
Paolo VI Udienze 1969 - Mercoledì, 2 luglio 1969
Diletti Figli e Figlie!
Non vogliamo ancora una volta, in questa familiare conversazione, richiamarci al Concilio, osservando, come altra volta dicevamo, la mentalità che esso ha generata: una mentalità aperta su alcuni aspetti della vita cristiana, dei quali faremo bene a prendere coscienza e a delineare nei loro giusti termini, non isolandoli come concetti astratti, o come forme di vita a sé stanti, ma considerandoli nel disegno armonico della concezione genuina, rinnovata e globale del cattolicesimo.
Uno di questi aspetti è quello della libertà. Il Concilio ha parlato di libertà, riferendola a molte cose. La libertà è una parola magica. Essa dev’essere studiata con diligenza seria e serena, se non si vuole spegnerne la luce e farne un termine di confusione equivoca e pericolosa. Nessuno di noi vorrà confonderla con l’indifferenza ideologica e religiosa, tanto meno con l’individualismo eretto a sistema, o con l’irresponsabilità, il capriccio e l’anarchia. Vi sarebbe una lunga lezione da fare circa le distinzioni e le riserve sopra una parola di moda, che sembra avere stretta parentela con la libertà, la parola rivoluzione, con certi suoi derivati, oggi molto diffusi.
Ma considerata nel suo concetto umano e razionale, come autodeterminazione, come libero arbitrio, noi saremo fra i primi ad esaltare la libertà, a riconoscerne l’esistenza, a rivendicarne la tradizione nel pensiero cattolico, che ha sempre riconosciuto questa prerogativa essenziale dell’uomo. Basti ricordare l’Enciclica Libertas del 1888, di Papa Leone XIII. L’uomo è libero, perché dotato di ragione, e come tale giudice e padrone delle proprie azioni. Contro le teorie deterministiche e fatalistiche, sia a carattere interiore, psicologico, sia a carattere esteriore, sociologico, la Chiesa ha sempre sostenuto che l’uomo normale è libero, e perciò responsabile delle proprie azioni. Ella ha imparato questa verità non solo dagli insegnamenti della saggezza umana, ma altresì e soprattutto da quelli della rivelazione; ella ha ravvisato nella libertà uno dei segni primigenii della somiglianza dell’uomo a Dio, ricordando fra le moltissime questa parola riassuntiva della Sacra Scrittura: «Iddio da principio creò l’uomo, e lo lasciò in mano del suo arbitrio» (Eccli. 15, 14; Dt 30,19). Ognuno vede come da questa premessa derivi la nozione di responsabilità, di merito e di peccato; e come a questa condizione dell’uomo sia collegato il dramma della sua caduta ‘e della redenzione riparatrice. Anzi la Chiesa cattolica ha sostenuto che nemmeno l’abuso iniziale, che il primo uomo fece della sua libertà, il peccato originale, ha compromesso nei suoi infelici eredi in modo totale, come sostenne un tempo la Riforma protestante, la capacità dell’uomo d’agire liberamente (cfr. S. AGOSTINO, De libero arbitrio, II, PL 32, 1239, ss.; Retract., ib. 595, ss.; S. TH., ; DS 1486 (776), DS 1521 (793); etc.).
Come pure la Chiesa ha sempre sostenuto che «nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la fede» (Dich. Dignitatis humanae DH 12); ed anche ha affermato, durante la sua lunga storia, a prezzo di oppressioni e di persecuzioni, la libertà per ciascuno di professare la sua religione: nessuno, ella dice, dev’essere impedito, nessuno dev’essere costretto, in ordine alla propria coscienza religiosa (DH 2).
LA RESPONSABILITÀ PERSONALE
Semplificando assai l’immensa e complessa materia relativa, alla libertà, possiamo innanzi tutto osservare che il Concilio non ha affatto scoperto, o inventato la libertà; esso ne ha rivendicato alla coscienza personale i diritti inalienabili, li ha suffragati con la magnifica teologia del nuovo Testamento, li ha proclamati per tutti nell’ambito del civile consorzio; cioè ha sostenuto, oltre che l’esistenza, l’esercizio della libertà in due direzioni principali: la direzione personale, ammettendo per ogni uomo un alto grado di autonomia, riconoscendone il dominio alla coscienza, regola prossima e indeclinabile (cfr. Rm 14,23) dell’azione morale, tanto perciò più bisognosa d’essere illuminata dalla verità e sostenuta dalla grazia (cfr. Gal Ga 5,1 Jn 8,36), quanto più da sola essa oggi tende a determinarsi (cfr. Gaudium et spes GS 16 GS 17); e la direzione sociale, esigendo, come dicevamo, una vera e pubblica libertà religiosa, nel rispetto però dei diritti altrui e dell’ordine pubblico (Dign. hum., n. 7 ecc.), e sostenendo il «principio di sussidiarietà» (GS 86), il quale, in una società bene organizzata, mira a lasciare la più ampia libertà possibile alle persone e agli enti subalterni, e a rendere obbligatorio solo ciò che è necessario per un bene importante, non altrimenti raggiungibile, e in genere per il bene comune (Dign. hum., n. 7).
