Paolo VI Udienze 1968 - LA «MADRE DELLA CHIESA» ESEMPIO DELLE FONDAMENTALI DOTI CRISTIANE




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 5 giugno 1968


PRESENZA PROFESSIONE CONQUISTA

Diletti Figli e Figlie!

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno, che per la memoria centenaria dei due grandi Apostoli e Martiri della testimonianza originaria del messaggio cristiano, Pietro e Paolo, abbiamo intitolato alla fede, possono in noi sorgere tante domande: se abbiamo, ad esempio, preso sul serio l’invito a riflettere su tale tema capitale, qual è la fede, per l’orientamento della nostra vita, per il dilemma fatale d’un sì o d’un no, che si pone al nostro destino non solo religioso, ma esistenziale (ricordate le parole di Cristo, registrate dall’evangelista San Marco: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non crederà sarà condannato» [ Mc 16,16 ]); e se abbiamo chiarito a noi stessi qualche idea su questa così elementare, ma insieme così profonda e complessa questione; e se qualche proposito in ordine alla nostra fede, di fronte alla rievocazione commemorativa del centenario menzionato, e ancor meglio, di fronte alla formidabile e caotica problematica del presente momento storico, noi siamo stati capaci di formulare.

La fede, dono di grazia, atto di pensiero in cerca di verità e gesto decisivo della nostra volontà, rimane sempre sorgente di problemi vitali; e poi, la fede, complesso obiettivo di verità sublimi e soverchianti la nostra capacità intellettiva, sembra così diversa e così lontana dal campo delle nostre comuni cognizioni; non è acquisita una volta per sempre e non è esaurita nelle poche notizie che noi abbiamo del suo contenuto; esige da noi una continua presenza di spirito, una indefessa professione interiore, un’avvertenza della sua graduale conquista (ricordate ancora l’esclamazione tanto umana e caratteristica di quel padre implorante per il figlio un miracolo da Cristo, che ne condizionava la concessione alla fede di lui: «Io credo, sì, o Signore; ma Tu aiuta la mia incredulità» [ Mc 9, 23]): ci siamo noi un po’ allenati a questo faticoso, ma corroborante esercizio? La nostra religiosità, oggi, dipende in gran parte da una coscienza vigilante ed operante in ordine all’adesione alla fede; essa è il piedistallo su cui montando contempliamo il panorama del mondo sotto la luce di Dio; ovvero è la pietra d’inciampo, che arresta il nostro passo nella regione crepuscolare delle idee personali e delle facili apostasie dottrinali. Cioè la fede solleva una quantità di questioni e di obiezioni, che non sarebbe onesto, né utile, eludere, se vogliamo essere vittoriosi in lei e per lei: «Questa è la vittoria - scrive l’evangelista Giovanni - che vince il mondo, la nostra fede» (1 Io. 5, 4). E ciascuno di noi dovrebbe per proprio conto, con l’aiuto di buoni libri, o buoni maestri, con la riflessione paziente e pronta a cogliere i segni dello Spirito, e con la preghiera che invoca la luce, prospettare a se stesso le difficoltà maggiori e persistenti, ch’egli incontra sul sentiero, spesso difficile, spesso misterioso, della fede.


LA PAROLA DI DIO NELLA STORIA E NEL MONDO DELLE COSCIENZE E DEGLI AVVENIMENTI

Noi, in questo breve e modesto colloquio, vi presentiamo una fra le tante obiezioni, che la mentalità contemporanea oppone alla fede; e cioè: a che serve la fede? Abituati come siamo a giudicare le cose sotto l’aspetto della loro utilità, e non già della loro intrinseca realtà, facilmente ci domandiamo, anche in ordine alla fede, quale vantaggio essa ci reca: essa non ammette certo una valutazione economica, che le sarebbe offesa radicale. E quali altri vantaggi produce, se essa costituisce, nell’ordine intellettuale, un ostacolo, un’anomalia allo sviluppo del nostro pensiero abituato ai metodi positivi, propri delle scienze fisiche e naturali, considerate come norma fondamentale di verità? Allo spirito scientifico moderno la fede appare priva del rigore proprio delle scienze esatte; la sua natura stessa di conoscenza fondata sulla testimonianza sembra sconcertare e mortificare l’autonomia dell’intelligenza, persuasa di scoprire da sé e da sé controllare le verità che possiede.

PREFERIRE LA VERITÀ ALLA UTILITÀ

E all’azione che cosa giova la fede? L’uomo moderno è tutto proteso verso l’azione, l’azione pratica, il lavoro. Anche a questo riguardo non è la fede un ostacolo, una sorgente di dubbi e di scrupoli, una perdita di energia interiore e di tempo esteriore? Obiezione questa del tutto empirica ed ingiusta; ma quanto forte, se allontana facilmente dalla concezione e dalla pratica religiosa tanta gente, che afferma di non avere né mente, né tempo disponibile per darsi conto della validità, e quindi delle esigenze, che la Parola di Dio, risuonata nella storia e tuttora risuonante nel mondo delle coscienze e degli avvenimenti, fa sorgere davanti all’uomo e alle sue responsabilità.

