Paolo VI Udienze 1968





UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 3 gennaio 1968


CONVEGNO DI STUDIO SU TEMA FONDAMENTALE

Diletti Figli e Figlie!

Questa udienza generale è caratterizzata in modo speciale dalla presenza dei Laureati Cattolici partecipanti al loro XXX Congresso Nazionale; e Noi non possiamo non essere felici di accogliere la schiera, così cospicua per numero e per qualità, d’un Movimento, che Ci è molto caro, per averne seguito lo sviluppo fino dalle origini e per averne osservato la perseverante e coerente attività, con cordiale compiacenza ed ammirazione, specialmente a riguardo della fedeltà ai principi informatori, a riguardo della singolare compattezza delle sue file, nonostante la sua eterogenea e mutevole composizione e la scioltezza della sua compagine organizzativa, ed a riguardo infine della sempre vigilante apertura alle questioni vitali della cultura nel rapido e spesso vorticoso corso del pensiero moderno. Un saluto a tutti i dirigenti e a tutti i componenti del Movimento, specialmente all’illustre Presidente, il chiarissimo Professore Gabrio Lombardi, all’Assistente Ecclesiastico Centrale Mons. Emilio Guano e al Vice Assistente Mons. Clemente Ciattaglia, e a quanti con loro condividono la responsabilità e il merito del Movimento stesso; doppiamente lieti di ravvisare fra gli intervenuti volti d’amici del tempo che fu, e volti di nuovi aderenti a cui diamo di cuore il Nostro «benvenuto».

Sarebbe Nostro piacere interloquire con le trattazioni e con le discussioni che qualificano cotesto XXX Congresso, essendo esso impegnato allo studio d’un tema da Noi meditato e in qualche misura illustrato in questo periodo, il tema del «senso cristiano della pace»; ma preferiamo lasciare ai maestri da voi scelti la parola in proposito, senza interferire con la Nostra, già abbastanza, Noi pensiamo, a voi nota circa argomento di tanta importanza e di tanta utilità, riservandoCi di trarre profitto Noi stessi dalle vostre riflessioni, che al solo sguardo dato al programma ed ai nomi degli oratori, pregustiamo come utili e sagge. Abbiate a tale riguardo l’espressione della Nostra compiacenza e della Nostra riconoscenza.


UN DOVERE PARTICOLARMENTE CARO ALLA CHIESA

La vostra visita, cari Laureati Cattolici, alimenta in Noi un altro ordine di pensieri, del tutto diverso, ma a voi non estraneo, e a quanti partecipano a questa Udienza di non difficile e non superflua considerazione. Ordine di pensieri non nuovo, né peregrino, ma anch’esso assai importante, e reso di grande attualità dal recente Concilio e dal recentissime Congresso circa l’apostolato dei Laici. Si, vi diremo semplicemente che questo tema dell’attività del Laicato qualificato in seno alla Chiesa e al duplice vantaggio della Chiesa stessa e della società temporale moderna interessa profondamente il Nostro spirito e Ci persuade essere dovere del Nostro ministero apostolico farne assiduamente oggetto di pensiero e di parola.

Se la Chiesa, nelle discussioni e nei documenti conclusivi del Concilio, ha tanto parlato della definizione e della funzione del Laicato in mezzo al Popolo di Dio, cioè in mezzo alla Chiesa stessa, è segno che su questo tema siamo tutti impegnati a porre particolare attenzione. La Chiesa del Concilio, nei suoi insegnamenti sui Laici, non ha soltanto esposto una dottrina meritevole d’essere posta in migliore luce, non ha soltanto fatto la sintesi delle idee e dei fatti, che, da oltre un secolo, hanno interessato la vita cattolica in ordine al Laicato e vi ha dato conclusioni assai autorevoli e positive, ma ha dimostrato di porre la sua fiducia circa il rinnovamento della coscienza e dell’efficienza della sua missione nel nostro tempo proprio nell’apostolato dei «fedeli Laici», dichiarando apertamente che «le circostanze odierne richiedono assolutamente che il loro apostolato sia più intenso e più esteso» (Ap. actuos., n. 1). Cosa ormai nota, ma non ancora penetrata sufficientemente nella convinzione pratica di molti cristiani.

SVILUPPARE IL MERITORIO CAMMINO

Ora, Ci piace riconoscere, a questo riguardo, che tale principio, che tale canone della vita moderna della Chiesa era già acquisito in Italia, come in altri Paesi, quasi programma non già da discutere, ma da applicare; e possiamo ascrivere a merito vostro, Laureati Cattolici, non meno che di altri movimenti ed altre organizzazioni del campo cattolico, l’avere anticipato i tempi; voi siete il compimento «ante litteram» d’un voto del Concilio, e da codesta fortunata coincidenza della vostra modesta ma sincera formola di presenza e di azione nella comunità ecclesiale con quella amplissima, ma sostanzialmente identica proposta dal Concilio, voi dovete trarre tante confortanti conclusioni, non per invanire la vostra sorte, ma per sentirvi nuovamente e fortemente obbligati a proseguire umilmente e tenacemente nel vostro lavoro in tutte le sue varie esigenze e manifestazioni: da quelle che riguardano la serietà e l’interiorità della vostra professione religiosa, a quelle altre concernenti la passione, non spenta col conseguimento della laurea, ma sempre accesa, come possibile, per lo studio, per la ricerca scientifica, per il progressivo aggiornamento della vostra cultura, per il rigore intellettuale e morale della vostra professione; non che a quelle rivolte alla testimonianza e alla diffusione del pensiero cattolico e alla capacità d’attrazione al senso cristiano della vita in mezzo ai colleghi e agli ambienti tra cui si svolge la vostra attività profana.