La mentalità favorita dagli insegnamenti del Concilio porta il gioco della libertà, più che prima praticamente non fosse, nel foro interiore della coscienza, tende perciò a temperare l’ingerenza della legge esteriore, ma tende ad accrescere quella della legge interiore, quella della responsabilità personale, quella della riflessione sui massimi doveri dell’uomo, che sono la virile rettitudine nella pratica del bene fino alla perfezione della santità, e il senso della legge naturale, cioè della razionalità morale ontologica, che oggi tanto si ammira negli eroi antichi (cfr. ad esempio, nei protagonisti della tragedia greca) e nei moderni (nei campioni, ad esempio, della resistenza, della bontà e del sacrificio), mentre poi se ne discute, fino a dubitare della sua esistenza e della sua permanenza, (si vedano, ad esempio, certe contestazioni ai riferimenti alla legge naturale nella nostra Enciclica «Humanae vitae»). Sappiamo come il Vangelo abbia accentuato l’interiorità dell’obbligazione morale, come ne abbia fissato l’incomparabile sintesi nel precetto sommo e troppo oggi dimenticato dell’amore totale a Dio, dal quale deriva, per via di motivazione e di somiglianza, l’amore del prossimo, allargato a tutti, parenti, amici, estranei, lontani e nemici, cioè a tutta l’umanità. Questo indirizzo morale in favore della persona e della libertà particolare autorizza una più ampia e spontanea, ed anche più precoce esplicazione della libertà; genera un lecito pluralismo di costumi, in ciò ch’essi hanno di contingente; e favorisce la ricchezza delle libere e legittime espressioni locali, linguistiche, culturali; allarga, anche nell’interno della Chiesa, quella libertà di studi e d’iniziative, di cui già molto godevano i figli affezionati e fedeli (si veda, ad esempio, la molteplicità delle istituzioni organizzative, caritative, religiose, culturali, missionarie, che l’autorità della Chiesa, anche prima del Concilio, non solo permetteva, ma favoriva), e di cui oggi si ha tanto vivace desiderio ed in cui speriamo sia verace promessa di autentica vita cattolica.
PREROGATIVE DELLA COSCIENZA ADERENTE ALLA LEGGE
Avremo quindi un periodo nella vita della Chiesa, e perciò in quella d’ogni suo figlio, di maggiore libertà, cioè di minori obbligazioni legali e di minori inibizioni interiori. Sarà ridotta la disciplina formale, abolita ogni arbitraria intolleranza, ogni assolutismo; sarà semplificata la legge positiva, temperato l’esercizio dell’autorità, sarà promosso il senso di quella libertà cristiana, che tanto interessò la prima generazione cristiana, quando essa si seppe esonerata dall’osservanza della legge mosaica e delle sue complicate prescrizioni rituali (cfr. Gal Ga 5,1). Noi dobbiamo perciò educarci all’uso schietto e magnanimo della libertà del cristiano, sottratto al dominio delle passioni (cfr. Rm 8,21) e alla servitù del peccato (Io. 8, 34), e interiormente animato dal gioioso impulso dello Spirito Santo, giacché, come dice San Paolo, «coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Rm 8,14).
Ma dovremo nello stesso tempo essere coscienti che la nostra libertà cristiana non ci sottrae alla legge di Dio, nelle sue supreme esigenze di umana saggezza, di sequela evangelica, d’ascetismo penitenziale, e d’obbedienza all’ordine comunitario, proprio della società ecclesiale. La libertà cristiana non è carismatica, nel senso arbitrario, che oggi alcuni si arrogano: siate «liberi, c’insegna l’apostolo Pietro, senza farvi della libertà un mantello per coprire la vostra malizia, ma come servi di Dio» (1 Petr. 2, 16); non è la sfida spregiudicata alla norma vigente nella società civile, la cui autorità, - è San Paolo che parla, - obbliga in coscienza (Rm 13,1-7), e nella società ecclesiastica, plasmata dalla fede e dalla carità, e governata da un’autorità rivestita di poteri non provenienti dalla base, ma da origine divina, per istituzione di Cristo e successione apostolica; poteri, se occorre indiscutibili (Lc 10,16 Lc 1 Io Lc 4,6), e gravi (1 Cor 1Co 4, 2l), anche se sempre rivolti piuttosto che al dominio (cfr. 2 Cor 2Co 1,23 1 Cor 1Co 13,10), all’edificazione, cioè alla liberazione spirituale dei fedeli.
Dunque riassumiamo: il nostro tempo, di cui il Concilio si fa interprete e guida, reclama libertà. Noi dobbiamo sentirci felici e pensosi di questa nostra fortuna storica. Dove poi troveremo la vera libertà, se non nella vita cristiana? Ora la vita cristiana esige una comunità organizzata, esige una Chiesa, secondo il pensiero di Cristo, esige un ordine, esige una libera ma sincera obbedienza; esige perciò un’autorità, la quale custodisca e insegni la verità rivelata (2 Cor 2Co 10,5); perché questa verità è l’intima e profonda radice della libertà, come ha detto Gesù: «la verità vi farà liberi» (Io. 8, 32). Ricordatelo, Figli carissimi. Con la Nostra Apostolica Benedizione.
