Paolo VI Udienze 1968 - PROSEGUE IL LAVORO INTELLIGENTE E FERVOROSO




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 3 aprile 1968


IL FONDAMENTO DI IMPAREGGIABILE SICUREZZA

Diletti Figli e Figlie!

E fra tutti: a voi, cari Studenti che oggi avete i primi posti in questa grande Udienza, si rivolge il Nostro pensiero, che sarebbe carico di troppe cose da dirvi, e si dirige la Nostra parola, che invece vuol essere semplice e breve, ma importante in ordine alla vostra formazione mentale, come a quella d’ogni altro Nostro ascoltatore.

Vi faremo una domanda: avete compreso il significato del nome simbolico di Pietro, dato da Gesù al suo principale discepolo, Simone figlio di Giona: «Io ti dico che ti chiamerai Pietro, e su questa pietra Io costruirò la mia Chiesa» (Mt 16,18), la società cioè di coloro che credono in me e sono raccolti nel mio nome intorno, anzi fondati sopra di te? È chiaro il concetto che Gesù voleva esprimere, anche se, a bene osservare, esso è tanto complesso e profondo; il concetto cioè della solidità, della fissità, della permanenza, diciamo pure della immobilità. Gesù, dando a Simone figlio di Giona - un uomo buono, ma, da quanto di lui conosciamo, un uomo entusiasta e mutevole, generoso e timido, - il titolo, anzi il dono, il carisma della forza, della durezza, della capacità di resistere e di sostenere, com’è appunto la natura d’una pietra, d’un sasso, d’una roccia, associava il messaggio della sua parola alla virtù nuova e prodigiosa di questo apostolo, che doveva avere la funzione, lui e chi gli sarebbe legittimamente succeduto, di testimoniare con impareggiabile sicurezza quello stesso messaggio, che con termine comprensivo chiamiamo Vangelo.


LA VOLUBILE INSTABILITÀ DELLA CULTURA MODERNA

Pensateci bene. Noi ci troviamo ora sulla tomba di Simone diventato Pietro. Noi ricordiamo e sperimentiamo la verità della parola fondatrice di Gesù: qui quella pietra (immagine anche essa e derivazione di quell’altra pietra, la pietra d’angolo, centro, base, forza di tutto il cristianesimo, ch’è Cristo stesso), quella pietra, diciamo, è ancora ferma, solida, sicura. È un prodigio storico, psicologico, teologico meraviglioso. È una prova, che potremmo dire sperimentale, di un’altra parola profetica e solenne di Gesù: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35). E questo fatto singolare riveste una particolare importanza proprio per voi, carissimi Figli, che come Studenti, e voi tutti come studiosi, sotto l’aspetto pedagogico e ideologico, siete cercatori della verità. Che cosa è lo studio se non una ricerca di tante, belle e meravigliose verità? Ma che cosa vi dice, a questo proposito, la mentalità moderna, non esclusa quella scientifica? Vi dice che la verità non è immobile, non è definitiva, non è sicura; tanto che oggi si definisce la scuola piuttosto come una ricerca di verità, che non come possesso e conquista di verità. Infatti: tutto cambia, tutto progredisce, tutto si trasforma; il pensiero umano è caratterizzato dal suo movimento, dal suo procedimento storico, dal così detto storicismo, eretto a sistema fino a fare del tempo il generatore e il divoratore delle verità che la scuola viene, man mano, insegnando; la «cronolatria» domina la cultura, con questo risultato, che nulla più è certo, nulla stabile, nulla degno d’essere accettato e creduto come valore al quale si possa confidare la guida e il senso della vita.

LIMPIDO E GENUINO SIA L'INSEGNAMENTO RELIGIOSO

Questo fenomeno invade anche il campo religioso, che molti vorrebbero sottoporre ad una revisione radicale, tentando di spogliarlo di quei dogmi, cioè di quegli insegnamenti, che sembrano antiquati e sorpassati dal progresso scientifico, e che sono incomprensibili al pensiero moderno. Nel tentativo di dare alla religione cattolica un’espressione più conforme al linguaggio odierno e alla mentalità corrente, cioè di «aggiornare» l’insegnamento religioso, spesso, purtroppo, se ne sovverte l’intima realtà, e si cerca di renderlo «comprensibile» cambiandone dapprima le formole di cui la Chiesa-maestra lo ha rivestito e quasi sigillato per fargli varcare i secoli conservandone gelosamente l’identità, e alterando poi il contenuto stesso della dottrina tradizionale, sottoponendola alla legge dominante dello storicismo trasformatore. La parola di Cristo così non è più la Verità, che non muta e che rimane sempre identica e pari a se stessa, sempre viva, sempre luminosa, sempre feconda, anche se spesso superiore alla nostra comprensione razionale; ma si riduce ad una verità parziale, come le altre, che la mente misura e modella nei propri confini pronta, nella successiva generazione, a darle un’altra espressione, secondo un libero esame, che la spoglia d’ogni obiettiva e trascendente autorità.

