
Paolo VI Udienze 1968 - SETTIMANA DI STUDIO SULLA PASTORALE NEL MONDO DEL LAVORO
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Avrete certamente avuto notizia, un’eco almeno, della professione del nostro Credo, con la quale abbiamo concluso formalmente e solennemente l’«Anno della Fede»; ma una simile conclusione si potrebbe meglio chiamare un principio, non già d’un altro anno dedicato allo stesso tema, ma delle conseguenze, ch’esso vorrebbe produrre; e sono senza numero e senza fine. Una professione di fede non può essere che un riassunto, un «simbolo», come si dice nel linguaggio teologico tradizionale, una formula, una «regula fidei», che contiene le principali verità della fede, in termini autorevoli, ma quanto più possibili condensati ed abbreviati. Era fin dall’antichità cristiana una sintesi dei dogmi fondamentali dell’insegnamento dottrinale, che i candidati al battesimo dovevano imparare e recitare a memoria; l’uso di questo metodo didascalico cominciò probabilmente a Roma; ne abbiamo memoria all’inizio del terzo secolo nella cosiddetta «tradizione apostolica» di Ippolito, la quale consisteva in una specie d’interrogatorio, come ancora si usa nella liturgia battesimale (cfr. Denz.-Sch. DS 10); si credette che questo testo risalisse agli Apostoli, donde il nostro cosiddetto «Simbolo Apostolico», e godette perciò di grande credito; S. Ambrogio vi ravvisa l’autentica tradizione, come quello «quod Ecclesia Romana intemeratum semper custodit et servat», che la Chiesa Romana sempre custodisce e conserva (Ep 42,5 P.L. Ep 16,150); il Concilio di Nicea (a. 325) lo riprese e lo ampliò, come noi lo recitiamo e cantiamo nella Messa, con le modifiche del Concilio I di Costantinopoli (a. 381), e con l’aggiunta famosa del «Filioque», suggerita ovviamente dall’Imperatore Enrico TI, e accolta da Papa Benedetto VIII (a. 1014); e poi ammessa anche dalla Chiesa Greca nei Concili di Lione II (a. 1274) e di Firenze (a. 1439) (cfr. Denz.-Sch. DS 125 DS 150).
S. Agostino, commentando la formula ambrosiana (ch’è poi il Simbolo Apostolico), conclude: «Questa è la fede da ritenere in poche parole nel Simbolo che si dà ai cristiani novelli» (De fide et symb., n. 25; P.L. 40, 196).
Tutto questo ci dice che una professione riassuntiva delle verità della fede esige poi uno studio, uno sviluppo, un approfondimento; è questo il dovere di tutti i credenti; e quelli fra loro che sanno passare dalle formule catechistiche all’esposizione più completa e più organica delle verità della fede, dalle aride parole allo sviluppo dottrinale, e, ancor meglio, dalle espressioni verbali a qualche intelligenza reale delle verità stesse, sperimentano un gaudio e uno sgomento insieme: il gaudio della ricchezza e della bellezza delle verità religiose, e lo sgomento della loro profondità e della loro ampiezza, che la nostra mente sa intravedere, ma non misurare: è l’esperienza maggiore che il nostro pensiero può fare. Ed è questo parimente il compito dei maestri, dei teologi, dei predicatori, ai quali questo momento storico della Chiesa offre una stupenda missione, quella di penetrare, di purificare, di esprimere gli enunciati della fede in termini nuovi, belli, originali, vissuti, comprensibili, i sempre identici ed immutabili tesori della rivelazione, «nella stessa dottrina, nello stesso senso, nello stesso pensiero», come disse il Concilio Vaticano primo (cfr. Vincenzo Ler., Commonitorium, 28; P.L. 50, 668; e Conc. Vat. I, De fide cath., IV, in Alberigo etc. Conc. Occ. decreta, p. 785).
Un lavoro quindi che, si può dire, ricomincia, cioè succede all’affermazione della fede, che l’anno testé concluso Ci ha dato la felice occasione di pronunciare. Dobbiamo rimetterci tutti ad uno studio serio della nostra religione; e speriamo che in ogni Paese si abbia una nuova e originale fioritura di letteratura religiosa.
Ma vi è un’altra conseguenza che scaturisce da una professione della fede, ed è la coerenza della vita con la fede stessa. Non avremo mai dato sufficiente importanza a questa coerenza tra la fede e la vita. Non basta conoscere la Parola di Dio, bisogna viverla. Conoscere e non applicare la fede alla vita sarebbe una grave illogicità, sarebbe una seria responsabilità. La fede è un principio di vita soprannaturale, ed insieme un principio di vita morale. La vita cristiana nasce dalla fede, ne gode l’incipiente comunione ch’essa stabilisce fra noi e Dio, fa circolare il suo infinito e misterioso pensiero nel nostro, ci dispone a quella comunione vitale, che unisce la nostra appena creata esistenza con l’increato e infinito Essere, ch’è Dio; ma nello stesso tempo introduce nella nostra mente e nel nostro operare un impegno, un criterio spirituale e morale, un elemento qualificante la nostra condotta: ci fa cristiani. È sempre da ricordare la ripetuta formula dell’Apostolo: iustus ex fide vivit, il Cristiano, possiamo tradurre, vive di fede (Rom. 1, 17; Ga 3,11 Hebr Ga 10,38).
