
Paolo VI Udienze 1964 - Mercoledì, 29 aprile 1964
Diletti Figli e Figlie!
Il sentimento, che nasce nel Nostro cuore alla visione della vostra presenza - anche oggi quanto numerosa, quanto varia, e quanto affettuosa! - è quello della riconoscenza: grazie, grazie, diciamo a ciascuno di voi per essere venuto a visitarci, a procurarci il piacere di conoscervi, di salutarvi, di pregare con voi, di benedirvi. Voi capite come questo sentimento cresce in proporzione della devozione che qua vi conduce, dei disagi e delle spese del vostro pellegrinaggio, della distanza, che voi avete superata per avvicinarvi alle tombe degli Apostoli ed a Noi; così quelli che vengono da più lontano Ci sono ora più vicini!
Questo Nostro ringraziamento, carissimi Figli e Figlie, non è soltanto l’espressione doverosa e consueta della cortesia di chi è visitato ai suoi visitatori; è qualche cosa di più: è la voce della carità, di cui vive la Chiesa, è la vibrazione dei vincoli che uniscono il Padre ai suoi figli a lui stretti d’intorno, è la prova dell’unità spirituale, che a questo incontro esteriore mostra l’interiore, rete di rapporti che tutti ci fa fratelli in Cristo, e tutti variamente imparentati nella compagine organica e visibile del suo mistico Corpo: voi Figli e Figlie, e Noi, in Cristo, vostro Padre; voi discepoli, e Noi per suo mandato, maestro vostro; voi gregge del Signore, e Noi, nel suo nome, vostro Pastore.
Comprendete perciò come un’udienza, pia e domestica come questa, è per Noi come una festa di famiglia, una consolazione dello spirito, una celebrazione del mistero della Chiesa. Perciò vi siamo grati della vostra venuta; perciò accogliamo con umile gioia le vostre acclamazioni, non fermate alla Nostra Persona, ma rivolte al ministero, che esercitiamo, e al Signore, che rappresentiamo. Vi diremo di più: la vostra adesione è la Nostra letizia, la Nostra speranza nelle tante apprensioni, nelle tante necessità, nelle tante pene, che fanno grave - voi lo potete ben credere - il Nostro servizio apostolico. Voi Ci confortate al pensiero, nascente della vostra fedeltà, che la forza del Papa è l’amore dei suoi figli. Qui, ora, quasi Ce ne fate gustare l’esperienza; Noi ve ne siamo, Figli e Figlie, gratissimi.
Sì, la forza del Papa è l’amore dei suoi figli, è l’unione della comunità ecclesiastica, è la carità dei fedeli che sotto la guida formano un Cuor solo e un’anima sola. Questo contributo di energie spirituali, che viene dal popolo cattolico alla Gerarchia della Chiesa, dal singolo cristiano fino al Papa, Ci fa pensare alla Santa, che domani la Chiesa onorerà con festa speciale, Santa Caterina da Siena, l’umile, sapiente, impavida vergine domenicana, che, voi tutti sapete, amò il Papa e la Chiesa, come non si sa che altri facesse con pari altezza e pari vigore di spirito.
Fra le tante e immense cose che questa devotissima figlia della Chiesa c’insegna, due ne possiamo ricordare quasi a conferma di quanto vi stiamo dicendo; e cioè: anche una povera donna, una figliola del popolo, può amare e quindi servire la Chiesa ed il Papato con grandezza d’animo superlativa e con effetti benefici, che solo la Provvidenza, per verità, può disporre e calcolare. Cioè tutti, come del resto voi fate in questo momento, devono amare la Chiesa, e tutti possono renderle così un grande dono: quello del cuore. E poi: la Chiesa ed il Papato si possono e si devono amare, S. Caterina ce lo insegna, anche se il loro volto fosse velato da umane infermità: la testimonianza di fedeltà e di carità sarà allora più grande, più intelligente, più meritoria; ed è forse questa la lezione di cui tanti moderni, che pur si dicono cattolici, bene non comprendono, intenti come sono, e quasi appassionati a cercare difetti nella Chiesa e nella Curia Romana, formulando critiche non sempre serene e .talora non oggettive. Gesù una volta ebbe a dire: «Beato colui che non si sarà scandalizzato di me» (Mt 11,6); è parola, che la storia della Chiesa ci fa meditare; e che il figlio della Chiesa, che abbia di essa l’intelligenza vera e che ad essa dia tributo di carità vera, ancor oggi troverà, come Gesù l’annunciò, sorgente di beatitudine.
