Paolo VI Omelie 1964 - IL RICHIAMO FRATERNO DEI CARI DEFUNTI



PARABOLA DEL FRUMENTO E DELLA ZIZZANIA

Domenica, 8 novembre 1964

La prima impressione, leggendo il Vangelo di questa domenica, è la brevità e semplicità - sono sette versetti - della parabola che il Signore ci presenta: narrazione famosa e a tutti nota, del buon frumento e della zizzania. Nel riascoltarla siamo pure colpiti dalla vivida ricchezza e dalla vastità di dottrina che il brano contiene; dalla quantità di questioni a cui risponde, sì che, ben può dirsi, esso sembra condensare in visione sintetica, lineare, nientemeno che l’intero panorama del mondo.

Questa parabola, infatti, non tratta forse della storia delle singole anime, della storia della società, della grande famiglia umana; e non presenta il misterioso, sconcertante problema dell’esistenza del male? Chi crede in Dio, chi ha fiducia in Lui, chi cerca di seguire i suoi precetti, si imbatte, a un dato momento, in una tentazione, che deve essere certamente la più grave, se, nella storia delle conversioni, sempre è inclusa questa tappa come un punto obbligato.


IL MISTERO DEL MALE

È l’interrogativo: se Dio c’è, perché ci deve essere il male? perché le cose debbono andare tanto alla rovescia? perché c’è questa tolleranza di offese, di bestemmie, di peccati? perché le vicende umane non sono meglio regolate?

La tentazione, assai comune, si manifesta così acuta, che gli ingegni più eletti, a cominciare da Sant’Agostino, hanno provato l’urto, l’inciampo nel considerare questa scena del mondo, che sorprende e sgomenta. Ci sono stati coloro i quali hanno detto che Dio ha creato un mondo perfetto, ma essi sembrano smentiti dalla realtà; e così non pochi si chiedono che deve pensarsi di un Dio il quale crea e tollera delle cose imperfette. D’altra parte sappiamo come molta letteratura, divulgata dopo la guerra, imputi nientemeno che a Dio tutte le nostre disgrazie, le nostre mancanze; e rovesci contro di Lui, con sacrilega protervia, l’insieme del male inesplicabile che troviamo nel mondo.

Sorge, allora, un altro quesito: quale contegno tenere? Dobbiamo combattere il male, fare una crociata, per sradicarlo da questo mondo, sino ad usare anche le forze esteriori materiali, il potere della spada? Leggiamo il Vangelo e troveremo una immensa luce. Dio stesso è il protagonista della parabola oggi rievocata. È lui, il padrone del campo, a dirci: No; non strappate ora la zizzania poiché c’è il rischio che sradichiate anche il grano; non agite in questa maniera, perché altrimenti ne andrebbe di mezzo anche il bene; non dovete combattere il male in modo violento, perché sarebbe proprio rendere male per male. Invece la sapiente regola è che bisogna vincere il male col bene, e allora ecco un aspetto del vasto, modernissimo problema: l’atteggiamento degli uomini, definito, a seconda dei diversi casi, degli individui, delle ideologie : tolleranza, convivenza, transigenza, indifferenza, pluralismo. Insomma, come ci si deve comportare dinanzi all’irrompere e alla molteplicità, alla aggressività del male? Si deve rimanere impassibili, lasciar che le cose vadano per la loro china, od opporsi in qualche maniera? si deve forse attenuare la fede nella giustizia, sottostare, a proposito del mondo, allo scetticismo che sembra ormai guadagnare i magni intelletti del nostro tempo, secondo cui bisogna essere indifferenti, perché la morale è un’entità sui generis, anch’essa mobile come tutte le altre cose, e perciò occorre adattarsi?

Ecco spiegazioni, che equivalgono a transigere, a ripiegare su compromessi. Si tratta di adattamenti, vili in fondo, poiché si rimane sconfitti dalla incapacità di spiegare e di vincere il male.