Vi è un’altra categoria di obiezioni, che hanno avuto nella letteratura contemporanea espressioni vivacissime, le quali respingono la fede proprio per certi vantaggi, ch’essa reca agli spiriti. Queste obiezioni accusano la fede di offrire illusori rimedi, che favoriscono la mollezza, la debolezza degli animi desiderosi di sogni confortevoli; i così detti conforti della fede rendono deboli e incantati gli animi che li ricevono; la stessa bellezza della fede, di cui tanto si è valsa l’apologia del secolo scorso, è respinta, perché troppo seducente; la fede, secondo questa critica, è presentata come troppo bella per essere vera; il coraggio spregiudicato di certo umanesimo moderno respinge la seduzione d’una fede consolatrice. E così via. Questo genere di difficoltà, che impugnano l’utilità della fede, ha un repertorio molto ricco, tanto ch’è ora impossibile farne l’inventario; ve ne sarete forse accorti anche voi vivendo nel tempo nostro.

Ma Noi vogliamo confidare, Figli carissimi, che anche in virtù della vostra esperienza e della vostra riflessione, avrete trovato le risposte alle obiezioni su accennate, e alle altre consimili incontrate sul vostro cammino intellettuale e spirituale. Tali obiezioni peccano di solito di semplicismo. Mancano di rispetto alla verità, e le preferiscono l’utilità. Senza dire che la fede presenta aspetti di reale utilità per la vita integrale dell’uomo da doverla considerare davvero una fortuna.

Non è vero, ad esempio, che la fede sia una paralisi del pensiero e che le sue formulazioni dogmatiche arrestino la ricerca della verità; è vero il contrario. Il dogma non è una prigione del pensiero; è una conquista, è una certezza, che stimola la mente alla contemplazione e all’esplorazione, sia del suo contenuto, di solito profondo fino all’insondabile, sia del suo sviluppo nel concerto e nella derivazione di altre verità. Intellectus quaerens fidem, l’intelligenza esercita nella fede la sua ricerca, diceva il teologo medievale e tuttora degno d’esserci maestro, S. Anselmo; e aggiungeva: fides quaerens intellectum, la fede ha bisogno dell’intelletto. La fede infonde fiducia all’intelligenza, la rispetta, la esige, la difende; e per il fatto stesso che la impegna allo studio di verità divine, la obbliga ad un’assoluta onestà di pensiero, e ad uno sforzo che non la debilita, ma la conforta, tanto nell’ordine speculativo naturale, quanto in quello soprannaturale.


DALLA FEDE L'AZIONE LE OPERE LA VITA

Come non è vero che la fede sia un ceppo all’azione; anche a questo riguardo il contrario è vero: la fede esige l’azione; è un principio dinamico di moralità (iustus ex fide vivit, l’uomo giusto trae la propria vita dalla fede, è un’espressione sintetica del pensiero di San Paolo [Hebr. 10, 38]; e San Giacomo precisa: «La fede, senza le opere, è morta» [2, 17] ); la fede è un’esigenza di azione, che sfocia nella carità, cioè l’operosità, mossa dall’amore di Dio e del prossimo.

Così non si sostiene lo sdegnoso rifiuto alla fede, quasi essa fosse un artificioso soporifero del dolore umano e un mito fallace, che aliena l’uomo dalla realtà della vita: essa è una verità, sì, splendida e consolante, perché ci rivela disegni mirabili della bontà divina, ma non per addormentare l’uomo nei suoi pericoli e nei suoi travagli; sì bene per dargli coscienza ed energia a sostenerli con virile fortezza. Ecco: toglie la disperazione, lo scetticismo, la ribellione, di cui l’uomo moderno, non più sostenuto dalla fede, oggi è pervaso; ma gli dà piuttosto il senso della vita e delle cose, la speranza nell’opera saggia ed onesta, la forza di soffrire e di amare.

Si, serve a qualche cosa la fede, e quale cosa! La nostra salvezza.

Siatene sicuri, Figli carissimi, con la Nostra Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 12 giugno 1968

Diletti Figli e Figlie!

Vengono alle Nostre labbra per voi, cari visitatori, cari pellegrini a questa tomba dell’Apostolo Pietro, le parole che Gesù disse ai suoi discepoli all’ultima Cena, rimasti undici dopo l’uscita del traditore: «Non si turbi il vostro cuore. Credete in Dio ed anche in me credete» (Io. 14, 1). Si, questo Noi desideriamo per voi, questo vi raccomandiamo: abbiate fede in Dio e abbiate fede in Cristo. È il tema dell’anno che, con la fine di questo mese, sta per concludersi, e che appunto Noi abbiamo chiamato, a memoria e ad onore dell’anno centenario del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, l’Anno della Fede.