Il viaggio a Roma, la visita alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, l’udienza del Papa, Noi pensiamo, sono per il viaggiatore attento, per il pellegrino pensoso, per il fedele orante, motivi molto stimolanti a penetrare nel senso della Città eterna e a raccogliervi fra le tante lezioni quella sulla Chiesa, sulla Chiesa cattolica, sulla Chiesa di Cristo. Tutto parla di lei a Roma, anche se moltissime altre cose vi sono degne d’interesse. Ma la parola su la santa Chiesa rimane, a Nostro avviso, quella più significativa. Chi venisse a Roma senza sentire, senza ascoltare questa voce su la Chiesa, sarebbe sordo alla nota più forte e più profonda del suo sublime linguaggio.
Qui parla la storia della Chiesa: chi non la sente? Qui parla la dottrina della Chiesa: chi può ignorare che a Roma vi è una cattedra che fa scuola al mondo? Qui la Chiesa manifesta più che altrove le sue note caratteristiche, perché appunto qui la Chiesa si mostra nella sua unità centrale, nella sua cattolicità universale, nella sua derivazione apostolica, nella sua ricchezza di santità, sia nello sforzo per essere conseguita, sia nel suo trionfo per essere raggiunta e celebrata. Questo è il fenomeno di più facile osservazione.
Ma vi sono altri aspetti della Chiesa che qui possono essere scoperti da chi abbia aperto e intelligente l’occhio dello spirito. È abbastanza facile, ad esempio, accorgersi a Roma che la Chiesa è al tempo stesso umana e misteriosa, come lo è un corpo abitato dall’anima; la si intravede nella sua definizione antichissima e modernissima di Corpo mistico.
Così è ancora più facile scorgere a Roma il bellissimo aspetto comunitario della Chiesa, cioè la fraternità e l’eguaglianza di tutti i suoi figli, come è evidente a Roma l’aspetto gerarchico e maestoso della Chiesa, il quale ci presenta la diversa funzionalità dei membri della stessa comunità: «Che sarebbe, scrive S. Paolo, se tutte le parti (della Chiesa) fossero un solo membro, dove sarebbe il corpo? Ora invece abbiamo molte membra (differenti, che compongono) un solo corpo» (1 Cor. 1Co 12,19-20); ed ecco che a Roma la gerarchia della Chiesa possiede il suo capo, il Papa, donde tutto l’ordine gerarchico trae la sua consistenza e la sua armonia. Un altro tema, forse più arduo e complesso, ma non meno bello, è offerto alla meditazione del cittadino e del pellegrino in Roma dalla attraente difficoltà di commisurare l’aspetto visibile della Chiesa, il quale qui è portato al suo massimo grado (dove mai l’espressione sensibile della religione cristiana: l’organizzazione, l’arte, la liturgia, la parola, trova come a Roma eguale pienezza?), con quello invisibile della Chiesa medesima, il quale aspetto invisibile è pure qui proclamato, anzi generato dalla missione stessa della Chiesa, la quale insegna la verità di Cristo, e dispensa la grazia di Cristo («plenum gratiae et veritatis», ricordate il Vangelo di S. Giovanni? 1, 14); e non sa; non può tracciare i confini della verità e della grazia, noti solo all’occhio di Dio: estremamente concreta ed estremamente spirituale la Chiesa qui presenta una volta di più il suo volto, sì, preciso, ma irradiante bellezza e mistero.
Cari Figli: tutti voi oggi fate fotografie. Ciascuno vuole fermare l’immagine delle cose vedute e quasi fissarla e averla sempre con sé. Provate a fare sullo schermo, teso, nitido e tranquillo, dell’anima la fotografia di Roma cattolica, la fotografia della Chiesa di Cristo che a Roma ha il suo centro meraviglioso: non sappiamo se vi riuscirete, ma sappiamo che l’interesse per la visione che cercherete di fissare e di portare con voi sarà tale da lasciarvi incantati di ammirazione, e, Dio voglia, di amore per tutta la vita. È questo l’augurio che vi facciamo e che confermiamo con la Nostra Benedizione Apostolica.
Il pensiero spirituale, che vogliamo lasciare a questa udienza, non può dimenticare che la Chiesa si prepara in questa novena, precedente la festa di Pentecoste, a celebrare la discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, avvenimento da cui ha preso principio la piena vita della Chiesa.