IL CONCILIO CI RIPRESENTA LA VOCE INFALLIBILE DI GESÙ NEL SUCCESSORE DI PIETRO

Si dirà che il Concilio ha iniziato e autorizzato un tale trattamento dell’insegnamento tradizionale. Nulla di più falso, se vogliamo rimetterci alla parola magistrale di quel Papa Giovanni, Nostro venerato Predecessore, e inventore, se così è lecito esprimerci, di quell’«aggiornamento», in nome del quale non pochi osano infliggere al dogma cattolico pericolose, e talora spericolate, interpretazioni e deformazioni. Papa Giovanni ebbe a proclamare, nel famoso discorso d’apertura del secondo Concilio Ecumenico Vaticano, che il Concilio stesso doveva riaffermare tutta la dottrina cattolica «nulla parte inde detracta», senza detrarne alcuna sua parte, anche se doveva essere cercato il modo migliore e più confacente alla maturità degli studi moderni di darle espressione nuova più adeguata e più profonda (cfr. A.A.S. 1963, 791-792). Così che la fedeltà al Concilio ci esorta da un lato ad uno studio nuovo e sagace delle verità della fede, dall’altro ci riporta a quella univoca, perenne, consolatrice testimonianza di Pietro, che Gesù volle sua voce infallibile nel seno stesso della sua Chiesa, a garanzia della stabilità della fede e quasi a sfida della abilità arbitraria e consumatrice del tempo.

Perciò, carissimi Figli e Figlie, che venite a deporre sulla tomba dell’infrangibile pietra l’atto fidente e filiale della vostra adesione alla vera fede cattolica, sentite, al tempo stesso, la forza che emana dalla sua stabilità e che sostiene, anche per il nostro secolo, la vitalità sempre feconda e gioconda della Parola di Cristo. E affinché a voi tutti non manchi questa stupenda duplice spirituale esperienza, vi diamo di cuore la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì Santo, 10 aprile 1968


«CIASCUNO DI NOI DEVE MORIRE E RISUSCITARE CON CRISTO»

Diletti Figli e Figlie,

Tutti vi salutiamo e tutti vi consideriamo con Noi partecipi alla celebrazione dei sacri riti, che dànno a questi giorni il nome di «settimana santa». È una celebrazione che Noi stimiamo molto importante. Essa rinnova non solo il ricordo della morte e della risurrezione del Signore, ma l’efficacia altresì dell’opera redentrice di Cristo. Essa attualizza nei suoi termini più genuini il mistero pasquale; lo rispecchia nei suoi riti, lo riproduce nella sua divina virtù, lo rende accessibile ai fedeli, che degli esempi e della grazia di Cristo vogliono vivere; essa segna nel corso del tempo il momento più pieno della presenza di Cristo fra noi, e nel corso dell’anno l’ora centrale a cui tende e da cui parte tutta l’attività liturgica della Chiesa. Essa riguarda Cristo, morto e risuscitato; ma riguarda anche ciascuno di noi, perché ciascuno di noi deve morire e risuscitare con Cristo. Per noi Cristo ha compiuto il dramma della Redenzione; con noi Egli lo vuole rivivere. Non lasciamo passare la Pasqua senza entrare nel quadro delle sue realtà e delle sue esigenze.

Noi sappiamo benissimo che molti di voi sono a Roma in questi giorni come visitatori, come turisti, venuti all’eterna Città per ammirarne le memorie ed i monumenti, per fare un’escursione primaverile e godere un po’ di cielo sereno e di tepido sole; ma vogliamo credere che nessuno di voi tralascerà di dare alla Settimana santa qualche pensiero, e, se possibile, qualche atto di presenza alle grandi cerimonie religiose delle chiese romane. E come voi, viaggiatori, camminate con la guida in mano per subito tutto vedere e valutare, Noi vorremmo indicarvi alcuni aspetti di tali cerimonie, molto semplicemente e sommariamente, alle quali vi esortiamo di partecipare, affinché più rapida e più fruttuosa ne sia la comprensione e l’assistenza.


RIEVOCARE LA PASSIONE E IL SACRIFICIO DEL SIGNORE

Il primo aspetto è quello che potremmo dire storico; cioè il carattere di memoria che queste cerimonie rivestono. Esse si riferiscono agli ultimi giorni della vita temporale di Gesù, tutti lo sanno. Ma la rievocazione che ne fa la Chiesa merita che la nostra memoria sia risvegliata, sia precisa, sia impegnata. Non per nulla il racconto della Passione è ripetuto quattro volte, quanti sono gli evangelisti, durante la Settimana; e gli ultimi tre giorni sono caratterizzati dal fatto principale che li domina: il Giovedì Santo dalla Cena pasquale, che diventa Cena eucaristica; il Venerdì Santo, dal processo e dalla crocifissione e dalla morte del Signore; il Sabato Santo, dal ricordo della sua sepoltura, per arrivare alla notte della risurrezione pasquale. Il solo quadro di questi avvenimenti è avvincente; e non è difficile proporlo alla nostra prima contemplazione, anche se essa è solo descrittiva.

