
Paolo VI Omelie 1969 - Domenica, 22 giugno 1969
Fratelli e Figli, tutti in Cristo carissimi!
Noi faremo di questa nostra celebrazione della festa di San Pietro una preghiera, una preghiera principalmente per questa sua e nostra Chiesa romana, e poi per tutta la Chiesa cattolica, e per i Fratelli cristiani, con cui desideriamo avere un giorno perfetta comunione, e per l’intera umanità, alla quale Il Vangelo, mediante la predicazione apostolica, è destinato (cfr. Marc. Mc 16,15).
Potremmo, anzi dovremmo fare dapprima una meditazione, di capitale importanza nel disegno della nostra fede: dovremmo ricordare ciò che il Vangelo e altri libri del nuovo Testamento ci narrano di lui, Simone, figlio di Jona e fratello di Andrea, il pescatore di Galilea, discepolo di Giovanni il Precursore, chiamato da Gesù con un nuovo nome, Cefa, che significa Pietro (Io. 1, 42; Mt 16,18); e ricordare la missione, simboleggiata dalle figure di pescatore (Lc 5,10) e di pastore (Io. 21, 15, ss.), affidata a lui da Cristo, che, con gli altri undici e primo di essi, fece del discepolo l’apostolo (Lc 6,13); e ricordare poi la funzione, che questo uomo, umile (Lc 5,8), docile e modesto (cf. Io. 13, 9; 1 Petr. 5, 1), debole anche (Mt 14,30), ed incostante e pauroso perfino (Mt 26, 40-45, 69 ss.; Ga 2,11), ma pieno d’entusiasmo e di fervore (Mt 26,33 Mc 14,47), di fede (Io. 6, 68; Mt 16,17), e di amore (Lc 22,62 Io. Lc 21,15 ss. ), subito esercitò nella nascente comunità cristiana (cfr. Act. 1 - 12, 17), di centro, di maestro, di capo. Così dovremmo riandare la storia del suo ministero (cfr. Vangelo di S. Marco e Lettere di S. Pietro) e del suo martirio, e poi della successione nel suo pontificato gerarchico, e finalmente lo sviluppo storico della sua missione nella Chiesa, e la riflessione teologica, che ne risultò, fino ai due ultimi Concili ecumenici, Vaticano I e Vaticano II. Avremmo di che pensare e riflettere non più sul passato, ma sul presente, sulle condizioni odierne della Chiesa e del cristianesimo, e sull’istanza religiosa, ecclesiale ed ecumenica, con cui questo Pietro, messo da Cristo a fondamento del suo edificio della salvezza, della sua Chiesa, quasi tormentandoci e guidandoci ed esaltandoci, ancor oggi batte alla nostra porta (cfr. Act. 12, 13).
Ma preferiamo supporre tutti questi ricordi e questi pensieri già presenti e fermentanti nelle nostre anime; essi ci hanno qua condotti, qua ci riempiono i cuori d’altri sentimenti, propri di noi tutti che qui siamo per onorare l’Apostolo, che fra tutti ci assicura della nostra comunione con Cristo, e che, per quelle Chiavi benedette, le Chiavi, nientemeno, che del Regno dei Cieli, a lui poste in mano dal Signore, ci ispira tanto semplice, filiale e devota confidenza. Più che pensare, in questo momento, desideriamo pregare. Desideriamo parlargli. Ci conforta ad assumere questo atteggiamento di umile e fiduciosa pietà la tradizione dei secoli, che fin dai primi albori del cristianesimo, e poi ai tempi successivi, registrò commoventi segni della devozione alla tomba dell’Apostolo, con iscrizioni sepolcrali, con graffiti di visitatori, con offerte di pellegrini e con riferimenti alle condizioni civili e politiche (cfr. ad es. HALLER, Die Quellen . . . n. 10, p. 95 ss.). La spiritualità locale romana è tutta imbevuta d’un culto di predilezione ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, al primo specialmente; la nostra non dovrebbe esserlo da meno. Per di più, proprio in questi ultimi anni, gli scavi e gli studi archeologici, compiuti sotto l’altare della Confessione in questa stessa Basilica, hanno portato le ricerche a rintracciare non solo la tomba dell’Apostolo Pietro (cfr. PIO XII, Discorsi, XII, p. 380), ma, secondo gli ultimi studi, le reliquie altresì (cfr. GUARDUCCI, La tomba di Pietro, 1959; Le Reliquie di Pietro, 1965). Questo luogo, questa basilica trovano in questi fatti la loro superlativa storicità e la ragione della loro eccezionale e monumentale sacralità: dovrebbe la nostra presenza trovarvi la fonte e lo stimolo ad una viva e speciale riverenza, ad una singolare commozione religiosa. Pietro è qui! (Pétros ëni), come si ritiene che ci assicuri il famoso graffito sull’intonaco del così detto «muro rosso».