E il pensiero è questo, a voi già noto, ma degno di riflessione per dare a quest’udienza un titolo a particolare memoria; e cioè: voi sapete che Cristo, prima di salire al Cielo e di scomparire dalla scena visibile di questo mondo, promise di mandare ai suoi Apostoli ed a quelli che con loro facevano comunità lo Spirito Santo, il Quale avrebbe loro dato il potere di perpetuare la missione di Cristo, di formare la Chiesa. Questa effusione dello Spirito Santo conferisce ai seguaci di Gesù un principio nuovo e soprannaturale di vita, che chiamiamo la grazia, la carità creata nelle anime dalla Carità increata stessa, ch’è appunto lo Spirito Santo. Sono da ricordare a questo proposito, come un’espressione dottrinale mirabilmente sintetica e scultorea, le parole del Nostro grande Predecessore Leone XIII, il quale, nell’Enciclica che si apre con il titolo «Divinum illud», afferma che «come Cristo è il Capo della Chiesa, lo Spirito Santo ne è l’anima» (A.S.S., 29, 650). La Chiesa di Cristo vive dello Spirito di Cristo. Lo Spirito Santo è l’anima del Corpo mistico; è una corrente viva di luce e di amore che lo percorre, lo vivifica, lo abilita a compiere atti soprannaturali e meritori per la vita eterna, lo santifica, in un certo senso lo divinizza. È questo il grande mistero del cristianesimo, il quale non è solo una dottrina, una società umana, una religione come le altre, un fenomeno storico; è una vita; una partecipazione alla vita di Cristo, e, mediante questa inserzione, diventa una comunione vitale con Dio. È il centro del nostro messaggio evangelico; è il cuore del nostro catechismo.
Ora: come si effonde, in via ordinaria, ma sicura, lo Spirito Santo nelle anime, dalla Pentecoste in poi? Si effonde per via sacramentale. Lo sappiamo: è questo il grande veicolo di salute istituito da Cristo. E chi ha ricevuto da Cristo il potere di amministrare i Sacramenti? Possiamo dire, in un senso generale, che tale meraviglioso potere è stato dato al sacerdozio cristiano, al ministero di salvezza del fratello verso il fratello, agli Apostoli per primi, che hanno avuto per successori i Vescovi, e che avevano per capo San Pietro, a cui succede il Papa. Il mandato, conferito dal Signore a San Pietro ed agli Apostoli, e perciò alla Gerarchia pastorale che ne continua la missione, non riguarda solo la potestà di guidare e governare i fedeli, ma contiene e conferisce altresì la potestà di santificarli; è una potestà che proviene essa stessa dallo Spirito Santo, che investe uomini scelti e li abilita a trasmettere la grazia: «Ricevete lo Spirito Santo, ha detto Gesù ai suoi discepoli la sera della risurrezione, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi» (Io. 20, 23). Gesù risorto dava loro il potere di risuscitare la vita divina nelle anime; il che avviene specialmente mediante il ministero sacramentale, fonte della grazia, infusione dello Spirito Santo.
Esiste perciò una relazione provvidenziale fra la grazia divina ed il ministero che la dispensa; fra la causa formale e finale della nostra santificazione, e la causa strumentale propria della Chiesa cattolica, che la distribuisce e la attribuisce alle anime; e questa relazione ci fa vedere come Cristo sia presente nella persona di chi egli ha associato al suo Sacerdozio. Non vi è perciò distacco, né opposizione fra il mistero interiore della grazia e il ministero esteriore che la dispensa; ed onorare il sacerdozio vuol dire onorare Cristo che opera in lui, e vuol dire aspirare a quello Spirito Santo, la cui infusione ci fa santi e vivi in Cristo.
La vostra visita al Papa, che altri non è se non colui che rappresenta Cristo nel più alto grado e agisce più d’ogni Sacerdote in suo nome, vuol essere pertanto rivolta, alla fine, alla ricerca di quella comunione con lo Spirito di Cristo, ch’è al termine della nostra vita religiosa. Si va alla fontana, che è il ministero apostolico, per attingere l’acqua della salute, che è la grazia vivificante del sommo Amore, lo Spirito Santo.
Sappiate perciò mettere al di sopra d’ogni culto, d’ogni devozione, d’ogni desiderio quello dello Spirito vivificante di Cristo e della sua grazia, e siate sempre avveduti e fedeli di ricercarne il dono magnifico da chi lo può dispensare, dal Sacerdozio della Chiesa Cattolica.
Diletti Figli e Figlie!