IL MOVIMENTO DELL’OASI
Siamo lieti di dire una parola di benvenuto e di incoraggiamento ai sessanta sacerdoti, religiosi, religiose e laici, provenienti da varie Nazioni dell’America Meridionale, d’Africa e d’Europa, che partecipano ad un corso di Animatori del Movimento OASI. Vi è fra essi il Vescovo di Coimbra, Monsignor Francisco Rendeiro, e il Padre Rotondi, direttore del Movimento.
La vostra azione si vuole specializzare nell’apostolato giovanile, e per tale scopo ne state studiando l’aggiornamento alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II. La vostra è perciò un’azione tanto benemerita e necessaria: fermenti nuovi agitano il mondo dei giovani, esplodendo talora in forme che non possono certo essere approvate; ma è pur vero che i giovani di oggi hanno sete di autenticità, di lealtà, di verità, non amano scendere a compromessi, vogliono andare in fondo alle cose perché vedono attorno a sé necessità, sofferenze, ingiustizie. Beati quei giovani che trovano sul loro cammino chi, come voi, li può aiutare a capire se stessi, a migliorarsi, a donarsi per alti ideali costruttivi, vissuti nel possesso pacificante della grazia divina.
A tanto il Concilio ha chiamato i giovani, a più riprese, riconoscendo che il loro influsso è di capitale importanza per la Chiesa e per la società (Gauditim et spes, n. 7, 8; Apostolicam actaositatem, n. 12, 33;
Gravissimum educationis GE 2) a tanto li ha esortati il messaggio finale ad essi rivolto, invitandoli alla fede nella vita, alle supreme certezze della Rivelazione, alla gioia dell’apostolato, affinché allarghino il cuore alle dimensioni del mondo. Noi vi esprimiamo perciò il Nostro compiacimento per la risposta che il Movimento OASI dà alle sollecitudini della Chiesa in un campo tanto delicato e promettente e invocando su di voi la pienezza dei doni divini, di cuore vi impartiamo la Nostra Benedizione.
Diletti Figli e Figlie!
Dobbiamo anche noi accompagnare, osservando, pensando, il grande viaggio, che oggi s’inizia, degli astronauti verso la Luna. Ci ricordiamo delle letture degli anni lontani, tra le quali quelle del libro «Dalla terra alla luna», di Jules Verne. Ma quello era il regno della fantasia; una fantasia profetica, se volete, ma gratuita, irreale. Oggi siamo invece nel regno della realtà. Lasciamo, per ora, ogni considerazione circa il prodigioso strumento e circa gli eroici protagonisti della spedizione (che meritano di per sé un’altra meditazione); cerchiamo di guardare la realtà, di cui questo volo transplanetario ci procura il contatto.
E dapprima gli astri, lo spazio e il tempo; cioè, diciamo ora empiricamente, il mondo, l’universo. Noi moderni siamo così presi da osservazioni e da interessi immediati che siamo soliti a restringere in pratica il nostro orizzonte concettuale entro un .raggio minimo e chiuso. Non pretendiamo affatto di avventurarci in una dissertazione sullo spazio, sul cielo, sul cosmo. Diciamo soltanto che l’impresa audacissima, imposta oggi all’attenzione di tutti, ci obbliga a guardare in alto, al di là del campo terrestre, a ricordarci dell’immensa e misteriosa realtà, in cui la nostra minima vita si svolge. Gli antichi guardavano il cielo più di noi, fantasticavano, costruivano miti inconsistenti e teorie fallaci, davano al quadro astronomico una grande importanza effettuale; non conoscevano le leggi fisiche e matematiche della scienza moderna, ma pensavano più di noi all’esistenza dell’universo. Una lezione d’astronomia da una mente creatrice, da una potenza segreta e superiore . . . Cioè: è creato.
Ecco allora una piccola, ma sempre grande lezione di catechismo, la quale illumina la nostra difficile meditazione sul cosmo. Ascoltate, come una voce profonda che sorga dagli abissi degli spazi e dei secoli: «In principio Iddio creò il cielo e la terra»! (Gen. 1, 1). Osservate il panorama del cielo e del mondo; misurate, se potete, la vastità; fatevi un concetto della densità di reale, di vero, di nascosto che vi è contenuta; provate un brivido di meraviglia alla grandezza sconfinata, che abbiamo davanti; affermate la distinzione irriducibile fra Dio Creatore e il mondo creato, e insieme riconoscete, confessate, celebrate l’inscindibile necessità, che unisce la creazione al suo Creatore (come potrebbe essere un solo istante senza di Lui?); e ricordate quest’altra stupenda e ripetuta parola della Bibbia, sempre al primo capitolo della Genesi (vv. 12, 18, 21, 25, 31): Dio vide che l’opera sua era buona; perciò era bella, era degna d’essere da noi conosciuta, posseduta, lavorata, goduta . . .