LA RIVELAZIONE PIÙ PROFONDA ED ESATTA DEL FIGLIO DI DIO

La seconda contemplazione riguarda le persone del dramma, dramatis personae; ognuna diventa tipica e rappresentativa; l’azione, in cui ogni personaggio della Passione e della vicenda pasquale si trova impegnato, risalta in modo impressionante, l’umanità si rivela nelle sue facce più interessanti, e sigilla in tali profili la psicologia eterna dell’uomo, senza forse la maestà e la sottigliezza, spesso artificiosa, delle scene celebri del teatro classico e delle virtuosità delle rappresentazioni cinematografiche moderne, ma con tale incomparabile sincerità e naturalezza, che si è tentati di ripetere: ecco l’uomo! Questa esclamazione fu detta da Pilato e riferita a Gesù: ecco l’uomo! E se su di Lui si ferma la nostra considerazione, quale stupore, quale fascino, quale turbamento, quale amore invadono gli animi attenti e fedeli! La Passione di Cristo è la più profonda ed esatta rivelazione di Lui. Lo si avverte, ad esempio, dalle parole di Pietro, che si rifiuta all’umiltà di Gesù, chino davanti a Lui per lavargli i piedi: «Tu a me?» (Io. 13, 6). Quel Tu! Così, a tragedia finita, la voce del Centurione, che confessa: «Questi era veramente il Figlio di Dio!» (Mt 27,54). Ma soprattutto la duplice testimonianza di Gesù stesso, che afferma essere Lui il Cristo Figlio di Dio (Mt 26,64) durante il processo religioso; ed essere il Re della storia messianica, durante il processo civile (Io. 18, 37), e che per tali testimonianze sarà crocifisso. I fedeli, i santi tentano spingere l’esplorazione nel fondo della psicologia di Cristo, e non sanno più uscirne se non ebbri di meraviglia e di amore.

E la contemplazione si fa più ampia, più profonda; cosmica e teologica, quando cerca le ragioni del dramma divino; le letture specialmente della Veglia del Sabato santo ci introducono in questo misterioso padiglione, dove il peccato umano, la giustizia e la misericordia divina s’incontrano, dove la morte e la vita duello conflixere mirando (Seq. Pasquale), e dove la vittoria di Cristo risorto si presenta come fonte della nostra salvezza e paradigma della vita cristiana.


LUMINOSA GUIDA NELLA LITURGIA

Ancora un passo deve fare la nostra contemplazione, ed è quello dell’esperienza emotiva, drammatica ed amorosa di questa storia, di questa celebrazione. Troveremo, ad esempio, nei magnifici responsori dell’officiatura al mattutino dei tre grandi giorni precedenti alla Pasqua, le grida più alte e più cupe, più forti e più tenere, più violente e più dolci che l’anima della Chiesa abbia saputo esprimere al ricordo rivissuto del mistero pasquale. Cioè anche la sinfonia dei sentimenti è non solo consentita durante questa potente celebrazione, ma è invitata ad aggiungere alla visione del dramma pasquale le sue note più alte e più commosse, donde la liturgia della Settimana santa attinge voci di suprema bellezza.

Troppo vi sarebbe da dire, è chiaro. Ma vi basti ora sapere che il grande cuore della Chiesa, e con esso l’umile cuore del Papa, vibra con viva coscienza e con impetuosa commozione per la celebrazione del mistero pasquale, e invita i vostri cuori a palpitare con lei. A ciò vi esorta e v’incoraggia la Nostra Benedizione Apostolica.

Saluto ed augurio a speciali gruppi

Chers Fils et Filles de langue française,

A tous et à toutes Nous souhaitons la bienvenue en cette basilique, érigée en l’honneur du Prince des Apôtres, celui qui après avoir prêché la bonne nouvelle de l’Evangile, a donné sa vie en témoignage de Jésus-Christ, le Sauveur des hommes. En vous exhortant à renouveler, en cette Année de la Foi, votre adhésion filiale à ce que l’Eglise catholique croit et enseigne, Nous vous souhaitons une sainte et joyeuse fête de Pâques.

Et maintenant Nous désirons adresser un mot particulier à divers groupes spéciaux présents à cette audience.

D’abord à vous, jeunes universitaires provenant de plusieurs pays d’Europe et réunis sous l’égide de l’«Institut de la Coopération Universitaire» pour étudier ensemble ce que les jeunes d’aujourd’hui attendent de l’Université de demain. Le Concile a donné à ce propos des principes et des lignes de conduite fort opportuns et judicieux et Nous-même, soit personnellement soit par I’entremise de Nos collaborateurs immédiats, avons eu l’occasion à plusieurs reprises, et encore récemment, de les préciser. Nous avons confiance que vous voudrez vous y tenir et trouver là une voie sûre dans votre recherche, pour surmonter la crise actuelle et participer activement à la construction d’un monde plus juste, plus humain et plus fraternel.