PERICOLI GRAVI PER I GIOVANI

La parabola offre un’ulteriore alta lezione. La giustizia esiste: se adesso non ha il suo trionfo e la sua piena applicazione, l’avrà in un giorno tremendo, e nulla passerà senza subire il giudizio. Verrà il giorno della messe e allora la separazione tra il bene e il male sarà visibile, tangibile e storica. Il male avrà la sua punizione; il bene il suo premio. Questo è l’insegnamento del Vangelo; ed è molto ampio, tanto che verrebbe voglia di spiegarlo a capitoli. Ma basterà prenderne una parte sola, e soffermarvisi per un ristoro delle nostre anime, per edificarci un istante, e far ritorno dalla Messa festiva più decisi e più confortati. L’ammaestramento più semplice è questo: non dobbiamo scandalizzarci né scoraggiarci; non dobbiamo lasciare che la vista, l’esperienza del male - parliamo di quello morale specialmente - abbiano influsso dannoso sopra di noi. Perché (ed ecco un’altra ricchezza della parabola, che meriterebbe una approfondita analisi), il male è contagioso, è pervicace, impressionante; ha un suo impeto di propagazione, che purtroppo tante volte il bene non ha; si diffonde con una facilità simile a quella di un’epidemia; sembra una pestilenza che si dilata con estrema facilità: in una parola, il cattivo esempio è una delle maggiori disgrazie della nostra povera umanità. Chi ha pratica di gioventù specialmente, sa come in essa esista, alcune volte, una spiccata bramosia non solo di conoscere il male, ma di sperimentarlo, fino a simpatizzare con esso.

NECESSARIA FERMEZZA DI FRONTE AD APPARENTI CONTRADDIZIONI

Ciò indica una evidente contraddizione. A un certo punto, determinate circostanze sembrano rendere condiscendente e vinto il giovane sino ad allora animato da tanti buoni propositi, ricco di tante belle promesse, vero cavaliere dell’ideale. All’improvviso cede a uno spirito di gregarismo (altra parola moderna), o alla facilità di arrendersi al deteriore esempio, di irreggimentarsi con quanti osano le peggiori spavalderie e le più riprovevoli azioni. Ecco un altro argomento e motivo da meditare con dolore: il potere del cattivo esempio. E allora qual è il contegno da osservare? Forse quello di non scandalizzarsi, diventare passivi, rimanere indifferenti, incapaci di impressionarsi; essere gente a cui nulla importa, perché ammette che il mondo è sempre andato così e non occorre prendersela troppo, e quindi non resta se non tirare avanti alla buona, lasciar svigorire il senso morale e il desiderio del bene, giacché il male esiste e sembra più attraente dello stesso bene? O dobbiamo reagire con mezzi radicali, violenti? Quale, insomma, dev’essere il nostro contegno da cristiani e da discepoli di Nostro Signore?

IL LIMPIDO GIUDIZIO DEL CRISTIANO

Ecco una mirabile lezione di questo Vangelo. Qualunque sia l’esperienza, il quadro che abbiamo davanti agli occhi, delle condizioni morali del nostro tempo, della società, degli esempi che ci si offrono, giammai dobbiamo perdere il senso del bene e del male; né devono esistere confusioni nella nostra anima; il nostro giudizio sia sempre preciso, nettissimo: sì, si; no, no.

Il bene è una cosa, il male è un’altra. Non si possono mescolare; anche se la realtà li mostra come in convivenza, frammisti l’uno all’altro.

Il giudizio morale, per un cristiano, ha da essere severo, rettilineo, costante, limpido e, in un certo senso, intransigente. Bisogna dare alle cose il loro proprio nome: questo si chiama bene, quello si chiama male. E cioè: la coscienza non dev’essere mai indebolita e alterata, o resa indifferente, impassibile, poiché non è lecito applicare indistintamente i criteri del bene e del male alla realtà sociale che ci circonda.

