GPII 1982 Insegnamenti - Messaggio per la Giornata Mondiale per le Vocazioni


1. "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Jn 10,10).

Queste parole del Signore precedono immediatamente la lettura evangelica della quarta domenica di Pasqua, nella quale celebriamo la diciannovesima Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni consacrate in modo speciale a Dio, nel servizio della Chiesa e per la salvezza del mondo.

In tale brano del Vangelo (Jn 10,11-18), che vi invito a meditare nel profondo del vostro cuore, Gesù ripete per cinque volte che il Buon Pastore è venuto ad offrire la vita per il suo gregge, un gregge che dovrà comprendere l'umanità intera: "e diverranno un solo gregge e un solo pastore" (Jn 10,16).

Con queste parole il Signore Gesù ci rivela il mistero della vocazione cristiana e, in particolare, il mistero di ogni vocazione totalmente consacrata a Dio e alla Chiesa. Questa, infatti, consiste nell'essere chiamati ad offrire la propria vita, affinché altri abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. così ha fatto Gesù, primizia e modello di ogni chiamato e consacrato: "Ecco, io vengo a fare la tua volontà" (He 10,9 cfr. Ps 39 [40],8). E per questo egli ha dato la vita, affinché altri abbiano la vita. così deve fare ogni uomo e ogni donna, chiamati a seguire Cristo nella donazione totale di sé.

La vocazione è una chiamata alla vita: a riceverla e a donarla.


2. Di quale vita intende parlare qui il Signore Gesù? Ci parla di quella vita che viene da Colui che egli chiama Padre suo (cfr. Jn 17,1) e Padre nostro (cfr. Mt 6,9); il quale e la "sorgente della vita" (Ps 35 [36],10), il Padre, che "con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà ha creato l'universo e ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina" (LG 2).

Vita che "si è fatta visibile" (1Jn 1,2) nello stesso Signore Gesù, il quale la possiede nella sua pienezza: "In lui era la vita" (Jn 1,4) - "Io sono... la vita" (Jn 14,6), e vuole donarla in abbondanza (cfr. Jn 10,10).

Vita, che continua ad essere offerta agli uomini mediante lo Spirito Santo; lo Spirito, "che è Signore e dà la vita", secondo la fede che professiamo nel Credo della Messa e che "è sorgente di acqua zampillante per la vita eterna" (LG 4; cfr. Jn 4,14 Jn 7,38-39).

E' dunque la vita del "Dio vivente" (Ps 41 [42],3), che viene da lui donata a tutti gli uomini rigenerati nel Battesimo e chiamati ad essere suoi figli, sua famiglia, suo popolo, sua Chiesa. E' quella vita divina che celebriamo in questo tempo liturgico, rivivendo il mistero pasquale del Signore Risorto; è quella vita divina che presto celebreremo, rivivendo il mistero sempre operante della Pentecoste.


3. La Chiesa è nata per vivere e per dare la vita.

Come il Signore Gesù è venuto per dare la vita, così ha istituito la Chiesa, suo Corpo, affinché in esso la sua vita si diffonda nei credenti (cfr. LG 7). Per vivere e dare la vita, la Chiesa riceve dal suo Signore ogni dono, mediante lo Spirito Santo: la Parola di Dio è per la vita; i Sacramenti sono per la vita; i ministeri ordinati dell'Episcopato, del Presbiterato, del Diaconato, sono per la vita; i doni o carismi della consacrazione religiosa, secolare, missionaria, sono per la vita.

Dono che eccelle fra tutti, in virtù dell'Ordine sacro, è il Sacerdozio ministeriale, che partecipa all'unico Sacerdozio di Cristo, il quale offri se stesso sulla Croce e continua ad offrirsi nella Eucaristia per la vita e la salvezza del mondo. Sacerdozio ed Eucaristia: mistero mirabile di amore e di vita, rivelato e perpetuato da Gesù con le parole dell'Ultima Cena: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19 1Co 11,24 cfr. Concilio Tridentino, DS 1740 DS 1752). Mistero mirabile di divina fecondità perché il Sacerdozio è stato donato per la moltiplicazione spirituale di tutta la Chiesa, principalmente mediante l'Eucaristia (cfr. Concilio Fiorentino, DS 1311 PO 5). Ogni vocazione sacerdotale deve essere compresa, accolta, vissuta come intima partecipazione a questo mistero di amore, di vita, di fecondità.


4. "La vita genera la vita".

Con queste parole mi sono rivolto al Congresso Internazionale dei Vescovi e degli altri Responsabili delle vocazioni consacrate, in occasione della precedente Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni (cfr. "Omelia", 10 maggio 1981: "Insegnamenti", IV, 1 [1981] 1147ss). Lo ripeto volentieri a tutti: la Chiesa vivente è madre di vita e quindi anche madre di vocazioni, che sono donate da Dio per la vita. Le vocazioni sono un segno visibile della sua vitalità.

