioni dei governi dei paesi più ricchi. Vista l'ampiezza delle disuguaglianze sempre in aumento, come sarebbe triste se la crisi economica che affligge l'emisfero nord servisse da pretesto per trascurare il nostro dovere di solidarietà. perciò, Signor Segretario Generale, elogio e incoraggio gli sforzi per ridestare le coscienze dei più favoriti materialmente e per ricordare le loro gravi responsabilità nei confronti dei più poveri.
Se tali finalità e obiettivi positivi sono necessari ed essenziali nel cammino storico della famiglia umana, sono anche molto complessi e difficili da ottenere in modo permanente. Oggi come non mai è necessaria la collaborazione di tutti, è necessario superare visioni particolaristiche o legate ad interessi particolari, per aprirsi ad una visione veramente universale del bene comune.
Cosciente della grandezza di questi ideali, così come delle difficoltà che si frappongono alla loro attuazione, desidero esprimere il mio sincero incoraggiamento a lei, Signor Segretario Generale, e a tutti i suoi collaboratori, a lavorare con fiducia, con costanza e con il grande sentimento di responsabilità che li distingue, al fine di superare le tensioni e le crisi che offuscano l'orizzonte internazionale, per rafforzare e perfezionare l'edificio dell'ONU che, dopo tragiche esperienze, è stato edificato per servire gli interessi supremi delle nazioni e dell'uomo.
Nella realizzazione di un compito tanto importante per i destini dell'umanità, la Santa Sede è disposta, nei limiti della sua missione specifica, a continuare ad offrire all'ONU e a lei, Signor Segretario Generale, la sua leale collaborazione, soprattutto in favore della suprema causa della pace, della difesa della dignità e dei diritti dell'uomo, della giustizia internazionale e dello sviluppo di tutti i popoli, in modo particolare di quelli del Terzo Mondo, di quelli più bisognosi o minacciati nelle loro giuste aspirazioni di libertà.
Con questi sentimenti invoco sulla sua persona e le funzioni che lei è chiamato a svolgere, Signor Segretario Generale, l'assistenza, la protezione e le benedizioni dell'Onnipotente.
1982-04-06 Data estesa: Martedi 6 Aprile 1982
Titolo: Seguendo Cristo l'uomo riconosce il valore della sua vita
Testo:
Carissimi fratelli e sorelle.
GPII 1982 Insegnamenti - Ai docenti alunni ed ex alunni dei collegi romani "San Gabriele" e "Nazareno" - Città del Vaticano (Roma)