AMICI NELLA FEDE, NEL PENSIERO, NELL’AZIONE

Cose note anche queste; notissime a voi che ne fate oggetto di continua riflessione, e - ciò che più conta - di virile osservanza. E non aggiungeremo, fra i tanti pensieri che affiorano alla Nostra mente a questo riguardo, che un’osservazione, a Nostro avviso, preziosa circa il vostro apostolato, confortata anch’essa dagli insegnamenti conciliari ed estensibile, in forme similari, ad altri campi della vita cattolica. Ed è questa: voi siete nella migliore condizione di esercitare l’apostolato nelle sue due forme fondamentali, la forma individuale e la forma collettiva. Ognuno di voi può, e in certo senso deve, essere penetrato dal desiderio della diffusione, per via di esempio, di consiglio, di azione, del senso cristiano, come dicevamo, della vita; ognuno ha un suo modo personale e originale di professare la sua fede e la sua relativa concezione del mondo; ognuno può essere apostolo secondo il suo genio e le sue possibilità, e lo è di fatto se è cosciente ed operante in lui quella particolare tensione diffusiva che è propria dell’apostolato.

E poi insieme, collettivamente, voi potete operare ed operate, cominciando dalla risonanza che la vostra unione non può non avere sull’opinione pubblica, e coltivando quella forma elementare ma fecondissima di ricchezza spirituale ch’è l’amicizia. Siate uniti, siate fra voi amici e già sarete apostoli. Amici veri, diciamo; amici nella fede, amici nel pensiero e nell’azione, amici fedeli, amici della scuola di Igino Righetti e di tanti come lui che ci hanno fatti buoni e forti e felici con la loro amicizia.

Ed è questo il voto che Noi esprimiamo a voi, carissimi amici e figli Nostri, e lo convalidiamo con la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 10 gennaio 1968

Diletti Figli e Figlie!

Un pensiero ricorrente si offre alla breve esortazione con la quale vorremmo dare all’udienza generale un contenuto dottrinale, per quanto familiare e modesto, ma degno di ricordo e di riflessione, ed il pensiero è quello dell’esaltazione che il Concilio ha fatto d’ogni singolo membro della santa Chiesa, d’ogni fedele, donde è risultata la dignità e la missione che competono al cristiano, in quanto tale, e perciò anche al semplice laico. Questa stupenda dottrina merita d’essere capita e meditata; essa porta alle sorgenti del mistero della Chiesa, fa riflettere sulla natura e sulla vocazione del Popolo di Dio, e deve alimentare in profondità la coscienza d’ogni fedele e può dare anche al laico, cioè al semplice cristiano, non rivestito di potestà ecclesiastica, né appartenente allo stato religioso, un senso vivo della sua pienezza spirituale e del suo impegno apostolico rispetto alla comunità ecclesiale (cfr. Prima Romana Synodus, n. 208 e ss.; Lumen Gentium c .

Vorremmo che questi insegnamenti diventassero familiari a ciascuno di voi. Ogni fedele, e, diciamo ora, ogni laico dovrebbe rendersi conto della propria definizione e della propria funzione nel quadro del disegno divino della salvezza (cfr. Rahner, XX siècle, p. 125, ss.). Basti a Noi ora, in questa Nostra elementare conversazione, richiamare alla vostra considerazione una parola, che ha molta fortuna nel discorso spirituale moderno, la parola «testimonianza». È una bella parola, molto densa di significato apparentata con quell’altra, più grave e specifica, che suona «apostolato», di cui la testimonianza sembra essere una forma subalterna, ma assai estesa, che va dalla semplice professione cristiana, silenziosa e passiva, fino al vertice supremo, che si chiama martirio e che significa appunto testimonianza. Questo già dice come il termine, oggi tanto usato, di testimonianza nascosta, anzi manifesti molti aspetti della mentalità cristiana; dei quali aspetti accenniamo solo ad alcuni, tanto per dare tema con questo Nostro colloquio a vostre successive esplorazioni mentali.

