
Paolo VI Omelie 1964 - Domenica, 30 agosto 1964
1. - E adesso - prosegue con affabile bontà il Supremo Pastore - alcune brevi osservazioni.
Il Signore una volta ha fatto un rimprovero a quelli che lo ascoltavano, quando ha detto loro: . . . signa autem temporum non potestis scire? (Mt 16,4): non riuscite a distinguere i segni dei tempi. Che cosa indicano i tempi? che cosa avviene intorno a noi? Anzitutto è da rilevare che l’interrogativo del Divino Maestro ha sempre il suo valore. Se io domandassi anche a voi, ragazzi: che succede intorno a noi? cosa è che ci impressiona di più? qual è il fenomeno più generale, più notevole da noi osservato con i nostri occhi?
La risposta è nei fatti d’ogni giorno. Se per esempio noi andassimo indietro venti anni e ci recassimo a percorrere la diocesi di Albano, sarebbe uguale lo stato di ieri a quello in cui oggi si trova? No: noi osserveremo che c’erano, allora, elementi oggi ritenuti antichi, e tanti particolari che risalgono ai tempi passati. Adesso, invece, numerose innovazioni, ieri impensate, ci colpiscono.
Si direbbe, quindi, che a novità è il segno più evidente dell’epoca nostra. Novità vuol dire cambiamento; molte, moltissime cose mutano intorno a noi, e continuamente - lo ha detto anche poco fa il Cardinale Pizzarda. Le parrocchie della diocesi di Albano erano diciannove; sono diventate quaranta; gli abitanti novantamila; sono saliti a più di duecentomila.
Faremo un ragionamento semplicissimo.
Andando intorno, si vede che tutto il quadro della nostra vita presente è trasformato: le strade, gli edifici, le scuole, i libri, la stampa . . . Ricordo, nei primi tempi della mia dimora in Roma, di aver visto in queste zone un pastore, uno dei pastori che si incontravano una volta per le colline laziali, intenti a far pascolare il gregge. Mi accorsi che aveva con sé strumenti di lavoro identici a quelli che si trovano scolpiti in monumenti romani di duemila anni or sono. Per duemila anni i medesimi strumenti sono stati adoperati dall’uomo dei greggi: il coltello, il carro, il vincastro, il secchio del latte ecc. Orbene: da trenta, quarant’anni a questa parte, l’intero materiale di uso comune è diverso: basterà accennare ai mezzi di trasporto, agli utensili per la vita domestica, talmente sviluppatisi che, nelle case, oggi quasi non si accende più il fuoco. Né basta: se profonda è la innovazione per la vita materiale, si pensi alle idee, alle correnti spirituali, ai movimenti di cultura, alle nuove esigenze, agli sviluppi della scienza, della tecnica. Anche in questo ambito si rimane meravigliati per l’incessante novità.
Né mutano solo le cose, ma pure i costumi, i pensieri, la società. Ed ecco una domanda: con questi cambiamenti si va verso il meglio o no? Di certo verso il meglio. Si sta meglio adesso o una volta? Possiamo affermare, ringraziando la Provvidenza e quelli che hanno il merito di assecondarla: le condizioni generali sono indubbiamente migliori per una prosperità materiale, giustamente definita «di servizi». Ma, è tutto bene questo? La vita dell’uomo è più degna di quanto non lo fosse una volta? Erano più contenti gli uomini di ieri, o lo sono maggiormente quelli di oggi? I giovani ritengono senz’altro di sì; altri, invece, tornano alle frasi consuete per esaltare il passato, per dire: tempi felici, gli antichi!
2. - Diamo una sintesi della realtà. Ci sono alcune novità, all’esterno, che, senza dubbio, sono buone e utili all’uomo. Ma altre pure incombono, disordinatamente, sulla vita e la mettono in pericolo, nell’incertezza, non di rado nell’angoscia. Una volta i nostri vecchi sapevano perché vivevano. Quanti, adesso, sanno rispondere alla domanda: perché siamo in questo mondo? Non pochi rivelerebbero la propria ignoranza. E sono contenti? Gli uomini del giorno d’oggi sono più infelici nell’anima e nel cuore di quelli di ieri: giacché l’insieme delle cose importanti, dei valori della vita, è compromesso, è posto in dubbio. Al punto che, rimanendo passivi, riceveremmo grande danno proprio da tutte le novità. Si pensi alla formidabile e tragica potenza distruttrice di una guerra, incalcolabilmente più micidiale, oggi, di quelle fatte con i fucili o le frecce dei secoli andati.
