Paolo VI Udienze 1968 - SACRO IL DOVERE DI OSSERVARE GLI OBBLIGHI SOCIALI


UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 24 luglio 1968


L’UOMO ALLA RICERCA DI SE STESSO

Diletti Figli e Figlie!

Vorremmo in queste Udienze settimanali dare alcuni lineamenti circa la figura dell’uomo, quale la Chiesa lo concepisce, tenendo conto degli insegnamenti perenni del cattolicesimo e di quelli particolari del recente Concilio, e avendo presenti alcuni riflessi, che il tempo nostro proietta sul volto umano.

L’uomo è alla ricerca di se stesso. Vuole prendere coscienza di sé; vuole dare alla sua esistenza un’espressione sua, che sempre chiama nuova, altre volte chiama libera, piena, possente, originale, personale, autentica . . . Vi è chi ha parlato di superuomo e di uomo dalla vita eroica; chi lo ha definito prevalentemente sotto l’aspetto biologico e zoologico (cfr. Desmond Morris). L’antropologia è in discussione a tutti i livelli. È ora il tema principale della discussione scientifica, filosofica, sociale, politica ed anche religiosa (cfr. Gaudium et Spes GS 14). Chi è l’uomo? e quale tipo di uomo possiamo dire ideale? Ritorna l’antica domanda socratica: «Io ti domando: che cosa è il santo?» (Platone, Eutifrone).

Poniamo appena la questione, non certo per trattarla e risolverla in un’umile conversazione come questa, ma solo per richiamare. la nostra attenzione su questo tema centrale della problematica contemporanea; e per mettere oggi in evidenza una difficoltà proveniente dalla nostra professione cristiana; non diciamo ora di quella già nota del teocentrismo, cioè della posizione centrale che Dio occupa nella concezione della vita cristiana, in confronto con l’autoidolatria moderna, con l’antropocentrismo; cioè non parliamo ora della concezione umanistica e profana, che pone l’uomo al centro di tutto. Dici,amo piuttosto dell’atteggiamento penitenziale, che sta alle soglie della partecipazione al «regno dei cieli» (Mt 3,2), e che si chiama «metanoia, conversione», un cambiamento, cioè, profondo ed operante di pensieri, di sentimenti, di condotta, che obbliga ad un certo rinnegamento di sé, e che accompagna sia il tirocinio, sia la osservanza della norma cristiana; questo atteggiamento consiglia rinunce, alle volte molto gravi, come i voti religiosi; infonde nel fedele con suo grande, anche se salutare, disagio, il senso del peccato; esige la vigilanza su pericoli e tentazioni che insidiano ad ogni passo il corso della vita; traccia al cammino dell’uomo la via stretta come la sola che conduce a salvezza (cfr. Mt 7,13-14); reclama un’imitazione di Cristo tutt’altro che facile e spinge fino alla esaltazione della sua croce e ad una qualche partecipazione al suo sacrificio. La vita cristiana fa molto caso dell’abnegazione, della mortificazione, della penitenza (cfr., ad esempio, la severità reclamata dall’uomo contro ciò che nell’uomo stesso può essere fonte di peccato: Mt 5,29-30 Mt 18-8).


LE CARATTERISTICHE DELLA VITA CRISTIANA

Il cristianesimo non si fida dell’umanesimo naturalista; sa che l’uomo è un essere vulnerato fin dalla sua origine, che nella complessa ricchezza delle sue facoltà porta con sé squilibri estremamente pericolosi, e bisognosi di disciplina austera e duratura. Il cristianesimo, per viverlo bene, ha bisogno di continue riparazioni, di ricorrenti riforme, di ripetuti rinnovamenti. La vita cristiana non è molle e facile, non è comoda e formalista, non è ciecamente ottimista, moralmente accomodante ed abulica; è gioiosa ma non gaudente. È questo l’aspetto più avversato dalla mentalità moderna, che aspira ad una vita piena, comoda, spontanea, gaudente.

Considera il cristiano un essere inibito e scrupoloso, escluso dalle esperienze più forti, che sono di solito quelle delle libere passioni, estraneo alle correnti impetuose della moda spregiudicata, sia nel pensiero, che nella condotta. Il cristianesimo, secondo questo diffuso modo di pensare, può essere apprezzabile, sotto l’aspetto umanistico, per l’interiorità delle sue radici operative (cfr. Croce), o per la simpatia verso la sofferenza inerme ed oppressa dell’uomo, o per lo spirito d’iniziativa che genera in favore dell’eguaglianza e della fratellanza umana, ma non per i suoi dogmi religiosi e tanto meno per il suo carattere penitenziale. L’uomo moderno è orientato verso la vita senza rinunce e senza dolore; per la vita sana, igienica, intensa, goduta e felice.

