
Paolo VI Udienze 1964 - Mercoledì, 9 settembre 1964
Diletti Figli e Figlie!
La vostra visita Ci trova, alla vigilia della ripresa del Concilio ecumenico, assorbiti dai pensieri e dalle occupazioni, che il grande avvenimento reca con sé; e Noi non sapremmo oggi d’altro parlarvi che di questo tema, che interessa al sommo il Nostro ministero, ma che deve interessare altresì gli animi vostri e di quanti si sentono figli fedeli della Chiesa. Abbiamo già inviato al Cardinale Decano, che sta a capo del Consiglio cardinalizio di Presidenza del Concilio, una Lettera con un’esortazione da estendere a tutta la Chiesa per invitare tutti, Clero e fedeli, ad una preparazione ascetica, ad una partecipazione spirituale al Concilio stesso; abbiamo raccomandato, com’è ovvio per i grandi momenti della vita della Chiesa, di esprimere in qualche speciale atto di penitenza e di preghiera l’invocazione e l’attesa dello Spirito Santo, che assiste e guida il cammino dei seguaci di Cristo. Rinnoviamo a voi qui presenti, ottimi Figli e Figlie, la stessa raccomandazione: fate dono al Concilio della vostra adesione spirituale, rettificando le intenzioni interiori che sono al timone della vostra vita verso l’obbedienza a Dio e verso il suo amore, e facendo sorgere dalla profondità dei cuori qualche viva preghiera per il felice esito della straordinaria assemblea della Gerarchia ecclesiastica. Vi saremo gratissimi se avrete un ricordo nelle vostre orazioni anche per Noi, che sentiamo l’enorme peso delle Nostre responsabilità, e abbiamo più di tutti bisogno dell’aiuto di Dio.
L’ora del Concilio infatti è fra tutte, si può dire, l’ora di Dio. È l’ora nella quale la sua Provvidenza, che governa il mondo in modo a noi incomprensibile e talora identificabile dopo che gli eventi hanno lasciato intravedere un certo disegno superiore di sapienza e di bontà, deve in qualche modo lasciarci scoprire le sue intenzioni prima e durante lo svolgersi dei fatti conciliari, affinché sia sempre vera la sentenza, che precede le deliberazioni dell’assemblea ecumenica come lo fu nel primo Concilio apostolico di Gerusalemme, di cui gli Atti degli Apostoli ci danno interessantissima notizia: «Visum est enim Spiritui Sancto et nobis . . .» (Ac 15,28). È parso infatti allo Spirito Santo ed a noi . . . L’azione divina si innesta in quella degli Apostoli, e le loro decisioni coincidono col pensiero di Dio, perchè sono suggerite e guidate dallo Spirito Santo.
Questo significa che un Concilio deve avere, da un lato, lo sguardo aperto e teso per scoprire i «segni dei tempi», come disse Gesù (Mt 16,4), gli avvenimenti umani, cioè, i bisogni degli uomini, i fenomeni della storia, il senso delle vicende della nostra vita, considerata al lume della parola di Dio, e dei carismi della Chiesa; e dall’altro, lo sguardo del Concilio deve cercare e scoprire «i segni di Dio», la sua volontà, la sua presenza operante nel mondo e nella Chiesa. Difficile l’una e l’altra scoperta; ma la seconda, quella dei segni di Dio, più della prima. L’indicazione del pensiero divino deve farsi, in un certo modo, conoscibile, sperimentale; e ciò è grazia, che bisogna, se non meritare, essere almeno in grado di accogliere. Ciò vi dice come il Concilio non è tanto un avvenimento esteriore e spettacolare, sebbene ciò abbia la sua ragion d’essere e la sua benefica efficacia; quanto un fatto interiore e spirituale, preparato, atteso, sofferto e goduto, dentro gli animi di quanti compongono il Concilio; esso diventa un fatto morale e spirituale d’incomparabile tensione e pienezza, che deve essere confortato dalla certezza d’essere animato dallo Spirito Santo. È l’ora di Dio che passa . . .