Se Pietro è qui, anche con i resti del suo sepolcro e delle reliquie del suo corpo benedetto, oltre che con il centro della sua evangelica potestà e della sua apostolica successione, lasciamo, Figli carissimi, che l’istintivo desiderio di parlargli, di pregarlo, sgorghi in semplice ed umile invocazione dai nostri cuori. Pietro è qui. È la sua festa, la memoria del suo martirio, che, in segno di supremo amore e di suprema testimonianza, Cristo stesso gli aveva preannunciato (Io. 21, 18). È qui: che cosa gli chiederemo?
Noi cattolici, noi romani specialmente, gli chiederemo ciò ch’è proprio del suo particolare carisma apostolico, la fermezza, la solidità, la perennità, la capacità di resistere all’usura del tempo e alla pressione degli avvenimenti, la forza di essere nella diversità delle situazioni sempre sostanzialmente eguali a noi stessi, di vivere e di sopravvivere, sicuri d’un Vangelo iniziale, d’una coerenza attuale, di una meta escatologica. La fede, voi direte. Sì dobbiamo domandare a Pietro la fede, quella che da lui e dagli Apostoli ci deriva, quella che lo scorso anno abbiamo, in questa stessa ricorrenza, apertamente professata, quella di tutta la Chiesa. Sì, la fede: che saremmo noi, cattolici di Roma, senza la fede, la vera fede? Ma a noi è richiesto qualche cosa di più, se vogliamo essere i più vicini e i più esemplari cultori di San Pietro; è richiesta la fedeltà. La fede è di tutto il Popolo di Dio; ed anche la fedeltà; ma tocca principalmente a noi dare prova di fedeltà. «Siate forti nella fede», ci ammonisce San Pietro stesso, nella sua prima lettera apostolica: «Resistite fortes in fide» (5, 9). Cioè non potremmo dirci discepoli e seguaci e eredi e successori di San Pietro, se la nostra adesione al messaggio salvifico della rivelazione cristiana non avesse quella fermezza interiore, quella coerenza esteriore, che ne fa un vero e pratico principio di vita. Roma deve avere anche questo primato: quello, ripetiamo, della fedeltà, che traduce la fede nella sua vita, nella sua arte, un’arte di santità, di dare alla fede un’espressione costante e coerente, uno stile d’autenticità cristiana. E questa fedeltà, mentre nel cuore la promettiamo, oggi nella nostra orazione a S. Pietro la domandiamo, a lui, che come uomo ne sperimentò la difficoltà e la contraddizione, ma, come capo degli Apostoli, e di quanti gli sarebbero stati associati nella fede, ebbe da Cristo l’incomparabile favore della preghiera da Lui stesso assicurata proprio per la resistenza nella fede: «Ut non defìciat fides tua»; e insieme ebbe l’infallibile mandato di confermare, dopo l’ora della debolezza, i suoi fratelli: «Confirma fratres tuos» (cfr. Luc. Lc 22,31-32).
E noi vorremmo che questa fedeltà fosse da noi considerata non soltanto nella sua immobile adesione alla verità, da noi ricevuta da Cristo ed evoluta e fissata nel magistero della Chiesa, convalidato da Pietro, ma nella sua intrinseca capacità diffusiva ed apostolica; una fedeltà cioè non così statica ed immobile nel suo linguaggio storico e sociale da precludere la comunicazione agli altri, e agli altri l’accessibilità; ma una fedeltà che trovi nella genuinità del contenuto sia la sua intima spinta evangelizzatrice (cfr. 1 Cor. 1Co 9,16, «Guai a me, scrive San Paolo, se non predicassi il Vangelo»), sia la sua autorità per essere dagli altri accettata (cfr. Gal. Ga 1,8, «Anche se noi stessi - scrive ancora S. Paolo - o un angelo del cielo venisse ad annunziarvi un altro vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato noi, sia egli anatema»), e sia il carisma dello Spirito Santo che accompagna la voce del Vangelo (cfr. Io. 15, 20).
E chiederemo a S. Pietro un’altra fedeltà, anche questa superlativamente sua, quella dell’amore a Cristo, che si effonde in concreto e generoso servizio pastorale (cfr. Io. 21, 15 ss.). Abbiamo noi a Roma, proprio per la missione di Pietro qui stabilita e da qui irradiata, grandi doveri, maggiori doveri di quanti ne abbia qualsiasi altra Chiesa.
Bisogna servire per amore. Questa è la grande legge del servizio, della funzionalità, dell’autorità della Chiesa. Ed è la legge, che noi siamo felici di vedere praticata, con tanta generosità e assiduità, nel cerchio romano, e diffuso nel mondo, dei collaboratori che sorreggono ed eseguiscono il nostro ministero apostolico.