IL DIVINO MAESTRO CI ESORTA ALLA PENITENZA E ALL’ESPIAZIONE

Figli carissimi! accettiamo questo contrasto, specialmente nell’irriducibile opposizione dei suoi principi. Non possiamo dimenticare la parola del Maestro, quando commentava una disgrazia avvenuta, la caduta della torre di Siloe con l’uccisione di diciotto persone: «Se non farete penitenza, perirete egualmente tutti» (Lc 13,4-5).

E quest’antifona del ravvedimento di sé, della contrizione, del castigo di certe proprie sregolate tendenze, della penitenza e dell’espiazione risuona in tutto il Vangelo; apre al cristianesimo le sue prime conquiste (cfr. Ac 2,38 Ac 11,18 Ac 17,30; etc.); informa di sé lo stile della nuova vita cristiana; risuona fortemente e talora cupamente in certe espressioni del cristianesimo medioevale; giunge fino ai tempi nostri, specialmente con alcune osservanze, come il digiuno quaresimale; le fa eco il Concilio (cfr. Sacr. Conc. SC 9 SC 10.5, SC 109 SC 110); perde i suoi accenti più rigorosi e formali nella recente Costituzione «Poenitemini», ma per riaffermarsi in indulgenti espressioni consone alle condizioni della vita moderna, non però meno esigenti nel suo spirito ed in alcune forme oggi più pratiche, ma sempre sensibili e sincere.

Il bisogno d’orientare decisamente la propria vita verso Dio e verso la sua volontà, la necessità del dominio di sé e della purificazione della propria vita (cfr. Gaudium et Spes GS 37), la ragionevolezza di una scelta fondamentale che dia figura e valore morale alla propria condotta, l’intima e pressante esigenza di riparare i propri falli (cfr. l’Innominato del Manzoni), la segreta attrattiva di avvicinare la Croce di Cristo e di integrare nella propria carne le sue sofferenze (cfr. Col 1,24) fanno ancor oggi, e sempre dove il Vangelo è capito e vissuto, un posto insostituibile alla penitenza nella configurazione ideale dell’uomo nuovo, dell’uomo vero, dell’uomo in cerca di perfezione.


UNICITÀ E SPLENDORE DEL NOSTRO UMANESIMO

E non deve essere impossibile, anzi nemmeno difficile all’uomo moderno comprendere questa necessità. L’uomo sportivo, ad esempio, offre a S. Paolo un argomento, che dal campo fisico passa a quello spirituale, e che perciò può rifluire da quello spirituale al campo pratico della vita vissuta: «Tutti gli atleti si impongono una rigorosa astinenza . . .» (1 Cor 1Co 9,24-27). Le cose forti, le cose grandi, le cose belle, le cose perfette sono difficili, ed esigono una rinuncia, uno sforzo, un impegno, una pazienza, un sacrificio. La penitenza cristiana è per l’uomo nuovo e perfetto. Cioè è funzionale. Non è fine a se stessa; non è una diminuzione dell’uomo; è un’arte per restaurare in lui la sua primigenia fisionomia, quella che riflette l’immagine di Dio, come Dio aveva concepito, creandolo, l’uomo (Gn 1,26-27); e per imprimere nel volto umano, dopo l’afflizione della penitenza, lo splendore pasquale di Cristo risorto. Questo è il nostro umanesimo.

Sembra un paradosso. Ma esso vince la grottesca deformazione della bellezza umana cercata nella «dolce vita»; scioglie le ferite e asciuga le lacrime, che il dolore ha solcato sulla faccia dell’uomo; ridona alla nostra vita la sicurezza che essa più brama e più le manca, quella della perfezione nell’immortalità.

«Chi ha orecchi per comprendere, dice il Signore, ascolti» (Mc 4,23 cfr. Mt 19,12).

E che a tanto vi aiuti, Figli carissimi, la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 31 luglio 1968


PRESENTAZIONE POSITIVA DELLA MORALE CONIUGALE IN ORDINE ALLA SUA VOCAZIONE

Diletti Figli e Figlie!

Le nostre parole hanno oggi un tema obbligato dalla Enciclica, intitolata Humanae vitae, che abbiamo pubblicato in questa settimana circa la regolazione della natalità. Riteniamo che vi sia noto il testo di questo documento pontificio, o almeno il suo contenuto essenziale, che non è soltanto la dichiarazione d’una legge morale negativa, cioè l’esclusione d’ogni azione, che si proponga di rendere impossibile la procreazione (n. 14), ma è soprattutto la presentazione positiva della moralità coniugale in ordine alla sua missione d’amore e di fecondità «nella visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna» (n. 7). È il chiarimento d’un capitolo fondamentale della vita personale, coniugale, familiare e sociale dell’uomo, ma non è la trattazione completa di quanto riguarda l’essere umano nel campo del matrimonio, della famiglia, dell’onestà dei costumi, campo immenso nel quale il magistero della Chiesa potrà e dovrà forse ritornare con disegno più ampio, organico e sintetico. Risponde questa Enciclica a questioni, a dubbi, a tendenze, su cui la discussione, come tutti sanno, si è fatta in questi ultimi tempi assai ampia e vivace, e su cui la Nostra funzione dottrinale e pastorale è stata fortemente interessata. Non vi parleremo adesso di questo documento, sia per la delicatezza e la gravità del tema, che Ci sembrano trascendere la semplicità popolare del presente settimanale discorso, sia per il fatto che non mancano già e non mancheranno, intorno all’Enciclica, pubblicazioni a disposizione di quanti s’interessano del tema stesso (cfr. ad esempio: G. Martelet, Amour conjugal et renouveau conciliaire).

