Agostino, Consenso Evang. 115

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CAPITOLO 15.

I pagani costretti a lodare Cristo.

23. E che dire di quei vani parolai, ammiratori di Cristo e calunniatori biechi della religione cristiana? Essi non osano dir male di Cristo perché certi loro filosofi - come ha testimoniato nei suoi libri il siciliano Porfirio - hanno consultato i propri dči su quale responso dessero di Cristo e costoro negli oracoli che pronunziarono furono costretti a lodarlo! Né c'č da stupirsi di questo, se leggiamo nel Vangelo che i demoni lo confessarono (Mc 1,24 Lc 4,41), quei demoni di cui leggiamo nei Profeti: Tutti gli dči delle genti sono demoni (Ps 95,5). Per questo motivo costoro, per non agire contro i responsi dei loro dči, si astengono dallo sparlare di Cristo mentre invece scaricano ingiurie contro i suoi discepoli. Quanto a me, mi sembra che quegli dči del paganesimo che i filosofi pagani poterono consultare, se fossero interrogati su questo argomento sarebbero costretti a lodare non solo Cristo ma anche i suoi discepoli.


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CAPITULO 16.

La distruzione degli idoli era stata predetta in epoca preapostolica.

24.

I pagani sostengono che la distruzione dei templi, la riprovazione dei sacrifici e l'abbattimento dei simulacri non č da ascriversi agli insegnamenti di Cristo ma č colpa dei suoi discepoli, i quali - č loro forte convincimento - hanno insegnato dottrine diverse da quelle che avevano apprese dal Maestro. In tal modo, mentre onorano e lodano Cristo, si propongono di sradicare la religione cristiana, perché č certamente tramite i discepoli di Cristo che sono stati diffusi quei detti e fatti di Cristo sui quali poggia la religione cristiana. La quale religione č, ovviamente, in contrasto con quei pochi nostalgici del passato, tanto pochi che ormai non osano piů combatterla anche se brontolano contro di lei. Se pertanto costoro non vogliono credere che Cristo abbia insegnato cio che insegnano i cristiani, leggano i Profeti, che non solo comandarono di distruggere le superstizioni idolatriche ma anche predissero che questa distruzione sarebbe avvenuta nell'era cristiana. Se essi si ingannarono, perché cosi manifestamente la cosa č avvenuta secondo le loro predizioni (Ez 14,6-25 Is 2,18-22)? Se essi dicevano la veritŕ, perché resistere a una divinitŕ cosi potente?

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CAPITOLO 17.

I Romani esclusero dal Pantheon solo il Dio degli Ebrei.

25. A questo punto occorrerŕ chiedere piů approfonditamente a costoro che sorta di dio ritengano essere il Dio d'Israele e perché non ne abbiano accettato il culto come hanno fatto con gli dči delle altre nazioni sottomesse dall'Impero romano, tenendo specialmente presente quella loro norma secondo la quale il sapiente deve venerare tutti gli dči. Perché mai - chiediamo - questo Dio č stato escluso dal consesso degli dči? Se č molto potente, perché lui solo non č da loro venerato? Se ha poca o nessuna potenza, come mai, distrutti i simulacri delle altre divinitŕ, adesso lui solo - o quasi- viene adorato da tutti i popoli? In nessun modo dal cappio di questo interrogativo possono sfuggire coloro che, mentre adorano gli dči maggiori e minori, perché appunto ritenuti dči, non adorano questo Dio che si č imposto a tutte le altre divinitŕ da loro adorate. Se č un dio di grande potenza, perché s'č pensato di eliminarlo? Se č un dio di piccola o media potenza, come poté compiere cosi grandi imprese dopo che era stato riprovato? Se č buono, perché lui solo viene tenuto lontano dagli altri dči buoni? Se č cattivo, come mai lui, che č solo, non viene sottomesso da tanti dči buoni? Se č veritiero, perché respingere i suoi comandi? Se č bugiardo, come mai si stanno avverando alla lettera le sue predizioni?

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CAPITOLO 18.

Il Dio degli Ebrei esige un culto esclusivo.