Voi comprendete perciò le Nostre apprensioni. Voi comprendete come, con l’invocazione della divina assistenza, e specialmente con la preghiera allo Spirito Santo, animatore della Chiesa, e con la supplica alla Madonna, Regina degli Apostoli e perciò dei Vescovi, voi potete. magnificamente collaborare alla buona riuscita del Concilio. Confidiamo tanto, Figli e Figlie in Cristo, in cotesto spirituale aiuto; e, con riconoscenza aggiunta alla benevolenza, di cuore tutti vi benediciamo. Ora una parola anche a voi, diletti fanciulli di Azione Cattolica, che punteggiate questa Udienza come fiori soavissimi di innocenza, di bontà e di grazia. Siete venuti da ogni parte d’Italia con un particolare titolo di onore, che vi deve far andare giustamente fieri: avete vinto infatti le gare diocesane per lo studio catechistico-liturgico, e per l’attività apostolica delle vostre Associazioni; e vi accompagnano le vostre ottime Delegate parrocchiali, liete di vedere nei risultati da voi conseguiti il meritato riconoscimento delle loro fatiche e sollecitudini.
Non è Nostra intenzione rivolgervi un discorso, perché la naturale vivacità dei vostri anni troverà forse già troppo lunga la durata di questa Udienza. Desideriamo dirvi soltanto: bravi! Vincere un concorso diocesano, ove si presentano altri fanciulli e fanciulle, certamente preparati, certamente in gamba nei riflessi mnemonici, nella prontezza delle risposte, nella completezza dello studio, vincere un simile concorso, diciamo, è segno che siete stati bravi per davvero. Ve lo diciamo dunque di cuore.
E con le Nostre parole ve lo dice Gesù, di cui tanto umilmente compiamo le veci qui in terra: Gesù che, come ai tempi della sua vita terrena, vi guarda con particolare predilezione, e, come allora, vuole accarezzarvi, abbracciarvi, stringervi al cuore, dicendo ai grandi: «Lasciate che i fanciulli vengano a me!» (Mc 10,14).
Per meglio conoscere Lui avete studiato così bene il catechismo; per vivere di Lui e in Lui siete incominciati a entrare nel regno suggestivo e ricchissimo della Liturgia e della vita della Chiesa; per portare a Lui i vostri compagni di scuola e di giuochi vi aprite alle prime conquiste entusiasmanti dell’apostolato.
Sia Gesù la vostra vita, il vostro cibo, la vostra luce, il vostro amico: oggi, negli anni preziosi e fuggevoli dell’infanzia, domani negli impegni della adolescenza, e poi sempre, sempre, per tutta la vita! È questo il Nostro augurio, la Nostra preghiera, la Nostra benedizione: nella quale vogliamo comprendere gli Assistenti e le Dirigenti Centrali e Diocesani, qui presenti, le Delegate Parrocchiali, il cui corso merita il più ampio incoraggiamento, i genitori lontani, e quanti nelle parrocchie si dedicano con generosità e fervore alla completa formazione cristiana di codeste belle speranze della Chiesa, germogli di giovinezza buona e pura, consolazione profonda del cuore del Papa.
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All'odierna Udienza Generale partecipa il cospicuo gruppo dei Sacerdoti Assistenti Provinciali e Diocesani delle ACLI, provenienti da Rocca di Papa, ove si svolge il loro XIII Convegno nazionale. Vogliamo perciò rivolgerci particolarmente a loro, che si preparano nella preghiera e nello studio allo svolgimento di un nuovo anno di attività e di iniziative, a favore degli interessi spirituali e anche materiali dei diletti lavoratori cristiani d’Italia.
Sacerdoti carissimi!
La vostra presenza procura viva consolazione al Nostro cuore, e ve ne ringraziamo sentitamente. Se è sempre grande la gioia che Ci procurano i numerosi gruppi di pellegrini, che continuamente si succedono, attestando con l’eloquenza dei fatti il vivente fervore della loro fede, più toccante è quella che Ci danno i Nostri sacerdoti. Il pensiero ritorna, in queste occasioni, agli incontri avuti nella Nostra vita pastorale con le schiere valorose di un sacerdozio umile e preparato, generoso e positivo: con le figure di pastori zelanti, che, talora in condizioni disagiate, spesso nell’isolamento e nella solitudine dei loro posti avanzati di sentinelle di Dio, portavano l’impronta viva del testimone di Cristo, del missionario, del custode vigile, che scruta i segni dell’alba nella notte incombente. I sacerdoti, tutti i sacerdoti, Ci sono particolarmente cari, li portiamo nel cuore con le loro ansie apostoliche, con le loro difficoltà, con le loro speranze: e Ci è cara questa occasione, che Ci permette di affermarlo ancora una volta pubblicamente, affinché la Nostra voce giunga a tutti i sacerdoti in cura d’anime, e sia loro di conforto e di sostegno.