Questa scoperta nuova del mondo creato è assai importante per la nostra vita spirituale. Vedere Dio nel mondo, e il mondo in Dio: che cosa v’è di più estasiante? Non è questo il lume amico e stimolante che deve sorreggere la veglia scientifica dello studioso? Non è così che fugge il terrore del vuoto, che il tempo smisurato e lo spazio sconfinato producono intorno al microcosmo, che noi siamo? la nostra insondabile solitudine, cioè il mistero dei nostri destini, non è così colmata da un’ondata di Bontà viva e d’amore? Non vengono alle nostre labbra le familiari, ma sempre superlative parole, insegnate a noi da Cristo: «Padre nostro, che sei nei cieli» ?
Sì, Figli carissimi, vengano alle nostre labbra queste abissali parole, mentre contempliamo la grande impresa dei primi astronauti, che metteranno il piede sul silenzioso e pallido satellite della terra, sfidando inaudite difficoltà, quasi cercando d’onorare l’immensa opera del Creatore; e ripetiamole per loro, per l’umanità, per noi.
Con la Nostra Benedizione Apostolica.
RIGOGLIO DI ISTITUTI RELIGIOSI
Una parola di sincero saluto e di paterno incoraggiamento vogliamo rivolgere ai Padri Capitolari dei Chierici Regolari Mariani dell’Immacolata Concezione, dei Chierici di San Viatore e dei Fratelli della Sacra Famiglia di Belley, i quali sono, in questo periodo, riuniti a Roma nei rispettivi Capitoli straordinari, per la revisione delle loro Regole, secondo lo spirito di interiore e soprannaturale rinnovamento, voluto dal Concilio Vaticano II.
Mentre vi diciamo, diletti figli, il Nostro vivo compiacimento per i lavori, così impegnativi, a cui siete applicati, vorremmo esprimervi il Nostro augurio con una parola: amorosa fedeltà.
Fedeltà, anzitutto, a Cristo: come religiosi, avete seguito generosamente il suo invito e volete vivere il suo esempio di autentica povertà, di limpida castità e di generosa obbedienza. Il mondo contemporaneo da voi attende, anzi, diremmo, esige, questa luminosa testimonianza dei consigli evangelici.
Fedeltà alla Chiesa: alla Sposa di Cristo, la quale, nella sua secolare esperienza, guida con divina saggezza i modi e le forme della vita religiosa.
Fedeltà infine ai vostri Fondatori: essi vi hanno consegnato una preziosa eredità di insegnamenti e di esempi, che devono essere modello e sprone nella realizzazione del vostro «essere religiosi».
Con questi voti, di gran cuore impartiamo ai Superiori Generali, ai membri delle vostre Congregazioni qui presenti e a tutti i vostri Confratelli, l’Apostolica Benedizione, pegno e auspicio di copiosi favori celesti.
PELLEGRINAGGIO DI SARAJEVO
Un particolare saluto desideriamo rivolgere adesso ai fedeli dell’Arcidiocesi di Sarajevo, accompagnati dall’amministratore Apostolico, Mons. Smiljan Franjo Cekada, venuti a Roma per celebrare il cinquantesimo anniversario della morte del primo Arcivescovo della ricostituita Arcidiocesi, Mons. Giuseppe Stadler, Pastore pio e zelante, il cui ricordo è ancora in benedizione.
Il vostro, diletti figli in Cristo, è un pellegrinaggio di Fede. Vogliamo perciò dirvi il Nostro compiacimento per la generosa adesione a Gesù, per il forte attaccamento alla Sede Apostolica, per la docile fedeltà ai vostri Pastori.
E vogliamo augurarvi che, uniti insieme, Vescovo, sacerdoti e fedeli, possiate fare veramente della vostra Arcidiocesi una eletta porzione del Popolo di Dio; in tal modo corrisponderete sempre più alle consegne del Concilio Vaticano II, il quale auspica che, nell’adesione al Pastore e da lui, per mezzo del Vangelo e della Santa Eucaristia, unita nello Spirito Santo, la comunità diocesana costituisca una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente ed agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica (Cfr. Conc. Vat. II, Decr. Christus Dominus CD 11).
Con questi voti e in pegno del -Nostro affetto, di cuore vi impartiamo la propiziatrice Apostolica Benedizione, che estendiamo alle vostre famiglie, ai vostri cari, alla vostra Arcidiocesi, alla vostra Patria.
Diletti Figli e Figlie!