Ma non sarà mai vano per noi, che vi parliamo, né per voi, che ci ascoltate, rinnovare cento volte il proposito di adempiere in perfezione questa legge di amore evangelico; e non sarà inutile perciò che anche di questa fedeltà, di questo carisma supremo della carità, noi facciamo oggi preghiera all’Apostolo, che sull’invito e sul favore di Cristo, ebbe l’audacia di rispondere che sì, alla domanda di Gesù se egli lo amava di più degli altri. Lo amava di più! Aveva il primato dell’amore a Cristo, e perciò quello pastorale verso il suo gregge.
O San Pietro! ottieni anche a noi di essere forti nella fede e di amare di più. Fa’ che questa tua Roma, in codesti doni si affermi ed anche a beneficio, ad esempio dei fratelli che sono nel mondo essa si distingua.
O Santi Pietro e Paolo («ipse consors sanguinis et diei» S. AG., Serm. 296; P.L. 38, 1354) «in mente habete»! Ricordatevi di noi! Così sia!
Kampala (Uganda), 31 luglio 1969
Signori Cardinali!
Venerati Fratelli!
Fedeli carissimi,
e voi Figli dell’Africa qui presenti!
A voi tutti il Nostro riverente e affettuoso saluto!
Il Nostro saluto di Fratello, di Padre, di Amico, di Servo, ed ora di ospite vostro! A voi il Nostro saluto di Vescovo di Roma, di Successore di San Pietro, di Vicario di Cristo, di Pontefice della Chiesa cattolica, il quale ha la fortuna di essere finalmente, e per primo Papa, in questa terra Africana. Nel Nostro saluto vi è quello di tutta la fraternità cattolica; Noi possiamo dire, con San Paolo: «Vi salutano tutte le Chiese di Cristo» (Rom. 16, 16)!
Ed accogliete questo saluto voi, Signori Cardinali di questo continente. Noi siamo lieti ed onorati di avervi membri del Sacro Collegio, Nostri personali consiglieri e collaboratori, autorevoli rappresentanti della Chiesa africana nei dicasteri della Sede Apostolica. Grazie del segno della vostra adesione, che Ci date con la vostra presenza. E grazie a voi, Fratelli carissimi nell’Episcopato ! Sappiamo le vostre fatiche pastorali e i vostri meriti! Tutti vi abbracciamo e vi benediciamo! E ai Sacerdoti, ai Religiosi, alle Religiose, ai Catechisti, ai Maestri, a tutti i cooperatori del Laicato Cattolico, a tutti i Fedeli: grazie e voti e benedizioni.
Due sentimenti riempiono in questo momento il Nostro cuore. Un sentimento di comunione! Noi ringraziamo il Signore, che Ce ne concede l’ineffabile esperienza. Dobbiamo dirvi che nel desiderio di questa esperienza spirituale Noi abbiamo intrapreso questo viaggio: per essere con voi, per godere della comune fede e della comune carità, che ci uniscono, per affermare, anche sensibilmente, che siamo un’unica famiglia, nel corpo mistico di Cristo, la sua Chiesa! Noi dobbiamo dirvi che siamo felici di ripetere qui le parole dell’Apostolo delle genti: noi siamo «un solo corpo ed un solo Spirito . . . . chiamati a una sola speranza . . . Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti . . .» (Ep 4,4-6). Se questo sentimento di comunione sarà anche in voi, come Noi speriamo, e se esso sarà il ricordo di questo nostro incontro, Noi potremo dire che il Nostro viaggio avrà già ottenuto un grande effetto soddisfacente.
Un altro sentimento, Fratelli e Figli, è ora nel Nostro cuore: quello di profondo rispetto per le vostre persone, per la vostra terra, per la vostra cultura. Siamo pieni di ammirazione e di devozione per i vostri Martiri, che Noi siamo venuti ad onorare e ad invocare. Non abbiamo altro desiderio che di promuovere ciò che voi siete: cristiani ed africani. Noi vogliamo che la Nostra presenza fra voi abbia il significato del Nostro riconoscimento della vostra maturità e del Nostro desiderio di dimostrarvi come la comunione, che ci unisce, non soffoca,, ma alimenta l’originalità della vostra personalità individuale, ecclesiale ed anche civile. Noi chiediamo al Signore la grazia di giovare al vostro incremento, svegliando i germi buoni e suscitando le energie umane e cristiane, che sono nel genio della vostra vocazione alla pienezza spirituale e temporale. Non i Nostri, ma i vostri interessi sono oggetto del Nostro ministero apostolico.