Ma la caratteristica fisionomia della pastorale, alla quale dedicate le vostre migliori energie - l’assistenza spirituale ai lavoratori - dà a voi uno speciale titolo alla Nostra benevolenza, diletti Assistenti Provinciali e Diocesani delle ACLI. Non possiamo esimerci da una parola di sentito compiacimento per la dedizione, con cui vi preparate con sempre più cosciente senso di responsabilità, per la serietà, che dedicate all’approfondimento e all’aggiornamento dei problemi inerenti al vostro ministero, per la ricerca di una completa qualificazione di fronte agli imperativi indilazionabili dell’apostolato fra i lavoratori cristiani.
E vogliamo lasciarvi una parola di paterna esortazione, che vi accompagni nell’attività del nuovo anno di lavoro, e sia come il ricordo del vostro Congresso, e di questa significativa Udienza.
— Siate sacerdoti, anzitutto, e sacerdoti santificatori. È questa la vostra missione precipua, il vostro titolo d’onore, il motivo che giustifica la vostra presenza nel mondo del lavoro; questo desiderano essenzialmente da voi i lavoratori, adusi alle fatiche e alle usure della loro vita. E il sacerdote che, in qualunque forma, sotto qualunque pretesto, ponesse in secondo piano questo aspetto primordiale della sua vocazione, per dar luogo alle doti esteriori, alle risorse di natura e di carattere, o ai mezzi puramente naturali di un lavoro da organizzatore, da burocrate, da tecnico anche brillante e completo, quel sacerdote, diciamo, si esporrebbe forse all’insuccesso e al fallimento. Permetteteci il ricordo di alcune parole, rivolte ai Nostri dilettissimi sacerdoti di Milano, ma che vogliamo qui ricordare per meglio sottolineare il Nostro pensiero: «La conoscenza del nostro sacerdozio... ci riporti a Cristo, con umiltà piangente, con carità commossa, con abbandono generoso alla sua operante presenza.. . Questa ascetica sacerdotale, esteriore ed interiore, ci trova talvolta dimentichi: ci si concede alle abitudini profane; talvolta impazienti, ci si domanda a che cosa servono tante vecchie prescrizioni, e non ci si fa scrupolo di contravvenire a qualcuna di esse; ci si trova tal altra convinti che fare il contrario di ciò che la lettera prescrive è un conquistare lo spirito: la lettera sarebbe l’obbedienza, sarebbe la conformità di costume con i propri Confratelli, sarebbe la rinuncia all’occhio che si scandalizza: mentre lo spirito sarebbe l’esperienza della vita profana, specialmente sotto alcune forme seducenti: come, ad esempio, l’amore ai beni di questo mondo, al di là dei nostri doveri, l’acquiescenza a tendenze culturali e sociali che la Chiesa proscrive. Il mondo, nel quale dobbiamo vivere ed operare, esercita anche su di noi le sue seduzioni sottili: come avvicinarlo e come rimanere indenni dal suo fascino contagioso è problema assai importante e complesso per la vita del sacerdote» (G. B. Card. Montini, Discorsi al Clero, p. 128-129).
— Ancora: la vostra presenza al fianco dei lavoratori sia la testimonianza vivente, fatta persona che con essi soffre, spera ed ama, che la Chiesa è con loro, e fa proprie e incoraggia le loro giuste aspirazioni ad una condizione di vita e di lavoro, che sia consona alla dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, e redenta col Sangue Preziosissimo di Cristo. La Chiesa è vicina ai lavoratori con cuore di madre, e moltiplica le attestazioni, solenni o quotidiane, di questo suo interesse affettuoso e sollecito verso la loro condizione. Solo una mente accecata dalla prevenzione più ostile potrebbe oggi negare tale realtà: tante sono le prove e i documenti di queste materne premure, che si distribuiscono nei secoli come tante pietre miliari di un millenario cammino, che ha il suo punto di partenza nella lieta novella dell’umana fraternità in Cristo Signore e nel suo Mistico Corpo, per giungere fino alle splendenti affermazioni dei più recenti documenti pontifici. Sì, la Chiesa mette in guardia i lavoratori dal seguire teorie e pratiche ingannevoli, che essendo basate sulla negazione di Dio non possono che sfociare anche nella negazione dell’uomo, nonostante i loro effimeri successi, ma essa non ha mai cessato, né cesserà mai di sostenere i diritti dei più deboli, di proteggere gli oppressi e gli sfruttati, di predicare l’amore sincero, basato sul reciproco rispetto dei mutui diritti e doveri.
Questo ricordi la vostra presenza tra i lavoratori, diletti figli. procurando di far giungere a tutti, come primo obiettivo del vostro apostolato, i lineamenti precisi, accessibili, suasivi della dottrina evangelica e del Magistero della Chiesa.
