Paolo VI Omelie 1969 - Uganda, 2 agosto 1969



FESTIVITÀ DELL’ASSUNTA

Venerdì, 15 agosto 1969

Questo incontro, questo momento di unità spirituale, non è fine a se stesso, giacché pone sulle labbra di tutti la domanda: perché siamo qui? che cosa vogliamo fare questa mattina? Desideriamo tutti rivolgere un pensiero, un atto di omaggio e di devozione particolare a Maria Santissima, per onorare il mistero della sua Assunzione al Cielo.

È una cosa tanto bella che esige una certa tensione di spirito. Allorché celebriamo le feste della Madonna, notiamo come le pagine del Vangelo ci fanno vedere e sentire Maria più vicina a noi. Si tratta di incontri familiari: ad esempio l’Annunciazione, la Nascita del Signore, la visita ad Elisabetta (ricordato proprio nel Vangelo di questo giorno), che rendono facile la nostra conversazione con la Madre di Dio, una conversazione che si svolge con linguaggio umano. Ne è conferma l’«Ave Maria», poiché Ella è nostra, nostra sorella nella umanità.



L’EPILOGO MERAVIGLIOSO D’UNA VITA ECCELSA

I vari misteri della Madonna, anche quelli dolorosi, sono quadri di vita ai quali ci è facile accedere almeno in parte, pur rimanendo noi sempre attoniti di fronte alla loro grandezza e sublimità. Ma il ricordo degli ultimi punti del Santo Rosario: l’Assunzione e la Gloria di Maria, invece, ce la portano lontano. La Madonna esce dalla ,sfera della nostra vita umana; sale, scompare, entra in quell’al di là che conosciamo solo per fede ed anche per una certa intuizione in fondo al nostro spirito, predisposto a tale avvenire meraviglioso. Intuiamo qualche cosa di questo al di là, ma ci manca ogni esperienza. Allora bisogna affidarsi alla immaginazione; bisogna rendere superlativi ed assoluti i termini da noi usati nel linguaggio terreno, temporale, per figurarci in piccola dimensione l’eterno.

Oggi noi celebriamo proprio l’al di là della Madonna, e possiamo considerarlo in due momenti: l’istante della sua resurrezione e quello della sua «entrata» e dimora nel Paradiso, che durerà per tutti i secoli nella gloria del Signore.

Che cosa stiamo guardando?

L’epilogo della storia di Maria. Ci sarebbe più facile trovarne le ragioni che dirne l’essenza: Maria era senza macchia di peccato: il peccato è la causa della morte e quindi è chiaro che la Madonna non doveva subire la pena della morte anche se Ella ne ha subito la sorte: la «dormitio Virginis», come si dice nell’antica liturgia, specialmente in quella orientale. Ma poi quelle membra santissime, innocenti, ,si sono rianimate: hanno ripreso una vita nuova, leggera, trasparente, trasfigurante, e la Madonna è passata da questo nostro piano di vita temporale, terrena, a quell’altro per cui noi restiamo senza parole. Guardiamo, però, e siamo abbagliati, come quando si guarda il sole e ,si vede che è sorgente di luce e vince la forza della nostra capacità visiva. Restiamo confusi a tanta luce e allora avviene il fatto comune di quando si guarda la luce: si accende un lume: il primo sguardo è al lume, il secondo alle cose circostanti che ne sono illuminate. Così avviene nella celebrazione del mistero dell’Assunzione : vediamo Maria diventare una stella del Cielo: la stella più bella; diventare, dice sempre la Scrittura adattata alla figura della Vergine, splendida come il sole, bella come la luna, cioè un astro che illumina l’universo, il nostro panorama terreno.



I PERFETTI RAGGI D’UN GRANDE SOLE

E quale luce ci dà in modo speciale questo mistero di Maria?

Ce ne dà molte, di luci. Ma quella che ci sembra specifica, essenziale, caratteristica è che ci ricorda che la sorte di Maria sarà la nostra; che anche noi siamo dei «resurrecturi», siamo vite che il Signore così ha creato da rendere immortali, da destinare a una vita che trapassa i confini del tempo e gli anni trascorsi quaggiù, così labili, così fugaci, così logoranti, per darci, invece, una vita piena, perfetta, santa e soprattutto, fuori del tempo: non ha orologio, limiti, non ha calendario, non si esaurisce nella sua durata, ma resta assorbita nella sempre fresca, viva, nuova visione di Dio; è la vita eterna. La Madonna ha avuto il privilegio di anticipare questa sorte e di goderla in una pienezza, in una perfezione che noi non raggiungeremo, sia pure se noi avremo la stessa sorte, cioé di riprendere dopo la lunga stagione del nostro sonno nel sepolcro questa nostra stessa carne, queste stesse nostre membra, la nostra stessa persona fisica nel tempo.

