Paolo VI Omelie 1965 - Domenica, 14 febbraio 1965



CONCISTORO PER L'ANNUNZIO DI 27 NUOVI CARDINALI

CONFERIMENTO DELLE INSEGNE CARDINALIZIE AI NUOVI PORPORATI DURANTE UNA SOLENNE CONCELEBRAZIONE LITURGICA

Giovedì, 25 febbraio 1965

Allocuturi sacram christifidelium contionem, de qua in principe hoc Petriano templo Noster vehementer laetatur aspectus, praetereaque, per electrica subtilissima instrumenta, ingentem hominum multitudinem, toto fere terrarum orbe dispersam, par esse censemus primum ad eos mentem convertere, quorum praecipue causa haec religiosa caerimonia hodie peragitur: eos dicimus viros, quos tres ante dies in Purpuratorum Patrum numerum cooptavimus, non potius ut bene de re catholica meriti debito afficerentur honore, quam ut supra candelabrum collocati, lucerent omnibus qui in domo essent, hoc est in Ecclesia Christi (cfr. Matth. Mt 5,15); non potius ut artiore quodam obsequii vinculo Nobiscum essent coniuncti, quam ut Nobis universum Dei populum regentibus, pascentibus maiore quam ceteri omnes consensu voluntatum et operum conspiratione adessent.

Salvete igitur vos omnes, qui in Summi Pontificis Senatum recens allecti estis.

Atque primum salvete vos, Orientales Patriarchae, qui, in amplissimo hoc ordine, vestra servata praestantia, Ecclesiarum antiqua et sacra memoria insignium decus et traditas glorias repraesentatis.

Vos salvete, lectissimi atque magnanimi Praesules, quos christiani nominis fortiter facta confessio, bonorum omnium admiratione et laude dignos ubique praestitit.

Salvete vos, clarissimi Pastores, qui ex sanctarum et illustrium Ecclesiarum alacri sedulaque tamquam cultione, largam meritorum messem collegistis.

Vos salvete, excellentissimi viri, qui praecipua quadam sollertia Christi Evangelium hominum animis tradentes vel etiam inculcantes, eos ad rectioris sanctiorisque vitae studium incendistis.

Salvete vos, denique, viri ornatissimi, qui, in Romana Curia, et catholicas veritates tuentes, et ecclesiasticas disciplinae normas servantes, et Summorum Pontificum imperata facientes, toti Ecclesiae matri nostrae multum utilitatis attulistis.

Neque Nostris dumtaxat verbis salutem vobis dicimus; sed verbis etiam Patrum Cardinalium, qui vos libentissimo animo acceperunt Collegas; immo etiam verbis Romanae et universalis Ecclesiae, quae vos, summa hac dignitate ornatos, et Nobiscum artius coniunctos, tamquam legatos suos observant.

Sed cum a vobis mens Nostra sponte decurrat ad nationes cuiusque vestras, ad fideles vobis concreditos, ad hominum communitates quibuscum quoquo modo consociamini, hos etiam peramanter salvere iubemus, quos velimus ut delatum vobis honorem et exhibitam benevolentiam in se ipsos manare existiment.

Ed ora, veneratissimi Fratelli e Figli carissimi, lasciate che nella lingua italiana a Noi più facile, e perciò con discorso più familiare e spontaneo, vi invitiamo a entrare con Noi, per brevi istanti, nella riflessione del vero significato di questa solenne cerimonia: qual è il suo vero senso interiore, quello che soggiace ai simboli, oggi adoperati per esprimerlo, quello che ben più del loro effetto esteriore, interessa i nostri spiriti e riguarda la vita reale e profonda della santa Chiesa?

Siamo così abituati a pensare per via di immagini e ad esprimerci per via di segni, di simboli, di gesti rituali, che può avvenire un arresto del nostro sguardo e della nostra attenzione a questo linguaggio sensibile, come se ciò bastasse a comprenderne il valore spirituale.

Noi abbiamo imposto abiti sacri e sontuosi sulle persone dei nuovi Cardinali, li abbiamo rivestiti di porpora, come per antico uso si conviene a principi e a magistrati, a cui competono le più alte funzioni di governo e di rappresentanza nella pubblica società. Metteremo nuovo anello al loro dito, porremo sulle loro teste simbolici copricapo, berretta e cappello, apriremo le loro labbra a sapiente parola, scambieremo con loro l’abbraccio fraterno. Oggetti questi e gesti significativi, come ognuno può comprendere; ma di che cosa significativi? ancora ci chiediamo. Qual è il senso, quale il valore di questa singolare cerimonia? Che cosa abbiamo dato effettivamente a questi nuovi Cardinali ?