La seconda attitudine che il Vangelo ci raccomanda è quella di immunizzarci a vicenda; di conservarci buoni anche se siamo in una società o in un ambiente contrari al bene; di non lasciare che l’infezione ci raggiunga e si propaghi in noi; ma di essere pronti ad anestetizzare, a immunizzare, ad applicare la profilassi morale, la disinfezione fin dove è possibile: nelle nostre case, nei nostri ambienti, nella nostra anima, e particolarmente nel nostro cuore. Soprattutto occorre tenere puro il nostro abitacolo interiore. Il Vangelo offre ulteriori lezioni proprio su questa custodia gelosa che dobbiamo avere non tanto dell’ambiente esterno quanto dell’intimo del nostro cuore. Nel recondito segreto dei nostri pensieri ha da risplendere la purezza, devono albergare la luce, la rettitudine, l’amore; non è consentita alcuna forma di male nemmeno nei desideri: il cuore deve essere salvato dal contagio di perversità che ci circonda.

Infine - è sempre la parabola ad insegnare - cerchiamo di far crescere egualmente questo rigoglioso frumento, cioè il bene. Se il male è vistoso, rendiamo potente a maggior ragione il bene. Atteniamoci a quanto acutamente indica San Paolo: «vince in bono malum».

Accresciamo in ogni momento la sostanza e il vigore del bene. Tutte le storture che vediamo intorno a noi e che lamentiamo, dipendono, in realtà, a guardarle bene, da una certa viltà dei buoni, dalla loro debolezza. Il Pontefice Pio XII di v.m. asseriva che la fiacchezza dei buoni è la grande causa o almeno la grande occasione delle cose cattive che sono nella nostra società, nel nostro tempo. Con questa inefficienza il giusto può tramutarsi in individuo imbelle, inerte, codardo, egoista, incapace di agire: in tal modo lascia trionfare il male nel mondo.


L’APOSTOLATO SAPIENTE

Al contrario, cerchiamo - conclude il Santo Padre - di evitare tante critiche e di non maledire, o di lasciarci soverchiare da timori e tristi presagi. Diamo, invece, al bene il suo rigoglio e la sua testimonianza; offriamo alle buone iniziative il nostro conforto. Occorre praticare, anche nella piccola cerchia della esistenza di ognuno, il saggio apostolato e cercare di far progredire la statistica delle opere buone: in tal modo la vita di tutti sarà certo migliorata.

Comunque ogni particolare finirà per svolgersi secondo il piano evangelico: il grano seminato da Cristo, seminato da Dio nel mondo, giungerà a maturazione, e cioè nessuna egregia impresa, verun desiderio o sforzo per dare al bene la sua energia ed espansione andrà perduto: giacché il premio eterno è assicurato a coloro che porteranno il buon frumento nei granai celesti.




JOURNEY TO INDIA

HOMILY OF PAUL VI

Bombay, St Paul Parish

Friday, 4 December 1964

Venerable Brothers, beloved sons and daughters,

Having come to this hospitable land as a pilgrim, to honour Our Lord in the Blessed Eucharist, We address Our words of greeting and of friendly concern to you, to all the Catholics, Bishops, priests and people; and indeed to the people of India.

If you ask: Who is this pilgrim? What are his motives and his intentions? We reply, We are a servant and messenger of Jesus Christ, placed by Divine Providence at the head of His Church as the successor of Saint Peter, Prince of the Apostles. Messenger of Jesus and Head of the Church are in reality one function only, since the Church’s reason for existing is to proclaim and spread the teaching of Jesus, and to continue His ministry on earth. This is Our identity and Our mission.