26. Alla fine delle fini pensino di lui quello che vogliono. O che forse i Romani non pensano di dover venerare anche gli dči cattivi, loro che hanno eretto templi a Pallore e a Febbre, loro che suggeriscono di invitare i demoni e di placare i demoni? Qualunque opinione abbiano quindi di lui, perché lui solo hanno ritenuto non doversi invocare né rendersi propizio? Chi č mai questo Dio o quanto č ignoto perché, in mezzo a una cosi grande moltitudine di dči, solo lui ancora non sia stato scoperto? O viceversa quanto č noto per essere, lui solo, attualmente venerato da una cosi grande moltitudine di persone? Non rimane quindi altro se non che confessino di non aver voluto accogliere i riti di questo Dio per il semplice motivo che egli vuol essere adorato da solo e proibisce di adorare gli dči delle genti venerati in antecedenza dai Romani. In realtŕ questo fatto dovrebbero piuttosto indagare: chi o come si debba concepire quel Dio che non tollera si onorino insieme con lui altre divinitŕ, alle quali i Romani avevano costruito templi e statue. Si dovrebbe anche appurare dove questo Dio abbia attinto una tale potenza che la sua volontŕ di abbattere i simulacri pagani abbia prevalso sulle volontŕ degli idolatri di non accogliere i suoi riti. Si rende qui palese all'evidenza la massima di quel filosofo pagano che, anche secondo i responsi dell'oracolo, si ritiene universalmente essere stato il piů sapiente di tutti gli uomini. La massima č infatti di Socrate, il quale diceva che ogni dio dev'essere venerato con quel culto che egli stesso ha prescritto. Di conseguenza nacque nei pagani un'assoluta necessitŕ di non venerare il Dio degli Ebrei. Se infatti avessero voluto prestargli un culto diverso da quello prescritto da lui, non avrebbero venerato lui ma un'altra divinitŕ immaginaria. Se al contrario l'avessero onorato nel modo da lui richiesto, era evidente che non potevano piů venerare gli altri dči, perché egli lo proibiva. Pertanto rigettarono il culto dell'unico vero Dio per non offendere i molti dči falsi, considerando che l'ira di questi molti avrebbe recato loro maggior danno di quanto non li avrebbe beneficiati la benevolenza di quell'Unico.

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CAPITOLO 19.

Il Dio degli Ebrei č il vero Dio.

27. Ma ammettiamo pure l'esistenza di questa insulsa necessitŕ e di questo ridicolo timore. Quanto a noi, vogliamo ora indagare cosa pensino di questo Dio gli uomini che amano adorare tutti gli dči. Se questo Dio non lo si deve adorare, come si fa a dire che si adorano tutti gli dči, mentre questo non č adorato? Che se poi lo si adora, non si puo adorare nessuno degli altri dči, poiché questo Dio, se non si venera lui solo, non č venerato affatto. Forse diranno che questo non č un dio, dal momento che chiamano dči quegli altri che, come noi crediamo, non possono far null'altro all'infuori di quel che č consentito loro da questo Dio nel suo giudizio. Essi non solo non possono giovare ma nemmeno nuocere se non in quanto li lascia nuocere colui che puo tutto.

Come loro stessi sono costretti a confessare, gli dči riuscirono, si, a compiere delle opere ma minori di quelle che sappiamo compiute dal nostro Dio. Supponiamo quindi, tanto per fare un'ipotesi, che siano dči coloro i cui vati, consultati dalla gente, non dico la ingannarono ma diedero dei responsi a scadenza ravvicinata e su faccende private. Come non sarŕ dunque Dio colui i cui vati risposero con precisione non solo intorno alle cose temporali su cui venivano consultati, ma anche su cose di cui non li si consultava: cose concernenti l'intero genere umano, e a tutte le genti predissero tanto prima eventi che adesso leggiamo e vediamo?

Se chiamano dio colui che riempi la Sibilla e le fece predire le vicende storiche dei Romani, come non sarŕ Dio colui che, secondo le sue predizioni, ha dimostrato inequivocabilmente che i Romani e tutte le nazioni attraverso il Vangelo di Cristo avrebbero creduto in lui, unico Dio, e tutti i simulacri dei loro padri sarebbero stati abbattuti? Finalmente, se chiamano dči quelli che mai hanno osato per bocca dei loro vati dire alcunché contro questo Dio, come non sarŕ Dio colui che per bocca dei suoi Profeti ha comandato di distruggere i simulacri delle altre divinitŕ, non solo, ma ha predetto che in tutti i popoli questi simulacri sarebbero stati distrutti? E a distruggerli sarebbero stati i pagani stessi che, abbandonando le loro divinitŕ, avrebbero adorato quest'unico Dio, come egli stesso aveva ordinato e loro, docili, s'erano piegati ai suoi comandi (Is 2,17-20)!

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CAPITOLO 20.

Il Dio degli Ebrei e i vaticini pagani.