Un primo aspetto: che cosa significa testimonianza? Lo dicano i giuristi: è la dichiarazione con cui si attesta che una cosa è vera. Presa in questo senso si può dire che tutto il nostro sapere, (salvo quello che noi stessi abbiamo direttamente scoperto o verificato), riposa sulla testimonianza altrui: così la scienza, così la storia. Nel senso che ora ci interessa la testimonianza è la trasmissione del messaggio cristiano; una trasmissione per via di esempio, per via di parola, per via di opere, per via di vita vissuta, di sacrificio in omaggio alla verità posseduta come valore; valore superiore al proprio stesso benessere e talvolta alla propria stessa incolumità. È una verità professata, con intenzione di comunicarla ad altri. Il che suppone tre cose fondamentali: la convinzione propria, personale dapprima; il che esige, a sua volta, una coscienza istruita e convinta: quale testimonianza cristiana può dare chi non ha sufficiente cognizione di Cristo? Chi non vive della sua parola e della sua grazia? La testimonianza non è una semplice professione esteriore, convenzionale; non è un mestiere abituale; è una voce della propria coscienza, è un frutto di vita interiore, è nel suo caso migliore (assicurato al discepolo fedele) il dono d’una ispirazione, che sorge limpida e imperiosa dal fondo dell’anima (cfr. Mt 10,19). Ed è un atto di maturità e di coraggio, al quale il cristiano dovrebbe essere sempre preparato; ce lo insegna San Pietro: dovete essere «sempre pronti a dar soddisfazione a chiunque vi chieda ragione della speranza, ch’è in voi» (1P 3,15).

La seconda cosa fondamentale, riguardante la testimonianza cristiana, è la funzione ch’essa esercita nell’economia religiosa cristiana: questa economia, cioè questo disegno, questo piano che regge tutto il sistema dei nostri rapporti con Dio e con Cristo, si fonda sulla testimonianza. Una testimonianza a catena, come altra volta dicemmo (cfr. Messaggio per la Giornata Missionaria): Cristo è il primo, grande testimonio, di Dio, Verbo lui stesso di Dio, il maestro, che domanda fede nella sua Persona, nella sua parola, nella sua missione. Poi vengono gli Apostoli, i testimoni oculari e auricolari; ricordate l’incisiva parola dell’evangelista Giovanni: «Vidimus et testamur» (1Jn 1,2), noi abbiamo veduto e lo attestiamo. E S. Agostino, che commenta: «Deus testes habere voluit homines», Dio ha voluto avere uomini per testimoni (In EP ad Parthos, P. L. 35, 1979). L’avere detto Gesù congedandosi dai suoi apostoli: «eritis mihi testes», voi mi sarete testimoni (Ac 1,8).

Le citazioni si potrebbero moltiplicare; e tutte concludono nel mettere in evidenza che il nostro rapporto col fatto cristiano, con la verità rivelata deriva dall’adesione ad una testimonianza, ad un magistero, che arriva alle nostre anime in concomitanza parallela con un’altra testimonianza, invisibile questa e irriducibile ad un linguaggio adeguato ma non senza relazione normalmente a forme precostituite, i sacramenti, quella dello Spirito Santo, «che dà testimonianza al nostro spirito» (Rom. 8, 16), come c’insegna S. Paolo.

E questo c’insegna finalmente una terza cosa: il fine della testimonianza. A che cosa tende; e nella pratica nostra, a che cosa deve tendere: a produrre la fede. Il testimonio è un operatore di fede. Il Concilio ne parla continuamente (cfr. Lumen Gentium LG 10-12 Ad Gentes AGD 21 etc.). La testimonianza cristiana è il servizio alla verità che Cristo ha lasciato al mondo; è la trasmissione di questa eredità di salvezza.

Ora la conclusione, Figli carissimi, è questa: «il Laico - il fedele cristiano - è per essenza un testimonio. Il suo stato è quello della testimonianza» (Guitton). Non è maestro qualificato, non è ministro sacerdotale. È teste di ciò che la Chiesa insegna e che lo Spirito Santo gli fa accettare e in certo modo sperimentare, vivere. Ma quale grande missione quella d’essere testimoni di Cristo! Ciascuno di voi lo può e lo deve essere!

A ciò vi conforta la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 17 gennaio 1968

Diletti Figli e Figlie!

La nostra parola, quest’oggi, si sente obbligata a riferirsi al terremoto, che ha devastato un’ampia zona della Sicilia, facendo centinaia di vittime, migliaia di feriti, decine di migliaia di senza tetto, sconvolgendo la vita d’interi paesi e diffondendo lo spavento, la compassione, il dolore non solo nell’isola, ma nell’intera Nazione italiana. Siamo anche Noi partecipi della pena di tanta sciagura; lo siamo con quanti ne soffrono; lo siamo con tutti coloro che si prodigano a recare soccorso e conforto; lo siamo con tutto il cuore. Il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le calamità del mondo; con tutti, per tutti soffre; e più lo deve per questa cara e povera gente, a Noi geograficamente e spiritualmente vicina! Risuonano nel Nostro spirito le parole dell’Apostolo: «Chi è infermo, che anch’io non lo sia?» (2 Cor. 2Co 11,29).