Questo aspetto della vita religiosa ora ci interessa. Come rendere conforme la nostra vita vissuta alla nostra fede? Come possiamo figurarci il tipo moderno del credente? Qual è la vocazione del fedele, oggi, quando egli voglia prendere sul serio le conseguenze del proprio Credo? Tutti ricorderemo come il recente Concilio abbia proclamato che «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alle pienezze della vita cristiana e alla perfezione della carità», e aggiunge: «Anche nella società terrena da questa santità è promosso un tenore di vita più umano» (Lumen gentium LG 40). Questa affermazione conciliare circa la vocazione di tutti e di ciascuno alla santità, corrispondente «ai vari generi di vita e ai vari uffici» di ciascuno è di capitale importanza: «Ognuno - prosegue il Concilio - secondo i propri doni ed uffici, deve senza indugio avanzare per le vie della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità» (ib. n. 41). Perciò dovrebbe scomparire il cristiano inadempiente ai doveri della sua elevazione a figlio di Dio, e fratello di Cristo, a membro della Chiesa. La mediocrità, l’infedeltà, l’intermittenza, l’incoerenza, l’ipocrisia dovrebbero essere tolte dalla figura, dalla tipologia del credente moderno. Una generazione pervasa di santità dovrebbe caratterizzare il nostro tempo. Non solo andremo alla ricerca del santo singolare ed eccezionale, ma dovremo creare e promuovere una santità di Popolo, proprio come, fin dai primi albori del cristianesimo, voleva San Pietro, scrivendo le celebri parole: «Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo redento; . . . voi, che un tempo non eravate un popolo, ma ora siete Popolo di Dio» (1 Petr. 2, 9-10).
Riflettiamo bene. È possibile raggiungere una simile mèta? Non siamo nel mondo dei sogni ? Come può mai un uomo comune del nostro tempo conformare la propria vita a un ideale autentico di santità, per quanto lo si possa modellare sulle esigenze oneste e legittime della vita moderna? Oggi, per di più, quando tutto è messo in «contestazione», quando dalla tradizione non si vogliono più derivare le norme per la guida della nuova generazione, quando la trasformazione del costume è così impellente e palese, quando la vita sociale assorbe e soverchia la singola personalità, quando tutto è secolarizzato e dissacrato, quando nessuno sa più quale sia l’ordine costituito e da costituire, quando tutto è diventato problema e quando non si accetta che alcuna normale autorità suggerisca soluzioni ragionevoli e allineate sul filo della comprovata esperienza storica?
Non bisogna chiudere gli occhi alla realtà ideologica e sociale, che ci avvolge; anzi faremo bene a guardarla in faccia con coraggiosa serenità. Ne potremo trarre molte conclusioni favorevoli ai nostri principi circa l’umanesimo privo della luce di Dio. Ma ora preme a Noi di rispondere alla domanda che Ci siamo posta, e che faremo bene a ripetere nell’interno delle nostre coscienze; può oggi un uomo essere veramente cristiano? E può un cristiano essere santo (nel senso biblico del termine)? Può la nostra fede essere davvero un principio di vita concreta e moderna? E può ancora un popolo, una società, una comunità almeno, esprimersi in forme autenticamente cristiane?
Ecco, Figli carissimi, una buona occasione per subito porre in azione la nostra fede. Rispondiamo che sì. Nulla ci deve spaventare, nulla arrestare. È di Santa Teresa questa parola: Nada te espante. Ripetiamo a noi stessi le parole di San Paolo ai Romani: «Se tu confessi con la bocca il Signore Gesù, e nel cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvo». Questa è la bussola. Nel mare infido e agitato del mondo presente, teniamo fisso questo supremo orientamento: Gesù Cristo. Lui, luce del mondo e della nostra vita, subito infonde nei nostri cuori due cardinali certezze, quella su Dio e quella sull’uomo; l’una e l’altra da perseguirsi in una totale dedizione di amore. Se così, non abbiamo più paura di nulla: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, o l’angoscia, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la persecuzione, o la spada? . . . In tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di Colui che ci ha amati», dice ancora San Paolo (Rom. 8, 35-37).
Cominciate a vedere come la fede possa avere un influsso determinante e corroborante sulla nostra psicologia dapprima, e poi sulla nostra vita pratica. Ma il discorso si fa lungo, e qui lo fermiamo, fidando che voi lo sappiate continuare da voi stessi nelle vostre coscienze. Con la Nostra Apostolica Benedizione.