E dicendo queste parole solenni e benedette Noi avvertiamo il contrasto che esse incontrano con le burrascose idee correnti nel mondo contemporaneo circa il santo nome di Dio, e che come una tremenda ondata sommergono la fede in tanti uomini del nostro tempo. Queste idee, voi ne sentirete certo parlare, e forse le sentirete premere come un’aggressione anche ai vostri spiriti, e fors’anche insinuarsi come una seduzione logica e convincente, sono molte e gravi e complicate, e assumono nomi nuovi e strani: secolarizzazione, demitizzazione, desacralizzazione, contestazione globale, e finalmente ateismo e antiteismo, cioè assenza, o negazione di Dio, dalle cento facce anch’esso, a seconda delle scuole filosofiche da cui deriva questo rifiuto di Dio, o dai movimenti sociali e politici che lo difendono e lo promuovono, o dalla pratica trascuranza d’ogni sentimento e d’ogni ossequio religioso (cfr. Enc. sull’ateismo, S.E.I.).

Quale turbine tenebroso investe oggi la fede in Dio! Tanto che possiamo tutto riassumere in una questione: è ancora possibile oggi credere in Dio? Formidabile questione, che esigerebbe volumi per rispondervi. Ma Noi qui la proponiamo, non tanto per discuterla come si converrebbe in una trattazione adeguata, ma per ricordarvi le parole menzionate di Cristo: non abbiate paura. Abbiate fede. Cioè a Noi basta ora rassicurarvi, con l’esortazione del Maestro divino: si, è ancora possibile oggi credere in Dio e in Cristo. Possiamo spingere quest’affermazione anche più in là: oggi è meglio di ieri possibile avere fede in Dio, se è vero che oggi l’intelligenza umana è più sviluppata, più educata a pensare, più incline a cercare le ragioni intime ed ultime d’ogni cosa.

Perché tutto sta qui: saper pensare bene. Quando diciamo questo bisogna ricordare che in questa grande questione la parola «fede» è intesa da noi nel suo primo significato, di conoscenza naturale di Dio, cioè di quella conoscenza che possiamo avere sulla Divinità con le forze ordinarie del nostro pensiero; perché, se parliamo di «fede» come vera conoscenza soprannaturale di Dio, derivata dalla sua rivelazione, allora le forze ordinarie del nostro pensiero, occorrono e servono sì, ma non bastano; devono essere sorrette da uno speciale sussidio di Dio stesso, che chiamiamo grazia; la fede è allora un dono, che Dio stesso ci concede; è quella virtù teologale che, pur nell’oscurità del mistero che sempre circonda Dio, ci dà la certezza e il gaudio di tante verità a lui relative. Adesso accenniamo al primo significato, che possiamo chiamare la cognizione razionale di alcune verità religiose, e prima fra tutte quella dell’esistenza di Dio, ch’è la verità oggi tanto discussa e tanto oppugnata.

Noi sosteniamo che questa è verità fondamentale, non sconfitta dalle innumerevoli obbiezioni che le sono mosse contro. E facciamo attenzione: un conto è affermare che Dio esiste, e altro conto sarebbe affermare Chi Egli sia; possiamo conoscere con certezza l’esistenza di Dio, conosceremo invece sempre assai imperfettamente l’essenza di Dio, cioè Chi Egli sia (cfr. S. Th., Summa contra Gentes, SCG 1,14).

E per arrivare alla certezza di quella ineffabile e sovrana esistenza basta, dicevamo, pensare bene. Ce ne dà garanzia l’insegnamento categorico del Concilio Vaticano primo, il quale riassumendo la secolare dottrina della Chiesa, e, possiamo aggiungere, della filosofia umana, afferma che «Dio, principio e fine di tutte le cose, si può conoscere con sicurezza col lume naturale della ragione mediante le cose create» (Denz-Sch. 3004). Perché allora tanti uomini, anche dottissimi, dicono il contrario? Perché, rispondiamo, non adoperano la loro mente secondo le leggi autentiche del pensiero in cerca di verità.

Sappiamo di dire cosa grave. Ma così è. Si aprirebbe una discussione senza fine sul dovere e sull’arte di pensare bene, secondo le esigenze e i criteri della autentica sapienza umana, e secondo la logica reclamata dalla scienza stessa e dal discorso onesto e corretto del senso comune. E questa linea del pensiero religioso, la quale sembra tanto ovvia e iscritta sia. nella mente sana dell’uomo, sia nel rapporto di verità che essa riesce a stabilire con le cose conosciute, è oggi contestata come una pretesa ingenua e antiquata, mentre è e sarà sempre la via maestra, che conduce immancabilmente lo spirito umano dal mondo sensibile e scientifico alle soglie del mondo divino.