C’est à vous ensuite, chères Filles qui participez ces jours-ci à Rome aux «Jeux internationaux» organisés par la «Fédération internationale sportive de l’Enseignement catholique», que Nous adressons la bienvenue. Le sport, Nous-même à la suite de Nos Prédécesseurs avons eu mainte occasion de le souligner, permet non seulement d’accroître les capacités physiques et athlétiques de ceux et celles qui le pratiquent, mais contribue encore à leur formation totale, en leur donnant le sens de l’équipe et en les ouvrant aux beautés et aux merveilles de la Création, de l’amitié humaine, de la collaboration franche et saine dans tous les secteurs de la vie.

Et maintenant c’est à vous, lycéennes et collégiennes du diocèse de Strasbourg, accompagnées de vos professeurs et de vos aumôniers, que va Notre salut affectueux et paternel. Puissiez-vous, à l’occasion de votre pèlerinage, découvrir davantage le sens de l’Eglise, de son unité comme de sa catholicité, la mission particulière que le Seigneur lui a confiée, sous la conduite de celui qui est l’humble Successeur de Pierre, pour les hommes de notre temps.

Après Strasbourg, c’est Paris et toute la France que Nous voudrions saluer en la personne des enfants venus à Rome avec le pèlerinage organisé par l’«Enfance missionnaire». A vous chers enfants, et à ceux qui vous accompagnent, Nous voulons exprimer Notre satisfaction pour tout ce que vous avez réalisé en faveur des Missions. Continuez à vous sentir pleinement d’Eglise, en union étroite avec les missionnaires, en apprenant à mieux les connaître, à leur venir en aide matériellement et spirituellement, à ouvrir ainsi vos coeurs et vos esprits à tous vos frères du vaste monde, sans distinction de race ni de couleur.

En dernier lieu Nous saluons le pèlerinage organisé par l’OEuvre belge «Lumière et Charité pour les aveugles». Au sein de cette OEuvre, Nous a-t-on dit, règne la plus parfaite collaboration et un esprit de compréhension mutuelle, malgré la diversité d’origine ethnique et linguistique de ses membres. Chers aveugles, vous le savez, votre cécité ne doit pas vous empêcher d’être pour ceux qui vous entourent et vous côtoient - et dont beaucoup hélas sont aveuglés dans leur coeur et dans leur âme - des témoins de la lumière et de la charité qui nous viennent du Christ, joyeuse clarté du Père et illuminant tout homme venant en ce monde.

A tous et à chacun, chers Fils et Filles, Nous donnerons au terme de cette rencontre, en témoignage de Notre affection paternelle, Notre Bénédiction Apostolique.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 17 aprile 1968


ALLELUIA! ATTO DI FEDE E DI VITTORIA

Diletti Figli e Figlie,

Noi vi saluteremo con l’esclamazione caratteristica della liturgia pasquale: Alleluia! che vuol dire: lode a Dio! È un grido religioso, che ci viene da un antichissimo uso ebraico, registrato nella Sacra Scrittura, e diventato abituale nel linguaggio liturgico della Chiesa per esprimere la gioia di lodare il Signore, specialmente nel tempo pasquale. È diventato una acclamazione di giubilo, che più intende esprimere un vivace sentimento di letizia, che una parola avente un senso determinato (cfr. S. Agost., In PS 99, P.L. 37, 1272); come dicessimo, in linguaggio moderno: evviva! hurrah! hoch!

Ma per noi questo Alleluia! conserva il suo duplice significato originario: di lode e di gioia, l’una e l’altra riferita al Signore ed erompente dall’anima piena, ad un tempo, di entusiasmo religioso e di gaudio spirituale. E Noi, accogliendo oggi la vostra visita, facciamo Nostra l’esultanza commossa della Chiesa, e vi salutiamo con la sua piissima voce: Alleluia! alleluia! E ciò facciamo con una duplice intenzione. La prima, di mettervi tutti in comunione di spirito con l’anima della Chiesa, inebriata dalla celebrazione del mistero pasquale. Possiamo dimenticare questo avvenimento, che fa a noi ricordare e in noi rivivere la risurrezione di Cristo? la sua vittoria sulla morte? la sua promessa, già in via d’iniziazione mediante la virtù e il significato sacramentale del battesimo, che anche noi un giorno risorgeremo? possiamo dimenticare che sul fatto prodigioso, reale e soprannaturale insieme, della risurrezione di Nostro Signore, si fonda la nostra fede, la nostra certezza che Gesù è il Salvatore del mondo, il nostro impegno a fare della nostra vita una testimonianza, che appunto cristiana si chiama? Non possiamo dimenticare. Anzi dobbiamo ricordare, celebrare, inneggiare, perché Cristo è risorto, e perché dalla sua risurrezione è scaturita la Chiesa, a cui lo Spirito Santo conferirà i carismi vivificanti di Cristo, da diffondere nella umanità, altrettanto avida di vivere, di sopravvivere, quanto consapevole della sua mortalità e cieca sul suo destino ultraterreno. E tutto questo diciamo con un’acclamazione convenzionale: Alleluia! atto di fede, di fiducia, di gaudio, di vittoria, che in sé riassume una somma di verità, di pensieri, di sentimenti.