La festa della Pentecoste, che abbiamo testé celebrata e nella cui luce si svolge questa grande udienza, obbliga la Nostra parola a ricordarvi il mistero della discesa dello Spirito Santo; un mistero iniziato nel giorno in cui il Signore inondò la Chiesa nascente del suo Spirito - «baptizabimini», sarete battezzati dallo Spirito Santo, disse Gesù congedandosi dai suoi Apostoli (Act. 1, 5) -, ma non terminato in quel giorno; un mistero che continua tuttora, il mistero che nasconde e svela ad un tempo il segreto della vita della Chiesa. Lo Spirito Santo è il principio divino animatore della Chiesa. È vivificante, come cantiamo nel Credo della santa Messa. È unificante. E’ illuminante. E’ operante. E’ consolante. E’ santificante, in una parola: conferisce alla Chiesa questa nota, questa prerogativa, d’essere santa. E santa in due sensi; perché recettiva dello Spirito Santo, cioè pervasa dalla grazia, dalla vita soprannaturale, che rende le singole anime, che sono in grazia di Dio, un tempio della divina presenza, e fa di tutta la Chiesa la sede, la «casa di Dio» sulla terra: per di più lo Spirito Santo si serve della Chiesa come di suo organo, di suo strumento per comunicarsi alle anime, al mondo; e ciò specialmente formando nella Chiesa un ministero, un veicolo, un servizio, attraverso il quale normalmente, nell’azione sacramentale e nell’esercizio del magistero, lo Spirito Santo si diffonde nella Chiesa stessa, anima e santifica quella, umanità, che è assunta a formare il Corpo mistico di Cristo.
È questa una grande dottrina. È la grande e misteriosa realtà dei rapporti vitali, instaurati da Cristo fra l’uomo e Dio, è nella sua essenza, profonda e ineffabile, la religione, la vera religione, la vera relazione che nello Spirito Santo, per merito di Cristo, ci unisce al Padre. Come non profittare di questo semplice accenno per raccomandare a voi tutti, - che in questo momento e in questa sede cercate l’espressione più alta e più autentica della vita religiosa - il culto supremo ed amoroso allo Spirito Santo? Sine tuo numine, nihil est in homine, dice la bellissima sequenza della santa Messa di questi giorni: senza la tua divina assistenza, o divino Spirito, nulla rimane nell’uomo. Noi abbiamo voluto introdurre, come già sapete, in quelle acclamazioni che si definiscono dalla prima, cioè il «Dio sia benedetto», una lode anche allo Spirito Santo: benedetto lo Spirito Santo Paraclito, appunto per «colmare una lacuna», purtroppo abbastanza frequente nella pietà popolare, quella cioè che dimentica di tributare allo Spirito Santo, Dio, la terza Persona della Santissima Trinità, e a noi comunicato come Dono supremo dell’Amore di Dio, una lode esplicita e fervente. Vediamo di dare al culto allo Spirito Santo più degna espressione.
E come, ancora, non ricordare a voi tutti che questo ineffabile nostro incontro con lo Spirito Santo è per noi normalmente e autorevolmente condizionato all’adesione alla Chiesa visibile e gerarchica, al ministero ecclesiastico, come dicevamo? Lo Spirito Santo può effondersi come vuole: Spiritus ubi vult spirat, lo Spirito soffia dove vuole (Io. 3, 8). Ma noi dobbiamo attenderlo e cercarlo là dove Cristo ha promesso che lo Spirito sarebbe passato e sarebbe conferito. Sono sempre degne di memoria le sapientissime parole di S. Agostino, le quali ci fanno ricordare il rapporto essenziale fra il corpo visibile e umano della Chiesa e la sua invisibile e divina animazione. Dice quel, santo Dottore: «Nulla deve tanto temere il Cristiano che la separazione dal corpo di Cristo. Se infatti si separa dal corpo di Cristo, non è più suo membro; se non è suo membro non è più alimentato dallo Spirito di Lui» (Tr. 27 in Io).
Se avremo la saggezza e l’umiltà di aderire alla Chiesa nella sua espressione umana, concreta, e talora difettosa, avremo la fortuna di avere da lei, fonte sempre fedele e inesausta della verità e della grazia, l’incomparabile e indispensabile dono della vita divina. Così sia per tutti noi!
Così sia oggi per voi, carissimi, nel paterno e affettuoso segno della Nostra Apostolica Benedizione.