Vorremmo domandare, alla luce di tali verità, che il Credo ci fa ripetere ogni giorno - . . . carnis resurrectionem, vitam aeternam - se siamo veramente convinti che sarà così; se siamo sicuri, se crediamo e avvertiamo la meraviglia stupenda che tale verità colloca nella nostra maniera di valutare l’esistenza presente, la quale ha sì una importanza grandissima, ma è fugace, effimera e destinata all’altra esistenza, quella garantita dalla parola del Signore e della quale, nell’odierna festa, abbiamo splendida conferma.



LA VITA UMANA È DESTINATA ALLA BEATITUDINE

Come la gente comune, come noi cristiani, valutiamo il destino a noi preparato? Naturalmente ci crediamo, magari in penombra, per sentimento ed abitudine, magari perché sarebbe troppo doloroso il pensare che tutto diventi cenere e sia distrutto dopo la morte. Tuttavia, appunto perché cristiani, e possessori di questa fede nella resurrezione dei corpi e nell’immortalità dell’anima, vogliamo domandarci, oggi, se tale realtà è presente sia per la indicibile consolazione che offre, sia per la -dignità altissima e l’importanza senza paragone che essa imprime all’esistenza umana. Per siffatta realtà la Chiesa è così gelosa nella difesa della vita che nasce, della vita sofferente, della vita che muore. Tutto concorre ad un atto che Iddio compie per l’eternità, e perciò la dignità della vita umana diviene qualificata con statura incommensurabile, bellissima, grandissima. È la sorte di beatitudine che esige da tutti vicendevole amore.

Una seconda domanda, più pratica ma non meno importante: che rapporto c’è tra la vita presente e quella futura? le cose avvengono automaticamente? si nasce cioè, si muore e un giorno si risorgerà tranquillamente, siccome fatti naturali, insopprimibili? No. Esistono condizioni precise. La resurrezione esige il presupposto, da parte nostra, di essere buoni, veri cristiani, di conoscere la sorte d’essere veramente inseriti nella sorgente della vita che è Cristo, di essere sin da ora attratti e compaginati nella sua misteriosa esistenza. Cristo è la vita: non vi sono su ciò dubbi o riserve; noi dobbiamo essere cristiani, dobbiamo essere uniti a Cristo, giacché se vogliamo davvero che il prodigio della sua vita risorta sia pure nostro, dobbiamo agire in modo di credere ed operare secondo la unione indispensabile con Lui. È la cosa più importante del nostro tempo presente: o cristiani, o falliti; e il fallimento sarebbe di una portata incalcolabile, Dio mio!, perché eterno.

SE UNITI A CRISTO ASCENDEREMO CON LA MADRE CELESTE

Ed ecco che la Madonna, con la sua Assunzione al Cielo, ci garantisce la possibilità di ascendere anche noi, se siamo, come Lei, uniti al Cristo. Con tanta Madre, la distanza fra noi e Cristo è abbreviata, annullata; e il Signore ci viene incontro e ci ripete «Mangia di questo Pane e avrai la vita eterna». In tal modo si raggiunge l’immortalità, cioè l’inserimento della vita nuova nella nostra povera giornata terrena, che da sé sarebbe enigmatica e forse tormentata e inghiottita dal dubbio. Siamo esseri mortali che devono rinunciare al grande sogno della vita perfetta e della vita eterna? No, di certo. Il Signore ci dice: Io ti prometto, se tu credi, se rimani unito a me, se accetti di vivere così, che la tua vita sarà un giorno come quella della Madonna: nella unione eterna con Cristo SI da formare con Lui quella luminosa società ed unità del Corpo Mistico, che è il segreto dell’intera creazione, e d’ogni opera di bontà del genio cristiano.

Celebriamo perciò l’odierna festa nella fede della vita eterna, cercando di raggiungere le supreme conseguenze di tale fede.