LA SALVEZZA MERITATACI DAL RISORTO GARANZIA DI FELICITÀ

L’altra intenzione, che mette per voi sulle Nostre labbra l’Alleluia pasquale, è quella di ricordarvi che la vita cristiana non può essere senza gioia. Se lo svolgimento della vita cristiana comprende altre note, altre lezioni che quella della gioia (comprende la croce, la rinuncia, la mortificazione, il pentimento, il dolore, il sacrificio, ecc.), non è però mai priva d’un conforto, d’una consolazione profonda, d’un gaudio, che non dovrebbero mai mancare, e non mancano mai quando le nostre anime sono in grazia di Dio. Quando Dio è con noi possiamo forse essere del tutto tristi? possiamo essere amari e disperati? No: la gioia di Dio dev’essere sempre, almeno in fondo, una prerogativa dell’anima cristiana.

Uno scrittore cattolico moderno osserva: «Ho conosciuto giovani di famiglie cristiane molto ferventi, che dicevano ai loro genitori: “è duro essere cattolici!”, e la risposta era: “oh, sì! è duro! privazioni dappertutto! è una religione triste!”». Ci si ricorda la famosa apostrofe di Nietzsche, che rimproverava ai cristiani di pretendere d’essere dei «salvati, e di averne così poco il comportamento» (J. Leclercq, Croire en J. C., p. 21).

Sì, noi cristiani dovremmo sentirci non più infelici degli altri, perché abbiamo accettato di portare il giogo di Cristo: quel giogo, ch’Egli porta con noi e che perciò Egli definisce: «soave e leggero» (Mt 11,30); ma più felici, appunto perché abbiamo motivi splendidi e sicuri per esserlo. La salvezza, che Cristo ci ha meritato, e con essa la luce sui più ardui problemi della nostra esistenza, ci autorizza a guardare ogni cosa con ottimismo.


ATTINGERE SERENA SUPERIORITÀ SPIRITUALE DALLA GIOIA DI CRISTO

Noi siamo in migliori condizioni degli altri, privi della luce evangelica, per guardare il panorama del mondo e della vita con gioioso stupore e per godere di quanto l’esistenza ci riserva, anche delle prove di cui essa abbonda, con riconoscente e sapiente serenità. Il cristiano è fortunato. Il cristiano sa trovare le ragioni della bontà di Dio in ogni avvenimento, in ogni quadro della storia e dell’esperienza; ed egli sa che «tutte le cose si risolvono in bene per coloro che vivono della benevolenza di Dio» (cfr. Rm 8,28). Il cristiano deve dare sempre una testimonianza di superiore sicurezza, che lasci altri intravedere donde egli attinge tale serena superiorità spirituale: dalla gioia di Cristo.

Oggi questo atteggiamento di lieto vigore dell’animo si va fortunatamente diffondendo fra i cristiani moderni; essi sono più disinvolti e più allegri d’un tempo; e sta bene. Ma così sia ad una condizione che li preservi dal decadere in un naturalismo gaudente, subito facile a diventare pagano e illusorio; e la condizione si è che bisogna derivare dalla fede, e non tanto da fortunate contingenze del benessere temporale, la propria gioia interiore e la propria esteriore serenità. Cristo è la nostra felicità. Ripetiamo a suo onore e a nostro conforto: Alleluia!

Con la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Giovedì, 25 aprile 1968


CATTOLICI TUTTI UNITI DALLA MEDESIMA FEDE E DALLA MEDESIMA CARITÀ

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita Ci riempie di gaudio e di speranza. Possiamo far Nostre le parole, che servono di titolo alla celebre Costituzione conciliare: Gaudium et spes. Di gaudio, perché vi vediamo così numerosi: oggi la basilica di San Pietro non basta a contenere i Nostri visitatori, così che siamo obbligati a suddividerli in tre Udienze distinte; questa affluenza è per Noi motivo di gioia; vediamo in essa quasi un riflesso biblico: «Tutti costoro si sono raccolti d’intorno a te, Gerusalemme . . . . i tuoi figli verranno da lontano e le tue figlie sorgeranno da ogni lato. Allora guarderai, e per l’affluire della gente resterà meravigliato e si allargherà il tuo cuore . . .» (Is 60,4-5). E qualche cosa che supera il fenomeno turistico è evidente in questa concentrazione non facile, non comoda, che nulla vi offre, se non la grata consapevolezza d’essere qui, cioè al centro non solo geografico della Chiesa, ma al punto canonico, storico e visibile, spirituale e mistico della sua prodigiosa e commovente unità; qui dove è la tomba dell’Apostolo, che Cristo pose a fondamento della sua misteriosa costruzione, la Chiesa; qui dove è così bello incontrarsi con gente d’ogni paese, e sapersi tutti fratelli, tutti fedeli, tutti uniti dalla medesima fede e dalla medesima carità, cioè tutti cattolici. E questa scena non è casuale, non è comandata, ma da voi spontaneamente voluta, e non già per dare o vedere spettacolo, ma per pregare, per avere una parola e una benedizione da Noi, che non mai come in questa e altre simili circostanze sentiamo la pochezza della Nostra umana persona e la grandezza della Nostra qualifica di Vicario di Cristo.