Si è tanto parlato in questi giorni, e in tutto il mondo, e con tutte le voci possibili, dell’impresa lunare; Noi stessi vi abbiamo dedicato qualche esclamazione ammiratrice, così che sembrerebbe ora cosa migliore per Noi tacerne che parlarne. Ma, oltre il fatto che proprio domani la straordinaria escursione planetaria deve concludersi con il ritorno, che auguriamo felicissimo, degli astronauti sulla terra, questo avvenimento penetra talmente nella psicologia della pubblica opinione da costituire una sorgente di pensieri, di questioni, di spiritualità, che commetteremmo un peccato di omissione, se non Ci fermassimo, anche in questo familiare incontro, a meditarlo un po’. È purtroppo vero che la superficialità è una abitudine di moda. Anche le più forti impr8essioni, che a noi vengono dall’esperienza della vita moderna, si cancellano subito; o ‘subito sono soverchiate da altre successive, così che spesso manca il tempo, manca la voglia di approfondirle, e di coglierne il significato, la verità, la realtà. Ma in questo caso il trauma della novità e della meraviglia è così forte, che sarebbe stoltezza non riflettere su questa, possiamo dire, sovrumana e storica avventura, alla quale tutti abbiamo, come spettatori esterrefatti, in qualche modo - anche questo meraviglioso - assistito.
APPREZZARE I VALORI DELLA VITA MODERNA
Ciascuno vi pensi a suo modo, purché vi pensi! L’importanza degli studi ‘scientifici può essere di per sé oggetto di interminabili considerazioni. Ad esempio, quella circa lo sviluppo e il progresso, che questi studi hanno avuto nel tempo nostro, fino a modificare la mentalità umanistica tradizionale della nostra cultura e della nostra scuola; il che vuol poi dire della nostra vita. Il bilancio di questi studi positivi e scientifici è così attivo, che una grande attrattiva vi polarizza molta parte delle nuove generazioni, e un ottimismo sognatore sulle loro future conquiste ne fa quasi un’iniziazione profetica. E sia pure. Il campo scientifico merita ogni interesse.
Ma intanto potremmo, di passaggio, osservare come sia fuori luogo, almeno a questo riguardo, il disfattismo oggi di moda contro la società e la ‘sua compagine, e in genere contro la vita moderna. Questo disfattismo seduce oggi perfino qualche parte della gioventù, e altri uomini di pensiero e d’azione; li gratifica di audace progressismo, e sembra loro conferire una personalità superiore, quando li riempie di istinti ribelli e di spregiudicato disprezzo verso la nostra età e verso il suo sforzo creativo. La vita invece è seria; e ce lo insegna la somma immensa di studi, di spese, di fatiche, di ordinamenti, di tentativi, di rischi, di sacrifici, che una impresa colossale, come quella spaziale, ha reclamati. Criticare, contestare è facile; non così costruire, in questa iniziativa si comprende; ma parimente in altre moltissime da cui risulta la nostra presente civiltà. Perciò Ci sembra che un dovere di ripensamento e di apprezzamento dei valori della vita moderna ci sia intimato dall’avvenimento che stiamo celebrando. Noi non neghiamo alla critica i suoi diritti, né rimproveriamo al genio dei giovani il suo istinto di emancipazione e di novità. Ma riteniamo non degno di giovani il decadentismo iconoclasta e privo di amore dei contestatori di mestiere. I giovani devono sentire l’impulso ideale e positivo che loro è offerto dalla magnifica avventura spaziale. Ed allora ecco un’altra considerazione. Questo nostro aperto suffragio per la progressiva conquista del mondo naturale, per via di studi scientifici, di sviluppi tecnici e industriali, non è in contrasto con la nostra fede e con la concezione della vita e dell’universo, ch’essa comporta. Basta ricordare quanto insegna a questo riguardo il recente Concilio (Gaudium et spes GS 37, 58, 59, ecc.).
INGIUSTIFICATE DIFFIDENZE PER LA RELIGIONE
Qui tocchiamo uno dei punti più delicati della mentalità moderna rispetto alla nostra religione cattolica, una religione cioè positiva, con sue dottrine ben determinate, e ordinate a sistema unitario, incentrato in Gesù Cristo, nel suo Vangelo, nella sua Chiesa. Ora è facile riscontrare nella mentalità dell’uomo odierno, specialmente di quello dedicato agli studi scientifici, una duplice serie di difficoltà: una di ordine essenziale, l’altra di ordine storico. Come può, dice oggi lo studioso, entrare nello schema dogmatico e rituale della vita cattolica l’immenso patrimonio delle scoperte scientifiche, con l’impiego libero e totale della ragione, e con la concezione che ne risulta sul mondo e sull’umana esistenza? E come può, insiste lo studioso osservando i mutamenti continui, rapidi e macroscopici, che avvengono col volgere del tempo nel pensiero e nel costume dell’uomo moderno, rimanere intatta la religione tradizionale, racchiusa in una mentalità statica e d’altri tempi?
Occorrerebbero libri interi, sia per formulare queste obiezioni capitali, sia per rispondervi. Non è certo qui, né in questo momento che lo faremo. Ma ora Ci basti rassicurarvi. La fede cattolica, non solo non teme questo poderoso confronto della sua umile dottrina con le meravigliose ricchezze del pensiero scientifico moderno, ma lo desidera. Lo desidera, perché la verità, anche se si diversifica in ordini differenti e se si appoggia a titoli diversi, è concorde con se stessa, è unica; e perché è reciproco il vantaggio che da tale confronto può risultare alla fede (cfr. Gaudium et spes GS 44) e alla ricerca e allo studio d’ogni campo conoscibile.