Nell'udienza di stamane abbiamo la gioia di accogliere tre gruppi di sacerdoti altamente qualificati e veramente meritevoli della Nostra affettuosa stima. Sono i partecipanti al Congresso Nazionale degli Assistenti Diocesani dell’Unione Uomini di Azione Cattolica, i partecipanti al Convegno Nazionale dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani, e gli Assistenti Diocesani della Gioventù Femminile e Maschile di Azione Cattolica Italiana convenuti a Roma per il loro Convegno Nazionale Unitario.
Vi ringraziamo, Figli carissimi, della vostra visita e dei sentimenti di devozione che ve l’hanno suggerita. L’orario molto impegnato di questi giorni non Ci permette, purtroppo, di dare a questo incontro l’ampiezza che vorremmo e che meriterebbe. Non possiamo però fare a meno di rivolgere almeno una parola a ciascun gruppo in particolare, per dirvi tutta la compiacenza con cui seguiamo il vostro silenzioso e tanto proficuo lavoro, e per assicurarvi della fiducia che riponiamo nella vostra opera.
Anzitutto desideriamo congratularCi con gli Assistenti Diocesani della Unione Uomini per l’opportunità del tema scelto per il loro Congresso: L’impegno degli uomini di Azione Cattolica nella costruzione della Comunità locale. Detto tema riflette l’ansia della Chiesa di riavvicinare il mondo, che per le così rapide e profonde trasformazioni di questi ultimi tempi tanto si è allontanato da lei. Desiderio, questo, che, se da un lato spinge la Chiesa ad accostarsi agli uomini del nostro tempo per servirli e rigenerarli cristianamente, dall’altro mette in evidenza il dovere che urge ciascun fedele di interessarsi all’apostolato, in modo che nessun membro del Popolo di Dio rimanga inerte, nessuno sia ozioso, nessuno passivo.
A voi, diletti Figli, spetta il delicato compito di rendere sempre più consapevoli di questo onore, di questo dovere, di questa chiamata del Signore, tutti coloro che militano nelle file della vostra grande e benemerita Unione.
Voi, dunque, porterete ad essi i Nostri paterni voti, la Nostra gratitudine sincera e il Nostro incoraggiamento a servire sempre meglio la Chiesa e l’Italia nella loro bella vocazione di Uomini di Azione Cattolica.
Un altro particolare saluto desideriamo rivolgere ai cari Assistenti Diocesani della Gioventù Femminile e Maschile di Azione Cattolica Italiana.
Il vostro Convegno, diletti Figli, si svolge dopo che il Convegno Nazionale dei Dirigenti Diocesani di Gioventù Femminile e Maschile di Azione Cattolica Italiana ha posto in evidenza la volontà di queste due Associazioni di operare in stretta unione per un’organica e sistematica azione apostolica nella Chiesa locale.
Noi di tutto cuore incoraggiamo questa collaborazione tra le due Organizzazioni, e siamo certi che essa permetterà loro di inserirsi con maggiore competenza nella pastorale.
Ciò comporta naturalmente il dovere di ricercare e proporre criteri di interpretazione del nostro tempo; una interpretazione che si ispiri agli insegnamenti del Magistero, e che sappia tener conto nello stesso tempo del travaglio di inquietudine e di ricerca che soffrono, oggi, gli uomini e, come più sensibili, particolarmente i giovani. Rientra, infatti, fra i compiti delle vostre Associazioni orientare i giovani a comprendere meglio il mondo in cui vivono, i fermenti che lo animano, e aiutarli a rendere in esso più incisiva la loro presenza e la loro azione di cristiani, membra vive del Popolo di Dio.
In tutto ciò grande è la vostra responsabilità, diletti Assistenti, giacché tocca alla vostra esperienza indicare in che modo le vostre Associazioni possano assolvere questo compito, mantenendo sempre la loro unità di contenuto, di metodo, di finalità e anche di strutture.
Intanto Noi vi assicuriamo di seguirvi con la Nostra fervida preghiera a Dio. E voi a nome Nostro direte ai vostri giovani e alle vostre giovani che Noi Ci aspettiamo molto da loro; sappiano essere non spettatori inerti, o peggio ancora critici e scettici, ma collaboratori fra i più generosi e disciplinati nello sforzo rigeneratore che la Chiesa sta compiendo in questo periodo postconciliare.
Un saluto, infine, con grande effusione di cuore, ai partecipanti al Convegno Nazionale dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani, promosso dall’Ufficio Catechistico della Conferenza Episcopale Italiana.
Diletti sacerdoti, sappiamo tutta la delicatezza del vostro compito e anche le sue molteplici e gravi difficoltà. Da una parte vi è la necessità di presentare la verità che salva in termini adeguati e comprensibili, senza però deformarla, ma cercando di farla risplendere di nuova luce e di farla accettare con una adesione schietta e senza riserve; e dall’altra vi è il turbine della vita moderna che con le sue attrattive, coi suoi godimenti e con le sue aspirazioni tanto potentemente distoglie gli uomini del nostro tempo dall’ascoltare l’annuncio della Parola di Dio.