Tralasciamo di proposito la menzione che sarebbe dovuta ai sistemi filosofici relativi a questo massimo problema. Il carattere elementare di questo Nostro colloquio Ci vieta di farlo. Ma Ci limitiamo ad accennare ad uno fra gli ostacoli maggiori, che arrestano oggi il cammino del pensiero verso la sua mèta finale, ch’è Dio, e che dà senso e valore a tutto il sapere umano; vogliamo dire la mentalità tecnica, che affonda le sue radici in quella scientifica e si compiace della sua fioritura nel campo meraviglioso degli strumenti innumerevoli e potenti messi nelle mani dell’uomo, fiero delle sue invenzioni, liberato dalle sue fatiche fisiche, proiettato nel regno della fantascienza, dove tutto sembra spiegabile e tutto possibile, senza ricorrere né col pensiero, né con la preghiera ad un Dio trascendente e misterioso. La padronanza delle cose e delle forze naturali, il primato attribuito all’azione pratica ed utile, l’organizzazione totalmente nuova della vita risultante dall’impiego multiforme della tecnica tolgono all’uomo il ricordo di Dio e spengono in lui il bisogno della fede e della religione. Già il Nostro predecessore Pio XII, di venerata memoria, in una mirabile analisi di questo tema, trattato nel radiomessaggio del Natale del 1953, parlava dello «spirito tecnico», di cui è imbevuta la mentalità moderna; e lo definiva «in ciò, che si considera come il più alto valore umano e della vita trarre il maggior profitto dalle forze e dagli elementi della natura» (Discorsi e Rad. XV, p. 522). E ,ancora: «Il concetto tecnico della vita non è dunque altro che una forma particolare del materialismo, in quanto offre come ultima risposta alla questione della esistenza una formula matematica e di calcolo utilitario» (ib. p. 527).

Ma se ciò, come ha riconosciuto il Concilio, «puh rendere spesso più difficile l’accesso a Dio» (Gaudium et Spes GS 19), per sé non lo impedisce, anzi dovrebbe facilitarlo con lo stimolo della scoperta delle profondità esistenziali della natura e con l’esperienza dell’ingegno umano che non le inventa quelle profondità, ma le scopre e le utilizza. Si tratta di tenere gli occhi aperti, cioè d’impiegare l’intelligenza, com’è suo potere e dovere, a guardare oltre lo schermo sensibile e a ricercare sia le cause essenziali che finali delle cose.

Allora la trasparenza del regno divino si rivela e, lungi dal deprezzare il regno della natura e la scienza, che lo esplora, e la tecnica, che lo domina, essa illumina questi stupendi valori di una bellezza nuova e liberatrice, che toglie al mondo tecnologico quel senso di organizzazione oppressiva e di conseguente angoscia, che deriva dai limiti propri del cerchio materialista, e che proprio in questi giorni scoppia in ribellioni violente e irrazionali, quasi a denunciare la radicale insufficienza della nostra civiltà dissacrata a soddisfare le inalienabili esigenze dello spirito umano. Dio è necessario, come il sole.

E se tanta fatica noi moderni facciamo a renderci conto di ciò, segno è che dobbiamo purificare il concetto banale e falso, che spesso noi ci facciamo della Divinità, e tentare senza posa lo sforzo di dare al nome di Dio la ricchezza infinita della sua abissale trascendenza e la dolcezza ineffabile, piene di riverenza e di amore, della sua onnipresenza, della sua immanenza. Dobbiamo «credere in Dio». Ma non è troppo difficile per noi questo sforzo, a cui la mentalità moderna ci ha diseducati, fino ad assuefarci al grido blasfemo della nostra cecità: Dio è morto?

Difficile è. Ma ecco che viene il Maestro, che aggiunge: «Anche in me credete». Cristo ci abilita alla fede, sia naturale che soprannaturale. Ce lo ricorda S. Agostino: «Affinché (l’uomo) camminasse con maggior fiducia verso la verità, la Verità stessa, Dio Figlio di Dio, fattosi uomo, senza cessare di essere Dio, stabilì . . . e fondò la fede, perché il cammino dell’uomo verso Dio fosse aperto all’uomo attraverso l’Uomo Dio. Questi è infatti il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (De civ. Dei, XI, 2; P.L. 41, 318; e cfr. Costituzione dogmatica Dei Verbum DV 6).

Riascoltate, Figli carissimi, la sua voce: «Credete in Dio, ed anche in me credete». È la voce della verità e della salvezza. E meditatela. Con la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 19 giugno 1968


«LA VOSTRA FEDE SIA VIVA»

Diletti Figli e Figlie!

Come sapete, si conclude alla fine di questo mese l’«Anno della Fede», l’anno che abbiamo dedicato alla memoria del XIX centenario del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo, per onorare non solo la loro memoria, ma rinsaldare il nostro impegno verso l’eredità, che essi, con la parola e col sangue, ci hanno lasciata, la nostra fede. Resterebbero a Noi ancora molte molte cose da dire su tale tema, di cui in queste udienze settimanali abbiamo detto qualche fugace parola. Ne aggiungeremo ancora una, in forma di esortazione, la più ovvia che si possa fare al riguardo: procurate che la vostra fede sia viva.

Questa raccomandazione fa sorgere una domanda: vi può essere una fede morta? Sì, purtroppo; vi può essere una fede morta. Ed è chiaro che la negazione della fede, sia oggettivamente quando sono negate o deliberatamente alterate le verità, che per fede dobbiamo ritenere, ovvero soggettivamente quando coscientemente e volontariamente viene meno la nostra adesione al nostro credo, spegne la fede e con essa la luce vitale e soprannaturale della divina rivelazione nelle nostre anime. Ma vi è un altro grado negativo rispetto alla vitalità della fede, ed è quello che priva la fede stessa del suo congenito sviluppo, la carità, la grazia: il peccato, che toglie la grazia all’anima, può lasciare sopravvivere la fede, ma inefficiente rispetto alla vera comunione con Dio, come in letargo. Ricordate le parole di S. Paolo: «Fides quae per caritatem operatur», la fede operante per mezzo della carità (Ga 5,6).