Daremo in questa udienza un particolare pensiero alla Madonna. Ci preme innanzi tutto farvi notare che anche in questa Basilica, dedicata al Principe degli Apostoli, San Pietro, qui forse martirizzato e qui certamente sepolto, la Madre di Cristo ha un suo degnissimo altare. Fedeli e visitatori spesso non vi dànno l’attenzione che esso merita, sia perché eretto al culto di Maria, la quale, come tutti sappiamo, è venerata dalla Chiesa in modo del tutto speciale, e sia per la dignità della sua costruzione e della sua decorazione, che lo fanno pregevolissimo. Ma non è così appariscente da attrarre lo sguardo della gente, abbagliato com’è dalle tante meraviglie della Basilica, quanto meriterebbe. Si trova, come certo conoscete, sul lato destro della Basilica stessa, ed è situato in una delle quattro Cappelle minori, disegnate da Michelangelo, la quale si chiama Gregoriana dal nome di Papa Gregorio XIII, che ne terminò la costruzione, e la volle ornata magnificamente, e che nel 1580 vi trasportò una immagine allora e tuttora veneratissima, detta «Madonna del Soccorso», piccola icone del secolo XI, e un tempo collocata nell’oratorio di San Leone. Chi sa guardare scoprirà tante cose intorno a questo monumento della pietà mariana, che diranno come essa sia a Roma nutrita di riferimenti biblici, e professata con la fede e l’arte.
Ma il ricordo di Maria Santissima, Madre di Dio e Madre nostra, perché Madre di Cristo, in questo luogo e in questa circostanza, richiama la mente ad un’altra considerazione, cioè ad un tema dottrinale della massima importanza, e per le discussioni che se ne fanno nel mondo religioso e in occasione del Concilio ecumenico, tema di grande attualità, quello cioè della relazione che corre fra Maria e la Chiesa! Oh! non intendiamo di svolgere un tema di tanta ampiezza e di tanta profondità. Ci basta proporlo alla vostra attenzione, alla vostra devozione, quasi a memoria di questa udienza. Chi vorrà meditare su questo binomio: «Maria e la Chiesa» troverà ragioni bellissime per associarne i due termini in una viva ammirazione del disegno di Dio, che ha voluto la cooperazione umana, quella di Maria, quella della Chiesa, al compimento della Redenzione; troverà nella tradizione secolare della teologia e della liturgia spesso riferiti a Maria e alla Chiesa i medesimi simboli; troverà che Maria è la figura ideale della Chiesa, «Ecclesiae typus», il modello della Chiesa, come dice sant’Ambrogio (in Lc 11,7); colei, come scrive poi S. Agostino, che: «figuram in se sanctae Ecclesiae demonstrat» (De Symb. ad catech. 1; P.L. 40, 661), colei che rispecchia in sé l’immagine della Santa Chiesa; possiamo dire di più: in Maria, piena di grazia, troviamo tutte le ricchezze che la Chiesa rappresenta, possiede e dispensa; in Maria soprattutto abbiamo la Madre virginale di Cristo, nella Chiesa la Madre virginale dei cristiani, naturale quella maternità, mistica questa.
Dice ancora S. Agostino: «Maria generò fisicamente il capo del Corpo mistico, e la Chiesa genera spiritualmente le membra di quel capo» che è Cristo (De Sancta Virg. 2; P.L. 40, 397). Ma non solo si può contemplare in Maria la figura della Chiesa, ma si possono scoprire tante altre relazioni che mostrano come l’elezione di Maria è congiunta con quella dell’umanità redenta: basterebbe ricordare la presenza della Madonna nel Cenacolo, il giorno di Pentecoste, per ammirare come quella data, ch’era per Maria nuova e terminale pienezza di grazia, era per la Chiesa il momento iniziale dell’effusione della grazia, quasi la nascita alla vita dello Spirito Santo; così che, anche per questo titolo, la Madonna può essere considerata e onorata come Madre della santa Chiesa, la quale è pure insignita del dolcissimo e altissimo titolo di madre, la Madre Chiesa: le prerogative della Vergine si comunicano alla Chiesa; Maria possiede e riassume in se, in grado eminente e perfetto, tutte le perfezioni e le grazie, di cui Cristo ricolma la Chiesa.
Concludiamo fissando nei nostri animi la convinzione che Maria e la Chiesa sono realtà essenzialmente innestate nel disegno della salvezza a noi offerta dall’unico principio di grazia e dall’unico mediatore tra Dio e l’uomo, che è Cristo; essenzialmente! E che chi ama Maria deve amare la Chiesa; come chi vuol amare la Chiesa deve amare la Madonna. Saper congiungere nella nostra devozione, salva ogni proporzione e ogni differenza, Maria e la Chiesa, sia il ricordo di questa udienza, e lo confermi la Nostra Benedizione Apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
Noi pensiamo, Noi auguriamo che questo incontro col Papa e con tanti Pellegrini e Visitatori provenienti da diverse nazioni, proprio qui sulla tomba dell’Apostolo Pietro, sul quale il Signore ha voluto fondare il misterioso edificio della sua Chiesa, qui, in questa Basilica trasformata in aula del Concilio ecumenico, Noi pensiamo ed auguriamo che faccia sorgere nei vostri animi una domanda, non nuova, ma ora resa più urgente e più bisognosa d’una risposta adeguata: che cosa è la Chiesa?
