Paolo VI Udienze 1965 - Mercoledì, 15 dicembre 1965


UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 22 dicembre 1965



Diletti Figli e Figlie!

Viene spontaneo alle Nostre labbra l’augurio del buon Natale. Pochi giorni ci separano dalla celebrazione della grande festa, la quale, sotto tanti aspetti diversi, occupa gli animi di tutti; e per tutti suscita il medesimo augurio: buon Natale!

Lo facciamo Nostro questo augurio per voi; e a voi lo ripetiamo come espressione della Nostra riconoscenza per la visita, che voi oggi Ci fate: «Buon Natale a voi, carissimi figli e visitatori!», e a voi lo ripetiamo come eco del cuore, che all’incontro presente si riempie d’affezione per tutti e ciascuno di voi, e la effonde nel voto più cordiale e più buono: buon Natale!

Ma Noi dobbiamo invitarvi ad avvertire una nota profonda e, in certo senso, originale, che risuona in questo comunissimo voto. La potete scoprire da voi stessi questa nota, se vi domandate: qual è il Natale che il Papa può dire buono, e fare per ciò oggetto del Suo augurio? Che cosa il Papa può desiderare per noi in occasione della ricorrenza commemorativa della nascita di Gesù Cristo nel mondo? Se vi ponete, diciamo, questa domanda, comprendete subito che il Papa non può prescindere, nel Suo augurio, da un riferimento diretto all’origine, all’essenza, al significato, al valore della festa, che stiamo per celebrare; e cioè non può prescindere dal riportarci alla venuta di Cristo nel mondo, e dal trarre da questo fatto, da questo mistero il contenuto, lo scopo del Suo augurio natalizio. È così. I bambini lo capiscono subito, e pensano al loro presepio: un buon Natale vuol dire un bel presepio.

Sì, è così. Il Nostro augurio vuole polarizzare i vostri animi nel punto essenziale della festa: l’incarnazione del Verbo di Dio in Cristo Gesù. E se fissiamo aspirazioni e pensieri in questo straordinario avvenimento, la meditazione si fa luminosa e non finirebbe più. Non finirebbe più di considerare il mistero in se stesso, intorno al quale si concentra la teologia, la storia, il senso del mondo; ma non finirebbe più altresì di considerare l’importanza che tale mistero ha per noi tutti e per ciascuno di noi: Egli rischiara la nostra vita, i sentieri del nostro cammino nel tempo, le cose ed i fatti che ci circondano. Dice l’Evangelista Giovanni (secondo l’interpretazione comune): «Egli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene al mondo» (Io. 1, 9). E perciò, come quando in un ambiente oscuro è acceso un lume, gli occhi di tutti si rivolgono, con gioia, con riconoscenza, verso quel lume, così i nostri spiriti dovrebbero rivolgersi verso Cristo, che, venendo nella scena opaca e confusa del mondo, tutta dolcemente e misteriosamente la rischiara, e la rende comprensibile e - senza nascondere i punti negativi - bella la fa apparire. In Cristo tutto acquista verità, ordine, significato, finalità.

Sant’Ambrogio, scrivendo sulla verginità, in una celebre, bellissima pagina, esclama: «Noi abbiamo tutto in Cristo. Ogni anima a Lui si avvicini..., ogni cosa Cristo è per noi, omnia Christus est nobis» (P.L. 16, 291). Accenniamo appena, per avviare la vostra meditazione natalizia; ed oggi, quasi a preparazione del Natale e per dare al Nostro augurio un’intenzione particolare, diremo qual è il Nostro migliore voto per voi: che abbiate il desiderio di Cristo. Il desiderio di Cristo!

Egli è stato desiderato, aspettato, invocato lungo tutti i secoli dell’Antico Testamento; Egli è stato «il desiderato da tutte le genti»; Egli è venuto a soddisfare le aspirazioni messianiche d’un Popolo eletto ed educato da Dio per attendere, per prefigurare, per annunciare, per accogliere l’inviato da Dio; Egli è stato fatto intravedere da lontano all’«uomo dei desideri» (Dan. 9, 3; e 10, 19), il profeta Daniele: Egli è il termine della tensione storica e spirituale dell’umanità; verso di Lui si rivolge la timida, ma ormai fiduciosa domanda dei Gentili stessi, capitati nella sfera della sua presenza: «Volumus Iesum videre», vogliamo vedere Gesù (Io. 12, 21).