Ma perché a voi, cari visitatori, diciamo queste cose? Perché voi siete venuti a trovarci per conoscerCi un poco da vicino, per guardarci nel cuore, e per vedere nel Nostro sentimento quello della Chiesa; ebbene, la Chiesa, che così si esprime, dimostra un aspetto fondamentale della sua costituzione, quello che la definisce una «comunione»; una società cioè simile ad un corpo, nel quale - sempre per usare la parola di San Paolo - «se un membro soffre, tutte le membra soffrono con esso» (1 Cor 1Co 12,26). Cosi è la Chiesa, un sodalizio, ove la carità è principio vitale e legge al suo sentire e al suo operare; e a voi non deve dispiacere che verità così grande, così originale e così cristiana vi sia qui ricordata.

E a voi queste cose ancora diciamo per trovare conforto nella presente sventura, osservando come i segni della bontà e della fraternità si sono subito manifestati e moltiplicati intorno a quelle popolazioni infelici, da parte di tutti; dalle Autorità civili per prime, e poi da quanti hanno possibilità di recare qualche aiuto. Ne diamo loro lode Noi stessi, che, pur nell’esiguità dei Nostri mezzi, non abbiamo voluto essere assenti nel compimento d’un dovere, che le proporzioni stesse della disgrazia rendono comune. Questa grande afflizione Ci ha confermato con nuovi segni la sensibilità umana e cristiana d’un popolo, che non mai come nelle ore delle grandi prove dimostra la sua spirituale unità e la sua pronta generosità; e non dubitiamo che anche voi, con la compassione almeno degli animi nobili, vogliate essere solidali nel tributare cordiale sollievo a chi soffre e a chi piange.

E dicendovi queste cose non perderemo infine l’occasione per ricordarvi come l’incomprensibile fatalità di simili catastrofi non deve essere motivo d’interiore ribellione alla concezione d’un ordine buono e sapiente, sovrastante alle sorti della nostra fragile ed effimera vita, ma stimolo piuttosto a sempre bene impiegarla, questa vita, e a scoprire nel dolore stesso una fonte di superiore grandezza e di trascendente redenzione. Per il cristiano tutto può volgere a bene; ed affermando questo misterioso ottimismo, non diventiamo artificiosamente insensibili, o scioccamente stoici davanti alla tragicità di certe angosciose situazioni dell’umana esistenza; ma piuttosto pietosi a comprenderla, questa tragicità, a condividerla, a consolarla. La Croce ci è maestra.

E così, mandando un pensiero affettuoso e una preghiera fraterna alle vittime, morte o vive che siano, del terremoto siciliano, ed a quanti nel mondo intero soffrono e muoiono, metteremo nel cuore qualche buono e grande sentimento cristiano, che Noi, con la Nostra Benedizione Apostolica, vogliamo assecondare e avvalorare.

A un pellegrinaggio di Vietnamiti l’Augusto Pontefice rivolge il seguente speciale saluto:

Nous voudrions maintenant dire un mot de spéciale bienvenue au groupe de pèlerins du Vietnam, de passage à Rome avant de se rendre aux sanctuaires de Lourdes et de Fatima.

Chers fils et filles de l’archidiocèse de Saigon, vous savez combien votre noble patrie est proche de Notre coeur, combien de fois aussi, surtout au moment où Nous avons célébré la venue sur terre du «Prince de la Paix», Nous avons exprimé l’espoir que la paix tant désirée soit enfin rendue à votre pays. C’est en renouvelant cet espoir et en exhortant encore une fois tous ceux qui président aux destinées des parties en conflit de mettre un terme aux horreurs de la guerre, que Nous vous bénissons de grand coeur et étendons cette faveur à tous les vôtres, à vos compatriotes et à toutes les populations éprouvées du Vietnam.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 24 gennaio 1968

Diletti Figli e Figlie!

Anche noi, in questa settimana dedicata alla preghiera e alla riflessione per l’unione dei Cristiani nell’unica Chiesa di Cristo, vi diremo una parola, breve e modesta, su questo problema dell’ecumenismo, che ha preso immense proporzioni negli studi, nelle parole, nell’attività dei Cattolici e degli altri Fratelli. Una parola Nostra, attinta dall’intimità della Nostra personale vita spirituale; una confidenza di padre a figli, quali voi, con codesta presenza alla Nostra udienza settimanale, dimostrate di essere.


L'ECUMENISMO ALIMENTATO DALLA CARITÀ

Vi diremo che questo movimento ecumenico è stato per Noi uno stimolo molto forte e, speriamo, molto benefico alla carità, alla virtù regina di tutto il sistema morale cristiano, alla virtù che compendia la missione pastorale verso tutta la Chiesa e verso tutta l’umanità, secondo il carisma e secondo il mandato, che Cristo a Pietro e quindi anche a Noi, che gli siamo indegni, ma autentici successori, ha affidati. Non si creda che parlare d’un aumento di carità nel cuore del Papa sia altruismo retorico, o sia far torto a quella presunta pienezza di carità, ch’è reclamata dal suo stesso ufficio di «praesidens in caritate», che S. Ignazio d’Antiochia all’inizio del secondo secolo riconobbe alla Chiesa di Roma. Noi abbiamo sempre meditato sul fatto che Cristo abbia non una, ma tre volte domandato a Simon Pietro, nel famoso colloquio dell’ultimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, se lo amava, anzi se lo amava più degli altri discepoli (21, 15, ss.), quasi ad indicare la capacità e la necessità d’un progresso nell’amore, che l’Apostolo prescelto a pascere il gregge del Signore a Lui doveva. Nessuno può mai dire di amare Gesù Cristo abbastanza; e meno di tutti lo può dire chi più di tutti è da Lui invitato, stimolato, con misterioso tormento, ad amarlo.