— Infine: la vostra parola e la vostra azione siano spese per inculcare la netta preminenza degli interessi spirituali su ogni altro valore umano, anche il più sacrosanto. Come sacerdoti siete luce della terra, sale del mondo (Mt 5,13-14): siete i ministri di Cristo e i dispensatori dei misteri di Dio (1Co 4,1); siete i buoni amministratori della multiforme grazia del Signore (1P 4,10). Il vostro primo dovere è dunque quello di alimentare nei lavoratori cristiani il senso comunitario della vita ecclesiale, la stima e la frequenza dei Sacramenti, la fame e la sete della parola di Dio: nella certezza, prima vissuta e quindi luminosamente inculcata, che il primato di ogni ricerca e di ogni interesse spetta per il vero cristiano al regno di Dio e alla sua giustizia, perché il resto verrà dato in soprappiù (Mt 6,33).
Ciò non vuol dire che si debbano trascurare i valori materiali; tutt’altro, perché, secondo il Vangelo, questa è la prima condizione per possederli; ma è un paterno richiamo a voi, sacerdoti carissimi, perché siete i rappresentanti autorevoli della Chiesa, la quale - come abbiamo scritto nella recente Enciclica - «con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini: io ho ciò che voi cercate, ciò di cui voi mancate. Non promette così la felicità terrena, ma offre qualche cosa - la sua luce, la sua grazia - per poterla, come meglio possibile, conseguire; e poi parla agli uomini del loro trascendente destino» (L’Osservatore Romano, 10-11 agosto 1964, p. 8) .
Ecco, diletti figli, quanto abbiamo desiderato dirvi in questo lietissimo incontro. E affinché il vostro lavoro sia sempre fecondo di soprannaturale efficacia, avvalorata dalla grazia divina, Noi vi accompagniamo col Nostro affetto e con la Nostra preghiera, ed effondiamo su di voi e sulle benemerite Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani la confortatrice Benedizione Apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
Il pensiero, che viene alla Nostra mente in occasione di questa Udienza, Ci è suggerito dal Santo di cui oggi, 16 settembre, ricorre la festa, S. Cipriano, un Vescovo africano del III secolo, un martire di grande statura; egli scrisse un opuscolo celebre, intitolato De unitate Ecclesiae, nel quale si trovano insegnamenti opportuni non solo per il tempo successivo alla persecuzione dell’imperatore Decio, la quale aveva prodotto profonde divisioni nelle comunità cristiane dell’Africa, ma per i nostri giorni, per il Concilio stesso che stiamo celebrando. La frase, che viene alla Nostra memoria, è celebre, e forse voi già la conoscete; ma merita d’essere qui ricordata, e poi meditata come una norma direttiva della vita; e suona così: «Non può avere Dio per padre, chi non ha la Chiesa per madre: «Habere iam non potest Deum patrem, qui Ecclesiam non habet matrem» (De unitate Ecclesiae; P.L. VI, 519).
Questa parola esprime una verità che corrisponde ad un pensiero di Dio, sul quale si fonda tutto il piano della nostra religione e della nostra salvezza, la necessità cioè della Chiesa, della istituzione dalla quale noi riceviamo i doni di verità e di grazia indispensabili per la nostra vita presente e futura, tanto che meritano a tale istituzione il nome tenero ed augusto di «madre»: la madre Chiesa. È lei che ci genera alla vita religiosa, ch’è la vita vera, definitiva e soprannaturale, alla quale siamo chiamati.
Questa necessità della Chiesa è proclamata in ogni cosa, in ogni atto, che voi osservate in un’udienza pontificia: che cosa un’udienza pontificia manifesta più chiaramente della presenza solenne della Chiesa nel mondo, una presenza che qui si documenta d’una visibilità e d’una religiosità senza confronti, e che tende precisamente a documentare quel pensiero divino della necessità della Chiesa stessa? e non è forse per sentire vibrare nelle vostre anime tale divina esigenza, diventata per voi un’incomparabile fortuna, che voi ambite venire all’incontro col Papa? Questa Udienza. suscita infatti due sentimenti, i quali potrebbero essere espressi in termini teologici, ma ora da Noi semplicemente enunciati così: un sentimento di inquietudine, di timore, di ricerca, relativo alla questione fondamentale della propria salvezza, al problema della propria vita: dove trovare il senso della nostra esistenza e come trovare la via sicura per possederlo e per viverlo? L’altro sentimento di trepidazione e di gioia per aver trovato nella Chiesa di Cristo la risposta sicura e concreta a tali angosciose domande, e per sperimentare in certa misura la consolazione interiore di sapersi figli veri e amorosi della Chiesa e perciò figli veri ed amorosi di Dio.