Al tempo stesso sono condizione fondamentale per la sua vita, per il suo sviluppo, per la sua missione che deve svolgere a servizio dell'intera famiglia umana, "mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore" (GS 3).

Invito ogni comunità cristiana, e ogni singolo credente, a prendere coscienza della propria grave responsabilità di dare incremento alle vocazioni consacrate. Tale dovere si compie "anzitutto con una vita perfettamente cristiana" (OT 2). La vita genera la vita. Con quale coerenza potremmo pregare per le vocazioni, se la preghiera non è effettivamente accompagnata da una sincera ricerca di conversione? Invito con forza e con particolare affetto le persone consacrate, affinché vogliano compiere un esame della propria vita. La loro vocazione, totalmente consacrata a Dio e alla Chiesa, deve vivere nel ritmo del "ricevere-donare". Se molto esse hanno ricevuto, molto debbono donare. La ricchezza della loro vita spirituale, la generosità della loro donazione apostolica, costituiscono un elemento molto favorevole per il manifestarsi di altre vocazioni. La loro testimonianza e cooperazione corrispondono alle amabili disposizioni della Provvidenza divina (cfr. OT 2).

Invito infine con sincera fiducia tutte le famiglie credenti a riflettere sulla missione che esse hanno ricevuto da Dio per l'educazione dei figli alla fede e alla vita cristiana. E' una missione che comporta responsabilità anche circa la vocazione dei figli. "I figli, mediante questa educazione, devono venire formati in modo che, giunti alla loro maturità, possano seguire con pieno senso di responsabilità la vocazione loro, compresa quella sacra" (GS 52). La cooperazione tra famiglia e Chiesa, anche per le vocazioni, trova radici profonde nel mistero e "ministero" stesso della famiglia cristiana: "Infatti, la famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i fratelli nella gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della Croce gloriosa di Cristo, diventa il primo e il migliore seminario della vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio" (FC 53).

Al termine di queste considerazioni ed esortazioni, vi invito ad elevare con me la seguente preghiera:.

Signore Gesù, Pastore Buono, che hai offerto la tua vita, affinché tutti abbiano la vita, dona a noi, comunità credente sparsa in tutto il mondo, l'abbondanza della tua vita e rendici capaci di testimoniarla e di comunicarla agli altri.

Signore Gesù, dona l'abbondanza della tua vita a tutte le persone consacrate a te, per il servizio della Chiesa, rendile felici nella loro donazione, infaticabili nel loro ministero, generose nel loro sacrificio; e il loro esempio apra altri cuori a sentire e seguire la tua chiamata.

Signore Gesù, dona l'abbondanza della tua vita alle famiglie cristiane, affinché siano ferventi nella fede e nel servizio ecclesiale, favorendo così il sorgere e lo svilupparsi di nuove vocazioni consacrate.

Signore Gesù, dona l'abbondanza della tua vita a tutte le persone, particolarmente ai giovani e alle giovani, che tu chiami al tuo servizio; illuminale nelle scelte; aiutale nelle difficoltà; sostienile nella fedeltà; rendile pronte e coraggiose nell'offrire la loro vita, secondo il tuo esempio, affinché altri abbiano la vita.

Nella certezza che la Vergine santissima, Madre di Dio e della Chiesa, vorrà avvalorare con la sua potente intercessione questa supplica e renderla gradita al suo figlio Gesù, invoco su tutti voi, venerati fratelli nell'Episcopato, sui sacerdoti, sui religiosi e sulle religiose e su tutto il popolo cristiano, e in particolare sugli alunni dei Seminari e degli Istituti religiosi, l'abbondanza delle grazie celesti, e in pegno di esse imparto di gran cuore la propiziatrice benedizione apostolica.

Dal Vaticano, il 2 Febbraio, Festa della Presentazione del Signore, dell'anno 1982, quarto di pontificato.


IOANNES PAULUS PP. II




1982-04-20 Data estesa: Martedi 20 Aprile 1982




Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il celibato è rinuncia fatta per amore

Testo:


1. Proseguiamo le riflessioni sulle parole di Cristo, relative alla continenza "per il Regno dei cieli".

Non è possibile intendere pienamente il significato e il carattere della continenza, se l'ultima locuzione dell'enunciato di Cristo, "per il Regno dei cieli" (Mt 19,12), non verrà colmata del suo contenuto adeguato, concreto ed oggettivo. Abbiamo detto, in precedenza, che questa locuzione esprime il motivo, ovvero pone in rilievo in un certo senso la finalità soggettiva della chiamata di Cristo alla continenza. Tuttavia, l'espressione in se stessa ha carattere oggettivo, indica di fatto una realtà oggettiva, per cui le singole persone, uomini o donne, possono "farsi" (come Cristo dice) eunuchi. La realtà del "regno" nell'enunciato di Cristo secondo Matteo (cfr.19,11-12) è definita in modo preciso ed insieme generale, cioè tale da poter comprendere tutte le determinazioni ed i significati particolari che le sono propri.