I teologi dicono che la carità è il complemento della fede, cioè la sua piena qualificazione, che la determina e la dirige efficacemente al suo fine, che è Dio cercato, voluto, amato, posseduto mediante l’amore; così che «la carità è detta forma della fede, in quanto mediante la carità l’atto di fede si integra e si compie» (S. Th. II-II 4,3). E vi è un terzo grado negativo, che paralizza e isterilisce la fede, ed è la mancata sua espressione morale, la sua professione operativa, la esplicazione nelle opere. È l’apostolo San Giacomo che ce lo ricorda, quasi in tacita polemica con la tesi della sufficienza della sola fede alla nostra salvezza: «La fede, senza le opere, è morta» (Jc 2,20).

È NECESSARIA UNA CONOSCENZA SERIA E ORGANICA

Poi vi sarebbe la lunga serie delle mancanze che possono offendere la fede e toglierle quella vitalità che deve esserle riconosciuta e conferita. Non ne faremo qui l’elenco, ma inviteremo le nostre coscienze ad esaminarsi su alcuni punti deboli caratteristici nel campo della fede. Il primo è l’ignoranza. Il battesimo ci ha infuso la virtù della fede, cioè la capacità di possederla e di professarla con riferimento alla nostra salvezza e con merito soprannaturale; ma è chiaro che una virtù si atrofizza, se non è esercitata secondo le possibilità; ed il primo esercizio è la conoscenza delle verità, che formano l’oggetto della fede. Questa conoscenza può avere fasi diverse, che si possono così classificare: dall’accettazione dell’annuncio del messaggio cristiano, il cosiddetto «kerigma», al suo naturale sviluppo nella catechesi, e quindi all’approfondimento teologico e alla contemplazione. Ciò che occorre notare ai nostri fini pratici è la necessità d’una conoscenza seria e organica della fede; ciò che purtroppo manca a moltissimi, sia cattolici, che no; cosa questa intollerabile in una società, in cui la coltura ha un posto preminente e in cui la facilità d’informazione è, si può dire, alla portata di tutti. È doloroso invece notare che manca generalmente alla nostra gente una conoscenza, anche modesta, ma chiara e coerente; il catechismo parrocchiale è quasi generalmente disertato: non sempre purtroppo l’insegnamento religioso nelle scuole raggiunge i suoi scopi, primo fra tutti quello di infondere negli alunni la convinzione ragionata che la religione è la scienza fondamentale della vita; il libro di coltura religiosa è spesso negletto, e spesso introvabile; così che la conoscenza della nostra fede è imperfetta, manchevole, labile ed esposta alle obbiezioni correnti, che trovano nella diffusa ignoranza facile presa. Noi rispondiamo: ne ignorata damnetur, che la nostra fede non sia respinta perché ignorata (cfr. C. Colombo, La cultura teol. del Clero e del Laicato, relaz. alla C.E.I., 1967).

UNA PROFESSIONE FRANCA CHE GUIDA L'AZIONE

Altro punto è il famoso «rispetto umano», cioè la reticenza o la vergogna o la paura relativa alla professione della propria fede. Non parliamo della discrezione o del ritegno che in una società pluralistica e profana come la nostra trattengono ovviamente da manifestazioni d’indole religiosa di fronte ad altri. Parliamo della debolezza, della sconfessione circa le proprie idee religiose per timore del ridicolo, della critica, o della reazione altrui. È il fallo triste e celebre di S. Pietro nella notte della cattura di Gesù. È la mancanza frequente nei ragazzi, nei giovani, negli opportunisti, nelle persone prive di carattere e di coraggio. È la causa, forse principale, dell’abbandono della fede per chi si uniforma all’ambiente nuovo in cui viene a trovarsi.

Dovremmo dire, a questo riguardo, della forza dell’ambiente, di cui uno subisce l’integrazione e che impone a masse intere di gente di pensare e di agire secondo la moda, secondo la corrente dominante dell’opinione pubblica, secondo forme ideologiche soverchianti, che si diffondono talora come epidemie irresistibili. L’ambiente, fattore importantissimo per la formazione della personalità, s’impone spesso come un’esigenza conformista che la domina. Il conformismo sociale è una delle forze che sostiene, in certi casi, che soffoca, in certi altri, il sentimento e la pratica religiosa (cfr. J. Leclercq, Croire en J. C., Castermann, 1967, p. 105, ss.). Un altro punto meriterebbe d’essere espressamente rilevato; quello cioè che unisce la fede alla vita; alla vita di pensiero, alla vita di azione, alla vita di sentimento, alla vita spirituale e a quella temporale. È questo un punto della massima importanza. Se ne parla sempre: iustus ex fide vivit (Ga 3,11); il cristiano, possiamo tradurre, vive di fede, secondo la propria fede; essa è un principio, una norma, una forza della vita cristiana. Vivere con la fede, e non di fede, non basta; anzi questa concomitanza può ritorcersi in una grave responsabilità e in un’accusa: il mondo spesso la lancia verso l’uomo che si dice cristiano e non vive da cristiano. Pensiamoci bene.