L’umanità è esposta alla possibile iattura d’essere minacciata, sconfitta dal suo progresso, dal suo proprio sviluppo: ecco un argomento per indispensabile riflessione. Il mondo cambia, ma questo suo evolversi costituisce, sovente, gravissimo detrimento.
Come si fa, allora, a rendere buono il mutamento, a conservare quanto di meglio la tradizione, i secoli, la storia, la civiltà hanno a noi dato, affidandoci, in attenta custodia, i valori della vita, e, primo tra di essi, la coscienza della nostra fede? L’importante problema non può considerarsi eluso, giacché ad ogni passo, si può dire, vediamo come appunto la nostra fede, la nostra religione sia compromessa dal nuovo corso delle vicende umane.
Tanti non vanno a Messa; alcuni non credono più in Cristo, molta gente si separa dalla Chiesa. Perché? Sono stati impressionati, quasi travolti dai fenomeni del mondo esterno, che ha intristito ogni moto della loro anima.
Dobbiamo, perciò, vigilare attentamente. Se vogliamo che quanto è prezioso, indispensabile per la nostra esistenza rimanga e viva, di che cosa abbiamo, anzitutto, bisogno? Abbiamo bisogno di agire, ci necessita l’azione. L’essere si afferma e si conserva con l’agire. Perché, ai giorni nostri, si parla tanto di lavoro? L’Italia - dichiara la Costituzione - è una Repubblica fondata sul lavoro. Ciò perché risulta evidente che se l’uomo profonde le proprie attitudini, capacità ed energie, il mondo fiorisce, .avanza, procede verso il meglio. Se invece ci si ferma, e si cede alla pigrizia, svogliatezza, incompetenza, il mondo va male.
Evidente, poi, è il nesso esistente tra la vita materiale e quella spirituale. Se vogliamo conservare ciò che per noi è la più alta ragione di vita, - a noi sacerdoti incombe specialmente tale dovere -, e cioè la nostra fede, l’adesione a Cristo, la Chiesa, non possiamo rimanere apatici, indifferenti. Il Signore ci ha fatto nascere in un tempo in cui bisogna faticare.
Preminente è la forza del lavoro e la sua virtù trasformatrice. I nostri antenati erano portati dall’ambiente a starsene tranquilli; si accettava la vita anche monotona e grigia; si poteva riposare di più; v’era uniformità nelle mansioni esterne. Oggi l’azione - cattolica, religiosa, sociale; quella politica, industriale, scientifica ecc. - cioé il mettere in essere, in funzione, tutte le facoltà, di cui Dio ci ha arricchiti e i talenti da Lui donati, è divenuta la legge caratteristica del nostro tempo.
E allora? O noi saremo idonei a comportarci come si deve; vivendo, cioè, secondo i precetti del Signore; o noi perderemo il patrimonio più ricco che i tempi ci hanno trasmesso. Per noi - va ribadito - è tesoro inestimabile il senso della vita, di una vita cristiana; la dignità dell’uomo; la libertà; il fine ultimo della nostra esistenza, che trascende il tempo stesso in cui siamo. Bisogna agire; e quindi gli organismi che possediamo ed ammiriamo quale esempio di fervida operosità, istituiti, come sono, per contribuire al giusto rigoglio della entità religiosa e sociale, siano benedetti, perché hanno compreso i segni dei tempi.
3. - Facciamo un altro passo avanti. Non basta agire: si impongono la scelta di metodi convenienti e la sicurezza di risultati migliori, più copiosi. Va, dapprima, definita e precisata la legge basilare dell’azione moderna. Vediamo immediatamente che la prima condizione per agire bene è il mantenersi uniti; il lavoro deve essere coordinato, svolto da tutti. L’azione è prospera ed efficace, se unitaria, organizzata, concorde. Una volta era sufficiente, per un singolo, lavorare nella sua botteguccia: adesso nasce l’azienda; una volta bastava una piccola, circoscritta scuola: ora le scuole giustamente si moltiplicano, diventano vasti centri di avviamento alla cultura. Una volta si chiedeva ai componenti la parrocchia di radunarsi soltanto per la Messa festiva; ora si esige di possedere, in modo permanente e in grado superiore, il senso della comunità.