È stata questa una delle affermazioni caratteristiche e più documentate del pensiero cattolico apologetico del secolo scorso e della prima metà del nostro secolo, con risultati magnifici, dei quali le nostre Università sono documenti gloriosi.
Adesso si profilano altre tendenze, che suppongono, non smentiscono la precedente: quella, che si rifà alla famosa parola di Sant’Agostino, e che possiamo dire psicologica: «Tu, (o Signore), ci hai fatti per Te ed è inquieto il nostro cuore, finché non si riposi in Te» (Confess. 1, 1). Il bisogno di Dio è insito nella natura umana, e quanto più essa progredisce tanto più essa avverte, fino al tormento, fino a certa drammatica esperienza, il bisogno di Dio. Ovvero quella che, tanto per intenderci, potremmo dire la tendenza cosmica: chi studia, chi cerca, chi pensa non può sottrarsi ad una obiettiva onnipresenza di Dio, antica verità, che il Libro sacro sempre ci ripete: «Dove andrò io lungi dal Tuo spirito (o Signore), e dove fuggirò io dalla Tua faccia?» (Ps 138,7). Impossibile sottrarsi da questa presenza, di cui la materia, la natura è, per chi lo sa comprendere, un libro di lettura spirituale: «In Lui (cioè in Dio, dice San Paolo) noi viviamo, ci muoviamo, ed esistiamo» (Act. 17, 28). Il Dio ignoto è sempre lì; ogni studio delle cose è come un contatto con un velo dietro il quale si avverte un’infinita palpitante Presenza.
CRISTO PRINCIPIO E FINE DEL COSMO
Ora qui è l’attimo sublime, l’attimo della rivelazione, l’attimo in cui Cristo apre il velo e appare nella storica e semplice scena del Vangelo. Chi è Cristo? Ecco la questione decisiva. Risponde San Giovanni, al primo capitolo del suo Vangelo: è il Verbo, è Dio, è Colui per virtù del Quale tutte le cose furono fatte.. E San Paolo confermerà: è Colui che «è avanti a tutte le cose; e tutte le cose sussistono per lui» (Col 1,17); ed è Colui che un giorno, il giorno finale «della restaurazione di tutte le cose» (della «apocatastasi»: Act. 3, 21) nel quale Egli con la sua potenza «assoggetterà a sé tutte le cose» (Ph 3,21). Cioè Cristo è l’alfa e l’omega, il principio e il fine (cfr. Apoc Ap 1,8 Ap 21,6 Ap 22,13), non solo per i destini dell’uomo, ma per il cosmo intero, che in Lui ha il suo punto focale, donde ogni senso, ogni luce, ogni ordine, ogni pienezza.
Non temiamo, Figli carissimi, che la nostra fede non sappia comprendere le esplorazioni e le conquiste, che l’uomo va facendo del creato, e che noi, seguaci di Cristo, siamo esclusi dalla contemplazione della terra e del cielo, e dalla gioia della loro progressiva e meravigliosa scoperta. Se saremo con Cristo saremo nella via, saremo nella verità, saremo nella vita. Con la Nostra Benedizione Apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
Domani, a Dio piacendo, come voi sapete, partiremo per l’Africa. Andiamo a Kampala, nell’Uganda, per la conclusione del «simposio» dei Vescovi Africani, colà convenuti, per la consacrazione di dodici nuovi Vescovi indigeni, per onorare i Martiri dell’Uganda, che Noi abbiamo avuto la fortuna di canonizzare, nel 1964, e che sono ora onorati dall’erezione d’un santuario alla loro memoria e al loro culto (è questo il motivo occasionale del Nostro viaggio), e poi per conferire i sacramenti del Battesimo e della Cresima a ventidue nuovi Cristiani Africani (ventidue in ricordo dei ventidue Martiri); avremo l’onore di incontrarCi con parecchi Capi di Stati Africani e con altri, Personaggi rappresentativi, sia dell’Uganda, sia di altri Paesi di quel continente; visiteremo abitazioni, scuole, ospedali, e altre istituzioni della Città, avremo anche un incontro ecumenico con Rappresentanti e comunità di cristiani, non ancora in comunione con la Chiesa cattolica, ma degni d’una Nostra particolare considerazione, per essere essi pure decorati del sangue di loro vittime per il nome di Cristo e a noi Fratelli a causa del comune battesimo. Vedremo anche altri autorevoli esponenti di religioni non .cristiane; vedremo soprattutto grandi folle di Popolo di quella terra, altrettanto radicata nelle più genuine tradizioni africane, quanto aperta ai rapporti e alle conquiste del progresso moderno. Un vero contatto con l’Africa; il primo, che un Papa ha personalmente con quell’immenso continente, pieno di sue proprie e tanto umane tradizioni e di nuove seducenti promesse, affrancato, si può dire, dal colonialismo, che tuttavia lo ha risvegliato alla civiltà moderna, ma che non è più tollerabile alla coscienza di quei Popoli nuovi, senza che essi siano sufficientemente liberati dai moltissimi e gravissimi bisogni, che caratterizzano il così detto «terzo mondo». Andiamo in Africa anche per mostrare l’interesse speciale, disinteressato e amoroso, che la Chiesa nutre per tali gravi, urgenti, umani bisogni dell’Africa nuova. Noi poi non abbiamo scritto senza assumerne le conseguenze da Noi comportabili, l’Enciclica Populorum progressio; e intendiamo con questo viaggio onorare la Nostra firma, posta a quel documento esortatore all’aiuto vario, copioso e positivo, del quale il «terzo mondo» ha ora necessità, e al quale un nuovo, nascente dovere astringe i Popoli e gli Enti dotati di discreta, o di copiosa autosufficienza.