E mentre tutti crediamo d’aver pronta la risposta, che il catechismo c’insegna e che la nostra esperienza ci presenta, tutti sentiamo ch’essa non è facile; e quando tentiamo di formularla con le nostre parole, avvertiamo che la risposta è incompleta. Perché definire la Chiesa è difficile! Ed è bene che noi avvertiamo questa difficoltà, perché allora cominciamo a comprendere che la Chiesa è una realtà immensa e complessa, che noi non riusciamo a circoscrivere nei termini d’una affrettata definizione. Sulla Chiesa resta sempre qualche cosa da dire.
Il Vangelo della scorsa domenica ci faceva capire come il regno di Dio, che nella parabola degli invitati al convito adombra la Chiesa, si inizia mediante una chiamata, una convocazione. E si sa che la parola «Chiesa», significa appunto «convocazione». La Chiesa è la riunione dei chiamati di Dio. È il popolo che Dio ha riunito, è l’assemblea dei chiamati.
Sarà bene tener presente questo concetto radicale della Chiesa, perché ci rivela molte cose. Ci rivela, innanzi tutto, che la Chiesa non si forma da sé, ma nasce da un’iniziativa divina; sorge da un pensiero di Dio che vuol riunire gli uomini in una società religiosa, in cui si manifesta la sua misericordia in modo del tutto particolare. Ci rivela poi che tale chiamata esige dei ministri, portatori della chiamata e promotori della convocazione. Dice il Vangelo, a cui ci riferiamo, che l’ospite invitante mandò il suo servo ad annunciare agli invitati l’ora del convito. Una frase di S, Ambrogio fa al caso nostro: «Congregaturus Ecclesiam Dei Filius ante operatur in servul»; «prima di convocare la Chiesa, il Figlio di Dio agisce nel suo servitore» (in Lc 2,67). La Chiesa nasce dagli Apostoli, nasce dalla Gerarchia. Vi è nella Chiesa chi è incaricato di chiamare e chi è chiamato; vi è una Chiesa che chiama, che convoca, - la Chiesa docente -, e vi è una Chiesa che è riunita, la «congregatio fidelium» (S. Th.); insieme formano la comunità dei cristiani (cfr. Bellarm., De Eccl. mil., 1). E ci rivela anche come l’appartenenza alla Chiesa si fonda sulla libera accettazione da parte dei fedeli; la Chiesa è una società volontaria; ma risultante dalla scelta responsabile, somma e decisiva, dell’uomo che ha compreso quale obbligazione morale e quale sorte fortunata nascevano dalla amorosa vocazione divina alla felicità del regno dei cieli. Libertà e dovere sono alla base umana della Chiesa, come gratuità e amore sono alla base divina.
Queste semplici considerazioni devono prendere pieno significato in questo momento, per sollecitare i vostri animi alla comprensione della Chiesa come una vocazione, come il primo e immenso beneficio che gli uomini ricevono da Dio. Dice S. Paolo: «Quelli che il Signore ha predestinati, questi ha anche chiamati, e poi li ha giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati» (Rom. 8, 30).
Appartenere alla Chiesa è cosa misteriosa, è cosa grande, è cosa felice, è cosa decisiva. Dobbiamo ringraziare il Signore che ci ha chiamati a questa dignità, a questa fortuna. Dobbiamo ascoltare in noi stessi l’eco profonda, grave e dolce, della chiamata delle nostre anime alla fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Dobbiamo confermare qui, sulla tomba dell’Apostolo Pietro, da Cristo chiamato al grande ufficio di chiamare gli uomini a comporre la sua Chiesa, la nostra riconoscente e ferma risposta di volerne sempre ascoltare la voce.
A tanto vi esorti e vi conforti la Nostra Benedizione Apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
Pensate un momento: siete riuniti sulla tomba di S. Pietro, l’Apostolo scelto da Gesù Cristo per essere il fondamento, il centro, il Pastore di tutta la Chiesa, colui al quale il Signore ha dato le chiavi, ha cioè conferito i sommi poteri per istruire, per santificare, per dirigere tutto il popolo cristiano.
Ora è spontaneo, è pio il pensiero che sorge, proprio in questo luogo che ci offre il ricordo vivissimo della persona e della missione dell’Apostolo, quale solo una tomba può suscitare, ci fa misurare il rapporto che intercede fra noi e lui, e ci mette nel cuore il desiderio di sentire la sua voce, di avere da lui una parola, che riassuma al tempo stesso la sua predicazione, il suo messaggio, la sua testimonianza a noi rivolta, e insieme i nostri doveri verso di lui. Come sarebbe bello se qui, egli stesso, ci facesse ascoltare quella sua voce, ci dicesse quella sua benedetta parola.