L’unione è la grande legge per attività valida, aggiornata, meritoria. Chi non è unito si smarrisce; gli sforzi, i tentativi singoli vengono travolti dalla vasta marea dei flutti, sempre numerosi ed accresciuti, di potenze esterne e contrarie. Il fenomeno caratteristico, succedaneo, della nostra società è l’organizzazione. L’attività è fiorente, redditizia se è unitaria, organizzata, concorde. La fraternità si riconosce dalla disciplina e dal disinteresse. Se non siamo in questo modo animati, se non andiamo insieme, e non compiliamo accurati piani e non studiamo i problemi, saremo dei vinti, degli incapaci e rimarremo sommersi da altri che hanno avuto il destro e l’abilità di coalizzarsi, diventando più forti di noi. Il vecchio proverbio, l’unione fa la forza, è verissimo, e dovrebbe essere tenuto ben presente da molti italiani, - il Santo Padre è convinto che nessuno vorrà dispiacersi per l’amabile richiamo - poiché non è ancora in tutti profondo il senso di questo principio: l’obbligo, cioè, di essere più uniti. Si preferisce, spesso, rimanere individualisti, volubili, facilmente critici. Palese è la tendenza a separarsi, a far sorgere il gruppo, la corrente. Non risulta ancora abbastanza coltivata l’esigenza, la regola, l’ansia della comunità. Negli strati esclusivamente materiali e terreni, là dove tale presupposto è accettato, sorgono fenomeni di ampie proporzioni, che riescono persino a intimorire. Basta por mente a taluni aggruppamenti sociali, industriali ed economici.
E si pensi alle diverse, differenti ideologie. Un’idea, oggi, perché trionfa? Se tale vittoria dipendesse dalla sua verità, noi non avremmo più bisogno di lavorare. Noi che possediamo la verità, in maniera essenziale ed immediata, saremmo i vittoriosi per eccellenza, nel mondo. Ma - lo vediamo ogni giorno - le idee si affermano in proporzione del numero di chi le professa, non per il valore e la bontà che esse racchiudono in sé. È indispensabile, pertanto, fortificarsi mediante l’unione, la organizzazione, la vita societaria; e con ogni impegno, per mettere insieme numerose volontà, si da offrire ai popoli quel fulgore per cui la nostra dottrina può dovunque affermarsi e riuscire benefica, salvatrice, giacché tale è realmente la nostra fede.
Su questo, figliuoli, ognuno è invitato a meditare con profonda fermezza. Anche noi cattolici. Perché? Perché non siamo abbastanza bravi, e buoni ad andare d’accordo. La Chiesa, istituzione del Signore, ha i suoi centri, i suoi piani per conseguire perfetta conquista. Si chiamano la Gerarchia, i Pastori, i superiori. L’autorità esiste proprio per mettere insieme, per catalizzare, per fondere in unum gli elementi tutti, anche quelli disgregati, e costruire la imponente famiglia e l’unità dei molti che appartengono al corpo sociale.
Ecco: noi dovremmo davvero esaminarci se siamo dei collaboratori o se, al contrario, siamo della gente pigra, che mormora, distrugge, rende difficile ogni iniziativa, si fa trascinare; ed ha bisogno di mille richiami, poiché dimentica e trascura l’onore e il vantaggio d’essere e di operare d’accordo. Non dimentichiamolo: allora soltanto vi sono problemi insolubili, quando si è divisi.
Per bene stare insieme, diciamo la grande parola che il mondo moderno non vuole quasi più udire: bisogna essere obbedienti. Ma obbedienti non per diventare macchine o numeri, che si comportano quasi automi e si lasciano trascinare. Si deve essere obbedienti per essere intelligenti, desti, alacri, nella mirabile rinascita che la Chiesa e la società cristiana sollecitano per dare nuovo volto al mondo contemporaneo. Bisogna essere più disciplinati. Così fondamentale dote va raccomandata specialmente in ordine ai problemi nuovi, che nascono sia nella comunità ecclesiastica che in quella civile. Mettetevi insieme, studiate i problemi, cercate di aiutarvi; istituite comitati, gruppi di studio, esperienze d’insieme. Non dividetevi, non opponetevi gli uni agli altri; sappiate transigere sulle cose secondarie in favore delle essenziali; abbiate convinta stima della responsabilità associata, per giungere alla unione, alla concordia, alla fusione degli animi. Arriviamo, così, al più alto, cristiano traguardo, ove è agevole ascoltare la voce di Dio: abbiate la carità.