La prima e più ovvia risposta è negativa, e sembra svalutare non solo il fasto esteriore del pubblico Concistoro, ma altresì il suo contenuto religioso: non abbiamo conferito un sacramento, non abbiamo nemmeno impartito un insegnamento. Ma non abbiamo compiuto un atto vano, e vuoto di sacro e di formidabile significato. Noi abbiamo espresso un’intenzione, Noi abbiamo conferito una potestà, Noi abbiamo costituito una funzione. Cioè Noi abbiamo chiamato questi eminenti personaggi della Chiesa cattolica, questi Patriarchi delle vetuste e sante fondazioni apostoliche, questi Pastori e maestri e ministri dispensatori dei misteri di Dio al Popolo cristiano, a far parte di quel sacro Collegio che con la sua autorità, la sua sapienza, la sua dedizione Ci assiste, fraternamente e filialmente, col consiglio e con l’opera, nella direzione della Chiesa universale, secondo il mandato a Noi commesso da nostro Signore Gesù Cristo, secondo il suo Spirito e il suo Vangelo, secondo le norme dei sacri canoni a Noi tramandate dai Padri e dalla storia della Chiesa, e secondo ancora i sempre nuovi bisogni dei tempi.

È un atto questo che si riferisce a quella missione, a quella investitura, che chiamiamo potestà di giurisdizione, che insieme alla potestà di santificare e di istruire abbiamo ricevuto, nella pienezza e nell’universalità propria dell’Apostolo Pietro, dall’unico Capo della Chiesa, invisibile ora a noi pellegrinanti nel tempo, ma sempre vivo, e sola fonte di grazia, di verità e di autorità nel suo Corpo mistico visibile, che è questa sua santa ed apostolica Chiesa Cattolica. Non procediamo oltre, Fratelli e Figli che Ci ascoltate, senza aver bene considerato che quanto qui vediamo, che quanto qui facciamo, tutto deriva da Cristo, tutto si compie nel nome di Cristo, tutto si celebra in onore di Cristo, «a cui sia onore e gloria nei secoli dei secoli» (Rom. 16, 27).

È un atto che associa voi, Padri Cardinali, alla Nostra autorità, al Nostro dovere di guidare la Chiesa intera. L’autorità è il primo ed autentico carattere del gesto da Noi compiuto: se mai il senso dell’autorità esalta ed umilia la coscienza che un uomo ha di se stesso, questo è il momento di sperimentarlo accanto a Noi, Signori Cardinali; il senso di vertigine, pieno di ebbrezza e di confusione, per l’altezza, a cui questo episodio dei divini disegni ci solleva, per la piccolezza, che esso stesso ci avverte essere sempre nostra. È il caso di ripetere, quasi gemendo, al Signore: «Elevans allisisti me» (Ps 101,11). Tu mi hai innalzato e Tu mi hai abbattuto; e quasi godendo, con Maria Santissima, è anche il caso di cantare il «Magnificat».

Nessuna meraviglia che un altro aspetto caratterizzi l’atto compiuto: con l’autorità la dignità, la preminenza cioè che dev’essere riconosciuta ai Padri Cardinali in relazione ed in proporzione all’autorità cui sono associati; ed è questo l’aspetto che il costume suole rendere più evidente, e che mutando il costume, cioè i bisogni e i gusti dei tempi, può essere in certe misure e in certe forme, discutibile e modificabile; è uno (ma non dei più gravi) pensieri a cui attendono i competenti, nel presente clima di aggiornamento conciliare. Ma in ogni caso il binomio autorità-dignità non deve e non può essere scisso, sì bene dev’essere così osservato e celebrato da fare della dignità la conseguenza, l’esigenza dell’autorità, e dell’autorità il sostegno, il contenuto della dignità.