For a fruitful dialogue, both of us must know one another, We desire to know you better. Already We are aware of the long and glorious history of the Church in India, evangelized by the Apostle Saint Thomas, who sanctified its soil by his preaching and is acclaimed Apostle of India, and evangelized also, according to tradition, by Saint Bartholomew. We recall the fruitful apostolate of Saint Francis Xavier, and of the many other priests and religious who spread the Good News of the Gospel, and who today continue to show men the way to eternal happiness. In the secular history of your land, We know the natural goodness, the humility and the patience, of the sons of this country, your unswerving devotion to spiritual ideals; We are not ignorant of the many trials and difficulties which you undergo with fortitude and longanimity. An outstanding example of these virtues was given by the life and works of Mahatma Gandhi, whose lofty character and love of peace are known to all. Such religious disposition and a deep attachment to family life characterizes India, and in general all the peoples of Asia. We respectfully greet the entire Asian continent, of which India is so typical a component, in variety of races and cultures, in efforts towards genuine progress, in heartfelt desire and promotion of peace among the nations of the world.

We come to you as a messenger of Jesus and his teaching. Many of you know His life and doctrine and, like Mahatma Gandhi, express reverence for Jesus and admiration for His teaching. «I am the light of the world», Jesus said; and today the world stands in great need of this Light, to overcome the strife and division, and the menace of unprecedented violence, which threaten to engulf mankind. The people of India and of Asia can draw light and strength from the teaching and spirit of Jesus, from His love and compassion, in their efforts to help the less fortunate, to practise brotherly love, to attain peace among themselves and with their neighbours.

This is the mission of the Church here, and We are deeply grateful for the freedom assured to the preachers of the Gospel in your country. They communicate the message of Jesus with highest respect for the convictions of others, in the language and cultural expressions of the people, and encourage Christians to express their faith and devotion in harmony with the civilization of India and in truly Indian forms. Thus the Church, having gathered the varied treasures of many cultures of East and West, will be further enriched by the contribution of her Indian sons, drawn from their country’s rich and ancient cultural tradition.

Beloved sons and daughters, and all the people of India! In this simple discourse, We have touched on many points of contact, on several sentiments which we have in common. Hence, We do not feel Ourself a stranger among you. The Pope is at home wherever the Church is at home. The Church everywhere is closely united to the people in all their efforts for the betterment of the nation.

With all Our heart, We desire the prosperity and progress of the people of India; and, insofar as it is possible for Us, We have helped and will continue to help them. We shall never cease to pray that God Almighty and Our Lord Jesus Christ may pour down upon the rulers and people of this noble nation an abundance of divine blessings, especially the high gift of peace, in justice and brotherly love.



PILGRIMAGE TO INDIA

HOMILY OF PAUL VI

Bombay - Friday, 4 December 1964

Venerable Brothers, dear Sons and Daughters in Christ,

As we look out upon the vast multitude gathered here in worship A and as the prayers and hymns of the Divine Liturgy which has been celebrated still sound in Our ears, the words of Our Lord come easily to Our mind: «I tell you that many will come from the east and from the west, and will feast with Abraham and Isaac and Jacob in the kingdom of heaven» (Mt 8,11).

Though we have not yet arrived at that happy cosummation when the Lord’s words will be completely fulfilled, we rejoice in the fact that their promise is visibly manifested in this gathering today. Many have come from the east and from the west and are gathered around the table of the Lord. Many traditions and cultures are represented here, but the Eucharist which has been celebrated is one, and the unity which it signifies and builds up is the unity of all mankind with God in Jesus Christ.

The Liturgy which We have celebrated today comes from an ancient tradition in the Church. First of all, it reminds Us forcibly of the fact that Christianity has been present in this great land from apostolic times through the venerable traditions brought from Palestine, the homeland of the Lord.

If the name Syrian denotes their origins, the ceremonies and the language indicate clearly that they have become deeply rooted in the soil of India. Through centuries which were often difficult they have maintained their vitality and strength, so that today they are a living witness to the ever youthful vigour of the Gospel of Christ.

Succeding centuries brought new contributions to the Christian life of this country. The great saint Francis Xavier was followed by many other fervent apostles from various cultures who brought the message of Christ’s peace and our reconciliation with God. If these newer traditions have preserved many distinguishing characteristics of their own, they are also striving to draw deeply from the culture and life of this country.