A voi diremo semplicemente qualche parola non tanto sul documento in questione, quanto su alcuni Nostri sentimenti, che hanno riempito il Nostro animo nel periodo non breve della sua preparazione.


UNO STUDIO COMPLETO PROFONDO SOFFERTO PER RISOLVERE IL GRAVE PROBLEMA

Il primo sentimento è stato quello d’una Nostra gravissima responsabilità. Esso Ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione durante i quattro anni dovuti allo studio e alla elaborazione di questa Enciclica. Vi confideremo che tale sentimento Ci ha fatto anche non poco soffrire spiritualmente. Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del Nostro ufficio. Abbiamo studiato, letto, discusso quanto potevamo; e abbiamo anche molto pregato. Alcune circostanze a ciò relative vi sono note: dovevamo rispondere alla Chiesa, all’umanità intera; dovevamo valutare, con l’impegno e insieme con la libertà del Nostro compito apostolico, una tradizione dottrinale, non solo secolare, ma recente, quella dei Nostri tre immediati Predecessori; eravamo obbligati a fare Nostro l’insegnamento del Concilio da Noi stessi promulgato; Ci sentivamo propensi ad accogliere, fin dove Ci sembrava di poterlo fare, le conclusioni, per quanto di carattere consultivo, della Commissione istituita da Papa Giovanni: di venerata memoria, e da Noi stessi ampliata, ma insieme doverosamente prudenti; sapevamo delle discussioni accese con tanta passione ed anche con tanta autorità, su questo importantissimo tema; sentivamo le voci fragorose dell’opinione pubblica e della stampa; ascoltavamo quelle più tenui, ma assai penetranti nel Nostro cuore di padre e di pastore, di tante persone, di donne rispettabilissime specialmente, angustiate dal difficile problema e dall’ancor più difficile loro esperienza; leggevamo le relazioni scientifiche circa le allarmanti questioni demografiche nel mondo, suffragate spesso da studi di esperti e da programmi governativi; venivano a Noi da varie parti pubblicazioni, ispirate alcune dall’esame di particolari aspetti scientifici del problema, ovvero altre da considerazioni realistiche di molte e gravi condizioni sociologiche, oppure da quelle, oggi tanto imperiose, delle mutazioni irrompenti in ogni settore della vita moderna . . .

Quante volte abbiamo avuto l’impressione di essere quasi soverchiati da questo cumolo di documentazioni, e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l’inadeguatezza della Nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doverCi pronunciare al riguardo; quante volte abbiamo trepidato davanti al dilemma d’una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero d’una sentenza male sopportata dall’odierna società, o che fosse arbitrariamente troppo grave per la vita coniugale!

LA COSCIENZA DEL PADRE APERTA ALLA VOCE DELLA VERITÀ E DELLA NORMA DIVINA

Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari di persone di alto valore morale, scientifico e pastorale; e, invocando i lumi dello Spirito Santo, abbiamo messo la Nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando d’interpretare la norma divina che vediamo scaturire dall’intrinseca esigenza dell’autentico amore umano, dalle strutture essenziali dell’istituto matrimoniale, dalla dignità personale degli sposi, dalla loro missione al servizio della vita, non che dalla santità del coniugio cristiano; abbiamo riflesso sopra gli elementi stabili della dottrina tradizionale e vigente della Chiesa, specialmente poi sopra gli insegnamenti del recente Concilio, abbiamo ponderato le conseguenze dell’una o dell’altra decisione; e non abbiamo avuto dubbio sul Nostro dovere di pronunciare la Nostra sentenza nei termini espressi dalla presente Enciclica.