Per questo motivo Noi Ci rallegriamo dei vostri Convegni che si susseguono con tanto frutto, e che vanno costruendo con molta pazienza le nuove premesse per la pastorale della Parola di Dio in Italia, in una sempre più consapevole e responsabile adesione ai Pastori della Chiesa e con profonda attenzione alle situazioni spirituali sempre nuove dei fedeli. Diremo di più. I vostri Convegni non soltanto sono momenti preziosi di preghiera, di comune ricerca, di scambio di esperienze e di programmi sempre più adeguati, ma sono altresì occasione di profonda amicizia sacerdotale, che si prolunga successivamente nelle diocesi e nelle regioni, garantendo una sempre maggiore fecondità nell’apostolato e nel servizio della Chiesa.
Continuate, adunque, Figliuoli, nella vostra opera benemerita. Noi intanto vi esprimiamo la Nostra riconoscenza più sincera e vi accompagniamo col Nostro cordiale incoraggiamento.
La Nostra paterna e confortatrice Apostolica Benedizione, che di cuore impartiamo a tutti voi, diletti sacerdoti, e a tutte le vostre Associazioni, avvalori i Nostri voti e le Nostre preghiere.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Cha cosa attendere oggi dalla Nostra parola? Voi sapete che dopo avere proclamata la nostra fede cattolica, antica e sempre nuova, perché sempre vera e sempre viva, Noi andiamo cercando il rapporto ch’essa deve avere col nostro pensiero e con la nostra condotta; cerchiamo cioè quale sia l’influsso ch’essa deve avere sulla nostra vita, quali esigenze essa reclami, quali impulsi essa ci offra, quale stile essa imprima alla nostra personalità. Studiamo ora la questione nel suo aspetto individuale. E abbiamo già ricordato la grande legge, che stabilisce essere la fede un principio di vita, sia nel senso trascendente e misterioso della iniziale inserzione soprannaturale della presenza e dell’azione di Dio in noi, sia nel senso della ispirazione morale derivante dalle verità della fede, e sia del modo di giudicare, suggerito dalla fede, l’enorme e complessa varietà di valori, tanto del nostro mondo interiore, quanto di quello esteriore. Un uomo moderno, un cristiano del nostro tempo, un fedele sensibile alle voci del Concilio quale conto deve fare della propria fede? Il noto binomio «fede e vita» come si pone oggi alla nostra coscienza, supposto un desiderio di fondamentale sincerità personale, un desiderio, diciamo pure, di perfezione?
La risposta esigerebbe la soluzione d’un’altra fondamentale questione: come si fa oggi a credere? Ma non trattiamo ora della genesi della fede, problema immenso, che tuttavia per voi credenti supponiamo in qualche modo risolto. Limitiamo la Nostra indagine a più semplice, ma sempre grave domanda: È la fede un possesso di Dio, ovvero una ricerca di Dio? È dapprima un possesso: il credente è già in possesso di alcune supreme verità, derivate dalla Parola di Dio; è già custode di alcune rivelazioni, che lo invadono e lo dominano; è già felice di alcune certezze che danno al suo spirito una pienezza, una fortezza, una gioia, una voglia di esprimerle e di celebrarle, che alimentano in lui un’interiorità meravigliosa; per il credente è come se nell’oscurità e nella confusione della sua stanza interiore si fosse accesa una luce; egli vede la luce, cioè le realtà divine entrate nel suo spirito, e vede, in virtù di quella luce, se stesso, la sua coscienza; e non solo: vede quanto lo circonda, il suo posto nel mondo, e il mondo stesso. Tutto acquista un senso. Tutto appare per quello che è; e non si può negare che questa prima visione sia magnifica, anche se svela altezze irraggiungibili, profondità tenebrose, ampiezze abissali, ed anche umili cose concrete già conosciute, ma ora riconosciute in perimetri reali nuovi; anche se cioè il senso del mistero si accresca proprio mediante la scoperta iniziale delle realtà di cui viviamo, e in mezzo a cui si trova la nostra esterrefatta esistenza.
Ma facciamo attenzione: questo possesso della fede non esclude, bensì reclama un’ulteriore ricerca. Il nostro possesso di Dio, in questa vita, non è mai completo, non è che un inizio, una prima scintilla che invita a maggiore conquista d’una luce più piena. È questa una norma conosciutissima del nostro tirocinio religioso, anche per noi cattolici che abbiamo la fortuna di riposare su formule della fede fisse e sicure; esse non ci dispensano dallo sforzo d’una sempre progressiva ricerca e da una sempre migliore cognizione delle cose divine. Bene lo sanno le anime che della religione e della contemplazione fanno alimento dolce e forte. È un pensiero su cui S. Agostino ritorna sovente; per esempio: «Amore crescente inquisitio crescat inventi», con amore crescente cresca la ricerca di Colui che abbiamo trovato (Enarr. in PS 104 P.L. Ps 37,112); ed anche: «Invenitur ut quaeratur avidius», troviamo Dio per cercarlo più avidamente (De Trin. XV, 1; P.L. 42, 1058). La fede non è una stasi, è un cammino verso le divine verità. Il credente è un pellegrino, che cammina sulla buona strada, verso Dio.