The plurality of these traditions is a living witness to the Catholicity of the Church of Christ, which is at the same time for all men, embracing all cultures, and also can express in a particular way the truth and beauty which exist in each culture. In a special manner this Eucharistic Congress manifests this fact and testifies to the truth of what We so recently proclaimed, together with the Fathers congregated in the Second Vatican Council: «The Church fosters and takes to itself, in so far as they are good, the ability, riches and customs in which the genius of each people expresses itself. Taking them to itself, it purifies, strengthens, elevates and consecrates them».

In recognizing this truth, we acknowledge the obligations it places upon us. The first of these is the necessity for a deep, fraternal cooperation among those who share differing liturgical traditions.

You are all one in steadfastly holding to the teaching of the Apostles and the Fathers and in the breaking of the Bread. You are one in your communion with each other and with the Successor of Peter, whom the Lord has established as the Chief Pastor of His Church. Perhaps in the past, the idea of legitimate plurality joined with mutual cooperation may have been obscured at times. But today there must be a new dedication to this idea. The Constitution on the Church clearly states: «In virtue of this catholicity, each individual part contributes through its special gifts to the good of the other parts and of the whole Church. Through the common sharing of gifts and through the common effort to attain fulness in unity, the whole and each of the parts receive increase». Oh, that these words may be engraved on your hearts and be realized in your individual and corporate life!

What treasures of grace will be brought to yourselves, your country and the whole world, if these words become the animating force behind the witness you give to the mission with which Christ has charged you!

There is another obligation which stems from this realization of the catholicity of the Church. That is the obligation to remain faithful to your traditions, at the same time as you strive to adapt yourself to the needs of the present age, and to become more fully a part of the life and culture of your native land. Fidelity to your traditions will help maintain so many ties with what is good and genuine in the past, and also preserve or reestablish bonds with those who share these traditions, but who are not in full communion with the Catholic Church. In a spirit of fidelity and charity, through mutual cooperation devoid of any spirit of contention, you can contribute greatly to the building up of Unity among Christians who live and work together, side by side.

But this fidelity is not to be a dead veneration of the past. It must be joined to a living adaptation to the needs of your people, as they continue to make a positive contribution to the spiritual and cultural life of their country. In this happy union of fidelity and adaptation, entered into by all the different hierarchies and their faithful together in a spirit of fraternal cooperation, lies the promise of a genuine witness to Christ and to His Gospel in this beloved land of India, so rich in religious life and spiritual striving.

It is in this spirit, that with joyful heart We invoke upon the celebrants of this Holy Liturgy, their clergy and faithful, and upon all the bishops, priests and people of every rite and tradition gathered here, the Apostolic Blessing.

Priest: Glory be to God on high, and on earth peace and salutary hope to men, always and for ever. Amen.

People: Our Father in heaven, hallowed be your name; your kingdom come; your will be done on earth as it is in heaven. Give us this day the bread we need and forgive us our offences and sins as we also have forgiven those who offended us; and lead us not into temptation, but deliver us from the evil one. For yours is the kingdom, power and glory for ever and ever. Amen.

Deacon: Bless, O Lord.

Priest: O Christ our God and our Saviour, hope of the sick and the afflicted, through the prayers of your Mother Mary ever virgin, of St. John the Baptist, of the Apostles and of our Father St. Thomas, of the Prophets, Martyrs and of all the Saints, have mercy on the sick and the afflicted, bless them and give them your grace that they may with patience and holy resignation bear all their pains and sorrows for the benefit of their body and soul. You, the resuscitator of our body and the benevolent Saviour of our soul, Lord of all for ever.

People: Amen.



«MISSA IN AURORA» NELLA PARROCCHIA ROMANA DI SAN RAFFAELE ARCANGELO

Venerdì, 25 dicembre 1964

[...] Ed ora gli auguri natalizi.

Una sola espressione li raccoglie ed enuncia tutti: carissimi, buon Natale! Festa grande, festa bella, ed io sono venuto a celebrarla con voi.