ESATTA VALUTAZIONE PASTORALE DEI LECITI SUGGERIMENTI DELLA SCIENZA E DELLA REALTÀ SOCIOLOGICA

Un altro sentimento, che Ci ha sempre guidato nel Nostro lavoro, è quello della carità, della sensibilità pastorale verso coloro che sono chiamati a integrare nella vita coniugale e nella famiglia la loro singola personalità; e abbiamo volentieri seguito la concezione personalistica, propria della dottrina conciliare, circa la società coniugale, dando così all’amore, che la genera e che la alimenta, il posto preminente che gli conviene nella valutazione soggettiva del matrimonio; abbiamo accolto poi tutti i suggerimenti formulati nel campo della liceità, per agevolare l’osservanza della norma riaffermata. Abbiamo voluto aggiungere all’esposizione dottrinale qualche indicazione pratica di carattere pastorale. Abbiamo onorato la funzione degli uomini di scienza per il proseguimento degli studi sui processi biologici della natalità e per la retta applicazione dei rimedi terapeutici e della norma morale a ciò inerente. Abbiamo riconosciuto ai coniugi la loro responsabilità e quindi la loro libertà, quali ministri del disegno di Dio sulla vita umana, interpretato dal magistero della Chiesa, per il loro bene personale e per quello dei loro figli. E abbiamo accennato all’intento superiore che ispira la dottrina e la pratica della Chiesa, quello di giovare agli uomini, di difendere la loro dignità, di comprenderli e di sostenerli nelle loro difficoltà, di educarli a vigile senso di responsabilità, a forte e serena padronanza di sé, a coraggiosa concezione dei grandi e comuni doveri della vita e dei sacrifici inerenti alla pratica della virtù e alla costruzione d’un focolare fecondo e felice.

VIVA FIDUCIA NEGLI SPOSI CRISTIANI E IN TUTTO IL POPOLO DI DIO

E finalmente un sentimento di speranza ha accompagnato la laboriosa redazione di questo documento; la speranza ch’esso, quasi per virtù propria, per la sua umana verità, sarà bene accolto, nonostante la diversità di opinioni oggi largamente diffusa, e nonostante la difficoltà che la via tracciata può presentare a chi la vuole fedelmente percorrere, ed anche a chi la deve candidamente insegnare, con l’aiuto del Dio della vita, s’intende; la speranza, che gli studiosi specialmente sapranno scoprire nel documento stesso il filo genuino, che lo collega con la concezione cristiana della vita, e che Ci autorizza a far Nostra la parola dell’Apostolo: «Nos autem sensum Christi habemus», noi poi teniamo il pensiero di Cristo (1 Cor 1Co 2,16). E la speranza infine che saranno gli sposi cristiani a comprendere come la Nostra parola, per severa ed ardua che possa sembrare, vuol essere interprete dell’autenticità del loro amore, chiamato a trasfigurare se stesso nell’imitazione di quello di Cristo per la sua mistica sposa, la Chiesa; e che essi per primi sapranno dare sviluppo ad ogni pratico movimento inteso ad assistere la famiglia nelle sue necessità, a farla fiorire nella sua integrità, e ad infondere nella famiglia moderna la spiritualità sua propria, fonte di perfezione per i singoli suoi membri e di testimonianza morale nella società (cfr. Apostolicam actuositatem AA 11 Gaudium et Spes GS 48).

È, come vedete, Figli carissimi, una questione particolare, che considera un aspetto estremamente delicato e grave dell’umana esistenza; e come Noi abbiamo cercato di studiarlo e di esporlo con la verità e con la carità che tale tema voleva dal Nostro magistero e dal Nostro ministero, così a voi tutti, interessati direttamente che voi siate o no alla questione stessa, chiediamo di volerlo considerare col rispetto che merita, nell’ampio e luminoso quadro della vita cristiana.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Saluto a studenti di varie Nazioni presso l’Università del Sacro Cuore

Di un saluto particolare. siamo debitori al gruppo di Alunni, che partecipano ai «Corsi estivi di lingua e cultura italiana per stranieri», organizzati dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, nella sua sede di Roma. È una iniziativa assai meritevole, che, aggiungendosi alle altre numerose, provvidamente istituite dal diletto Ateneo Cattolico, raduna ogni anno giovani di innumerevoli Nazioni, accomunati dal desiderio di approfondire la conoscenza della lingua d’Italia, e di particolari aspetti della storia della civiltà italiana. E, ogni anno, abbiamo il piacere di incontrarCi con codesta eletta rappresentanza di gioventù studiosa internazionale.

La vostra presenza Ci procura viva consolazione, perché vediamo in voi gli antesignani e gli ambasciatori di un’intesa pacifica tra i popoli, i realizzatori di una promettente fusione di menti e di cuori, quale la Chiesa auspica e l’umanità aspetta. Tornando ai vostri Paesi di origine, porterete il ricordo di queste costruttive giornate di studio e di collaborazione; sarete un fermento di pace e di progresso; vi impegnerete alla costruzione di una società sempre più giusta e armoniosa, fondata sul rispetto della persona e sulla perennità dei valori dello spirito.

È questo il Nostro augurio, con cui vi accompagniamo all’inizio dei vostri Corsi, invocando ogni eletto dono del Signore su di voi, su le vostre aspirazioni e studi, sui vostri Cari lontani, mentre esprimiamo il Nostro compiacimento alla Direzione e al Corpo insegnante: con l’Apostolica Nostra Benedizione.

Speciali voti a pellegrini del Portogallo e del Brasile

Também a vós, estimados Filhos de Portugal e do Brasil, queremos dizer urna palavra de saudação, muito amiga, na vossa bela língua portuguesa:

sede bem-vindos, a este encontro com o Papa;

sede corajosos, sobretudo vós os jovens, no professar a vessa Fé - na família, no trabalho, nos estudos e na vida social;

sede, onde quer que vos encontrardes, urna afirmação de Cristo, sendo sempre bons filhos da Santa Igreja.