Se sono eterno, come devo vivere? e basta forse pensare a tale eternità, quasi che essa annulli i valori, gli interessi della vita vissuta nel tempo? Affatto. Tanto più noi abbiamo la fiducia, la sicurezza, il dovere di raggiungere la vita eterna, tanto maggiore è l’obbligo di vivere bene là dove il Signore ci ha posti; di impegnare le nostre facoltà, di ben trafficare, come ci insegna il Vangelo, i talenti datici da Dio per accumulare un vero capitale assicuratoci nella vita eterna.

E il fatto che la Madonna, dall’alto del suo seggio di gloria, ci tende le braccia fa sì che noi sentiamo ancor meglio l’invito, e la certezza della sua protezione, l’esempio e il flusso della sua intercessione. Ella viene sempre in nostro soccorso.

È bello vivere, con questa agilità e levitazione spirituale, la vita presente: i dolori, le fatiche, le delusioni, i pesi, le responsabilità cambiano di gravità; e invece di essere ostacoli diventano i gradini per raggiungere il traguardo, la vetta a cui siamo indirizzati.

Che la Madonna ci aiuti: confidiamo in Lei. La visione, la realtà del suo mistero illumini la nostra vita di speranza, di gaudio anticipato, di forza morale, di gioia cristiana; e ripetiamo così con Lei; quanto è grande il Signore! Magnificat anima mea Dominum. Perché Egli ha fatto cose grandi a Maria e anche a noi che siamo, per divina adozione, fratelli di Cristo e fratelli, nella umanità, di Maria Santissima.






SANTA MESSA AL VENERATO SANTUARIO DI NEMI

Mercoledì, 10 settembre 1969

Il Santo Padre si dice innanzi tutto lieto di accompagnare la preghiera della comunità parrocchiale di Nemi, inaugurando le celebrazioni a cui essa dà inizio in onore del Crocifisso e le sacre Missioni che vogliono risvegliare la vita cristiana di tutta la popolazione.

Sua Santità desidera aprire l’incontro con un saluto alla popolazione di Nemi ivi convenuta insieme con tanti altri rappresentanti della diocesi di Albano e della regione dei Castelli Romani; alle autorità civili; al Vescovo Mons. Macario; al Parroco P. Fortunato Ferdinando dei Mercedari, che ha preparato con tanto amore e zelo le celebrazioni centenarie; ai Sindaci di Nemi e di tutte le altre cittadine laziali che gli fanno corona.

Il primo pensiero suggerito dall’incontro è di invitare tutti a guardare il Crocifisso, non solo nell’effigie di Nemi, oggetto di secolare venerazione, ma quello che vediamo in tutti i luoghi pubblici e privati; un’immagine che è familiare, consueta agli sguardi dell’animo cristiano, ma che, purtroppo, spesso non risveglia i sentimenti che dovrebbero essere appropriati all’incontro di Gesù Crocifisso con i cuori umani.

Oggi, invece - nota il Santo Padre, - guardiamo il Crocifisso nella sua realtà veritiera, come la figura di Gesù sofferente, del Figlio di Dio e del Figlio dell’uomo. Alla visione del Figlio di Dio - vien da pensare - dovrebbero essere associati non il dolore, ma la felicità, la pienezza della vita, il trionfo dell’esistenza. Invece, il Signore ci si presenta in sembianze di crudeltà e di abiezione: Egli è stato crocifisso e così abbiamo dinanzi a noi l’immagine del dolore portato al suo vertice nel Rappresentante più alto dell’umanità, nel quale il dolore si è incentrato facendo di Lui crocifisso l’uomo del dolore.

A questo punto Paolo VI osserva che la ripulsa umana al dolore dinanzi al Cristo sofferente è vinta; per un nuovo prodigio di amore nell’animo umano sgorgano non più sentimenti di insofferenza, ma di compassione; e invece di essere respinti dalla paura e dalla naturale ritrosia al patire, ci sentiamo attratti, quasi incantati dalla sua presenza. Nasce così un sentimento che un cuore non cristiano o non conosce o non sa coltivare: quello, appunto, della compassione, della «simpatia» verso il dolore umano, addirittura della dignità del dolore di chi soffre, di chi è nella miseria, di chi è in condizioni tristi. Invece di respingere tutto questo, come faceva il mondo pagano, il mondo cristiano va in cerca di chi soffre; e ciò è dovuto proprio all’attrazione che la Croce esercita sui seguaci del Vangelo e di Gesù, che ci si è presentato così, sanguinante, morente, straziato nell’onore e nelle membra.