Ma oggi dobbiamo tener conto d’un duplice fenomeno, che interrompe questa nostra serena visione del campo religioso e spirituale; fenomeno l’uno e l’altro molto grave e diffuso. Il primo è l’ateismo, che pretende affrancare l’uomo dalla così detta alienazione religiosa. «Negare Dio, dice il Concilio, . . . viene presentato come esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo» (Gaudium et Spes GS 7). Qui ora Noi non parliamo di questo triste e impressionante fenomeno; chi ne volesse conoscere le sue molteplici espressioni può consultare un’opera poderosa, di cui sono usciti i primi due grossi volumi: «L’ateismo contemporaneo» (S.E.I. 1967 e 1968); altri due volumi sono in preparazione, per iniziativa principale dei bravi e dotti Salesiani, D. Girardi e D. Miano, con altri valenti studiosi. Qui ci basta osservare che l’ateismo non è ammissibile nella configurazione dell’uomo vero, completo e buono, che andiamo delineando, sebbene anche l’ateismo pretende di fondare una sua moralità meritevole di qualche approfondita analisi (cfr. Fabro, Introd. all’ateismo moderno, Ed. Studium, 1964).
Diciamo piuttosto una parola, una sola e fugace, sull’altro fenomeno, che si verifica anche negli ambienti, che si qualificano come religiosi e come cristiani: il fenomeno della religione antropocentrica, cioè orientata verso l’uomo come suo principale oggetto d’interesse, mentre la religione deve essere, di natura sua, teocentrica, cioè orientata verso Dio, come a suo primo principio e a suo fine ultimo (cfr. S. Th. II-II 82,0) e poi verso l’uomo considerato, cercato, amato in funzione della sua derivazione divina e dei rapporti e dei doveri che da essa scaturiscono. Si è parlato di religione verticale e di religione orizzontale; ed è questa seconda, filantropica e sociale, che oggi prevale in chi non abbia la visione sovrana dell’ordine ontologico, cioè reale e obbiettivo, della religione. Vogliamo forse negare l’importanza e l’impegno che la fede cattolica attribuisce all’interesse dovuto all’uomo? Non sia mai! E nemmeno vogliamo temperare questo interesse, che per noi cristiani dev’essere estremamente e continuamente obbligante: ben ricordiamo che saremo giudicati sull’amore effettivo, che avremo consacrato al nostro prossimo, specialmente a quello indigente, sofferente, decaduto (cfr. Mt 25,31 ss.). Non mettiamo indebite riserve su questo punto. Ma dobbiamo sempre ricordare che il principio dell’amore verso il prossimo è l’amore verso Dio. Chi dimenticasse la ragione, per cui dobbiamo dirci fratelli degli uomini, e cioè la comune paternità di Dio, potrebbe, ad un dato momento, non più ricordarsi degli oneri gravissimi di tale fratellanza, e potrebbe scorgere nel proprio simile, non più un fratello, ma un estraneo, un concorrente, un nemico. Dare nella religione il primato alla tendenza umanitaria induce nel pericolo di trasformare la teologia in sociologia, e di dimenticare la fondamentale gerarchia degli esseri e dei valori: «Io sono il Signore Dio tuo . . . non avrai altro Dio fuori che me» (cfr. Ex 20,1 ss.); così nell’antico Testamento; e, nel nuovo, Cristo c’insegna: «Ama Dio, . . . questo è il più grande e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,37-39).
E non è da dimenticare che la prevalenza data all’interesse sociologico su quello teologico propriamente detto può generare un altro inconveniente pericoloso, quello di adattare la dottrina della Chiesa a criteri umani, posponendo quelli intangibili della rivelazione e del magistero ufficiale ecclesiastico. Che lo zelo pastorale attribuisca preferenza pratica alla considerazione dei bisogni umani, spesso tanto gravi e tanto urgenti, si può ammettere e incoraggiare, sempre che tale considerazione non comporti una svalutazione e una degradazione della preminenza e dell’autenticità dell’ortodossia teologica.
La fede, accettata e praticata, non è un’evasione dai doveri della carità e dalle grandi e impellenti necessità d’ordine sociale; ne è piuttosto l’ispiratrice e la forza. Ne è altresì la salvaguardia dalla tentazione di ricadere nel temporalismo, cioè nella prevalenza degli interessi temporali, da cui oggi più che mai si vorrebbe immune la religione; e da quella più grave di voler instaurare un nuovo ordine sociale, senza la carità, ma con la violenza e con la sostituzione d’un dominio prepotente ed egoistico ad un altro giudicato improvvido o ingiusto.