2. Il "Regno dei cieli" significa il "Regno di Dio", che Cristo predicava nel suo compimento finale, cioè escatologico. Cristo predicava questo regno nella sua realizzazione o instaurazione temporale, e nello stesso tempo lo preannunziava nel suo compimento escatologico. La instaurazione temporale del Regno di Dio è nel medesimo tempo la sua inaugurazione e la sua preparazione al compimento definitivo. Cristo chiama a questo regno, e in certo senso, vi invita tutti (cfr. la parabola del banchetto di nozze: Mt 22,1-14). Se chiama alcuni alla continenza "per il Regno dei cieli", dal contenuto di quella espressione risulta che egli li chiama a partecipare in modo singolare alla instaurazione del regno di Dio sulla terra, grazie a cui s'inizia e si prepara la fase definitiva del "Regno dei cieli".


3. In tal senso abbiamo detto che quella chiamata porta in sé il segno particolare del dinamismo proprio del mistero della redenzione del corpo. così, dunque, nella continenza per il regno di Dio si mette in evidenza, come già abbiamo menzionato, il rinnegare se stesso, prendere la propria croce ogni giorno e seguire Cristo (cfr. Lc 9,23), che può giungere fino a implicare la rinuncia al matrimonio e ad una famiglia propria. Tutto ciò deriva dal convincimento che, in questo modo, è possibile contribuire maggiormente alla realizzazione del Regno di Dio nella sua dimensione terrena con la prospettiva del compimento escatologico. Cristo, nel suo enunciato secondo Matteo (cfr. 19,11-12), dice, in modo generico, che la rinuncia volontaria al matrimonio ha questa finalità, ma non specifica tale affermazione.

Nel suo primo enunciato su questo tema, egli non precisa ancora per quali compiti concreti è necessaria oppure indispensabile tale continenza volontaria, nel realizzare il regno di Dio sulla terra e nel prepararne il futuro compimento.

Qualche cosa di più sentiremo a questo proposito da Paolo di Tarso (cfr. 1Co passim) e il resto sarà completato dalla vita della Chiesa nel suo svolgimento storico, portato dalla corrente dell'autentica Tradizione.


4. Nell'enunciato di Cristo sulla continenza "per il Regno dei cieli" non troviamo alcun indizio più dettagliato di come intendere quello stesso "regno" - sia quanto alla sua realizzazione terrena, sia quanto al suo definitivo compimento - nella sua specifica ed "eccezionale" relazione con coloro che per esso "si fanno" volontariamente "eunuchi".

Né si dice mediante quale aspetto particolare della realtà che costituisce il regno, gli vengano associati coloro che si sono fatti liberamente "eunuchi". E' noto, infatti, che il Regno dei cieli è per tutti: sono in relazione con esso sulla terra (e in cielo) anche coloro che "prendono moglie e prendono marito". Per tutti esso è la "vigna del Signore", in cui qui, sulla terra, devono lavorare; ed è, in seguito, la "casa del Padre", in cui devono trovarsi nell'eternità. Che cosa è, quindi, quel Regno per coloro che in vista di esso scelgono la continenza volontaria?


5. A questi interrogativi non troviamo per ora nell'enunciato di Cristo, riportato da Matteo (cfr. 19,11-12), alcuna risposta. Sembra che ciò corrisponda al carattere di tutto l'enunciato. Cristo risponde ai suoi discepoli, in modo da non rimanere in linea con il loro pensiero e le loro valutazioni, in cui si nasconde, almeno indirettamente, un atteggiamento utilitaristico nei riguardi del matrimonio ("Se questa è la condizione... non conviene sposarsi": Mt 19,10). Il Maestro si distacca esplicitamente da tale impostazione del problema, e perciò, parlando della continenza "per il Regno dei cieli", non indica perché vale la pena, in questa maniera, rinunciare al matrimonio, affinché quel "conviene" non suoni agli orecchi dei discepoli con qualche nota utilitaristica. Dice soltanto che tale continenza è alle volte richiesta, se non indispensabile, per il regno di Dio. E con questo indica che essa costituisce, nel Regno che Cristo predica e al quale chiama, un valore particolare in se stessa. Coloro che la scelgono volontariamente debbono sceglierla per riguardo a quel suo valore, e non in conseguenza di qualsiasi altro calcolo.


6. Questo tono essenziale della risposta di Cristo, che si riferisce direttamente alla stessa continenza "per il Regno dei cieli", può essere riferito, in modo indiretto, anche al precedente problema del matrimonio (cfr. Mt 19,3-9). Prendendo quindi in considerazione l'insieme dell'enunciato (cfr. Mt 19,3-11), secondo l'intenzione fondamentale di Cristo, la risposta sarebbe la seguente: se qualcuno sceglie il matrimonio, deve sceglierlo così come è stato istituito dal Creatore "dal principio", deve cercare in esso quei valori che corrispondono al piano di Dio; se, invece, qualcuno decide di seguire la continenza per il Regno dei cieli, vi deve cercare i valori propri di tale vocazione. In altri termini: deve agire conformemente alla vocazione prescelta.