In tal modo noi diventiamo cuori compassionevoli, impariamo il culto della sofferenza e sentiamo il dovere di dare ad essa una solidarietà, un soccorso che, appunto, il Crocifisso ha sempre ispirato e che ispira ancora e sempre alla società che si chiama cristiana.

Una seconda riflessione suggerisce altra verità. Per questa stessa compassione il credente può guardare, con fiducia e sollievo, la figura del Crocifisso nelle ore tristi, quando si sente abbandonato, quando il dolore sembra scavare un abisso di incomunicabilità del proprio essere con altre persone. Allora il Crocifisso diventa lo specchio, il tipo ideale dell’uomo; il cristiano vede in Gesù il dolore nella sua espressione più parlante e più invitante per chi soffre; e svanisce tutto ciò che fa disperato il dolore. Allora sentiamo davvero di avere un amico, un collega, che non siamo più soli a soffrire perché Egli ha sofferto prima di noi e più di noi. Il dolore diventa buono, si calma, riacquista una padronanza di sé, un valore contrario alla sua forza naturale, che spinge verso la disperazione.

Seguono alcune domande stimolanti molteplici riflessioni: Perché il Signore ha voluto soffrire così? Che cosa significa la Croce? È il martirio di Cristo un fatto puramente di sangue che abbiamo dinanzi, soltanto un supplizio come purtroppo ce ne sono tanti nell’umanità?

Il Catechismo insegna che la crocifissione di Gesù è un sacrificio, che si distingue in maniera assoluta dal semplice supplizio, con tanti elementi spirituali che trasfigurano il dolore. Gesù ha sofferto per qualche cosa; ci sono delle cause che hanno prodotto la morte dell’Uomo-Dio, cause che vanno ricercate nella loro alta sorgente. Egli ha voluto farsi espiatore, l’Agnello di Dio - come dice il Vangelo e come si ripete nella Messa -, cioè la Vittima, cioè Colui che soffre per gli altri, che dona la propria vita per salvare l’altrui. È morto sulla Croce proprio con l’intenzione di sacrificarsi per noi; e così il Crocifisso è la rivelazione più esplicita, più commovente dell’amore di Dio per il mondo, per tutti, per ciascuno, «per me» come sottolinea con incisiva frase San Paolo «Tradidit semetipsum pro me». Perciò ognuno di noi individualmente è oggetto di una redenzione che deve provocare in noi una grande corrente di riconoscenza e di amore, perché Gesù ci ha salvato morendo.

Non possiamo rimanere indifferenti e non sentirci colpiti da questo amore che si è concluso col dramma della sua morte, un dramma che è la sostanza della nostra fede, della nostra vita religiosa. Avevamo bisogno di chi ci salvasse, di chi morisse per noi: il dramma cieco del peccato - che noi uomini moderni, purtroppo non vogliamo considerare - è una realtà. Eravamo collegati con Dio e siamo diventati da figli dell’amore - come dice la Sacra Scrittura - figli dell’ira, perché noi, creature di Dio, ci siamo rivoltati contro di Lui ed abbiamo commesso il peccato che è la rottura dei nostri rapporti con Dio; è l’offesa che noi siamo stati tristemente capaci di compiere nei suoi riguardi. Ma Egli ha profuso i tesori della sua misericordia facendosi vittima per noi. Ed ecco, allora, che tutta la nostra coscienza si deve muovere per sentire l’intera responsabilità verso Dio, la gravità delle nostre azioni, il senso stesso della nostra vita, la linea del nostro destino che, sotto i raggi della Croce, si illumina di speranza, di gioia. La Passione di Cristo - afferma la liturgia della Messa - invece di essere una sorgente di dolore e di raccapriccio per le sofferenze, le piaghe, il sangue, la crudeltà, l’ingiustizia e la morte, diventa un’effusione di luce benigna e di salvezza.

Il Santo Padre conclude ricordando le lezioni che si irradiano dal Crocifisso. Non certamente l’egoismo, né il piacere che ci dà la vita, ma il sacrificio compiuto con amore. E il mondo ha tanto bisogno di amore e di sacrificio! Rimettiamo in onore il Crocifisso, specialmente nei nostri cuori; e accogliamo gli insegnamenti, che da Lui si irradiano, di fede e di amore, invocandolo per rafforzare ed accrescere la nostra speranza.