E qui richiamo per alcuni istanti la vostra attenzione. Che faremo per celebrare bene il Natale? È semplice: dovremo ripresentarci quel che è avvenuto in quella mirabile notte di Betlemme. Dovremo ripetere, siccome nostri, i sentimenti, i gesti, gli atti che hanno composto quella sublime scena evangelica.

L’avete presente? Certo; anzi, avete fatto il presepio nelle vostre case: segno indubbio che conoscete bene i particolari narratici dal Vangelo.

[...]

A chi parlarono i messaggeri celesti? A gente umile, a lavoratori. A questi è dato udire la voce angelica: vi reco una grande e lieta notizia. È nato il Salvatore: andate a vedere; troverete un bambino in una mangiatoia. Ed ecco il canto eccelso: Gloria a Dio nel più alto dei cieli!

Questa è la cosa che, per prima, deve interessare la nostra anima. Vogliamo ripetere il Natale? Vogliamo rinnovare in noi la grazia dell’incontro con Cristo? Ebbene occorre subito ascoltare la voce del Cielo, la voce che ci annuncia i principi e le norme della fede. Perciò: se desideriamo incontrare Cristo, e che la grazia e il gaudio del Natale si rinnovellino in noi, il primo nostro dovere - ch’è poi la prima fortuna - è quello di accogliere la parola del Signore. In termini più semplici: bisogna istruirsi. Ecco un ricordo concreto della visita del Papa. Ognuno di voi rammenti sempre quanto Egli ha detto: se volete essere bravi cristiani e dare alla vostra vita il senso e il valore che essa merita, anzitutto la fede: credete; e, per credere, ascoltate, istruitevi. A tale importante ufficio attende il vostro Parroco: poiché se i fedeli non si curano di essere i discepoli di Cristo, non lo potranno né conoscere, né seguire. Fondamentale dovere, dunque: ascoltare.

Ed eccoci al secondo insegnamento del Vangelo odierno. Dopo l’apparizione e l’annunzio degli Angeli in una luce improvvisa, è tornato il silenzio e l’oscurità fonda della notte. I pastori avrebbero potuto discorrere, riflettere, indugiare nella curiosità e meraviglia o nel riposo. Invece, dopo, aver ascoltato, si pongono immediatamente in cammino. Muoversi, quindi, andare, cioè agire secondo la fede. I pastori non avevano una precisa indicazione del luogo ove erano felici di recarsi. E perciò si avviano sollecitamente - «festinantes» - e riescono senz’altro ad arrivare. Così il Presepio si accresce d’un nuovo elemento. Ecco Maria che tiene fra le braccia il Bambino avvolto in poveri panni : dappresso è Giuseppe, il padre putativo, che sta contemplando e adorando. Adesso si aggiungono i pastori.

Questo loro andare, cioè il tradurre in pratica gli insegnamenti della fede è il secondo punto del nostro programma. Non basta aver letto il catechismo o aver sentito qualche predica o possedere questo e quell’elemento sulle verità della fede. Bisogna che la religione diventi vita; diventi la legge del nostro operare; diventi la luce dei nostri passi; e sia la nota determinante nei nostri atti; la coerenza della nostra vita comune. Dobbiamo comportarci secondo la fede; applicare alla nostra condotta le nozioni apprese; tradurre in pratica quanto abbiamo imparato. In caso contrario, saremmo colpevoli di non aver applicato la legge di Dio pur conoscendola; e saremmo ben più responsabili di quanti sono lontani e non hanno ancora ricevuto il messaggio beato della venuta di Cristo.

Noi sappiamo che Nostro Signore è venuto: dobbiamo muovere i nostri passi; cioè l’anima, la volontà, il cuore, i propositi, secondo questa fede che abbiamo da Lui accolta. E allora: agire Fare la volontà di Dio, sempre.