Questo pensiero Ci consente di dare un brevissimo sguardo riassuntivo alle questioni caratteristiche della Chiesa Africana. Noi sappiamo che molte di queste questioni sono state trattate da voi, Vescovi di questo Continente; e a loro riguardo a Noi non resta che di apprezzare il vostro studio e di incoraggiare il vostro zelo: abbiate idee chiare e concordi; e andate avanti metodicamente e coraggiosamente, con la coscienza d’un grande mandato: costruire la Chiesa!
Noi Ci limitiamo ora ad accennare ad alcuni aspetti generali della vita cattolica africana in questo momento storico.
Il primo aspetto Ci sembra questo: voi Africani siete oramai i missionari di voi stessi. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta (cfr. Decr. Ad gentes, AGD 6). Un dovere dobbiamo noi compiere: noi dobbiamo ricordare coloro che hanno in Africa prima di voi, ed ancora oggi con voi, predicato il Vangelo, come ci ammonisce la Sacra Scrittura: «Ricordatevi dei vostri predecessori, che vi hanno annunciato la parola di Dio, e considerando la fine della loro vita, imitate la loro fede» (Hebr. 13, 7). È una storia che non dobbiamo dimenticare; essa conferisce alla Chiesa locale la nota della sua autenticità e della sua nobiltà; la nota «apostolica P; essa è un dramma di carità, di eroismo, di sacrificio, che fa grande e santa, fin dall’origine, la Chiesa africana; è una storia, che ancora dura e deve durare per lungo tempo, anche se voi Africani ne prendete ora la direzione. L’aiuto di collaboratori, provenienti da altre Chiese, vi è oggi tuttora necessario: abbiatelo caro, onoratelo e sappiate unirlo alla vostra opera pastorale.
Missionari di voi stessi: cioè voi Africani dovete proseguire la costruzione della Chiesa in questo Continente. Le due grandi forze (oh! quanto differenti e disuguali!), stabilite da Cristo per edificare la sua Chiesa, devono essere all’opera insieme (cfr. Ad Gentes, AGD 4) con grande intensità: la gerarchia (e intendiamo con questo nome tutta la struttura sociale, e canonica, responsabile, umana, visibile della Chiesa: i Vescovi in prima linea), e lo Spirito Santo (cioè la grazia, con i suoi carismi: cfr. CONGAR, Esquisses du mystère de l'Eglise, p. 129 ss.) devono essere all’opera in forma dinamica, come appunto si conviene ad una Chiesa giovane, chiamata ad offrirsi ad una cultura aperta al Vangelo, com’è la vostra africana. All’impulso, che veniva alla fede dell’azione missionaria da Paesi stranieri, deve unirsi e succedere l’impulso nascente dall’interno dell’Africa. La Chiesa, per natura sua, rimane sempre missionaria. Ma non più un giorno chiameremo «missionario» in senso tecnico il vostro apostolato, ma nativo, indigeno, vostro.
Un lavoro immenso si prepara alle vostre fatiche pastorali; quello specialmente della formazione dei cristiani, chiamati all’apostolato: il Clero, i Religiosi, le Religiose, i Catechisti, i Laici attivi. Dipenderà dalla preparazione di questi elementi locali, scelti ed operanti del Popolo di Dio, la vitalità, lo sviluppo, l’avvenire della Chiesa Africana. È chiaro. Questo è il piano scelto da Cristo: i fratelli devono salvare i fratelli; ma per compiere questa impresa evangelica che fratelli qualificati siano i ministri, i servitori, i diffusori della parola, della grazia, della carità in favore degli altri fratelli, chiamati poi loro stessi a cooperare all’opera comune di edificare la Chiesa. Voi sapete tutto questo. Noi non dobbiamo fare altro che incoraggiare e benedire i vostri propositi.
Una questione molto viva e discussa si presenta alla vostra opera evangelizzatrice, quella dell’adattamento del Vangelo, della Chiesa alla cultura africana. La Chiesa deve essere europea, latina, orientale . . . . ovvero dev’essere africana? Sembra problema difficile, ed in pratica lo può essere davvero. Ma la soluzione è pronta, con due risposte: la vostra Chiesa dev’essere innanzitutto cattolica. Cioè deve essere tutta fondata sul patrimonio identico, essenziale, costituzionale della medesima dottrina di Cristo e professata dalla tradizione autentica e autorevole dell’unica e vera Chiesa. Questa è una esigenza fondamentale e indiscutibile. Tutti dobbiamo essere gelosi e fieri di quella fede, di cui gli Apostoli furono gli araldi, i Martiri, cioé i testimoni, furono gli assertori, i Missionari, cioè furono scrupolosi maestri. Voi sapete come la Chiesa sia soprattutto tenace, diciamo pure conservatrice. a questo riguardo. Per impedire che il messaggio della dottrina rivelata possa alterarsi la Chiesa ha fissato perfino in alcune formole concettuali e verbali il suo tesoro di verità; ed anche se queste formole sono alcune volte difficili, essa ci fa obbligo di conservarle testualmente. Non siamo noi gli inventori della nostra fede; noi siamo i custodi. Non ogni religiosità è buona, ma solo quella che interpreta il pensiero di Dio, secondo l’insegnamento del magistero apostolico, stabilito dall’unico Maestro, Gesù Cristo.