Ma un altro aspetto ancora attrae la nostra attenzione, anch’esso derivato dal primo, quello, dicevamo, dell’autorità; ed è aspetto solenne e tremendo: è quello della responsabilità. Non esiste nella Chiesa autorità che non sia servizio; e non esiste servizio che non sia responsabile. Ben lo sappiamo: siamo responsabili davanti a Dio ed a Cristo, donde viene il mandato e la potestà del nostro servizio; e indirettamente lo siamo davanti alla Chiesa, alla quale è rivolto il nostro servizio. Quale somma di doveri consegua a questa situazione, comune ad ogni grado della gerarchia ecclesiastica, ma tanto più impegnativa quanto più alto è il grado occupato in tale gerarchia, a tutti è ben noto: e fedeltà, e spirito di sacrificio, e disinteresse, e zelo, e umiltà, e soprattutto carità; ecco la corona di virtù che deve qualificare l’uomo posto al governo della santa Chiesa; con questa successiva avvertenza, anche questa conosciuta da voi tutti, che mentre nell’esercito della potestà di ordine il ministro ha funzione semplicemente strumentale, nell’esercizio invece della potestà di giurisdizione egli funge da causa seconda, cioè con l’impiego delle sue proprie capacità; il che esige il dono totale delle forze umane di cui il ministro dispone e lo studio indefesso per acquisire quella specifica abilità di trattare con gli uomini, ch’è appunto l’arte di governarli; difficile arte ma soavissima e degnissima di veri seguaci di Cristo, se essa non consiste nel dominare il popolo di Dio, ma nell’esercizio forte e buono dell’amore pastorale.

Ebbene: questo è il significato della cerimonia che stiamo compiendo. Vorremmo dire: questo è il dono che Noi facciamo a voi, nuovi membri del Nostro Sacro Collegio cardinalizio. Accettate questo dono, Noi vi preghiamo. Accettatelo per il valore religioso, ch’esso contiene. Voi vedete che a questo fine Noi abbiamo voluto dare al Concistoro un risalto sacro, trasformando la cerimonia abituale in questa commovente concelebrazione, donde esso può attingere il suo vero senso profondo e la sua ricchezza di grazia.

Accettate questo dono per ciò ch’esso ha di conforme al grande disegno di Cristo, che istituendo nella Chiesa l’autorità pastorale e le sue gerarchie realizza i modi vari e misteriosi della sua assistenza e della sua presenza nel corso del tempo fra gli uomini, e organizza fra di loro la carità, in modo che siano i fratelli, resi padri e ministri, a salvare i fratelli.

Accettate questo dono anche per ciò ch’esso può comportare di impopolare e di grave; non siano sgradite le parole che vi rivolgiamo compiendo il rito: «Te intrepidum exhibere debeas»: l’ufficio del governare gli altri oggi non è senza grande e spirituale fatica; ma essa è doverosa e provvida, come non mai, anche nell’interno della santa Chiesa, e deve esercitarsi con vigilanza e saggezza tanto più amorose e sollecite, quanto maggiore è il bisogno di confortare l’obbedienza dei fedeli alla fiducia e all’osservanza della norma ecclesiastica. E nel mondo d’oggi, poi, non è senza rischio; voi lo sapete.

Quanto a Noi sarà di grande conforto l’avere voi, Padri, Fratelli e Figli veneratissimi, quali collaboratori, consiglieri ed amici: il peso delle somme chiavi è ben grave; voi Ci aiuterete a portarlo. e primo aiuto sarà l’unione, che a Noi e fra voi deve congiungervi. È questo un antico precetto: «Non sint in vobis schismata» (1 Cor. 1Co 1,10); ma ad ogni ora deve essere da Noi non solo ricordato, ma riespresso e riconfermato. Ne avrà esempio e sostegno la Chiesa intera, che oggi qui rispecchia la sua unità e la sua cattolicità; e ne avrà edificazione la grande schiera dell’Episcopato, che Noi sentiamo in questo momento tanto vicino e tanto solidale in comunione di sentimenti, di propositi e di speranze.

Saluto paterno ai diversi popoli

Un mot, maintenant, aux délégations des pays de langue française, venues à Rome pour rendre hommage à leurs nouveaux Cardinaux.

Nous n’avons pas à vous redire, chers Fils, Notre bienveillance envers vos patries: elle est inscrite, pour ainsi dire, dans le choix même que Nous y avons fait de nouveaux membres du Sacré Collège. Choix qui honore chacune de vos nations, et crée en même temps pour elles, en quelque sorte, un gage supplémentaire d’amitié et de fidélité vis-à-vis du Saint-Siège. C’est un lien de plus qui s’établit entre elles et Nous, lien qu’il Nous est doux de nouer de Nos mains, car Nous y voyons l’auspice d’un grand bien spirituel et moral pour chacun de vos Pays, et l’assurance d’un accroissement de cordialité dans les relations que plusieurs d’entre eux entretiennent avec Nous. Ainsi l’Eglise honore vos Patries: mais celles-ci, à leur tour, honorent l’Eglise en lui donnant quelques-uns de leurs fils les plus éminents, que le Pape est heureux de pouvoir compter désormais parmi ses conseillers les plus intimes et les plus directs dans sa lourde tache de Pasteur suprême du troupeau du Christ.