La carità è l’amore fraterno; la carità pone gli animi volenterosi nella libertà, nella concordia, nel rispetto reciproco e nella gioia del restare insieme. Come è bella una famiglia in cui regnano l’uniformità e la pace! Ne abbiamo esempi eloquenti nelle nostre associazioni. Che gioia nel sentirsi fratelli e sorretti dall’esempio, dall’appoggio, dalla consonanza di tutti gli altri! L’azione è redditizia se unitaria, organizzata, concorde. La fraternità si riconosce dalla disciplina e dal disinteresse.
La vita sociale deve essere armonia. Può venir paragonata ad un complesso musicale, il quale allora solo risponde alla fidente attesa, se ogni componente esplica la propria parte in perfetta sincronia con gli altri. Bisogna fare concerto, bisogna operare all’unisono, compatire, perdonare, comprendere; ben distribuire le energie; saper rinunciare a tutti gli egoismi. Dobbiamo cercare la forza dell’unione, e per trovarla è insostituibile l’esercizio della virtù regina della vita cristiana: la carità.
4. - Riassumendo: per dominare i cambiamenti del nostro mondo occorre lavorare; per lavorare con rendimento prima norma è l’essere uniti; per essere uniti bisogna volersi bene. Come si fa a volersi bene? Qui risplende il segreto proprio della vita cristiana. L’animazione nostra deve essere religiosa.
Hanno voglia gli altri a ricorrere a principii sociali, economici, culturali, che sembrano adunare gli uomini: sono principii a doppio taglio. Possono, sì, in un primo tempo, agglomerare; ma ben presto, dividono. Se vogliamo, invece, che i nostri principii funzionino in una sola direzione, quella di acquisire unità, nella libertà e nel benessere di tutti, bisogna andare in fondo, attingere al segreto della vita religiosa. Se siamo uniti a Gesù Cristo, al suo Vangelo, alla sua fede, alla sua grazia, ai suoi sacramenti, alla sua dottrina, l’unione è possibile; con l’unione è la forza; con la forza il lavoro; con il lavoro la prosperità.
Allora, ecco una raccomandazione finale: cercate di dare alla vostra pratica religiosa una espressione non soltanto convenzionale, ma retta, decisa, profonda, interiore.
Anche qui il cambiamento è necessario. Non basta andare in chiesa meccanicamente. Va ricordato che la professione cristiana, se non diviene linfa dell’anima, se non è portata a un grado di pienezza intima e nuova, non resisterà. Occorre rinvigorire la nostra fede religiosa; e per questo la Chiesa ci apre oggi, con il Concilio, sorgenti e dovizie meravigliose. Ad esempio: seguiremo pienamente il nuovo orientamento didattico che la Costituzione Liturgica ci pone davanti per pregare bene, per pregare comprendendo quello che si dice, per pregare unanimiter, come Gesù Cristo ha stabilito. In tal modo, nella ricerca della sua presenza e della sua luce, la nostra divisa di cattolici non sarà più né una esigua vernice esteriore, né un peso sulle nostre spalle; non una formalità, non un’ipocrisia: sarà, invece, energia incomparabile. Sarà letizia, reale benessere durante il pellegrinaggio terreno; la promessa certa, beata, che la nostra vocazione non svanisce col tempo, ma si trasformerà in eterno gaudio trionfante.
Voi avrete la bontà di tener presenti, comprendere, spiegare, approfondire questi pensieri, rilevando la semplicità, la forza e l’impegno che li distinguono. Cercate d’essere attivi, uniti; di amarvi secondo il divino precetto della carità. Se sarete fedeli cristiani tutto andrà bene, e potrete affrontare le varie trasformazioni e le metamorfosi dell’età moderna, non solo col restare saldamente ancorati ai nostri valori ed al loro contenuto essenziale, ma godendo, anzi, del progredire, e dando impulso a questa onda di rinnovamento che anima il nostro tempo. Potremo dire, anzi, di aver ottimamente trascorsi gli anni del sacrificio e del merito, fiduciosi di ricevere dal Signore il premio assicurato al buon operaio, che ha compiuto il proprio dovere, faticando e sperando.