28. Vengano dunque a leggerci, se possono, testi di qualche Sibilla o di qualcuno dei loro vati in cui si predice che un giorno il Dio degli Ebrei, il Dio d'Israele, sarebbe stato adorato da tutte le genti, mentre in un primo momento gli adoratori degli altri dči a buon diritto lo avevano rifiutato. Ci leggano testi in cui si predice che gli scritti dei Profeti di lui avrebbero raggiunto un grado di autoritŕ cosi elevato che, in ossequio ad essi, anche l'Impero romano avrebbe comandato di abbattere le statue o avrebbe esortato a non obbedire alle prescrizioni religiose antecedenti. Ci leggano, se possono, cose come queste attingendole ai libri di qualcuno dei loro vati. Tralascio infatti di dire che quanto si legge nei loro libri rende testimonianza alla nostra religione, cioč alla religione cristiana, in quanto vi si trovano cose che gli oracolisti poterono udire dagli angeli santi o dagli stessi nostri Profeti. E quanto successe ai demoni allorché furono costretti a confessare Cristo presente nella carne (Mc 1,24 Lc 4,41).

Preferisco pero sorvolare su queste cose poiché, quando ne parliamo, essi sostengono che sono invenzioni tirate in ballo dai cristiani. Loro, si loro, debbono essere messi alle corde perché citino una qualche profezia proferita dai vati delle loro divinitŕ contro il Dio degli Ebrei, come noi dai libri dei nostri Profeti desumiamo tante e tanto severe prescrizioni contro le divinitŕ pagane, e come le citiamo predette cosi le mostriamo realizzate (Ps 43,21 Ps 80,10 Ps 95,5 Sg 12,24). Riguardo a queste cose, quei pochi che sono rimasti [nell'idolatria] si dispiacciono che siano accadute e si ostinano a non riconoscere come Dio colui che poté preannunziarne il compimento, mentre dai loro falsi dči - che poi sono veri demoni - null'altro d'importante desiderano apprendere se non qualche responso concernente il loro avvenire.

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CAPITOLO 21.

Adorare l'unico Dio.

29. Stando cosi le cose, perché mai questi miseri non dovrebbero capire che il Dio vero č quello che vedono segregato dai loro dči in modo tale che essi, pur professando che bisogna venerare tutti gli dči, non vengono autorizzati a venerare insieme con gli altri anche questo che pur sono costretti a riconoscere come Dio? Non potendolo venerare insieme con gli altri, perché non scegliere questo Dio che proibisce di venerare gli altri dči, abbandonando questi altri che non proibiscono di venerare un unico Dio? Se poi lo proibiscono, si legga [dov'č proibito]. Che cosa infatti piů di questo dovrebbe essere letto ai loro popoli nei loro templi, dove invece mai č risuonato alcunché di questo genere? In veritŕ dovrebbe esser piů nota e piů valida la proibizione di molti contro uno che non quella di uno contro molti.

E, di fatto, se il culto di questo Dio č empio, inetti sono gli dči che non distolgono gli uomini dall'empietŕ; se invece il suo culto č una religione vera, essendo in essa inclusa la proibizione di venerare gli dči del paganesimo ne deriva che il loro culto č empio. Se poi essi con grande risolutezza proibiscono che questo Dio sia venerato, č tuttavia piů forte in loro il timore d'essere ascoltati che non la mancanza di coraggio nel ricorrere a proibizioni. Di fronte a cio chi non sarŕ cosi intelligente e sensato da scegliere questo Dio che tanto pubblicamente vieta di adorare gli altri, che ha comandato di rovesciare le loro statue, che l'ha predetto e di fatto le ha rovesciate? Chi oserŕ preferirgli quegli altri dči di cui non leggiamo che abbiano proibito di venerare questo strano Dio? Non leggiamo che l'abbiano predetto e non vediamo che siano riusciti a farlo! Li prego, rispondano: Chi sarŕ mai questo Dio che tanto si accanisce contro tutti gli dči del paganesimo, che mette a nudo tutti i loro riti e riesce ad eliminarli?

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CAPITOLO 22.

Il pensiero dei pagani sul nostro Dio.