VISITA AL SANTUARIO DI NETTUNO

Domenica, 14 settembre 1969

Nella sua Omelia durante la Messa, il Santo Padre, dopo aver ringraziato le autorità religiose e civili per la loro presenza, ed in particolar modo il Vescovo di Albano Mons. Macario, il Sindaco di Nettuno e quelli degli altri centri del Lazio, i Padri Passionisti e tutti coloro che con essi hanno collaborato alla ricostruzione del Santuario, esprime la sua gioia e il suo saluto all’intera comunità presente.

Il Papa ricorda una sua antica visita, nel lontano 1935, al Santuario ora così bene ricostruito, e tanto più caro, perché, vicino all’immagine della Madonna delle Grazie, si nota un’altra figura, eletta e splendente: quella di Maria Goretti, che porta della Madonna il nome e che della Madonna riveste il candore di virtù. La soave Fanciulla sembra quasi che insieme alla Vergine delle vergini accolga l’udienza del popolo di Nettuno e di quanti verranno qui a venerare la Madre di Dio.



UNA VIRTÙ NEGLETTA

Il Santo Padre prosegue intessendo un dialogo con i fedeli, sottolineando che essi si trovano in un santuario, cioè in una chiesa dove si pratica un culto speciale, dove, cioè, si vuol onorare la Madonna sotto un suo particolare titolo e dove si professa una devozione del popolo, oltre che per la Madre di Dio, anche per S. Maria Goretti. Un santuario, perciò, che si distingue dalle altre chiese e che dev’essere custodito dal popolo di Nettuno, come un dono, come un gioiello, con legittimo orgoglio e con la professione di una fedeltà sincera e collettiva, in modo che questa chiesa, nel cuore della città, possa davvero distendere il suo dolce influsso e rendere migliori tutti gli abitanti di Nettuno.

Paolo VI a questo punto si chiede qual è il valore dell’omaggio speciale attribuito al nuovo santuario. Si tratta, in primo luogo, dell’innocenza, della purità, termini che fanno parte della conversazione comune per chi è seguace del Vangelo, pratica le leggi della Chiesa e sa qual è il costume cristiano. Parole simili - osserva Sua Santità - sono consuete tra i cristiani. Ma è così nel mondo? Si parla ancora di purezza, si ha ancora il senso dell’onestà dei costumi, del riguardo che questa virtù esige e porta con sé? Non c’è invece un certo ritegno, quasi una diffidenza e talvolta anche qualche sarcasmo intorno a questo nome e a questa virtù? Il Papa si domanda se la virtù può ancora essere considerata di attualità, se la società odierna ha ancora per essa un culto. Purtroppo la risposta è negativa, poiché lo stesso concetto comune della purezza, è calpestato. È vero, il vizio c’è sempre stato nel mondo e l’irregolarità del costume si accompagna alla debolezza umana; ma è altrettanto vero, che ora predominano l’intenzione, quasi il proposito, addirittura l’astuzia per offendere questa virtù, per rendere facile il disprezzarla e il profanarla.

CANDORE DI ANIMA EROICA

Una volta si aveva ritegno per certe figure, certe parole e situazioni. Adesso, invece, l’offesa alla purezza sembra il tema ordinario dei discorsi, dei racconti, dei romanzi, degli spettacoli, della cosiddetta arte, che pare si adoperi intenzionalmente per turbare questa virtù, e presentarla in una luce falsa a chi vive nella società moderna. Tutti sappiamo come l’uomo, il giovane è impressionabile: gli occhi, i sensi, tutto ciò, insomma, che lo mette in contatto con l’esterno, porta in lui delle forze, degli stimoli, delle provocazioni, quelle che con parola classica si chiamano le tentazioni, alle quali esso è disposto e che possono diventare abituali. Che sarà, dei giovani, dei fanciulli, delle ragazze d’oggi? Essi sono destinati a vivere sotto l’insidia continua, la tentazione sistematica che si presentano assai spesso con suggestive forme, ed immagini, con spregiudicata disinvoltura, con insinuante bravura, proprio per cogliere la debolezza umana e farla deflettere dalla propria resistenza e virtù rettilinea.