Noi possiamo godere di tanta fortuna, che dice una misteriosa predilezione del Padre celeste per noi, pensando che Egli ha potenza e bontà per far giungere la sua salvezza anche a quelli che in buona fede non appartengono alla Chiesa; ma dobbiamo nello stesso tempo sentire la grande responsabilità, che deriva dalla nostra vocazione alla via della salvezza, che è la Chiesa; la responsabilità di mantenere fedelmente i nostri passi su tale via; e la responsabilità di operare e di pregare, affinché tutti possano entrare nella via stessa e trovarvi con noi la possibilità, la speranza, il gaudio della salvezza.
Sentimenti questi che possono tradursi in proposito e in ricordo di questa Udienza, come Noi stessi auguriamo, tutti di cuore benedicendovi.
Saluti
Dobbiamo un saluto speciale al Pellegrinaggio della Diocesi di Tortona, qui presente per rendere omaggio filiale alla Nostra umile persona, o piuttosto al Nostro ministero apostolico; e lo dobbiamo perché tanti pensieri Ci rendono particolarmente cara quella Diocesi : dove il Servo di Dio Don Orione ha posto la sede centrale della sua grande «Piccola Opera della Divina Provvidenza» e dove la sua tomba sembra sorgente di sempre magnifici sviluppi della provvidenziale Opera stessa; dove parimente ebbe la culla e la sepoltura Lorenzo Perosi, nome immortale nel regno della musica sacra; dove fu Vescovo Monsignor Egisto Melchiori, degnissima figura di Pastore e a Noi maestro ed amico; e dove ora è Presule Monsignor Francesco Rossi, da Noi consacrato Vescovo ed a Noi carissimo. A lui, ai sacerdoti e fedeli della diletta Diocesi un particolare saluto ed una particolare benedizione.
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Il qualificato gruppo dei partecipanti al V Congresso Internazionale per la Riproduzione animale merita un particolare saluto, che siamo lieti di porgere con tutto il cuore: sia per il cospicuo numero, che li distingue, sia per l’importanza e la serietà degli studi, a cui essi dedicano la loro vita.
Diletti figli! Ci ha procurato viva consolazione l’apprendere che, al termine delle laboriose giornate del vostro congresso, svoltosi a Trento, avete desiderato concluderne i lavori con la vostra visita al Papa. Ve ne ringraziamo sinceramente, e vi esprimiamo il Nostro compiacimento per questo gesto, che è più di un atto di cortesia, è più di un motivo esteriore, suggerito dalla vostra presenza a Roma: esso è un atto di fede, che getta viva luce sulle disposizioni interiori con cui compite i vostri studi così delicati, così interessanti, così provvidamente orientati verso la soluzione di urgenti necessità del momento presente.
Vi sostenga nelle quotidiane fatiche della ricerca e della sperimentazione biologica il pensiero dei vostri fratelli che soffrono, ed attendono una mano amica, che venga loro incontro con positiva offerta di utili soluzioni. E soprattutto vi sostenga la certezza esaltante della divina promessa del Cristo, che ha voluto ritenere fatto a sé tutto quanto è compiuto a favore dei più piccoli tra i suoi fratelli (Mt 25,40).
Nel suo nome Noi vi esprimiamo la Nostra compiacenza, unita all’incoraggiamento per la fruttuosa prosecuzione delle vostre attività; e perché l’abbondanza dei suoi doni celesti allieti e conforti voi e i vostri cari, qui presenti, le vostre famiglie lontane, i colleghi di lavoro e di studio, Noi vi impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione, pegno e conferma della Nostra benevolenza.
Diletti Figli e Figlie!