7. Il "Regno dei cieli" è certamente il compimento definitivo delle aspirazioni di tutti gli uomini, ai quali Cristo rivolge il suo messaggio: è la pienezza del bene, che il cuore umano desidera oltre i limiti di tutto ciò che può essere sua porzione nella vita terrena, è la massima pienezza della gratificazione per l'uomo da parte di Dio. Nel colloquio con i Sadducei (cfr. Mt 22,24-30 Mc 12,18-27 Lc 20,27-40), che abbiamo precedentemente analizzato, troviamo altri particolari su quel "regno", ossia sull'"altro mondo". Ancor più ce ne sono in tutto il Nuovo Testamento. Sembra, tuttavia, che per chiarire che cosa sia il Regno dei cieli per coloro che a motivo di esso scelgono la continenza volontaria, abbia un significato particolare la rivelazione del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa: tra gli altri testi, quindi, è decisivo quello della lettera agli Efesini 5, 25 ss., su cui ci converrà soprattutto fondarci, quando prenderemo in considerazione il problema della sacramentalità del matrimonio.

Quel testo è ugualmente valido sia per la teologia del matrimonio sia per la teologia della continenza "per il Regno", cioè la teologia della verginità o del celibato. Pare che proprio in quel testo troviamo quasi concretizzato ciò che Cristo aveva detto ai suoi discepoli, invitando alla continenza volontaria "per il Regno dei cieli".


8. In questa analisi è stato già sufficientemente sottolineato che le parole di Cristo - con tutta la loro grande concisione - sono fondamentali, piene di contenuto essenziale e inoltre caratterizzate da una certa severità. Non c'è dubbio che Cristo pronuncia la sua chiamata alla continenza nella prospettiva dell'"altro mondo", ma in questa chiamata pone l'accento su tutto ciò in cui si esprime il realismo temporale della decisione a una tale continenza, decisione collegata con la volontà di partecipare all'opera redentrice di Cristo.

Così dunque, alla luce delle rispettive parole di Cristo riportate da Matteo (cfr. 19,11-12), emergono soprattutto la profondità e la serietà della decisione di vivere nella continenza "per il regno", e trova espressione il momento della rinuncia che tale decisione implica.

Indubbiamente, attraverso tutto ciò, attraverso la serietà e profondità della decisione, attraverso la severità e la responsabilità che essa comporta, traspare e traluce l'amore: l'amore come disponibilità del dono esclusivo di sé per il "regno di Dio". Tuttavia, nelle parole di Cristo tale amore sembra essere velato da ciò che è invece posto in primo piano. Cristo non nasconde ai suoi discepoli il fatto che la scelta della continenza "per il Regno dei cieli" è - vista nelle categorie della temporalità - una rinuncia. Quel modo di parlare ai discepoli, che formula chiaramente la verità del suo insegnamento e delle esigenze contenute in esso, è significativo per tutto il Vangelo; ed è appunto esso a conferirgli, tra l'altro, un marchio e una forza così convincenti.


9. E' proprio del cuore umano accettare esigenze, perfino difficili, in nome dell'amore per un ideale e soprattutto in nome dell'amore verso la persona (l'amore, infatti, è per essenza orientato verso la persona). E perciò in quella chiamata alla continenza "per il Regno dei cieli", prima gli stessi discepoli e poi tutta la viva Tradizione della Chiesa scopriranno presto l'amore che si riferisce a Cristo stesso come Sposo della Chiesa, Sposo delle anime, alle quali egli ha donato se stesso sino alla fine, nel mistero della sua Pasqua e dell'Eucaristia.

In tal modo la continenza "per il Regno dei cieli", la scelta della verginità o del celibato per tutta la vita, è divenuta nell'esperienza dei discepoli e dei seguaci di Cristo l'atto di una risposta particolare dell'amore dello Sposo Divino, e perciò ha acquisito il significato di un atto di amore sponsale: cioè di una donazione sponsale di sé, al fine di ricambiare in modo particolare l'amore sponsale del Redentore; una donazione di sé intesa come rinuncia, ma fatta soprattutto per amore.

[Omissis. Seguono i saluti in altre lingue: francese, greca, inglese, tedesca, fiamminga, spagnola, portoghese, slovena] Ai fedeli italiani Fratelli e sorelle carissimi dell'arcidiocesi di Otranto! Il 5 ottobre del 1980 son venuto pellegrino nella vostra illustre città per venerare i beati Martiri che, cinque secoli fa, furono uccisi per non aver voluto rinnegare il Cristo. Oggi, una numerosa e qualificata rappresentanza della vostra arcidiocesi è qui presente al fine di manifestarmi la propria riconoscenza per quella mia visita pastorale.