LA LUNGA VICENDA DI SEPARAZIONI E CONTROVERSIE

Ecco perché crediamo di dar lode al Signore dicendo che è parso a Noi di crescere nella carità studiando e sperimentando qualche po’ l’ecumenismo, quale il recente Concilio ci ha insegnato. È noto a tutti che l’ecumenismo nostro è innanzitutto una questione di carità. Di carità verso quei Fratelli, già insigniti del nome cristiano e già a noi uniti dalla comune rigenerazione mediante uno stesso battesimo e dalla professione di alcune fondamentali verità della fede, ma tuttora distinti e distanti per la mancanza d’identità completa e indispensabile nell’integrità d’una medesima fede e quindi della partecipazione unitaria e perfetta alla comunione dell’unica Chiesa voluta da Cristo.

Le origini di questi distacchi e separazioni, le controversie dottrinali e pratiche che ne derivarono, il timore che una assuefazione alla convivenza e alla conversazione generasse confusione di idee e acquiescenza all’indifferenza religiosa, e tante altre ragioni accrebbero talmente la vigilanza, la diffidenza, la polemica da una parte e dall’altra, ch’era diventata impossibile, se non nel cuore e nel desiderio, certamente nella manifestazione pratica e nello sforzo di conciliazione collettiva, la carità. Le posizioni rispettive dei Cattolici e dei Fratelli separati sono state per lungo tempo vigilate più per difendersi e per distinguersi, che non per avvicinarsi e per ricongiungersi. Mancava la carità.

E mancava anche per la convinzione ch’essa, la carità, non basta a produrre quella completa unione, che deve avere per fondamento una fede eguale e un’adesione concreta alla comunità visibile ed organica, che realizza in pieno il nome di Chiesa di Cristo. Necessaria, non per sé sola sufficiente, la carità per ricomporre l’unione, resta spesso ancora timida ed incerta nelle sue espressioni ecumeniche verso i Fratelli, con cui vorremmo ristabilire sinceri rapporti unitari e completi. Ma necessaria, diciamo, ma primaria, ma essenziale, la carità per avviare sul buon sentiero la soluzione, sempre complessa e difficile, della questione ecumenica nel senso che Noi crediamo unico e doveroso.

Ed ecco perciò che intendiamo fare dell’ecumenismo conciliare un esercizio nuovo, originale e magnanimo di carità. Parola facile; in realtà quale superamento di posizioni interiori acquisite e credute normali, quale umiltà, quale generosità, quale castigo al proprio egoismo, quale rinuncia al proprio prestigio, quale forza d’amore esige tale esercizio! Diciamo questo per Noi; lo diciamo per tutti, pastori e fedeli, che abbiano a cuore l’avvicinamento di questi Fratelli separati, a cui diamo finalmente il titolo di carissimi. Risuonano senza posa all’orecchio interiore le parole di San Paolo: «La carità è longanime, è benigna; la carità non è invidiosa, non agisce di traverso; non si gonfia, non è ambiziosa, non si irrita, non pensa male, ecc.» (1 Cor 1Co 13). Parole belle, ma forti; esigono un rifacimento della nostra psicologia e un rinnovamento della nostra energia morale.


IL SOPRANNATURALE GAUDIO PER I VASTI CAMPI DELL’APOSTOLATO

Ma a questo punto Noi dobbiamo dire che cominciamo a provare il gaudio che la carità porta con sé. Quale gaudio per Noi sollevare lo sguardo sui campi sterminati delle Chiese e sulle Comunità cristiane da noi separate, e poterle oggi più che mai contemplare con amore, col nuovo amore che lo Spirito Santo infonde ora alla umanità credente in Cristo; e poter dire a tutti questi Fratelli che Noi, sì, Noi, il Papa di Roma, li amiamo; cioè li stimiamo, cioè li benediciamo. E quale gaudio vedere che da ogni parte di questi campi, «che già biondeggiano per la messe» (Io. 4, 35), giungono a Noi messaggi di amicizia, di bontà, di speranza, che Ci fanno balzare il cuore di commozione e di riconoscenza!

Carità, carità! Che sia questa la tua ora? O figli carissimi, procuriamo tutti d’essere degni di prepararle le vie. Preghiamo, amiamo, operiamo perché la carità sia nei nostri cuori, e possa operare il prodigio del suo trionfo. Diamo all’ecumenismo cattolico l’attenzione e l’adesione ch’esso si merita; rileggiamo e meditiamo l’ultimo capo del Decreto conciliare sull’Ecumenismo (n. 24) e facciamone nostro programma; e che il Signore tutti ci benedica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 31 gennaio 1968


OGNI CATTOLICO DEVE TESTIMONIARE E DIFFONDERE IL REGNO DI DIO

Diletti Figli e Figlie!