INCONTRO PERSONALE CON IL DIVINO MAESTRO

Fermiamoci qui; e ancora chiediamo a noi stessi: come faremo ad avere una fede viva? Possiamo dire che la fiducia nel magistero della Chiesa, l’amore all’ortodossia delle idee sulla fede, la pratica religiosa metodica e saggia, l’esempio dei cristiani buoni e coraggiosi, la pratica personale o collettiva di qualche opera d’apostolato ci aiuteranno a tenere accesa e vitale la nostra fede. E due osservazioni dovremo tenere presenti: la prima ci avverte che la fede deve essere per noi un fatto personale, un atto cosciente, voluto, profondo; questo elemento soggettivo della fede è oggi importantissimo; è sempre stato necessario, perché fa parte dell’atto autentico di fede, ma spesso era ed è sostituito dalla tradizione, dal clima storico, dal costume collettivo; oggi è indispensabile. Ciascuno deve esprimere in se stesso con grande consapevolezza e grande energia la propria fede. E la seconda ci ricorda che la fede ha il suo punto focale in Gesù Cristo (cfr. Ep 3,17 S. Th. II-II 16,1 III 62,6); essa è un incontro, potremmo dire, personale con Lui. Lui è il Maestro. Lui è il vertice della rivelazione. Lui è il centro che in Sé riunisce e che da Sé irradia tutte le verità religiose necessarie alla nostra salvezza. Da Lui assume autorità la Chiesa docente. In Lui la nostra fede trova gaudio e sicurezza, trova la vita. Così sia per voi tutti, con la Nostra Benedizione Apostolica.

I singolari meriti della Guardia di Finanza

All'ingente gruppo di militi e dell’associazione aderente, Sua Santità rivolge un breve affettuoso Discorso, rilevando anzitutto l’ufficio del Corpo della Guardia di Finanza a vantaggio della società e il valore del sacrificio dei suoi componenti perché siano tutelate le leggi dello Stato destinate a difendere le risorse della comunità.

Un vivo elogio il Santo Padre formula per i finanzieri, giacché essi hanno un alto senso dell’interesse nazionale, una coscienza sincera della Patria che vogliono servire in un settore tanto delicato e tanto importante. È proprio lo spirito con cui esercitano questo servizio - osserva Sua Santità - che dà valore alle loro azioni, anche se qualche volta risulta rischioso. Essi svolgono il loro servizio con disinteresse e con fedeltà, con la coscienza di fare qualche cosa di molto utile per il bene comune. Tutto ciò nobilita e impreziosisce tale attività, alla quale il Santo Padre intende, con il cordiale incontro, rendere un particolare omaggio.

I Finanzieri, si sa, svolgono in ogni caso la loro missione con quella fede che è stata infusa nell’animo anzitutto dalle famiglie, dalle parrocchie, poi dalle scuole di formazione particolare. Si rivela, quindi, oltremodo valida per il delicato lavoro a servizio dello Stato. Tale nobiltà di spirito non abbandona mai i Finanzieri nella loro costante e spesso ingrata fatica.

L’Augusto Pontefice desidera aggiungere il suo paterno saluto agli Ufficiali, al Cappellano, alle Guardie e infine anche ai Finanzieri in congedo, i quali portano nell’animo l’intenso amore alla Patria, la prontezza nel servizio, l’obbedienza alle leggi che regolano la vita pubblica. Voi - soggiunge il Papa - conoscete la società in cui viviamo: è buona, è di grandi tradizioni, è bella, è in pieno sviluppo, ha davanti a sé un grande avvenire anche nel concerto delle altre nazioni, ma ha pure bisogno che i suoi cittadini siano forti, onesti, bravi e fedeli, soprattutto esemplari cristiani e degni italiani.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 26 giugno 1968

PIETRO E PAOLO ALL'ORIGINE COSTITUTIVA DELLA CHIESA DI ROMA

Diletti Figli e Figlie!

Al termine ormai dell’«Anno della Fede», che Noi abbiamo dedicato alla memoria del XIX centenario del martirio sofferto a Roma per il nome di Cristo dai Santi Apostoli Pietro e Paolo, dobbiamo rivolgere il nostro riverente pensiero a questi Corifei del cristianesimo, che possono essere considerati, come li definisce alla fine del primo secolo il Papa S. Clemente I, terzo successore di S. Pietro, e perciò quarto Vescovo sulla cattedra romana, «le massime e giustissime colonne» (1 Cor. V) della «Chiesa di Dio pellegrina a Roma» (ibid. I), e come poi sempre furono celebrati insieme quali fondamenti apostolici della Chiesa romana e universale.