30. Ma vale la pena d'interrogare questi uomini che sono diventati stolti investigando chi sia il nostro Dio? Alcuni dicono: E Saturno, credo perché gli si santifica il sabato, giorno che essi hanno attribuito a Saturno. Il loro Varrone - la persona piů dotta presso di loro - ha poi ritenuto che il Dio dei Giudei fosse da identificarsi con Giove, opinando non esserci alcuna differenza sotto qualunque nome lo si chiami, purché si intenda la stessa realtŕ. Credo che egli fosse atterrito dalla sua altissima maestŕ. Difatti i Romani non venerano alcun dio superiore a Giove, come attesta abbastanza chiaramente il loro Campidoglio, e ritengono questo dio come re di tutti gli dči. Notando dunque come i Giudei adorassero il Dio sommo, non poté pensare ad altri che a Giove. Ma tanto coloro che ritengono il Dio dei Giudei essere Saturno quanto coloro che lo ritengono Giove, abbiano la compiacenza di dirci quando Saturno oso proibire che si venerasse un altro dio, compreso Giove che, pur essendo suo figlio, spodesto dal regno lui, suo padre. Ora se Giove in quanto piů potente e vittorioso piacque di piů ai suoi devoti, cessino di adorare Saturno vinto e detronizzato! Ma Giove non vieto che lo si adorasse e lascio che rimanesse dio colui che egli aveva sconfitto.

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CAPITOLO 23.

Storia di Saturno e Giove.

31. Tutte queste - dicono - sono favole che il sapiente dovrŕ o interpretare o riderci sopra. Quanto a noi, veneriamo Giove, del quale dice Marone: Di Giove sono piene tutte le cose. Egli č in realtŕ lo spirito che a tutto dŕ vita (Jn 6,64 1Co 15,42 2Co 3,6). Aveva ragione quindi anche Varrone quando riteneva che i Giudei adorassero Giove perché per bocca del profeta egli dice: Io riempio il cielo e la terra (Ger 23,24). Che dire poi di quell'essere che il citato poeta chiama etere? Come l'intendono? Dice infatti cosi: Allora il padre onnipotente, l'etere, discese con piogge feconde nel grembo della lieta sposa. Ora quest'etere - a quanto essi dicono - non č uno spirito ma un corpo dimorante nelle alte sfere, lŕ dove si stende il cielo al di sopra dell'aria. O che si debba ammettere che il poeta parli ora secondo i platonici, per cui esso non č corpo ma spirito, ora secondo gli stoici, per i quali Dio č un corpo? Cosa insomma venerano sul Campidoglio? Se uno spirito, se magari lo stesso cielo corporeo, che sta li a fare quello scudo di Giove che chiamano Egida? Tale infatti, a quanto si racconta, sarebbe stata l'origine di questo nome: Giove fu occultato da sua madre e in quel periodo fu nutrito da una capra. O che i poeti mentiscono anche nel riferire avvenimenti come questo? O sarŕ forse anche il Campidoglio dei Romani un'opera di poeti? Che intende significare questa varietŕ, non poetica ma addirittura farsesca, per cui secondo i filosofi si vanno a cercare gli dči nei libri, secondo i poeti li si va ad adorare nei templi?

32. Ma fu forse un poeta quell'Evemero che a proposito di Giove, del suo padre Saturno e di Plutone e Nettuno, suoi fratelli, asserisce in maniera quanto mai franca che furono uomini? In tale ipotesi gli adoratori di questi dči dovrebbero ringraziare i poeti che inventarono molti fatti non per disonorarli ma per abbellirne la figura. A proposito poi di questo Evemero Cicerone ricorda che fu tradotto in latino da Ennio, che era un poeta. Ma forse che fu un poeta lo stesso Cicerone? Costui nelle Tuscolane ammonisce il suo interlocutore quasi fosse un iniziato ai misteri, dicendogli: Se mi mettessi a scrutare le cose antiche e volessi ricavare qualcosa da cio che hanno messo in risalto gli scrittori greci, si riscontrerŕ che quelle stesse divinitŕ che i popoli considerano dči degli antenati non sono altro che uomini vissuti in mezzo a noi e trasportati in cielo. Indaga di quali dči si mostrino ancora le tombe in Grecia.

Essendo un iniziato, ricorda cosa si insegna nei misteri; e cosi finalmente troverai quanto sia vasto questo fenomeno. Ecco Cicerone confessare con sufficiente chiarezza che gli dči antecedentemente erano stati uomini; per benevolenza pero avanza l'ipotesi che siano giunti in cielo, anche se altrove non dubita di dire pubblicamente che questo onore e questa fama furono ad essi attribuiti dal popolo. Parlando infatti di Romolo dice: Siamo stati noi che, aumentandogli benevolmente la fama, abbiamo annoverato fra gli dči immortali questo Romolo, fondatore della nostra cittŕ. Cosa c'č dunque di sorprendente se gli antichi fecero a Giove, a Saturno e agli altri dči cio che i Romani fecero a Romolo e finalmente, in tempi a noi piů vicini, vollero fare a Cesare? A costoro anche Virgilio aggiunse l'adulazione poetica dicendo: Ecco s'č fatto avanti l'astro di Cesare, figlio di Venere. Badino quindi a che la veritŕ storica non mostri sulla terra le tombe di questi falsi dči, mentre la vacuitŕ poetica non dico colloca ma immagina in cielo le loro stelle.