Que o Senhor vos favoreça com as suas graçcas e dons - a vós, às vossas famílias e às vossas terras!

Para que assim seja, de todo o coração vos abençoamos, e por vos, a todos aqueles que vós são queridos.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 7 agosto 1968


NATURA E METE DELLA PERFEZIONE CRISTIANA

Diletti Figli e Figlie!

Ancora stimolati dal recente Concilio, vogliamo indagare quale sia il concetto dell’uomo modellato dalla vita cristiana.

Ora, la vita cristiana si può definire una continua ricerca di perfezione. Questa definizione non è completa, perché è puramente soggettiva e tace molti altri aspetti della vita cristiana. Ma è esatta nel senso che il regno di Dio, cioè l’economia della salvezza, la comunione di rapporti stabiliti dal cristianesimo fra la piccolezza umana e la grandezza di Dio, la sua ineffabile trascendenza, la sua infinita bontà, esige e comporta una trasformazione, una purificazione, un’elevazione morale e spirituale dell’uomo chiamato a tanta fortuna; esige cioè la ricerca, lo sforzo verso una condizione personale, uno stato interiore di sentimenti, di pensieri, di mentalità ed esteriore di condotta, e una ricchezza di grazia e di doni che chiamiamo perfezione.


DUE DIVERSI ED OPPOSTI CONCETTI

Che l’uomo moderno sia lui pure continuamente alla ricerca di qualche cosa di nuovo e di diverso da ciò ch’egli è, tutti lo vedono: la sua inquietudine, il suo spirito critico, la sua persuasione di poter modificare la propria esistenza, la sua sete di pienezza, di piacere e di felicità, la sua tensione verso un umanesimo nuovo, lo provano all’evidenza; e forse il cristianesimo stesso ha introdotto nell’umanità una prima parte di questo fermento. E perciò, sotto certi riguardi, il cristiano e l’uomo moderno presentano caratteri di singolare somiglianza.

Ma la ricerca dell’uomo ideale, dell’uomo perfetto, differisce assai fra le due concezioni, la cristiana e la profana, (la semplicità di questo discorso Ci consente una classifica così empirica); e possiamo cogliere specialmente nel campo pedagogico, cioè quello in cui si lavora per la formazione dell’uomo vero, dell’uomo completo e perfetto, la diversità delle due concezioni, sia a riguardo della perfezione umana, sia a riguardo dei modi con cui raggiungerla. Notiamo, di sfuggita, come le due concezioni percorrano in senso inverso l’itinerario della vita umana: la concezione cristiana parte da premesse consapevoli sempre della dignità dell’uomo e della sua perfettibilità, ma fondate altresì sopra una duplice osservazione negativa: derivante l’una dall’eredità del peccato originale, che ha guastato la natura stessa dell’uomo, dando origine a squilibri, deficienze e debolezze nel complesso delle sue facoltà; denunciante l’altra l’incapacità delle sole forze umane a raggiungere la vera perfezione, quella che è all’uomo pure necessaria per la salvezza, e cioè l’inserimento della sua vita in quella di Dio, mediante la grazia. E da queste premesse, proprio mediante la grazia, e un paziente tirocinio di virtù naturali e soprannaturali, la concezione della perfezione cristiana si svolge poi vittoriosamente; la perfezione diventa possibile, progressiva e piena di fiducia nel suo compimento finale. L’altra concezione, invece, quella che diciamo profana, parte da premesse ottimiste: l’uomo nasce senza congenite imperfezioni morali, è naturalmente buono e santo, e, favorito da un’educazione, che gli consente libero sviluppo, egli possiede forze bastanti per raggiungere in pienezza la sua forma ideale, purché l’ambiente circostante non attenti alla spontanea espressione delle sue facoltà; ma l’esperienza smentisce troppo spesso di fatto questo ottimismo, che cede presto ad una visione pessimista, realista la dicono, di cui oggi la letteratura e la psicologia offrono ben tristi documenti (cfr. Gaudium et spes GS 10).

«NON VOGLIATE CONFORMARVI A QUESTO MONDO»

Il punto che Ci sembra meritare riflessione da parte nostra è quello della riforma che l’uomo deve operare su se stesso. Noi ne abbiamo parlato nella Nostra prima Enciclica Ecclesiam suam. Ma il discorso su questo tema non è mai finito, anche perché la parola «riforma» ha avuto diversi significati, tra cui, per ricordarne uno di cui ora non intendiamo parlare, quello storico-religioso di vastissime proporzioni di Riforma protestante.