Soyez-en vous aussi, chers Fils, heureux et fiers, et que s’élève vers Dieu, unie à la Notre, la prière de votre humble et fervente reconnaissance.

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Our sincere paternal greeting to you, Beloved Sons of the English-speaking world. You represent in the Sacred College the developing countries, where you and your colleagues in the Hierarchy, untiring workers in relatively new vineyards, are building up the Church and organizing its life and works. You represent the Second Spring foretold by Cardinal Newman in Great Britain, where Episcopate, clergy and faithful are renewing their zeal and apostolic fervor, exemplified in the historic See of Westminster. Your presence recalls the first foundation of Catholicism in the United States of America, in the Senior See of Baltimore. And the Metropolitan Archbishop of Armagh evokes by his attendance here the unflagging faith and worldwide apostolate of the Irish, whose priests were the leaders in bringing the Gospel blessings to your countries. May your inclusion in this Consistory signify, not only the diversity of the Sacred College, but above all the unity in love and respect which binds you to all its members, to the Vicar of Christ, and to the universal Church throughout the World!

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Wir möchten nun ein Wort an die deutsche Abordnung richten, die nach hier gekommen ist, um durch ihre Gegenwart den neuen deutschen Kardinal zu ehren.



Durch diese Wahl möchten Wir erneut die Hochachtung zum Ausdruck bringen, die Wir Ihrer deutschen Heimat und Ihrem deutschen Volk entgegenbringen. Hohe Achtung vor den Jahrhunderte alten Schätzen deutscher Kultur und Geistesgeschichte. Hochachtung aber auch vor der Leistung des deutschen Volkes in unseren Tagen: Geistiger und materieller Wiederaufstieg aus tiefster eigner Not und damit zugleich tätiges Verständnis für die Völker, die heute noch fremder, das heisst auch Ihrer Hilfe bedürfen.

Die Kirche möchte durch die Erhebung eines neuen deutchen Kardinal Ihr Vaterland ehren. Ihr Vaterland aber ehrt zugleich die Kirche, indem sie einen ihrer vornehmsten Söhne Uns zum Ratgeber schenkt.

Sie aber, geliebte Söhne und Töchter, dürfen über dieses Ereignis glücklich und stolz sein und Wir bitten Sie, Ihre Dankgebete mit den Unsern zu vereinen.

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Também não queremos deixar de dirigir uma palavra à delegacção do Brasil, a qual veio até à Cidade Eterna para homenagear, com sua presença, o seu novo Cardeal. A vós, amados filhos, vos damos as boas vindas e vos dizemos que Nos sentimos feliz em contar entre os Nossos Conselheiros mais um eminente filho da vossa grande Nação.

Esta escolha confirma o amor que sempre dedicamos à Terra de Santa Cruz, pela qual, a todo o momento, pedimos a Deus a cubra d e bênçãos, sob os auspícios da sua Padroeira, Virgem da Aparecida, e assim Cristo Senhor reine verdadeiramente no coração de todos e de cada um de seus filhos.





MESSE POUR LES MISSIONNAIRES MORTS AU CONGO

Vendredi 26 février 1965

Chers Fils, Membres du Sacré Collège, de la Hiérarchie, des Instituts Missionnaires, et vous tous qui êtes venus prier avec Nous ce soir dans cette basilique, soyez les bienvenus! Hier, sur le tombeau du Prince des Apôtres, au cours d’une émouvante cérémonie, Nous imposions la barrette aux nouveaux Cardinaux, dont l’entrée dans le Sacré Collège constitue un éclatant témoignage de l’universalité de l’Eglise.

Aujourd’hui, cette même pensée de l’universalité de l’Eglise Nous invite à tourner Nos regards vers les pays de mission, et c’est sur le tombeau de l’Apôtre Saint Paul, le Docteur des Nations (1 Tim. 1Tm 2,7), que Nous sommes venu faire à Dieu l’hommage de Notre sollicitude pour les âmes innombrables auxquelles l’Eglise envoie, depuis des siècles, les meilleurs et les plus courageux de ses fils.