DARE ALLA CHIESA UN ATTESTATO DI FILIALE ADESIONE

Gaudio perciò, gaudio grande Ci procurate; e non mai stanchi di ammirare la visione dei Nostri pellegrini e dei Nostri visitatori, rendiamo grazie al Signore con le parole di Davide: «Il popolo ch’è qui io l’ho visto con grande gioia offrire a Te i suoi doni» (1 Par. 29, 17): i doni della sua fede e della sua pietà.

E col gaudio la speranza: la speranza che codesta presenza valga molte cose per la causa del regno di Dio, cioè quella di Cristo, della sua Chiesa e delle vostre stesse persone. Vi diremo una parola che deve farvi pensare: abbiamo bisogno di voi ! Siete certo qua venuti per fare atto di fede, per dare alla Chiesa un attestato della vostra filiale adesione, per confermare i vostri propositi di vita cristiana. Ebbene, di codesti doni spirituali Noi abbiamo bisogno. Della vostra risvegliata coscienza cattolica, della vostra fedeltà alla santa Chiesa di Dio. Questo sembra ovvio, e già scontato dalla devozione religiosa e dalla sincerità di sentimenti che qua vi conduce; ed è questa la Nostra speranza a vostro riguardo.

Perché, voi sapete, l’ora storica e spirituale, che la Chiesa sta attraversando, specialmente in alcuni Paesi, non è serena; e ciò è per i Pastori della Chiesa e per Noi motivo di viva apprensione e talora di grande amarezza. E ciò non solo perché tutto il mondo moderno va staccandosi dal senso di Dio, tutto preso com’è dalla ricchezza delle sue conquiste nel campo scientifico e tecnico; non già che queste esigano «la morte di Dio», come qualcuno ha detto con infelice espressione; esigano cioè una mentalità atea e lontana da ogni religione; tali progressi caratteristici del mondo moderno esigerebbero piuttosto un più alto, più penetrante, più adorante senso di Dio, una religione più pura e più viva, sui fastigi del sapere umano; non solo, diciamo, per questa pratica apostasia religiosa tanto diffusa, ma anche e, per rapporto alla sensibilità di chi ha responsabilità nella Chiesa, specialmente per l’inquietudine che turba alcuni settori dello stesso mondo cattolico.


AGGIORNAMENTO E RINNOVAMENTO, NON EVERSIONE

Non è cosa ignota. Dopo il Concilio la Chiesa ha goduto, e sta tuttora godendo, d’un grande e magnifico risveglio, che a Noi per primi piace riconoscere e favorire; ma la Chiesa ha anche sofferto e soffre ancora per un turbine di idee e di fatti, che non sono certo secondo lo Spirito buono e non promettono quel rinnovamento vitale, che il Concilio ha promesso e promosso. Un’idea a doppio effetto si è fatta strada anche in certi ambienti cattolici: l’idea del cambiamento, che ha preso il posto per alcuni dell’idea dell’aggiornamento, presagito da Papa Giovanni di venerata memoria, attribuendo così, contro l’evidenza e contro la giustizia, a quel fedelissimo Pastore della Chiesa criteri non più innovatori, ma talvolta perfino eversivi dell’insegnamento e della disciplina della Chiesa stessa.

Vi sono molte cose che possono essere corrette e modificate nella vita cattolica, molte dottrine che possono essere approfondite, integrate ed esposte in termini meglio comprensibili, molte norme che possono essere semplificate e meglio adattate ai bisogni del nostro tempo; ma due cose specialmente non possono essere messe in discussione: le verità della fede, autorevolmente sancite dalla tradizione e dal magistero ecclesiastico, e le leggi costituzionali della Chiesa, con la conseguente obbedienza al ministero di governo pastorale, che Cristo ha stabilito e che la saggezza della Chiesa ha sviluppato ed esteso nelle varie membra del corpo mistico e visibile della Chiesa medesima, a guida ed a conforto della multiforme compagine del Popolo di Dio. Perciò: rinnovamento, sì; cambiamento arbitrario, no. Storia sempre viva e nuova della Chiesa, sì; storicismo dissolvitore dell’impegno dogmatico tradizionale, no; integrazione teologica secondo gli insegnamenti del Concilio, sì; teologia conforme a libere teorie soggettive, spesso mutuate a fonti avversarie, no; Chiesa aperta alla carità ecumenica, al dialogo responsabile, e al riconoscimento dei valori cristiani presso i fratelli separati, si; irenismo rinunciatario alle verità della fede, ovvero proclive ad uniformarsi a certi principii negativi, che hanno favorito il distacco di tanti fratelli cristiani dal centro dell’unità della comunione cattolica, no; libertà religiosa per tutti nell’ambito della società civile, sì, come pure libertà di adesione personale alla religione secondo la scelta meditata della propria coscienza, sì; libertà di coscienza, come criterio di verità religiosa, non suffragata dalla autenticità d’un insegnamento serio e autorizzato, no; e così via.