Noi qui onoriamo la purezza cristiana, l’innocenza, e vogliamo onorarla anche sotto un aspetto del tutto particolare: quello cioè della purezza coronata addirittura dal martirio: un aspetto che si aggiunge alla sua abituale bellezza e santità e che si può definire drammatico. Ricordiamo la storia di sangue di Maria Goretti: è una testimonianza, cioè martirio per difendere la purezza, nella quale al candore dell’anima si unisce il rosso del sangue, come dice il Te Deum per i martiri: «Te Martyrum candidatus laudat exercitus» e ci dimostra come il valore della purezza è stato dalla piccola Martire presentato al mondo con la prova del sangue: un valore così trascendente, così divino, così obbligatorio, così fulgente che dal martire è posto sullo stesso piano della vita. Maria Goretti, come tutti gli altri martiri, ha affermato che vi sono valori i quali valgono perfino quello della stessa vita: la fede o altre verità, la fedeltà alla Chiesa, la fedeltà alla purezza. Così la vita per il cristiano porta con sé valori più alti della vita stessa, come dice San Paolo, che ci paragona a vasi fragili che portano dentro di sé tesori inestimabili, tesori che valgono più del vaso stesso che li porta: la Grazia di Dio, la presenza del Signore, il contatto con lo Spirito Santo.



SPLENDORI DELLA PUREZZA

Il Papa insiste ancora nel chiedersi che cosa è la purezza, e ne fa una profonda analisi psicologica, affermando che la purezza non interessa soltanto una parte dell’essere umano, come ad esempio l’umiltà e gli atti che ne conseguono, ma interessa l’intero essere, ha un valore vitale, investe lo spirito e il corpo. La purezza rappresenta l’equilibrio, l’armonia tra lo spirito e la carne, tra l’anima e il corpo, tra la ragione e l’istinto, tra la volontà e la passione. L’anima pura, cioè il cristiano puro, ha dentro di sé questa gerarchia, al vertice della quale è la Grazia di Dio che è poi la vita stessa che bisogna custodire dalle insorgenze dell’istinto, triste strascico del peccato originale che, purtroppo, ha scompaginato la psicologia umana, ha reso ribelle nell’uomo il corpo allo spirito. Dovevamo essere delle creature stupende, privilegiate, come è stata la Madonna, e invece troppo spesso diventiamo degli esseri squilibrati, che subiscono impulsi negativi ribelli alla ragione e che, talvolta, avanzano anche col procedere dell’età.

Ma c’è sempre l’aiuto di Dio, come dimostra Maria Goretti, la generosa atleta del Signore, che oppose la fortezza cristiana alla violenza della malvagità crudele, e vinse.

Sua Santità conclude additando nella Madonna Colei che ci aiuta nel cammino verso la vittoria di ogni virtù, del completo ordine morale.






INAUGURAZIONE DELLA NUOVA CHIESA DEGLI UCRAINI A ROMA


Domenica, 28 settembre 1969

Signor Cardinale Giuseppe Slipyj, Arcivescovo Maggiore, Metropolita di Lviv degli Ucraini!

Venerati Fratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio, nella Fede cattolica!

Voi specialmente Ucraini dimoranti fuori del territorio della vostra Nazione, e qua convenuti da varie parti dell’Europa, dell’America e del mondo.

Signori tutti che onorate con la vostra presenza questa solenne cerimonia.

E voi, Romani, che una volta ancora, com’è vostro tradizionale costume, accogliete questi Figli della Nazione Ucraina non già come stranieri, ma come esuli dalla loro patria e concittadini della comune patria romana, tutti lodate, con noi il Signore, che ci fa godere di questa giornata, nella quale si riflettono grandi disegni divini e storici, come le parole, testé pronunciate dal Card. Slipyj, ci lasciano intendere.