ANZITUTTO LA PACE NELL’INTERO CONTINENTE
A Noi è stata posta una domanda, che arriva come un dardo nel Nostro spirito: perché il Papa non va anche, e in primo luogo, nelle regioni dell’Africa dove sono maggiori sofferenze, e specialmente in quelle dove da anni è accesa una lotta tremenda che il mondo intero segue con tanta trepidazione e dove intere popolazioni sono minacciate dalla distruzione delle armi, e specialmente dall’agonia della fame? Veda il Papa con i suoi occhi come generazioni intere di fanciulli, di bambini, di donne sono ridotte a condizioni d’inconcepibili stenti per orribile carestia di viveri, e di elementare assistenza sanitaria, e il Papa invochi a gran voce pietà, soccorso, pace! Un Vescovo, fra tanti altri informatori, a questo Ci esortava.
Figli carissimi! quanto è doloroso per Noi cotesto suggerimento!
Credete voi che Noi siamo insensibili davanti a tanta calamità, e che preferiamo andare dove la situazione appare tranquilla e ordinata, e dove la festa e la letizia della gente Ci accoglieranno? Quante volte abbiamo ricordato a Noi stessi i due viandanti sui sentieri scoscesi da Gerusalemme a Gerico, un sacerdote prima e poi un levita, i quali, nella parabola evangelica del Samaritano, passano accanto all’uomo spogliato e ferito dagli assassini, giacente semivivo ai margini della strada; passano, guardano e proseguono il loro cammino, senza curarsi di quel disgraziato, che trova poi soccorso nel forestiero e pietoso Samaritano. Non vorremmo fare Noi pure la triste figura di quei due ministri del Tempio! Bensì vorremmo imitare, in qualche modo, Cristo sensibile e provvido nella figura del buon Samaritano!
Ebbene, vi diremo che quando decidemmo d’intraprendere questo insolito viaggio l’intenzione, anzi il desiderio e la speranza di giovare in qualche misura alla pacificazione di quel conflitto furono nel Nostro cuore, e ancora lo sono. Nella sofferta e meditata vigilia di questo Nostro viaggio si sono tuttavia moltiplicati i Nostri sforzi, e i contatti e i tentativi anche sul piano pratico per tentare di aprire una via ad un onorevole negoziato.
LA DIFFICILE OPERA DI SOCCORSO
Aggiungeremo che nessuna parzialità politica è nel Nostro animo a questo riguardo. E nell’opera di soccorso, iniziata nel Natale del 1967, alle vittime civili del conflitto e alle popolazioni che ne sono sconvolte, subito anche da Noi promossa, e compiuta con mirabile intraprendenza e magnifico . coraggio dalla Nostra «Caritas internationalis», coadiuvata da varie organizzazioni caritative cattoliche di diversi Paesi, è stato Nostro proposito di offrire i Nostri aiuti tanto all’una che all’altra parte contendente, senza discriminazione alcuna, con la sola preferenza per i luoghi dove più grave, più esteso e più urgente era il bisogno. Quest’attività, che sa veramente di dramma e di eroismo, Ci ha forse procurato qualche impopolarità nella Nigeria stessa, a Noi carissima; e forse ha generato il sospetto che i voli degli aerei della «Caritas» portassero anche armi e notizie: ciò non è vero. Pane, medicine, vestiario e conforto, si; ma non altro; e per nessun’altra causa, che quella di salvare vite umane della popolazione civile, quelle deboli e innocenti dei bambini in modo speciale, e di predisporre, se possibile, gli animi a soluzioni per via di trattative, non per via di spargimento di sangue fraterno e di sofferenze per fame.
Nella regione teatro del conflitto, rimasta isolata per terra e per mare, l’invio di soccorsi divenne sempre più necessario e sempre più difficile e dispendioso. Si dovette ricorrere ai trasporti aerei per evitare che centinaia di migliaia di persone morissero d’inedia. Allora la «Caritas Internationalis» ed altre provvide istituzioni cattoliche si associarono ad altri organismi assistenziali e confessionali per costituire un vero ponte aereo, assai rischioso e costoso (sono stati compiuti circa tremila voli), riuscendo a salvare una grande quantità di povera gente destinata a morire di fame. Nonostante questo, i soccorsi sono assai inferiori alle necessità, non tanto per mancanza di generi, provenienti anche dalla generosità americana, quanto per impossibilità tecniche di trasporto. Si spera sempre che siano finalmente raggiunti accordi effettivi e relativi al trasporto per via fluviale, e mediante voli diurni, con i controlli del caso e con garanzia d’incolumità. Noi stessi Ci siamo interessati per agevolare alla Croce Rossa questo servizio.