Sono sinceramente lieto di rivedervi e di salutarvi con cordiale affetto. E mi piace ricordare il vostro Arcivescovo Monsignor Vincenzo Franco; e con lui, Monsignor Nicola Riezzo, fino ad un anno fa vostro Pastore, il quale organizzo con grande amore e con degno decoro quella solenne celebrazione; saluto anche il Sindaco di Otranto con la Giunta Comunale; i Sindaci delle varie Città dell'ambito della vostra arcidiocesi; i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi, i giovani e i ragazzi.

E' tutta la vostra Comunità che ha voluto in maniera pubblica proclamare oggi, qui, presso la tomba del Principe degli apostoli quella fede cristiana che illumina le vostre menti, riscalda i vostri cuori ed orienta la vostra vita quotidiana.

Sull'esempio luminoso dei vostri gloriosi Martiri la vostra vita sia sempre in coerente sintonia col messaggio evangelico, che ha permeato e continua a permeare, la storia della vostra terra.

La mia benedizione apostolica vi sia di conforto e di sostegno.

Desidero, poi, rivolgere un particolare saluto al pellegrini delle diocesi di Termoli e Larino che assieme alle autorità civili, sono pure qui convenuti sotto la guida del loro Vescovo.

Carissimi, le vostre contrade, nel corso dei secoli hanno saputo ospitare genti di razze e culture diverse, diventando segno di quella accoglienza allo straniero come al fratello, che il Signore chiede ai suoi discepoli.

So che il Vescovo sta per iniziare la Visita Pastorale. Vi esorto ad accoglierlo con la fiducia dei figli verso il padre, e ad impegnarvi per un salutare rinnovamento della vita cristiana delle vostre comunità diocesane.

Benedico ora volentieri la prima pietra della nuova Chiesa intitolata a san Pietro apostolo, che sarà costruita a Termoli, e di cuore benedico tutti voi ed i vostri cari.

Un particolare saluto vada ora ai partecipanti al Corso per architetti, ingegneri e liturgisti, promosso dalla Pontificia Commissione per l'Arte Sacra in Italia. Nell'esprimere il mio compiacimento per l'opportuna iniziativa, porgo ai convenuti l'augurio di fruttuoso lavoro e a tutti imparto di cuore la mia apostolica benedizione.

Saluto ora i 200 Fratelli appartenenti a diverse Comunità religiose i quali sono convenuti a Roma per prendere parte ad un Convegno sulla vocazione religiosa del Fratello negli Istituti clericali.

Carissimi, vi esprimo il mio apprezzamento per la preziosa collaborazione che voi offrite e, soprattutto, per lo spirito soprannaturale col quale date testimonianza della vostra fede.

Saluto pure con affetto la delegazione del Comune di Legnano, che è presente col Parroco ed il Sindaco. Carissimi, vi esorto a mantener fede ai valori civici e religiosi, in cui si sono distinti i vostri antenati e benedico di cuore voi e tutti i vostri cari.

Estendo il mio saluto anche al pellegrinaggio proveniente da Levada, parrocchia della diocesi di Treviso, che celebra quest'anno il millennio della sua fondazione.

Ad essi ed a tutta la popolazione di Levada va la mia apostolica benedizione.

Saluto ora i giovani presenti a questa Udienza perché, forti nella fede, lieti nella speranza e generosi nel quotidiano impegno della carità, sappiano testimoniare Cristo risorto con l'entusiasmo che, in questo momento, ne caratterizza la presenza tanto numerosa. Li accompagni la mia benedizione.

Particolarmente numeroso oggi è il gruppo degli ammalati, fra i quali i partecipanti al pellegrinaggio dell'UNITALSI della diocesi di Macerata, accompagnato dal Vescovo.

A voi, cari ammalati, rivolgo l'augurio: il Signore risorto sia con voi! Il Signore vi benedica, insieme con i vostri familiari e con quanti, con amore e dedizione, vi assistono nelle vostre necessità.

Un saluto infine alle coppie di giovani sposi, con l'augurio, accompagnato dal mio ricordo al Signore, perché sappiano costruire giorno per giorno la loro comunità familiare, così che sia davvero una piccola Chiesa domestica.




1982-04-21 Data estesa: Mercoledi 21 Aprile 1982




La preghiera alla Madonna di Jasna Gora

Testo:

Nel periodo della Pasqua la Chiesa in Polonia celebra le feste dei suoi principali patroni.

In questi giorni del mese di aprile: san Wojciech (sant'Adalberto), e poi, nel mese di maggio, san Stanislao. Ambedue sono riuniti intorno alla Madre di Dio a Jasna Gora, che il 3 maggio veneriamo come Regina della Polonia.

Desidero unire la mia preghiera del giubileo, che recito qui oggi mercoledi, in modo particolare alla preghiera che recitano i miei connazionali nell'anniversario dei loro santi patroni.