Il desiderio di Cristo, Figli carissimi, è la migliore disposizione d’animo per celebrare bene il Natale. Ricordiamo una legge dell’economia della salvezza portata da Cristo: essa è meravigliosamente gratuita, .universale, facilmente accessibile; ma ad una condizione, d’essere desiderata, preparata, accolta. La luce è per tutti; sì, per tutti quelli che aprono gli occhi per goderne il raggio giocondo e benefico. Così Cristo; così il Natale: esso è vero, esso è salutare per chi desidera ritrovarvi la conoscenza migliore, l’umore maggiore, la presenza più nostra e più viva di Cristo Gesù. E questo è l’augurio che la Nostra Benedizione Apostolica vuol rendere per voi efficace e felice.


UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 29 dicembre 1965



Diletti Figli e Figlie!

Ancora, ed ancora per lungo tempo, sarà tema dei Nostri incontri con i visitatori, che a quest’udienza settimanale Ci recano la testimonianza dell’adesione dei figli fedeli alla vita della Chiesa, sarà tema il Concilio testé concluso; e ciò faremo non tanto per illustrarne la memoria quanto per continuarne l’efficacia. È stato detto, e lo ripetiamo, che la validità pratica del Concilio, spirituale e pastorale, si misura nel periodo successivo alla sua celebrazione, perché tale validità dipende dalla applicazione effettiva e concreta degli insegnamenti emanati dal Concilio stesso. È perciò importante che nell’ambito ecclesiale, nei nuclei specialménte dei fedeli più fedeli, del Clero e dei Religiosi, dei Cattolici coscienti ed impegnati, rimanga la persuasione che il Concilio è tuttora operante; anzi, che esso diventa operante dopo la sua chiusura.

Questo stato d’animo è stato definito «lo spirito del Concilio». L’espressione è molto alta e bella; ma esige d’essere precisata per non diventare vaga e feconda di idee approssimative e fors’anche pericolose.

Che cosa s’intende per «spirito del Concilio»?

Non è in questa sede, né con poche parole che se ne può fare una analisi adeguata, né identificare i riferimenti storici e spirituali caratteristici di tale spirito. Contentiamoci di fermarci, in questo momento, ad alcuni aspetti descrittivi; ad uno, almeno, dell’animazione ideale e morale, che può utilmente derivare nel Popolo di Dio dalla celebrazione d’un Concilio, di questo secondo Concilio Ecumenico Vaticano in modo speciale.

Il primo aspetto dello spirito del Concilio è il fervore. È chiaro. A tale primissimo scopo mirava il Concilio, a infondere cioè nel Popolo di Dio risveglio, consapevolezza, buon volere, devozione, zelo, propositi nuovi, speranze nuove, attività nuove, energia spirituale, fuoco. Ricordiamo le parole di Papa Giovanni: «La Chiesa, illuminata dalla luce di questo Concilio, sarà ricolma di spirituali ricchezze, com’è Nostra fiducia, e traendo da esso vigore di nuove energie, potrà guardare verso l’avvenire» (Discorsi, 1962, p. 581). È, questo fervore, congenito con la vocazione della vita cristiana; ed è il segreto della sua perenne vivacità; ricordiamo la parola di Gesù: «Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e che cosa desidero se non che si accenda?» (Luc. 12, 49); e quella di San Paolo, che raccomanda ai primi fedeli di essere «spiritu ferventes», fervorosi nello spirito (Rom. 12, 11); ed il seguito di tutta l’educazione cristiana, che squalifica la tepidezza (cfr. Apoc. 3, 16), e che tende a mettere l’anima in uno stato di tensione permanente, in un’intensità di fede e di carità, in un entusiasmo sempre ardente e fiducioso, in uno sforzo continuo di crescente perfezione, in un anelito di comunione con Cristo e di risoluta volontà di seguirlo e di servirlo, così che il dottore del fervore spirituale, San Basilio Magno, maestro all’Oriente e all’Occidente, definirà fervoroso «colui che con ardente alacrità d’animo e con insaziabile desiderio e indefessa cura compie la volontà di Dio nella carità di Gesù Cristo nostro Signore» (Regulae, 259; P.G. 31, 1255).