Ecco davanti a noi, rievocata da queste reliquie, la figura di un Santo Pontefice, per quanto ci è dato conoscere (cfr. S. IRENEO, Adv. haer. III, 3, 3; P.G. 7, 849), terzo successore di San Pietro, il martire Clemente, Papa nell’ultimo decennio del secolo primo (negli anni dal 92 al 100), molto probabilmente il discepolo di S. Paolo, che l’Apostolo ricorda nella lettera ai Filippesi (4, 3), autore lui stesso d’una celebre lettera ai Corinti, nella quale è sviluppata quell’ecclesiologia, che già S. Paolo aveva delineato, con la dottrina sul corpo mistico di Cristo, e che dimostra come «il diritto divino della gerarchia è costitutivo del cattolicesimo» (BATIFFOL, L’Eglise naissante et le cath., p. 156); San Clemente, diciamo, Papa e Martire, il quale, secondo una tradizione piuttosto tardiva, sarebbe stato relegato al tempo di Traiano nel Chersoneso, e là gettato in mare e morto per la fede. Secondo una successiva tradizione, «S. Cirillo, l’apostolo degli Slavi, nel secolo IX, portò a Roma le reliquie di San Clemente e le depose nella basilica, costruita sul Celio in onore del Santo Pontefice all’epoca di Costantino, quella ricordata da S. Gerolamo» (BOSIO, I Padri Apostolici, 1, 72), quella stessa che raccolse la salma di S. Cirillo nell’869, di cui quest’anno abbiamo celebrato l’undecimo centenario.

Tanto a noi basta per ravvisare nella memoria, oggi qui offerta al nostro culto, di questi due Santi, Clemente e Cirillo, quali vincoli tradizionali e spirituali intercedano fra la Chiesa romana e le Chiese Orientali, e quale significato ecumenico assuma questo sacro edificio, dedicato alla divina Sapienza, a Santa Sofia, a quell’ineffabile titolo, a cui rende nella storia, nell’arte, nel culto incomparabile onore la celeberrima chiesa di Santa Sofia della «nuova Roma», l’antica Bisanzio, la Costantinopoli dei secoli scorsi, la Istanbul della storia contemporanea; il medesimo titolo, come è stato testé ricordato, della cattedrale di Santa Sofia a Kiev, costruita dal principe S. Vladimiro, considerato fondatore del cristianesimo in quelle immense regioni orientali (cfr. AMMANN, Storia della Chiesa Russa, 12).

Questi orizzonti storici, aperti davanti al nostro sguardo e alla nostra venerazione, proiettano la loro luce sopra questa nuova chiesa romana, dedicata a S. Sofia, e ci fanno ammirare un fatto, che pare semplicissimo ed è straordinario, la perenne vitalità, pacifica, ma invitta, della Chiesa cattolica ucraina. Come già in tante Nazioni del mondo, dove i suoi figli fedeli ed operosi attestano questo continuo vigore, espresso in belle, numerose, ordinate comunità e in monumenti sacri e in pie e provvide istituzioni, così oggi a Roma la Chiesa cattolica ucraina innalza i suoi padiglioni, ai quali sembra affidata l’eredità dei secoli passati e promessa quella dei secoli futuri.

Noi siamo lieti di questo avvenimento. Vediamo in esso un favore della divina Provvidenza. Vediamo un segno della comunione ecclesiale. Vediamo un pegno del costante programma di questa Apostolica Sede, tante volte affermato dai nostri Predecessori Leone XIII, Pio XI e Pio XII (cfr. Encl. Orientales, A.A.S., 1946, p. 34), quello cioè di rispettare, anzi di promuovere nella loro genuina integrità quelle Chiese Orientali, che vogliono con questa Chiesa Romana costituire l’unico ovile di Cristo, e che, come la Chiesa Ucraina, le dimostrano fraterna solidarietà, filiale fiducia, amorosa collaborazione per l’affermazione e per la diffusione del nome cristiano nel mondo.

Noi vogliamo esprimere la nostra riconoscenza al Signore nostro Gesù Cristo, Capo sommo e Pastore sovrano della sua Chiesa. E non possiamo tacere, insieme con la nostra Sacra Congregazione per le Chiese Orientali, la nostra compiacenza alla venerata persona del Cardinale Slipyj, che siamo lieti di riconoscere protagonista di questa impresa, la quale attesta su questo suolo romano la duplice tradizione della Chiesa ucraina cattolica, quella religiosa, con l’erezione di questo nuovo tempio, e quella culturale, con la fondazione, incipiente, ma promettente e fin d’ora significativa, d’una nuova Università cattolica, caratterizzata special mente dagli studi della storia e del pensiero dell’Ucraina. Noi abbiamo più d’una volta testimoniato la nostra stima e la nostra devozione a questo illustre rappresentante della Chiesa Ucraina, vedendo in lui un degno successore di quell’insigne Pastore della Chiesa metropolitana d i Leopoli, che fu l’Arcivescovo Andrea Szeptyckyj (1900-1944), e che noi avemmo la fortuna, nel lontano 1923, in circostanze quanto mai singolari, di avvicinare. E siamo stati anche noi rallegrati quando la intercessione del nostro venerato Predecessore Papa Giovanni XXIII valse ad ottenere la sua liberazione dopo molti anni di deportazione, e abbiamo sempre auspicato che la sua dimora vaticana sia per lui serena e feconda di buona operosità, e sia per Roma esempio di intrepida e pastorale fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa.