In effetti, non č vero che quella stella sia di Giove e quell'altra di Saturno; furono piuttosto gli uomini, che vollero considerare come dči quei morti e per questo, dopo la loro morte, imposero i loro nomi alle stelle, create fin dall'inizio del mondo. Sotto questo profilo verrebbe da chiedersi quale demerito abbia avuto la castitŕ o quale beneficio abbia recato la sfrenatezza nei piaceri, perché Venere avesse la sua stella in mezzo agli astri che girano con il sole e la luna, e Minerva non avesse altrettanto.

33. Ammettiamo per un istante che meno attendibile dei poeti sia stato lo stesso accademico Cicerone, il quale nei suoi scritti parla dei sepolcri degli dči, non presumendo - č vero - esprimere la propria opinione ma riferendo quant'era tramandato in relazione al loro culto. Forse che anche di Varrone si potrŕ dire che immagini le cose da poeta o ne parli dubitando come un accademico, quando dice che il culto degli dči fu composto in conformitŕ con la vita e la morte con cui ciascuno di loro visse o mori quando era in mezzo agli uomini? O forse che fu poeta o accademico quel sacerdote egiziano di nome Leonte che ad Alessandro il Macedone attribuisce un'origine certo diversa da quella che, stando all'opinione dei greci, avrebbero avuto i loro dči, ma pur tuttavia sentenzia che questi dči sono stati degli uomini?

34. Ma che interessa a noi tutto questo? Dicano pure che adorando Giove non adorano un uomo morto e che non ad un uomo morto hanno dedicato il Campidoglio ma allo spirito che dŕ vita a tutte le cose e che riempie il mondo, e interpretino pure come vogliono il suo scudo, fatto di pelle caprina, in onore della sua nutrice. Cosa dicono di Saturno? Quale Saturno venerano? Non fu lui quel tale che per primo venne dall'Olimpo fuggendo le armi di Giove č diventato un esule per essergli stati tolti i regni? Egli educo quella gente ignorante e dispersa sui monti alti dandole delle leggi, e gli stette a cuore che [il territorio] si chiamasse Lazio per il fatto che egli s'era nascosto in quelle piagge e vi si era posto al sicuro. Non č forse vero che il suo simulacro lo si costruisce col capo coperto per indicare, quanto č possibile, uno che si nasconde? Non fu forse lui che insegno ai popoli italici l'agricoltura come indica la falce che reca in mano? Rispondono: No. Cosi infatti tu supponi che colui del quale si narrano tali cose sia stato un uomo o un re; quanto a noi, invece, chiamiamo Saturno, che coll'aggiunta dell'aspirazione č anche il nome del tempo. In latino lo si chiama Saturno, come per dire uno che č sazio di anni. Ma a questo punto non so piů perché si debba ancora trattare con costoro che, nel tentativo di spiegare in meglio i nomi e i simulacri dei loro dči, confessano che il loro dio principale, quello che č padre di tutti gli altri, č il tempo. Cos'altro ci indicano con questo se non che tutti i loro dči sono entitŕ temporali, dal momento che, com'essi attestano, padre comune di tutti č il tempo?

35. Di questo si sono vergognati certi loro filosofi piů recenti, i platonici, vissuti ai Saturno, dicendo che fu chiamato in quanto il termine deriva da sazietŕ d'intelligenza. In greco infatti "sazietŕ" si dice mentre l'"intelletto" o la "mente" si dice. Cio sarebbe confermato dal nome latino, quasi composto da una prima parte latina e da una successiva greca, per cui si chiamerebbe Saturno come per indicare chi č "sazio di ". Questi filosofi si accorsero subito che era un'assurditŕ ritenere figlio del tempo Giove, che credevano o volevano si credesse essere un dio eterno. E questa un'interpretazione recente che, se l'avessero avuta i loro avi, sarebbe strano come possa essere sfuggita a Cicerone e a Varrone. Secondo i platonici dunque s'insegna che Giove fu figlio di Saturno come spirito derivante da quella mente suprema, egli che, come loro vogliono, č quasi l'anima del mondo e riempie tutti i corpi celesti e terrestri.