Ma, data questa prima risposta, viene la seconda: l’espressione, cioè il linguaggio, il modo di manifestare l’unica fede può essere molteplice e perciò originale e conforme alla lingua, allo stile, all’indole, al genio, alla cultura di chi professa quella unica fede. Sotto questo aspetto un pluralismo è legittimo, anzi auspicabile. Un adattamento della vita cristiana nel campo pastorale, rituale, didattico e anche spirituale non solo è possibile, ma è favorito dalla Chiesa. La riforma liturgica, ad esempio, lo dice. In questo senso voi potete e dovete avere un cristianesimo africano. Anzi voi avete valori umani e forme caratteristiche di cultura, che possono assurgere ad una loro perfezione idonea a trovare nel cristianesimo e per il cristianesimo una genuina e superiore pienezza, e quindi capace di avere una ricchezza d’espressione sua propria, veramente africana. Occorrerà forse del tempo. Occorrerà che la vostra anima africana sia imbevuta profondamente dei segreti carismi del cristianesimo, afinché poi questi si effondano liberamente, in bellezza e in sapienza, alla maniera africana. Occorrerà che la vostra cultura non rifiuti, anzi si giovi di attingere al patrimonio della tradizione patristica, esegetica, teologica della Chiesa cattolica i tesori di sapienza, che possono considerarsi universali, ed in modo speciale quelli che sono più facilmente assimilabili dalla mentalità africana. Anche l’Occidente ha saputo attingere alle fonti degli scrittori Africani, come Tertulliano, Optato di Milevi, Origene, Cipriano, Agostino . . . (cfr. Decr. Optatam totius, OT 16): questo scambio delle più alte espressioni del pensiero cristiano alimenta, non altera l’originalità d’una particolare cultura. Occorrerà un’incubazione del «mistero» cristiano nel genio del vostro popolo, perché poi la sua voce nativa, più limpida e più franca, si innalzi armoniosa nel coro delle altre voci della Chiesa universale. Dobbiamo Noi ricordarvi, a questo proposito, quanto utile sarà per la Chiesa Africana avere centri di vita contemplativa e monastica, centri di studi religiosi, centri di addestramento pastorale? Se voi saprete evitare i pericoli possibili del pluralismo religioso, e cioè di fare della vostra professione cristiana una specie di folklorismo locale, ovvero di razzismo esclusivista o di tribalismo egoista, oppure di separatismo arbitrario, voi potrete rimanere sinceramente africani anche nella vostra interpretazione della vita cristiana, voi potrete formulare il cattolicesimo in termini congeniali alla vostra cultura, e potrete apportare alla Chiesa cattolica il contributo prezioso e originale della «negritudine», del quale essa in quest’ora storica ha particolare bisogno.
La Chiesa Africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso: essa deve rivolgersi come una «madre e maestra» a tutti i figli di questa terra del sole; essa deve offrire loro un’interpretazione tradizionale e moderna della vita; essa deve educare il popolo alle forme nuove dell’organizzazione civile, purificando e conservando quelle sapienti della famiglia e della comunità; essa deve dare impulso pedagogico alle vostre virtù individuali e sociali dell’onestà, della sobrietà, della lealtà; essa deve sviluppare ogni attività in favore del pubblico bene, la scuola specialmente, e l’assistenza ai poveri e ai malati; essa deve aiutare l’Africa allo sviluppo, alla concordia e alla pace.
Sì, sono doveri grandi e sempre nuovi; ne riparleremo; ma Noi vi diciamo, in nome del Signore, che insieme seguiamo ed amiamo, che voi ne avete la forza e la grazia, perché voi siete membra vive della Chiesa cattolica, perché siete cristiani e africani.
Così vi aiuti la Nostra Apostolica Benedizione.
Kololo (Uganda), 1° agosto 1969
Venerati Fratelli!
Figli carissimi!
Il Nostro discorso, inserito in questo solenne rito nel quale la Liturgia della parola è già così piena ed eloquente, non pub essere the molto breve. Ma Noi non vogliamo rinunciare al dovere di rivolgere a questa assemblea straordinaria, ai Vescovi specialmente ora consacrati, una Nostra parola, quale Ci nasce dal cuore.
La Nostra parola è estremamente semplice: ed è la parola «coscienza».