IL PAPA CHIEDE DISCERNIMENTO E FEDELTÀ

Perciò, figli carissimi, la Chiesa ha bisogno oggi del vostro discernimento e della vostra fedeltà. Ed è questa la speranza, che Ci porta, con grande Nostra consolazione, la vostra visita. La Chiesa ha bisogno della lucidità di spirito dei suoi figli; ha bisogno della loro amorosa e ferma fedeltà. Ci portate voi, carissimi, questa chiarezza di idee in ordine al rinnovamento della vita della Chiesa? Ci portate il grande, il prezioso, il carissimo dono della vostra fedeltà? Noi lo speriamo paternamente.

E perciò, con l’animo pieno di gaudio e di speranza, tutti di grande cuore vi benediciamo.



Mercoledì, 8 maggio 1968

PER ONORARE IL «MYSTERIUM FIDEI» E PER L'EFFICIENZA GERARCHICA E COMUNITARIA NELL'AMERICA LATINA

Diletti Figli e Figlie!

Quest'oggi avremo per tema del settimanale discorso ai Nostri visitatori l’annuncio d’un Nostro viaggio che, a Dio piacendo, Ci porterà a Bogotà, in Colombia, nel prossimo agosto, per assistere alla conclusione del Congresso Eucaristico internazionale, che sarà colà celebrato e sarà presieduto, com’è stato già pubblicato, dal Nostro Legato «a latere», il Cardinale Lercaro; e per aprire subito dopo la Conferenza generale dei Vescovi dell’America Latina. Un viaggio, come ormai è Nostro costume, molto rapido, in aereo, e molto breve, di due o tre giorni. Si tratta di due grandi avvenimenti, propri della vita della Chiesa; in onore, il primo, del «Mysterium fidei», dell’Eucaristia cioè, che, riproducendo il sacrificio redentore di Cristo, realizza la sua sacramentale presenza, e, nello stesso tempo, come ci ricorda il Concilio, significa e celebra l’unità della Chiesa (cfr. Unit. redint. UR 2); in favore, il secondo, della efficienza gerarchica e comunitaria della Chiesa stessa nei territori vasti e vari dell’America Latina. Due avvenimenti religiosi ed ecclesiali di eccezionale importanza, ai quali Ci sembra non possa mancare la Nostra umile, ma personale presenza, oggi, che i moderni prodigiosi mezzi di trasporto la rendono possibile. Dobbiamo anche notare che inviti ufficiali dei Nostri Fratelli nell’Episcopato e dei Nostri Figli nella comunione della fede e della carità hanno amabilmente costretto il tradizionale riserbo del Papa a non allontanarsi dalla sua sede; e che simultanei inviti pressanti e cortesi delle Autorità civili Ci aprono il cammino e Ci consentono il soggiorno in quel Paese ospitale ed amico, ch’è la Colombia. E per vero dire una lunga serie di Paesi dell’America Latina hanno a Noi rivolto calorose ed autorevoli chiamate ad una Nostra visita, in occasione di questo primo viaggio d’un Papa in quel continente; ma che purtroppo, con Nostro sincero rammarico e con viva sensibilità della cortesia di tali inviti, non potremo materialmente soddisfare, se non con spirituale e riconoscente adesione.

LE VIE DEL MONDO APERTE AL MINISTERO DEL PAPA

Questo Nostro nuovo viaggio offre motivo di qualche interesse per i cercatori di notizie e per gli osservatori degli avvenimenti esteriori; ma per Noi costituisce un fatto singolare nella vicenda storica contemporanea e futura della Chiesa; ed è per questa ragione che lo proponiamo a qualche vostra spirituale riflessione.

La prima riflessione ripete quella provocata dalle Nostre precedenti peregrinazioni: il Papa viaggia. Che vuol dire? Vuol dire, innanzi tutto, una sua riacquistata libertà di movimenti, che può essere iscritta in attivo delle sue presenti condizioni storiche e politiche; vuol dire ancora che la mobilità propria del costume moderno si insinua anche nelle abitudini piuttosto statiche della vita pontificia, non del tutto estranea perciò ai ritmi delle presenti fluttuazioni umane; e vuol dire, ed è ciò che più importa, che le vie del mondo sono aperte, anche logisticamente, al ministero del Papa: questo è molto significativo ed importante, e forse, con l’andar del tempo, potrà produrre notevoli cambiamenti nell’esercizio pratico del suo ufficio apostolico: già ne avvertiamo i sintomi nel moltiplicarsi degli inviti, che Ci provengono da ogni parte del mondo, non certo a profitto della regolarità e dell’intensità del Nostro lavoro in sede romana. L’avvenire risponderà. Ma fin d’ora la semplice ipotesi d’una maggiore facilità di spostamenti locali della persona e dell’attività del Papa lascia intravedere una più intensa eventuale circolazione di carità nella Chiesa, resa possibile da un fenomeno di maggiore evidenza della sua unità e della sua cattolicità.