A lui, a quanti lo hanno aiutato nella difficile impresa che oggi noi abbiamo la fortuna di inaugurare, la nostra riconoscenza e la nostra Benedizione.






ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

Cappella Sistina - Sabato, 11 ottobre 1969

Fratelli!

Come ben sapete, il recente Concilio ha messo in migliore evidenza il carattere comunitario della Chiesa, quale aspetto costitutivo fondamentale di essa. Questo, considerato da solo, non dice tutto della Chiesa, che in una più adeguata osservazione appare come corpo mistico di Cristo, compaginato in unità e in distinzione di organi e di funzioni; ma tuttavia la comunione, nel suo duplice riferimento di comunione in Cristo con Dio e di comunione in Cristo con i credenti in lui e virtualmente con tutta l’umanità, ha interessato in modo particolare la meditazione del Concilio, specialmente quando ha messo in rilievo la comunione che intercede nell’Episcopato; e ricordando che l’Episcopato legittimamente succede agli Apostoli, e che questi costituivano un ceto particolare, scelto e voluto da Cristo, è parso felice proposito riprendere il concetto e il termine di collegialità, riferendoli all’ordine episcopale. «Come San Pietro e gli altri apostoli, dice il Concilio, per volontà del Signore, unum Collegium apostolicum constituunt, pari ratione Romanus Pontifex, successor Petri, et Episcopi, successores Apostolorum, inter se coniunguntur» (Lumen Gentium, LG 22).

Così che noi per primi abbiamo desunto un grato dovere da questa rievocazione del disegno divino circa l’ufficio apostolico, che al Popolo di Dio annuncia il messaggio della fede e conferisce i misteri della grazia, e lo guida nel suo cammino sulla terra e nel tempo, il dovere, diciamo, di conferire più ampia e più operante efficienza al carattere collegiale dell’Episcopato, essendo in ciò guidati dalla concezione basilare della fraternità, che unisce in comunione tutti i seguaci di Cristo, e che nei Vescovi si arricchisce di maggiore pienezza, quali eredi di quei titoli, che Cristo stesso attribuì ai discepoli eletti, da lui chiamati Apostoli (Lc 6,13), confidenti del mistero del regno di Dio (Mc 4,11), suoi amici (Io. 15, 14-15), suoi testimoni (Act. 1, 8), e destinati alla grande missione d’annunciare e d’attuare il Vangelo (Mt 28,19), in spirito d’umiltà (Io. 13, 14) e di servizio (Lc 22,26), «in opus ministerii, in aedificationem corporis Christi» (Ep 4,12).

Noi crediamo d’aver già dato prova di questa nostra volontà di dare pratico incremento alla collegialità episcopale, sia istituendo il Sinodo dei Vescovi, sia riconoscendo le Conferenze Episcopali, sia associando alcuni Fratelli nell’Episcopato e Pastori residenti nelle loro Diocesi al ministero proprio della nostra Curia Romana; e, se la grazia del Signore ci assiste e la fraterna concordia faciliterà i nostri mutui rapporti, l’esercizio della collegialità in altre forme canoniche potrà avere più ampio sviluppo. Le discussioni ‘del Sinodo straordinario, definendo la natura e i poteri delle Conferenze Episcopali, e i loro rapporti, sia con questa f Sede apostolica, sia fra loro stesse, potranno illustrare l’esistenza e l’incremento della Collegialità episcopale in termini canonici opportuni, e nella conferma della dottrina dei Concili Vaticano I e Vaticano II circa la potestà del successore di S. Pietro e di quella del Collegio dei Vescovi con il Papa suo Capo.



Paolo VI Omelie 1969 - Uganda, 2 agosto 1969