Cet hommage, Nous avons voulu lui donner une expression concrète et vivante, en baptisant de Nos mains, en confirmant et en admettant au banquet eucharistique un groupe de néophytes venus d’une des nations d’Afrique les plus éprouvées en ces derniers temps.

C’est donc à vous d’abord que Nous Nous adressons, chers Fils, avec les expressions enthousiastes d’un grand Africain, Saint Augustin, qui appelait ceux qui venaient de renaître comme vous de l’eau et de l’Esprit Saint «nouvelle semence de sainteté, enfants de la grâce, jeune phalange, fleuron de notre honneur, fruit de notre labeur, ma joie et ma couronne: novella germina sanctitatis, germen pium, examen novellum, flos nostri honoris et fructus laboris, gaudium et corona mea» (S. Aug. Sermo 1 in octava Paschae, 157 de Tempore). Quelle source de fierté pour vous d’avoir été admis à l’honneur d’entrer dans l’Eglise au centre de la catholicité! C’est à vous que le Pape confie sa sollicitude et ses espoirs pour le Congo. Il vous dit, comme le Christ au miraculé de l’Évangile: «Retourne chez toi, et raconte tout ce que Dieu a fait pour toi» (Lc 8,39). Retournez dans votre Patrie, y répandre la «bonne odeur du Christ» (2 Cor. 2Co 2,15) parmi vos frères. Dites-leur ce que vos yeux ont vu à Rome. Dites-leur surtout combien l’immense continent africain est présent à l’esprit et au coeur du Pape, et combien d’espoirs Il place dans tant de jeunes et ferventes chrétientés.

Le geste que Nous allons accomplir veut être comme une reconnaissance symbolique des admirables moissons que l’Eglise a fait mûrir dans les territoires de mission, et qui ont resplendi d’un éclat singulier lors de la récente Canonisation des Martyrs de l’Uganda. Vous ne serez pas étonnés que. Nous ayons voulu vous y associer, chers Fils et chères Filles des Congrégations missionnaires, afin de mieux attester la gratitude que l’Église professe hautement envers ceux et celles qui, partout dans le monde, aujourd’hui comme hier, sont les précieux et irremplaçables artisans de la tâche ardue et sublime à laquelle vous avez consacré votre vie. Mais une raison spéciale Nous a poussé à vous demander d’unir en ce jour votre prière à la Nôtre. Les derniers mois ont enregistré, dans plusieurs des territoires dont Nous parlions, bien des événements douloureux. L’occasion ne Nous a pas manqué de les déplorer publiquement; mais Nous avons estimé nécessaire qu’une ample et solennelle cérémonie religieuse rendît manifestes aux yeux de tous le deuil et la prière de l’Eglise.

Nous sommes donc venu aujourd’hui parmi vous avant tout afin d’offrir le saint sacrifice pour tous ceux qui ont été victimes de la violence en diverses régions, et particulièrement au Congo, au cours des mois écoulés. Car la violence s’est déchaînée, hélas! et le sang a coulé. Sang de très nombreux fils de la terre africaine, massacrés au cours de luttes fratricides, souvent en violation des lois les plus élémentaires de l’humanité; sang aussi d’hommes et de femmes originaires d’autres pays, catholiques et non catholiques, et parmi eux bon nombre de pacifiques missionnaires, venus sur le continent africain pour y apporter, avec l’Evangile du Christ, l’amour fraternel et la véritable paix. Les uns ont été brutalement expulsés des territoires où ils exerçaient leur ministère au service des âmes. D’autres ont été arrêtés, incarcérés et pris comme otages contre tout droit humain. Devenus l’objet de la haine la plus injustifiable et d’une cruauté qu’on voulait croire à jamais bannie des annales de l’humanité après les horreurs de la dernière guerre mondiale, ces hommes et ces femmes, et parmi eux un évêque, l’Evêque de Wamba, ont été outragés, torturés et finalement massacrés de la façon la plus inhumaine.

La fonction de représentant du Prince de la Paix (cfr. Is. Is 9,6), que Nous exerçons malgré Notre indignité, Nous fait un devoir, vous le comprenez, de stigmatiser de tels crimes et de les porter devant la conscience du monde. Car c’est la conscience du monde, et non seulement l’Église Catholique, comme chacun le voit, qui est blessée par ces atteintes aux règles les plus élémentaires de l’humanité.