Il commiato del Santo Padre, al termine delle udienze, è la Benedizione.
Sua Santità tiene ad elencare i destinatari del paterno dono. Anzitutto i giovani, i fanciulli (i vari annunzi vengono sottolineati da vivaci acclamazioni). Ai piccoli il Papa vuole rivolgere la domanda che tanto di frequente essi odono, dando le più eterogenee risposte: «Quando sarai grande, che cosa vorrai fare?». Ebbene, il Padre delle anime esorta a rispondere così: «Ora e da grande io voglio essere davvero un bravo cattolico, un bravo figlio della mia patria e della Chiesa, un esemplare cittadino». Questa sarà la nota caratteristica d’ogni vita cristiana. Il Signore farà il resto e dirà quale dovrà essere la vocazione professionale e familiare di ognuno.
Ai lavoratori tutto l’affetto, la premura, l’augurio del Santo Padre. Essi sanno - e devono sempre più essere convinti - che la Chiesa sempre li segue, li ama, li protegge. E li predilige, anzi, proprio perché sono lavoratori e sono i protagonisti di quella conquista del mondo materiale tendente al profitto e alla prosperità della vita. La Chiesa è a loro vicina; ne comprende e benedice le buone aspirazioni; li segue sempre là dove c’è giustizia, ragione, possibilità. Abbiano i lavoratori, nei riguardi della Chiesa, il convincimento che Ella è Madre e Maestra, come diceva Papa Giovanni. Sempre è amica ed assiste con squisita premura e comprensione.
Agli ascritti alle Acli, che costituiscono il riflesso evidente di queste sollecitudini, il Santo Padre dice di stare uniti, sensati, di pensare bene, di essere energici, di lavorare secondo quanto è stato or ora detto. E ad ognuno l’incarico di recare a tutti e singoli i colleghi di lavoro il saluto paterno del Vicario di Gesù Cristo.
Infine, dopo un rinnovato saluto ai Signori Cardinali e ai Presuli, l’annuncio della imminente Benedizione al Clero, al Seminario, ai Religiosi e alle Religiose, alle Scuole, alle Amministrazioni Comunali, che curano il bene temporale, civile e amministrativo delle popolazioni. Come già nell’auspicio dapprima enunciato: Dio fecondi e diriga al bene le vostre fatiche; e vi ricolmi della sua grazia e dei suoi favori.
Dilette Figlie in Cristo!
È motivo per Noi di grande consolazione spirituale celebrare la festa della Natività di Maria Santissima con voi tutte buone e care Religiose!
Spesso celebrando le nostre sacre solennità Ci angustia il pensiero circa la comprensione, circa la partecipazione dei fedeli che assistono al rito, avendo ragione di dubitare se essi comprendano, se essi siano uniti alla preghiera della Chiesa, se essi godano pienamente il senso dei misteri ricordati, delle orazioni proferite, del valore spirituale e morale di quanto il culto dovrebbe presentare alle nostre anime. Questo pensiero, questo dubbio qui non sussiste! Noi siamo sicuri che voi tutte siete con Noi per dare pienezza di significato e di fervore a questa santa Messa in onore di Maria nascente; e ciò per tre evidenti ragioni, che insieme concorrono a rendere solenne e memorabile la presente cerimonia.
Prima ragione: essa ci. obbliga a ricordare l’apparizione della Madonna nel mondo come l’arrivo dell’aurora che precede la luce della salvezza, Cristo Gesù, come l’aprirsi sulla terra, tutta coperta dal fango del peccato, del più bel fiore che sia mai sbocciato nel devastato giardino dell’umanità, la nascita cioè della creatura umana più pura, più innocente, più perfetta, più degna della definizione che Dio stesso, creandolo, aveva dato dell’uomo: immagine di Dio, bellezza cioè suprema, profonda, così ideale nel suo essere e nella sua forma, e così reale nella sua vivente espressione da lasciarci intuire come tale primigenia creatura era destinata, da un lato, al colloquio, all’amore del suo Creatore in una ineffabile effusione della beatissima e beatificante Divinità e in un’abbandonata risposta di poesia e di gioia (com’è appunto il «Magnificat» della Madonna), e d’altro lato destinata al dominio regale della terra.