Siamo obbligati a ripeterci; seguiamo però un filo ideale; esso percorre una linea che può sembrare monotona, anche se procede avanti.

Consentite infatti che ancora una volta Noi ritorniamo sopra l’affermazione di principio, canonizzata dal Concilio, secondo la quale ogni cristiano deve essere apostolo; ogni fedele deve essere membro attivo della Chiesa; ogni laico cattolico è investito del diritto-dovere di operare per la testimonianza e per la dilatazione del regno di Dio. Nessuno può oggi contestare questo criterio di vita cristiana. Proprio nel momento storico in cui il sentimento religioso si affievolisce e si spegne in molti strati della popolazione; e la secolarizzazione, il laicismo, la negazione di Dio sembrano essere acquisiti, senza istanza ulteriore e superiore, nella mentalità moderna, la Chiesa non solo si presenta al mondo nella pienezza della sua coscienza religiosa e nel fervore del suo rinnovamento di fede religiosa, di autenticità evangelica, di strutturazione gerarchica e comunitaria, ma esige altresì che ciascuno dei suoi figli le sia unito con una forma piena di nuova fedeltà, quella dell’irradiazione apostolica. Potrebbe sembrare una reazione paradossale, quasi illusoria o temeraria, questa mobilitazione generale alla milizia cristiana, assunta in forma ufficiale dalla Chiesa conciliare; ma la realtà è davvero questa: la Chiesa, per usare l’espressione autorevole del Card. Suenens, scolpita in un suo libro di poco anteriore al Concilio, la Chiesa si è messa «in stato di missione». Così è, per chi interpreta correttamente le profonde esigenze della vita cristiana; così è, per chi osserva l’animazione apostolica che ha percorse le membra della Chiesa da oltre un secolo a questa parte; così è, chi accetta la voce del Concilio, come epilogo della esperienza spirituale e della storia vissuta della Chiesa nel tempo nostro, e come inizio d’un nuovo periodo spirituale e storico del cattolicesimo per il prossimo secolo. Così è, per chi osserva i segni dei tempi e ascolta «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,6).


LE RADICI INTERIORI DELL’APOSTOLATO

Ma a questo punto due domande s’impongono. La prima, a cui ciascuno risponderà nel silenzio della propria coscienza, è questa: quale grado di persuasione personale ha per noi questa dottrina teorico-pratica nella realtà concreta della nostra vita? Cioè: come effettivamente rispondiamo alla vocazione all’apostolato, che oggi la Chiesa intima ad ogni suo figlio, anche ad ogni laico che voglia esserle fedele?

Ed ecco la-seconda domanda: quali sono le radici interiori dell’apostolato? È una domanda antica, ma sempre d’attualità. L’apostolato esige una psicologia, richiede una formazione; non è cosa facile, non è un semplice atteggiamento esteriore, non è un conformismo ad una moda sociale. L’apostolato è interiormente, ancor più che esteriormente, difficile; esso trova un primo e grande ostacolo nella propria timidezza, nella propria inesperienza, nel legittimo «rispetto umano», che inibisce di parlare su ciò che bene non si conosce, o che altri conoscono meglio di noi, e di assumere atteggiamenti innaturali e inopportuni di fronte ad altri, che, invece d’essere edificati e convinti, potrebbero irridere uno zelo inabile o intempestivo.

PRODIGIOSE POSSIBILITÀ PER VIRTÙ DIVINA

Vi è chi, quasi per istinto, si espone al pubblico. L’arte di manifestare le proprie idee è diventata abbastanza comune nell’ambiente sociologico moderno; le vocazioni pubblicistiche oggi si moltiplicano, e diventano professioni delle così dette comunicazioni sociali. Ma, prescindendo dal pericolo che questa facilità al colloquio pubblico diventi mestiere e si ponga al servizio di cause immeritevoli di vera dedizione, e pur tenendo nella dovuta estimazione questa abilità all’espressione, orale o scritta, del pensiero, dobbiamo riconoscere ch’essa non è di tutti; spesso è più un dono naturale, che una virtù acquisita; anche se è sempre vero che «poëta nascitur, orator fit», poeta si nasce e oratore si diventa. Ma la questione che ora ci interessa è proprio questa: come si diventa oratori; e, nel caso nostro, come si diventa apostoli?

Qui la risposta sarebbe molto varia e interessantissima. La storia della Chiesa è piena di bellissime documentazioni circa la metamorfosi di animi inetti, paurosi, refrattari dinanzi alla dinamica dell’apostolato, trasformati poi in operai del Vangelo, coraggiosi, abili, perseveranti, intrepidi. La sorte dei primi Apostoli, quelli chiamati da Gesù, a predicare il suo regno e a diffondere nel mondo la Chiesa, non è una prima, caratteristica documentazione di questa abilitazione all’apostolato? E nell’agiografia cattolica non troviamo molteplice conferma di questa prodigiosa possibilità che, per virtù divina, perfino le pietre diventino capaci di acclamare alla regalità messianica di Cristo? (cfr. Lc 19,40).