Terzo elemento e ricordo. Giunti alla Grotta santa, i pastori vedono il Pargolo annunciato; non si stupiscono per tanta povertà, e subito si prostrano in preghiera. Sicuramente il Signore ha infuso nel loro cuore un fascino, una commozione, une certezza; il Vangelo lo dice: cognoverunt de verbo. Hanno conosciuto che la parola era vera. Erano dunque riboccanti di entusiasmo e di gioia interiore: vale a dire hanno tradotto in sentimenti religiosi tutto quello che avevano imparato e compiuto. Siamo all’epilogo, al coronamento della vita cristiana.

Bisogna prima credere, quindi operare, infine pregare. È necessario saper trovare il Signore là ove Egli si offre a noi. Se è piccolo, nascosto, povero, non importa: se la religione nostra si presenta velata di misteri, di elementi che soverchiano la nostra mente, e ci invita alla Casa di Dio, ai Sacramenti, dobbiamo avere la coerenza e la virtù di dire: Signore, io credo; e prostrarci a pregare e adorare.

In una parola: occorre la pratica religiosa.

Riassumendo: istruirsi nella fede; praticare la nostra vita cristiana; essere costanti nella unione con Dio. In tal modo si risponderà adeguatamente ai richiami del Signore, nel fervente colloquio con Lui, nel ricorso fiducioso alla sua bontà ed onnipotenza.

E, infine, una considerazione che riguarda da vicino l’uditorio.

Chi sono stati i primi a incontrare Gesù? A chi ha riservato Egli il primato, la preferenza della sua amicizia, del suo incontro, della sua comunicazione? Alla gente povera, alla gente del lavoro, alla gente umile. Non è andato a chiamare i grandi, i filosofi, i potenti, i ricchi, benché pur essi invitati; ma i primi sono gli uomini semplici, comuni, il popolo.

Vogliamo tradurre in linguaggio nostro questo episodio evangelico? Diremo allora: attenti, o carissimi. Guardate che anche ora i primi a essere chiamati siete voi. Voi avete forse l’impressione di essere fuori della città, fuori della società, di essere un po’ in disparte, di non avere un posto eguale agli altri, di essere obbligati a tante cose pesanti: lavorare con fatica, preoccuparsi per la casa e per altre necessità. Ebbene voi, proprio perché siete in queste condizioni difficili e non avete un posto distinto nella società, e non avete chi si curi di voi quanto meritereste e vorreste, ricordate: siete da Cristo i più amati, i preferiti. Gesù è venuto proprio per voi; siete i privilegiati, quelli che davvero possono avvicinarlo di più; siete gli invitati; avete il primo posto nel Regno di Dio. Dovete essere, di conseguenza, coloro che Lo amano di più, Gli sono più fedeli, e maggiormente godono di Lui.

Per voi è venuto il Signore; e quando Egli volle lanciare il suo programma al mondo e spiegare che cosa era accaduto nell’umanità, nella storia, e quale trasformazione profonda stava per compiersi, che ha detto Gesù nell’atto più grande del suo Magistero? Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno dei Cieli.

Venendo fra voi, io ripeto ed echeggio le parole di Cristo, nostro Maestro e nostro Salvatore, e vi dico, carissimi: Beati voi, se saprete conoscere Cristo!

Voi, questa mattina, fate festa al Papa; e vi commovete tutti e lo circondate della vostra cordialità e con questa vostra accoglienza. Io vi dico che, di fronte al Signore, sono ben poca cosa, ma sono l’umile suo Rappresentante e Vicario. E vi dichiaro: potete avere una fortuna anche più grande di quella di ricevere il Papa; avete la sorte di incontrare e ricevere Cristo, se volete.

E certamente lo vorrete. E farete perciò, a conclusione e conferma di questa giornata singolare, una promessa.

La raccolgo: sarete bravi cristiani, fedeli, che vorrete bene a Cristo, ed imprimerete nella vostra esistenza questo sigillo, questo stile della vita cristiana.