Da cio quel detto di Marone che ho ricordato poc'anzi: Di Giove sono piene tutte le cose. Se fosse in loro potere, forse che questi filosofi, come hanno cambiato l'interpretazione del nome, non cambierebbero anche la superstizione della gente ed eliminerebbero tutti i simulacri, e i Campidogli non li erigerebbero forse a Saturno piuttosto che a Giove? Essi infatti sostengono che nessun'anima razionale puo diventare sapiente se non per la partecipazione di quella suprema e immutabile sapienza; e questo non soltanto per l'anima dei singoli uomini ma anche per l'anima stessa del mondo, che chiamano Giove. Quanto a noi, non solo concediamo ma anche con tutte le forze predichiamo che esiste una suprema sapienza, quella di Dio, con la partecipazione della quale diventa sapiente ogni anima veramente sapiente (Sg 6,13-25 1Co 1,30 Ef 1Co 1,17). Se poi questo universo corporeo che chiamiamo mondo abbia, per cosi dire, una sua propria anima o quasi-anima, cioč una vita razionale da cui viene sostenuto come gli altri esseri viventi, č una questione grande e impenetrabile. Una simile ipotesi non si deve sostenere se non dopo che si č assodato che č vera, né si deve ripudiare se non dopo che si č assodato che č falsa. Cosa poi interessa all'uomo se la risposta gli dovesse rimanere oscura per sempre? In effetti nessun'anima diventa sapiente o beata per l'influsso di qualsiasi altra anima, ma solamente se attingerŕ tali benefici presso l'unica suprema e immutabile sapienza, che č quella di Dio.

36.

Tuttavia i Romani, che eressero il Campidoglio non a Saturno ma a Giove, oppure le altre nazioni che ritennero di dover adorare in primo luogo Giove collocandolo al di sopra di tutti gli dči, non la pensarono come questi filosofi. Costoro, in conformitŕ con la nuova teoria che insegnano, se avessero avuto pubblici poteri, sia pure limitati a tali questioni, avrebbero di preferenza consacrato le loro piů alte roccheforti a Saturno e, soprattutto, avrebbero spazzato via i matematici o genetliaci che collocavano Saturno, dai platonici chiamato saggio creatore, tra gli altri astri in qualitŕ di dio malefico. Questa credenza, contraria a quella dei filosofi, s'č invece talmente affermata nell'animo della gente che non lo vuole neppure nominare e invece di "Saturno" lo chiamano "il Vecchio". Per questa superstizione basata sul timore i Cartaginesi hanno cambiato perfino il nome di un loro villaggio, chiamandolo piů spesso il "Villaggio del Vecchio" che non il "Villaggio di Saturno".

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CAPITOLO 24.

Il culto idolatrico e il culto di Dio.

37.

E dunque ormai chiaro che cosa venerano gli adoratori di simulacri (debbono ammetterlo anche loro!) e che cosa essi tentano di far comparire. Ma anche a questi ultimi sostenitori di un Saturno cosi rappresentato, si potrebbe domandare quale sia la loro opinione riguardo al Dio degli Ebrei. Anch'essi infatti, alla pari degli altri pagani, ammisero con gioia che si debbono venerare tutti gli dči, pur vergognandosi nella loro superbia di umiliarsi a Cristo per ottenere la remissione dei peccati. Qual č dunque il loro pensiero circa il Dio d'Israele? Se non lo venerano, non venerano tutti gli dči; se invece lo venerano non rispettano le sue prescrizioni in materia di culto, in quanto venerano anche altri dči, cosa da lui proibita. Lo proibi infatti per bocca di quei Profeti ad opera dei quali predisse che ai loro simulacri sarebbero accadute quelle sventure che ora si rovesciano su di loro per mano dei cristiani.

A tali Profeti č probabile che furono inviati degli angeli, i quali figuratamente, cioč mediante immagini adeguate tratte dalle cose sensibili, mostrarono alla loro mente che l'unico vero Dio č il Dio creatore dell'universo, a cui tutte le cose sono sottomesse, e indicarono ancora quale fosse il culto con cui voleva essere venerato. E anche probabile, almeno per alcuni di loro, che lo Spirito Santo ne abbia elevato la mente a tanta altezza che nella stessa visione videro anche cio che vedono gli angeli. Sta di fatto che essi prestarono il culto a quel Dio che proibiva di adorare altri dči e glielo prestarono con fede e religiositŕ nel regno e nel sacerdozio della loro patria e con riti che significavano la venuta di Cristo, re e sacerdote.


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CAPITULO 25.

Gli dči falsi accettano la pluralitŕ di culto, il Dio d'Israele no.