L’avvenimento, ora compiuto, è tosi grande e misterioso che esige un atto riflesso dei nostri spiriti; un atto, che potrà essere prolungato ben oltre questa cerimonia, per tutta la vita, un atto di coscienza. Anche nell’allocuzione liturgica, testé pronunciata, Noi abbiamo esortato tutti i presenti: «sedulo attendite», pensate attentamente, riflettete.
Ora, volendo restringere quasi «in nuce», in concetti brevi e densi come semi, l’immenso significato dell’ordinazione episcopale, Noi ripetiamo una consueta e duplice considerazione; una, che si svolge in senso sacramentale, teologico, ineffabile e interiore, possiamo dire (secondo la fraseologia moderna) in direzione verticale; l’altra invece, in direzione orizzontale, cioè in senso ecclesiale, pastorale, esteriore e sociale.
Che cosa è avvenuto mediante la imposizione delle mani e la formola consacratoria? È avvenuto che questi nuovi eletti sono stati investiti da una straordinaria effusione dello Spirito Santo. Una dignità incomparabile (oh! ben più interiore, che esteriore) li ha trasfigurati. Una formidabile potestà è stata loro conferita; una virtù, che viene dall’alto e che in cielo è ratificata (cfr. Luc. Lc 24,49 Io. Lc 20,23) è stata loro comunicata; una nuova e più profonda assimilazione a Cristo ha impresso in loro una superiore personalità (cfr. Luc. Lc 10,16 Gai. Lc 2, 20, Lumen Gentium, LG 21). Come abbiamo ora letto nel Libro Pontificale Romano: nel Vescovo si trova in mezzo a noi il Signor nostro Gesù Cristo. Insomma: è questa comunicata pienezza dell’unico e sommo Sacerdozio di Cristo stesso, ormai propria del Vescovo, che deve trattenere la nostra attenzione, la nostra ammirazione, la nostra esultanza. È una grandezza, che confonde, perché Dio solo ne è la causa (cfr. Lc 1,48), e perché Dio dà a chi vuole, e sceglie di solito i più umili (1 Cor. 1Co 1,27). Ma è grandezza che incute riverenza, e che nessuno può impunemente disprezzare (cfr. Tit. Tt 2,15 Lc 10,16). Riconosciamo Cristo nel Vescovo e lodiamo il Signore.
Ma perché questa preferenza è data da Cristo al Vescovo? Noi lo sappiamo (ed è questa la nostra seconda considerazione): Cristo ha così favorito il Vescovo per farne un Apostolo. I Vescovi, è noto, sono i successori degli Apostoli. E gli Apostoli, chi sono? Sono coloro che il Signore ha scelto, ha separato, segregato in ordine ad una missione in favore del popolo (Hebr. 5, 1). Sono coloro, che Egli manda (cfr. Io. 15, 16; Mt 19,29 Lc 18,29 Ga 1,15 Rom. Ga 1,1 Act. Ga 13,2). Apostolo vuol dire mandato. Gli Apostoli, e perciò i Vescovi loro successori, sono i rappresentanti, o meglio i veicoli, gli strumenti della carità di Cristo verso gli uomini. Il ministero episcopale è segno e strumento di salvezza (cfr. Mt 9,38 Lc 6,13 Io. Lc 20,21). Gli uomini nell’economia ordinaria e divina della salvezza non si salvano da soli. La Chiesa è il sacramento visibile dell’amore salvifico di Dio (cfr. Lumen Gentium, LG 9). E il sacerdozio ministeriale è indispensabile (ib. n. lo), ed ha nell’Episcopato la sua piena espressione. Occorre infatti chi porta agli uomini la parola di Dio (Dei Verbum, DV 10); occorre chi distribuisce ad essi i misteri della grazia (cfr. 1 Cor. 1Co 4, l-2); occorre chi guida sulle vie del Signore (cfr. Io. 21, 15; Lumen Gentium, LG 19-20); occorre chi riunisce in Cristo mediante il Vangelo (Rom. 10, 8; 1 Cor. 1Co 4,1-2 Tt 1,7 Tt 1 Petr. Tt 4,10). Cioè i Vescovi sono ministri, sono servitori; essi non sono per sé; sono per gli altri. Sono vostri, sono per voi, Fedeli che Ci ascoltate! (cfr. Luc. Lc 22,26 Rom. Lc 1,14 Lumen Gentium, LG 20). Essi sono per la Chiesa. Per la Chiesa i Vescovi hanno diritto e dovere di esercitare le funzioni di Maestri, di Sacerdoti, di Pastori (cfr. 1 Petr. 4, 11; Pont. Rom. n. 18; Decr. Christus Dominus, CD 12-16). Sono per la Chiesa, e alla Chiesa offrono tutta la loro vita (2 Cor. 2Co 12,15).