LA FEDE DI TUTTA LA CHIESA CATTOLICA NELLA TRIPLICE VIRTÙ SANTIFICATRICE DELL'EUCARISTIA

Ma lasciamo questi sogni, o presagi che siano. E fermiamo la Nostra riflessione sul Congresso Eucaristico internazionale, al quale Ci proponiamo di partecipare. Non è la solennità esteriore che colà Ci attira, sebbene anch’essa abbia un suo altissimo valore, sia per l’intenzione cultuale che la suscita, sia per l’edificazione corale, che intende produrre nella folla partecipante al Congresso. È l’affermazione del Mistero eucaristico che colà Ci attira; una affermazione che vorrebbe essere, se possibile, universale; e che, in ogni modo vuole consolidare fortemente ed esprimere, in forma inequivocabile, la fede di tutta la santa Chiesa cattolica nella triplice virtù santificatrice dell’Eucaristia: la memoria, che dev’essere in noi incancellabile e palpitante, della passione redentrice di Cristo; il prodigio reale della presenza sacramentale di Cristo, che vive, convive con la sua Chiesa, la fiancheggia, la sostiene, l’alimenta, la compagina a sé, la unisce, la caratterizza, la sublima, la inebria; il preludio escatologico, infine, la promessa cioè della parusia ed il pegno propri dell’Eucaristia, del finale e sfolgorante ritorno di Cristo al termine della storia presente dell’umanità (cfr. nella Liturgia: O sacrum convivium, ecc.; VONIER, La chiave della dottrina eucaristica, p. 31).

AUGURIO DI PACE E PROSPERITÀ CRISTIANA PER L'IMMENSO MONDO LATINO-AMERICANO

Questo C’interessa, a conferma odierna della dottrina eucaristica, dottrina capitale nella Chiesa, nei confronti della inettitudine, della ambiguità, degli errori, di cui soffre qualche parte della generazione nostra rispetto al Mistero centrale dei nostri altari. Il Congresso Eucaristico rimette sulle labbra Nostre e di quanti saranno nella nostra comunione la professione di Pietro: «Signore, e a chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna» (Io. 6, 69).

E C’interessa che questa affermazione religiosa si celebri in quell’America Latina, che Ci è carissima; per la sua professione cattolica, per la grande schiera dei suoi Vescovi, per il risveglio di carità sociale che anima i buoni cattolici di quel continente, per i bisogni spirituali di quelle popolazioni, per i mirabili sforzi pastorali oggi colà operanti, per le folle di poveri, di umile gente, che attendono una nuova e provvida giustizia civile, per la pace e la prosperità cristiana di quell’immenso mondo Latino-Americano, al quale va fin d’ora il Nostro saluto e la Nostra Benedizione.


LA «BIBLIOTECA DI AUTORI CRISTIANI» DELLA SPAGNA

Señor Obispo, Señores:

Agradecemos vivamente las expresiones que acabamos de escuchar cuyo significado concuerda con el espíritu y la trayectoria que la Biblioteca de Autores Cristianos ha seguido en estos veinticinco años de existencia,

¿Quién no conoce a la BAC, ramo cargado de frutos que se entronca en ese árbol vetusto y vigoroso de la Editorial Católica? ¿Cómo no recordar al gran promotor, el querido Cardenal Angel Herrera Oria? En diversas ocasiones habéis recibido de la Santa Sede y de Nuestra persona pruebas de estima y de gratitud. Queremos hoy reiterarlas, poniendo de relieve algunos de vuestros méritos.

Habéis contribuído a la difusión de la cultura católica, principalmente de la Palabra de Dios y de la doctrina de la Iglesia, con vuestras publicaciones que han permitido a numerosos sacerdotes y fieles poseer unas fuentes preciosas de estudio y de predicación.

Los éxitos del pasado no han adormecido vuestras iniciativas sino que han sido estímulo, bien lo sabemos, para tender hacia otras metas, de aspecto cultural y religioso, en consonancia con las exigencias de los tiempos, enriqueciendo muchos de los volúmenes, en su contenido o en su forma, con el interés de la actualidad.

¿Por qué no destacar también que, de este modo, habéis dado un testimonio concreto de cómo los seglares pueden y deben ejercer un apostolado que «brota de la esencia misma de su vocación cristiana»? (Decreto

Apostolicam actuositatem AA 1). Vuestra presencia aquí indica una de las características de ese apostolado: la adhesión, el respeto y el amor con que servís a la Iglesia.

Os felicitamos cordialmente. Os agradecemos el generoso obsequio que ponéis a Nuestra disposición. Os alentamos a proseguir con renovado entusiasmo, mientras Nos complacemos en otorgaros una especial Bendición Apostólica, extensiva a la gran familia de la Biblioteca de Autores Cristianos y de la Editorial Católica.


Paolo VI Udienze 1968 - PROSEGUE IL LAVORO INTELLIGENTE E FERVOROSO