Ebbene questa comunicazione non è impossibile; anzi è possibile, è facile. Solo dovete ricordare che Egli, S. Pietro, ci ha lasciato scritto due lettere, che faremo bene a meglio conoscere, e che la Chiesa ci offre alla memoria e alla meditazione nella liturgia della Santa Messa. Domenica scorsa abbiamo letto un magnifico brano della prima lettera di S. Pietro; ed è da questo brano che Noi ora scegliamo la parola, che vi vogliamo affidare a ricordo di quest’udienza. Ascoltandola dalle Nostre labbra vi sembrerà più facile pensarla come pronunciata da lui, e arrivata a voi come l’eco che l’ultimo dei successori di S. Pietro, ultimo nel tempo e ultimo nel merito, qui fa risuonare.
La parola è questa: «fortes in fide», siate forti nella fede (1 Petr. 5, 9). L’Apostolo, al quale dobbiamo l’espressione centrale della fede oggettiva del cristianesimo con la famosa confessione di Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente» (Mt 16,16), considera invece in questa sua esortazione l’aspetto soggettivo della fede, la virtù cioè della spirito che aderisce alla verità divina, e vuole che tale adesione tanto sia forte da diventare essa stessa sorgente di fortezza e dl capacità di azione come dirà S. Paolo: «la fede che opera mediante la carità» (Ga 5,6).
Una fede forte, vuole da noi S. Pietro, vuole da noi la Chiesa; e pare che questa esigenza si imponga, durante questa udienza, come una chiamata profonda e solenne in fondo alle nostre anime, dove invece l’atto di fede sembra inceppato da tante incertezze e da tante difficoltà, aggravate dalla formazione moderna, che orienta sempre più l’intelligenza verso i metodi positivi, proprii delle scienze fisiche e matematiche, i quali servono benissimo per conoscere certi aspetti delle cose naturali, ma non ci dicono nulla su altre realtà, su altre verità fondamentali, che si raggiungono con altri metodi di conoscenza e di pensiero. Ora la fede è sempre un atto ragionevole, ma si compie con un processo più complesso e più personale che non sia un atto di conoscenza comune; esige sì l’impegno della nostra volontà, rivolta specialmente all’espressione religiosa per eccellenza, quella dell’omaggio amoroso al Dio che parla; e esige altresì, com’è noto, un suo misterioso intervento nella nostra interiore operazione di pensiero religioso, esige la grazia stessa di Dio, che ci abilita a credere; a credere con certezza, con gaudio, con forza. La fede è una virtù divina, meravigliosa; e se noi abbiamo la fortuna di possederla, dobbiamo esercitarla, dobbiamo respirarla, dobbiamo professarla: prima internamente, per accettarne l’umiltà, per sperimentarne la luce, per sentirne la dolcezza, per goderne l’energia, di cui ci riempie; poi per esprimerla esternamente, nella nostra parola, nel nostro canto, nella nostra condotta, nello spirito di fede che deve stilizzare tutta la nostra vita, in semplicità senza timore.
Noi pensiamo che S. Pietro rinnovi a noi, con la sua raccomandazione: siate forti nella fede, la sublime e difficile e salutare lezione del come credere, del come superare le debolezze e gli ostacoli della nostra mentalità moderna, e del come essere veramente fedeli, veramente cristiani.
Possa questo semplice ricordo, accompagnato, tra poco, dal canto del Credo e dalla Nostra Benedizione Apostolica, sigillare in voi tutti la memoria di questa udienza come un vigoroso e trionfante atto di fede.
Diletti Figli e Figlie!
Non possiamo, in questa Basilica, ed in questo mese, non ricordare all’udienza, che tutti ci riunisce sulla Tomba dell’Apostolo Pietro, essere prossima la sua festa.
Vi invitiamo perciò tutti a fare atto di venerazione alla sua memoria, al suo sepolcro, alle sue reliquie, e a professare qui, dove è celebrata la missione da Cristo a lui conferita, la fede nel messaggio evangelico da lui predicato e confermato con il suo martirio, e la fedeltà alla Chiesa, che ha Pietro per centro e fondamento.