Del resto la risposta alla nostra questione: come si diventa apostoli è già data da una vasta letteratura ascetica; basti ricordare la notissima opera del padre Chautard: «L’anima dell’apostolato», ancora attuale nelle sue affermazioni fondamentali, che ci portano a rintracciare le radici interiori dell’apostolato esteriore. L’apostolato è un fenomeno di esuberanza spirituale e personale, che si fa esempio, voce, opera al di fuori dell’ambito soggettivo, per riversarsi nell’ambito esterno e sociale. Non può essere vero apostolo chi non ha una propria, profonda, ardente vita interiore.

Il Concilio lo dice (cfr. AA 4; etc. etc.).


IL PRIMO REQUISITO: AMORE PIENO,VERO, APPASSIONATO A CRISTO

Il discorso si farebbe lungo. Restringiamolo in questi brevissimi punti: per essere apostoli, come oggi la Chiesa vuole che tutti siamo, anche i laici, occorre un amore appassionato a Gesù Cristo, un amore proprio, un amore vero, un amore pieno. L’apostolato è amore che trabocca, che scoppia, che si effonde in testimonianza ed in azione. Come avviene ciò? Per opera, per impulso, per grazia dello Spirito Santo, sgorgante dall’intimità della Parola di Dio, accolta, meditata, vissuta. E finalmente l’apostolato deriva dalla forza arcana del «mandato» della Chiesa.

Per sé, uno non può essere apostolo se non ha, in qualche debita forma, il mandato, obbligante e rassicurante, dell’autorità della Chiesa. Quando queste condizioni si verificano in un’anima, l’apostolato diventa facile e vittorioso. Sono esse le radici da cui esso trae origine e vigore.

A voi le segnaliamo, e già le conoscete; a voi le raccomandiamo, affinché davvero siate tutti, secondo la propria possibilità, apostoli di Cristo, nella Chiesa di Dio, nel mondo moderno, con la Nostra Apostolica Benedizione.

Dando uno speciale saluto alle Religiose di S. Angela Merici, il Santo Padre dice:

Nous sommes heureux de saluer tout d’abord les religieuses des nombreuses congrégations qui se rattachent à Sainte Angèle de Mérici. Nous les félicitons du beau témoignage de collaboration généreuse qu’elles viennent de donner en faveur d’une église paroissiale romaine et Nous souhaitons que leur congrès actuel porte les meilleurs fruits, pour répondre aux appels du Concile.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 7 febbraio 1968


L'APOSTOLATO ESIGENZA SPIRITUALE

Diletti Figli e Figlie!

Una delle luci che il Concilio proietta sulla Chiesa, Noi l’abbiamo già ripetuto, è la vocazione d’ogni figlio fedele della Chiesa stessa a quell’espansione di fede e di vitalità cristiana, a quella effusione della pienezza interiore, che la sua inserzione nel corpo mistico di Cristo porta con sé, a quell’amore del regno di Dio, a quella testimonianza religiosa e morale che oltrepassa la sua singola individualità, a quel bisogno di comunicare ad altri il tesoro di verità e di grazia ch’egli possiede, che, con termine ormai diventato comune, chiamiamo apostolato. Anche il laico, a qualsiasi condizione appartenga, è chiamato a questa coscienza, a questa attività. Bisognerà insistere su questo principio, perché da questo in grande parte scaturisce quel rinnovamento, quel progresso, che il Concilio ha voluto apportare alla Chiesa. L’apostolato non è solo un fatto esteriore, sociologico; è un’esigenza spirituale interiore che trae la sua ragion d’essere dal mistero stesso della Chiesa, a cui il cristiano appartiene. Ma come quest’esigenza si esprime e si realizza? Dicevamo altra volta, sulle tracce del Concilio, in due forme fondamentali: individuale l’una, associativa l’altra (cfr. Apost. actuos., AA 15 ss.).

Invitiamo oggi la vostra attenzione a soffermarsi un istante su questa seconda forma dell’apostolato, quella associativa.

OGNI ATTIVITÀ NATURALE SI SVOLGE IN FORMA ASSOCIATIVA

La quale, enunciata con questa semplice qualificazione, solleva ordinariamente negli animi un senso di diffidenza, di ripulsa, e anche talvolta di noia. Essere associati non è cosa che piaccia a tutti. Molti preferiscono rimanere liberi. Mettersi in fila, o in cerchio, con altri per far dell’apostolato facilmente suscita molestia. Se questo poi si fa, o si subisce per uno scopo ideale, nasce facilmente l’impressione che l’ideale diventa prosaico, perde le ali, diventa formalismo, si intristisce in rapporti obbligati, in forme convenzionali, pedanti e pesanti: crea burocrazie, gerarchie, esteriorità spesso punto gradite. L’apostolato associato sembra una rete ingombrante senza spontaneità, né genialità; diventa talora rivolto più al fatto organizzativo, che ai fini essenziali dell’apostolato stesso. Mira al numero, al potere. Non sembra poi che risponda agli umori del nostro tempo. Così si dice. E svolgendo nel loro spirito queste obiezioni, molti, moltissimi forse, rifuggono dal dare il loro nome, la loro adesione a forme di apostolato, sia religioso, che caritativo, o morale, o sociale, e dicono di preferire il bene, che non fa rumore; ma che, in realtà, non porta né spesa, né disciplina, né impegno, né fastidio.