38. I pagani, mentre adorano gli dči delle genti, si rifiutano di adorare quel Dio che non puo essere adorato insieme con gli altri. Ebbene, ci dicano per qual motivo non si trovi nessuno, fra questi dči, che proibisca di adorarne un altro, mentre assegnano a ciascuno di loro un suo proprio ufficio o mansione e affermano che ciascuno domina sulle cose di sua competenza. E pertanto ammissibile che Giove non proibisca che si adori Saturno dal momento che egli non č quell'uomo che scaccio dal regno il padre, uomo come lui, ma o il corpo del cielo o lo spirito che riempie il cielo e la terra. In tale ipotesi non puo certo proibire che si adori la mente suprema dalla quale si dice essere emanato. Cosi anche Saturno non puo proibire che si adori Giove perché effettivamente non fu superato da lui, figlio ribelle - come invece sarebbe stato quel tal Giove, del quale Saturno volendo sfuggire le armi venne in Italia -, ma essendo la prima mente, tratta benevolmente l'anima da sé generata. Ma almeno Vulcano dovrebbe proibire che si adori Marte adultero con sua moglie, Ercole che si adori Giunone sua persecutrice.

Che cos'č, poi, quel mutuo accordo - veramente sconcio! - per cui nemmeno Diana, vergine casta, proibisce di adorare non dico Venere ma nemmeno Priapo? In effetti, se un uomo vuol fare e il contadino e il cacciatore, dovrŕ essere devoto di tutt'e due queste divinitŕ, anche se si vergogna di costruire i loro templi vicini l'uno all'altro. Ma interpretino pure Diana come la virtů che vogliono, interpretino Priapo come dio della feconditŕ; si vergognino tuttavia di dire che Giunone si serve d'un tale collaboratore per fecondare le donne. Comunque, dicano pure quel che loro piace, spieghino ogni cosa secondo la loro sapienza! Lascino pero al Dio d'Israele la facoltŕ di sconvolgere tutte queste loro argomentazioni. Questo Dio infatti ha proibito di adorare tutti gli altri dči, mentre nessuno di questi dči ha proibito che lui venisse adorato e inoltre, per quanto riguarda i simulacri e le cerimonie, ne ha comandato l'annientamento, e come aveva predetto cosi ha fatto. Cio facendo ha dato prova sufficiente che questi dči sono falsi e fallaci, lui invece Dio vero e veritiero.

39. Volgiamoci ora ai pochi adoratori superstiti di tanta moltitudine di dči falsi. Essi - č sorprendente - non vogliono obbedire a quel Dio che, se loro si domanda chi sia, rispondono tirando fuori le piů svariate opinioni, tuttavia non osano negare che egli sia Dio. Se infatti lo negassero, sarebbe facilissimo convincerli attraverso le opere di lui, predette prima e poi realizzate. Né mi riferisco a quelle sue opere che essi ritengono esser libero crederci o no: come, ad esempio, che egli creo in principio il cielo e la terra e tutte le cose che sono in essi (Gn 1,1), e nemmeno quelle altre, troppo antiche, quali il fatto che rapi Enoch (Gn 5,25 Si 44,16 He 11,5), che anniento gli empi con il diluvio, che libero dalle acque mediante l'arca il giusto Noč e la sua famiglia (Cf. Gn 7,1-8,20; Sg 10,4 1P 3,20). Voglio iniziare il racconto delle gesta da lui compiute fra gli uomini con la storia di Abramo. Fu infatti ad Abramo che gli angeli fecero, a mo' di oracolo, quell'esplicita promessa, che vediamo adempiersi ai nostri giorni. A lui fu detto: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti (Gn 22,18); e difatti dalla sua discendenza derivo il popolo d'Israele e, in esso, anche la Vergine Maria che partori il Cristo, nel quale neghino, se possono, che vengono benedette tutte le genti. Questa stessa promessa fu fatta anche ad Isacco, figlio di Abramo (Gn 26,4 Gn 28,14).

E fu fatta pure a Giacobbe, nipote di Abramo che fu chiamato pure Israele. Da lui quel popolo nella sua globalitŕ si propago e prese nome, tanto che il Dio di quel popolo si chiamo Dio d'Israele: non nel senso che egli non sia Dio di tutte le genti, tanto quelle che non lo conoscono quanto quelle che lo conoscono, ma perché in detto popolo egli volle che apparisse piů manifestamente la validitŕ delle sue promesse. Da principio infatti quel popolo si moltiplico in Egitto, finché da quella schiavitů non venne liberato da Mosč con molti segni e portenti. Debellate quindi moltissime popolazioni, conquisto anche la terra della promessa, in cui stabili un regno con re propri nati dalla tribů di Giuda (Cf. Es 1,7). Questo Giuda fu uno dei dodici figli d'Israele, nipote di Abramo. In riferimento a lui gli Israeliti furono chiamati Giudei: e questi Giudei con l'aiuto del loro Dio compirono molte imprese e, da lui flagellati per le loro colpe, subirono molte sciagure, fino alla venuta di quel discendente a cui [il regno] era stato promesso. In lui sarebbero state benedette tutte le genti (Ga 3,19), le quali avrebbero anche abbattuto di loro spontanea volontŕ i simulacri eretti dai padri (Ez 6,4 Osea Ez 10,2).