Questo atto di adesione al Primo degli Apostoli può sollevare anche nel vostro spirito il desiderio di avere di lui un concetto più esatto e più pieno di quello che il suo semplice nome sveglia nel nostro animo. Cioè viene facilmente davanti alla mente di tutti la domanda: chi era S. Pietro? A questa facile domanda non è facile dare pronta e completa risposta. Se cercate col pensiero questa risposta, vi accorgete che essa prende due direzioni: una che si rivolge verso l’uomo Pietro, che si chiama Simone, figlio di Giona, che aveva per fratello Andrea, entrambi di Betsaida, in Galilea, di professione pescatori, di temperamento vivo ed entusiasta, ma impressionabile, eccetera; cioè la risposta cerca di tracciare il profilo biografico dell’Apostolo; e i Vangeli, con gli Atti degli Apostoli, le Lettere di S. Paolo e le due di S. Pietro, con qualche altro riflesso nei documenti storici ci offrono elementi sufficienti e interessantissimi per descrivere la figura e la ‘vita di lui; abbiamo libri bellissimi a tale riguardo. Ma questa risposta non ci basta; ne occorre un’altra, che cerca i suoi elementi nelle parole e nel pensiero di Gesù, per sapere che cosa il Signore volle realmente fare di Simone, da lui chiamato Pietro. Non più la biografia, ma la teologia di S. Pietro ci interessa alla fine; e cioè: chi era S. Pietro nel volere di Nostro Signore?
La risposta, che sembra pronta: era il discepolo, il primo, chiamato Apostolo con gli altri undici..., si complica al ricordo delle immagini, delle figure, delle metafore, di cui il Signore si servi per farci comprendere chi doveva essere e diventare questo suo eletto. Osservate. L’immagine più ovvia è quella della pietra, della roccia; il nome di Pietro la proclama. E che cosa significa questo termine applicato ad un uomo semplice e sensibile, volubile e debole, potremmo dire? La pietra è dura, è forte, è stabile, è duratura; sta alla base dell’edificio, tutto lo sostiene... e l’edificio si chiama la Chiesa: «Sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Ma vi sono altre immagini riferite a Pietro, che meriterebbero spiegazioni e meditazioni; immagini usate da Gesù stesso, piene di profondo significato. Le chiavi, ad esempio; cioè i poteri; date a Pietro soltanto, fra tutti gli apostoli, a significare una pienezza di facoltà che si esercitano non solo in terra, ma perfino in cielo. E la rete, la rete di Pietro, due volte nel Vangelo lanciata per una pesca miracolosa? «Ti farò pescatore di uomini», diceva il Vangelo di S. Luca, domenica scorsa (Lc 5,10). Anche qui: l’umile immagine della pesca assume l’immenso e maestoso significato della missione storica e universale affidata a quel semplice pescatore del lago di Genesareth! E la figura del pastore? «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore» (Jn 21,16-17), disse Gesù a S. Pietro quasi per far a noi pensare che il disegno della nostra salvezza implica un rapporto necessario fra noi e lui, il sommo Pastore.
E così via; sebbene, a meglio guardare nelle pagine della Scrittura, troveremmo altre immagini significative, come quella della moneta (Mt 17,25), per ordine di Gesù pescata da Pietro per pagare il tributo; come quella della barca di Pietro, dalla quale Gesù sale ed insegna (Lc 5,3); come quella del lenzuolo calato dal cielo nella visione di Joppe (Ac 10,3), e quella delle catene che cadono dai polsi di Pietro (Ac 12,7), e quella del gallo che canta per ricordare a Pietro la sua umana fragilità (Mc 14,72), e quella della cintura che un giorno, l’ultimo, a significare il martirio dell’Apostolo, circonderà i fianchi di Pietro (Jn 21,18); per tacere delle immagini, riferite a Pietro, insieme agli altri Apostoli: «Voi siete il sale della terra..., voi siete la luce del mondo . . .» (Mt 5,13-14).
Tutte queste immagini, caratteristiche del linguaggio biblico e di quello evangelico specialmente, nascondono significati grandi e precisi. Sotto il simbolo è una verità, è una realtà, che la nostra mente può esplorare, e può vedere immensa e divina. La devozione a S. Pietro ci fa così incontrare il pensiero di Gesù. Ed è questo l’incontro spirituale che Noi auguriamo possiate fare anche voi in questo momento, e poi sempre. S. Ambrogio scrisse le famose parole: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia, dov’è Pietro, lì è la Chiesa» (in PS 40,30 P.L. 14,1082); noi possiamo aggiungere: dove è Pietro e insieme la Chiesa, ivi è Cristo! Cosi è.
Con questo pensiero, vi salutiamo e vi benediciamo.
Paolo VI Udienze 1964 - Mercoledì, 29 aprile 1964