Se tale vostra promessa sale adesso dai vostri cuori e circonda l’altare, io credo che il Divino Maestro sarà molto contento di voi; ed io sono felice di ricevere, da questo lembo della città di Roma, una espressione così viva e cordiale per me, così bella ed importante: e sono lieto di offrirla a Gesù, sicuro che Egli l’accetta, la premia.

Con l’augurio e con la benedizione del «Buon Natale».



SANTA MESSA NATALIZIA

Venerdì, 25 dicembre 1964

Figli carissimi!

Vi daremo ora la benedizione; a voi qui presenti, ai vostri cari, alle vostre famiglie, a quanti avete nel cuore, vicini e lontani. La daremo a questo Nostra Città, sede della Nostra Diocesi e centro della Chiesa cattolica; alla Chiesa intera vuol giungere questa Nostra benedizione, a tutti i popoli della terra, a questa Italia, patria Nostra terrena; e a tutti la benedizione vuole oggi recare l’augurio, lieto ed efficace, del buon Natale. Buon Natale!, buon Natale!

Come può essere davvero buono e felice questo santo giorno, che porta, si, tante cose liete con sé: gli auguri, i doni, gli incontri familiari, la poesia dei ricordi e delle speranze, ma non cambia il corso della vita, ch’è pur piena di affanni e di malanni? Noi pensiamo che tutti coloro, i quali si lasciano invadere dallo spirito dolce e penetrante del Natale, avvertiranno in fondo al cuore una nota di tristezza, come se l’incanto soave di questo giorno singolare fosse subito per dileguarsi, come un sogno illusorio e passeggero. Come può essere veramente buono il Natale, se non porta qualche consolante novità, qualche speranza migliore, qualche gioia sincera?

Vi diremo ora due brevi pensieri, che voi già conoscete, ma che qui ricordati possono insegnare qualche cosa sulla vera bontà del Natale. Il primo è l’interiorità del Natale. Il Natale è buono se è interiore, se è celebrato, non fosse che per qualche momento, nel silenzio del cuore, dentro, nella coscienza fatta attenta e pensosa. Ed è interiore e rinnovatore, se ci fa cogliere il discorso che Gesù, entrando nella scena del mondo, non con le parole, ma con i fatti ha pronunciato. Quale discorso? Quello dell’umiltà; è questa la lezione fondamentale del mistero di Dio fatto uomo, ed è questa la medicina prima di cui abbiamo bisogno (cfr. S. Agostino, de Trin. 8, 5, 7; P.L. 42, 952). È da questa radice che può rinascere la vita buona. E il secondo pensiero si riferisce all’umanità del Natale: siamo in adorazione d’una nascita, d’un bambino, d’un presepio; la vita umana è celebrata nella sua più sacra espressione: ogni culla, ogni creatura umana, ogni infanzia oggi è irradiata dalla luce soavissima di Maria e di Gesù. L’invito è forte e incantevole: bisogna evangelicamente ritornare bambini: «Se non vi farete piccoli come bambini, dirà poi Gesù Maestro, non potrete entrare nel Regno dei cieli» (Mt 18,2). Bisogna avere il culto della vita nelle sue forme più deboli, più innocenti, più essenziali. Bisogna ridestare nel cuore di carta, di ferro e di cemento dell’uomo moderno il palpito della simpatia umana, dell’affetto semplice, puro e generoso. della poesia delle cose native e vive, dell’amore.

Figli e Fratelli: volete che il Natale sia buono davvero? Dategli il suo autentico valore spirituale e riconoscetegli la sua profonda esigenza umana. Rendetelo pio e affettuoso, e lo renderete buono. Sappiate quest’oggi curvarvi amorosi sui vostri bimbi; sappiate quest’oggi associare, con qualche più generosa carità, i poveri, i sofferenti, i derelitti, i piccoli, in una parola; e avrete un Natale sincero, un Natale rigeneratore, un Natale felice. Quello che ora con la Nostra Benedizione a voi tutti di gran cuore auguriamo.




Paolo VI Omelie 1964 - IL RICHIAMO FRATERNO DEI CARI DEFUNTI