E che la Chiesa abbia, ancor più che bisogno, desiderio di ritrovare il suo caratteristico fervore lo dimostrano, da un lato, i tanti e più vari fenomeni della sua vita contemporanea, e dall’altro la decadenza di tante forme di cristianesimo, pervase e corrose dalle correnti profane e pagane e negatrici della vita moderna. Un desiderio di autenticità, di generosità, di perfezione e di santità percorre tutta la compagine del Popolo di Dio, per una risvegliata coscienza della sua vocazione e per un più vivo istinto di difesa dall’invadenza dello spirito del tempo ed anche per un risorto ardimento apostolico di infondere nel mondo moderno, qual è, il fermento salutare del messaggio evangelico. La Chiesa Post-conciliare entra in uno stato di fervore, se coerente al genio del Concilio, se fedele all’ispirazione del Signore, se docile alle sue proprie leggi. Ed è a questo fervore che Noi vi invitiamo, cari Nostri Visitatori: a rendervi persuasi della sua necessità e della sua tempestività; a farvi riflettere come un tale fatto spirituale riguardi non solo la Chiesa come comunità, ma il singolo fedele altresì, come membro vivo e responsabile nel Corpo mistico di Cristo; a infondervi quella fiducia e quell’alacrità, che, deve distinguere il periodo, che stiamo iniziando, come una stagione primaverile della cristianità. Invito e presagio che accompagniamo con la Nostra Benedizione Apostolica.

I consulenti ecclesiastici dell’Unione Insegnanti Medi

Nell'udienza generale odierna abbiamo una serie di gruppi ben degni d’essere da Noi ricevuti con speciale avvertenza e di ricevere da Noi un particolare incoraggiamento.

Il primo di questi gruppi ragguardevoli è quello dei Sacerdoti Consulenti Ecclesiastici dell’Unione Cattolica Insegnanti Medi, riuniti a convegno nazionale. Li salutiamo molto volentieri, e diciamo loro la Nostra compiacenza per il fatto che essi siano rappresentanti di buona parte delle sedi provinciali italiane e che siano regolarmente investiti dell’incarico che qui li qualifica; come pure siamo lieti di vedere che procedono uniti, cercando di specializzarsi nella conoscenza delle persone e dei problemi, che attendono dal loro ministero un’assistenza tutta particolare. L’ufficio loro affidato, quello di fungere da consulenti d’una fra le maggiori associazioni specializzate del campo cattolico, quella degli Insegnanti delle Scuole Medie, è fra i più delicati ed i più urgenti nel settore dell’apostolato moderno al nostro Laicato, e riveste oggi, come loro ben sanno, un’importanza di grande rilievo: a fiancheggiare infatti gli Insegnanti delle Scuole Medie, per loro dare conforto religioso e consulenza morale e spirituale è missione assai lodevole, per sostenere nell’Insegnante la coscienza cristiana della sua professione, non lasciando che si impoverisca nel qualunquismo o nel laicismo di chi si limita al puro esercizio del suo compito didattico, ma cercando di sostenere tale coscienza con i grandi ideali cristiani e con i conforti spirituali della vita religiosa, ideali e conforti che fanno dell’Insegnante un campione della missione scolastica, un padre, un esempio, un allenatore, una guida dell’adolescente, che avverte essere il suo Professore non solo un bravo professionista, ma un uomo completo, a cui la fede infonde un’animazione didattica particolare, uno stile di pensiero e di vita, un amico che merita stima e fiducia. Non è dubbio che il Consulente ecclesiastico può esercitare questo influsso animatore sugli Insegnanti: può essere maestro dei maestri, se davvero li stima, li tiene vicini, li ascolta, s’interessa ai loro problemi, e se, soprattutto li sa introdurre nella scienza e nella pratica della fede, stabilendo così quel rapporto fra magistero religioso e magistero scolastico ch’è fra gli sviluppi più fecondi e più interessanti della vita spirituale e culturale. Ai bravi Sacerdoti, che a tale compito sono chiamati, i Nostri voti migliori e la Nostra Benedizione.





Paolo VI Udienze 1965 - Mercoledì, 15 dicembre 1965