Che cosa significa un’Udienza del Papa? È quello che cerchiamo Noi stessi di capire e poi di spiegare ai Nostri visitatori. Ci accorgiamo che una Udienza del Papa significa molte cose; presenta cioè vari aspetti, che la visione delle persone e delle cose secondo la fede moltiplica mirabilmente e allarga su panorami immensi, della religione, della storia, della vita. Uno di questi aspetti Ci è suggerito da una circostanza unica e notevole di questo giorno e di questo luogo: oggi la reliquia preziosissima - il sacro capo dell’Apostolo Andrea - lascerà questa Basilica, dove da cinque secoli è custodita, e sarà entro la settimana riportata a Patrasso, in Grecia, dove S. Andrea subì il martirio della crocifissione, e donde la reliquia, al tempo di Papa Pio II, era stata portata a Roma, perché vi fosse custodita, nel timore che una invasione, temuta allora come imminente, la esponesse a qualche manomissione. S. Andrea era fratello di San Pietro; e questo fatto memorabile ci riporta col pensiero alla scena evangelica, stupendamente narrata dall’Evangelista San Giovanni quale testimonio, e lui stesso protagonista, della scena stessa. È la scena del primo incontro di Gesù con i suoi discepoli e futuri apostoli, quando Giovanni Battista identifica per la seconda volta Gesù presente sulle rive del Giordano, e ripete il suo grido: Ecco l’Agnello di Dio! Due discepoli del Precursore, udite queste parole, «andarono dietro a Gesù. Gesù si volse e, notato che lo seguivano, domandò loro: chi cercate? Essi gli dissero: Rabbi! (che tradotto vuol dire maestro), dove abiti? Egli rispose loro: venite e vedrete. Andarono e videro dove egli abitava; e rimasero con lui quel giorno. Era circa l’ora decima (pomeriggio inoltrato). Andrea, fratello di Simone Pietro, era uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e aveva seguito Gesù» (Jn 1,35-40).
Questo racconto ha meritato il titolo di «primo chiamato» ad Andrea; e mette in evidenza il fatto che ogni incontro con Cristo riveste carattere di chiamata. Il rapporto prodotto dalla sua presenza fra noi non può non assumere l’aspetto d’una vocazione; non può non tradursi in un invito da parte di Cristo a seguirlo, e da parte di chi da Lui è incontrato in una scelta, in una risposta, tendenzialmente orientativa, forse decisiva per tutta la vita. «Venite e vedrete» dice il Signore. «Andarono e videro» quei primissimi chiamati. Si iniziava così la espressa convocazione degli uomini alla sequela di Cristo; e voi sapete come si definisce il risultato di questa convocazione; si definisce «la Chiesa», che appunto significa l’assemblea dei chiamati, o, come si esprime San Paolo, «dei chiamati santi» (1Co 1,2 Rm 1,7), formanti cioè «il popolo di Dio» (1P 2,10).
Ora sembra a Noi che ogni Udienza pontificia, riunita da sentimenti pii e spirituali, rifletta in qualche modo l’incontro di anime pellegrinanti sui sentieri misteriosi della vita col Pastore e col Maestro dell’umanità, ch’è Nostro Signor Gesù Cristo, come quella che fa incontrare le persone presenti all’udienza con Colui che, assai, assai imperfettamente, ma autenticamente rappresenta visibilmente quel divino Viandante, che non solo volle essere nostro compagno di cammino, ma nostra guida, nostro Capo altresì; e che tuttora e sempre, e qui nelle umili sembianze del suo Vicario, continua a chiamare; sì, a chiamare: «Venite e vedrete»; «Venite a me voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi consolerò» (Mt 11,28); «Venite dietro a me, e vi farò diventare pescatori d’uomini» (Mt 4,19).
Cioè : l’incontro dell’udienza pontificia solleva negli spiriti attenti delle persone presenti la coscienza d’essere stati chiamati a fissare il proprio rapporto con Cristo: quello di fedeli? di indifferenti? di avversari? Di fedeli certamente! E allora la coscienza continua: di fortunati, di eletti, di responsabili!
Carissimi figli e figlie! L’udienza pontificia fa echeggiare in fondo alle vostre anime la voce del Signore, che ricorda ed ammonisce: Tu sei cristiano, tu sei cattolico! E ciascuno comprende quale abbondanza di conseguenze sorga da tale persuasione fatta cosciente, nella singolarità e nella solennità di questa circostanza: davanti al Papa, al Vicario di Cristo, tu sei cristiano, tu sei cattolico; quale cristiano? quale cattolico?
Oh! lasciate che Noi rinforziamo codesta intima voce, invitando, esortando, supplicando ciascuno di voi ad essere vero cristiano, autentico cattolico. Noi potremmo avvalorare questa vocazione con altre e gravi ragioni: quelle che nascono dai bisogni della Chiesa, dai bisogni del nostro mondo presente; bisogni immensi, che chiamano e invocano la presenza, la testimonianza, l’azione, la dedizione di animi forti e generosi, ai quali la voce di Cristo ha aperto un destino nuovo e meraviglioso: quello d’essere apostoli!
Così l’Apostolo Andrea, così il fratello Apostolo Pietro, qui oggi, quasi con voce sola, parlino evangelicamente alle nostre anime; mentre a tale voce si unisce la Nostra, paterna e benedicente.