Questa psicologia presenta aspetti degni di rispetto e di considerazione, sia perché rivendica la legittimità dell’apostolato individuale, e sia perché rifugge dai difetti che l’apostolato collettivo può generare.

Ma siamo sinceri. Non è in forma associativa che ogni attività naturale si svolge e si afferma? «L’uomo - ricorda il Concilio - è per natura sua sociale» (ib., AA 18). Ma ciò che più conta per noi è il fatto che «l’apostolato associato - sempre il Concilio che parla - corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli, e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell’unità della Chiesa in Cristo, il Quale disse: “Dove sono due o tre riuniti nel nome mio, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Perciò i fedeli esercitino il loro apostolato in spirito di unità - continua il Concilio -. Siano apostoli tanto nelle proprie comunità familiari, quanto in quelle parrocchiali e diocesane, che sono già esse stesse espressione dell’indole comunitaria dell’apostolato, e in quelle libere istituzioni nelle quali avranno stabilito di unirsi. L’apostolato associato è di grande importanza anche perché, sia nelle comunità della Chiesa, sia nei vari ambienti, spesso richiede d’essere esercitato con azione comune» (ib. AA 18).


I FELICI RISULTATI D’UNA VERA AMICIZIA

Riteniamo che non occorra dire di più su questo punto, perché tutti in fondo sono convinti che per fare dell’apostolato, non puramente occasionale e privato, bisogna aggregarsi ad altre persone di eguali sentimenti. Ecco perché l’amicizia, intesa come forma di fare del bene, può essere apostolato elettissimo; anche perché l’amicizia si fonda su affinità spirituali spontanee, che procurano diletto e fervore, accendono la fantasia e rendono facili i tentativi dell’apostolato, che forse da sé nessuno oserebbe compiere. L’amicizia, come apostolato, Noi la raccomandiamo come metodo, come allenamento e proprio come interpretazione autentica della carità effusiva e doppiamente benefica, a chi la esercita e a chi ne riceve i benefici (cfr. ib. AA 17).

Quante opere buone sono nate così! Le Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli non hanno avuto, ad esempio, questa origine? E quante famiglie religiose sono sorte dallo sviluppo d’un piccolo nucleo di amici! La Compagnia di Gesù, per citare un insigne esempio storico. E quanti Istituti religiosi e secolari moderni hanno analoga origine! Alcune istituzioni, oggi in grande rinomanza e in grande diffusione, non ripetono la loro nascita da piccoli gruppi iniziali, associati nella carità e nel desiderio di servire la causa di Cristo? La loro virtù associativa ha fatto la loro forza e la loro fortuna, ed ha dato all’apostolato cattolico una sorprendente fecondità. Noi li osserviamo con compiacenza, li incoraggiamo e li benediciamo.

INFALLIBILE GUIDA: IL «SENSO DELLA CHIESA»

La molteplicità di queste istituzioni dice quanta libertà d’iniziativa abbia l’apostolato in seno alla Chiesa, e quale ricchezza di scelta sia offerta al fedele volonteroso, che voglia esercitare l’apostolato in forme di suo gradimento e in compagnia di fratelli a lui affini per qualche speciale ragione, di spirito, di gusto, di lingua, di metodo, di personale conoscenza, di esperienza. Questo particolarismo preferenziale porta con sé un pluralismo8 di forme associative, che la Chiesa permette e protegge (cfr. ib. AA 19), non deve tuttavia tradursi in egoismo spirituale, o in orgogliosa emulazione d’un gruppo nel confronto con gli altri gruppi, o con la generalità dei fedeli, ma deve essere illuminato e guidato dal «senso della Chiesa», dallo spirito di amore verso tutti i fratelli, dal dovere dell’unità gerarchica e comunitaria, propria della Chiesa cattolica. La tentazione del suddividere la compagine ecclesiale in partiti, in cenacoli chiusi, in gruppi antagonisti, in sodalizi segreti, in porzioni staccate, è antica quanto il cristianesimo, che sempre è minacciato di alterazione e perfino di dimenticanza e di degenerazione del suo fatto costitutivo: l’associazione cioè nella medesima fede e nella medesima carità. San Paolo non lo scriveva forse ai Corinti fino dai primi anni della Chiesa nascente (anno 57)? «Io vi esorto, fratelli, per il nome del Signor nostro Gesù Cristo... che non siano tra di voi divisioni, ma siate tutti uniti nello stesso modo di pensare e nello stesso sentimento... Ciascuno di voi dice: io sono di Paolo; io sono di Apollo; e io sono di Cefa; ed io - conclude San Paolo - io sono di Cristo» (1Co 1,10-12).

E questo a voi ricordando tutti di cuore vi benediciamo.



Paolo VI Udienze 1968