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CAPITOLO 26.

Scompare l'idolatria.

40. Quel che si compie ad opera dei cristiani non č stato predetto durante l'era cristiana ma molto tempo prima. Gli stessi Giudei, che sono rimasti nemici del nome di Cristo ostinandosi nella perfidia prevista dagli stessi scritti profetici, gli stessi Giudei, dico, hanno e leggono un profeta che dice: Signore, mio Dio e mio rifugio nel giorno del male, a te verranno le genti dall'estremitŕ della terra e diranno: Veramente i nostri padri hanno venerato falsi simulacri, nei quali non c'č alcun vantaggio (Ger 16,19). Ecco, accade ora; ecco, ora le genti vengono a Cristo dalle estremitŕ della terra ripetendo queste parole e abbattendo i simulacri. In effetti un'altra cosa grande ha concesso Dio alla sua Chiesa diffusa in tutto il mondo, e mi riferisco al fatto che la nazione giudaica sia stata meritamente debellata e sparpagliata in diversi paesi. Perché non si dicesse che le profezie sono state composte da noi, č lei che porta ovunque i testi dei nostri Profeti riguardanti le cose avvenute ai tempi nostri, sicché, nemica com'č della nostra fede, č diventata testimone della nostra veritŕ. Come si fa dunque a dire che i discepoli di Cristo abbiano insegnato cose che non avevano appreso da Cristo - cosi blaterano delirando certi stolti-, che si distruggesse cioč la superstizione degli dči e dei simulacri del paganesimo? Forse che anche di quelle profezie che oggi si leggono nei libri dei nemici di Cristo si puo dire che le abbiano inventate i discepoli di Cristo?

41. Chi ha dunque abbattuto simulacri e dči se non il Dio d'Israele? Fu detto infatti a quel popolo da voci divine pervenute a Mosč: Ascolta Israele! Il Signore Dio tuo č un Dio unico (Dt 6,4). Non ti farai alcun idolo né immagine di divinitŕ su in cielo né quaggiů in terra (Dt 5,8 Es Dt 20,4). Una volta conquistato il potere deve poi abbattere tutte queste cose. Eccone il comando: Non adorerai i loro dči né li servirai. Non ti comporterai secondo le loro opere ma inesorabilmente toglierai dal piedistallo e manderai in frantumi le loro statue (Ez 23,24). E di Cristo e dei cristiani chi potrebbe dire che non appartengano ad Israele, se Israele č nipote di Abramo, al quale per la prima volta fu detto - e successivamente fu ripetuto al suo figlio Isacco e al suo nipote Israele - quel che sopra ho ricordato e cioč: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti (Gn 22,18)? E quanto osserviamo essersi realizzato in Cristo poiché derivava proprio da quella stirpe la Vergine della quale un profeta del popolo d'Israele e del Dio d'Israele canto dicendo: Ecco la Vergine concepirŕ e partorirŕ un figlio che chiameranno con il nome di Emmanuele (Is 7,14). Ora Emmanuele significa Dio con noi (Mt 1,23). E stato dunque il Dio d'Israele a proibire che si adorassero gli altri dči e si costruissero idoli; egli stesso ha comandato di abbatterli e per mezzo del profeta ha predetto che le genti dalle estremitŕ della terra avrebbero detto: Veramente i nostri padri hanno venerato falsi simulacri, nei quali non c'č alcun vantaggio (Ger 16,19). Ebbene questo stesso Dio, mediante il nome di Cristo e la fede dei cristiani, ha comandato la distruzione di tutte le superstizioni pagane, e come aveva predetto cosi ci ha fatto vedere adempiuto. Sono quindi veramente miserabili - e per di piů invano in quanto anche dai loro dči, cioč dai demoni, intimoriti dal nome di Cristo, č stato loro vietato di bestemmiare Cristo -questi pagani che sostengono essere estranea a Cristo la dottrina in forza della quale i cristiani nelle loro apologie attaccano gli idoli e dove possono lavorano per sradicare tutte le false religioni del paganesimo.


Agostino, Consenso Evang. 115