Desidero racchiudere in essa tutte le speranze e le sofferenze dei loro cuori nell'Anno del Signore 1982.

Sono passati ormai mille anni dal Battesimo di Mieszko, si avvicinano i mille anni dalla data in cui è venuto a noi il Vescovo Vojciech (Adalberto) da Praga e da Roma, per dare a Cristo la testimonianza definitiva subendo la morte dalle mani dei pagani, vicino alla foce del Baltico.

Vescovo e Martire! La patria si è aperta largamente a questa testimonianza. Presso le reliquie del Martire è cresciuta la prima metropoli polacca di Gniezno.

Si è formata la struttura portante della storia della Nazione e dello Stato.

Nei cuori degli uomini si è rafforzato il Vangelo della verità e della libertà. E continua a permanere. L'uomo non può vivere senza verità e libertà. Né la Nazione. Né lo Stato.

Tale è anche il senso di questi difficili mesi e giorni che vivo insieme con voi, cari connazionali, ai piedi della Signora di Jasna Gora, sulle storiche vie di san Wojciech (Adalberto).

Il prezzo della verità e della libertà dell'uomo appartiene al retaggio della Pasqua. Questo prezzo si è iscritto una volta per sempre nella Croce e Risurrezione di Cristo.

Cristo dice: abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!




1982-04-21 Data estesa: Mercoledi 21 Aprile 1982




A sacerdoti della diocesi di Roma - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La missione del sacerdote sta nell'eucaristia

Testo:

Carissimi sacerdoti di Roma.


1. Nella significativa circostanza del sessantesimo, cinquantesimo e venticinquesimo anniversario della vostra Ordinazione presbiterale avete vivamente desiderato un incontro personale col vostro Vescovo. Ed io sono ben lieto di accogliervi con tutto il mio affetto! Mentre vi porgo il mio saluto più cordiale, vi esprimo anche la mia riconoscenza per questo vostro gesto di fede e di comunione. Ogni Vescovo, nel suo ministero pastorale, si sente come sostenuto dai suoi sacerdoti, partecipa alle loro gioie e alle loro sollecitudini; e perciò anch'io sono felice di vivere con voi questa data così importante, di unirmi alla vostra preghiera di ringraziamento, di porgervi le mie congratulazioni ed i miei auguri.


2. La vostra presenza è necessariamente fonte di riflessione. Voi rappresentate infatti tre generazioni di sacerdoti di questo nostro secolo, così movimentato, eppure così esaltante nella sua storia. I più anziani ricordano ancora i tempi di Pio X e la prima Guerra mondiale, e con i confratelli del cinquantesimo di sacerdozio hanno percorso un cammino difficile, attraverso vasti mutamenti e rivolgimenti politici e sociali, tra aspre vicende di conflitti bellici e di rivoluzioni ideologiche. E, con quelli che festeggiano i venticinque anni di Ordinazione, tutti avete partecipato e tuttora prendete parte alle varie problematiche suscitate dalle esigenze di "aggiornamento" e di "dialogo" volute dal Concilio Vaticano II. La storia del mondo e la storia della Chiesa è passata attraverso la vostra vita di sacerdoti, di ministri dell'Altissimo.


3. Il primo sentimento che deve sgorgare dal vostro animo è quello del rigraziamento al Signore che vi ha scelti, vi ha consacrati, vi ha illuminati, vi ha custoditi. In mezzo a tante vicissitudini del mondo, voi siete stati i "mediatori" tra Dio e gli uomini, nel nome e soprattutto con l'efficacia di Cristo, il Redentore. Se, dopo tanti anni di servizio, dopo migliaia e migliaia di sante Messe celebrate dovete dire con sempre più profonda convinzione: "Domine, non sum dignus!", al tempo stesso dovete anche godere di intima gioia per il vostro sacerdozio e ringraziare continuamente per il dono formidabile e immeritato che Dio vi ha fatto: qui sta la vostra grandezza, la vostra dignità, la vostra vera ricchezza! "Grande mysterium et magna dignitas sacerdotum - scrive l'Imitazione di Cristo - quibus datum est quod Angelis non est concessum" (Libro IV, capitolo V,1). Solo in cielo potremo comprendere totalmente quale immensa degnazione sia da parte di Dio l'averci scelti ad essere suoi unici ed autentici ministri; ma già fin d'ora, la meditazione sul mistero che portiamo deve esserci di sprone, di difesa, di gaudio e di fiducia.