Oggi questo termine «riforma» torna di moda, e domina i processi evolutivi e innovatori della vita moderna. Ed è in questo senso, prevalentemente esteriore, che esso ricorre ogni momento anche nelle discussioni sulla Chiesa, quasi .sollecitato da un altro termine, che ha avuto tanta fortuna, quello di «aggiornamento», di rinnovamento. Anche di questo significato non intendiamo ora discorrere. Ci basta notare come molti, interessati appunto a dare al cristianesimo un’espressione viva e moderna, mettano molta attenzione e fiducia in una trasformazione esteriore e giuridica della Chiesa, in un cambiamento di «struttura», come si dice; e come spesso questa vagheggiata riforma consista in un conformismo alla mentalità ed al costume del nostro tempo. Vi può essere, sotto vari aspetti, un’esigenza plausibile di mutazioni organizzative e pastorali negli ordinamenti canonici della Chiesa; e la revisione in corso di tutta la legislazione canonica vuole appunto rispondere a tale esigenza. Ma, per ciò che ora ci interessa, sarebbe visuale insufficiente quella che fermasse lo sguardo soltanto sopra tale riforma esteriore, per quanto doverosa e legittima essa sia; e sarebbe illusoria se essa esigesse, da un lato, di costruire una Chiesa incoerente con la sua collaudata tradizione, e delineata secondo arbitrarie strutture, immaginate da improvvisati e punto autorizzati riformatori, quasi che fosse consentito prescindere dalla Chiesa qual è, derivata dai principi costituzionali stabiliti da Cristo stesso; e illusoria, d’altro lato, se la riforma, anche se promossa da sincero spiritualismo, cadesse nello stampo della vita secolare, incurante delle esigenze proprie della fede e dell’adesione alla croce del Signore. I moniti di San Paolo soffiano al nostro orecchio: «Nolite conformari huic saeculo», non vogliate conformarvi a questo mondo (Rom. 12, 2); «ut non evacuetur crux Christi», affinché non sia resa vana la croce di Cristo (1 Cor 1Co 1,17).


TUTTI SIAMO CHIAMATI ALLA SANTITÀ

Ed è proprio di quella riforma interiore, a cui ancora San Paolo si riferisce, che intendiamo parlare: «Reformamini in novitate sensus Vestri», trasformatevi col rinnovare la vostra mentalità (Rom. ib.). Ed è questa la riforma più necessaria e più difficile. Cambiare i propri pensieri, i propri gusti secondo la volontà di Dio, correggere i propri difetti, che spesso noi vantiamo come nostri principi e nostre qualità, cercare una continua rettitudine interiore di sentimenti e di propositi, lasciarsi guidare veramente dall’amore di Dio e, di conseguenza, dall’amore del prossimo, ascoltare davvero la parola del Signore e abituarci a percepire con umiltà e silenzio interiore la voce dello Spirito Santo, alimentare quel «senso della Chiesa», che ci rende facile comprendere quanto di divino e quanto di umano è in essa, rendersi disponibili con le semplificazioni e le rinunce, che ci abilitano alla carità e alla sequela logica e generosa di Cristo, questa è la riforma, che prima d’ogni altra a noi è domandata. È quella che il Concilio predica, quasi con singolare sorpresa, in un contesto d’altro tema, parlando dell’ecumenismo: «Siccome ogni rinnovamento nella Chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l’unità. La Chiesa peregrina è chiamata a questa continua riforma . . . Non v’è vero ecumenismo senza conversione interiore» (Unitatis redintegratio UR 6 Unitatis redintegratio, nn. 6 e 7). Due concetti preziosi in tema di perfezione cristiana: la conversione (la celebre «metanoia»), e la sua continua progressività: ci si deve convertire, cioè rettificare, continuamente.

E sono concetti che possiamo trovare in altri documenti conciliari, specialmente in quello relativo alla perfezione religiosa, che per essere tale si è vincolata non a propositi occasionali ed effimeri, ma a voti impegnativi, duraturi e alla fine perpetui.

Figli carissimi, se noi stessi domandassimo al Signore che cosa dobbiamo fare per essere veramente fedeli, e ricordando che tutti, perché battezzati, perché membri della Chiesa, in vari modi, siamo chiamati alla santità (cfr. Lumen gentium LG 11 LG 40), come Egli finirebbe, per ciascuno di noi, la sua avvincente risposta: «Si vis perfectus esse . . .»: se vuoi essere perfetto... (Mt 19,20)? E ciascuno di noi ascolti la voce misteriosa e divina nella profondità della propria coscienza.

Così vi aiuti, diletti Figli e Figlie, la Nostra Benedizione Apostolica.






UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 14 agosto 1968


LA PERSONALITÀ DEL SEGUACE DI CRISTO

Diletti Figli e Figlie!