Questo secondo aspetto dell’Episcopato, cioè la sua destinazione al bene degli altri, la sua funzione pastorale, caritativa, comunitaria, assume oggi una grande importanza. Perché questo aspetto è visibile e sociale, e tutti lo vogliono vedere e giudicare. Perché a voi, Fratelli, carissimi, Vescovi di Chiese giovani e nascenti, la carità pastorale è domandata in grado superiore, che non altrove. Voi dovete, si può dire, fondare le vostre Chiese locali; voi dovete edificarle in modo analogo a quello che Gesù ha detto a Pietro (Mt 16,16). Voi dovete cercare e chiamare alla fede i nuovi cristiani, grande impresa, che incontra grandi difficoltà di ogni genere, le quali esigono dal Vescovo, e dai suoi collaboratori abnegazione, coraggio, costanza, sapienza, sacrificio. E voi lavorate nella povertà, e spesso nella contrarietà. E voi avete inesauribile cuore per i fanciulli, per i giovani, per i poveri, per ogni sofferente.
Ed è con questa fatica pastorale che voi sperimentate le tre fasi dell’apostolato missionario: l’evangelizzazione, o piantagione (cfr. 1 Cor. 1Co 3,6 ad Gentes, AGD 6); la formazione e la sua crescita (ib. nn. 15, 18, 19); e lo sviluppo del suo carattere autoctono, cioè africano (ib. nn. 16, 22); con l’aspirazione non solo ad una sua propria autosufficienza (ib. n. 15), ma altresì ad una sua capacità espansiva e missionaria (ib. n. 20; cfr. art. di P. Masson, nel vol. L’Evêque dans l’Eglise du Christ, p. 173).
Ed ecco allora sulle vostre spalle il peso d’innumerevoli doveri, di responsabilità, di dolori! Voi dovete, Noi dicevamo, costruire la Chiesa; ma possiamo aggiungere che, quasi per la natura del vostro ministero, voi dovete anche prestare il vostro servizio per aiutare la costruzione della società civile, sebbene liberi da impegni politici e da interessi temporali. Perché voi dovete grandemente contribuire all’educazione del Popolo, all’onestà dei suoi costumi, alla sua istruzione progrediente, al suo lavoro secondo giusti criteri sociali, al rispetto delle Autorità, alla fratellanza, alla pace; alla nuova civiltà; come ieri dicevamo: africana e cristiana.
Grande ufficio! Confratelli carissimi e venerati, grande ufficio vi è destinato; grande croce! è la croce salvatrice di Cristo. Oh! portatela con immensa fiducia e immenso coraggio! Ve lo insegnano i vostri Martiri! Ve ne dànno l’esempio i vostri grandi santi Vescovi Africani, come Cipriano ed Agostino! Sono con voi i valorosi Missionari, di ieri e di oggi, che hanno riaperto l’Africa al Vangelo, e ne hanno fatto una nuova patria di Cristo; e siete assistiti dalla solidarietà collegiale dei Fratelli Vescovi di questo continente e della Chiesa cattolica intera! (cfr. 1 Petr. 5, 9).
E sappiate che è con voi la Nostra carità, con la Nostra Benedizione Apostolica.
Figli carissimi, Gioventù cristiana dell’Uganda!
E voi, venerati Fratelli Vescovi e Sacerdoti!
Voi, Religiosi e Religiose, Catechisti e Laici di Azione Cattolica!
Voi, Fratelli Cristiani d’ogni denominazione!
Voi, Autorità civili qui presenti, che particolarmente ringraziamo della cortese accoglienza e della vostra onorifica assistenza!
Siate tutti salutati e benedetti!
Sappiate tutti che vi teniamo presenti nella nostra preghiera in questo santo rito!
E tutta l’Africa noi consideriamo in questo momento simbolicamente partecipe alla sacra cerimonia, perché tutta l’Africa noi la vogliamo offrire a Cristo, per la sua prosperità, per la sua pace, per la sua salvezza!
A questi giovani, a questi catecumeni, a questi fanciulli, come segni dell’Africa nuova, noi rivolgiamo ora, in modo speciale, questo breve discorso.
A voi, figli carissimi, ora io domando:
- Perché sono venuto in Africa, nell’Uganda, fino qua a Namugongo?
Sono venuto per rendere onore ai vostri martiri. Qui sorge un Santuario a gloria del Signore in loro memoria; e io ho voluto venire da Roma per benedire l’altare di questo Santuario. La mia intenzione è di venerare, con questo atto, anche tutti gli altri cristiani che hanno dato la loro vita per la fede cattolica in Africa, qui e dappertutto.
- Ma perché, voi mi domanderete, si devono onorare i Martiri?