Il ne s’agit plus seulement, en effet, du cas de religieux ou de religieuses persécutés pour leur foi. Il s’agit d’otages qui sont tués, de prisonniers qui sont passés par les armes sans jugement; il s’agit d’une brutale violation du droit à la vie, qui Nous oblige à rappeler solennellement le grand précepte gravé au coeur de tout homme et inscrit aux premières pages de la Bible: Tu ne tueras pas.

N’est-il pas douloureux de constater qu’en une période de l’histoire où l’ensemble du genre humain est plus sensible que jamais aux droits de l’homme, en un temps où ces droits ont été proclamés par les plus hautes autorités et codifiés dans une charte d’une portée universelle, le plus fondamental, le plus élémentaire de ces droits, le droit à la vie, soit ainsi publiquement ignoré, méprisé, foulé aux pieds?

N’est-il pas humiliant pour notre génération qu’il faille rappeler que le meurtre direct d’un innocent est un crime, un crime qui offense Dieu, qui offense le prochain, qui offense la société?

Déjà le droit romain avait stigmatisé comme injustes les représailles exercées en temps de guerre contre des citoyens privés. Quoi de plus injuste, en effet, et de plus déraisonnable que la prise unilatérale d’otages, qui punit sur de tierces personnes, innocentes et étrangères au conflit, des délits imputés à l’une des parties en cause? Les Pouvoirs publics eux-mêmes le reconnaissent, puisqu’une Convention internationale prohibe de façon générale la prise d’otages en tous lieux et en tous temps. Mais quoi qu’il en soit de l’observance de cette règle, que la personne de l’otage, au moins, soit pour tous sacrée et inviolable! Par quelle aberration pourrait-on tenter d’en justifier le meurtre? Et le prisonnier? N’est-il pas - comme le blessé - hors de combat et dès lors protégé par les lois communes du droit des gens?

Faudra-t-il donc dire que les fils d’un peuple jeune et plein de promesses, arrivé au seuil de l’indépendance, ont marqué l’entrée de leur Pays dans la vie internationale par le sang injustement versé?

Nous savons que ces déplorables excès ne sont le fait que d’une minorité d’hommes et de jeunes gens, exaspérés peut-être par certaines situations politiques et sociales. Nous voudrions Nous adresser à ces hommes, leur dire avec toute la conviction que Nous inspire Notre amour pour eux: ne souillez pas vos mains par des crimes qui resteront dans les siècles futurs comme une tache sur l’histoire de l’Afrique! Montrez, au contraire, que cette indépendance dont vous êtes justement fiers, vous étiez dignes d’y accéder, capables d’en porter le poids et l’honneur, dans le respect des droits sacrés de la personne humaine et des lois de la vie en société. Car Nous avons confiance dans la bonté foncière de votre peuple, lorsqu’il ne se laisse pas entraîner par de mauvais bergers, confiance dans sa vocation chrétienne, attestée par tant de réponses généreuses à l’appel du Seigneur: Nous pensons à vos prêtres, à vos religieux et religieuses, à vos si zélés catéchistes, qui donnent le meilleur d’eux-mêmes à l’évangélisation de leurs frères. Ne sont-il pas tous la vivante illustration des vertus de leur race, l’exemple des hauteurs auxquelles elles peuvent atteindre au service d’un grand et bel idéal?

Et c’est pourquoi Nous voulons croire que Notre supplication ne sera pas vaine, et que les énergies qui s’égarent aujourd’hui dans une folie de meurtre et de destruction sauront s’employer bientôt à nouveau dans des tâches constructives.

O Congo! Écoute Notre voix, car c’est la voix d’un père, qui n’a sur les lèvres que des paroles de pardon et de paix, la voix d’un ami, que n’inspire aucun intérêt personnel, aucune visée d’ordre temporel, et qui n’a en vue que le véritable bien de chaque nation et de toute la grande famille humaine.

A tous Nos fils d’Afrique, qui ont noblement, au fond de leurs coeurs ou publiquement, désapprouvé et condamné les excès que Nous venons de déplorer, Nous voudrions adresser un appel à réfléchir sur la grave leçon qui se dégage de ces tragiques événements. Le sang appelle le sang. Un désordre engendre un autre désordre. Il n’est qu’une voie qui conduise à la paix et à la prospérité, c’est celle du respect de la loi naturelle, du droit d’autrui, et avant tout du droit à la vie.