In queste conversazioni Noi andiamo cercando qualche nota caratteristica del cristiano; Noi vogliamo individuare qualche elemento che qualifica il seguace di Cristo in quanto tale, e che definisce intimamente la sua nuova personalità. Vi è una differenza esistenziale fra il cristiano ed uno che non lo è? Certamente. Vi è una differenza che lo caratterizza profondamente; ed è appunto il «carattere» cristiano, quell’impronta spirituale, che, in vario grado, tre sacramenti stampano indelebilmente nell’anima di chi li riceve, come ognuno sa: il battesimo, che consacra il fedele con un certo potere sacerdotale al culto di Dio e lo fa membro del Corpo mistico di Cristo (cfr. 1P 2,5); la cresima, che lo abilita alla professione e alla milizia cristiana (cfr. Ac 8,17; S. Th. III 72,5); e l’ordine sacro, che lo assimila al sacerdozio potestativo di Cristo e lo fa suo qualificato ministro (cfr. Presb. Ord., PO 2). Il carattere comporta una prerogativa originale, propria del cristiano, che così segnato acquista una data qualificazione incancellabile, con un certo potere spirituale di compiere date azioni in ordine ai rapporti con Dio e conseguentemente nella comunità ecclesiale (cfr. S. Th. III 63,2). S. Agostino ne parlò più volte, polemizzando con i Donatisti (cfr. Contra Epist. Parmeniani, II, 28); il Concilio di Firenze dapprima (cfr. Denz. Sch. DS 1310 DS 695), poi il Concilio di Trento tradussero in termini dogmatici l’insegnamento tradizionale della Chiesa al riguardo (cfr. Denz.-Sch. DS 1609 DS 852-1797 DS 960). DS 880

IMPEGNO ALLA FEDELTÀ AL RISCHIO ALLA TESTIMONIANZA

Una meditazione sarebbe da farsi su questo «segno distintivo», impresso nel cristiano, il quale sigillo si sovrappone all’immagine divina, già delineata, per via di natura, nell’anima razionale dell’uomo, e vi configura, sempre più marcato, il volto di Cristo, che diventa il volto del cristiano insignito da tale mistica impressione. È questa una stupenda antropologia, della quale spesso non si fa abbastanza caso nella concezione dell’uomo diventato cristiano. Anzi oggi la tendenza alla secolarizzazione, o alla trascuranza dei valori e dei doveri religiosi, porta a negligere la fisionomia cristiana modellata dal carattere sacramentale, così che sovente essa viene mascherata (perché cassare non si può) da sembianze profane, quasi per farle riprendere un profilo puramente naturale o anche pagano, dimenticando che la qualifica cristiana non è semplicemente nominale, ma reale, e comporta un?inserzione in Cristo, decisiva per il destino di chi gli è seguace, impegnandolo a fondo, se non vuol tradire l’onore del suo titolo, alla fedeltà, al rischio, alla testimonianza (cfr. Ac 11,26; 1 Phil. 4, 16).


SUBLIMITÀ DELLO STATO DI GRAZIA

Ma vi è di più. Vi è la grazia, lo stato di grazia, cioè quella luce, quella qualità di cui l’anima è rivestita, anzi profondamente investita e imbevuta, quando il nuovo, soprannaturale rapporto, al quale Dio ha voluto elevare l’uomo che a Lui si abbandona, si stabilisce nello sforzo da parte dell’uomo della conversione, della disponibilità fiduciosa, e nell’accettazione della sua Parola, mediante la fede, in umile implorante amore, al quale subito l’Amore infinito, ch’è Dio stesso, risponde col fuoco dello Spirito Santo, vivificante nell’uomo la forma di Cristo. È la grazia una Presenza divina, che piove nell’anima, fatta tempio dello Spirito; è una straordinaria permanenza del Dio vivente nella minima nostra vita, folgorata da un’ineffabile illuminazione divina. Lo stato di grazia non ha termini sufficienti per essere definito: è un dono, è una ricchezza, è una bellezza, è una meravigliosa trasfigurazione dell’anima associata alla vita stessa di Dio, per cui noi diventiamo in certa misura partecipi della sua trascendente natura, è una elevazione all’adozione di figli del Padre celeste, di fratelli di Cristo, di membra vive del Corpo mistico mediante l’animazione dello Spirito Santo. È un rapporto personale: ma pensate: fra il Dio vivente, misterioso e inaccessibile per la sua infinita pienezza, e la nostra infima persona. È un rapporto che dovrebbe diventare cosciente; ma solo i puri di cuore, i contemplativi, quelli che vivono nella cella interiore del loro spirito, i santi ce ne sanno dire qualche cosa. Anche i teologi ci possono bene istruire. Perché è un rapporto ancora segreto; non è evidente, non cade nell’ambito dell’esperienza sensibile, sebbene la coscienza educata acquista una certa sensibilità spirituale; avverte in sé i «frutti dello spirito», di cui San Paolo fa un lungo elenco: «la carità, il gaudio, la pace» (questi specialmente: una gioia interiore, e poi la pace, la tranquillità della coscienza), e poi: la pazienza, la bontà, la longanimità, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la padronanza di sé, la castità (Ga 5,22): pare d’intravedere il profilo d’un santo. Questa è la grazia; questa è la trasfigurazione dell’uomo che vive in Cristo.