Ma la situazione rimane tragica.
Una Nostra visita in quella tormentata regione si prospetta impossibile, per difficoltà logistiche, e per le interpretazioni politiche ch’essa susciterebbe, e che renderebbero ancora più grave la situazione, togliendo anche quel tanto di speranza che il Nostro imparziale interessamento può forse ancora consentire.
Abbiamo tentato altre vie, quelle dell’avvicinamento delle parti in conflitto, non senza speranza di qualche favorevole risultato, e senza intralciare l’eventuale azione mediatrice, anzi invocandola, di altri, ben più di Noi in grado d’esercitare un influsso pacificatore. Ma le tesi opposte sulle quali si fonda il conflitto sembrano ancora troppo lontane. Noi continueremo a fare di tutto per convincere i contendenti che occorre venire ad una tregua, garantita, se occorre, da qualche Potenza africana neutrale; e che un «compromesso», onorevole per entrambe le parti, non offende il loro prestigio, non lede i loro interessi, e può accordarsi con le loro legittime pretese rispettive essenziali. Abbiamo fatto ripetuti passi in questo senso, e in molti sensi; e continueremo a farli, dovessero rimanere vani nei risultati, ma validi a dimostrare la Nostra buona volontà, e a richiamare soprattutto gli animi degli Africani e l’opinione pubblica mondiale all’unica idea degna d’essere da tutti professata, quella della pace, nella giustizia e nella fratellanza.
Ci è giunta ora notizia circa il voto d’una tregua d’armi durante il Nostro viaggio in Africa. Dio voglia ch’essa sia vera ed efficace, e che preluda a trattative per l’auspicata soluzione, reclamata per le esigenze superiori della pace civile e cristiana, e per l’esempio che il mondo attende dalla giovane Africa libera, indipendente e concorde.
Questo vi dice, Figli carissimi, come il Nostro viaggio in Africa, ben lungi dal dimenticare la piaga, che la fa sanguinare, riempie anche il Nostro cuore di acuto e paterno dolore, temperato da sempre lusinghiere speranze, e sorretto dalle comuni preghiere dei buoni. Dalle vostre! Con la Nostra Benedizione Apostolica.
«MINISTRI DELLA SAPIENZA CRISTIANA»
Siamo lieti di porgere il Nostro particolare saluto al gruppo dei trentacinque laici, che si stanno preparando a raggiungere l’America Latina dopo aver partecipato al Corso di Orientamento, promosso dal Movimento Laici del Comitato Episcopale Italiano per quel Continente. A voi il Nostro plauso vivo, la Nostra gratitudine commossa, il Nostro incoraggiamento beneaugurante; vi indichiamo all’ammirazione di questa affollata Udienza, che, ne siamo certi, augura con Noi un felicissimo esito al vostro apostolato.
Voi siete la testimonianza certa, che lo Spirito Divino lavora nelle anime, irresistibilmente, in questo periodo Post-conciliare; voi siete la speranza di una messe rigogliosa, che altri forse raccoglieranno domani, ma il cui merito rimarrà sempre vostro davanti a Dio; voi siete la vivente risposta, che il laicato più maturo e sensibile sta dando ai ripetuti appelli Nostri e dei Nostri Predecessori in favore del promettente campo, che si apre all’attività laicale in quel vastissimo Continente; voi siete i realizzatori, con quanti vi hanno preceduto o vi seguiranno, delle consegne che il Concilio ha dato ai laici nell’azione internazionale, chiamandoli per questo «ministri della sapienza cristiana». Bella, grande definizione! Perché ministri della sapienza? vi verrà di chiedervi. Ma perché voi avete capito, come ancora sottolinea il Concilio nello stesso Decreto sull’apostolato dei laici, che «tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli, che è compito dell’apostolato dei laici promuovere con sollecitudine, e trasformare in sincero e autentico affetto fraterno» (Apostolicam actuositatem AA 14). Questa solidarietà vi spinge a condividere la sorte di fratelli lontani, ma già a voi cari nel nome di Cristo, per aiutarli a risolvere i loro problemi, a raggiungere la loro piena dimensione umana, a farsi a loro volta promotori di bontà, di giustizia, di fratellanza, di generosità, di pace.
Nelle ore del vostro più intenso lavora apostolico, sappiate che il Papa è con voi, vi segue con l’affetto paterno, vi è vicino con la preghiera invocandovi la grazia di essere sempre fedeli a questa vocazione di «ministri della sapienza cristiana». L’Apostolica Benedizione conferma questi Nostri voti, mentre la estendiamo ai vostri cari, e a quanti beneficeranno del vostro generoso impegno in America Latina.
Paolo VI Udienze 1969 - Mercoledì, 2 luglio 1969