Et quant à vous, chers Missionnaires qui Nous écoutez, que l’exemple de vos frères et de vos soeurs, bien loin de vous assombrir et de vous décourager, soit pour vous le stimulant le plus exaltant. Ils ont été jugés «dignes de souffrir pour le nom de Jésus» (Act. 5, 41), et nous pouvons légitimement nourrir la confiance qu’ils sont désormais constitués au Ciel les intercesseurs de vos familles religieuses et les protecteurs de ces champs d’apostolat qu’ils ont baignés de leurs sueurs et de leur sang. C’est donc à leur intercession que Nous vous confions en terminant, à celle de Marie, Mère de l’Église, à celle de Saint Paul, l’incomparable modèle des Missionnaires de tous les temps. Qu’ils gardent et protègent vos personnes, et qu’ils ramènent bientôt à leurs pacifiques travaux ceux d’entre vos frères que la violence de l’ouragan en a pour un temps écartés. Tels sont Nos voeux, telles sont les intentions que Nous confions ce soir à votre prière. Nous vous demandons de l’étendre, cette prière, afin qu’elle soit vraiment catholique, aux dimensions du monde: qu’elle aille dans toutes les terres de Mission, partout où l’on souffre, où l’on aspire à la paix, à la justice, à la liberté.

Et à vous tous qui êtes ici présents, Éminentissimes Cardinaux, Évêques, Prêtres, Religieux et Religieuses, représentants du laïcat à vous tous, chers Fils de Rome et du monde, qui, de près ou de loin, vous êtes associés à cette cérémonie propitiatoire, Nous accordons de grand coeur, en gage des grâces que Nous invoquons sur tous et chacun d’entre vous, une très paternelle Bénédiction Apostolique.

Terminata la Messa, si svolge una commovente manifestazione. Il Santo Padre, al canto della Salve Regina, si reca dinanzi all’altare papale di fronte alla grande navata, preceduto dai neofiti nelle loro candide vesti, a presentarli alla «plebs sancta Dei» della quale sono entrati a far parte.

Cari fedeli della Chiesa di Roma, abbiamo portato davanti a voi questi nuovi figli della Chiesa perché anche voi li conosciate, li abbracciate con la vostra carità e anche perché possiate meglio comprendere quel che il Signore compie ogni giorno nell’umanità mediante il ministero della Chiesa. Questi giovani e queste figliuole che ho ai miei lati, sono diventati fïgli di Dio, membri del Corpo mistico di Cristo, cittadini della Chiesa e vostri fratelli. Salutateli, vogliate loro bene e fate che essi sentano, nel vostro plauso, la comunione di spirito che si è stabilita fra loro e voi. Comprendano, inoltre, quanto è vasto il regno della carità e come tocca a noi, umili ministri ed umili figli del Regno di Dio, lavorare perché esso si stabilisca, si estenda, trionfi in mezzo alla umanità intera.

Gesù ha voluto che fosse affidata a Noi la sorte del suo Regno in questa terra. Dobbiamo realmente e con ogni impegno metterci a disposizione di questo pensiero del Signore e di essere tutti fedeli alla nostra Religione, nel ringraziare Dio del grande beneficio che ci ha largito, e nell’essere convinti che ciascuno di noi deve fare qualche cosa per comunicare agli altri il dono celeste. Ciascuno di noi deve essere missionario, ciascuno di noi deve avere il cuore grande quanto il mondo. Ed ora che vedete in questi nuovi nostri fratelli un segno visibile, poiché sono i rappresentanti di questo disegno divino sull’umanità, confermate i propositi di buona, fedele, esemplare vita cristiana; e consegnate a questi neo-cristiani, che ritorneranno alla loro terra, il messaggio di Roma, che vuol essere messaggio di fedeltà forte, serena, fraterna, saldissima a Nostro Signor Gesù Cristo.

Daremo a vostro nome, figliuoli, una piccola croce da appendere al collo di ciascuno di questi neofiti. Così il ricordo di averla ricevuta dalle Nostre mani, e quasi dal vostro cuore, renderà loro più caro questo simbolo e soprattutto confermerà, nei loro cuori, propositi e sentimenti, che certamente in questo momento hanno formulato.

Daremo loro, inoltre, la corona del Rosario, perché possano sempre conservare sentita e profonda devozione alla Madre della Chiesa, alla Madonna; al patrocinio della quale li affidiamo.