Una morale senza Dio, un cristianesimo senza Cristo e senza la sua Chiesa, un umanesimo senza l’autentico concetto dell’uomo, non ci conducono a buon fine. Che la nostra fede ci preservi da simili, fatali errori; e ci sia, nella ricerca della perfezione personale e sociale, luce e maestra.
Così vi augura la Nostra Benedizione.
Agli Assistenti Ecclesiastici e alle Dirigenti delle Donne Cattoliche
Un folto gruppo di fedeli con la sua presenza rende preziosa per Noi l’udienza di stamane: il gruppo degli Assistenti Ecclesiastici Diocesani e delle Presidenti e Dirigenti Diocesane dell’Unione Donne di Azione Cattolica, convenuti in Roma per il loro Convegno Nazionale.
Il vostro numero, diletti Figli e Figlie, come pure il vostro carattere rappresentativo, Ci dice il vostro zelo, e insieme l’importanza del vostro comune impegno, da cui prenderà impulso la vostra attività futura, in linea con gli indirizzi dell’Episcopato, e in comunione con gli altri rami dell’Azione Cattolica Italiana. Ve ne siamo sommamente grati, e vi esprimiamo il Nostro sincero compiacimento, giacché lo spettacolo di stretta unione e di fervore da voi dato in questi giorni col vostro Convegno, dimostra che l’ardore benefico e attivo dell’Unione Donne non conosce riposo, non teme crisi, non schiva sacrifici.
Una particolare soddisfazione abbiamo provato nell’esaminare le linee programmatiche del vostro lavoro futuro, tutto incentrato nel tema «Il mistero eucaristico, centro dinamico della Comunità cristiana». Tema, questo, quanto mai attuale ed opportuno, che è una magnifica affermazione di volere far primeggiare in tutte le vostre attività «lo spirituale», l’«unum necessarium», che soprattutto nell’Eucaristia trova il suo punto di sostegno e di orientamento. Perciò in questo vostro impegno, diletti figli, Noi volentieri vi accompagniamo coi Nostri voti e con le Nostre preghiere. E voi, ritornando nelle vostre Diocesi, sappiate far partecipi le vostre associazioni di quanto avete appreso in queste laboriose giornate di studio; specialmente sappiate far comprendere col vostro esempio a tutte le donne di Azione Cattolica che nessuna deve rimanere indifferente o tiepida nel grandioso sforzo di rinnovamento che la Chiesa sta compiendo in questo periodo Post-conciliare.
In pegno dei favori divini, di cuore, intanto, vi impartiamo l’Apostolica Benedizione.
Sacerdoti che svolgeranno il sacro ministero tra gli emigrati
Un particolare saluto è dovuto, oggi, ai cari sacerdoti delle diocesi d’Italia in procinto di recarsi a svolgere il loro ministero fra gli italiani emigrati.
Diletti figli, non avete voluto chiudere il vostro corso di aggiornamento qui in Roma presso il Pontificio Collegio dei sacerdoti per l’Emigrazione Italiana, senza prima venirci a salutare e chiedere la Nostra benedizione.
Acconsentiamo ben volentieri al vostro desiderio e cogliamo l’occasione di questo incontro per ringraziarvi del servizio che voi rendete alla Chiesa in un settore così vasto e delicato, qual è quello dell’emigrazione. Il sapervi animati da tanto zelo, Ci assicura che le ansie della Chiesa per il grave problema dell’assistenza religiosa agli emigrati, hanno trovato in voi eco profonda e’ piena rispondenza.
Opera grande, opera benefica, opera immensamente meritoria, la vostra, dilettissimi figli. Giustamente Ci pare di poter vedere nell’apostolato a cui vi siete consacrati, una delle forme più efficaci e notevoli per far sentire la presenza materna della Chiesa a favore di una categoria di lavoratori tra le più numerose e più bisognose di aiuto.