4. Di qui il proposito, che vi lascio come esortazione e come ricordo: continuate ad essere sacerdoti seri ed impegnati, convinti che la missione essenziale del sacerdote sta nell'Eucaristia. Il Concilio Vaticano II in molte occasioni ha ribadito il millenario insegnamento della Chiesa circa l'identità del Sacerdote: "I sacerdoti - dice la costituzione "Lumen Gentium" - soprattutto esercitano il loro sacro ministero nel culto eucaristico" (n. 28), e nel decreto "Presbyterorum Ordinis" si legge: "Nel mistero del Sacrificio Eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l'opera della nostra Redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana" (n. 13). Facendo eco al Concilio, io stesso ho scritto: "L'Eucaristia è la principale e centrale ragion d'essere del Sacerdozio... Il sacerdote svolge la sua missione principale e si manifesta in tutta la sua pienezza celebrando l'Eucaristia" ("Dominicae Cenae", 2; 4 marzo 1980: "Insegnamenti" III, 1 [1980] 582-583). Giunti a questa tappa importante, il vostro più bel proposito sia di continuare a fare dell'Eucaristia il Centro focale della vostra vita, a celebrarla "digne, attente ac devote", sicuri che proprio attraverso la rinnovazione mistica del Sacrificio della Croce, si realizza la Redenzione dell'uomo e della storia intera. così ammonisce l'Imitazione di Cristo: "Ecce, Sacerdos factus es et ad celebrandum consecratus! Vide nunc, ut fideliter et devote in suo tempore Deo sacrificium offeras et teipsum irreprehensibilem exhibeas" (Libro IV, capitolo V,2).


5. Carissimi sacerdoti! Santa Teresa di Gesù, la grande Maestra di spirito, di cui celebriamo il quarto Centenario della morte, così conclude il suo "Castello Interiore": "Il Signore, più che alla grandezza delle opere, guarda all'amore con cui si compiono.

Se faremo quanto sta a noi, egli ci darà la grazia di fare sempre più giorno per giorno" (VII M, capitolo IV, n. 15). E' l'augurio che anch'io formulo per voi tutti: che giorno per giorno possiate fare sempre di più, per il bene della Chiesa, per la salvezza del mondo, per la vostra santificazione. Vi raccomando a Maria santissima; come per questi anni trascorsi continui ad illuminarvi, ad allietarvi, a confortarvi, a difendervi, insieme con i santi apostoli Pietro e Paolo, in modo da essere consolazione per la diocesi e motivo di nuove vocazioni.

E vi accompagni anche la mia benedizione apostolica, che con grande effusione vi imparto e volentieri estendo a tutte le persone care.




1982-04-22 Data estesa: Giovedi 22 Aprile 1982




Alle collaboratrici domestiche dei sacerdoti - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Voi donate la vita ad una causa grande, quella del sacerdozio cattolico)

Testo:

Signore, Signorine, care Collaboratrici domestiche dei sacerdoti.


1. Sono molto felice di unirmi alla vostra riunione festosa, di incontrarvi con i vostri cari cappellani, di portarvi i miei personali incoraggiamenti, come aveva già fatto in più occasioni il mio molto venerato predecessore Papa Paolo VI.

Lasciate che vi dica la mia prima impressione nel vedervi così numerose, provenienti da numerosi paesi d'Europa e anche dal Madagascar: le donne hanno il loro posto nella Chiesa! Al capitolo sesto della lettera ai Romani, l'apostolo Paolo ringrazia in particolare una decina di donne per la loro devozione e le loro fatiche al servizio delle prime comunità cristiane. Chi potrebbe contare al giorno d'oggi le donne con responsabilità di attività catechistiche, caritative e altre, a carattere parrocchiale, diocesano e anche nazionale? E questo in tutti i continenti. Siate felici e fiere di appartenere a questa stirpe di donne che hanno apportato all'opera di evangelizzazione il meglio di loro stesse, e molto spesso una autentica santità.

Ma vorrei soprattutto, in questo incontro molto importante per il vostro Movimento, meditare con voi su ciò che io chiamerei volentieri spiritualità delle Collaboratrici domestiche dei sacerdoti. Come ogni spiritualità essa trova la sua origine nelle convinzioni di fede, si incarna in obblighi specifici e, attraverso uno spiegamento di attitudini evangeliche e di qualità umane particolari, partecipa alla testimonianza che la Chiesa vuole rendere a Cristo redentore dell'umanità.


2. Voi siete nubili, o vedove, o qualche volta ancora con l'impegno della famiglia, o anche mamme o sorelle di sacerdoti, quando siete state chiamate a portare il vostro aiuto a un sacerdote o ad un'equipe sacerdotale. Avete allora percepito di dare la vostra vita per una grande causa: quella del sacerdote cattolico, indispensabile alla visibilità e alla vitalità delle comunità parrocchiali. Ma come essere in questa vocazione di laici cristiani senza mantenere vive in voi le convinzioni di fede circa l'identità del sacerdote, la missione del ministro di Cristo che agisce in suo nome per il suo Corpo che è la Chiesa, il significato delle sue responsabilità pastorali? Non ringrazierete mai abbastanza il Signore di avervi fatto la grazia di scegliere di servire il sacerdote. E' sicuramente in momenti riservati ogni giorno alla preghiera, e anche nelle vostre riunioni e nei vostri ritiri, che bisogna approfondire questa bella vocazione, reale servizio alla Chiesa.