Diletti Figli e Figlie!
Alla fine di questa Udienza, com’è nostra abitudine, noi canteremo insieme il Credo, quello della Messa domenicale. Nessuno, Noi pensiamo, troverà fuori luogo questa professione di fede; anzi ciascuno di voi godrà di poter esprimere in un canto comune ciò che in quest’ora e in questa basilica dev’essere un sentimento comune : la nostra adesione alla fede della Chiesa cattolica; la quale fede è quella di S. Pietro, sul cui sepolcro noi siamo adunati; e la fede di S. Pietro è quella che confessa Gesù Cristo, Figlio di Dio, nostro Maestro e nostro Salvatore; e nella fede in Cristo noi veniamo a conoscere il mistero della vita di Dio, unico nella natura, Padre e Figlio e Spirito Santo nelle persone, e a trovare nella fede non solo una nuova conoscenza della Divinità, ma un principio altresì di comunione con Dio, un principio della nostra salvezza. Questa nostra professione di fede ci serve quasi di scala, che da questo punto, la sede di Pietro, sale al cielo, e sembra invitarci in modo particolare a percorrerne gli ascendenti gradini.
Questo invito era una volta esplicitamente presentato ai visitatori dell’antica Basilica costantiniana, demolita per costruire allo stesso posto quella che ora ci accoglie. Narra il Liber Pontificalis, raccontando la vita di Papa Leone III (795-816), quello che incoronò imperatore Carlomagno, che questo Pontefice «per amore e per difesa della fede ortodossa» fece apporre due grandi scudi d’argento, uno sulla porta destra, l’altro sulla porta sinistra della confessione di S. Pietro; sui quali scudi era scolpito, in latino da una parte, in greco dall’altra, il simbolo della nostra fede, nel testo che chiamiamo di Nicea, quello cioè delle nostre Messe cantate (che aveva preso il posto del simbolo battesimale, che chiamiamo simbolo degli Apostoli), così che chiunque si avvicinava alla tomba di S. Pietro era sollecitato a recitare, con lui e a suo onore, l’atto di fede.
Ed è ciò che facciamo anche noi al termine dell’Udienza. E qui si aprirebbe una bella meditazione sulle ragioni, che ci fanno associare la professione della fede alla devozione al Principe degli Apostoli. E sono ragioni che tutti ricordiamo pensando ai fatti del Vangelo, dove appunto S. Pietro appare come l’Apostolo della fede (Mt 16,16 Jn 6,69), e dove Cristo predice a Simone, da lui trasformato in Pietro, che toccherà a lui di «confermare» i fratelli, cioè i cristiani nella fede (Lc 22,32). Toccherà a lui di essere non solo il primo e più autorevole testimonio della risurrezione di Cristo, sulla realtà della quale si fonda l’edificio della fede, ma, come dicono i teologi, il promotore, il maestro della fede e della vita della Chiesa.
È bene perciò che, venendo a venerare la tomba di S. Pietro e incontrando l’umile suo successore investito della stessa missione d’insegnare la fede, di fortificare la fede, ogni spirito, sensibile alle voci delle cose circostanti, avverta l’impulso di credere e di professare la sua fede in perfetta armonia con Chi è guida nell’accettazione, nella comprensione, nella manifestazione, nell’applicazione e nella difesa della parola di Cristo.
Oggi, festa di S. Girolamo, viene alla Nostra memoria una parola di questo Santo, scritta da lui a Papa Damaso (366-384), dall’eremo della Calcide nella Siria, dove allora si trovava, polemizzando con gli eretici di quel tempo: «Io intanto grido che, se uno sta con la cattedra di Pietro, è dalla mia parte; «ego interim clamo, si quis cathedrae Petri iungitur, meus est» (Ep. XVI, P.L. 22, 359). Dovremo noi pure oggi, con pari convinzione e con pari energia, unirci all’autorità del magistero di Pietro per godere della luce e della sicurezza che ne deriva, e per sentire la consolazione d’essere insieme, d’essere insieme con tutti i credenti, i fedeli, che sono nel mondo e formano la Chiesa, e d’essere uniti all’albero della Chiesa, che ha Pietro alla radice e Cristo per vita.
Possa la Nostra Benedizione confortare in voi questa salutare certezza.
La vostra visita giunge a Noi nel giorno in cui la pietà della Chiesa onora Maria Santissima con la festa detta del Santo Rosario. Voi certo lo sapete bene. E perciò le Nostre parole, quest’oggi, non possono ad altro riferirsi che a questa particolare forma di culto mariano.