Vi incoraggiamo pertanto a compierlo bene, questo apostolato, da cui tanto la Chiesa si aspetta, con sempre maggiore consapevolezza e dedizione, e soprattutto con sempre maggior spirito di cristiana carità: carità delicata, attenta, premurosa, che fa scoprire nei fratelli in necessità la presenza stessa di Cristo, e trova sostegno e conforto ineffabile nelle sue divine parole: «Tutto ciò che avete fatto a uno dei più piccoli tra questi miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Vi sostenga l’aiuto divino, specialmente in quanto vi è di faticoso e di sacrificato nel vostro lavoro; e a tal fine vi impartiamo di tutto cuore la Benedizione Apostolica che siete venuti a domandare.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
A coloro che si pongono la questione, che ora guida il Nostro pensiero, circa la perfezione umana, circa l’ideale a cui l’uomo moderno deve orientare se stesso, vengono alla mente molti pensieri, che costituiscono una delle caratteristiche della mentalità degli uomini del nostro tempo. In genere questi pensieri partono da una valutazione negativa dei tipi umani, ai quali ci ha educati la pedagogia delle precedenti generazioni; una critica audace e spesso acerba demolisce gli uomini esemplari che ci hanno preceduto; la statura degli eroi dei tempi passati si abbassa e si riduce a livelli spesso meno che normali; i rappresentanti specialmente delle generazioni prossime alla nostra sono senz’altro rigettati come inadatti ad insegnare qualche cosa alle classi giovanili, anzi spesso sono accusati d’essere colpevoli delle situazioni inaccettabili dalla gioventù odierna e da lei ereditate; di ciò che di bene i vecchi, o appena gli anziani, hanno fatto o cercato di fare ci si dimentica volentieri; tutto deve essere nuovamente concepito e intrapreso senza riguardo, anzi in opposizione al dato tradizionale, che il corso del tempo e la maturità civile ci prospettano come frutto d’immense fatiche e degno di onorevole riconoscimento. Tutto è sbagliato, si dice, o almeno tutto è da abbandonare e da rifare rispetto alla figura dell’uomo, che fino a ieri era ritenuta esemplare. Si vuole un umanesimo nuovo. Così nuovo che continuamente si stanno rigettando le formule umanistiche prospettate fino ad ieri, fino ad oggi dalle varie scuole di pensiero, o dai vari movimenti sociali. Nella ricerca d’una sempre nuova originalità si cade poi facilmente in un conformismo a qualche autore discutibile di moda, purché di moda.
Ma nella ricerca d’un’umanità tipica e ideale vi sono anche pensieri positivi, specialmente nell’àmbito fortunato della nostra comunità ecclesiale. Tutta la dottrina sulla perfezione della vita religiosa, la destinazione alla santità emergente dalla stessa vocazione cristiana, l’affermazione dei valori non solo della sfera soprannaturale della grazia, ma altresì dell’ordine temporale e dell’attività naturale, che il Concilio ha disseminato nei suoi documenti, ci confortano a credere che il seguace di Cristo può e deve avere ancor oggi una sua grandezza morale, ereditata sì, ma viva e da riviversi, della quale, se egli non ha sempre la più alta prerogativa, pur troppo, nella vita vissuta, ha tuttavia il segreto, la formula giusta nel campo dottrinale. Il cristiano, se tale veramente è, è l’uomo vero, è l’uomo che realizza pienamente e liberamente se stesso; e ciò ispirandosi ad un modello d’infinita perfezione e d’insuperabile umanità, Cristo Signore, imitabile in alcune forme necessarie, quelle reclamate dalla fede e dalla grazia, e in moltissime altre, suggerite dal suo proprio genio di cristiano e dalla sua cosciente elezione (cfr. S. Th. I-II 108,1).
Qui incontriamo un’obbiezione diffusa e ricorrente nella storia e nella letteratura, quella diventata classica per l’eco che trovò in autori celebri, come il Machiavelli ed il Pascal (cfr. Papini, Scrittori ed Artisti, 1959, p. 443), e che, formulata dal Sismondi nell’ultimo volume della sua storia delle repubbliche italiane nel medio evo, ebbe l’onore d’una confutazione, altrettanto sagace quanto rispettosa in un’opera, troppo anche in Italia svalutata (cfr. Croce), e troppo anche da noi cattolici dimenticata, vogliamo dire quelle «Osservazioni sulla Morale cattolica», di Alessandro Manzoni, che meritano tuttora, a Nostro avviso, lo studio e l’ammirazione non solo dei cultori dell’opera letteraria del grande scrittore, ma dei credenti, e non tanto di ieri, ma anche di oggi (cfr. il pregevole studio di Umberto Colombo, nel vol. III delle Opera omnia del Manzoni).
L’obbiezione, cioè, che la religione cattolica, specialmente nella sua presentazione delle dottrine morali, avvilisca il vero senso morale, anteponga gli insegnamenti dogmatici ai dettami della coscienza, preferisca il pietismo e le virtù teologali ai principi della giustizia propria della moralità naturale. Lasciamo lo studio della questione ai volonterosi.