Non è questo il momento per fare il loro panegirico, né quello di accennare alle questioni storiche, che si riferiscono alla venuta dell’uno e dell’altro Apostolo nell’Urbe e del loro martirio, né dello sviluppo che Roma e l’intera Cristianità diedero al culto di questi incomparabili testimoni del messaggio e del fatto cristiano, e nemmeno come mai la loro memoria fu sempre associata in un unico ricordo (cfr. S. Ignazio, ad Rom. IV), quantunque, come dice S. Ambrogio, Pietro sia stato il fondamento della Chiesa, e Paolo l’architetto, il costruttore (De Sp. S. II, 13, 158; P.L. 16, 808); cioè diversa sia stata la funzione da essi esercitata nella comunità cristiana di Roma, Vescovo l’uno, S. Pietro, Predicatore del Vangelo l’altro, S. Paolo, e sebbene entrambi, a quanto afferma S. Ireneo, siano all’origine della tradizione gerarchica della Chiesa di Roma (Contra haereses, III, 3; P.G. 7, 848-849).


VENERAZIONE AMORE FEDELTÀ PER I DUE INSIGNI ARALDI

Ciò che a Noi preme, in questo breve incontro, è di accendere nei nostri animi la venerazione, l’amore, la fedeltà verso questi Apostoli, che sono all’origine costitutiva della Chiesa romana, e le lasciano l’eredità della loro parola, della loro autorità, del loro sangue, eguali sotto diversi aspetti come declama S. Leone Magno: «electio pares, et labor similes, et finis fecit aequales», pari per l’elezione all’apostolato, simili per l’opera compiuta, ed eguali per il loro martirio (Sermo 82, 7; P.L. 54, 428); ma l’uno insignito della potestà del regno dei cieli, l’altro della scienza delle cose divine; l’uno Pastore, l’altro Dottore. A questa intensità di sentimenti ci aiutano e ci impegnano le tracce storiche e locali da loro lasciate. Non possono essere trascurati da noi Romani, a da quanti a Roma muovono i passi, questi riferimenti umani e materiali alla memoria degli Apostoli, «per quos religionis sumpsit exordium», per merito dei quali ebbe inizio la nostra vita religiosa (Colletta della Messa). Ricordiamo anche noi la prima testimonianza letteraria di questo culto locale: scrive Eusebio di Cesarea, padre della storia ecclesiastica: «Si narra che Paolo fu decapitato da lui (Nerone) e Pietro crocifisso a Roma; e ne sono riconferma tuttora i monumenti insigniti dei nomi di Pietro e di Paolo, visitati tuttora nei cimiteri della città di Roma. Del resto anche Gaio, un ecclesiastico vissuto ai tempi del Vescovo di Roma Zefirino (199-217), in un suo scritto contro Proclo, capo della setta dei Montanisti (Catafrigi), parla dei luoghi ove furono deposte le sacre spoglie dei detti Apostoli; e così si esprime: «Io posso mostrarti i trofei degli Apostoli. Se vorrai recarti al Vaticano, o sulla via Ostiense, troverai i trofei dei fondatori di questa Chiesa» (Hist. Eccl., 11, 25; P.L. 20, 207-210).

LA MEMORIA ANTICA E LE RECENTI INDAGINI DEL GLORIOSO «TROFEO»

Si è parlato assai in questi ultimi anni dei menzionati «trofei»: nessun dubbio che per trofei s’intendano le tombe dei due Apostoli martiri, le quali già prima della testimonianza di Gaio, e perciò già nel secondo secolo, erano oggetto di venerazione. Ultimamente l’attenzione degli studiosi s’è fissata sul trofeo eretto sulla tomba di San Pietro, detto appunto il trofeo di Gaio. Dobbiamo questo appassionato interessamento agli scavi, che Papa Pio XII, Nostro venerato Predecessore, ordinò che si facessero sotto questo altare centrale, detto «Confessione», della Basilica di S. Pietro, per meglio identificare la tomba dell’Apostolo, sulla quale, ed in suo onore, questa Basilica è costruita. Gli scavi, difficilissimi e delicatissimi, furono eseguiti, fra il quaranta e il cinquanta, con i risultati archeologici di somma importanza, che tutti sanno, per merito degli insigni studiosi ed operatori che all’ardua ricerca hanno dedicato cure degne di plauso e di riconoscenza. Così si esprimeva Papa Pio XII, nel suo Radiomessaggio natalizio del 23 dicembre 1950: «. . . La questione essenziale è la seguente: È stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo "sì". La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata. Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute?» (Discorsi e Radiom. XII, 380). La risposta allora data dal venerato Pontefice era sospensiva, dubitativa.

Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica.


ANNUNZIO FELICE: RINTRACCIATI I SACROSANTI RESTI MORTALI DEL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI

Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche.

Ma da parte Nostra Ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, di dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo ad onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità, le quali furono un tempo vive membra di Cristo, tempio dello Spirito Santo, destinate alla gloriosa risurrezione (cfr. Denz. Sch., DS 1822); e, nel caso presente, tanto più solleciti ed esultanti noi dobbiamo essere, quando abbiamo ragione di ritenere che sono stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli, di Simone, figlio di Giona, del Pescatore chiamato Pietro da Cristo, di colui che fu eletto dal Signore a fondamento della sua Chiesa, e a cui il Signore affidò le somme chiavi del suo regno, con la missione di pascere e di riunire il suo gregge, l’umanità redenta, fino al suo finale ritorno glorioso.

Figli carissimi! Invochiamo il martire, apostolo, vescovo di Roma e della Chiesa cattolica, Pietro, e, con lui, Paolo, il missionario, il dottore delle genti, l’assertore principale dell’universalità del messaggio cristiano, affinché entrambi ci siano maestri e protettori dal cielo nel nostro pellegrinaggio terreno.