Nessuna meraviglia se tale condizione, di per sé forte e permanente («nulla ci potrà separare dalla carità di Dio», dice ancora San Paolo [Rm 8,39), è tuttavia delicata ed esigente; essa proietta sulla vita morale dell’uomo doveri particolari, sensibilità finissime; e fortunatamente infonde anche energie nuove e proporzionate, affinché l’equilibrio di questa soprannaturale posizione sia fermo e gioioso. Ma resta il fatto ch’esso può essere turbato e rovesciato, quando noi disgraziatamente lo disprezziamo e preferiamo scendere al livello della nostra natura animale e corrotta; quando commettiamo un volontario distacco dall’ordine a cui Dio ci ha associato, dalla sua vita fluente nella circolazione della nostra, cioè un peccato vero e volontario, che perciò, quando è grave, chiamiamo mortale. 882

LA TRISTE DEVIAZIONE DEL PECCATO

È strano vedere come molti cristiani oggi hanno un comportamento molto discutibile rispetto a tale condizione soprannaturale della nostra vita: da un lato cercano di minimizzare il concetto di peccato, coonestando anche gravi infrazioni della norma morale e quindi della condizione indispensabile della nostra relazione con Dio, come fosse senza importanza, e come fosse necessario, per francare la coscienza da possibili eccessivi timori, da scrupoli imbarazzanti e fantastici, non dare sufficiente peso alla rovina che il peccato produce; dall’altro, attribuiscono a sé la guida dello Spirito Santo, conferendo ai propri pensieri e alla propria condotta un gratuito e spesso fallace carisma di sicurezza e d’infallibilità. È una tendenza di moda, questa; e spesso in tacita polemica con l’economia propria della grazia, che esige ordinariamente l’intervento sacramentale per essere stabilita, conservata e alimentata e, se occorre, ristabilita.


I SUPREMI FULGORI: LA PAROLA DI DIO, L’AZIONE SACRAMENTALE, LA CHIESA

Ricordiamo, Figli carissimi, che durante la nostra vita temporale a noi non è dato «vedere» le realtà divine (cfr. Jn 20,29); è dato «sapere»; ed anche questo sapere deriva non da una conoscenza naturale e normale, ma dalla fede; l’uomo credente procede «come se vedesse l’invisibile» (He 11,27; cfr. Loew, Comme s’il voyait l’invisible, riferito all’apostolato); e la sicurezza., in via ordinaria, gli è data da segni, da certi segni sacri, simbolo e causa strumentale di ciò che rappresentano, i sacramenti. Il mistero della salvezza a noi è comunicato mediante due vie: quella obiettiva della Parola di Dio, cioè soggettivamente della fede; e quella dell’azione sacramentale. Alle quali vie una terza possiamo aggiungere, quella della Chiesa, quel grande sacramento che tutti gli altri contiene e dispensa, e che stilizza cristianamene la nostra vita e ci offre l’atmosfera dello Spirito, di cui essa è anima e che a noi, se fedeli, fa respirare.

Sì, è questa scienza soprannaturale dell’uomo un mondo difficile, un regno insolito ed arduo; ma è il vero mondo della nostra vocazione umana e cristiana; un regno che i violenti, cioè i violenti, forti e risoluti, conquistano e rapiscono (Mt 11,12); ma un regno vicino (Lc 9,10), un regno che già ci circonda, fino ad essere già fra noi, dentro di noi (Lc 17,21); un regno che i poveri, gli umili, i semplici, i fanciulli, i puri di cuore possono facilmente possedere. A tanto Cristo vi invita, e a ciò vi conduca anche la Nostra Benedizione Apostolica.

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Nous sommes particulièrement heureux de saluer la «délégation des étudiants catholiques du Liban», qui vient de participer aux jeux internationaux de Lisbonne. Nous les félicitons de leur désir de resserrer ainsi les liens qui les unissent à la grande famille catholique.

De tout coeur, Nous vous bénissons.

Tra i gruppi di questa Udienza non possiamo non rivolgere la Nostra particolare attenzione ai pellegrini Cecoslovacchi, in massima parte studenti e studentesse provenienti dalla Boemia e Moravia.

Il Nostro saluto a voi, carissimi Figli e Figlie, vuol attestare il compiacimento con cui vi accogliamo; vuol dirvi la soddisfazione che la vostra visita suscita nel Nostro animo, per la prova che essa offre del vostro amore e della vostra fedeltà a Cristo Signore e alla Chiesa; vuol esprimere l’assicurazione delle Nostre preghiere per ciascuno di voi, per le vostre famiglie e per l’intero vostro Paese, che Noi amiamo e apprezziamo; vuole essere, infine, un augurio e una esortazione affinché, come l’odierno incontro con l’umile Successore di Pietro vi fa gustare la gioia di appartenere all’universale famiglia della Chiesa cattolica, così il ricordo, che ne serberete nei vostri cuori, vi aiuti a mantenervi saldi nella fede e perseveranti nei propositi di fervente vita cristiana.

Il gaudio, la pace e la grazia del Signore siano sempre in voi, con la Nostra Benedizione Apostolica.


Paolo VI Udienze 1968 - SACRO IL DOVERE DI OSSERVARE GLI OBBLIGHI SOCIALI