COME L'UOMO Può ESSERE FORTE E DIVENTARE SANTO
Per quanto interessa questo Nostro umile dialogo Ci limitiamo ad alcune ovvie, ma importanti osservazioni. La prima è quella che difende il rapporto tra religione e morale: Noi affermiamo, con tutta la tradizione teologica e pedagogica del cristianesimo, che la grazia perfeziona la natura; cioè la fede, la vita religiosa, il riferimento del nostro agire a Dio, come a suo principio e a suo fine, l’esempio e la virtù che derivano dal Vangelo, la scuola che la Chiesa imparte ai fedeli circa la scienza dei loro doveri e del modo di concepire la vita singola e la vita sociale, la pratica della preghiera e del timor di Dio, eccetera, non deformano il carattere dell’uomo, non avviliscono la sua libertà, non sostituiscono l’intimo processo della sua coscienza, né tanto meno autorizzano il fedele ad eludere i suoi impegni nel contesto naturale e civile, non ne fanno un fariseo bigotto ed ipocrita, sì bene avvalorano nell’uomo il senso vero dell’uomo, svegliano in lui non solo la consapevolezza del bene e del male, e lo affrancano dall’indifferentismo morale verso cui scivola quella diffusa mentalità nella quale, spento il senso di Dio, si oscura il come ed il perché dell’onesto operare, ma gli conferiscono altresì l’energia sua propria per essere forte e retto, e altra misteriosa, la grazia, vi aggiungono, che avviano l’uomo al superamento di sé, a quei vero superuomo, ch’è il giusto secondo Ia fede, l’eroe semplice e costante per le grandi e per le quotidiane prove della vita, il santo perfino, sia nel senso primitivo della comunità cristiana e sia nel senso, in alcuni casi singolari, dell’agiografia moderna.
Non tema il credente d’essere ultimo e, nemmeno secondo al traguardo dell’ideale umano, a cui è interessata la mentalità contemporanea.
E ciò in vista d’una seconda osservazione. La concezione del perfetto cristiano deve fare molto caso delle virtù morali proprie della natura umana, integralmente considerata (cfr. Decr. De instit. sacerdotali, OT 11). Citiamo la prima di queste virtù: la sincerità, la veracità. «Sia il vostro linguaggio, c’insegna il Signore, sì, sì; no, no» (Mt 5,37 Jc 5,12). Dobbiamo redimere il cristiano dalla falsa e disonorante opinione che a .lui sia lecito il giocare sulla parola, che in lui vi sia doppiezza fra pensiero e discorso, che egli possa a fin di bene ingannare il prossimo. L’ipocrisia non è protetta dal mantello della religione (cfr. Bernanos, L’imposture). Lo stesso si dica sul senso della giustizia. Della giustizia commutativa dapprima, quella che riguarda il mio e il tuo, cioè sull’onestà nei rapporti economici, negli affari, nella rettitudine amministrativa, specialmente nei pubblici uffici; e poi sulla giustizia sociale (legale, la dicevano gli antichi, «nel senso che per essa l’uomo si conforma alla legge che ordina gli atti di tutto l’operare umano al bene comune» - cfr. S. Th. II-II 58,6; S. Tommaso la chiama perciò una «virtù architettonica» - cfr. ibid. II-II 60,1 ad 4). E così diciamo del senso del dovere, del coraggio, della magnanimità, dell’onestà dei costumi; e così via (cfr. Gillet, La valeur éducative de la morale catholique). Grande apprezzamento dobbiamo fare di queste virtù naturali, anche se non dimentichiamo come esse, fuori dell’ordine della grazia, siano incomplete, e spesso si associno a debolezze umane molto deplorevoli (cfr. S. Ag., De civ. Dei, V, 19; P.M. 41, 166); e ricordiamo come siano, di per sé, sterili di valore soprannaturale (ibid. XX, 25; P.L. 41, 656; e XXI, 16; P.L. 41, 730).
Insegnamenti vecchi? No, ce li ricorda il Concilio, dove dice, ad esempio: «Molti nostri contemporanei . . . sembrano temere che, se si stabiliscono troppo stretti legami tra l’attività umana e la religione, sia impedita l’attività degli uomini, della società, della scienza». E difende così la legittima autonomia nella questione delle realtà terrene (Gaudium et Spes GS 36).
Così altrove. Ad esempio: «Sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell’uomo moderno e osservare gli obblighi sociali» (ibid. n. 30). E dappertutto il Concilio propone al cristiano un umanesimo sapiente, che, senza dimenticare le grandi leggi della perfezione evangelica, come le rinunce che ci fanno più buoni e più spirituali, il sacrificio, che imprime il segno redentore della Croce nella nostra vita, solleva il cristiano stesso alla statura dell’uomo integrale, alla pienezza dei doni ricevuti da Dio con la vita, all’equilibrio gerarchico delle sue facoltà, all’impiego indefesso ed armonioso delle sue forze, al senso comunitario delle sue concrete relazioni umane, alla dignità della sua propria coscienza, e questa non già come criterio di verità obbiettiva, ma come principio di libera e responsabile condotta morale.
È bello che proprio nel nostro tempo, tanto turbato dalle confusioni ideologiche e sociali, la Chiesa di Dio parli a tutti e a ciascuno di perfezione umana, morale e vissuta. Ascoltiamola; e conforti la Nostra Apostolica Benedizione l’invito paterno e generoso.
Paolo VI Udienze 1968 - SETTIMANA DI STUDIO SULLA PASTORALE NEL MONDO DEL LAVORO