Ciò che doveva in Eva apparire e svanire miseramente, per un disegno d’infinita misericordia (potremmo quasi dire per un proposito di rivincita, come quello dell’artista che, vedendo infranta l’opera sua, vuole rifarla, e rifarla ancora più bella e più rispondente alla sua idea creatrice), Dio fece rivivere in Maria: «ut dignum Filii tui habitaculum effici mereretur, Spiritu Sancta cooperante. praeparasti», come dice l’orazione’ a voi tutte ben nota; ed oggi, giorno dedicato al culto di questo dono, di questo capolavoro di Dio, noi ricordiamo, noi ammiriamo, noi esultiamo: Maria è nata, Maria è nostra, Maria restituisce a noi la figura dell’umanità perfetta, nella sua immacolata concezione umana, stupendamente corrispondente alla misteriosa concezione della mente divina della creatura regina del mondo. E Maria, per nuovo e sommo gaudio, incantevole gaudio delle nostre anime, non ferma a Sé il nostro sguardo se non per spingerlo a guardare più avanti, al miracolo di luce e di santità e di vita, ch’Ella annuncia nascendo e recherà con Sé, Cristo Signore, il Figlio suo Figlio di Dio, dal quale Ella stessa tutto riceve. Questo è il celebre giuoco di grazia, che si chiama Incarnazione, e che oggi ci fa presagire in anticipo, in Maria, lampada portatrice del lume divino, porta per cui il Cielo muoverà i suoi passi verso la terra, madre che offrirà vita umana al Verbo di Dio, l’avvento della nostra salvezza.
Voi sapete, Figlie dilettissime, tutte queste cose; voi le meditate, voi le onorate, voi le imitate; Maria ve ne dà il quadro sublime, nel quale Ella trionfa in umiltà ed in gloria senza pari. Non è questa una ragione che Ci fa lieti di sapervi tutte intimamente associate a questa gioia della Chiesa, a questa glorificazione della Madonna?
Seconda ragione: voi celebrate con Noi questa festa, soave ed intima, come una giornata di famiglia, come un avvenimento domestico, che stringe i cuori in dolci e comuni sentimenti. È la festa della Madre comune e celeste; e Noi comprendiamo come la vostra devozione si accresca per il fatto che voi oggi la celebrate insieme con questo umile Padre comune e terrestre, col Papa. E codesta pia soddisfazione rende lieti anche Noi, che sentiamo la vostra devozione unirsi alla Nostra, la vostra preghiera alla Nostra, la vostra fiducia alla Nostra.
Ci pare, care e buone Religiose, che voi siate queste mattina il Nostro mazzo di fiori, col quale Ci presentiamo a Maria per esprimerle i Nostri auguri - oh, diciamo meglio: i nostri omaggi! - nel giorno del suo genetliaco. Viene alle Nostre labbra una specie di infantile discorso: Vedi, Maria, che cosa Ti offriamo, questi fiori; sono i più bei fiori della Santa Chiesa; sono le anime dell’unico amore, dell’amore al Tuo divino Figliuolo Gesù, sono le anime che hanno veramente creduto alle sue parole, e che hanno lasciato tutto per seguire Lui solo; lo ascoltano, lo imitano, lo servono, lo seguono, con Te, sì, fino alla Croce; e non si lamentano, non hanno paura. non piangono, anzi sono sempre liete, sono buone, Maria, sono sante queste figliuole della Chiesa di Cristo! Noi speriamo che la Madonna Santissima ascolti queste semplici parole, c che si senta onorata dell’offerta, che Noi oggi le facciamo di voi, Religiose. Diciamo di più: di tutte le Religiose della Santa Chiesa; e speriamo che le voglia guardare tutte, Lei la benedetta fra tutte, con quei suoi occhi misericordiosi (illos tuos misericordes oculos . . .); che le voglia rallegrare, le voglia proteggere e benedire; perché sono sue, e sono sue perché sono della Chiesa!