È ormai una tradizione per i Papi di questi ultimi tempi tributare alla Madonna un omaggio sempre rinnovato e speciale mediante la spiegazione, l’apologia, la raccomandazione del Santo Rosario. Più degli altri è da ricordare Papa Leone XIII, che quasi ogni anno, dal 1883 al 1901, nella ricorrenza di questa festa pubblicava un’Enciclica sul Rosario; abbiamo così un rosario di Encicliche mariane! Sono facili a comprendersi le ragioni di tanta devozione pontificia per la Madonna: nessuno è tanto devoto di Maria Santissima quanto il Papa! Se non bastassero gli impulsi della sua pietà personale, resa sempre più viva dalle necessità spirituali del Suo ministero apostolico, che Lo obbligano ad una continua invocazione alla Madre di Cristo, quasi ad una umile e fervente conversazione con Lei, sarebbero le profonde e feconde ragioni teologiche del Suo ufficio pontificale a richiamarlo a questo culto specialissimo, e a mettere a confronto, anzi in relazione, la missione unica e somma di Maria nel disegno della nostra salvezza con la funzione propria del sacerdozio, che Cristo ha voluto partecipe del suo unico Sacerdozio per comunicarsi al mondo. Quali relazioni e quali distinzioni vi sono fra la maternità di Maria, resa universale dalla dignità e dalla carità della posizione assegnatale da Dio nel piano della Redenzione, e il sacerdozio apostolico, costituito dal Signore per essere strumento di comunicazione salvifica fra Dio e gli uomini? Maria dà Cristo all’umanità; e anche il Sacerdozio dà Cristo all’umanità, ma in modo diverso, com’è chiaro; Maria mediante l’Incarnazione e mediante l’effusione della grazia, di cui Dio l’ha riempita; il Sacerdozio mediante i poteri. dell’ordine sacro: ministero che genera Cristo nella carne il primo, e poi lo comunica per le misteriose vie della carità alle anime chiamate a salvezza; ministero sacramentale ed esteriore il secondo, il quale dispensa quei doni di verità e di grazia, quello Spirito, che porta e forma il Cristo mistico nelle anime che accettano il salutare servizio della gerarchia sacerdotale (S. Th. III 63,3; Cat. Conc. Trid. II, 7, 23-24). Ma evidentemente Maria è, dopo Cristo e per virtù di Cristo, al vertice di questa economia di salvezza; precede e supera il Sacerdozio; Ella è ad un piano di eccellenza superiore e di efficienza differente rispetto ad esso; e se il sacerdozio al suo grado sommo possiede le chiavi del regno dei cieli, la Regina dei cieli è Lei, la Madonna, che è perciò anche rispetto alla gerarchia la Regina degli Apostoli. Comprendete pertanto, carissimi Figli, perché i Papi sono tanto devoti di Maria.
E se Noi oggi vi ricordiamo questo fatto, lo facciamo per far Nostre le esortazioni che i Nostri piissimi e venerati Predecessori hanno rivolto al popolo cristiano in onore di Maria Santissima. Troppe cose sarebbero da dire; lasciateci soltanto ripetere a voi le parole, che appunto Leone XIII citava nella sua Enciclica «Adiutricem populi» (1895) prendendole dalle labbra di quel San Cirillo d’Alessandria, che fu il principale promotore del Concilio di Efeso, ove Maria fu riconosciuta e proclamata Madre di Dio, e che così a Lei si rivolge: «Per te (Maria), gli Apostoli predicarono ai popoli la dottrina della salvezza; per te la santa Croce è lodata e adorata nel mondo intero; per te i demoni sono messi in fuga, e l’uomo è richiamato al cielo; per te ogni creatura, stretta dagli errori della idolatria, è ricondotta alla conoscenza della verità; per te i fedeli sono pervenuti al battesimo e in ogni parte del mondo sono state fondate le Chiese» (Homil. contra Nestorium).
Parole che ci infondono fiducia nella Vergine Santissima, ci richiamano a sentimenti e ad esercizi di filiale pietà, ci mostrano la relazione del culto mariano con le grandi vicende della storia; e, per noi, ci lasciano sperare nel buon esito del Concilio e nell’avvicinamento delle anime a Cristo, mentre quest’oggi, ci rimettono il Rosario in mano con un grande desiderio, con un nuovo proposito di ricominciare i ritmi deliziosi: Ave Maria, ave Maria!
Paolo VI Udienze 1964 - Mercoledì, 9 settembre 1964