3. Questa spiritualità di venerazione profonda del sacerdote si incarna in ognuna di voi nell'umile compimento dei vostri doveri quotidiani. Siate innanzitutto felici di mantenere in ordine la casa del sacerdote, di liberarlo da compiti materiali che assorbirebbero una parte del suo tempo così necessario al lavoro apostolico e che convengono meglio al vostro carisma di donne. Si, per i sacerdoti responsabili di parrocchia o di tutto un settore come per i loro fedeli, la vostra presenza, la vostra accoglienza, i vostri servizi sono fonte di felicità umana e spirituale e danno alla casa presbiterale un'attrattiva e un irradiamento particolari.

A questo ruolo si può aggiungere - e ve lo auguro di tutto cuore - una assennata collaborazione, secondo le vostre forze fisiche e secondo i vostri rispettivi talenti, alle attività che rendono una parrocchia vivente e irradiante: l'insegnamento catechistico, l'animazione di gruppi di preghiera e di movimenti d'apostolato, la diffusione della stampa d'ispirazione cristiana, la visita a persone malate o isolate, la preparazione di cerimonie liturgiche, ecc. Di nuovo, mi felicito con il vostro Movimento di aver fatto molto per dare alle Collaboratrici domestiche dei sacerdoti, non solamente un titolo nuovo, ma uno stile di vita ed uno statuto ispirati al decreto conciliare sull'apostolato dei laici.

Vorrei ora proseguire le mie parole in tedesco, una lingua alla quale molte di voi appartengono.

Care Collaboratrici domestiche dei sacerdoti!


4. L'atteggiamento religioso di cui ho parlato finora, diviene concreto nei singoli compiti che vi si pongono. Esso esige da voi tutte il costante sviluppo di una condotta morale e delle virtù umane. Penso a questo proposito soprattutto ad un profondo spirito di fede e all'autentico atteggiamento di servizio che devono distinguervi. La vostra visione di fede vi fa riconoscere dietro la superficie umana dei sacerdoti le tracce di Cristo, vero Sacerdote supremo e Pastore. Questa fede vi ricorda che tutti i membri della comunità cristiana sono creature di Dio che hanno il loro posto nel suo cuore e che tutte le molteplici attività di una parrocchia rappresentano possibili vie all'annuncio della Lieta Novella.

Vorrei inoltre incoraggiarvi a sviluppare quelle qualità umane che rispondono così bene al vostro stato di vita. Penso in questo caso ad una sincera attenzione per ogni persona, ad un modo di essere naturale, aperto, libero da ogni familiarità non gradita, ad una tranquilla serenità e pazienza, gentilezza e prontezza a vedere in primo luogo il lato positivo di tutto e in ogni occasione.

L'esempio di tante sante donne che in modo eminente nel corso dei secoli hanno collaborato ai compiti della Chiesa deve infondervi entusiasmo e coraggio per l'adempimento del vostro incarico tanto prezioso e importante.


5. Vi ringrazio cordialmente per la vostra visita e formulo i migliori auguri per il futuro del vostro Movimento. A voi, che avete la gioia di essere a Roma, e a tutti i vostri fratelli e sorelle di lavoro rimasti nelle loro sedi di città o di campagna ma a voi uniti in questo momento di spirito e di cuore, imparto la mia benedizione apostolica.

Prima di terminare non posso non dire anche solo poche parole nella mia lingua nativa. Rivolgo un cordiale saluto al gruppo di collaboratrici domestiche venute dalla Polonia e dagli altri paesi slavi. Sono lieto che siate qui in questo gruppo internazionale di rappresentanti di una professione, anzi di una vocazione, molto delicata e molto importante per la Chiesa, per i sacerdoti, per la parrocchia. Siete a Roma presso il sepolcro di san Pietro, nella capitale della cristianità. Siete qui col desiderio di pregare, di meditare, di approfondire, nello scambio reciproco di esperienze, la vostra spiritualità, il vostro legame con la Chiesa, che servite in un modo specifico; desiderate anche scoprire e definire quale è il vostro posto nella Chiesa e realizzare voi stesse in questo servizio.

Ringrazio di cuore voi tutte per il vostro lavoro, le vostre offerte e le vostre preghiere. Portate la vostra esperienza di Roma nei vostri paesi e testimoniatela a tutte quelle donne che, come voi, nella loro ricerca di Cristo, hanno scelto la stessa strada specifica. Portate loro queste parole. Portate a loro, ai vostri connazionali, ai vostri parenti come a tutti i sacerdoti il cordiale saluto e la benedizione del Papa.

Vi affido a Maria, signora della casa di Nazaret.




1982-04-22 Data estesa: Giovedi 22 Aprile 1982





GPII 1982 Insegnamenti - Messaggio per la Giornata Mondiale per le Vocazioni