Pare a Noi che questo incontro metta in evidenza particolare cotesto aspetto della vostra vita religiosa. Perché oggi voi siete tanto contente di assistere alla santa Messa del Papa e di venerare con lui la Madonna santissima? e perché il Papa è lui stesso contento d’avervi con sé? Perché voi siete, dicevamo, della Chiesa; voi appartenete, e con vincoli di particolare adesione, al corpo mistico di Cristo, e nella comunità ecclesiastica voi avete un posto speciale: voi siete il gaudio della Chiesa, voi l’onore, voi la bellezza, voi la consolazione, voi l’esempio! Noi possiamo anche aggiungere: voi la forza! Per la vostra pietà, per la vostra umiltà, per la vostra docilità, per il vostro spirito di sacrificio, voi siete le figlie predilette della santa Chiesa. Questo incontro deve ravvivare in voi il «senso della Chiesa». Avviene talvolta che questo «senso della Chiesa» sia meno avvertito e meno coltivato in certe famiglie religiose: per il fatto che esse vivono appartate, e che esse trovano nell’ambito delle loro comunità tutti gli oggetti d’immediato interesse, e poco sanno di quanto accade fuori del recinto delle loro occupazioni, a cui sono totalmente dedicate; avviene talora che la loro vita religiosa abbia orizzonti limitati, non solo per ciò che riguarda la vicenda delle cose di questo mondo, ma anche per ciò che riguarda la vita della Chiesa, i suoi avvenimenti, i suoi pensieri e i suoi insegnamenti, i suoi ardori spirituali, i suoi dolori e le sue fortune.
Questa non è una posizione ideale per la Religiosa; essa perde la visione grande e completa del disegno divino per la nostra salvezza e per la nostra santificazione. Non è un privilegio il rimanere ai margini della vita della Chiesa e costruire per sé una spiritualità che prescinda dalla circolazione di parola, di grazia e di carità della comunità cattolica dei fratelli in Cristo. Senza togliere alla Religiosa il silenzio, il raccoglimento, la relativa autonomia, lo stile di cui ha bisogno, la forma di vita che le è propria, Noi auguriamo che le sia restituita una partecipazione più diretta e più piena alla vita della Chiesa, alla liturgia specialmente, alla carità sociale, all’apostolato moderno, al servizio dei fratelli. Molto si fa in questo senso; e Noi crediamo con profitto sia della santificazione della Religiosa, sia dell’edificazione dei fedeli. Noi ricordiamo che a Milano, proprio in occasione di questa festività, invitammo ad assistere alla Nostra messa pontificale le care Suore di Maria Bambina, in quel Duomo, ch’è certo una delle più belle e più grandi cattedrali del mondo, e ch’è appunto dedicato alla Natività di Maria: nessuna di quelle Suore sentiva dalla propria devozione l’invito a partecipare al solenne e splendido rito in onore di Maria nascente nella Cattedrale della Città dove esse hanno la loro casa-madre e una magnifica rete di attività caritative; le invitò l’Arcivescovo; e vennero poi in Duomo tutti gli anni all’otto di settembre, in bel numero; e furono felici di sentirsi in quel giorno figlie predilette della Chiesa, come Noi lo fummo nel salutarle durante la Omelia e nel benedirle, come esemplari e degne della Nostra benevolenza. Ricordiamo anche quanto Ci sembrò edificante vedere nelle chiese delle fiorenti comunità missionarie della Rhodesia meridionale e della Nigeria le Suore, delle varie famiglie religiose, assistere, in posti riservati, alle funzioni domenicali, con grande loro onore e con grande consolazione ed ammirazione di tutti i fedeli.
Ebbene, questo incontro, ripetiamo, servirà a riaccendere in voi, come auguriamo in tutta la immensa schiera delle anime religiose femminili, l’amore alla Chiesa e a mettervi sempre più in comunione con lei. Grande pensiero, ricordatelo, è questo, che può aprire la finestra sulla realtà spirituale, a cui avete dedicato la vita; la Chiesa infatti è l’opera di salvezza stabilita da Cristo; grande pensiero, che può confortare e sostenere la modestia e il nascondimento delle vostre occupazioni; la Chiesa è il regno del Signore, chi vi appartiene e chi la serve partecipa alla dignità, alla fortuna di questo regno; grande pensiero, sì, è la Chiesa, che apre alla vostra oblazione le vie per le quali essa può essere sempre più feconda di risultati apostolici, di carità sapiente, di meriti immensi.