INIZIO DELLE SACRE STAZIONI QUARESIMALI

Mercoledì della Ceneri, 3 marzo 1965

A premessa della sua Esortazione, il Santo Padre dichiara che alcune circostanze Egli avrebbe in animo di porre in risalto: il saluto agli alti Dignitari e Religiosi che Lo hanno accolto; la cospicua moltitudine di fedeli, solleciti di ben iniziare la pia pratica delle Stazioni Quaresimali; la imponenza della basilica di S. Sabina; l’amenità dei luoghi che Egli ben conosce, anche per aver soggiornato non molto lontano da questo sacro tempio; le memorie storiche quivi raccolte e degne del più attento interesse.

Nondimeno Egli si limiterà solo ad alcuni pensieri inerenti proprio alla pia manifestazione testé compiuta, come inizio delle Visite stazionali della Quaresima nelle chiese di Roma.

LA NECESSARIA «CONVERSIONE» DI OGNUNO

Ascoltiamo una sola voce, quella che, stamane, nella Santa Messa, la Chiesa ha fatto risonare, come uno squillo di tromba, alle nostre anime, e che Ella stessa trae dalla Sacra Scrittura, dal grande e commosso messaggio di Gioele Profeta. È una voce che sentiremo ripetere ed echeggiare lungo i prossimi giorni di preghiera e di penitenza. La ripetiamo e consegniamo alle nostre anime, come se fosse a ognuno di noi rivolta. Eccola: «Convertimini ad me in toto corde vestro»: convertitevi a me con tutto il vostro cuore.

Parlare di conversione, specialmente ad un’assemblea come quella che ora è davanti al Papa, di persone consacrate al Signore, di anime buone e pie, di spiriti già rivolti a Dio, sembra parola inadeguata e impropria. Grazie al Cielo, siamo già convertiti al Signore. Invece la Chiesa indirizza anche a noi il salutifero invito: ed esso è tanto più efficace appunto perché già lo abbiamo ascoltato e abbiamo cercato di assecondarlo.

Dobbiamo dunque convertirci al Signore. Qui sarebbe necessaria un’analisi previa. Che cosa vuol dire questa parola «conversione», alla quale la nostra mentalità moderna è così poco disposta, fino quasi a cancellarla dal dizionario stesso della vita spirituale? Qual è il vero significato di tale richiamo?

A cominciare da quello etimologico, molto semplice, convertirsi vuol dire cambiare strada, scegliere una direzione, un indirizzo. Ebbene, la Quaresima chiama tutti a rivolgersi a Dio; a tracciare fra noi e il Signore una linea retta, quella completa attenzione che molte volte è distratta dalle cose profane, con le faccende quotidiane, negli affanni della vita. Occorre, invece, che risplenda su tutta questa esperienza così complessa, talvolta confusa e tal altra non del tutto limpida, lo splendore del raggio di immediatezza che ci indica Iddio. E non si tratta solo di muoverci verso di Lui materialmente, fisicamente: sarebbe già gran cosa, perché ciò implica la pratica degli esercizi che a Dio si portano. C’è assai di più. Sappiamo tutti che la parola «conversione» indica un senso di mutamento, di rivolgimento, di metanoia: cioè il rinnovarsi. Ora - ed è ciò che più conta - tale rivolgimento non tocca tanto le cose esteriori, le abitudini, le vicende a cui è legata la nostra esistenza, bensì, invece, la cosa tanto nostra, e tanto poco nostra: il cuore.

C’è non poco da cambiare dentro di noi: è necessario rimodellare la nostra mentalità; avere il coraggio di entrare fin nel segreto della nostra coscienza, dei nostri pensieri, e là operare un cambiamento. Questo, inoltre, deve essere così vivo e sincero da produrre - e siamo ancora al contenuto della parola «conversione» - una novità. Qui sta l’esigenza prima del grande esercizio ascetico e penitenziale della Quaresima. E allora ci chiediamo: che cosa fare per ottenere un tale risultato e come comportarci? La risposta è ovvia: entrare in se stessi, riflettere sulla propria persona, acquisire una nozione chiara di quel che siamo, vogliamo e facciamo; e, a un certo momento, - qui la fase drammatica, ma risolutiva - conterere, rompere qualche cosa di noi, spezzare questo o quell’elemento che magari ci è molto caro ed a cui siamo abituati, sì da non rinunziarvi facilmente. Il termine «conversione» entra in queste profondità e dimostra queste esigenze.


Paolo VI Omelie 1965 - Domenica, 14 febbraio 1965