Possa la Benedizione Apostolica, che a Noi da quella fonte Ci deriva, essere per voi tutti effusiva delle più abbondanti grazie del Signore Gesù.


SETTIMANA DI STUDIO SULLA PASTORALE NEL MONDO DEL LAVORO

Un cordiale saluto e qualche pensiero per i diletti Figli Sacerdoti partecipanti alla V Settimana di Studio sulla Pastorale nel Mondo del Lavoro, promossa dall’ONARMO.

Basta sottolineare, nel titolo stesso dei vostri provvidi incontri, due termini: «Pastorale» e «Mondo del Lavoro»; e richiamare la nozione di «Comunità di Lavoro», sempre presente nei vari temi trattati fino ad oggi nelle vostre riunioni annuali, perché il Nostro e vostro animo si mettano subito in contatto con una enorme e stimolante realtà, densa di problemi, di urgenze, di difficoltà, ma anche carica di motivi di consolazione, di speranze, di promesse.

La «Pastorale», e cioè la Chiesa nell’esercizio della sua divina missione per la salvezza di tutti gli uomini, deve essere presente e operante nel «Mondo del Lavoro», un mondo da costruire sempre più in «Comunità», in compagine solidale consapevole e responsabile, pervasa dallo spirito del Vangelo, della giustizia e della carità di Cristo. Tutto ciò è a voi ben noto, diletti Figli, e rappresenta la sostanza della vostra particolare vocazione. All’umile successore di Pietro è caro ripetervi che la Chiesa vi stima, che la Chiesa vi incoraggia, che la Chiesa ha bisogno della vostra collaborazione.

Gli accennati tre termini e la corrispondente realtà sono la trama fondamentale su cui si va intessendo ogni anno il vostro discorso per approfondire l’uno o l’altro dei molteplici aspetti che quella medesima enorme e stimolante realtà costituiscono nel suo dinamismo : un discorso serio e doverosamente specializzato, nel quale confluiscono orientamenti ed esperienze, e dal quale trae profitto di criteri illuminanti e di pratici impulsi generosi la vostra attività apostolica. Particolarmente gradito Ci riesce il tema di questa V Settimana: «La formazione del sacerdote all’apostolato nel mondo del lavoro». Esso riguarda la base stessa, il principio operante della vostra missione. Quanto Ci sta a cuore, diletti Figli, la vostra formazione, così come, in generale, la formazione e la vita di tutti i sacerdoti, oggi; quando non mancano, purtroppo, pericoli di sbandamento, mentre urge andare incontro ad un mondo in rapida evoluzione, ma senza abdicare alla chiarezza e alla solidità delle certezze perenni!

Diletti Figli! Profondamente sensibili all’omaggio della vostra devozione, e grati per l’operosa ispirazione che - ne siamo sicuri - vorrete trarre da questo incontro con Noi, di gran cuore vi benediciamo, invocando su di voi e sul mondo del lavoro il conforto delle grazie del Cielo.

* * *

Un augurio particolare ai Sacerdoti della Diocesi di Verona, che festeggiano il XXV della loro Ordinazione con un pellegrinaggio sulla tomba del Principe degli Apostoli.

A voi la gratitudine Nostra e della Chiesa, per l’attestato di venerazione e di affetto al Vicario di Cristo e per il bene compiuto fra le anime in questi anni di ministero sacerdotale.

Il Signore vi illumini e vi conforti nel delicato servizio pastorale, e vi accompagni la Nostra Benedizione Apostolica, che impartiamo a voi, ai vostri cari e alle anime a voi confidate.

* * *

Fra i gruppi qui presenti salutiamo con cordiale compiacenza i Diaconi del quarto anno di Teologia del Pontificio Collegio Urbano «de Propaganda Fide», accompagnati dal loro Rettore, che concludono in questi giorni i loro studi e si preparano a ricevere l’ordinazione sacerdotale.

Figli dilettissimi, sappiamo quanto grande profitto abbiate tratto da questi anni di permanenza a Roma, ben consapevoli delle necessità e delle attese dei popoli, tra i quali vi accingete a tornare. Ciò procura vero conforto al Nostro animo e Ci assicura le migliori speranze per il bene religioso delle Diocesi a cui la Provvidenza vi destina.

Voi provenite da Regioni diversissime, eppure presentate in questo momento lo spettacolo di una mirabile unità, e vi sentite non già forestieri ma figli in questa casa del Padre, cittadini in questa Roma cristiana. Vi auguriamo che tale esperienza di fede e di grazia, vissuta accanto alla Cattedra di Pietro, vi accompagni sempre e cresca ogni giorno di più, per la gloria di Cristo Gesù e la diffusione della sua Chiesa.

La Nostra Benedizione Apostolica scenda sopra di voi, sui vostri cari e su coloro che il Signore porrà sul vostro cammino sacerdotale.


Paolo VI Udienze 1968 - LA «MADRE DELLA CHIESA» ESEMPIO DELLE FONDAMENTALI DOTI CRISTIANE