Noi crediamo che sia venuto il giorno in cui occorra mettere in più alto onore e in maggiore efficienza la vita religiosa femminile; e che questo possa avvenire perfezionando i vincoli che la uniscono a quella della Chiesa intera. Vi faremo a questo proposito una confidenza : Noi abbiamo dato disposizioni affinché anche alcune Donne qualificate e devote assistano, come Uditrici, a parecchi solenni riti e a parecchie Congregazioni generali della prossima terza Sessione del Concilio ecumenico vaticano secondo; a quelle congregazioni, diciamo, le cui questioni poste in discussione possono particolarmente interessare la vita della Donna; avremo così per la prima volta, forse, presenti in un Concilio ecumenico alcune, poche, - è ovvio - ma significative e quasi simboliche rappresentanze femminili; di voi, Religiose, per prime; e poi delle grandi organizzazioni femminili cattoliche, affinché la Donna sappia quanto la Chiesa la onori nella dignità del suo essere e della sua missione umana e cristiana.
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Mentre godiamo di fare a voi questo annuncio Ci rattrista il pensiero delle tante manifestazioni della vita moderna in cui la Donna appare decaduta dall’altezza spirituale ed etica, che il migliore costume civile e la elevazione alla vocazione cristiana le attribuiscono, al livello dell’insensibilità morale e spesso della licenza pagana; è privata la Donna, mentre le sono aperte le vie delle esperienze più pericolose e morbose, della vera felicità e dell’amore vero, che non possono mai esser disgiunti dal senso sacro della vita.
E Ci fa pena anche il vedere come tante anime femminili, fatte per le cose alte e generose, non sanno più oggi dare alla propria vita un senso pieno e superiore, perché mancano di due coefficienti della pienezza interiore: la preghiera, nella sua espressione completa, personale e sacramentale: e lo spirito di dedizione, di amore cioè che dà e che vivifica. Restano anime povere e tormentate, a cui le distrazioni esteriori recano fallace rimedio.
Ecco allora che la terza ragione del Nostro gaudio spirituale originato da questo incontro viene a consolarci; ed è quella di osservare nel vostro numero e nel vostro fervore che vi sono ancor oggi anime pure e forti che hanno sete di perfezione e che non hanno né paura, né vergogna a indossare l’abito religioso, l’abito della consacrazione totale della propria vita al Signore.
Veramente anche a questo riguardo Noi dovremmo fare una duplice non lieta osservazione; e cioè che le vocazioni religiose, anche femminili, sono in diminuzione; e che la Chiesa ed anche la società profana hanno un crescente bisogno di tali vocazioni. È questo uno dei problemi del nostro tempo, per la cui soluzione occorrerà operare e pregare.
Ma fermiamoci ora alla prova della vitalità religiosa che la vostra presenza Ci offre. Noi ringraziamo la Madonna di questa consolazione, che Ci lascia intravedere la sua provvida e materna assistenza alla Chiesa; che Ci offre l’esempio d’una sempre rifiorente generosità cristiana, che Ci fa pensare a tutto il tesoro di opere buone, a cui la vostra vita è consacrata.
Noi preghiamo la Madonna per voi: che ci dia la certezza per la bontà della scelta da voi fatta; essa è la migliore, essa è la più difficile e la più facile insieme, essa è la più vicina a quella di Maria Santissima, perché, come la sua, è tutta governata da un semplice e totale abbandono alla divina volontà: «Fiat mihi secundum Verbum tuum!». Noi la pregheremo perché vi faccia forti: oggi la vita religiosa esige fortezza; ieri forse era il rifugio di tante anime deboli e timide; oggi è l’officina delle anime forti, costanti ed eroiche. Noi la pregheremo infine perché la Madonna vi faccia liete e felici; la vita religiosa, per povera e austera che sia, non può essere autentica che nella gioia interiore! È quella che Noi vi auguriamo a ricordo di questo incontro a tutte chiedendo orazioni per il Concilio e per la Chiesa intera, a tutte dando la Nostra Benedizione.
Paolo VI Omelie 1964 - Domenica, 30 agosto 1964