Vi rispondo: perché essi hanno compiuto l’azione più eroica, e quindi più grande e più bella; essi hanno dato, come vi dicevo, la loro vita per la loro fede, e cioè per la loro religione e per la libertà della loro coscienza. Essi sono così i nostri campioni, i nostri eroi, i nostri maestri. Essi ci insegnano come devono essere i cristiani. Ascoltatemi: un cristiano deve essere vile? deve avere paura ? deve tradire la propria fede? No! non è vero? I vostri Martiri c’insegnano come devono essere i veri cristiani, quelli giovani specialmente, quelli Africani. I cristiani devono essere coraggiosi, devono essere forti, devono essere, come scriveva San Pietro, «forti nella fede» (1 Pt. 5, 9).
I vostri Martiri ci insegnano quanto vale la fede!
- La fede, voi mi domandate, vale più della vita?
Sì, la fede vale più della nostra vita presente, che è una vita mortale, mentre la fede è il principio della vita immortale e felice, cioè della vita di Dio in noi. Sapete voi questa importantissima verità? Sì, voi mi rispondete, perché avete imparato che la fede è l’adesione alla Parola di Dio; e chi accetta la Parola di Dio comincia a vivere di Dio stesso.
- Basta la fede per essere vivi in Dio e per essere salvati? voi mi potreste chiedere.
Ma voi conoscete il vostro catechismo: la fede è necessaria, ma non sufficiente; con la fede occorre la grazia, occorre lo Spirito Santo, occorre il sacramento, il grande sacramento che ci fa cristiani, il battesimo; e poi occorrono anche gli altri sacramenti, che ci fanno vivere come figli di Dio, come fratelli di Cristo, come tabernacoli dello Spirito Santo; ci fanno buoni e santi, ci fanno membri della Chiesa, ci fanno meritevoli del Paradiso. Il sacramento dell’Eucaristia, fra tutti i Sacramenti il più misterioso, ma anche il più santo, il più vivificante, ci dà Gesù Cristo stesso: sacrificandosi per noi, si è fatto pane vivo per le nostre anime.
- Dunque, voi potete dire, è molto bello essere cristiani?
Sì, figli carissimi, è molto, molto bello. Io vorrei che questo pensiero restasse impresso nella vostra memoria, anzi nella vostra coscienza, per sempre: è molto bello essere cristiani. Ma fate attenzione. È molto bello, ma non è sempre facile. Guardate i vostri Martiri. Per la loro fedeltà a Cristo essi hanno dovuto soffrire. Chi è cristiano deve vivere secondo la propria fede; e allora può capitare che questa coerenza alla fede esiga sacrificio; alcune volte esige grandi sacrifici, ma più spesso esige solo tanti sacrifici piccoli e frequenti, ma sacrifici cari e pieni di vigore nobile e virile che rendono forte e virtuosa la vita, la conservano pura e onesta, la rendono sempre rivolta all’amore; all’amore di Dio, ch’è la prima cosa che dobbiamo fare; e poi all’amore degli altri uomini, di quelli che ci sono più vicini specialmente, e sono il nostro prossimo, e all’amore poi di tutte le persone umane, buone e cattive, vicine o lontane.
- Allora, voi ancora mi chiedete, essere cristiano è importante anche per la vita presente, perché ci obbliga a voler bene a tutti, e a far del bene a tutta la società?
roprio tosi, vi rispondo. La vita cristiana ha una grande importanza anche per questa vita terrena; ha importanza per tutta l’attività umana, per tutta la convivenza sociale: per la famiglia, per la scuola, per il lavoro, per la pace fra tutte le classi sociali, fra le tribù, fra le nazioni; e promuove il bene dappertutto: vuole la libertà, vuole la giustizia; si occupa dei deboli, dei poveri, dei sofferenti, e anche dei nemici, anche dei defunti; la vita cristiana, quando davvero porta Cristo nel cuore è come una fontana di bontà e di amore, che diffonde il bene d’intorno a sé (cf. Io. 4, 14).
Mi fate forse un’ultima domanda, che è questa:
- Come si fa a vivere bene la nostra fede cristiana?
Ecco, io riassumo così le tante cose che vorrei dirvi:
Primo: amate molto Gesù Cristo; cercate di conoscerlo bene, state uniti a Lui, abbiate in Lui molta fede e molta fiducia. Secondo: siate fedeli alla Chiesa, pregate con lei, amatela, diffondetela, siate sempre pronti, come i nostri Martiri, a darle franca testimonianza. Terzo: siate forti e coraggiosi; siate contenti, siate lieti e siate allegri, sempre! Perché la vita cristiana, ricordatelo, è molto bella! (cf. Phil. Ph 4,4).
Paolo VI Omelie 1969 - Domenica, 22 giugno 1969